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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Federalismo

Mar
12
2011
Le imprese siciliane sono soffocate dalle inadempienze contrattuali di Regione ed enti locali, che pagano mediamente le forniture di beni e di servizi a 400 giorni dalla data fattura. Se paragoniamo questo lasso di tempo con quello della Regione Lombardia, nostro benchmark (modello), che è di appena 60 giorni, comprendiamo benissimo che oltre alle difficoltà di mercato, le imprese  subiscono un’ulteriore gravosissima e gratuita difficoltà: l’enorme ritardo degli incassi.
Per sopperire ad esso, le imprese siciliane e non, sono costrette ad utilizzare gli affidamenti bancari in modo sbagliato perché, invece, essi dovrebbero essere indirizzati all’aumento del volume di affari o a nuovi investimenti.
Piove sul bagnato. Questo ulteriore onere non ci dovrebbe essere, ma anzi le imprese dovrebbero essere agevolate per creare nuovi posti di lavoro e nuova ricchezza tassabile. Questo grave handicap, da noi più volte riportato all’attenzione dei lettori, non viene esaminato dalle amministrazioni regionale e locali che invece sono prontissime a pagare gli stipendi dei propri amministratori, dipendenti e consulenti.

Se le imprese piangono, le stesse amministrazioni non ridono. Vi spieghiamo perché. Sui ritardi rispetto alla data di pagamento, i creditori hanno la facoltà di emettere note di debito per gli interessi di mora, che in atto si aggirano intorno all’8%. Dal che si deduce che, salva la mancanza di liquidità, il ritardo dà ai fornitori un beneficio economico.
Ma per i Comuni, gli interessi di mora costituiscono debiti fuori bilancio. Se ad essi si sommano le spese legali ed onorari per eventuali procedure esecutive, tali debiti fuori bilancio aumentano ancor di più. Ma, ancora, bisogna addizionare le controversie legali perse sia per la sorte capitale che per le relative spese. In aggiunta, le sanzioni della Corte dei Conti per danni erariali che, per la Regione in questi ultimi mesi, sono stati per decine e decine di milioni di euro.
I debiti fuori bilancio stravolgono la buona amministrazione dell’ente e stravolgono gli indirizzi e la destinazione di risorse per la costruzione di opere pubbliche e l’incentivazione di attività produttive.
 
Quando un sindaco, per la propria ignavia e la propria incapacità gestionale, paga cifre rilevanti per debiti fuori bilancio, non avendo la possibilità di indebitarsi con le banche (operazione vietata), in un clima di diminuzione dei trasferimenti, non essendo abile ad attivare procedure interne per riscuotere le imposte locali non pagate, né per scoprire gli evasori totali o parziali, è costretto a bocciare le spese per investimenti, con ciò danneggiando fortemente anche un esiguo processo di crescita.
I sindaci che si comportano così debbono essere denominati dall’opinione pubblica come viziosi ed incapaci,  quindi vanno cacciati a furor di popolo per far posto ad altri amministratori onesti e capaci che fanno funzionare bene la macchina amministrativa, pagando con puntualità i fornitori e indirizzando tutte le risorse possibili, tagliate alla clientelare spesa corrente, verso gli investimenti.

Come più volte scritto, il Federalismo attiverà il processo di selezione dei sindaci virtuosi, soprattutto con il decreto legislativo in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Ma ancor più cogente sarà il prossimo decreto lgs sulle sanzioni agli amministratori locali, anche con l’interdizione decennale dai pubblici uffici.
Battiamo molto sulla necessità che gli attuali sindaci diventino virtuosi o vengano sostituiti, perché il tessuto siciliano dei Comuni è il più importante della nostra regione. Solo attraverso lo sviluppo del singolo territorio comunale vi potrà essere lo sviluppo dell’intera regione. Mentre la Regione dovrà fare la sua parte facendo riforme quadro e di indirizzo generale, abrogando quelle norme clientelari e assistenziali che non sono proprie dell’ente ma servono solo a perpetuare il clientelismo.
Dal funzionamento organico di Regione e Comuni, nel processo virtuoso, potrà esserci quella svolta fondamentale perché la Sicilia cominci a ridurre il baratro del divario che la separa dalla Lombardia e dalle altre regioni virtuose del Nord. Non che lì non vi siano comportamenti viziosi. Ovunque vi sono le mele marce, ma lì la maggioranza delle mele è commestibile.
Mar
10
2011
La pubblica opinione siciliana non sa che è stata istituita nel maggio del 2005 l’Associazione dei Comuni virtuosi (Acv). A essa sono iscritti, alla data del 31 dicembre 2010, solo 48 di tali enti su 8.089. Una percentuale bassissima, appena lo 0,64 per cento. Dei 48 Comuni virtuosi solo uno è siciliano, e precisamente Aci Bonaccorsi. Lode al merito.
Per iscriversi all’Acv bisogna funzionare in base a determinati parametri previsti dallo Statuto, che riguardano in particolare l’ottimale gestione del territorio (...), ridurre l’impronta ecologica della macchina comunale (...), ridurre l’inquinamento atmosferico (...), promuovere una corretta gestione dei rifiuti (...), incentivare nuovi stili di vita degli enti locali. In generale, gestire l’amministrazione in maniera efficiente.
La bassissima percentuale di Comuni virtuosi è l’indice della disamministrazione che vige negli enti locali, un fenomeno non solo poggiato sull’ignoranza delle più elementari norme di programmazione, organizzazione, gestione e controllo, ma, peggio, sul clientelismo e sullo scambio tra favore e bisogno.

Sorprende che l’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia (Anci) che li raggruppa tutti, non abbia inserito al proprio interno indici di funzionalità per spingere tutti i propri associati a raggiungere obiettivi paragonabili a quelli degli Enti locali europei, soprattutto del Nord continentale. Evidentemente i sindaci riuniti nell’Anci continuano nella loro pervicace azione di disfunzione generalizzata e depauperamento di risorse senza ottenere risultati pregevoli.
Ciò è accaduto per la deresponsabilizzazione della loro gestione, conseguente al centralismo esasperato dello Stato, che dura dalla pubblicazione della Costituzione (promulgata dal Capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, il 27 dicembre del 1947). Non vi sono state (non vi sono) norme tassative che colleghino la responsabilità gestionale dei sindaci ai risultati, per cui sono andati in dissesto molti Comuni, soprattutto meridionali, ma i sindaci hanno continuato a fare bellamente la loro attività politica, mentre ne avrebbero dovuti essere interdetti perennemente.
 
È proprio la questione delle sanzioni il nucleo del prossimo decreto legislativo in attuazione della legge 42/09 sul Federalismo. Un decreto legislativo che, almeno in bozza, sottoscriviamo, contro cui si sono scagliati i sindaci viziosi che vogliono continuare nel loro comportamento deteriore che danneggia i cittadini.
Certo, per diventare virtuosi i sindaci e le loro amministrazioni dovrebbero tagliare l’organico per tenere al libro paga solo i migliori impiegati pubblici, tagliare le consulenze, tagliare i rimborsi spese per inutili missioni, tagliare i contributi per feste e festini privi di interesse generale, mettere a reddito gli immobili posseduti, ovvero venderli o affittarli a prezzi di mercato e non a prezzi stracciati per favorire gli amici degli amici. Un’autentica vergogna che vede in questi giorni protagonista il Comune della più importante città economica d’Italia, cioè Milano.
In Sicilia, non si sono verificati casi analoghi. Non perché non vi siano, ma perché nessun sindaco ha attivato inchieste interne.

Cari sindaci viziosi dei 389 Comuni non aderenti all’Acv, riteniamo che sia arrivato il momento di ribaltare il modo di gestire la vostra amministrazione e trasformarla in ente virtuoso, in modo che possiate aderire alla stessa associazione nazionale, ovvero chiedere all’Anci regionale, che così com’è non serve a niente, di inserire nel suo Statuto le norme della più volte citata Acv.
Spero vi rendiate conto che continuando a gestire in modo dissennato le vostre 389 amministrazioni davanti a voi c’è il baratro, perché le risorse trasferite da Stato e Regione diminuiranno sempre di più.
Se non sarete capaci di trasformarvi in ottimi amministratori e contornarvi di dirigenti di alto livello professionale, se non sarete capaci di chiudere il vostro ufficio ai clientes, se non sarete capaci di parlare ai vostri cittadini del Parco progetti delle opere pubbliche e del progetto complessivo di sviluppo della città, nei prossimi anni sarete presi a calci in culo e cacciati dalle vostre stanze.
A buon intenditor...
Feb
26
2011
Combattono il federalismo quei soggetti abituati al malaffare politico. Amministratori locali che usano lo scambio fra voto e favore, ma incapaci di gestire bene le proprie amministrazioni, in modo da rendere i migliori servizi ai propri cittadini con le minori risorse possibili.
L’euro, il patto di stabilità europeo sempre più stringente, la necessità di ridurre al minimo il disavanzo annuale, il patto di stabilità interno, la politica di rigore di Tremonti, sono elementi chiarissimi della strada prossima ventura che è quella di costringere chi ha scialacquato risorse pubbliche a rientrare in uno stretto binario di rigore, che tagli senza perplessità sprechi, ammanchi, consulenze, clientelismo e l’enorme esubero di personale.
Ribadiamo per l’ennesima volta che i sindaci saranno costretti a far redigere ai propri dirigenti il Piano aziendale dell’ente e delle partecipate che, in molti casi, in base alla recente legge 122/10 obbliga a dismettere almeno per i Comuni più piccoli.

La Legge quadro sul federalismo (L. 42/09) è stata approvata quasi all’unanimità perché è l’unico strumento che possa diffondere equità fra le 20 regioni del Paese. Certo non è equo che la Provincia autonoma di Bolzano prenda contributi pubblici dieci volte superiori a quelli che arrivano in Sicilia. Inoltre il presidente di quella Provincia, Luis Durnwalder, ha comunicato che non parteciperà ai festeggiamenti per l’Unità d’Italia perché l’Alto Adige, cioè il Sud Tirolo, è stato annesso all’Italia mediante un patto con l’Austria, nel 1919, di forza, senza il consenso delle popolazioni.
Napolitano si è adirato, ma si attenda una analoga posizione da parte della Sicilia per la ragione prima richiamata. C’è da dire che la ricchissima Provincia di Bolzano investe ampiamente tutti i contributi ed ha trasformato, in meno di 40 anni, un territorio poverissimo in uno pieno di soldi che i propri abitanti non sanno dove mettere. Onore al merito.
In Sicilia è accaduto il contrario. è vero che sono arrivati meno trasferimenti, ma il clientelismo, la mala amministrazione degli enti locali, la disastrata burocrazia regionale, un ceto politico mediamente di scarso livello hanno fatto peggiorare il suo stato economico-sociale in relazione a quello delle regioni del Nord.
 
Il federalismo abbatterà il clientelismo ed emarginerà gli amministratori locali di vecchia mentalità, quelli che promettono un posto o una consulenza a 100 persone sapendo di poterne soddisfare due o tre. Quelli che favoriscono gli appalti truccati, quelli che promettono stabilizzazioni e posti ai galoppini pur sapendo che i posti sono finiti. Tutti costoro verranno cacciati perché non ricevendo più trasferimenti da Stato e Regione su base storica, ed avendo dei costi di gestione enormemente superiori al fabbisogno reale, saranno costretti ad aumentare le imposte locali e a stringere i freni su evasione e morosità.
Al loro posto i cittadini sapranno scegliere amministratori onesti e capaci che non promettono più quello che promettevano i precedenti, ma che operano avendo come guida lo sviluppo del loro territorio e come metodo quello della competitività. In altri termini saranno premiati gli amministratori più bravi, quelli che miglioreranno i servizi sulla base del Piano aziendale  e, ove possibile, diminuiranno i balzelli locali.

Sarà difficile ingoiare l’amaro liquido per chi è abituato a scialacquare le risorse pubbliche, ma il federalismo obbligherà ad indossare l’abito rigoroso dell’efficienza e della professionalità facendo cacciare dalla porta incompetenti e disonesti.
C’è di più. I nuovi amministratori locali, ripetiamo onesti e capaci, saranno obbligati a istituire il Nucleo investigativo affari interni per snidare i focolai di corruzione e d’inefficienza. è bene sottolineare come la corruzione sia un cancro di tutte le pubbliche amministrazioni, che mina l’efficienza e l’equità e nessun capo azienda, tale è il sindaco, dovrebbe trascurare il controllo sul proprio apparato per combattere senza mezzi termini qualunque cellula cancerogena. Un sindaco che sta nella sua stanza, non a Roma.
Anche questo è un effetto del federalismo: l’obbligo alla buona amministrazione che deve essere anche onesta amministrazione. I cittadini Über alles, vengono prima di tutto e prima degli interessi personali di chi amministra.
Ott
14
2010
Qualche sera fa sono stato speaker in un incontro, ospite il sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, e il deputato Giovanni Barbagallo (Pd).
Non entro nel merito della materia trattata, oggetto di altro servizio già pubblicato mercoledi 29 settembre. Ma è emerso un dato, comune a quasi tutti i sindaci siciliani, ed è la lamentela della scarsa educazione dei cittadini. È impossibile, sostengono i sindaci, controllare tutto il territorio, minuto per minuto e centimetro per centimetro. Vero, ma da questo estremo non si può giustificare l’altro e cioè che non si esercita nessun controllo sistematico nè dei cittadini, nè dei servizi prodotti dall’amministrazione, nè del territorio.
C’è una via di mezzo, che è quella del buon senso, secondo la quale ogni sindaco deve mettere in campo tutte le risorse che ha per far funzionare la sua macchina amministrativa e per fare in modo che i bravi cittadini, in maggioranza, vengano tutelati dai cattivi cittadini maleducati e fetenti. Vi è poi un altro aspetto che non va sottovalutato dalle amministrazioni comunali: riguarda la corruzione. Una battuta riferisce “quel dirigente aveva le mani pulite: portava i guanti quando prendeva le buste”.

Per evitare la corruzione dentro le amministrazioni comunali, è indispensabile che vi sia trasparenza, di modo che tutti i cittadini possano controllare. La trasparenza come si estrinseca? Attraverso il portale  web nel quale vengano scritti giorno per giorno tutti gli atti deliberativi e amministrativi di Giunta e Consiglio nonchè tutte le direttive dei dirigenti.
La trasparenza si attua anche inserendo tutti i servizi nello stesso portale e consentendo ai cittadini di farne richiesta dal proprio desk. Si eviterebbe così quella becera imposizione di dipendenti che chiedono la presenza fisica dei cittadini presso i loro sportelli, esercitando una sorta di sudditanza fisica e psicologica, secondo la quale questi ultimi sono sempre tenuti a rendere conto o a dimostrare.
La legge 69/2009 ha previsto (art. 33 e seguenti) la delega al Governo per modificare il Codice dell’amministrazione digitale, già approvato in prima battuta dal Cdm del 19 febbraio. In esso si sancisce il dovere per la Pubblica amministrazione di non richiedere al cittadino documenti che la Pa ha già al suo interno con delle sanzioni per le Pa inadempienti. Ma dirigenti e dipendenti pubblici fanno orecchie da mercante.
 
I burocrati continuano a vessare i cittadini, chiedendo loro di recarsi in questo o quello ufficio, a presentare questo o quel documento.
Comprendiamo che ribaltare la vecchia mentalità, che dura da oltre sessant’anni, sia molto difficile. Ma è un’esigenza indifferibile. Per accelerare questo processo di cambiamento è indispensabile mettere in atto tutti i controlli effettivi e non formali previsti da chi ha competenze professionali in materia di organizzazione aziendale.
Non è accettabile che il corpo dei Vigili urbani di Catania, o di Palermo, tenga due terzi dei propri dipendenti dietro le scrivanie a non fare l’attività per cui sono stati assunti. I Vigili urbani devono controllare il territorio in modo sistematico, anche aiutati da una rete di telecamere installate in posti sensibili, in modo da avere sottocchio tutti i quartieri della città.
Quando si verifica un’anomalia, un pericolo, un reato, il corpo della Polizia municipale dovrebbe avere dieci squadre di pronto intervento che si catapultano sul luogo dove si è manifestato il pericolo. Ovviamente parliamo di vigili addestrati in ogni senso per rendere efficace la propria azione.

Il Federalismo accorcia la distanza tra i cittadini ed il sindaco, perchè dà la facoltà all’amministrazione di modulare le addizionali alle imposte nazionali in relazione alle proprie esigenze di bilancio. Cosicchè, se il sindaco le aumenterà, dovrà spiegare che i relativi introiti sono ben spesi. Il Federalismo prevede anche che una quota dell’Iva, cioè l’imposta sui consumi, vada ai Comuni, non solo, ma stabilisce premi per quelle amministrazioni locali che snidino gli evasori, prevedendo a loro favore una percentuale, sull’ammontare incassato, del 30 per cento.
Il complesso di operazioni prima descritte hanno lo scopo di responsabilizzare i sindaci, i quali ancor più saranno coloro ai quali i cittadini si rivolgeranno nel bene e nel male. Solo che ora, con la diminuzione delle risorse finanziarie, i primi cittadini non potranno più scambiare il voto col favore, ma saranno costretti a chiedere il consenso sulla base della buona amministrazione e di ottimi servizi prestati.
Ago
06
2010
Con la fiducia alla Camera, votata giovedì 29 luglio, è stato convertito il decreto legge 78/10 relativo alla Finanziaria 2011, che comporta tagli alla spesa corrente di 12 miliardi nel 2011, più 12 miliardi nel 2012. L’operazione era necessaria ed il taglio dei trasferimenti alle Regioni e, di conseguenza, agli Enti locali, indifferibile. Stride, però, il mancato taglio ai ministeri, in misura proporzionale ed adeguata. E, ancor più, il mancato taglio di spesa per l’enorme personale politico (oltre 500 mila unità). Per il personale burocratico sono stati bloccati gli aumenti contrattuali, però il costo complessivo non ha subìto decurtazioni, mentre avrebbe dovuto essere diminuito in proporzione alle altre spese.
Il guaio peggiore è che Tremonti ha segato i trasferimenti alle Regioni senza tener conto della distinzione tra quelle virtuose e quelle viziose. Fra queste ultime spiccano Lazio, Campania, Calabria e Puglia. Ma la Sicilia non brilla per virtù.

La Padania, quotidiano della Lega Nord, è il bollettino di quel partito autonomista. In esso sono riportati due pagine di appuntamenti, nelle quali sono indicate le presenze degli uomini di Bossi in eventi, manifestazioni, radio e televisioni. Quel quotidiano è un puntuale veicolo di informazione che alimenta il rapporto tra dirigenza, quadri ed elettori. Un modello che ha funzionato unitamente alla buona amministrazione degli Enti locali.
La Lega fa populismo e demagogia quando difende ad oltranza quella minoranza di produttori di latte che non ha pagato le multe, anticipate dal Governo. L’associazione dei produttori di latte, che invece si è messa in regola, ha protestato vivacemente contro  l’iniquità descritta.
L’efficacia di un partito autonomista si dimostra attraverso la comunicazione costante tra vertici e simpatizzanti ai quali vanno comunicati linee politiche e traguardi raggiunti. Mpa, Pdl-Sicilia, Pdl lealista, Udc e Pd  soffrono di questa grave carenza: non hanno il quotidiano che faccia da cinghia di trasmissione tra i loro dirigenti ed i siciliani, per cui questi ultimi non si affezionano ai dirigenti di quei partiti, perché non sanno.
 
Sembra che non c’entri il discorso sui partiti autonomisti con il taglio dei trasferimenti statali a Regioni ed Enti locali. C’entra, eccome! Perché via via che vengono approvati i provvedimenti legislativi sul federalismo, per ultimo quello sui fabbisogni standard, il nodo scorsoio si stringe sempre di più al collo dei presidenti delle Regioni viziose e a quello dei sindaci dei comuni viziosi.
È ormai guerra dichiarata alla spesa corrente che lo Stato deve ridurre di almeno altri 70 miliardi. Il conto è presto fatto. Secondo la Ruef (Relazione unificata economia e finanza pubblica 2010), il disavanzo primario è stimato in 10 mld, gli interessi sul debito in 72 mld, con un disavanzo totale, nel 2010, di 82 mld. Tale disavanzo va azzerato per non aumentare il catastrofico debito. Tenuto conto che la manovra testè approvata lo ha decurtato per 12 mld, restano da tagliare gli altri 70. Va da sé che l’aumento del Pil compensa in parte il taglio prima indicato.

Il Corsera del 25 luglio pubblica la classifica dei soldi ricevuti dai Comuni, trasferiti dallo Stato, in euro/abitante. Bolzano è capolista con 1.121, spicca Catania al terzo posto con 1.090. Palermo riceve 868, Sondrio al penultimo posto con 230, Caserta all’ultimo con 215. La stessa fonte (Ifel-Anci) pubblica la classifica dei soldi spesi dai Comuni in euro/abitante. Prima della classe è Venezia con 2.092, più in basso Catania con 1.280, segue Palermo con 1.182, chiude Teramo con 567.
Il dramma della Regione siciliana e di gran parte dei 390 sindaci, è che si trovano sul groppone un’enorme quantità di personale, inutile alla produzione dei servizi, che i costi standard taglieranno senza pietà.
Gli apparati politici e burocratici sono ormai sotto il mirino dell’Ue e dello Stato, ma, fatto più importante, è che si è svegliata fortemente la sensibilità dell’opinione pubblica la quale non ammette più che le Istituzioni siano luoghi di sperpero e di sprechi quando, contestualmente,  gran parte dei cittadini fa sacrifici. Attenzione! Dopo l’astensione dal voto c’è la penalità.
Feb
12
2010
La bulimia degli incarichi cresce a ritmi esponenziali. Nel passato raramente un parlamentare diventava sindaco, oggi anche i ministri vogliono diventarlo. Presidenti di Provincia che fanno gli eurodeputati (ma quando trovano il tempo per fare bene i due mestieri?),  deputati inseriti in consigli di amministrazione con palese conflitto di interesse fra controllante e controllato. Mogli e amanti con incarichi pubblici, veline inserite in liste elettorali e poi elette. Un lungo elenco che la dice lunga su una classe politica incapace di seguire esempi cristallini di chi ha senso dello Stato, dignità e responsabilità.
I famigli, gli amici degli amici, i parenti dilagano fra i ceti dirigenziali amministrativi, nei gabinetti degli assessori, nei consigli di amministrazione di società partecipate. A nessuno dell’entourage si nega un incarico ed il relativo compenso. Le consulenze si moltiplicano e fanno moltiplicare i costi in tutti quegli enti pubblici ove non ve ne sarebbe bisogno.

Il malcostume dilagante non tiene in alcun conto la necessità di gestire i soldi dei contribuenti in maniera corretta, in modo che la spesa sia efficiente e raggiunga gli obiettivi dei programmi che la politica stabilisce.
Come si misura l’efficienza della spesa? Attraverso il conseguimento dei risultati. Solo essi dicono la verità sulla competenza e sulla capacità dei dirigenti di organizzare bene i dipartimenti loro affidati col giusto impiego di figure professionali. Occorre un quadro equilibrato e dotato di strumenti anche informatici, soggetto ad un rigoroso controllo di gestione, che verifichi ogni sera se sia stata raggiunta quella porzione di risultato che sommata alle seguenti, dà il risultato finale.
Lo Stato non deve gestire, ma fissare le regole generali, che tutti i membri della comunità devono osservare, per demandare alle Regioni l’amministrazione dei territori e queste ultime alle istituzioni primarie che in uno stato moderno sono i Comuni.
Proprio gli enti locali sono i sensori del territorio, conoscono bene le esigenze dei propri cittadini e, in un quadro di interessi generali, devono prendere decisioni per tutelare coloro che vi abitano.
 
Gli 8.091 comuni d’Italia sono una enormità se paragonati ai 3.000 della Francia. Si comprende benissimo l’esigenza di piccole comunità di montagna di tutelare la loro specificità. Non è giustificata, invece, l’esistenza di comuni di qualche centinaio di abitanti dove sindaco, pochi assessori e consiglieri sono tutti parenti.
In questo scenario non si comprende neanche la presenza nell’attuale forma delle Province regionali che tutti, a parole, vogliono abolire. In Sicilia, poi, vi è il grande scandalo di una legge regionale (L.r. 9/86) che ha istituito le Province regionali in una forma non prevista dall’articolo 15 dello Statuto costituzionale.
Infatti, il secondo comma precisa che “L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi consorzi comunali...”. In nessuna parte di esso è menzionata la parola province. Tagliare le province siciliane, così come istituite, significa eliminare uno spreco di 1,1 miliardi di euro e semplificare la gestionedel territorio. 

La recente legge sul federalismo (42/09) ha impostato il decentramento delle funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e ai Comuni. Un modo per avvicinare il controllo dei cittadini sulle istituzioni locali e sulle loro spese, in modo che essi siano nelle condizioni di controllare il rapporto fra imposte pagate e qualità dei servizi resi.
Non sappiamo se, in parallelo con questa importante riforma istituzionale, governo e maggioranza, anche con l’ausilio dell’opposizione, procedano ad un forte dimagrimento dell’apparato centrale. Diversamente, la spesa pubblica è destinata a gonfiarsi per il raddoppio delle funzioni.
Portare verso il territorio l’amministrazione delle spese dovrebbe, in via parallela, tagliare la famelicità di tanti soggetti politici nell’accumulare doppi incarichi o incarichi familiari, in modo che siano separate le responsabilità ai diversi livelli.
Attendiamo la seconda legge sul federalismo che dovrebbe essere basata su costi standard e sugli standard di efficienza.
Gen
23
2010
La legge sul federalismo (42/09) ha previsto l’elencazione dei costi standard e degli standard di efficienza, da determinare mediante appositi decreti legislativi in fase di preparazione. È ancora poco noto cosa significhino costi standard e standard di efficienza, anche se per i professionisti dell’organizzazione si tratta di pane quotidiano. Il fatto è che i professionisti dell’organizzazione, nel settore pubblico, sono pochi e i servizi vengono affidati a chi ha un concetto burocratico e inefficiente della loro funzionalità.
Costo standard significa che lo stesso servizio pubblico, da qualunque ente prodotto, ha bisogno della stessa spesa e non di più. Cosicché i servizi dei Comuni di Genova o di Palermo, di Venezia o di Catania, di Enna o di Verbania, di Corvara o di Pachino, devono avere lo stesso costo e quindi i bilanci di quegli enti locali, a parità di servizi, hanno bisogno di pari finanziamenti, cioè di trasferimenti dalle Regioni.

Standard di efficienza significa, a sua volta, che la produzione di ogni servizio deve essere improntata alla migliore combinazione di tutti gli elementi necessari al servizio: figure professionali, strumenti, logistica, risorse finanziarie. La cattiva combinazione di questi elementi fa uscire i servizi fuori dallo standard di efficienza, cosa che dovrebbe comportare responsabilità professionali e patrimoniali del dirigente preposto al servizio.
Tali responsabilità sono ben definite con l’ultimo decreto legislativo (150/09) col quale al dirigente pubblico viene data una nuova denominazione di Datore di lavoro pubblico (art. 34). Con questa definizione, la legge ha voluto assimilare la figura del dirigente a quella del Datore di lavoro privato. Il citato D.lgs. ha inserito anche l’obbligo di trasparenza con la pubblicazione sul sito di ogni ente di curricula completi e compensi di ogni genere per i dirigenti, nonché la pubblicazione degli obiettivi e dei risultati conseguiti.
 
Quando i decreti legislativi relativi a costi standard e standard di efficienza saranno pubblicati, diverrà imperativo, per ogni branca amministrativa di Stato, Regioni ed Enti locali, adeguare le proprie spese, servizio per servizio, ai parametri elencati. Per esempio, verranno commisurate le spese per il personale del Comune di Catania, che ha 3.800 dipendenti, con quelle del Comune di Bari, che ne ha 2.000. Risulterà evidente che a Catania vi sono 1.800 unità in più.
Tenuto conto che ogni dipendente pubblico costa in media 70 mila euro, 1.800 dipendenti fanno esorbitare la spesa di ben 126 milioni, che costituisce uno spreco. Ma se l’amministrazione etnea volesse sprecare queste somme, che non ha, per fare assistenza o ammortizzatori sociali (così va considerato l’eccesso di personale) potrebbe anche farlo, ma la Regione non coprirebbe tale spreco con i trasferimenti finanziari.

I 390 Comuni siciliani e le 9 Province regionali saranno obbligati a rivedere le piante organiche, cosa che dovranno fare in immediata successione alla redazione del loro Piano industriale, o meglio Piano organizzativo per la produzione dei servizi, in modo da adeguarsi ai costi standard e agli standard di efficienza. Solo l’adeguamento a tali parametri potrà fare acquisire a ogni ente il carattere di virtuoso, facendogli abbandonare quello di vizioso.
La Regione saprà dunque quanto trasferire a ogni ente locale in base alla dose di virtù posseduta, sanzionando la parte di vizio che ancora qualche sindaco o presidente di Provincia volesse perpetuare.
L’autonomia del nostro Statuto costituzionale deve essere la nostra forza e non la nostra debolezza. La forza derivante dalla capacità di dimostrare che siamo bravi nell’amministrare la Cosa pubblica, che innoviamo il sistema economico, che selezioniamo i migliori talenti da utilizzare in tutte le organizzazioni, che siamo insomma capaci di fare più e meglio di ognuna delle altre 19 regioni italiane.
L’orgoglio dei siciliani deve essere quello di farci apprezzare per quello che sappiamo fare e per quello che facciamo, senza ampollosità, pomposità e inutili parole, di cui tutti i siciliani hanno piene le tasche.
Ott
07
2009
Il processo di federalizzazione dell’Italia è cominciato con la prima approvazione del disegno di legge preparato dal ministro Calderoli. Ora, il ministero si sta preoccupando di riempire le caselle con i numeri senza di che il contenitore non ha alcun effetto pratico. I numeri riguardano la situazione esistente relativamente ai parametri fondamentali di economia, Pil pro capite e Pil regionale su quello nazionale, stato sociale, infrastrutture e via elencando.
Il nuovo assetto federalista dovrebbe riequilibrare le condizioni delle venti regioni, consentendo l’autogestione in ognuna di esse e devolvendo con un comportamento solidale il plus a quelle molto arretrate.
Il federalismo ha un altro obiettivo, non meno importante. Ed è quello di stabilire in maniera inderogabile che i costi dei servizi resi da enti pubblici a livello di Stato, Regioni e Comuni sia uguale in qualunque parte d’Italia.

I costi standard mettono tutti i responsabili istituzionali di fronte alle proprie responsabilità, perché nessuno di essi potrà giustificare che per un pari servizio sostenga un costo maggiore. Questo fatto comporterà necessariamente l’abbattimento del clientelismo e il taglio delle spese inutili della bassa politica con un risvolto benefico.
Quando il ceto politico non potrà più esercitare lo scambio del voto col bisogno, perché mancano le risorse, sarà costretto a esprimere progetti di alto profilo che hanno ritorni in anni e non in mesi.
La questione che si pone è come il Sud potrà intervenire per contribuire positivamente a questo processo iniziato, ma che troverà molti ostacoli e detrattori sulla propria strada, proprio in coloro che da questo squilibrato stato economico sociale trae vantaggi.
L’autonomia della Sicilia, portata con lo Statuto del 1946, può dare un forte contributo al suddetto processo, a condizione che proprio qui, in quest’Isola, ci sia un ribaltamento di comportamenti ed inizi un percorso virtuoso.
 
MpA e PdL Sicilia devono prospettare all’opinione pubblica questa nuova strada, basata sui seguenti elementi.
1. Far prevalere la meritocrazia in tutte le attività, pubbliche e private, anche come ascensore sociale.
2. Diffondere all’interno di tutti gli apparati pubblici la scienza dell’organizzazione, in modo da raggiungere i massimi obiettivi in tempi ridotti e con il minor costo possibile.
3. Introdurre nella mentalità dei siciliani il concetto che il lavoro è un’attività professionale, nulla a che fare con il posto di lavoro e lo stipendio, che sono una compensazione. Per accedere al mercato del lavoro, però, bisogna possedere o acquistare adeguate competenze. In Sicilia il lavoro non c’è solo per gli incapaci.
4. Cofinanziare le infrastrutture, utilizzando presto e bene i finanziamenti europei e statali. Occorrono i Parchi-progetto di ogni Comune e di ogni branca amministrativa della Regione, abbandonando quel cadavere dello stabilimento Fiat di Termini Imerese.
5. Vitalizzare e controllare energia e ambiente, per diminuire il tasso di inquinamento nei poli di produzione di energia.

Per queste ed altre iniziative positive è necessario che la Sicilia, e tutto il Sud, dia il suo contributo su quotidiani e televisioni nazionali, in modo da bilanciare la presenza di tanti giornalisti, professori universitari, politici del Nord e del Centro. Risulta evidente in tutti gli spazi televisivi l’assenza di meridionali, pensatori e competenti, che sono chiamati solo quando si dibattono questioni che riguardano la Sicilia. Così non va. È necessario che nel dibattito nazionale sia tenuto presente il punto di vista dei meridionali sulle questioni nazionali, come dire l’Italia vista da Sud.
Occorre uno sforzo di meridionali o siciliani per intervenire nel dibattito nazionale e uno sforzo del ceto politico meridionale che gravita a Roma per sostenere questa nuova linea di condotta che in atto praticamente non esiste.
Non è più possibile accettare che si parli della Sicilia solo in caso di tragedie, come quella di Messina, o ancora di mafia (quando è dimostrato che ce n’è più a Milano che a Palermo) o della nostra incapacità del fare. Ribaltiamo questa perniciosa situazione, prendiamo  il nostro destino nelle nostre mani, in modo da mettere le nostre carte in regola.