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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Enti Locali

Giu
13
2012
Il presidente della Repubblica, re Giorgio, continua a battere il tasto di tagliare la spesa pubblica improduttiva, per destinare le risorse emergenti agli investimenti. Il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha preparato il piano che abbisogna di risorse, ovviamente, ma i draghi della Ragioneria generale l’hanno di fatto bocciato perché non ci sono i fondi. I contabili hanno ragione: non possono che tener conto dei flussi finanziari che entrano, per poter autorizzare le uscite, seppure per investimenti.
I nodi sono arrivati al pettine: o si taglia o si muore. L’Italia si fa eliminando abusi e privilegi, corruzione ed evasione, perché sul versante delle entrate non è più possibile aumentare neanche un centesimo.
Concorre alla crescita la serie di riforme strutturali che servono per aumentare la concorrenza. In questo quadro è indispensabile mettere in gara i servizi pubblici locali, che hanno giri d’affari per miliardi di euro, ma che producono perdite cospicue e malcontento diffuso tra i clienti, cioè i cittadini.

In altre parole, bisogna trasformare un maleodorante (perché vi è corruzione e disfunzione) sistema di gestione dei servizi locali in un business vero e proprio, in modo che le società che gestiscono tali servizi siano in utile. è vero che nei trasporti cittadini i ricavi non sono sufficienti a coprire i costi. Però, vi sono dati europei che indicano quale sia il valore dell’intervento finanziario dell’ente pubblico, per coprire le differenze.
 In Francia, per esempio, le società che gestiscono la metropolitana di Parigi, il sistema ferroviario intermedio detto Rer e la Sncf, che gestisce fra l’altro il Tgv (Train Grande Vitesse) puntano al pareggio di bilancio, anche senza l’intervento dello Stato.
La Pubblica amministrazione francese e le società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia funzionano con l’organizzazione al miglior livello. Frutto anche dell’ENA (école nationale d’admnistration) che fornisce dirigenti di altissimo livello alle amministrazioni statali, regionali e locali.
La Pa francese risente poco del potere politico, salvo accettarne senza discutere l’indirizzo generale. Un esempio da imitare, ma i finti sordi non ci sentono.
 
La Ferrovie dello Stato holding Spa, che controlla fra le altre Rfi (Rete ferroviaria italiana) e Trenitalia, ha messo l’occhio sui servizi pubblici locali e, in particolar modo, su quelli dei trasporti. è una malsana iniziativa, perché da un canto Rfi ha la funzione pubblica di strutturare, mantenere e gestire le infrastrutture, in modo da consentire la concorrenza su qualunque vettore voglia utilizzarle. Ma, caso anomalo, gestisce anche Trenitalia, un concorrente che fa circolare i treni. Come dire che l’arbitro fa anche il giocatore.
È ben chiaro a tutti che le reti materiali (energia elettrica, gas, ferrovie ed altro) e quelle immateriali (frequenze di telecomunicazione e radiotelevisive) debbano essere gestite dallo Stato attraverso proprie società, per consentire a chiunque di utilizzarle in concorrenza. Per realizzare concorrenza, serve trasparenza, vale a dire mettere sui siti internet condizioni, regole, modalità d’accesso, richiesta di concessioni ed autorizzazioni e via elencando.

Ferrovie dello Stato holding Spa non è autosufficiente, perché riceve ogni anno dalle casse pubbliche un contributo di circa 2,4 miliardi. Non si tratta di un contributo specifico per gestire le tratte sociali in perdita, ma va nel grande calderone, lasciando alla discrezionalità dei dirigenti delle ferrovie come utilizzarlo. Mentre sarebbe opportuno che i contributi dati al settore dei trasporti avessero una destinazione precisa.
I servizi di trasporto locale soffrono, nella loro inefficienza, di una mancata modernizzazione. Veicoli vecchi, manutenzione scadente, infrastrutture urbane superate. Pochi sono i sistemi attualmente funzionanti nelle città che indicano il tempo di avvicinamento dei bus e, nelle città più fortunate, quello dei convogli ferroviari. Non vi sono, inoltre, i semafori intelligenti (che cambiano colore in base al volume di traffico rilevato dalle telecamere) e non sono sorvegliate le corsie preferenziali di bus e taxi per consentirne l’uso esclusivo.
Le poche cose che scriviamo si riassumono in una necessità: tali società devono essere gestite da manager e non da figli dei partitocrati.
Mar
24
2012
L’opinione pubblica ha una grande stima delle Forze dell’ordine perchè anche in tempi di magra rappresentano un esempio di efficienza che si concretizza in risultati. Come è noto, questi ultimi misurano la capacità di chi opera. Il resto sono chiacchiere da salotto o inutili parole delle quali i partitocrati sono maestri.
Anche le Forze dell’ordine fanno parte dei pubblici dipendenti. Solo che, dall’agente fino all’ufficiale più alto in grado, tutti hanno presente l’articolo 97 della Costituzione per assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Non si capisce perchè tutti i tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici non si organizzino alla stessa maniera per ottenere risultati ben diversi da quelli miseri di tutti i giorni.
Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto. Se, cioè, il ceto politico non è in condizione di esprimere civili adatti ad amministrare gli enti, bisogna pensare ad ufficiali che possano farlo utilizzando la loro esperienza e la loro preparazione professionale.

È da approvare la candidatura del generale Vito Damiano a sindaco di Trapani. Altrettanto opportuna ci sembra la nomina del commissario straordinario dell’Azienda sanitaria di Salerno, nella persona del colonnello dei Carabinieri, torinese, Maurizio Bortoletti. In un anno di attività ha dimezzato le perdite, ha razionalizzato il magazzino, ha migliorato fortemente l’efficienza dei servizi sanitari e di quelli amministrativi, ha attivato macchinari dimenticati in un sottoscala, facendo sballare defibrillatori cardiaci e apparecchi elettromedicali inutilizzati.
L’Asl di Salerno ha più di 1,7 miliardi di debiti, 8 mila dipendenti, ma le regole non venivano rispettate. La Corte dei Conti aveva stigmatizzato fortemente, in occasione della recente inaugurazione dell’anno giudiziario, i danni che avevano fatto i precedenti amministratori e l’ottima azione messa in campo da Bortoletti.
Anche in Sicilia abbiamo un direttore torinese, Ludovico Albert, ma fino ad oggi non ha rivoluzionato l’organizzazione del suo dipartimento nè ha conseguito risultati eclatanti, anche tenuto conto che per affrontare la disorganizzazione della Pa regionale ci vogliono muscoli d’acciaio.
 
La Regione farebbe bene a prevedere la nomina dei dirigenti generali nelle persone di ufficiali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, ma anche delle Forze militari che raggiungono una buona efficienza del loro servizio.
Nella Pubblica amministrazione italiana c’è del buono che viene sistematicamente sopraffatto dalla parte cattiva, secondo la nota legge economica di Gresham.
Il ceto politico ha il compito di selezionare la parte buona, di sostenerla e di affidarle la responsabilità primaria del buon andamento delle attività pubbliche. Per far ciò, dovrebbe attivare una sorta di decantazione al suo interno, per isolare e emarginare i peggiori, mentre dovrebbe esaltare i migliori. Per dirla in breve, dovrebbe autoemendarsi, per consentire il diffondersi di due valori primari: il merito e la responsabilità.
La Pubblica amministrazione è una sorta di stanza di compensazione delle necessità dei cittadini, i quali, per qualunque bisogno di servizi pubblici, si rivolgono ad essa.

Putroppo le risposte non sono adeguate ai bisogni dei cittadini. Ed ecco che interviene la cultura del favore, cioè chiedere qualcosa per ottenerla, raccomandandosi, piuttosto che come risposta oggettiva frutto del dover servire.
Ed è proprio la cultura del favore il brodo dentro il quale si annida la corruzione e si diseduca la gente ad ottenere ciò che ha bisogno con i propri mezzi. 
Non è che fra i civili non vi siano persone per bene e capaci, ma esse non vengono selezionate per i vertici (Regione e Comuni) in quanto non ritenute dispensatrici di favori.
Caso opposto sono gli ufficiali dei Corpi prima richiamati, i quali sanno perfettamente contrastare la cultura del favore per servire la cultura del dovere. Quanto proposto non sembri fantasioso. Certo difficile da realizzare. Ma si può fare per concretizzare il sogno di una Sicilia competitiva.
Dei politici c’è bisogno, ma di quelli capaci e onesti, che debbono avere la forza ed il coraggio di mettere fuori dalla porta gli incapaci e i disonesti.
Lug
05
2011
Con un’esemplare delibera (27/11) la Corte dei Conti a sezioni riunite ha chiarito la portata dell’art. 14 della legge 122/10 (terza Manovra estiva di Tremonti) con il quale è stato definitivamente stabilito che gli Enti locali non possano spendere più del 40 per cento per il personale in rapporto alle uscite. La Corte ha chiarito che nel 40 per cento va calcolato tutto il costo del lavoro, includendo Irap, spese per collaborazioni e lavoratori flessibili, incrementi contrattuali e ogni altra voce.
La Corte ha poi fissato un secondo criterio e cioè che, nel computo del 40 per cento, va inserito il costo di tutto il personale delle società partecipate dell’Ente stesso. Ciò al fine, dice la delibera, di evitare manovre e operazioni elusive che, davanti al blocco delle assunzioni, aggirano i vincoli gonfiando l’organico delle società partecipate. Questo scandaloso comportamento è stato messo in atto anche per eludere l’art. 97 della Costituzione, il quale obbliga l’Amministrazione pubblica ad assumere dopo apposita selezione concorsuale.

L’elusione delle norme, da parte degli Enti locali meridionali, e siciliani in particolare, è stata sistematica perché ha risolto un problema per un ceto politico di infimo ordine: quello di dar sfogo a uno sfrenato clientelismo in quanto le società partecipate hanno assunto per chiamata diretta solo le persone raccomandate e perciò privilegiate.
Agrigento (51,1), Enna (44,9), Palermo (44,7), Caltanissetta (42,1), sono le città fuori dal vincolo legale mentre Catania (38,2), Ragusa (35), Trapani (34), Messina (32,9) e Siracusa (31,8) rientrano nel limite del 40 per cento. Tuttavia, le loro entrate sono insufficienti, quasi per tutte tali città, a coprire le uscite, nonostante alcune di esse siano fittizie.
La questione è molto più grave per la Regione, ove le uscite per personale e pensionati superano i due miliardi. Il Decreto sviluppo ultimamente approvato in via definitiva ha anche stabilito un rafforzamento del principio che vuole puntare al dimagrimento degli organici. Si tratta del divieto di anticipare i Fondi per le aree sottoutilizzate per le assunzioni. La Regione siciliana ha un organico enorme (21 mila dipendenti e dirigenti contro 3 mila della Lombardia) ma nonostante ciò continua a pensare a nuove assunzioni senza sapere come pagarle.
 
Il Governo nazionale ha risolto la questione tagliando tutti i contratti a tempo determinato, anche in osservanza di un’altra Manovra estiva (133/2008) che ha vietato di rinnovare i contratti a coloro che ne avevano già usufruito per tre anni nell’ultimo quinquennio.
Si deve capire una volta per tutte che le risorse finanziarie sono finite e che occorre recuperarle dai risparmi della spesa corrente, per utilizzarle verso la spesa per investimenti e per la costruzione di opere pubbliche.
Ecco la vera svolta che dovrebbe fare la Regione, anche con un atto di indirizzo nei confronti dei 390 Comuni siciliani. Indicare la via del risparmio, tagliando sprechi, sperperi, privilegi, bramosie delle corporazioni e altre spese pazze che hanno depauperato un patrimonio di possibilità, almeno fino a oggi.
Bisogna aprire i cantieri, lo ripetiamo in modo noioso, altro che chiuderli. Bisogna utilizzare tutte le risorse europee, congelate da un ceto politico regionale e locale che, a braccetto con un ceto burocratico inutile alla sua funzione, ha impedito di metterle in campo con la massima tempestività.

La cancrena della Regione sono le partecipate e tutti i diversi Enti che dovevano essere cancellati e che rimangono ancora in piedi perché non sanno cosa farsene del personale. Qualche mese fa avevamo lanciato l’idea di istituire una Cassa integrazione per i dipendenti pubblici, che in sostanza c’è ed è la Resais Spa, ove trasferire il personale inutile continuando a corrispondergli uno stipendio pari al 60 per cento di quello ricevuto in attesa che possa essere assorbito negli organici normali. Questa proposta è stata ripresa dall’assessore Mario Centorrino, ma sembra che abbia trovato sordi i suoi colleghi di Giunta e il presidente Lombardo.
In Sicilia, c’è carenza di attività produttive, i cantieri sono chiusi, c’è mancanza di liquidità. Col che le imprese sono alle corde. Le soluzioni drastiche ci sono, le abbiamo più volte elencate, e continuiamo a testimoniare che il Governo regionale fa il contrario di ciò che dovrebbe.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Mag
05
2011
Il decreto legislativo 235/10, denominato Cad 2 (nuovo Codice dell’amministrazione digitale) ha introdotto una serie di obblighi a carico dei dirigenti e degli amministratori in ordine alla completa digitalizzazione dei servizi, in modo da: a) dialogare con i cittadini solo per via informatica; b) effettuare i servizi con lo stesso canale; c) inserire nel portale dell’ente tutte le informazioni utili a rendere trasparente l’attività che esso svolge.
Per digitalizzare un ente bisogna preliminarmente redigere il Piano aziendale, che è lo strumento mediante il quale tutte le componenti dell’amministrazione trovano una collocazione funzionale, che consenta di produrre i servizi della migliore qualità al più basso costo.
Il Piano comprende le procedure, che trovano realizzazione nella filiera informatica, la quale ha il pregio di tracciare tutto il percorso. La conseguenza è che ogni operatore di qualsiasi livello viene sempre messo di fronte alle proprie responsabilità.

Il Cad 2 prevede sei tappe: la prima è la sua entrata in vigore il 25 gennaio 2011; la seconda, l’entrata in vigore della Pec per tutti gli uffici pubblici il 25 aprile 2011; la terza, entro il 25 maggio 2011 l’individuazione di un unico ufficio responsabile dell’attività Ict (Information and communication technology); la quarta, entro il 25 luglio 2011 le amministrazioni pubblichino sui propri portali i bandi di concorso; la quinta, entro il 25 gennaio 2012 tutti i documenti dovranno essere dematerializzati, cioè l’abolizione totale della carta; la sesta, entro il 25 aprile 2012 verranno redatti i piani di emergenza per attacchi alla rete informatica, così da garantire la continuità delle operazioni.
Nessuna amministrazione di qualunque livello potrà chiedere al cittadino documenti o certificati che può attingere direttamente alle reti con cui è collegata.
Oltre ai tempi certi prima descritti, sono previste sanzioni per i dirigenti che non ottemperino agli obblighi indicati, per cui sembra che un barlume di responsabilità sia stato inserito in questa norma. Bisognerà vedere se i dirigenti tenteranno di sgattaiolare.
 
Gli obblighi prima elencati valgono anche per la Regione, la quale ha avuto cinque anni di tempo, dall’entrata in vigore del Cad 1 (Dlgs 82/05) per digitalizzare i propri servizi. Ha anche costituito una partecipata, Sicilia e-Servizi. Ma dopo cinque anni, le applicazioni delle procedure si contano col contagocce. Una gravissima responsabilità dei Governi, degli assessori e dei dirigenti generali che hanno fatto arretrare ancor di più la nostra Isola, quando nello stesso tempo le Regioni del Nord si sono attrezzate e stanno completando nei tempi previsti l’iter di digitalizzazione.
La resistenza dei pubblici impiegati siciliani di fronte alla modernizzazione ha una spiegazione precisa: quando le procedure sono sotto controllo, emergono le insufficienze e le impreparazioni; molti che tengono i fascicoli sui tavoli in attesa della telefonata che chiede il favore (anche compensata con la mazzetta) verranno scoperti e si capirà chi fa il proprio dovere e chi fa il proprio interesse.

È il potere politico che ha il dovere di procedere sulla strada della modernizzazione e assume una responsabilità nei confronti dei cittadini quando è omissivo e non controlla che le disposizioni di legge siano osservate.
L’organizzazione mediante il Piano aziendale e la completa digitalizzazione porranno Regione ed Enti locali in condizione di acquisire efficienza, in modo che non possano esservi più scuse di sorta in occasione di comportamenti superficiali di fronte alle richieste che provengono da imprese e cittadini.
Piano aziendale e digitalizzazione evidenzieranno il merito dei pubblici dipendenti e, parimenti, il demerito. Per cui, dovrà essere attuato il sistema premi/sanzioni. Ma questo farà evidenziare la categoria dei fannulloni, dei raccomandati e degli incompetenti, perché un processo virtuoso emargina i viziosi. Di tutti questi, cosa devono farsene Regione e Comuni? Dovranno istituire una sorta di cassa integrazione ove collocarli a metà stipendio, purché se ne stiano a casa. Il contenitore c’è: è la Resais Spa, che paga 1.300 inutili dipendenti, mentre la Regione accende mutui.
Mar
12
2011
Le imprese siciliane sono soffocate dalle inadempienze contrattuali di Regione ed enti locali, che pagano mediamente le forniture di beni e di servizi a 400 giorni dalla data fattura. Se paragoniamo questo lasso di tempo con quello della Regione Lombardia, nostro benchmark (modello), che è di appena 60 giorni, comprendiamo benissimo che oltre alle difficoltà di mercato, le imprese  subiscono un’ulteriore gravosissima e gratuita difficoltà: l’enorme ritardo degli incassi.
Per sopperire ad esso, le imprese siciliane e non, sono costrette ad utilizzare gli affidamenti bancari in modo sbagliato perché, invece, essi dovrebbero essere indirizzati all’aumento del volume di affari o a nuovi investimenti.
Piove sul bagnato. Questo ulteriore onere non ci dovrebbe essere, ma anzi le imprese dovrebbero essere agevolate per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza tassabile. Questo grave handicap, da noi più volte riportato all’attenzione dei lettori, non viene esaminato dalle amministrazioni regionale e locali che invece sono prontissime a pagare gli stipendi dei propri amministratori, dipendenti e consulenti.

Se le imprese piangono, le stesse amministrazioni non ridono. Vi spieghiamo perché. Sui ritardi rispetto alla data di pagamento, i creditori hanno la facoltà di emettere note di debito per gli interessi di mora, che in atto si aggirano intorno all’8%. Dal che si deduce che, salva la mancanza di liquidità, il ritardo dà ai fornitori un beneficio economico.
Ma per i Comuni, gli interessi di mora costituiscono debiti fuori bilancio. Se ad essi si sommano le spese legali ed onorari per eventuali procedure esecutive, tali debiti fuori bilancio aumentano ancor di più. Ma, ancora, bisogna addizionare le controversie legali perse sia per la sorte capitale che per le relative spese. In aggiunta, le sanzioni della Corte dei Conti per danni erariali che, per la Regione in questi ultimi mesi, sono stati per decine e decine di milioni di euro.
I debiti fuori bilancio stravolgono la buona amministrazione dell’ente e stravolgono gli indirizzi e la destinazione di risorse per la costruzione di opere pubbliche e l’incentivazione di attività produttive.
 
Quando un sindaco, per la propria ignavia e la propria incapacità gestionale, paga cifre rilevanti per debiti fuori bilancio, non avendo la possibilità di indebitarsi con le banche (operazione vietata), in un clima di diminuzione dei trasferimenti, non essendo abile ad attivare procedure interne per riscuotere le imposte locali non pagate, né per scoprire gli evasori totali o parziali, è costretto a bocciare le spese per investimenti, con ciò danneggiando fortemente anche un esiguo processo di crescita.
I sindaci che si comportano così debbono essere denominati dall’opinione pubblica come viziosi ed incapaci,  quindi vanno cacciati a furor di popolo per far posto ad altri amministratori onesti e capaci che fanno funzionare bene la macchina amministrativa, pagando con puntualità i fornitori e indirizzando tutte le risorse possibili, tagliate alla clientelare spesa corrente, verso gli investimenti.

Come più volte scritto, il Federalismo attiverà il processo di selezione dei sindaci virtuosi, soprattutto con il decreto legislativo in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ma ancor più cogente sarà il prossimo decreto lgs sulle sanzioni agli amministratori locali, anche con l’interdizione decennale dai pubblici uffici.
Battiamo molto sulla necessità che gli attuali sindaci diventino virtuosi o vengano sostituiti, perché il tessuto siciliano dei Comuni è il più importante della nostra regione. Solo attraverso lo sviluppo del singolo territorio comunale vi potrà essere lo sviluppo dell’intera regione. Mentre la Regione dovrà fare la sua parte facendo riforme quadro e di indirizzo generale, abrogando quelle norme clientelari e assistenziali che non sono proprie dell’ente ma servono solo a perpetuare il clientelismo.
Dal funzionamento organico di Regione e Comuni, nel processo virtuoso, potrà esserci quella svolta fondamentale perché la Sicilia cominci a ridurre il baratro del divario che la separa dalla Lombardia e dalle altre regioni virtuose del Nord. Non che lì non vi siano comportamenti viziosi. Ovunque vi sono le mele marce, ma lì la maggioranza delle mele è commestibile.
Mar
01
2011
Gli amministratori dell’Ama Spa di Roma sono indagati per diverse ipotesi di reato, fra cui quello di abuso d’ufficio, avendo assunto senza concorso più di 800 persone con il cosiddetto metodo della chiamata diretta. Tradotto, significa che i dirigenti hanno inserito nell’organico le persone raccomandate da questo o da quello, non perché ve ne fosse una necessità, bensì per alimentare il metodo del favore. Non sappiamo se questo comportamento equivalga all’abuso d’ufficio. Lo constateremo seguendo l’inchiesta.
Saltando alla nostra Isola, abbiamo assistito in questi ultimi anni alle ingorde assunzioni di migliaia e migliaia di persone sia da parte della Regione che dei Comuni e delle loro partecipate e municipalizzate. Infornate di inutili autisti, uscieri, persone con la terza elementare assunte con contratto a tempo indeterminato.
Se la legge vale per tutti, non si capisce perché le Procure di Palermo e di Catania non abbiano aperto analoghe inchieste, come quella dei loro colleghi della Procura di Roma, perché qui la tipologia di abuso è estremamente più estesa.

Assumere persone che non servono alla pubblica amministrazione è una forma di corruzione, perché si tratta di fare dei favori da cui si aspettano altri favori. Che cos’è lo scambio di favori se non corruzione? Che ci sia anche il pagamento di somme di danaro non è che un aggravante della corruzione.
Proprio per effetto della stessa sono saltati i dittatori di Tunisia ed Egitto, e traballano i regimi algerino e libico. Naturalmente non c’è paragone tra essi e il nostro sistema democratico. Però la corruzione è sempre lì, in agguato, pronta a contagiare con le sue metastasi gli strati buoni della popolazione. Infatti, secondo il principio della legge economica di Gresham, la moneta cattiva scaccia quella buona. Il cattivo esempio si diffonde e contamina gli incerti, quelli che stanno in mezzo al guado.
Non solo la corruzione è una violazione penale e morale, ma è elemento gravissimo che impedisce lo sviluppo. Se un imprenditore paga una tangente per avere un appalto che non gli competerebbe, mette da canto chi è più meritevole di lui.
 
Se in un posto pubblico ci va il raccomandato e non il meritevole, quel servizio funzionerà ampiamente peggio, quindi un danno per la collettività. Se a comandare i vigili urbani c’è un raccomandato e non un competente, il riflesso si vede in tutta la città. E potremmo proseguire con gli esempi.
La corruzione va combattuta energicamente e continuamente. Non si può pensare che siano le Procure della Repubblica, notoriamente sotto organico, a occuparsi di scoprire le magagne della pubblica amministrazione regionale e locale. E allora chi si dovrebbe occupare di farle emergere? La risposta è ovvia: l’amministrazione dell’ente e per essa il suo leader.
Come si dovrebbe combattere? Lo suggeriamo ancora una volta: istituendo il Nucleo investigativo per gli affari interni, che constantemente analizza i comportamenti dei dipendenti dell’amministrazione, per scoprire se vi sono comportamenti omissivi o delinquenziali.

Quando poniamo domande ai capi delle amministrazioni nei Comuni capoluogo o in quelli minori e nelle Asp e Ao, se abbiano o no istituito il Nucleo, ci rispondono sorpresi che non c’è, ma aggiungono sfacciatamente che non ve ne sia bisogno. Gli chiediamo come fanno a sapere che non ve ne sia bisogno se non fanno indagini? Sostenere che non vi siano mele marce è sostenere sicuramente una falsità.
Quanto precede riguarda un comportamento anti-etico di chi amministra, che nei valori dovrebbe avere la propria stella polare. E, invece, basa la propria azione sullo scambio fra favore e bisogno.
Attendiamo notizie dalle Procure siciliane per l’apertura dei fascicoli su chi ha abusato ripetutamente della Cosa pubblica, assumendo personale inutile, senza il vaglio dei concorsi. Attendiamo contestuali iniziative, per appurare se le amministrazioni si siano comportate in conformità all’art. 97 della Costituzione che impone l’imparzialità e il buon andamento delle amministrazioni. Attendiamo anche che i capi delle amministrazioni istituiscano il Nucleo sollecitato.
Dic
30
2010
La questione morale negli Enti locali non è cosa da poco, anzi è preliminare a qualunque azione, politica od organizzativa. Si è reso indispensabile, di fronte al dilagare della corruzione, che ha mille rivoli, porre attenzione (come fino ad oggi non si è fatto) al funzionamento o al malfunzionamento di ogni macchina amministrativa, per ricercarne le cause.
Le principali sono due: inefficienza e corruzione. I sindaci, se volessero rendere efficiente la propria amministrazione, dovrebbero costituire un reparto qualificato denominato affari interni, formato da personale integerimo, per svolgere indagini che portassero alla luce le cause cui prima si accennava. Naturalmente, va distinto il dolo dalla colpa. Nel primo caso, le indagini dovrebbero portare alla denuncia davanti alla Procura competente, con l’esibizione di prove e di riscontri. Non già un’indagine sommaria, ma un’indagine concreta poggiata su prove certe.

Nel secondo caso, quello della colpa, l’indagine dovrebbe puntare a individuare responsabilità da girare alla Corte dei conti, per l’apertura di fascicoli che determinino il danno erariale. In atto, nei 390 Comuni siciliani non esiste nessun nucleo investigativo affari interni, non perché non ve sia bisogno, ma per l’irresponsabilità dei sindaci, i quali preferiscono chiudere un occhio e anche due, per evitare l’insorgere di controversie. Ma così operando vengono meno al loro dovere e alla responsabilità sancita dall’articolo 97 (primo comma)  della Costituzione, il quale obbliga che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Chiediamo ai 390 sindaci come ritengano di ottenere il buon funzionamento e l’imparzialità della loro amministrazione se non individuino le disfunzioni e le malversazioni. è del tutto evidente che se non vengono svolte indagini, né le une né le altre possono emergere, col risultato che vengono nascoste ai cittadini ai quali, invece, per dovere di trasparenza, dovrebbe essere detto tutto. 
Chiediamo ad uno dei 390 sindaci a scriverci il contrario di quanto affermiamo. Gli daremo ampio spazio e lo porteremo come esempio luminoso davanti all’opinione pubblica siciliana.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. La questione è di livello superiore quando è riferita alla Regione. In quell’ambito, voci di corridoio, peraltro consistenti e diffuse, parlano di corruzione e di disfunzioni nonché di parentopoli e amicopoli. Insomma, è diffuso il principio del favore e non quello del servizio. I due principi sono opposti, come il vizio e la virtù.
Certo, non si può dire virtuosa una Regione che non fa emergere davanti all’opinione pubblica i propri panni sporchi e preferisce scopare la polvere sotto il letto per non farla vedere. Poi, ogni tanto,vengono fuori arresti e condanne per il versante delle malversazioni, e condanne di risarcimento di danni per il versante delle disfunzioni.
I casi eclatanti sono la punta dell’iceberg. Bisognerebbe che il ceto politico avesse la forza morale di scavare e portare fuori quello che accade di indecoroso, ma esso stesso deve avere le carte in regola per fare questo. Se per primo dà un esempio negativo, non potrà pretendere che la burocrazia subordinata faccia di meglio.

Nessuno dei presidenti della Regione, che abbiamo conosciuto personalmente negli ultimi 35 anni, si è mai posto il problema della moralità nella Cosa pubblica. Cosicché il sistema è degradato e continua a scivolare su un piano inclinato verso l’inferno. Invece, c’è bisogno di risalire la china per dimostrare ai siciliani la voglia di fare, di far bene e di perseguire esclusivamente l’interesse generale, mettendo molto in subordine quello privato, personale, dei propri amici e dei propri  parenti.
Non vogliamo fare il Girolamo Savonarola (1452-1498) della Sicilia. Non è il compito del giornalista. Ma non possiamo fare a meno di fotografare la situazione di costumi e comportamenti puttaneschi nell’ambito delle diverse pubbliche amministrazioni siciliane.
Anche in questo caso attendiamo smentite mediante esempi positivi di buon funzionamento (per il versante delle disfunzioni) e il risultato di indagini interne che dimostrino come la corruzione sia assente negli Assessorati, negli Enti e nelle Partecipate regionali. A buon intenditor...
Ago
18
2010
Al fresco di Parigi, mi sono letto con attenzione i 63 articoli (e non 56, come ha scritto qualche ignorante) della Manovra d’estate (L. 122/10, entrata in vigore il 31 luglio 2010). Si tratta di una legge complessa che disciplina tante materie. Fra esse ne rileviamo alcune: una serie notevole di norme che bloccano le uscite per spesa corrente di Regioni ed Enti locali. Alle prime sono stati tagliati 5 mld, ai secondi 1,5 mld.
Un capestro è stato inserito a carico dei Comuni che non possono avere una spesa per il personale superiore al 40%. Si aggiungano i vincoli del Patto di stabilità e di spesa corrente, e si conclude come la legge in esame ha messo la camicia di forza a quei Comuni viziosi che avevano fatto del clientelismo (indebite assunzioni in violazione dell’articolo 97 della Costituzione) il loro best seller. I Comuni siciliani che sforano i limiti previsti non solo non riceveranno gli importi eccedenti, ma riceveranno in meno pari importo dai trasferimenti statali: un’ecatombe. 

I 390 sindaci siciliani non avranno ancora letto la Manovra d’estate, preoccupati di fare le vacanze. Ma appena torneranno in sede si accorgeranno che i loro vizi dovranno essere trasformati in virtù a tamburo battente, pena la dichiarazione di dissesto. Naturalmente, vi sono sindaci virtuosi che non hanno nulla da temere dalla scure che si abbatterà solo su chi si è comportato da cicala.
Un’altra mannaia importante è caduta sugli apparati politici con l’abolizione dei gettoni ai consiglieri circoscrizionali, il taglio delle indennità ai consiglieri comunali e la riduzione dei costi degli apparati amministrativi, che devono seguire logiche di efficientismo (un neologismo introdotto nella legge) anche col divieto di spese per sponsorizzazioni e con l’introduzione di sanzioni a carico di dirigenti che violano le disposizioni previste.
L’Agenzia autonoma per la gestione dell’albo dei segretari comunali e provinciali è stata abolita (art. 7, c. 3 ter). Ma è una abolizione di facciata perchè il personale in servizio e le spese sono trasferite al ministero dell’Interno.
Questa legge fa continuo riferimento alla L. 133/08 che è stata la prima manovra estiva ad inaugurare il nuovo corso. Vi è tutta una parte che riguarda la riduzione delle spese per la sanità soprattutto a carico dei farmaci (industrie, grossisti e farmacisti).
 
Una novità in materia di trasparenza è introdotta dall’art. 18 c. 4, lettera a, secondo il quale l’Agenzia delle entrate mette a disposizione dei Comuni le dichiarazioni dei redditi dei contribuenti in essi residenti.... Si può dedurre, per conseguenza, che tali dichiarazioni, ai sensi dell’articolo 42 della citata legge 133/08, siano a disposizione di tutti.
Una novità riguarda la Sicilia. In anticipazione del federalismo fiscale. L’art. 40 c. 1, prevede che essa può modificare le aliquote dell’Irap fino ad azzerarle e/o disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei riguardi delle nuove iniziative produttive. Ecco un concreto esempio di perequazione fiscale. La Regione però deve trovare il modo di tagliare le spese per azzerare l’Irap. Se non lo facesse dimostrerebbe a tutto il tessuto economico produttivo che non è capace di gestire la Cosa pubblica se non mantenendo una tassa iniqua quale è l’Irap.

È indetto il 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni (art. 50) sul quale sono investiti oltre 200 milioni annui dal 2011. Vi è una riduzione di imposte sulle somme erogate ai lavoratori dipendenti del settore privato correlate a incrementi di produttività, qualità, innovazione ed efficienza organizzativa.
Soprassediamo su tante altre disposizioni interessanti comprese quella che taglia alla Sicilia trasferimenti per 500 mln. Da questo si deduce l’annuncio dell’assessore all’Economia, Michele Cimino, che dovrà fare, anche lui, una manovra tendente a tagliare spese per altrettanto importo. Con un indebitamento superiore ai 4 mld e col Bilancio ingessato da ammortizzatori sociali, sprechi e sperperi di ogni genere, compreso l’iniquo costo dell’Assemblea regionale siciliana (170 mln contro 72 del Consiglio regionale della Lombardia), Cimino avrà vita dura perché tenterà di tirare il lenzuolo da un lato scoprendo inevitabilmente l’altro.
Eppure, confidiamo nella sua abilità di far quadrare i conti senza ricorrere ad ulteriori indebitamenti, ma anzi stornando una cospicua parte delle spese correnti per destinarle ad investimenti. Gli ricordiamo che per ogni miliardo investito si creano 10 mila posti di lavoro. Produttivo, non assistenziale e clientelare.
Giu
12
2010
Ritorniamo su una notizia priva di conferme. Essa riguarda i tagli che ha previsto il Dl 78 del 31 maggio 2010, cioè la manovra finanziaria 2011 e 2012. 
Si assume da tante parti interessate che i minori trasferimenti agli enti locali comporteranno tagli ai servizi sociali oppure costringeranno ad aumentare le addizionali Irpef comunali. Le affermazioni sono prive di fondamento, perché fra gli oltre ottomila Comuni italiani vi sono quelli virtuosi e quelli viziosi. Quelli cioè che spendono bene le risorse pubbliche e gli altri, quasi tutti ubicati nel Sud, che le spendono male. Gli sprechi sono tali e tanti da indignare i cittadini. 
La manovra ha il difetto di fare un taglio lineare, non distinguendo i Comuni virtuosi da quelli viziosi, e questo è male. Avrebbe dovuto invece operare in base a parametri per cui i primi avrebbero dovuto ricevere quanto prima o di più, mentre i secondi avrebbero dovuto ricevere ancor meno di quanto riceveranno. 
 
Per venire ai nostri 390 Comuni, sfidiamo un solo sindaco a trasmetterci non già il bilancio preventivo 2010, peraltro ancora non approvato, ma il Piano industriale, strumento fondamentale di una pubblica amministrazione. Con esso si determinano numero e qualità dei servizi e, conseguentemente, numero e qualità di figure professionali necessarie alla loro produzione, risorse finanziarie occorrenti, strumenti, innovazione e quant’altro perché un’organizzazione sia efficiente e produttiva dei massimi risultati a parità di risorse impiegate. 
Ribadiamo ancora una volta che l’organizzazione non è patrimonio delle imprese private. Qualunque ente pubblico deve dotarsene al miglior livello professionale. Molti Comuni hanno assunto con contratto privato il cosiddetto city manager, che avrebbe le funzioni di direttore generale. Ma, per quanti sforzi abbiamo fatto con le nostre inchieste, non siamo riusciti a farci dare anche solo da uno di essi il Piano industriale. 
Vi è poi un’altra questione che ci fa affermare come i Comuni siciliani siano grassi grassi e non in miseria. E si tratta di una questione sulla quale ha speculato la classe politica. 
 
L’enorme quantità di personale è inutile in quanto non misurata dal Piano industriale. L’amministrazione di Catania ha 3.700 dipendenti, quella di Bari 2.000. 1.700 dipendenti in meno comporterebbero per la città etnea un risparmio di circa 80 milioni di euro. 
Il terzo, ingiustificato lamento dei sindaci siciliani riguarda le entrate, che sono diminuite con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma essi non hanno comunicato l’enorme evasione che c’è dell’altra Ici (su seconde case, immobili commerciali, industriali e altri), anche perché pochi Comuni si sono collegati stabilmente con l’Agenzia del Territorio, ove sono iscritti tutti gli immobili regolari insistenti su ogni comune. 
Vi è poi la questione degli immobili-fantasma, una vergogna a disdoro delle stesse amministrazioni comunali e soprattutto del Corpo dei Vigili urbani. Com’è possibile che nei territori dei 390 Comuni vi siano all’incirca 300 mila immobili sconosciuti alle relative amministrazioni? Dove sono stati i vigili urbani questi decenni? Hanno fatto sempre come le scimmiette? E cosa hanno fatto i relativi assessori?
 
A noi sembra che vi sia stata una grande connivenza nel tutelare i cattivi cittadini che hanno edificato senza le opportune autorizzazioni comunali, ma anche quei cittadini che hanno edificato con le autorizzazioni e poi, però, non hanno registrato gli immobili al catasto. 
E che dire dell’enorme evasione della tassa sulla raccolta dei rifiuti e sulla morosità degli altri servizi comunali o sovracomunali per la somministrazione di acqua? In qualunque settore delle amministrazioni comunali si trovano inefficienze e spese ingiustificate. Per esempio i servizi sociali, per assistere anziani e malati, consumano il 90 per cento delle risorse per gestire apparato e dipendenti;  solo il 10 per cento delle spese va ai beneficiari. 
La mentalità a monte di quanto descritto va ribaltata con urgenza. La cura dimagrante dei Comuni siciliani potrà trovare compensazione nell’efficienza dell’organizzazione dei servizi, che vanno potenziati senza aumentare le imposte.
Nov
26
2009
La falsa informazione che gira nell’opinione pubblica siciliana è che, nella nostra Isola, il lavoro non c’è. Proprio martedì abbiamo pubblicato un’inchiesta dalla quale emerge come in Sicilia il lavoro ci sia, quantificando in circa 20 mila le opportunità. Naturalmente il lavoro per i professionisti, le persone competenti, coloro che sanno fare e non per chi possieda inutilmente diplomi, lauree, attestati regionali e simili che non sono indicatori di capacità.
In Sicilia, in questi decenni, un cattivo ceto politico ha diffuso l’idea che gli incapaci e gli incompetenti potessero trovare un posto e uno stipendio in una qualunque pubblica amministrazione. Di fatto, hanno promosso l’intasamento degli organici della Regione e degli Enti locali facendo assumere, seppure con contratti a tempo determinato, tanta gente priva dei requisiti. Il clientelismo diffuso che si è verificato ha avuto lo scopo di piazzare propri galoppini e clienti dentro gli uffici pubblici, facendo saltare a piè pari l’obbligo di passare attraverso i concorsi previsti dall’art. 97 della Costituzione.

Ora, noi non sosteniamo che tutti i precari non abbiano competenza, tutt’altro. Conosciamo tanti dipendenti che sono bravi e capaci e, se avessero partecipato ai concorsi, li avrebbero superati agevolmente. Con ciò ottenendo una validazione delle proprie capacità. Siamo convinti che tanti precari che si trovano nelle pubbliche amministrazioni siciliane sarebbero contenti di potere partecipare oggi ai concorsi, perché così verrebbe meno la tara di essere entrati per raccomandazione e privilegio.
Di questo si tratta, infatti, proprio di privilegio. Nessuno può smentirci sul punto che tutti coloro che sono stati immessi nei ruoli, seppure a tempo determinato, vi si trovino al posto di tanti altri siciliani. Qual è stato l’elemento che li ha fatti entrare al posto di altri? Non certamente la professionalità, perché la chiamata diretta non ne ha bisogno. Non certamente la competenza, perché nessuno di essi ha fatto corsi veramente specifici.
 
E allora non resta che il requisito dello scambio fra voto e bisogno. Un requisito becero e vile perché ha come base lo sfruttamento della persona umana e delle proprie aspettative. Il peggio di quanto scriviamo è che, a fronte di tanti privilegiati entrati, vi sono stati tanti altri siciliani esclusi dalla competizione.
Tutto ciò in nome di una supposta disoccupazione che ha indotto coloro che cercavano il consenso, soprattutto in occasione delle elezioni, a utilizzare Enti locali, enti economici pubblici e società partecipate come ammortizzatori sociali, con ciò confondendo l’attività degli stessi, che è quella di produrre servizi per i cittadini, con l’altra dell’assistenza ai bisognosi che deve essere a carico della fiscalità generale. Naturalmente ci riferiamo ai veri bisognosi, non a fannulloni e nullafacenti che prendono uno stipendio per stazionare nelle segreterie politiche.

I cattivi politici (vi sono quelli bravi, competenti e onesti) hanno il vizio del “poltronificio”. Perciò, non contenti di aver intasato gli organici degli enti locali, hanno inventato società a capitale pubblico di ogni tipo per metterci dentro Consigli di amministrazione numerosi, Collegi di revisori corposi, consulenti inutili di ogni genere e tipo e altre figure che hanno alimentato il parassitismo che grava sulle casse pubbliche. Parassitismo che viene riversato pari pari sulle tasche dei cittadini.
Quando sentiamo amministratori locali che si lamentano a voce alta di non avere risorse, li redarguiamo anche pubblicamente, perché dicono parziali menzogne. Basterebbe che si preoccupassero di riorganizzare i servizi, inserendo i valori di merito ed efficienza; basterebbe che dimensionassero il numero delle figure professionali occorrenti alla produzione dei medesimi servizi; basterebbe che tagliassero poltrone di assessori, Cda, revisori, consulenti e altri ed ecco che magicamente le risorse emergerebbero e con le stesse si potrebbe realizzare quel parco progetti che dovrebbe costituire il cuore propulsivo di ogni Ente locale. Meditate, sindaci, meditate.
Nov
21
2009
Ci sarebbe da ridere, se non fosse che invece c’è da piangere. Moltissime piccole e medie imprese siciliane debbono farsi affidare crediti dalle banche per finanziare le forniture alla Regione e agli Enti locali siciliani. A livello nazionale, si stima che la pubblica amministrazione debba alle imprese oltre 60 miliardi di euro. Nella nostra Isola, tale stima indica la cifra di circa 4 miliardi, di cui 1,6 sono nel sistema confindustriale.
Che le Pmi debbano trovarsi fra l’incudine (gli Enti locali-clienti) e il martello (le banche) è un ulteriore elemento di pesantezza dello scenario economico, le cui spese sono anche addebitate ai dipendenti che, a differenza di quelli pubblici, svolgono un’attività produttiva e per ciò stesso dovrebbero guadagnare di più.
Invece, i dipendenti pubblici sono scarsamente produttivi, ma incassano regolarmente gli stipendi; quelli privati, che sono produttivi, incassano con difficoltà i loro stipendi anche per effetto dei ritardi dei pagamenti degli enti pubblici nei confronti dei loro datori di lavoro.

Una situazione poco commendevole, perché è conseguente alle scellerate azioni di un cattivo ceto politico che ha ingolfato Regione ed Enti locali con inutili dipendenti, inseriti in una quantità enorme rispetto, per esempio, alla Lombardia. Là vi sono 1546 Comuni e 9 milioni di abitanti contro i 390 Comuni e i 5 milioni di abitanti siciliani. Questo cattivo ceto politico, che ha scambiato il voto col bisogno, ha trasformato di fatto gli Enti locali in ammortizzatori sociali, ha diffuso la pessima mentalità che si può non lavorare e tuttavia incassare uno stipendio (deresponsabilizzando i dipendenti) e, peggio ancora, fa credere all’opinione pubblica che le risorse da spendere in servizi sociali non ci sono.
Menzogne e fandonie che stentiamo a trovare nella stampa e nelle televisioni regionali, che fanno il loro mestiere di diffusione dei fatti di cronaca ma, forse, dovrebbero attivare inchieste. È necessario che l’opinione pubblica sia servita da un’informazione con la schiena dritta.
 
Regione ed Enti locali siciliani, pagate i vostri 4 miliardi di debiti e date fiato alle imprese che così possono pagare a loro volta i propri dipendenti. Fatevi prestare voi i soldi dalle banche, le quali verranno alleggerite, dall’altra parte, di affidamenti a imprese. Si tratta di una partita di giro, con effetti benefici per tutti che, però, non prende quota per la irresponsabilità dei vertici istituzionali, regionali e locali.
Il Parlamento regionale ha approvato la legge 6/09, che all’art. 14 prevede la possibilità di consentire alle imprese creditrici di cedere il proprio credito pro- soluto alle banche. A distanza di oltre sei mesi non è stata redatta alcuna convenzione fra Regione e istituti di credito per rendere operativa quella buona legge. Un ritardo colpevole per un’operazione a costo zero. Infatti, non vi sarebbero oneri per la Regione e d’altra parte le banche avrebbero l’interesse a fare quest’operazione in quanto diventerebbero creditrici di interessi di mora nei confronti degli enti debitori con una misura rilevante, pari a circa l’8 per cento .

L’assessore regionale al Bilancio e il dirigente generale dovrebbero attivare rapidamente queste convenzioni, ma non ci risulta che siano state preparate le bozze. Qui pubblicamente chiediamo ad alta voce che l’assessore e il dirigente si adoperino in tempi brevissimi ad indire una riunione con le dieci banche più rappresentative in Sicilia (piccole o grandi) per la firma di tali convenzioni, in modo da consentire alle imprese di smobilizzare i loro crediti in coincidenza delle prossime festività. In quel periodo, da un canto e inopinatamente, la ragioneria generale chiude i rubinetti e, dall’altro, per le imprese, vi sono oneri straordinari portati da tredicesime e spese di fine anno.
Non sappiamo se i tempi europei da noi richiamati trovino sensibilità nei responsabili istituzionali di Regione ed Enti locali. Tuttavia, l’emergenza liquidità esiste e sarebbe da sordi far finta di niente. In soccorso di costoro ricordiamo la bella e vecchia canzone dell’indimenticabile Giorgio Gaber: Quasi quasi mi faccio uno shampoo.
Nov
07
2009
Sembra monotono ripetere continuamente che è indispensabile, per la pubblica amministrazione regionale e per quella degli enti locali, elencare con precisione quali servizi debbano essere erogati da ogni dipartimento, in che quantità e in quali tempi. In altre parole, è indispensabile che vengano soddisfatte esigenze cognitive, cioè sapere con esattezza che cosa il dipartimento debba fare, quando lo debba fare e con quali risorse professionali e finanziarie. Quanto prima descritto è l’essenziale del Piano industriale o più precisamente Pops (Piano organizzativo per la produzione dei servizi).
Sembra anacronistico e fuori da ogni logica organizzativa la determinazione delle figure professionali (quantità e qualità) senza prima determinare i servizi (qualità e quantità).
È indispensabile che sia la Regione che gli enti locali approvino il Pops e lo pubblichino con immediatezza sui rispettivi siti, in modo che i siciliani possano comprendere se sono amministrati da persone competenti o meno.

I piani così determinati comportano una secca riduzione di risorse necessarie e, quindi, risparmi adeguati sulla spesa corrente e liberalizzazione di risorse finanziarie. Con esse, Regione ed enti locali sono nella condizione di effettuare investimenti in infrastrutture e strutture interne tali da rendere fruibili meglio tutti i servizi. Prima fra queste è la completa informatizzazione di tutti gli uffici, per cui il dialogo fra dirigenti e dipendenti e fra dipendenti e dipendenti, sia a livello centrale che a livello periferico, avvenga esclusivamente per via telematica. Insomma, l’abolizione totale della carta, per la quale gli enti siciliani spendono molti milioni di euro, che si risparmierebbero.
Siccome c’è la caccia al risparmio, non si vede perché non dovrebbero muoversi in questa direzione i dirigenti generali .
 
A proposito dei quali, abbiamo preso atto che i primi 17 sono stati nominati e sono andati a gestire 9 Asp (Aziende sanitarie provinciali) e 8 Ao (Aziende ospedaliere e Policlinici). Il Governo regionale ha tenuto a far sapere che la scelta di questi 17 dg, fra i circa 300 inseriti nell’elenco degli ammessi, è stata effettuata sulla base dei requisiti professionali posseduti da ciascuno e, dunque, essi sono i migliori dell’elenco.
Se è così, lo devono dimostrare a breve, inserendo sui rispettivi siti il Piano industriale di ogni Asp o Ao, suddiviso per servizi, indicando le figure professionali necessarie alla produzione degli stessi. E lo devono dimostrare restando rigorosamente nei binari del loro bilancio preventivo, sforando il quale vanno dichiarati decaduti ipso facto per incompetenza.
La questione che poniamo è di metodo e, dunque, non c’entrano le persone fisiche. Chi sta dentro i binari dell’efficienza e dell’efficacia va premiato, chi sta fuori va cacciato.

Con la legge regionale n. 19 del 16/12/2008, le competenze degli assessorati sono variate, dal 1° gennaio 2010. I dipartimenti scendono a 28 e verranno nominati 28 direttori generali a capo di essi. La ricomposizione dei dipartimenti all’interno dei 12 assessorati per competenza ci sembra abbastanza razionale, anche se si poteva fare qualcosa di meglio. Ma il meglio, come si sa, è nemico del buono.
I ventotto dg avranno il compito di far partire la macchina e farla andare a pieno regime nel corso di qualche mese. Preliminare anche in questo caso è la redazione del Piano industriale, senza del quale non si saprebbe verso quali obiettivi farla muovere. Al riguardo, vi sono alcune importanti direttive del Presidente della Regione (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 7 agosto 2009) e verosimilmente ve ne sarà una quarta prima della fine dell’anno, alle quali i dg devono attenersi, pur disponendo di un’autonomia senza della quale non potrebbero far vedere le loro capacità.
Infine, c’è la questione degli esuberi, cioè di quei dipendenti che all’interno dei singoli Piani industriali dei dipartimenti non servono. Gli esuberi vanno trattati come assistenza sociale e non come servizi pubblici.