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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Euro

Ago
23
2011
E venne il momento in cui la Casta politica ha finito di scherzare. Esso parte dal Patto di stabilità del 25 marzo, chiamato Europlus, e continua con la speculazione che si è dimostrata un toccasana perchè ha provocato come effetto indiretto la formulazione della cosiddetta regola d’oro.
Essa consiste nell’obbligo, per i 17 Stati sovrani che aderiscono all’area Euro, di rispettare i parametri di Maastricht (del 7 febbraio 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993) e cioè il disavanzo annuale massimo del 3 % se il debito pubblico sul Pil non supera il 60 %.
Siccome così non è per quasi tutti gli appartenenti, ecco che si impone almeno il pareggio di bilancio, cioè la regola d’oro. L’Uem, scottata dalle inadempienze dei propri partners, ha inserito una sanzione fortissima: il Paese che non applica la regola d’oro non avrà trasferiti i fondi previsti per esso. Ovviamente questo cappio si riversa a valle all’interno di ogni stato.

E veniamo al Bel Paese. Tremonti non poteva tagliare il disavanzo annuale di colpo. Ha provato a fare il furbo con la prima manovra 2011 (legge 106 del 12 luglio), ha corretto il tiro con la seconda manovra (legge 111 del 15 luglio) e, infine, non essendo bastate le correzioni delle prime due ha calato il carico da 90 con il decreto legge 138 del 13 agosto, terza manovra correttiva. Si tratta di constatare, nel processo di conversione, se i saldi rimarranno invariati, come proclamano tutte le parti politiche di maggioranza e opposizione, restando da discutere e definire le variazioni all’interno di essi.
Mercoledì 17 agosto, ad accogliere il decreto legge in Senato, c’erano undici pellegrini i quali non sapevano se definirsi rispettosi del loro ruolo o poveri fessi che avevano lasciato le vacanze per onorare l’impegno e gli oltre 20 mila euro al mese che percepiscono, spesso indegnamente.
In ogni caso le Commissioni, oggi, hanno cominciato l’esame del Dl 138 che dovrebbero esitare in settimana, in modo da passarlo alla Camera con un testo blindato su cui, verosimilmente, il Governo porrà la fiducia. Se la conversione in legge si concluderà entro il 31 agosto, bisognerà dare merito al ceto politico nazionale ed in maggior misura alla maggioranza che ha superiori responsabilità.
 
Vi è una considerazione sull’economia mondiale. Le nazioni che stanno crescendo velocemente (Brics, oltre alla Corea del Sud e Taiwan) stanno dando benessere a centinaia di milioni di persone creando posti di lavoro e ricchezza. La cosiddetta parte avanzata delle Nazioni, quella occidentale ed il Giappone, invece, non cresce, langue, non crea nuova ricchezza, nè nuova occupazione. Però sono questi Paesi che hanno in mano le leve dell’economia e della finanza mondiale. L’Fmi ai francesi con Christine Lagarde, la Banca mondiale agli americani con Robert Zoellick. Questo scenario fa vedere come i bravi sono sudditi e gli incapaci sono dirigenti. Lo stato di fatto non durerà a lungo perchè gli squilibri creeranno tensioni a livello mondiale.
Ritorniamo al nostro Paese per ricordare ancora una volta i cinque macigni sotto i quali gli italiani vivono malissimo.

Primo. L’evasione fiscale ha raggiunto i 275 miliardi di imponibile che comporta un’evasione di 60 miliardi di Iva e 60 miliardi di altre imposte. Secondo. La corruzione, in base alla Corte dei Conti, grava per 60 miliardi. Terzo. L’Istat ha appena pubblicato che l’economia sommersa è di 275 miliardi. Essa crea concorrenza distorta ed iniquità fra cittadini. Quarto. Criminalità organizzata: è stato stimato dal settimanale francesce L’Express che il volume d’affari in Italia sia di 120 miliardi. Anche in questo caso l’infiltrazione mafiosa nelle attività economiche comporta distorsione ed iniquità. Quinto. La burocrazia ha un costo di 60 miliardi per la sua lentezza e farraginosità, per la sua endemica disorganizzazione e per la sua incapacità di dare risposte in tempo reale a tutte le istanze di cittadini e imprese.
Come ben si vede il ceto politico, in 60 anni, ha accumulato, pietra su pietra, questi cinque macigni. Smontarli è estremamente difficile ma indispensabile. Ripetiamo che il nodo scorsoio dell’Europlus stringe irrimediabilmente.
Guai a pensare che si possa continuare a nicchiare come hanno fatto i politici in questi ultimi trent’anni.
Mag
14
2010
Dieci ore di riunione notturna hanno portato il Consiglio dei ministri finanziari dell’Ue a stabilire un paracadute contro gli speculatori finanziari, da usarsi continuamente e, fin da ora, per la gravissima situazione della Grecia e le gravi situazioni di Portogallo, Spagna e Irlanda.
Un fondo di enormi dimensioni, quasi come quello approntato da Obama per fronteggiare la crisi degli Usa, che costituisce una barriera fortissima contro gli speculatori. Questi, che pur agiscono legittimamente dal loro punto di vista, guadagnano approfittando della situazione di debolezza della moneta di questo o quel Paese. Si tratta di spuntare le loro armi in modo da far distogliere l’attenzione dall’area Euro.
La protezione che il fondo darà ai 16 membri dell’Euro è composta sia da fondi europei dei singoli Stati che da fondi della Bce e da un altro del Fondo monetario internazionale. L’insieme delle risorse verrà utilizzato di volta in volta non appena si presentino le necessità.

La protezione che vi abbiamo descritto ha un risvolto piuttosto rigoroso e cioè quello di imporre a ciascun Stato membro dell’Uem regole più cogenti per controllare il deficit annuale e conseguentemente l’andamento del debito pubblico.
Ricordiamo che due dei tre parametri di Maastricht prevedono un massimo del 3% di disavanzo annuale e un massimo del 60% del debito sul Pil. L’italia ha chiuso il 2009 con un disavanzo di oltre il 5% e con il debito pubblico di oltre il 116%.
Da tenere presente che tale debito grava sul bilancio annuale con oltre 80 miliardi di interessi. Se fosse dimezzato libererebbe metà di tali interessi, cioè 40 mld, i quali potrebbero essere destinati allo sviluppo mediante infrastrutture e attività produttive.
Si tratta di un cappio vero e proprio, che ogni Stato non in regola con i conti dovrà mettere alla propria spesa, che dovrà essere tagliata nella parte corrente se, contemporaneamente ai sacrifici, si vuole innestare un processo virtuoso di sviluppo. Tale processo si mette in moto con appropriati investimenti e stimoli delle attività produttive.
 
Per venire al Belpaese, radiografando la spesa corrente da Nord a Sud, ci accorgiamo che proprio nel Meridione essa è quasi doppia di quella del Nord. Sarà dunque inevitabile che i tagli colpiranno tale spesa improduttiva e spesso clientelare per riportare i parametri a quelli del Nord. Bisognerà evitare che i tagli siano orizzontali. Per far ciò è necessario modulare l’operazione chirurgica in modo da eliminare le sacche di sprechi, gli inutili costi della politica (tagliando le province e numero di parlamentari, auto blu, consulenti e annessi).
La spesa corrente si è dilatata al Sud soprattutto per effetto di un metodo sbagliato di ricerca del consenso, basato sullo scambio tra voto e bisogno. Un processo a vite senza fine che ha avuto come effetto l’arretramento delle otto regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali. Il divario non solo non diminuisce ma aumenta.

Ribadiamo ancora per l’ennesima volta che, per ogni miliardo destinato allo sviluppo, si mettono in moto 10 mila posti di lavoro. È perciò in questa direzione che si deve muovere la spesa pubblica qui in Sicilia. La Regione non deve dare contributi ma prendere a proprio carico interessi di finanziamenti a progetti imprenditoriali, lasciando al sistema bancario la valutazione degli stessi. Due comportamenti che, se attuati immediatamente, possono mettere nelle condizioni di invertire a “U” la linea sciagurata fin qui seguita da tutti i governi regionali del dopoguerra.
Bisogna mettere a reddito subito,  mediante progetti cantierabili, il ricchissimo patrimonio archeologico, ambientale, culturale, paesaggistico. Bisogna intervenire con stimoli e finanziamenti alla ricerca nel settore agricolo, in quello industriale e dei servizi avanzati. Bisogna spendere efficacemente le centinaia di milioni della formazione per insegnare ai partecipanti quelle competenze in modo da renderli idonei al mercato. Ecco alcune indicazioni sulle quali governo e maggioranza regionali dovrebbero prendere subito adeguate iniziative.