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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Evasione Fiscale

Nov
08
2011
Com’è noto, la questione dell’evasione è il più importante dato contro cui tutto il popolo italiano si dovrebbe scagliare, perché mancano all’appello, per stima universale, 120 miliardi di imposte. Recuperandole, si potrebbe abbattere una quota del debito pubblico e, contemporaneamente, attivare lo sviluppo.
La leggenda metropolitana diceva che la maggiore evasione si trovasse al Sud, mentre recenti rapporti della Guardia di Finanza dicono che un’impresa su tre, nel Veneto, evade parzialmente o totalmente le imposte. Ovviamente, questo accade perché manca il controllo capillare dei cittadini e vi è un senso comune che fa apparire gli evasori come furbi.
Ma i furbi sono disonesti: nei Paesi anglosassoni gli evasori sono indicati al pubblico ludibrio, in quelli asiatici, addirittura, vengono posti ai margini della società. Da noi bisogna ribaltare il principio che chi non paga le tasse è furbo, dichiarandolo incivile e parassita perché, comunque, utilizza i servizi pubblici pagati con le tasse altrui.

Confindustria nazionale ha fatto una campagna per applicare il proprio Codice etico. Essa consiste nell’espellere le imprese in odore di mafia, quando sono riconosciute collaterali alle organizzazioni criminali.
È ormai pacifico che le mafie sono in tutte le regioni d’Italia, con prevalenza in quelle ove si genera maggiore ricchezza. Tuttavia, bisogna riconoscere che nelle tre regioni del Sud (Sicilia, Calabria e Campania), l’organizzazione criminale è più radicata.
Ed ecco che Confindustria Sicilia, presieduta da Ivan Lo Bello, ha applicato ancora una volta il Codice etico, procedendo all’espulsione di propri associati vicini alla mafia. Plauso a Confindustria, non altrettanto si può dire di altre organizzazioni datoriali che non hanno o non applicano il Codice etico per l’espulsione delle imprese mafiose. Saremmo lieti di ospitare smentita su quanto scriviamo.
L’evasione non può essere estirpata in maniera radicale se non si adotta la trasparenza completa, secondo cui ogni cittadino deve essere in condizione di conoscere il reddito complessivo del suo vicino di casa attingendo al sito internet appositamente creato nel Comune di appartenenza. E questo non è stato ancora realizzato.
 
Se non vi è un controllo capillare, cittadino per cittadino, è difficile che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza possano andare a scoprire con tempestività i furbetti e i disonesti che non pagano le tasse.
In questo versante, né Confindustria né altre organizzazioni del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura, hanno attivato alcun deterrente. è deprecabile il silenzio sull’evasione tributaria, contributiva e previdenziale, perché non viene dato un segnale forte e chiaro che è cambiato il vento e che, date le ristrettezze finanziarie dei bilanci pubblici, proprio tutti i cittadini devono pagare le imposte.
Solo chi paga tutte le imposte ha diritto di chiamarsi cittadino. Quelli che vegetano nel sottobosco, invece, sono dei minus habens che speculano su rendite di posizione, violando i principi di uguaglianza e di progressività tributaria previsti dagli articoli 3 e 53 della Costituzione.

Sarebbe opportuno che Confindustria aggiungesse nel proprio Codice etico una norma che preveda l’espulsione dei propri associati che evadono le imposte, almeno al di sopra di una certa soglia.
Sarebbe altrettanto opportuno che la famigerata norma dell’ultima finanziaria (art. 1, comma 12 ter, lettera e, della L. 148 /11) venisse emendata per trasformare gli elenchi dei contribuenti, da pubblicare sui siti dei Comuni, da forma aggregata in forma individuale.
Abbiamo inoltre segnalato l’opportunità che nella nuova Carta d’identità elettronica (Cie) oltre ai dati anagrafici e quelli sanitari vengano inseriti i dati tributari e previdenziali, cioè relativi al reddito degli ultimi tre anni e ai contributi dell’ultimo triennio.
Queste riforme possono essere fatte senza alcun costo per lo Stato, ma avrebbero il vantaggio di educare i cittadini a confrontare il reddito del proprio vicino di casa con il suo tenore di vita e segnalare le eventuali anomalie al 117 della Guardia di Finanza. Non si tratta di delazione, ma di una normale azione civica di chi vede che un passante getta sul marciapiede la carta e gli dice di raccoglierla e di metterla nell’apposito cestino pubblico.
Ott
22
2011
Quando si è ipotizzato di far scendere il livello per le transazioni in contanti a 500 euro, Berlusconi ha detto di no, giustificando con il fatto che questo non è uno Stato di Polizia. Che c’entra questa considerazione con l’abitudine a usare i contanti, spesso per  evitare le imposte e quindi facilitare l’evasione? La deduzione è che a Berlusconi interessano gli evasori, anche quelli piccoli, perchè ognuno di essi esprime un voto, esattamente come chi paga le imposte fino all’ultimo centesimo.
Il nostro è un Popolo di Evasori. Non si giustificherebbe in altro modo l’enorme massa di imposte che non viene pagata e stimata uniformemente in 120 miliardi. Se tutti pagassero le imposte, in modo da annullare tale importo, la pressione fiscale diminuirebbe e l’onesto contribuente pagherebbe di meno. A riguardo, sarebbe opportuno che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse i certificati di buona condotta a coloro che fanno il proprio dovere fiscale.

Seppur la legge 241/90 e la legge 133/2008 prevedessero il deposito degli elenchi in ogni Comune con il nome, cognome e reddito complessivo dei cittadini, la volontà pro-evasori di Berlusconi ha fatto annacquare i due provvedimenti, anche se non li ha abrogati, con l’ultima manovra (Legge 148/2011). Essa ha previsto la pubblicazione on line, nei siti dei Comuni, dei dati aggregati, relativi alle dichiarazioni dei redditi, con riferimento a determinate categorie. Tuttavia, anche in questo caso, ha messo un impedimento costituito dall’emissione di un Dpcm, il quale dovrà disciplinarne le modalità.
Anziché andare in favore degli evasori, il Governo avrebbe dovuto consolidare la norma esistente sulla pubblicità dei redditi ed aggiungere la possibilità di inserire nella tessera del codice fiscale, di ognuno di noi, il reddito complessivo degli ultimi tre anni. Questo avrebbe semplificato l’attività di tanti altri settori della Pubblica amministrazione, nell’ erogazione di agevolazioni di varia natura, perchè il rilevamento del reddito attraverso tale tessera, si sarebbe effettuato in tempo reale.
Bisogna scoprire le carte ai falsi moralizzatori e dire, apertis verbis, che l’evasore è disonesto, incivile e asociale.
 
Nei Paesi anglosassoni i cittadini hanno l’orgoglio di dichiarare le imposte che pagano, conseguenti a quanto guadagnano. Ogni cittadino può controllare i redditi dei propri concittadini. Si tratta di una concezione sociale serena. Nessuno pensa che controllare quanto guadagna il vicino comporti un’ingerenza nei fatti altrui, perchè le imposte che paga quello, gli danno il diritto di essere un cittadino.
In Italia, anche ad alti livelli, ci si vanta della furbizia di essere evasori o di fregare lo Stato, come se lo Stato non fossimo noi. Sono proprio coloro che si trovano nei posti di più alta responsabilità che debbono dare l’esempio di correttezza e di onestà fiscale. Come è pensabile che fra cittadini onesti ancora possano circolare le mazzette da 500 euro?
La banalità che si usa dire è anche un’incontrovertibile verità: se tutti pagassero le imposte, chi le paga se le vedrebbe ridotte. Vi è una seconda verità: se le imposte incassate sono ben spese, secondo criteri di essenzialità, efficienza ed organizzazione, si otterrebbero maggiori servizi, di migliore qualità e probabilmente notevoli risparmi.

Sono stati denominati i furbetti del quartierino alcuni arrampicatori sociali ed economici. Che dire dei furbetti dell’evasione che anziché pagare le imposte si comprano ville e barche ed hanno un tenore di vita sproporzionato ai redditi dichiarati? è vero, dal primo luglio è entrata in vigore la norma chiamata spesometro, che consente agli enti accertatori di imputare a reddito, sottoposto ad imposte, quella ricchezza emergente da beni e comportamenti non ragguagliati al reddito complessivo dichiarato.
Ma la questione riguarda i controlli. Non ci sarebbero sufficienti operatori dell’Agenzia delle Entrate nè finanzieri per controllare tutto. Ecco che il controllo dei redditi deve essere affidato ai cittadini: ognuno controlla il proprio vicino. Non si tratta, come stupidamente viene affermato, di delazione, ma di segnalare le anomalie fiscali e sociali al 117 della Guardia di Finanza o di inviare fotografie ed elementi in modo da individuare coloro che predicano bene e razzolano male. Come si vede, c’è un modo per ogni cosa: basta volerlo attuare.
Ago
26
2011
Il Governo è strabico o forse schizofrenico. Da un canto, lancia una campagna stampa e televisiva contro l’evasione fiscale appellandosi ai cittadini, dall’altro, priva gli stessi cittadini degli strumenti idonei per combattere l’evasione. Ci spieghiamo.
L’appello anti-evasione è indirizzato contro gli evasori e verso i cittadini. I primi sono sordi, non vogliono pagare le tasse. Quindi, appellarsi al loro senso etico e civico, è quasi inutile. Gli evasori vanno snidati mediante apposite leggi stringenti che non lascino margini ai disonesti, che non pagano le tasse, e mediante un’azione digitale sempre più approfondita che consenta ad Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza di trovare e far pagare questi soggetti.
Non si possono neanche chiamare cittadini perché, con il loro comportamento, si collocano al di fuori della cerchia civica. L’appello fatto ai cittadini onesti affinché collaborino a scovare gli evasori è del tutto inutile perché essi non hanno gli strumenti per potere comparare il tenore di vita del loro vicino di casa con le sue dichiarazioni dei redditi. Ecco il nocciolo della questione.  

Qualcuno dice che questo controllo ravvicinato da parte dei cittadini che pagano le imposte, nei confronti di quelli che non le pagano, possa essere configurato come una sorta di delazione. Ma così non è perché il controllo serve ad evidenziare e portare a conoscenza della Guardia di Finanza, anche in forma anonima, telefonando al 117, quello che è un vero e proprio furto a danno della collettività. Chi non paga le imposte, oltre che furfante può essere tranquillamente dichiarato ladro perché usufruisce dei servizi pagati dalla fiscalità generale, senza pagarne le spese.
Risulta quindi del tutto evidente come sia indispensabile che i cittadini possano prendere visione, anche per via digitale, delle dichiarazioni dei redditi dei loro concittadini che risiedono nel comune. Naturalmente l’informazione, per avere larga e vasta portata, dovrebbe essere consentita ai quotidiani, i quali potrebbero pubblicare il nome di ogni cittadino e il suo reddito dichiarato, per comune. Ma tutto questo è impedito dal ministro dell’Economia, in modo apparentemente inspiegabile, che invece si spiega.
 
La legge 133/2008, all’articolo 42, comma 1 bis, recita: La consultazione degli elenchi previsti dall’art. 66 bis del D.p.r. 633/1972 (...) può essere effettuata anche mediante l’utilizzo delle reti di comunicazione elettronica (...). Ne consegue che i mezzi di stampa hanno l’interesse di portare a conoscenza dei propri lettori le dichiarazioni dei redditi di tutti i cittadini di ogni comune.
Tuttavia, non si sa per quali misteriose ragioni, il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, vieta al suo direttore regionale, Castrenze Giamportone, di fornirci gli elenchi, ripetiamo, delle dichiarazioni dei redditi, comune per comune, in cui siano indicati esclusivamente nome, cognome e reddito dichiarato, quindi nessun dato sensibile, ma pubblico.
Ricordiamo che, quando qualche tempo fa i redditi furono pubblicati su internet e riportati da diversi quotidiani successe un casino. Ma, il presidente dell’Autorità garante della Privacy, Francesco Pizzetti, ci confermò che il divieto di pubblicazione in internet non riguardava la comunicazione dei redditi dei cittadini in quanto tale, ma il fatto che chiunque su internet, senza essere identificato, potesse accedere a questi dati. Ci confermò altresì che ogni cittadino che si faccia identificare può chiedere le dichiarazioni dei redditi di qualunque altro cittadino anche in formato digitale, con ciò confermando la legge poco sopra citata.

La questione è molto seria, perché mancano all’appello circa 100 miliardi l’anno di tributi non pagati, incassando i quali risparmieremmo circa 5 miliardi d’interessi. Si tratta di una cifra importante che viene a mancare per la disonestà di tanti cittadini che usano gli importi delle imposte non pagate per fare la bella vita, acquistare ville, auto o barche di lusso, naturalmente sotto mentite spoglie.
Sembra del tutto misterioso il rinvio dell’Agenzia al ministero dell’Economia per poter dare via libera alla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi, che devono essere depositate per un anno in ciascun comune (secondo quanto previsto dall’articolo 42 della Legge 133/2008, punto a), Gli elenchi sono depositati per la durata di un anno sia presso lo stesso ufficio delle imposte, sia presso i Comuni interessati).
Giu
23
2011
Il Documento di Economia e Finanza approvato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011 prevede per quest’anno una spesa di 725 miliardi, entrate per 739 miliardi, 76 miliardi di interessi sul debito e un disavanzo totale di 62 miliardi. Dunque, a fine anno, il debito pubblico di 1.867 miliardi al 31 dicembre 2011, dopo 12 mesi aumenterà di 60 miliardi. Il che è contrario alla riduzione che il Patto di stabilità del 25 marzo impone (1/20 del surplus).
Tremonti ha concordato con l’Ue che nel 2014 vi sarà il pareggio di bilancio, ma intanto, nel 2012 e nel 2013 il debito continuerà ad aumentare per il disavanzo annuale. Arriverà verosimilmente sulla soglia dei 2.000 miliardi.
Per evitare questo cataclisma Tremonti ha due strade: la prima consiste nel tagliare la spesa corrente, la seconda riguarda l’aumento delle entrate, che sono quelle tributarie e previdenziali. Atteso che, secondo l’Istat, il sommerso vale 275 miliardi (1/3 in agricoltura, il 21 per cento nei servizi, il 12 per cento nell’industria e l’altro terzo in diversi settori) si deduce che il ministero dell’Economia potrebbe incassare ogni anno almeno 100 miliardi in più.

Il primo modo per il taglio obbligatorio del debito pubblico è combattere l’evasione, fiscale e tributaria.  Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps stanno compiendo un’opera egregia, che ha portato nelle casse pubbliche 25 miliardi nel 2010, ma non è sufficiente per combattere l’enorme evasione prima indicata.
Che cosa occorre? Almeno tre iniziative. La trasparenza delle dichiarazioni dei redditi: in atto vi è una colpevole omertà, da parte del ministero dell’Economia, che impedisce di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi. Non c’è dubbio che il controllo sociale di ogni cittadino del rapporto fra tenore di vita e imposte pagate è essenziale perché costituirebbe un deterrente contro gli evasori che sperano di restare impuniti e darebbe una mano alle tre organizzazioni prima indicate per potenziare la lotta all’evasione.
La Legge 133/2008 all’art. 42 prevede che gli elenchi (delle dichiarazioni) sono depositati per la durata di un anno sia presso lo stesso ufficio delle imposte, sia presso i Comuni (...) e che nel predetto periodo è ammessa la visione e l’estrazione di copia degli elenchi.
 
Non si capisce perché il ministro Tremonti abbia ordinato informalmente (non c’è infatti un provvedimento scritto a riguardo) di non fornire ai quotidiani l’elenco completo, distribuito provincia per provincia, di tutti i contribuenti e dei loro redditi complessivi dichiarati. Io sarei il primo a dichiarare la mia soddisfazione se il mio reddito venisse pubblicato sui quotidiani, nonché le imposte che pago ogni anno puntualmente.
La seconda iniziativa è di valenza strategica e generale. I massimi vertici dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, per continuare con le altre cariche istituzionali nonché quelle politiche, dovrebbero attivare una campagna stampa di tipo etico. La stessa dovrebbe opportunamente illustrare come chi non paga le tasse è diavolo, disonesto, peccatore, perché vìola la principale regola della Comunità che è quella dell’equità. Inoltre vìola il principio di eguaglianza fra i cittadini (art. 3 della Costituzione), perché gli evasori diventano privilegiati, e l’art. 53 della Costituzione secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Una grande campagna etica, oltre che educativa, costituirebbe anche un forte deterrente contro l’evasione fiscale e tributaria perché tutti coloro che oggi non pagano imposte e contributi sarebbero indicati come cittadini socialmente deprecabili.
La terza iniziativa riguarda la tracciabilità di tutti i movimenti bancari, sotto qualunque forma e intrattenuti da chiunque, cittadino o impresa. Chi non ha nulla da nascondere non teme che l’occhio del Fisco vada a indagare sui propri conti e anzi, quando è in regola, ha la soddisfazione di poter confermare di essere un cittadino esemplare. Gli evasori temono i controlli dei propri movimenti finanziari. Vi è anche qualcuno che teme la violazione della privacy.
Io per primo sarei lieto se gli organi vigilanti frugassero in tutti i miei movimenti finanziari. Tutti i cittadini dovrebbero esserne altrettanto lieti.