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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Fiat

Nov
18
2011
Era il giugno 2007 quando Marchionne chiese alla Regione la disponibilità a investire 150 milioni nel territorio per consentire la prosecuzione dell’attività. L’Ad della Fiat dette un termine di tre mesi. L’allora governo Cuffaro cominciò a fare proclami, dichiarò la propria disponibilità, disse che le risorse finanziarie c’erano e che tutto era pronto per varare il piano di rilancio dello stabilimento termitano. Come tutte le cose che accadono in Sicilia, i proclami restarono tali, fatti non se ne videro. Marchionne non disse niente e continuò nel suo programma di dismissione del cespite, pur assegnandosi un lasso di tempo di 4 anni.
I parolai di quel governo hanno causato il distacco della spina che avverrà martedì 23 novembre in via definitiva. In questi 4 anni una valanga di chiacchiere senza alcun fatto concreto ha invaso le pagine dei giornali, ma il governo Lombardo non è stato in condizione, almeno fino ad oggi, di concludere una seria trattativa.
Prima Rossignolo con la De Tommaso, dopo Di Risio con la Dr, non è riuscito a firmare un protocollo d’intesa che consenta la riattivazione dello stabilimento automobilistico.
 
La Fiat ha dichiarato che è disposta a cederlo a 1 euro, quindi gratis, vi è una manodopera qualificata seppur non formata sugli ultimi procedimenti costruttivi, vi è l’ulteriore disponibilità (a parole) del governo regionale d’investire 150 milioni, ma tutto resta a livello d’intenzioni.
Vi è una ragione di fondo e cioè che una unità produttiva di appena 60 mila pezzi all’anno non ha la dimensione sufficiente per stare in equilibrio. Si aggiunga che Di Risio è un importante concessionario del Molise, ma non fa una vera attività produttiva. Ciò non toglie che potrebbe avviarla.
In questa faccenda tutte le parti, a cominciare da chi ha la maggior responsabilità oggettiva, e cioè il governo regionale, non ha tenuto in considerazione il fattore tempo che è essenziale per realizzare dei progetti. O si colgono le opportunità nel momento giusto oppure esse passano via e non è facile ricoglierle.
In Sicilia, nel settore istituzionale e pubblico, quasi nessuno ha la cognizione che le cose si realizzano in un certo tempo e non di più.
 
Nel bellissimo territorio termitano, attivare una fabbrica in un settore maturo, ove vi sono grandi difficoltà per la concorrenza spietata dei gruppi industriali europei ed extraeuropei, con margini molto ridotti, l’impresa è quasi impossibile.
Ecco perché, fin dal 2007, da questo foglio abbiamo lanciato la soluzione di convertire tale territorio in un insediamento turistico-alberghiero. Prendendo atto della disponibilità della Fiat a non chiedere risarcimento per la cessione degli stabili, la riconversione poteva (e potrebbe) essere fattibile.
Mettere all’asta internazionale un territorio così adatto ad attività di ospitalità e ludiche, avrebbe attratto l’interesse di molteplici gruppi che potevano esser contattati anche mediante un road show internazionale. Anche per questo progetto bisognava sfruttare il tempo che ormai è trascorso dal 2007 ad oggi.
Ma noi siamo campioni di lassismo e del rinvio: tanto qualcuno ci penserà domani. 

Dobbiamo ricordare che la strada del poi, poi porta a quella del mai, mai. Un detto saggio che è diventato una costante sia del ceto politico regionale che della burocrazia isolana.
Il disastro che si sta verificando nel non aver impegnato e speso i fondi europei è roba da galera, per la inefficienza e incapacità dei dirigenti regionali di finanziare i progetti presentati da imprese ed enti pubblici. Tutto questo fa retrocedere la nostra economia, crea nuovi disoccupati, come il caso di Termini Imerese, e non produce nuovo lavoro con la conseguenza di giovani che non trovano opportunità.
È il momento topico per invertire la rotta e passare da una conduzione politica dissennata (vogliono assumere altri 750 dipendenti!) ad un’altra virtuosa e capace di produrre risultati, secondo un ferreo cronoprogramma, che deve essere reso noto ai siciliani e verificato ogni mese.
Solo in tal modo si può consentire all’opinione pubblica di raffrontare obiettivi, risultati e tempi di realizzazione, nonché risorse impegnate. In altri termini, occorre che si proceda con professionalità e coscienza.
Dic
31
2010
I contratti tra Fiat e Cisl Uil, relativi agli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano D’Arco, sono stati firmati al di fuori del contratto nazionale ed in piena autonomia anche dal rapporto confindustriale. Le caratteristiche più innovative riguardano il rapporto tra produttività e retribuzioni (chi più rende più guadagna), la rappresentanza sindacale consentita solo alle organizzazioni firmatarie, le quali nominano i propri delegati, non più eletti.
I due contratti hanno il compito di avvicinare le relazioni industriali a quelle di Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, e migliorare la competitività del sistema Paese, per quanto limitatamente al comparto manifatturiero e segnatamente a quello dell’auto. Non è improbabile che queste nuove pattuizioni contrattuali, via via, vengano estese a tutte le imprese del comparto e probabilmente a quelle di tutti gli altri comparti.
Finalmente la parte del sindacato progressista ha condiviso questa svolta lasciando nelle lontane retrovie un sindacato politicizzato quale la Fiom-Cgil, che non cura gli interessi dei lavoratori bensì quelli dei dirigenti sindacali.

Se nel settore privato si è compreso  quanto sia indispensabile passare da contratti ingessati a contratti dinamici, quale leva per innestare il processo di crescita, resta al palo la contrattazione nella pubblica amministrazione. Ciò accade per il semplice motivo che il ceto politico, che fornisce alle istituzioni i propri rappresentanti, dovrebbe usare lo stesso metodo organizzativo di Marchionne. Con la differenza che i benefici di una efficienza non andrebbero agli azionisti, bensì ai cittadini.
Una organizzazione efficiente è indispensabile nel settore privato, ma anche in quello pubblico. Per quanto precede, sarebbe necessario utilizzare il metodo Marchionne nella Pa nazionale, regionale e locale. Ma siamo molto distanti da questo passaggio. In effetti la contrattazione dei rapporti di lavoro, anche sotto l’aspetto economico, non può essere affidata ai dirigenti pubblici, spesso sindacalisti. Che razza di contratto si può fare quando le due parti sostanzialmente non hanno conflitto di interessi? è proprio il conflitto di interessi che fa raggiungere il punto di equilibrio. Il conflitto tra l’interesse generale dei cittadini e quello particolare dei pubblici impiegati, che viene dopo.
 
Ecco, occorrerebbe affidare ad un’autorità tale contrattazione. Un’autorità che avesse come missione aumentare la concorrenza. Tale autorità esiste, è ben guidata dal suo presidente, Antonio Catricalà, e si chiama appunto Autorità garante della concorrenza e del mercato. Se la contrattazione fosse affidata all’Antitrust e ai sindacati dei pubblici dipendenti, siamo certi che verrebbero introdotti elementi di competitività per la produzione dei servizi pubblici oggi del tutto assenti.
È noto ai professionisti dell’organizzazione come l’efficienza dei servizi sia misurabile con precisione attraverso il principale strumento che è il Piano aziendale. Senza di esso nessuna struttura pubblica è in condizione di sapere se il rapporto fra risorse umane e finanziarie impiegate e i servizi prodotti sia il migliore possibile oppure insoddisfacente.
Ma da questo orecchio il ceto politico e i dirigenti pubblici non ci sentono perché sanno, in perfetta malafede, che se ogni struttura pubblica avesse il suo Piano aziendale, nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe più chiedere e fare favori, perché esso è una camicia di forza del sistema, quasi un binario su cui il convoglio della struttura pubblica deve camminare per non deragliare.

Un’ultima riflessione riguarda l’assessore alla Sanità della Regione, Massimo Russo. Ne abbiamo stima per le sue doti professionali di magistrato,  utili nella sua attività di assessore. Il comparto che spende all’incirca 8 miliardi l’anno era intasato di porcherie, in parte eliminate. L’apprezzamento per la riduzione delle spese è pacifico, ma vi sono due versanti sui quali bisogna intervenire col massimo rigore: quello farmaceutico, con l’abbattimento di circa 400 mln di costi, da riportare alla media nazionale del 12%. Secondo, l’enorme quantità di personale (circa 4.000 unità) che il settore sanitario intende assorbire come se fosse isolato dall’amministrazione regionale. Metà degli assumendi possono essere, invece, prelevati dal personale interno riservando l’altra metà a medici e infermieri dopo un’adeguata potatura delle piante organiche, in base al Piano aziendale di ogni Asp e Ao.
Dic
23
2010
Due buone notizie splendono da ieri sul cielo della Sicilia. La prima riguarda il processo di conversione del territorio di Termini Imerese, stabilimento Fiat, per il quale vi sono sette progetti, valutati positivamente dal Ministero per lo Sviluppo economico. Tali progetti prevedono investimenti di capitali privati per 880 milioni di euro, e risorse pubbliche per 180 milioni di euro. Gli investimenti delle sette aziende creeranno oltre tremila posti di lavoro, che sostituiranno i circa mille attuali dell’impianto Fiat.
Ecco ancora una volta dimostrato come con modeste risorse finanziarie pubbliche si possa mettere in moto l’economia con l’assorbimento di migliaia di disoccupati. In questo caso il rapporto è addirittura più favorevole perchè i 180 milioni di risorse pubbliche citate consentiranno a tremila siciliani un lavoro a tempo indeterminato. Se la Regione diventasse virtuosa e destinasse tutte le proprie risorse, indirizzate male per la spesa corrente, verso la realizzazione di investimenti e la costruzione di opere pubbliche, potrebbe mettere in moto un meccanismo vantaggioso che darebbe centomila posti di lavoro a centomila disoccupati siciliani opportunamente formati alla bisogna.

L’altra notizia luminosa è la prevista impugnazione da parte del Commissario dello Stato della legge clientelare che 67 deputati in malafede hanno approvato all’unanimità, martedi 14 dicembre. La notizia è luminosa perchè rende giustizia ai 236 mila disoccupati, che si sono sentiti discriminati dai legislatori regionali i quali con la legge approvata avevano dato ragione al clientelismo dei loro colleghi, che nel corso di tanti anni avevano fatto assumere agli enti locali siciliani tante persone munite di un solo merito: quello della raccomandazione.
Vogliamo ringraziare pubblicamente l’ufficio del Commissario dello Stato anche per le efficaci motivazioni dell’impugnativa. Notiamo con soddisfazione che nel ricorso dinnanzi alla Corte costituzionale sono stati inseriti argomenti che noi ampiamente abbiamo illustrato nelle nostre inchieste in questi anni. Il primo di essi è rappresentato dalla condizione non rinunciabile di una selezione trasparente, comparativa, basata esclusivamente sul merito ed aperta a tutti i cittadini in possesso di requisiti previamente e opportunamente definiti.
 
Prosegue il ricorso che il reclutamento dei dipendenti in base al merito si riflette, migliorandolo, sul rendimento delle pubbliche amministrazioni e sulle prestazioni da queste rese ai cittadini. E ciò può avvenire mediante il concorso pubblico precisato dall’articolo 97 e sviluppato dall’articolo 98 della Costituzione. Il ricorso sottolinea ancora che secondo la sentenza della Consulta 453/90 il concorso impedisce che il reclutamento dei pubblici impiegati avvenga in base al criterio di appartenenza politica (leggasi raccomandazione).
È altresì sottolineato che il concorso è necessario anche in caso di inquadramento di dipendenti già in servizio (sentenza n. 1/99) e di trasformazione di rapporti di ruolo in rapporti non di ruolo (sentenza  n. 205/04).
La vergognosa legge approvata in malafede, lo ripetiamo, ha violato anche il principio che le deroghe al pubblico concorso sono ritenute legittime in presenza di peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico ricollegabili alla peculiarità delle funzioni che il personale reclutato è chiamato a svolgere e dalla specifica professionalità maturata da quest’ultimo (sentenza n. 81/06).

Sosteniamo che i deputati erano in malafede perchè non vogliamo pensare che essi fossero ignoranti. Essi conoscevano la giurisprudenza consolidata in materia e, non avendo neanche offerto la copertura finanziaria, sapevano che la legge sarebbe stata demolita dal Commissario.
Perchè l’hanno fatto? Probabilmente per dare un contentino di facciata a tante persone, di cui umanamente comprendiamo l’aspettativa e solidarizziamo con loro, ma che non hanno il diritto di entrare nella pubblica amministrazione a scapito di tutti gli altri siciliani, per effetto dell’odiosa discriminazione del ceto politico che vuole favorire i propri raccomandati, i quali inevitalbimente si trasformeranno in galoppini politici, utili nelle tornate elettorali.
Con queste due luminose notizie, che ci fanno vedere una prospettiva positiva per il 2011, auguriamo che il Governo regionale e la sua maggioranza capiscano che è finito il tempo dei privilegi e indirizzino la loro azione verso lo sviluppo e le attività produttive.
Ago
05
2010
Una dirigente dell’Uaw (Unione auto workers), tale Cynthia C. Holland, simpatica ragazza di colore, afferma senzi mezzi termini che gli operai della Chrysler, morti dal punto di vista lavorativo, sono stati resuscitati dalla cura italiana e dall’orgoglio. L’industra di Jefferson, nell’area di Detroit, è stata rianimata da Marchionne, che ha coinvolto nell’operazione il sindacato con un rispettabile peso nell’assetto azionario della società. Socio e non controparte. Un assetto che ha consentito all’ingegnere italo-canadese di assumere tanti giovani, con uno stipendio ridotto ma con la voglia di trovare un nuovo lavoro.
La Chrysler, nel secondo trimestre 2010, ha aumentato le vendite del 22 per cento e restituirà il prestito di 7,4 miliardi di dollari al Governo statunitense e a quello canadese entro il 2014.
Marchionne ha detto con chiarezza che, in Italia, gli stabilimenti Fiat debbono funzionare come quelli insediati in tutto il mondo. La questione è di più vaste dimensioni perché anche gli altri competitori mondiali hanno adottato sistemi di produzione efficienti e competitivi. Non si può quindi restare arretrati rispetto ai migliori.

In linea con quanto spiegato, Marchionne ha costituito, il 19 di luglio a Torino, la Fip Spa (Fabbrica italiana Pomigliano), di cui egli stesso è il presidente. Essa non si iscriverà alla Confindustria Campania in modo da avere le mani libere, perché non sarà costretta a osservare i Ccnl.
La nuova e più efficente organizzazione del lavoro comporterà, per i lavoratori della Fip, un aumento di retribuzione, in quanto vi saranno più straordinari i quali vengono tassati solo nella misura del 10 per cento. Quello che conta, quindi, è che in tasca ai lavoratori arrivino più soldi in proporzione al maggiore impegno richiesto.
Lo spostamento della produzione della monovolume L0 da Mirafiori a Kragujevac è la conseguenza delle resistenze che sta facendo una parte del sindacato conservatore alle innovazioni. Basta sentire quello che dicono i serbi della Fiat per capire come là il clima sia entusiastico e opposto a quello di Mirafiori. Là, un operaio guadagna 444 euro al mese. Là, nella Detroit serba, quando i dirigenti Fiat vi si recano sono accolti come il Messia.
 
Anche la Omsa sposta in Serbia i suoi 350 posti di lavoro, e altri lo faranno perché il Governo di quella Repubblica balcanica ha creato un meccanismo di attrazione formidabile per creare lavoro produttivo.
Un comportamento opposto alla Serbia, quando faceva parte della Jugoslavia comunista, ove lo Stato era preposto a tutte le attività produttive con la conseguenza che la popolazone era rimasta povera.
Non bisogna meravigliarsi che le industrie spostino la produzione ove essa è più efficiente e costa di meno. La ricca e potente Germania ha delocalizzato ben 4 milioni di posti di lavoro, l’Italia solo 500 mila. La Germania ha spostato parzialmente delle fabbriche, fra cui una della Volkswagen, con l’accordo del più grande sindacato tedesco, Ig Metall.
Bisogna capire che in Europa gli aiuti di Stato sono vietati, mentre nei Paesi fuori dall’Ue gli Stati continuano a finanziare chi investe.

La Sicilia dovrebbe copiare dal Governo serbo, nel senso di creare le condizioni di attrazione degli investimenti, adottando una serie di interventi in diversi settori. Il primo, quello di riformare la burocrazia regionale dividendo i soggetti produttori di servizi da quelli che sono tenuti a libro paga come ammortizzatori sociali. Solo servizi efficienti, comandati da dirigenti professionali, in possesso di master sull’organizzazione e con grande autonomia gestionale di personale e risorse, possono essere interlocutori validi per chi vuole fare investimenti.
Il secondo intervento, su legislazione e provvedimenti amministrativi, nel senso di ridurre all’osso le procedure, semplificandole, e inserendo tempi brevi e certi per il rilascio dei provvedimenti amministrativi.
Il terzo intervento è ottenere a tutti i costi un provvedimento europeo di perequazione fiscale come l’Irlanda,  che ha una popolazione di poco inferiore a quella siciliana, di modo tale che chi investa in Sicilia possa avere la convenienza di ritorno dei propri investimenti.
Il quarto intervento riguarda l’istituzione di un mediocredito regionale, altamente professionalizzato, che intervenga nel capitale di rischio delle imprese siciliane, ma anche negli investimenti non isolani. C’è altro da fare. Importante è fare tutto, presto e bene.
Mag
08
2010
Il Kosovo, con proprio autonomo provvedimento supportato da referendum, ha dichiarato il 17 febbraio 2008 l’indipendenza dalla Serbia. Questo atto non è stato riconosciuto dalla ex Casa madre, mentre ben 22 dei 27 paesi dell’Unione europea hanno validato l’iniziativa. Si tratta di una secessione vera e propria sulla quale non abbiamo titolo per esprimere una valutazione. Ma un dato emerge con chiarezza e, cioè, che quando un popolo si sente emarginato da una comunità molto più grande non deve essere costretto a convivervi e può prendere l’iniziativa di separarsi, per intraprendere in modo indipendente la strada dello sviluppo. Sviluppo che non ci sarebbe se, rimanendo unito a una comunità più grande, si dovessero seguire i suoi interessi piuttosto che i propri.
È ineluttabile che il pesce grosso mangi quello più piccolo, che il leone rincorra la gazzella per procurarsi il cibo e che quest’ultima corra per non diventare cibo.

Il rimedio a questi effetti è dato dalla comunità nazionale che deve valutare in maniera equa torti e ragioni per poi esprimersi al riguardo.
Com’è noto, la Serbia ha fatto domanda per essere affiliata prima e ammessa dopo all’Unione europea, la quale dopo avere inglobato la Slovenia, prima nazione balcana, ha messo in stand by le richieste della Croazia, della Bosnia, del Montenegro, oltre a quelle di Serbia e Kosovo cui prima si accennava.
Non è un caso che quel furbacchione di Sergio Marchionne abbia costituito una società mista a Kragujevac, acquistando lo stabilimento automobilistico della vecchia Zastava, per la produzione di 200 mila veicoli (dimensione minima che giustifica l’istituzione di uno stabilimento). Marchionne ha ottenuto finanziamenti dallo Stato serbo oltre che avere un costo del lavoro all’incirca 4 volte inferiore dello Stato italiano. Altro che Termini Imerese. Quello stabilimento ha anche il vantaggio di servire tutti i balcani.
La Serbia, di fronte al quasi totale riconoscimento del nuovo Stato kosovaro, ha fatto ricorso alla Corte internazionale di Giustizia europea per vedere riconosciuto il proprio diritto al controllo del piccolo nuovo Stato.
 
Non sappiamo chi abbia ragione o torto, però sappiamo che la predetta Corte è investita di una controversia che a seconda dei casi può essere nazionale o internazionale.
La presenza di un giudice europeo che metta le mani in una questione così delicata offre garanzia che qualunque questione, anche interna a una nazione, possa essere valutata per ottenere sentenze eque, anche se inevitabilmente influenzate dalla politica degli Stati.
La vicenda che vi raccontiamo può sembrare distante dai nostri problemi, cioè dai problemi della Sicilia. Invece, cade a fagiolo perché è in atto una controversia strisciante che non è esplosa e che invece governo e maggioranza siciliani hanno il dovere di portare all’attenzione della pubblica opinione europea.
Riguarda l’annosa questione dell’Alta corte, prevista dall’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, che è stata illegittimamente sospesa dalla Corte costituzionale con sentenza n. 38 del 1957.

È vitale che l’Alta corte sia riavviata e in questo senso abbiamo chiesto che il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, personalità sensibile all’Autonomia e alla Giustizia, convochi lo stesso consesso affinché provveda a nominare i tre membri effettivi e uno supplente dell’Alta corte. Ciò fatto, l’Ars dovrà chiedere al Parlamento nazionale di adempiere al suo dovere consistente nel nominare altrettanti membri di sua competenza. Con quest’atto l’Alta corte, dopo 53 anni (1957/2010), riprenderebbe a funzionare.
Se il Parlamento non ottemperasse in tempi ragionevoli, Governo e Ars potrebbero accedere alla Corte internazionale di giustizia dell’Ue esattamente come hanno fatto gli Stati balcani di cui vi abbiamo raccontato la vicenda all’inizio.
La questione che proponiamo continuamente è di vitale importanza per la Sicilia, perché ripristina l’accordo iniziale fra il popolo siciliano e quello italiano in base al quale oggi l’Isola fa parte dell’Italia. Senza quel patto la Sicilia sarebbe uno Stato indipendente, padrone del proprio futuro. Bene o male? Ai posteri l’ardua sentenza.
Mag
01
2010
Sergio Marchionne ha illustrato il piano della Fiat 2011/14, che prevede più che il raddoppio della produzione di auto in Italia, a condizione che i sindacati accettino i 18 turni settimanali. In pratica, l’ad italo-canadese ha detto chiaro e tondo che bisogna avvicinare al massimo il costo delle auto dello stabilimento di Tychy in Polonia con quello degli stabilimenti italiani. Operazione difficile sul piano degli stipendi e relativi oneri previdenziali, ma fattibile su quello della flessibilità e quindi del numero di auto prodotte per giornata lavorativa.
L a forza del piano Marchionne sta nella sua semplicità: un’architettura basata su numeri di facile lettura che non consente a nessuno di creare confusione o nascondere la verità. Il piano prevede, come ampiamente annunciato fin da giugno del 2007, la chiusura dello stabilimento di Termini Imerese, il cui teatrino, animato da politici incompetenti, fa calare definitivamente il sipario. Ora, per il territorio termitano, urge una conversione che consenta l’insediamento di impianti turistici anziché di ulteriore industria pesante.

Vogliamo provocare Governo e maggioranza variabile della Regione, nonché tutta la classe politica affermando a gran voce che per la massima istituzione ci vorrebbe un Marchionne, un professionista di altissimo livello che sapesse riorganizzare i servizi in modo da renderli efficienti e funzionali, a disposizione dei siciliani, con ciò consentendo di facilitare tutte le iniziative degli investitori e costituendo la premessa per l’attrazione di investimenti internazionali.
Investimenti non come quello deteriore del rigassificatore di Priolo, una bomba in un territorio scassato, bensì nel settore dell’industria blu (turismo) e dell’industria verde (green economy e green energy).
Quando chiediamo un Marchionne alla Regione non pensiamo a un gestore politico, bensì ad uno burocratico che, come nel film The Untouchables, vada avanti nella riorganizzazione generale dei servizi per raggiungere un livello di efficienza e funzionalità pari a quello della Lombardia.
 
Abbiamo sentito Gianfranco Micciché dire una cosa che ci trova in totale disaccordo: “La mancanza di lavoro al Sud e in Sicilia ha fatto usare i posti pubblici come ammortizzatori sociali; ora non si possono quindi applicare i costi standard”. Eh no, caro Gianfranco. La tua affermazione, se confermata, alimenta ancora il vecchio e superato alibi dietro il quale si nasconde la cattiva spesa pubblica, destinata non solo alla sua effettiva finalità, che è l’istituzione e gestione dei servizi a favore dei siciliani, ma come ammortizzatore sociale. Essa va dunque razionalizzata per i servizi pubblici e distinta da quella per gli ammortizzatori sociali.
Facciamo un esempio: nella Regione siciliana vi è un esubero di almeno 10 mila dipendenti sui 20 mila totali (contro i 3.251 della Regione lombarda) e un esubero di almeno 1800 dirigenti, su 2200 totali, contro i 207 della Regione lombarda. è chiaro che i 10 mila dirigenti e dipendenti in più non possano essere licenziati, ma dev’essere altrettanto chiaro che i loro stipendi, senza aggiunta di premi, indennità e altri ammennicoli, costituiscono un vero e proprio ammortizzatore sociale, infilato nella Resais Spa.

Esso va quantificato, in modo che si sappia che noi siciliani dobbiamo mantenere un esercito di persone inutili alla produzione di servizi pubblici sol perché una classe politica ascara e clientelare li ha infilati nelle maglie degli organici. Naturalmente, appena cresceranno le attività produttive, questi dipendenti inutili dovranno essere invitati a emigrare in quelle, in modo da alleggerire gradualmente il peso delle casse regionali. Altri andranno in pensione e via via la Resais Spa potrebbe essere eliminata. Il meccanismo di pulizia e di razionalizzazione va esteso a tutti quegli altri corpi che gravano sulle casse regionali, fra cui forestali, formatori e altri.
La baraonda che si è scatenata sulla legge Finanziaria dimostra come la politica economica del Governo regionale venga utilizzata per lotte intestine e non per massimizzare le risorse finanziarie.
Feb
13
2010
Sindacati e parti politiche si sono sclerotizzati su due questioni, apparentemente non collegate: la Fiat di Termini Imerese e il rigassificatore nel Triangolo della morte. La loro testardaggine nel difendere l’industria pesante in una regione che ha vocazione per l’industria blu (turistica) e l’industria verde (economia da fonti rinnovabili) dimostra una forte miopia, perché si tratta di attività mature che non hanno futuro. Ci spieghiamo meglio.
A Termini Imerese, uno stabilimento per la produzione di auto è del tutto fuori contesto. Sembra anche fuori luogo il tentativo della partecipata regionale al 49% (Cape-Regione siciliana Sgr Spa) di fare l’industriale, perché la Regione ha il compito di promuovere attività e lavoro produttivo, non quello di esercitarlo direttamente.
Vi sono colossi mondiali come Renault, Mercedes, Toyota, che quest’anno immetteranno sul mercato auto elettriche in forze. Come può pensare una piccola azienda di reggerne la concorrenza?

È chiaro che il ministro Scajola sta facendo a’ mujna. Dispiace che a reggere questa farsa sia il Governo Lombardo, che dichiara di mettere a disposizione di un’attività non competitiva e senza futuro ben 350 milioni di euro. Con un somma inferiore, tutto il territorio potrebbe essere riqualificato, trasformato e reso idoneo ad insediamenti turistici.
Luca di Montezemolo, presidente Fiat, Ferrari ed ex presidente Fieg (Federazione italiana editori giornali) ha confermato la nostra previsione e cioè che la multinazionale torinese è disposta a cedere l’insediamento a costo zero.
La questione dei dipendenti è falsa, perché metà di essi è quasi pronta per la pensione e dunque non soffrirebbe nulla dalla perdita del lavoro. L’altra metà  può essere riconvertita nelle nuove attività dell’industria blu e, in ogni caso, il Governo regionale può appellarsi alla legge Alitalia.
L’insediamento turistico-alberghiero assorbirebbe ben più dei duemila dipendenti attuali, tra diretti e  indiretti, di SicilFiat, con prospettive di sviluppo ben diverse da quelle di un’industria morta e sepolta.
 
L’altra farsa sul teatrino della Sicilia riguarda il rigassificatore di Priolo-Melilli. La finta di Garrone e Shell, pronte a lasciare la Sicilia, colpisce per la pochezza delle argomentazioni, laddove qualche giornalista plaudente afferma che è addirittura a rischio l’intero polo industriale.
È a rischio, invece, la salute di decine di migliaia di cittadini, non solo quelli del Triangolo della morte (Priolo, Melilli, Augusta) ma anche gli altri della bellissima città di Siracusa.
Ricordiamo che, secondo l’Istat, nel capoluogo aretuseo le polveri sottili (PM10), nel 2008, hanno superato la soglia minima per ben 321 volte contro le 35 consentite.
Non solo la questione del rigassificatore deve considerarsi definitivamente cancellata dall’agenda del Governo regionale, con tanti saluti alla Jonio Gas, ma la Regione deve intervenire energicamente per obbligare tutte le raffinerie di quel territorio a convertire i loro impianti in modo che utilizzino prodotti vegetali, anziché fossili.

I tre assessorati regionali (Territorio e Ambiente, Energia e Attività produttive) devono porre con urgenza a tutte le centrali termoelettriche la sostituzione dei macchinari che alimentano il processo produttivo, in modo da usare il gas piuttosto che il petrolio, per abbattere di dieci volte l’inquinamento.
I petrolieri comincino a tremare di fronte all’offensiva dell’opinione pubblica e all’azione di governo, per imporre l’utilizzo di fonti rinnovabili al posto del dannatissimo liquido nerastro.
L’Unione petrolifera minaccia la chiusura di cinque raffinerie, con 7.500 posti a rischio sparsi in tutta Italia. Ma a nessuno dei ricchissimi petrolieri passa per la testa di convertire i loro impianti per produrre biocarburanti. Loro vogliono solo staccare grossecedole per sé e gli azionisti delle società, a danno dei cittadini.
Se il Governo nazionale vuole tollerare questi comportamente egoistici e corporativi, lo faccia nella Penisola. Qui da noi l’Autonomia impone al presidente Lombardo di stare dalla parte dei siciliani che lo hanno eletto.
Gen
27
2010
È nota la nostra posizione secondo la quale la decisione della Fiat del 2007 di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese era irrevocabile. Male hanno fatto i Governi Cuffaro e Lombardo a pietire un’inutile sopravvivenza di una struttura fatiscente, non competitiva e senza alcun futuro.
Comprendiamo perfettamente le ragioni umanitarie, secondo le quali bisogna salvare il reddito dei dipendenti e delle loro famiglie, non solo, ma anche quello di tutti i lavoratori dell’indotto, per un totale di circa 2000 unità che con i loro familiari possono arrivare a sei o settemila persone.
La soluzione è già esistente, basta utilizzare per questa vicenda la legge Alitalia, che è stata approvata modificando la legge Marzano e altre precedenti. Ricordiamo che cosa essa prevede: corrispondere l’ottanta per cento dello stipendio ai cinquemila dipendenti che dall’operazione sono risultati in esubero, per condurli fino alla soglia della pensione.

I più giovani, che comunque con questo percorso non vi arrivano, avranno avuto abbondante tempo per trovare altre soluzioni lavorative. Dunque, il caso Termini è risolvibile senza umiliarsi. Il Governo Lombardo chieda con forza l’applicazione della legge Alitalia per risolvere il giustissimo problema dei dipendenti diretti e indiretti, ma pensi con grande determinazione a un progetto di ampio respiro e di alto profilo, come abbiamo più volte suggerito, per trasformare il territorio verso l’industria blu (turismo), nel quale si potrebbero convertire professionalmente i lavoratori di Termini.
Vorremmo non sentire più parlare di questa vicenda, nè della disperazione di tanti dipendenti che si arrampicano sui tetti e sulle gru, giustamente, per proteggere la sopravvivenza loro e dei propri cari. Non è tentando inutilmente di forzare la mano a Marchionne che il problema si risolve.
La strada delle cordate per costruire ipotetiche auto ecologiche in collaborazione con ipotetici costruttori indiani (o pellerossa) è abbastanza lontana dalla concretezza, mentre tutti i dipendenti continuano a sopravvivere a malapena con le loro buste paga dimezzate, lavorando due settimane al mese, anche se la differenza viene compensata dalla Cassa integrazione.
 
Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’insufficienza della fantasia e della attività concreta di chi ha responsabilità istituzionali. Abbiamo salutato positivamente la rapidità con cui il presidente eletto direttamente dai siciliani e non dai deputati (finalmente questo concetto è entrato nell’opinione pubblica dopo che vi abbiamo battuto per moltissimo tempo) ha risolto la crisi mediante la nomina di assessori cui ha dato la delega in base al nuovo disegno delle 13 branche amministrative della Regione (presidenza più 12 assessorati).
Abbiamo sottolineato positivamente anche la rapidità con cui prima il Lombardo-bis ha nominato i 17 Dg di Asp e Aziende ospedaliere e poi il Lombardo-ter con la nomina di 26 Dg (due, Gelardi ed Emanuele, hanno un doppio incarico), nonché i Dg degli Uffici speciali. La macchina politico-amministrativa è pronta per far fare alla sua azione un balzo di qualità indispensabile per intraprendere finalmente la strada della crescita. 

Interpelliamo direttamente l’assessore al Turismo, Nino Strano, affinché insedi una task-force per lo studio e la realizzazione in tre mesi di un progetto complessivo relativo a insediamenti turistici nel territorio di Termini Imerese, tenuto conto che colà può essere realizzato anche un porto turistico. Il progetto ovviamente deve prevedere anche campi da golf e villaggi e dev’essere portato in giro per il mondo in una road-show che attiri concretamente l’interesse di investitori, senza escludere quelli italiani. Chi offre di più, vince.
Resta il nodo della proprietà Fiat. Su questo punto il Governo regionale deve mostrare i muscoli, chiedendo che tutto il territorio venga messo a disposizione del progetto turistico a un prezzo simbolico, tenuto conto degli innumerevoli finanziamenti che la fabbrica ha ottenuto nel corso dei decenni. E siamo convinti che di fronte a una richiesta ragionevole, Montezemolo e Marchionne non farebbero gli avari. La soluzione prospettata è cristallina. Attendiamo risposte o una soluzione migliore, purché sia produttiva di ricchezza e non di lamenti umilianti.
Gen
20
2010
La questione della Fiat di Termini Imerese è diventata stucchevole e umiliante. Ancora una volta stiamo dimostrando che i siciliani hanno l’anello al naso. Questo non è vero, ricordando l’orgoglio delle nostre tradizioni che affondano in una cultura millenaria. I comportamenti debbono però essere conseguenti, smettendo di tendere la mano per chiedere l’elemosina. Noi, qui in Sicilia, abbiamo la progettualità e la capacità per interfacciarci col mondo intero, spendendo al meglio le risorse finanziarie, umane e professionali di cui disponiamo e utilizzando quelle che nel mondo esistono, basta trovarle.
Riepiloghiamo brevemente la questione. La Fiat ha dichiarato, fin da giugno del 2007, che lo stabilimento dell’area termitana andava chiuso, perché data la sua piccola dimensione e data la sua ubicazione territoriale non era conveniente costruire auto, il cui costo unitario era stimato in circa mille euro in più rispetto a quello di altri stabilimenti industriali.

L’allora Governo Cuffaro, per ragioni meramente clientelari, dichiarò di mettere a disposizione della Fiat centinaia di milioni di euro purché non chiudesse lo stabilimento. Senza comprendere che la questione posta dalla multinazionale torinese non riguardava l’aspetto strutturale, bensì il costo di produzione.
La Fiat, tuttavia, ha messo a disposizione quasi cinque anni di tempo perché si desse una soluzione alla questione. Infatti, dal 2007 al 2011, c’era (e c’è) il tempo per procedere in questa direzione. Continuare a insistere, da parte del Governo Lombardo, perché resti aperto uno stabilimento improduttivo è un comportamento semplicemente inutile, perché va contro il mercato e il buon senso.
L’indirizzo verso cui bisogna andare, invece, è quello di trasformare uno stabilimento improduttivo in un insediamento che produca ricchezza. Lo stesso Governo Lombardo ha dichiarato, attraverso il proprio assessore Venturi, di mettere a disposizione centinaia di milioni di euro che non ha. Ma se li avesse, dovrebbe investirli nel territorio per cambiarne la destinazione, in direzione dell’industria blu (il turismo).
 
Si tratta di redigere un progetto complessivo da mettere all’asta internazionale e presentarlo nelle piazze finanziarie più importanti d’Europa, dell’Asia e del Nord America, per attirare investitori in questo territorio. L’ipotesi prima indicata è stata da noi pubblicata numerose volte, anche in coincidenza con la firma del contratto che la Fiat ha redatto col governo serbo, per costruire uno stabilimento da 200 mila veicoli l’anno a Kragujevac con la vecchia fabbrica Zastava. Con quel contratto la Fiat ha ottenuto contributi rilevanti, nonché sostiene un costo di manodopera pari a circa un terzo di quello di Termini Imerese.
La politica economica del Governo Lombardo deve indirizzarsi verso i due grandi filoni di sviluppo di attività che producano ricchezza, e precisamente verso l’industria verde e verso l’industria blu. Con queste due linee si mette in moto un moltiplicatore che fa rendere molte volte gli investimenti.

L’industria verde comprende quel complesso di attività economiche che utilizzano prodotti vegetali e il sole per produrre energia. La Camelina e la Jatropha Curcas sono due fra le tante piante che possono essere coltivate per produrre biocarburante.
A questo riguardo, la Regione deve aprire una trattativa con le otto raffinerie del Triangolo della morte per convertire la prima parte della filiera produttiva, in modo che essa possa essere alimentata da prodotti vegetali e non fossili, arrivando a un drastico taglio delle forniture di petrolio e del relativo inquinamento.
Ricordiamo ai responsabili della politica economica della Regione che, per ogni miliardo investito in attività produttive, si mettono in moto diecimila opportunità di lavoro. Conseguentemente, nessuno deve pensare di spendere soldi se la conseguenza positiva non sia quella di ottenere nuovo lavoro. Questo avviene anche perché si utilizzano sistemi sempre più innovativi e digitalizzati.
Urge dare competitività al sistema economico siciliano, che in atto è fortemente carente perché è abituato a dipendere dalla greppia pubblica. Occorre un’inversione di mentalità e una spinta corale fra pubblico e privato, per andare verso il futuro e non restare schiavi del passato.
Dic
05
2009
Chiuso il capitolo di Termini Imerese e chiuso il più grave capitolo del rigassificatore che volevano installare nel Triangolo della morte Priolo-Augusta-Melilli, vi è quello più importante, cioè che la politica comprenda come sia indispensabile affrontare un programma serio per fermare la discesa economica e cominciare una risalita seppur lenta. Lo sviluppo prossimo venturo della Sicilia deve abbandonare, nei limiti del possibile l’industria pesante e invece stendere tappeti rossi e creare ogni altra forma di attrazione perché gli investitori internazionali portino qui i loro progetti, il loro danaro e le loro competenze.
I filoni su cui si muove lo sviluppo devono marciare sui binari dell’industria verde (Green Economy) e dell’industria blu (turismo, fruizione di beni archeologici e paesaggistici e di tutti gli altri tesori di cui la Sicilia dispone in grande abbondanza). Non basta. Le linee di sviluppo devono comprendere i servizi avanzati, cioè quelli ad alto valore aggiunto. In questo senso bisogna dare il massimo supporto alla St Microelectronics, a tutte le imprese dell’Etna Valley e a chiunque altro investa nel mercato immateriale di Internet.

Vediamo ora le ipotesi di lavoro dell’industria verde. La Regione prepara un progetto per un Piano energetico consistente nella coltivazione di prodotti per la produzione di biocarburanti, in modo da indurre le industrie di raffinazione del Triangolo della morte a trasformare i propri impianti, in modo tale da sostituire il fossile con il vegetale.
Secondo dati raccolti presso l’assessorato all’Agricoltura, in Sicilia vi sono circa 4 mila chilometri quadrati di terreno incolto o non produttivo di reddito. Trasformarlo per la produzione utile al processo cui prima accennavamo, significherebbe mettere in moto decine di migliaia di posti di lavoro e utilizzare molte risorse del P.o.  2007-2013.
Vi è poi l’agricoltura innovativa, che ha però il difetto di non essersi impossessata del sistema di distribuzione diretto, saltando a piè pari commissionari, concessionari e altri intermediari che lucrano fortemente, mantenendo in uno stato deficitario i produttori medesimi.
 
Nella rossa Emilia il sistema cooperativo ha portato i produttori di beni e servizi in uno stato di agiatezza perché ha eliminato i parassiti della filiera e ha consentito di praticare prezzi relativamente bassi, mantenendo una buona qualità di beni e servizi.  Sappiamo che l’individualismo, frutto di incultura, non favorisce la cooperazione. Tuttavia, i nostri produttori agricoli devono capirlo una volta per tutte che la strada è quella di affacciarsi direttamente alla grande distribuzione e al mercato.
L’industria blu è quella del turismo, che significa portare qui milioni di cittadini del mondo, sol che il sistema informativo e quello economico dei tour operators siano opportunamente sensibilizzati e agevolati, dichiarando che gli uffici della Regione e quelli degli Enti locali sono disponibili sul serio a rilasciare ogni autorizzazione o concessione nel tempo reale di non oltre trenta giorni, costi quel che costi.

Naturalmente i turisti verrebbero da noi se trovassero: a) i beni culturali ben ordinati e pronti per essere fruiti (la chiusura della Villa del Casale è un grave colpo per albergatori, guide turistiche e negozianti, mentre la manutenzione si può fare con i cantieri aperti e in sicurezza); b) la ristrutturazione di gran parte degli 829 borghi, catalogati dall’assessorato dei Beni culturali, per cui occorrerebbero decine di migliaia di persone e finanziamenti rilevanti europei, statali e regionali; c) la fruibilità dei quattro Parchi della Sicilia (Madonie, Nebrodi, Etna e Alcantara) nonché le riserve naturali e le riserve marine; d) la possibilità di accedere a tutti i beni archeologici, culturali, museali che spesso sono in condizioni fatiscenti; e) la valorizzazione dei tre centri della ceramica (Caltagirone, Sciacca e Santo Stefano di Camastra); e) l’operatività delle due principali Terme (Acireale e Sciacca) come hanno ben fatto tutte le Regioni del centro-nord fra cui Toscana, Veneto ed Emilia; f) un controllo ferreo e continuo sulla qualità dei servizi alberghieri e di ristorazione.
Basta la politica delle parole. Occorre la politica del fare. Ora.
Dic
03
2009
Il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ne ha sparata una delle sue: “Folle chiudere lo stabilimento Fiat di Termini Imerese”. È ovvio che si tratti di una furbata con l’intento neanche nascosto di acquisire le simpatie dei sindacati e dei dipendenti di quello stabilimento. Ma, senza voler fare dietrologia, si tratta anche di un siluro nei confronti del presidente Raffaele Lombardo e di una bordata nei confronti della Fiat, per punire il suo presidente Luca Cordero di Montezemolo.
La colpa dello stesso è che non solo non affianca l’azione del governo Berlusconi, ma per tanti aspetti la critica. Che si tratti di furbata è evidente perché nessuno meglio di Sergio Marchionne, amministratore delegato della multinazionale torinese, conosce i dati della propria azienda e nessun altro può decidere dove deve produrre per avere la massima efficacia. Fra l’altro, i tempi per le case automobilistiche sono molto difficili e nessuna di esse si può permettere di elargire beneficienza.

Da anni ribadiamo il concetto che, se la Fiat ha deciso di spostare la sua produzione a Kragujevac, in Serbia, è perché ci sono condizioni più favorevoli che a Termini. E se ora ha deciso di spostare la produzione della Ypsilon in Polonia è per la stessa ragione. Come può chiedere un ministro della Repubblica ad un’impresa di tenere in vita uno stabilimento, il cui prodotto costa un terzo in più che altrove? è pura demagogia.
Il ministro per lo Sviluppo economico deve attivare strategie per guardare avanti di cinque o dieci anni ed investire nel futuro. è del tutto pacifico che lo stabilimento Fiat di Termini Imerese è morto e sepolto e, per la sua piccola dimensione, non ha alcun futuro. Il ministro dovrebbe individuare nell’industria turistica il futuro della Sicilia e concordare col governo regionale un piano per la sua trasformazione in un’attività con un forte potenziale di sviluppo. 
La forza della Sicilia è la sua posizione geografica al centro del Mare nostrum. Si tratta di preparare un progetto di massima, inserirlo nella rete bancaria di tutto il mondo e portarlo nelle sedi economiche che contano in modo da stimolare i gruppi  internazionali a venire qui.
 
Siamo nauseati dal dover ripetere continuamente queste cose, semplici e perfino banali. Come si può pensare di investire 400 milioni (tanti dichiarati dall’assessore all’industria Venturi) per ristrutturare un territorio ancora destinato all’industria pesante? Con questa cifra lo stesso territorio può essere rivoltato come un calzino e diventare idoneo per l’industria turistica.
Insistere sulla Fiat contro la volontà della stessa è frutto di cecità strategica. L’alibi di dover proteggere i 1.370 posti di lavoro è ormai sgonfiato perché, per la chiusura dello stabilimento, lo Stato potrebbe applicare la “legge Alitalia”, salvaguardando quindi il tenore di vita di tutti quei dipendenti.
In più, il nuovo piano di investimenti potrebbe portare alla creazione di 5.000 posti di lavoro, solidi e duraturi nel tempo, naturalmente convertendo le competenze di chi volesse o mettendo a disposizione queste opportunità di altri siciliani e non.

Non solo la Sicilia deve dar sfogo alla richiesta di lavoro degli indigeni, ma potrebbe diventare un territorio di attrazione del lavoro esterno. è il caso per esempio del costruendo Ponte sullo Stretto per il quale arriveranno tantissimi operatori di diversi livelli produttivi.
C’è poi un altro versante sul quale la Regione e il ministro potrebbero investire. Riguarda la messa a reddito di circa 4000 km quadrati di terreno incolto. Come? Con la coltura di prodotti vegetali necessari alla produzione di biocarburante. Naturalmente in questa iniziativa dovrebbero essere coinvolte le industrie pesanti e altamente inquinanti del Triangolo della morte le quali, con le buone o le cattive, dovrebbero esser indotte  a trasformare una parte della filiera produttiva in modo di utilizzare prodotti vegetali e non fossili, come  il raffinato.
Di queste iniziative si dovrebbero occupare il governo regionale e il ministro invece di blaterare e dire stupidaggini. Attendiamo con realismo la svolta di una linea di politica economica bloccata da risse ridicole nelle quali prevale l’interesse di tanti piccoli uomini che tentano di prevaricare quello generale.
Nov
13
2009
Da anni, prima ancora del governo Lombardo, abbiamo affrontato di petto la questione dell’eolico in Sicilia sottolineando: a) che la nostra Isola è superproduttrice di energia e non ha bisogno di ulteriori impianti inquinanti; b) che i parchi eolici non apportano alcun beneficio né in termini di investimento, perché i materiali provengono da fuori Sicilia, né in termini di occupazione, perché basta un solo operatore per gestire 30 aerogeneratori. Per contro, è assicurata la deturpazione dell’ambiente; c) che dietro le facili autorizzazioni rilasciate si potevano nascondere infiltrazioni mafiose.
Il governo Cuffaro fu sordo alle nostre argomentazioni e continuò a rilasciare autorizzazioni. Raffaele Lombardo, invece, fin dal suo insediamento, disse no all’eolico e di fatto le autorizzazioni sono state bloccate. Per altro il giovane e valente assessore Marco Venturi, pur non potendo apertamente schierarsi contro alcuni suoi colleghi imprenditori, ha di fatto mantenuto il blocco, in aderenza alla linea del governo regionale.

In questi giorni è arrivata la stangata definitiva, cioè il sequestro di ben sei parchi eolici in Sicilia (nei comuni di Militello Val di catania, Mineo, Vizzini, Camporeale, Partinico e Monreale) per inquinamento mafioso, disposto dalla Procura di Avellino. L’operazione vede coinvolti l’imprenditore alcamese Vito Nicastri e Vincenzo Dongarrà, in quanto secondo la predetta Procura sarebbero esponenti di affari non leciti.
Con ciò la partita è chiusa e coloro che hanno presentato domande per ottenere le autorizzazioni dovrebbero avere la dignità di ritirarle silenziosamente per non essere esposti al pubblico ludibrio.
Scriviamo ora della seconda linea di questo giornale, attivata da molti anni: quella che riguarda il comprensorio di Termini Imerese. Da molto tempo evidenziamo una verità, che il Governo regionale non vuol vedere. Dal momento in cui la Fiat ha firmato l’accordo con la Zastava di Kragujevac in Serbia, la sorte del polo siciliano è stata segnata. Non si capisce perché l’assessore si intestardisca a voler mettere a disposizione 300 o 400 milioni di euro (che non ha) per mantenere in vita un’industria pesante che qui non ha quei requisiti di competitività indispensabili per funzionare.
 
La Fiat ha più volte comunicato che la fabbrica di Termini ha un costo per unità di prodotto superiore a un terzo a quella di Melfi, in Basilicata. L’espediente di pensare alla produzione di componenti è destituito di ogni fondamento industriale perché qui non siamo in Polonia, né in Serbia, in quanto la manodopera ha il costo medio nazionale che è quattro volte superiore a quello delle due nazioni citate. E allora il governo regionale abbia un altro impulso coraggioso, come quello dell’eolico: affronti la questione di petto e cioè il cambiamento radicale della destinazione di tutto quel comprensorio dall’industria pesante all’industria del turismo.
L’interesse per la Sicilia dimostrato dal sultano dell’Oman Qabus Bin Said - che nel 2008 venne a Palermo col suo megayacht “El Said” e col suo megaseguito e distribuì Rolex d’oro a diversi vertici istituzionali della Regione, che li accettarono - dimostra l’appetibilità del nostro territorio. Il recente acquisto del complesso turistico Perla Jonica di Acireale da parte di Hamed Al Hamed (appartenente alla famiglia reale di Abu Dabi) è un ulteriore conferma di tale interesse.

Se il Resort Verdura golf di Sciacca di Charles Rocco Forte, ha consentito l’utilizzazione di circa 400 unità di personale, se la ristrutturazione della Perla Jonica porterà l’assunzione di altre 500 unità, non vi è dubbio che la trasformazione del comprensorio di Termini, meraviglioso dal punto di vista paesaggistico, in attività turistiche,  comporterà l’assunzione di altrettanto personale, permettendo ai 1400 della Fiat di riconvertirsi in professioni più utili per il territorio e favorendo l’arrivo di migliaia di turisti di cui beneficerà l’economia dell’intera Isola.
Fa specie il silenzio del sottosegretario Gianfranco Micciché,  come vice sindaco di Termini Imerese, mentre anche lui dovrebbe spingere nella direzione di questo progetto di conversione comprensoriale.
L’azione del governo Lombardo, per essere efficace, deve essere fondata su progetti innovativi di lungo periodo, evitando di mettere inutili pezze sulle falle di ogni giorno.