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Quotidiano di Sicilia

Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Finanziaria

Set
13
2011
Mercoledi 7 settembre il Senato ha approvato la manovra da 54 miliardi di euro, di cui 36 di nuove tasse e 18 di tagli. In questi due dati si manifesta la pochezza e l’incapacità di una maggioranza di dar corso all’indignazione dei cittadini, che vengono ulteriormente caricati da una pressione fiscale insostenibile, mentre tutte le Caste privilegiate, a cominciare da quella politica, per continuare con quella burocratica e via dicendo, non sono state chiamate ai necessari tagli.
La questione non finisce qui, perché la pressione fiscale complessiva è destinata ad aumentare, in quanto la riduzione dei trasferimenti che le quattro manovre hanno previsto per Regioni ed Enti locali provocherà aumenti di addizionali e di imposte locali, almeno nelle Regioni e nei Comuni viziosi. Non faremo, da oggi in poi, più riferimento alle Province perché le consideriamo nella forma attuale dei cadaveri incostituzionali: infatti il Governo nazionale ha approvato il ddl per sopprimerle e quello siciliano sta presentando il ddl per convertirle in Consorzi.

Non sappiamo se la manovra che la Camera approverà oggi o domani sarà sufficiente per fermare i mercati. Lo vedremo nei prossimi giorni. Riteniamo però che questa maggioranza sarà costretta a furor di popolo a fare un’ulteriore manovra esclusivamente per la riduzione della spesa corrente, nonché con l’inserimento di elementi di liberalizzazione dei mercati, a cominciare dalle società pubbliche locali ed elementi per attivare lo sviluppo.
è del tutto evidente che questi tagliatori nazionali sono degli incoscienti, perché pur di non eliminare i numerosissimi privilegi delle numerosissime Caste non hanno liberato le risorse necessarie per l’apertura dei cantieri delle grandi opere di interesse nazionale ed internazionale e neppure per il supporto alle imprese e al tessuto produttivo.
Si tratta di una resistenza passiva fuori dall’ordinario, che dimostra ancora una volta l’insensibilità dei responsabili delle istituzioni nazionali che, pur di fronte a una situazione gravissima, non prendono in considerazione di fare rinunce e di contribuire al risanamento delle finanze pubbliche mediante minori uscite.
 
I cittadini capiscono la buona amministrazione. I sindaci dei Comuni virtuosi - cioè quelli che hanno i conti in ordine, quelli che hanno redatto il Piano aziendale, quelli che hanno il giusto personale per erogare i servizi, quelli che usano la spesa corrente col contagocce, quelli che destinano tutte le risorse possibili per investimenti e opere pubbliche - non avranno granché da temere dai tagli, anche perché essi sono ampiamente bilanciati dal raddoppio delle attribuzioni per recupero di evasione dei propri cittadini.
Mentre, infatti, il quarto decreto sul federalismo fiscale (d. lgs. n. 23 del 14 marzo 2011) prevedeva che ai Comuni andasse attribuito il 50 per cento dell’evasione recuperata, con la legge in via di approvazione, ai Comuni è attribuito il cento per cento dell’evasione recuperata. Siccome l’evasione si annida all’interno dei proventi di ogni cittadino dei comuni e siccome essa ammonta a 120 miliardi di euro, ecco che, teoricamente, se tutti i Comuni la scoprissero riceverebbero una valanga di quattrini pari agli stessi 120 miliardi.

I dolori saranno, invece, per i sindaci viziosi, quelli cioè che non hanno i conti in ordine e che si sono comportati al contrario dei loro colleghi virtuosi. I tagli e i minori trasferimenti stringeranno la loro gola politica in maniera serrata, perché dovranno rapidamente bloccare tutte quelle spese clientelari che hanno consentito loro di disamministrare, senza un progetto di sviluppo, senza un progetto di crescita.
Dobbiamo purtroppo sottolineare come i sindaci viziosi si trovino in maggioranza nel Sud Italia. Nella nostra Isola, su 390 Comuni, ve n’è uno solo iscritto all’Associazioni nazionale dei Comuni virtuosi, ed esattamente quello di Aci Bonaccorsi.
Diamo ai 389 sindaci viziosi tre consigli non richiesti: redigere subito il Piano aziendale, chiedere la certificazione di qualità delle procedure all’Unione europea e nominare società di revisione iscritte alla Consob per certificare i bilanci. Un altro consiglio vogliamo dar loro: istituire subito il Niai (Nucleo investivativo affari interni) per la ricerca della corruzione e l’Ntl (Nucleo tributario locale) per il recupero dell’evasione.
Ago
05
2011
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha un assegno lordo di 239.181 euro annui che, al netto di ritenute fiscali e previdenziali, diventano 136.397. Non è un grosso assegno, tenuto conto di quanto guadagnano parlamentari e burocrati, anche di Enti locali, però sfiora l’ammontare dell’assegno del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che guadagna 400 mila dollari l’anno (circa 285 mila euro).
Il Presidente Napolitano ha voluto dare un segnale consistente nella rinuncia (e quindi restituzione al ministero dell’Economia) degli importi relativi all’aumento dell’indennità per effetto dell’adeguamento all’inflazione. Si tratta di cifre estremamente modeste, ma tuttavia il gesto ha un valore simbolico rilevante. Come dire: anche io mi taglio.
Il Quirinale ha poi comunicato di avere risparmiato 56 milioni 316 mila euro dal 2006 al 2011, vale a dire poco più di 11 milioni l’anno. Sono state bloccate anche le pensioni più alte per un risparmio complessivo di 15 milioni in tre anni.
Un ventaglio di operazioni, insomma, a vantaggio dell’immagine del Presidente.

Dietro a esso, però, guardiamo la realtà. I 5 milioni l’anno di risparmio non sono un taglio motu proprio del Presidente, ma la conseguenza dell’applicazione della quarta Manovra estiva, per effetto della quale vengono tosate le pensioni d’oro del 5 per cento sull’eccedenza rispetto a 90 mila euro e del 10 per cento sull’eccedenza rispetto a 150 mila euro. Se ne deduce che i tagli sono simbolici.
Per dare un segnale forte, il Capo dello Stato avrebbe dovuto prevedere un taglio del 25 per cento sulle spese della sua Istituzione, perché così avrebbe potuto imporre moralmente alle altre due Istituzioni legislative, Camera e Senato, di tagliare anch’esse il loro bilancio del 25 per cento, cosa che Fini e Schifani sono ben lungi dal mettere all’ordine del giorno, occupandosi solo di limature insignificanti.
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe potuto servire al Governo per dare un taglio lineare a stipendi, indennità, emolumenti, gettoni di presenza e quant’altro viene erogato a quelle 600/700 mila persone che per un verso o per un altro stanno dentro all’agone politico per vivere, in quanto sono dei senza mestiere.
 
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe stato utile per consentire di tagliare quelle migliaia di Enti che si trovano fra Comuni e Province (pare che siano 7 mila e che costino 7 miliardi, come dire un milione ciascuno).
L’esempio vero del Capo dello Stato sarebbe servito per tagliare emolumenti e compensi a tutti gli alti burocrati della macchina pubblica e delle società pubbliche, comprese le banche controllate da Fondazioni pubbliche i cui Consigli di amministrazione e dirigenti percepiscono compensi nettamente superiori a quelli della media europea.
Vi è poi la questione arcinota delle Province che, trasformandosi in Consorzi di Comuni, farebbero risparmiare circa 7 miliardi di apparati.
I Mercati agostani ci dicono che la speculazione è in agguato nei confronti di Paesi deboli e dell’Italia che, oltre alla debolezza economica, ha il secondo debito pubblico per dimensioni del G8, in rapporto al Pil. E questo manterrà il Paese sulla graticola, forse ancora per parecchio tempo.

La riunione fra Governo e parti sociali è l’ennesimo momento di chiacchiericcio. Tutti mettono sul tappeto delle proposte, anche buone ma, quando è il momento di tradurle in provvedimenti, le varie lobby si mettono di traverso, come ha fatto quella degli avvocati quanto Tremonti ha tentato di inserire nella Manovra l’abolizione degli Ordini professionali.
Il sistema economico italiano non si sblocca se non si fanno le riforme contro i privilegi di questo e di quello, i quali non consentono di avere istituzioni ordinate, basate sui valori di merito e responsabilità, in base ai quali ognuno prende per quanto dà. Fino a quando vi saranno dei parassiti che introitano indebitamente molto più di quanto danno, non vi è alcuna speranza di risalire la china e competere ad armi pari con i maggiori partner europei e con i Paesi emergenti.
C’è bisogno di una svolta perché l’indignazione popolare monta ogni giorno e non riguarda solo le istituzioni centrali, ma anche quelle della Sicilia. Guai a restare sordi.
Lug
16
2011
La Manovra approvata ha travolto il contenuto del decreto 98 del 7 luglio 2011. è antipatico ricordare che avevamo previsto l’insufficienza dei tagli e il loro spostamento negli anni a venire. Puntualmente i mercati hanno visto tale insufficienza e hanno aggredito azioni e titoli italiani.
A questo punto, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha preso in mano la situazione, in modo silenzioso com’è suo costume, ed ha agito da vero e proprio gestore e massimo responsabile della Cosa pubblica. Ha indotto maggioranza e opposizione alla rielaborazione della Manovra in tre giorni. Ma con un correttivo fondamentale rispetto alla precedente: l’ammontare complessivo aumenta di oltre il 50%.
Appena leggeremo il nuovo testo, vi faremo il commento sulle varie parti. Per una volta il Parlamento si è comportato in maniera adeguata anche nel modo con cui è stato condotto l’iter parlamentare, vale a dire la discussione di pochissimi emendamenti, pare solo 10 della maggioranza e 10 dell’opposizione nella commissione e quindi il passaggio all’aula del Senato e successivamente il voto blindato della  Camera.

Nonostante il cospicuo aumento di tagli e prelievi, il governatore della  Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, Mario Draghi, ha detto che, nel breve, occorra fare la seconda parte, decidendo se tagliare la spesa pubblica, come sarebbe opportuno, o aumentare le tasse, per ottenere il risultato finale di avere il pareggio di bilancio e cominciare la decurtazione del debito pubblico.
A proposito del quale ricordiamo le tre date fondamentali: 1980, 200 mila miliardi di lire; 1992, 2 milioni di miliardi di lire, cioè dieci volte, pari a circa 1.000 miliardi di euro; 2010, 1843 miliardi di euro; 2013, 2 mila miliardi di euro. Una progressione impressionante in 30 anni, denunciata dall’aridità delle cifre, per la grande responsabilità di democristiani, socialisti, comunisti e satelliti prima, e di Centrodestra e Centrosinistra, dal 1994 ad oggi. La sequenza dei dati indica anche la grave responsabilità del ceto politico, delle corporazioni, della Pa e di tutti coloro che hanno attinto a piene mani nella greppia pubblica ottenendo vantaggi personali e privati contro l’interesse degli italiani.
 
Da oltre un anno scriviamo su queste colonne che il redde rationem sarebbe arrivato per la semplice ragione che l’euro costituiva un collare d’acciaio intorno al collo di chi continuava nelle spese pazze.
Ha pagato duramente la Grecia, sono sotto pressione Irlanda e Portogallo, la Spagna ha evitato l’aggressione al proprio debito sovrano facendo una manovra preventiva. Per ultima, l’Italia che, con la lentezza delle decisioni e con la filosofia che è meglio fare domani ciò che si dovrebbe fare oggi, si è trovata improvvisamente col coltello alla gola.
Il coltello è il Patto di stabilità del 25 marzo 2011 firmato a Bruxelles dai Capi di Stato e di Consiglio. Anche in questo caso lo abbiamo scritto il giorno dopo che la mannaia si era abbattuta sul nostro Paese e soprattuto sul Meridione ammalato di due patologie: la mancanza di sviluppo e il clientelismo esasperato e diffuso che fa sperperare le risorse pubbliche.

E venne il tempo dei politici virtuosi. Non conta la loro età, ma che siano onesti e capaci. I cittadini di un comune non perdoneranno al loro sindaco la cattiva amministrazione, non gli perdoneranno più il clientelismo, il favoritismo, l’assunzione di parenti ed amici; lo penalizzeranno quando vedranno che egli si occupa degli affari propri piuttosto che degli affari generali.
I Comuni del Sud, e in particolare i 390 siciliani, sono destinati a ribaltare la loro linea amministrativa aumentando le entrate proprie, senza aumentare la pressione fiscale e abbattendo con un machete la spesa corrente. Mentre dovrà essere aumentata cospicuamente la spesa per investimenti in opere pubbliche e attività produttive di vario genere (green economy, ristrutturazione di siti archeologici, turistici e paesaggistici, creazione di reti motrici dell’economia, organizzazione e trasparenza del sistema della pubblica amministrazione).
Per quanto riguarda le Province siciliane, sono morte e decotte e il ceto politico dovrà attuare l’articolo 15 dello Statuto, trasformandole in Consorzi dei Comuni e risparmiando circa 600 milioni.
Lug
14
2011
La Manovra in approvazione mette una pietra tombale su tutti i benaltristi, cioè coloro che sfuggono alle responsabilità e pensano di abbattere gli avversari con manovre dilatorie e con variazioni rispetto al tema centrale.
La speculazione internazionale non ha alcun tentennamento e colpisce senza pietà gli Stati che mostrano debolezza politica e strutturale. L’Italia le ha dimostrate entrambe e non poteva sfuggire all’attacco concentrico di chi, dai guai altrui trae cospicui benefici.
Il problema è che questa Manovra  non risolve la gracilità del sistema istituzionale e finanziario italiano. Accanto al riaggiustamento dei conti servono infatti delle forti iniziative che eliminino le deficienze su cui si basa la speculazione.
Il consolidamento politico passa attraverso l’urgente riforma della legge elettorale porcata, in modo da ripristinare il principio dei principi: i parlamentari vengono eletti nominativamente e non designati dai capi partito.

Sul versante della questione morale e finanziaria, il secondo intervento urgente è quello di abbattere drasticamente il costo della politica. Il nostro è un Paese pesante, con nove livelli elettivi, 145 mila eletti, 22 mila componenti di Consigli di amministrazione delle società pubbliche controllate, nonché 16 mila revisori dei conti. Una massa enorme di persone che, in buona misura, vivono parassitariamente sulle tasse che tanto faticosamente gli italiani pagano.
Vi è poi una terza questione strutturale e riguarda le liberalizzazioni, vale a dire l’abbattimento drastico di monopoli e oligopoli, di privilegi che le corporazioni di vario genere mantengono a scapito del benessere generale. Vi sono bravi imprenditori, ma anche imprenditori predoni e imprenditori colonizzatori i quali, come i vecchi feudatari, speculano sulle debolezze altrui. Questi ultimi hanno rendite di posizione indebite che gravano pesantemente sul bilancio dello Stato.
Vi è un quarto punto da innovare e riguarda l’enorme peso della burocrazia pubblica, a livello centrale e locale, con un costo enorme proprio e altro costo enorme indotto per la lentezza e la farraginosità delle procedure che ancora, utilizzando in gran parte la carta, consentono vaste aree di corruzione.
 
In questo quadro, che comporterà ulteriori tagli dei trasferimenti dallo Stato alla Regione siciliana, questa maggioranza, governo e opposizione non hanno alcuna scelta diversa se non quella di rielaborare in tutta fretta un Piano aziendale-tipo (ne pubblicheremo uno nei prossimi giorni) in base a cui tagliare tutte le spese che non sono conformi alle necessità, per produrre i servizi richiesti dalla comunità, aumentare le entrate proprie, lottando con tutti i mezzi legali contro lo Stato quando non osserva totalmente gli obblighi che ha verso il popolo siciliano in virtù dello Statuto.
Quindi, da un canto, bisogna prima mettersi le carte in regola e, dall’altro, esigere i propri diritti fino all’ultimo euro. Il benchmark (cioè il punto di riferimento) della Regione deve essere la Regione Lombardia o un’altra Regione virtuosa del Paese, ribassando le proprie spese per metterle a confronto con quelle delle citate amministrazioni.

Il primo esempio, non simbolico, è quello di tagliare di cento milioni il costo dell’Assemblea regionale, adeguandolo a quello del Consiglio regionale della Lombardia mediante l’abrogazione della legge 44/65.
Il secondo taglio deve eliminare tutte le indennità e i privilegi degli ex. Chi fa politica deve avere un compenso, ma quando cessa e ritorna al proprio mestiere di provenienza non deve percepire più neanche un euro.
Il terzo taglio drastico è la promessa cancellazione dell’Aran Sicilia e l’adeguamento, verso il basso, di stipendi e pensioni dei dipendenti regionali adeguandoli a quelli dei dipendenti statali, con l’eliminazione della costosa struttura che amministra le pensioni, anziché affidare l’incarico all’Inpdap.
Un altro intervento fondamentale è la digitalizzazione dell’amministrazione regionale e delle amministrazioni locali e la semplificazione delle procedure amministrative.
Infine, ma non ultimo, la creazione dei parchi progetto e l’apertura dei cantieri in tutta l’Isola utilizzando subito le risorse europee.
Occorre subito una Sicilia vera, che sia normale per energia, vitalità, creatività, organizzazione ed efficienza.
Lug
07
2011
L’Unione europea e l’Ocse hanno dato il placet alla Manovra senza averla letta. O hanno la sfera di cristallo, oppure il Governo, in via riservata, gliel’ha trasmessa. Il placet europeo sostiene l’azione di Governo ma, ovviamente, non entra nei meccanismi interni. Ai valutatori europei basta controllare le macrocifre che vadano nella direzione del pareggio di bilancio del 2014. Ma, all’interno della manovra, vi sono insufficienze ed iniquità che la Sinistra non ha rilevato, mentre ha usato argomenti demagogici e populisti.
La prima iniquità riguarda il fatto di avere caricato l’anno in corso con tagli inferiori ai due miliardi, il prossimo con tagli sui cinque miliardi, per poi caricare sugli esercizi 2013 e 2014 i tagli di 20 miliardi per anno. Come dire che questo Esecutivo dovrà affrontare l’anno delle elezioni (2013) con la prospettiva di ulteriori sacrifici per i cittadini, lasciando a chi vincerà le elezioni il compito di realizzarli.

La seconda iniquità riguarda il rinvio del taglio dei costi della politica, di cui vi facciamo un breve campionario. Premesso che la riduzione dei parlamentari riguarda la successiva legislatura, in quanto ha bisogno di una riforma costituzionale dai tempi lunghi, oggi, invece, si possono tagliare a mo’ di esempio il costo di Camera, Senato e Quirinale, indennità e prebende varie dei parlamentari, dei consiglieri regionali, comunali, provinciali e circoscrizionali, ancor più di quel misero 10% effettuato dal 1° gennaio 2011.
Sulla questione delle Province c’è un equivoco grossolano. Esse sono previste dall’articolo 114 della Costituzione che però non disciplina la loro forma. Per questo interviene la legge n. 122/51 che ha previsto dei baracconi con consiglieri, assessori, presidenti di apparati che costano oltre 11 miliardi. Non tutti superflui, perché circa la metà riguardano spese necessarie per l’attività dell’ente intermedio. Ma l’altra metà, circa 5 miliardi, è uno sperpero conseguente al clientelismo perché di questa forma dell’ente Provincia si può tranquillamente fare a meno.
Infatti, lo Statuto siciliano, all’articolo 15, dà una precisa indicazione: le Province si costituiscono sotto forma di consorzi di Comuni che si aggregano liberamente.
 
Tali consorzi sono ovviamente a carico degli enti che li hanno costituiti, i consiglieri sono i sindaci, fra i quali si scelgono gli assessori e il presidente. Tutti a costo zero: ecco come si risparmiano i 5 miliardi.
Nel programma del governo Berlusconi era prevista l’abolizione delle Province. Una previsione sbagliata perché l’ente intermedio è necessario per coordinare i servizi sovracomunali, tra cui per esempio raccolta, smaltimento e utilizzazione dei rifiuti solidi urbani mediante appositi impianti industriali di produzione di biogas ed energia.
La vera azione al riguardo sarebbe quella di trasformare, con apposita legge, la forma delle attuali Province in, appunto, Consorzi di Comuni. Ma, mentre l’azione del governo nazionale dovrebbe ribaltare la citata legge, per la Sicilia, trasformare la legge vigente sulle Province (n. 9/86) è obbligatorio, in modo da allineare la forma dell’ente a quella prevista dallo Statuto, appunto Consorzi di province. 

Vi sono poi alcune insufficienze gravi nella Manovra. Per esempio, non avere affrontato la questione delle liberalizzazioni che hanno tutte costo zero. Il grido di dolore dell’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, è una testimonianza di tale insufficienza. Ricordiamo che le liberalizzazioni non hanno costi finanziari, ma costi politici, perché le corporazioni che intendono mantenere i privilegi hanno una forte capacità di pressione sul Governo.
Monopoli, come quelli degli ordini professionali, delle società a controllo pubblico nazionale, regionale e locale, delle reti nazionali di trasporto di elettricità su ferro e del gas. I monopoli costituiscono i colli di bottiglia che frenano la crescita del Paese.
La manovra è anche insufficiente perché non interviene sulla spesa pubblica che, secondo il neo ministro Saverio Romano, va tagliata col macete. L’ultima insufficienza riguarda il mancato taglio del rimborso dei partiti.
Appena leggeremo i 39 articoli vi daremo conto piu in dettaglio della filosofia attendista, delatoria e insufficiente di Tremonti che passa per rigorista ma fa il furbo.
Mag
27
2011
Partiamo dalla constatazione ormai concordata da tutti che 120 mld di imposte non entrano nelle casse dello Stato e fanno godere gli evasori che si arricchiscono per un pari importo. Per quanti sforzi possano fare Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps, è difficile andare a verificare se milioni di contribuenti paghino quanto dovuto alle casse.
Ecco perché l’articolo 42 della legge 133/2008 ha predisposto che le dichiarazioni dei redditi siano pubblicate in ogni Comune e prelevate per via telematica in modo da renderle pubbliche. Ma, stranamente, il ministro dell’Economia, Tremonti, che avrebbe bisogno di accentuare la lotta all’evasione, ha messo il veto sulla trasparenza delle stesse dichiarazioni dei redditi.
Invece, il controllo dei cittadini su quelli che dimostrano un tenore di vita ampiamente superiore ai redditi dichiarati consentirebbe di snidare i disonesti che, arricchendosi non pagando le imposte, danneggiano gli altri cittadini.

La legge sul federalismo fiscale municipale (Dlgs 23/2011) prevede, all’art. 2, che il cinquanta per cento delle imposte accertate dall’Agenzia delle Entrate su segnalazione dei Comuni viene loro accreditato. Con ciò realizzando due obiettivi: scovare gli evasori e procurare cospicue entrate nelle casse comunali.
C’è un forte bisogno di una parte dei 120 mld di imposte non incassate perché, se entrasse nelle casse dello Stato un terzo, pari a 40 mld, non ci sarebbe bisogno di fare la quarta legge estiva che deve prevedere un taglio di spese di 40 mld, a bocce ferme. 
Siamo stati i primi a rendere noto ai nostri lettori che l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio dello Stato, nel 2014, costringe il ministro dell’Economia a preparare la Finanziaria del 2013 e del 2014 in linea con questo obiettivo. Tenuto conto che nell’anno corrente il disavanzo totale previsto dal Def (Documento di economia e finanza) è di circa 65 mld, occorre procedere nei due anni successivi in modo tale che il terzo anno (2014) vi sia un pareggio che comprenda gli interessi sul debito sovrano. Non sarà facile far digerire agli italiani quanto precede, perché già soffrono di una situazione di stallo che si riflette sui consumi.
 
Sul fronte opposto ai tagli, cioè lo sviluppo, vi è l’esigenza di mettere un propellente all’economia fiacca del Paese, ove il Sud ha una crescita piatta. Lo stesso ministro Tremonti ha riconosciuto che c’è il problema meridionale. Ma esso esiste da cento anni, da quando cioè i Sabaudi hanno saccheggiato tesori, ricchezze e impianti industriali.
Per stimolare la crescita del Pil è necessario aprire i cantieri per le opere pubbliche, attivare in pieno la Legge Obiettivo (n. 443/2001), utilizzare al cento per cento le risorse europee, dare efficienza alla pubblica amministrazione affinché dia o neghi le autorizzazioni in 30 giorni, utilizzando in pieno la digitalizzazione.
Occorre, poi, combattere la corruzione interna diffusa fra i pubblici dipendenti, perché, al di là della questione morale e penale, essa rende non competitivo il sistema, in quanto i privilegiati approfittano, guadagnando molto di più di quello che dovrebbero, in modo da oliare gli ingranaggi.

Un eventuale indebitamento dello Stato per investimenti e opere pubbliche sarebbe pienamente giustificato, secondo le teorie keynesiane, perché in un tempo ragionevole metterebbe in moto meccanismi che produrrebbero aumento del Pil, creazione di decine di migliaia di posti di lavoro, aumento della circolazione della moneta, dei consumi, in breve l’attivazione un processo virtuoso di crescita.
Se questo si realizzasse, Tremonti non avrebbe bisogno di fare i tagli previsti in atto, perché le maggiori entrate fiscali compenserebbero le uscite per la spesa corrente, che comunque deve restare bloccata per i prossimi tre anni.
La questione è complessa e di difficile gestione, perché istituzioni, Governo e Parlamento, dovrebbero marciare compatte nella direzione citata, mentre la guerra continua fra maggioranza e opposizione, e all’interno dell’una e dell’altra, rende febbricitante il sistema politico e non lo mette nelle condizioni di prendere decisioni rapide ed efficaci.
Banca d’Italia ha già detto che va tagliato il 7 per cento delle spese (50 mld). Noi, prima ancora, avevamo indicato il taglio in 40 mld. Vedremo Tremonti che farà.
Ott
23
2010
Colpisce leggendo la bozza della finanziaria regionale 2011 che fra i punti strategici vi siano interventi di copertura di processi di stabilizzazione del personale precario, processi di copertura di debiti pregressi contratti nei confronti delle autorità d’ambito (...), smaltimento dei residui passivi pregressi in conto capitale.
In posizione secondaria vi sono gli investimenti cui vengono destinati la miseria di 150 milioni di euro e poi un non ben precisato ricorso alla Bei (Banca europea degli investimenti) per chiedere i finanziamenti su altri progetti, ma non c’è nessun riferimento ai fondi Jeremie e Jessica che hanno assorbito all’incirca 200 milioni restituiti dalla Regione nel 2009 perchè non spesi. Sono previsti tempi lunghissimi per eliminare enti e società inutili, mentre nessuna sanzione è prevista a carico dei responsabili burocratici della Regione quando non eseguono in tempi europei le loro incombenze.
L’accorpamento di Crias ed Ircac, da noi auspiscato da molti anni, è un obiettivo importante ma carente di una gamba: quella dell’Irfis.

Apprendiamo con piacere che è stata accolta la nostra indicazione di abrogare l’Aran Sicilia, le cui competenze sono attribuite all’Aran nazionale. Non è però disciplinata la differenza di stipendi e indennità dei dipendenti che esiste tra i contratti nazionali di statali e regionali e quelli ben più privilegiati dei regionali siciliani. Non solo, ma non è previsto nemmeno se avverrà il livellamento dell’assegno di quiescenza per i pensionati che, come è noto, è ben più sostanzioso per i dipendenti regionali,  sia per quanto riguarda il periodo di lavoro sia per quanto riguarda gli importi.
Vi è un concetto nuovo che va sottolineato e cioè la metodica propria del budget. Ma il concetto è monco perchè chi ha competenze professionali di organizzazione e di gestione aziendale sa che il budget è una parte del Piano aziendale. Se non c’è questo, non c’è budget. E di Piano aziendale la finanziaria 2011 non fa alcuna menzione. Risultano quindi scollegate entrate e uscite, perchè non sono inserite in un quadro organico di riferimento che le colleghi funzionalmente, in modo che dalla visione complessiva del bilancio risultino chiari gli obiettivi ed i mezzi per raggiungerli.
 
L’assessore all’Economia ha comunicato che con questa finanziaria si risparmieranno 770 milioni. Una cifra ridicola a fronte ai 3,5 miliardi  che si potrebbero risparmiare, come abbiamo più volte pubblicato. La cosa più grave è che se da un canto vi è il tentativo di risparmiare, dall’altro si aumenta l’organico inglobando inutili dipendenti in una elefantiaca pianta organica che non ha alcuna funzionalità e che di fatto blocca le attività anzicchè agevolarle.
Se la Regione intende diventare l’ammortizzatore sociale di tutti i precari, assuma i 28 mila forestali, i 10 mila formatori, i 6 mila asu, i 7 mila Lsu, i 1.800 degli Sportelli multifunzionali, i 57 dei Consorzi di bonifica e contribuisca all’assunzione dei 22.500 precari dei Comuni che, senza la finanza regionale non sono in grado di procedere alla bisogna. Questo comportamento sarebbe l’appendice di una poltica dissennata che è cominciata con la famigerata delibera di giunta n. 271 del 29 luglio 2010 con la quale è stato autorizzato il dipartimento del Personale ad assumere ex novo 5 mila inutili dipendenti che si trasformeranno in altrettanti soggetti utili alle prossime campagne elettorali.

Stonano in questa finanziaria altri due elementi. Il primo riguarda il silenzio tombale sulla trasformazione delle Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) con relativa abrogazione della legge n. 9/86, e, quindi, del mancato relativo risparmio di 500 milioni. Il secondo riguarda il taglio deciso della legge n. 44/65 che prevede compensi ed emolumenti per deputati e dipendenti dell’Ars uguali a quelli del Senato. Se così avvenisse e si equiparasse l’Assemblea regionale al Consiglio regionale della Lombardia vi sarebbe un risparmio secco di 97 milioni ci di cui non c’è ombra nella finanziaria. Neanche cenno c’è al risparmio di 400 milioni portando il consumo dei farmaci al livello della media nazionale. Siamo delusi da questa politica economica disposta dal Governo, soprattutto perchè abbiamo sostenuto Lombardo sin dalla sua elezione e abbiamo dato credito anche al suo Governo numero quattro. Però i fatti sono fatti, basta guardarli senza distorsioni.
Giu
12
2010
Ritorniamo su una notizia priva di conferme. Essa riguarda i tagli che ha previsto il Dl 78 del 31 maggio 2010, cioè la manovra finanziaria 2011 e 2012. 
Si assume da tante parti interessate che i minori trasferimenti agli enti locali comporteranno tagli ai servizi sociali oppure costringeranno ad aumentare le addizionali Irpef comunali. Le affermazioni sono prive di fondamento, perché fra gli oltre ottomila Comuni italiani vi sono quelli virtuosi e quelli viziosi. Quelli cioè che spendono bene le risorse pubbliche e gli altri, quasi tutti ubicati nel Sud, che le spendono male. Gli sprechi sono tali e tanti da indignare i cittadini. 
La manovra ha il difetto di fare un taglio lineare, non distinguendo i Comuni virtuosi da quelli viziosi, e questo è male. Avrebbe dovuto invece operare in base a parametri per cui i primi avrebbero dovuto ricevere quanto prima o di più, mentre i secondi avrebbero dovuto ricevere ancor meno di quanto riceveranno. 
 
Per venire ai nostri 390 Comuni, sfidiamo un solo sindaco a trasmetterci non già il bilancio preventivo 2010, peraltro ancora non approvato, ma il Piano industriale, strumento fondamentale di una pubblica amministrazione. Con esso si determinano numero e qualità dei servizi e, conseguentemente, numero e qualità di figure professionali necessarie alla loro produzione, risorse finanziarie occorrenti, strumenti, innovazione e quant’altro perché un’organizzazione sia efficiente e produttiva dei massimi risultati a parità di risorse impiegate. 
Ribadiamo ancora una volta che l’organizzazione non è patrimonio delle imprese private. Qualunque ente pubblico deve dotarsene al miglior livello professionale. Molti Comuni hanno assunto con contratto privato il cosiddetto city manager, che avrebbe le funzioni di direttore generale. Ma, per quanti sforzi abbiamo fatto con le nostre inchieste, non siamo riusciti a farci dare anche solo da uno di essi il Piano industriale. 
Vi è poi un’altra questione che ci fa affermare come i Comuni siciliani siano grassi grassi e non in miseria. E si tratta di una questione sulla quale ha speculato la classe politica. 
 
L’enorme quantità di personale è inutile in quanto non misurata dal Piano industriale. L’amministrazione di Catania ha 3.700 dipendenti, quella di Bari 2.000. 1.700 dipendenti in meno comporterebbero per la città etnea un risparmio di circa 80 milioni di euro. 
Il terzo, ingiustificato lamento dei sindaci siciliani riguarda le entrate, che sono diminuite con l’abolizione dell’Ici sulla prima casa. Ma essi non hanno comunicato l’enorme evasione che c’è dell’altra Ici (su seconde case, immobili commerciali, industriali e altri), anche perché pochi Comuni si sono collegati stabilmente con l’Agenzia del Territorio, ove sono iscritti tutti gli immobili regolari insistenti su ogni comune. 
Vi è poi la questione degli immobili-fantasma, una vergogna a disdoro delle stesse amministrazioni comunali e soprattutto del Corpo dei Vigili urbani. Com’è possibile che nei territori dei 390 Comuni vi siano all’incirca 300 mila immobili sconosciuti alle relative amministrazioni? Dove sono stati i vigili urbani questi decenni? Hanno fatto sempre come le scimmiette? E cosa hanno fatto i relativi assessori?
 
A noi sembra che vi sia stata una grande connivenza nel tutelare i cattivi cittadini che hanno edificato senza le opportune autorizzazioni comunali, ma anche quei cittadini che hanno edificato con le autorizzazioni e poi, però, non hanno registrato gli immobili al catasto. 
E che dire dell’enorme evasione della tassa sulla raccolta dei rifiuti e sulla morosità degli altri servizi comunali o sovracomunali per la somministrazione di acqua? In qualunque settore delle amministrazioni comunali si trovano inefficienze e spese ingiustificate. Per esempio i servizi sociali, per assistere anziani e malati, consumano il 90 per cento delle risorse per gestire apparato e dipendenti;  solo il 10 per cento delle spese va ai beneficiari. 
La mentalità a monte di quanto descritto va ribaltata con urgenza. La cura dimagrante dei Comuni siciliani potrà trovare compensazione nell’efficienza dell’organizzazione dei servizi, che vanno potenziati senza aumentare le imposte.
Mag
29
2010
Sapete come prende il Viagra un genovese? Mette la pillola azzurra tra le dita, la lecca e guarda l’effetto, per non consumarla tutta. Se non c’è, riprova. Per altri versi Berlusconi fa allo stesso modo. Fa lanciare dai suoi collaboratori (così chiama i ministri) delle proposte, fa i sondaggi, se non trovano esito positivo non le porta avanti o le azzera. Così agendo, il Cavaliere conferma di essere un uomo di televisione, la quale produce programmi solo se hanno audience. Quando l’audience non c’è, li brucia.
Questo non è un comportamento da statista, nè un modo di governare nell’interesse di tutti. è chiaro che il cappone non ami il Natale, nè si può mettere la volpe a guardia del pollaio. Fuor di metafora, se il Governo chiedesse alle corporazioni di rinunziare ai loro privilegi è chiaro che solleverebbe un coro di proteste. Per questo governa, tagliando ove c’è da tagliare.

La Finanziaria nazionale 2011- 2012 chiede sacrifici di facciata perchè riduce la spesa pubblica di appena 12 miliardi, ammesso che essa arrivi alla fine del percorso parlamentare senza retromarce annunciate.
Secondo la Relazione unificata Economia e Finanza pubblica 2010, quest’anno le spese preventivate sono 734 miliardi, cui vanno aggiunti interessi sul debito pubblico per 71 miliardi per un totale spese finali di 805 miliardi. Le entrate previste sono 728 miliardi, con una pressione fiscale del 42,8% per cui vi è un saldo negativo di 78 miliardi, pari al 5 per cento del Pil nominale di 1.554 miliardi, che deve essere finanziato. Come? Mediante l’emissione di ulteriori titoli di Stato che aggraveranno il fardello di 1.797 miliardi (Bankitalia marzo 2010).
Scusate l’elencazione delle cifre, ma esse rappresentano la spiegazione in estrema sintesi della pochezza della manovra. Il dato generale che si rileva riguarda il rinvio di spese, non la loro abolizione, mentre da tutte le parti politiche ed economiche si invocano tagli strutturali, cioè definitivi.
Se la manovra andrà in porto avrà ridotto le spese di appena l’1,6%, mentre bisognerebbe tagliare almeno il 10% per compensare gli interessi e non avere ulteriore disavanzo annuale, che si somma alla montagna di debito pubblico.
 
In Italia circolano seicentoventinovemila auto blu, ma il dato è soggetto a verifica. Secondo “Contribuenti.it” in Francia sono 61 mila, in Gran Bretagna 55 mila, in Germania  54 mila, a tutti i livelli (Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Asl, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici, Società miste pubblico-privato e Società per azioni a totale partecipazione pubblica). Tenendo conto che per ogni auto vi sono due o tre autisti, il numero di dipendenti addetti alla veicolazione di potenti e potentini supera il milione. Un vero oltraggio alla povertà e a tanti italiani che vivono con mille euro al mese.
Le Province costano 16 miliardi. Di questo importo solo 5 o 6 servono per le attività proprie delle stesse. Dieci miliardi costituiscono uno spreco perchè alimentano un’istituzione inutile, che il programma del governo Berlusconi aveva deciso di tagliare con una legge costituzionale. Impegno disatteso puntualmente.
La Sanità costa 110 miliardi e anche in questo settore, senza inserire ticket, è possibile una riduzione di 5/6 miliardi, agendo sulle spese strutturali conseguenti a una migliore organizzazione che ottenga più efficacia dalla spesa.

La spesa per beni di consumo di tutte le pubbliche amministrazioni viaggia sui 40 miliardi. Essa potrebbe essere tranquillamente dimezzata, qualora gli acquisti fossero centralizzati in ogni capoluogo di Regione, togliendo la manna alle centrali romane. I trasferimenti alle aziende pubbliche di trasporto, ferrovie comprese, sono oltre 22 miliardi. Di essi le Ferrovie dello Stato Spa percepiscono 6 o 7 miliardi l’anno. La società fondata da Montezemolo e soci (Ntv) non prenderà un euro di contributi, investe 1 miliardo e assume 1.300 persone.
Così dovrebbe fare la Pubblica amministrazione e non continuare a dilatare la spesa per favorire un ceto politico dissennato che basa il consenso sullo scambio fra voto e favore. Vi sono altri contributi a imprese a fondo perduto, che le uccidono. Bisognerebbe trasformarle in credito d’imposta. Successivamente faremo altri esempi.
Mag
19
2010
Ho trascorso molte ore a leggere i 131 articoli della Finanziaria stampati in 33 pagine della Gurs. Un testo criptico e illeggibile, sembra scritto da sacerdoti egizi, i quali, come ricorderete, non intendevano far capire agli altri quasi niente e conservavano tutto il loro sapere che significava potere.
Non crediamo che il testo della Finanziaria 2010 e quelli di altre leggi regionali siano scritti dal ceto politico. Essi sono scritti dai burocrati, i quali, crediamo, godono molto nell’usare il loro linguaggio, appunto il burocratese in modo che il cittadino non capisca nulla e sia costretto a rivolgersi ai sacri uffici per avere decriptato il testo e capirci qualcosa. Un comportamento contrario a quello che prescrive la Costituzione che vuole leggi scritte in chiaro e in italiano, in modo che tutti possano capirle.

Altra notazione di fondo: tutte le attività concessorie prevedono ancora percorsi di vecchissimo tipo. Istanze da farsi con la carta, da inviare mediante la vecchia ed abolita raccomandata, risposte sempre con carta e raccomandata e via enumerando. In nessuno dei 131 articoli abbiamo letto che le procedure debbano essere effettuate esclusivamente per via telematica, in osservanza del Codice digitale del 2005 e successive leggi di attuazione e modifica. Come è possibile far funzionare la macchina che dovrebbe gestire tutti i provvedimenti inseriti in una complessa legge come quella in esame, usando ancora la diligenza e il tempo dei cavalli?
I ritardi dell’informatizzazione dei procedimenti costituiscono per la classe burocratica regionale, che mangia risorse in maniera abnorme,  una vera infamia professionale di cui si dovrebbe vergognare, anche se nessuno arrossisce. Dirigenti che guadagnano il doppio dei loro colleghi lombardi, dipendenti che guadagnano un terzo in più dei loro colleghi veneti. Una quantità enorme di personale di cui solo una stretta minoranza lavora, ed anche bene, mentre la maggioranza si gira i pollici.
Scritto quanto precede, tenteremo a volo d’uccello di indicare gli aspetti che riteniamo più significativi. Avere sottratto all’Irfis-Unicredit 25 mln è fatto positivo. L’art. 14 ha previsto Misure relative alla trasparenza dei conti pubblici e qui ha inserito il principio della decadenza dall’incarico degli amministratori, ma non quella dei dirigenti.
 
Il Patto di stabilità regionale (art. 16) che vorrebbe essere in sintonia con quello siglato dai ministri finanziari dell’Ue, ha stabilito un tetto di 50 mila € per ciascun amministratore e di 25 mila € per ciascun componente di organo di vigilanza e, tuttavia, rimangono cifre elevate. Sono state escluse da queste limitazioni le aziende del settore sanitario.  Male!
Quando il Governo nazionale si accinge a contenere stipendi e salari pubblici, l’art. 18 salva il trattamento accessorio del 15 % per il personale dell’amministrazione. La Resais Spa (art. 24) continua a restare quel contenitore vuoto che serve solo a gestire stipendi: un ammortizzatore sociale in sostegno di assunzioni clientelari.
La questione della c.d. ripubblicizzazione del settore idrico è abbastanza ingarbugliata perchè di fatto le competenze attribuite rimangono oscure, in attesa di appositi decreti assessoriali o dirigenziali.

Il credito d’imposta per l’incremento dell’occupazione è sostanzialmente una finzione perchè il meccanismo è così farraginoso e anche in questo caso privo di procedura telematica, che di fatto nessuno assumerà. Le disposizioni in materia di Infrastrutture e trasporti (titolo VI) non prevedono lo sviluppo del Piano triennale delle opere pubbliche (art. 69) mediante parchi-progetto cantierabili sia regionali che comunali. Spicca per la sua tipicità il contributo ai taxi (art. 74) di 1,3 mln di euro per ciascun anno 2006/07/08/09. A giorni lanceremo l’iniziativa sui taxi blu, cioè il loro utilizzo al posto delle auto blu.
Ottimo il contributo alla Scuola superiore di eccellenza di Catania di 1,5 mln (art. 79), purchè si tratti veramente di formazione di eccellenza. Saltiamo a piè pari il titolo VIII che riguarda contributi di ogni genere e tipo frammentati e non finalizzati allo sviluppo della Pesca e dell’Agricoltura, salvo l’istituzione dell’Enoteca regionale della Sicilia. Le norme in materia di attività produttive si concentrano sul microcredito, su Termini Imerese e altri aiuti alle imprese. Qui ci fermiamo perchè non ne possiamo più di leggere cose che potevano essere scritte negli anni 60, non nel 2010. Ecco spiegato ancora una volta perchè la Sicilia produce quel misero 5,6 % del Pil nazionale.
Mag
15
2010
Vi sono due circostanze che devono farci riflettere. La prima riguarda il ritardo pernicioso con cui la Finanziaria 2009 e la Finanziaria 2010 sono state approvate: quattro mesi. La seconda è di segno contrario e si riferisce alla capacità del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di fare approvare, con decreto legge 112/08, la Finanziaria 2009. Tremonti sorprese tutti e bruciò le velleità di chi cercava di imbarcare nello strumento finanziario ogni sorta di spesa clientelare. Con sei mesi di anticipo cristallizzò la situazione.
Due circostanze di senso opposto, la prima viziosa, la seconda virtuosa. Ed è proprio quest’ultima che dev’essere presa ad esempio dall’assessore all’Economia, Michele Cimino, per evitare il terzo anno di defaillance. In altri termini, sulla base del documento di programmazione economica e finanziaria, Cimino può impostare la Finanziaria 2011 e  portarla in Assemblea per la sua approvazione prima dell’estate. In modo che le ferie mettano una pietra tombale sulle aspirazioni dei clientes.

Il commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, ha falcidiato la Finanziaria 2010 , tagliando interi articoli o parti di essi, sia sul versante delle entrate che su quello delle uscite. Per le uscite, sembra che il legislatore sia diventato irresponsabile. Ci spieghiamo. Approva, infatti, norme di spesa sapendo che esse saranno portate davanti alla Corte costituzionale e, quindi, rese inoperanti. Ma, intanto, lo stesso legislatore accontenta la piazza: “Abbiamo fatto quello che volevate, ma se non passa non è colpa nostra”. Pessimo messaggio.
La scure del commissario dello Stato si è abbattuta su tutte quelle spese che riguardano indennità e stipendi per stabilizzare i cosiddetti precari, notoriamente quella truppa di raccomandati chiamati con l’unico merito di essere stati segnalati da questo o quel politico.
Dopo la conclusione annunciata già da giugno 2007 sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, un ceto politico debole e infingardo non prende il coraggio a due mani e parla con chiarezza a tutti i precari: “Non ci sono soldi per assistenza e ammortizzatori sociali”.
 
Peraltro, è noto al Governo regionale che per ogni miliardo destinato ad investimenti di infrastrutture e attività produttive, si mettono in moto circa diecimila posti di lavoro. Si tratta, quindi, di destinare tutte le risorse disponibili (europee, statali e regionali), per finanziare progetti cantierabili in ogni parte della Sicilia,  in modo che precari e disoccupati trovino in tempi brevi il lavoro. La questione verte non solo sulla destinazione delle risorse e, quindi, sulla loro massima utilizzazione, ma sulla rapidità con cui esse s’immettono nel mercato regionale. C’è bisogno di alimentare un processo virtuoso di produzione del Pil, in modo da spostarlo rispetto a quel misero 5,6% sul Pil nazionale.
Di questo Cimino dovrà tenere conto nel redigere la Finanziaria 2011 da portare all’Ars. Non vi sono elezioni in vista, Governo e maggioranza sono nelle condizioni di fare scelte immediatamente impopolari, ma che daranno frutti a uno o due anni di distanza, prima della fatidica scadenza del 2013, anno di elezioni.

Per bene impostare la Finanziaria 2011 occorre andarsi a studiare il bilancio della Regione Lombardia, che è molto proiettato sugli investimenti e contenuto sulla spesa corrente, due linee strategiche che danno un valore aggiunto.
Gli investimenti devono essere effettuati sui progetti cantierabili che gli Enti locali dovrebbero inviare copiosamente alla Regione per ottenerne il finanziamento, in modo da iniziare immediatamente i lavori, e su progetti della Regione, anch’essi pronti per l’apertura dei cantieri.
Ribadiamo ancora che il tempo degli investimenti ha una funzione strategica, perché attivare una politica economica virtuosa oggi, produce effetti domani e non dopodomani.
Pubblichiamo periodicamente un “promemoria” per il Governo e un altro “promemoria” per i 390 sindaci. In essi sono indicati, anche se non in modo esaustivo, le attività che dovrebbero svolgere la Regione e gli Enti locali. Una lettura costruttiva delle nostre proposte può essere utile alle amministrazioni.
Mag
05
2010
Approvati Bilancio e Finanziaria, con un colpevole ritardo che ha bloccato per un terzo dell’anno l’attività della Regione (si tratta di una grave responsabilità di maggioranza e Governo), gli assessorati, cioè assessori e dirigenti generali, devono procedere a spendere rapidamente le somme indicate nello strumento finanziario.
La cosa più importante, in questo momento di bassa economia, è portare sul mercato risorse finanziarie, sia sotto forma di nuovi investimenti, con la massima accelerazione dei bandi di gara, sia sotto forma di pagamenti dei debiti delle amministrazioni nei confronti delle imprese che operano in Sicilia. Insomma, si tratta di dare fiato al mercato senza por tempo in mezzo.
Il secondo punto imperativo (come diceva il non dimenticato e malaugurato regime) è spendere bene ogni euro, evitando sprechi e clientelismi, e non alimentando la pubblica mangiatoia delle fameliche corporazioni. C’è bisogno di buona amministrazione per diffondere equità tra i cittadini.

Spendere bene i soldi dei siciliani è indispensabile perché chi come noi paga tutte le imposte abbia almeno la consolazione di contribuire al buon andamento della gestione della Cosa pubblica. Vedere dirigenti che non operano e predoni che aspirano le nostre imposte, causa un forte senso di rabbia la cui reazione si manifesta nei confronti dei responsabili delle istituzioni.
L’attività della Cosa pubblica non può essere al traino di questo e quello, o sospinta da questa o quella parte. Il senso di responsabilità di assesori e dirigenti generali dev’essere tale da fare funzionare tutta la macchina con la massima efficienza, esclusivamente per via digitale, con l’abolizione di ogni tipo di carta, il che comporta risparmi notevoli.
Per capire che in Sicilia si fa buona amministrazione paragoneremo, capitolo per capitolo, il Bilancio 2010 della Regione con quello della Lombardia 2010, che, però, produce servizi per quasi il doppio dei cittadini. Vi è un quadro sintetico che dà immediatamente un responso: i due bilanci hanno una spesa pressoché uguale, di circa 27-28 miliardi di €.
 
Da quanto precede si desume, evidentemente, che noi spendiamo il doppio per cittadino di quanto si spenda in Lombardia. Questo non ce lo possiamo permettere, perché al danno si aggiunge la beffa: il tasso di infrastrutture della Sicilia è quattro volte inferiore a quello della regione consorella.
A Milano, stanno cantierando altre due linee di metropolitana, la M4 e la M5, con una spesa complessiva di oltre tre miliardi di euro, la metà di quanto serve per il Ponte sullo Stretto. Le due linee sono essenziali, ma nessuno si è opposto com’è accaduto nel caso del manufatto fra Scilla e Cariddi. Qui si paventano le infiltrazioni mafiose, chissà perché le grandi opere della Lombardia ne sono immuni, anche se tutti sanno che la criminalità organizzata si radica ovunque vi sia ricchezza, non dove c’è povertà.
Se la Sicilia adottasse una buona amministrazione potrebbe stornare diversi miliardi del proprio bilancio utilizzati male per la spesa corrente e destinarli alle infrastrutture di cui c’è tanto bisogno.

Viaggiare tra Milano e Bologna significa impiegare un’ora con la Frecciarossa. Per viaggiare tra Catania e Palermo, con una distanza quasi uguale, servono quattro ore. Il sottosegretario alle Infrastrutture, Pippo Reina, venuto al nostro forum oltre un anno fa, ci aveva assicurato che con alcuni aggiustamenti della linea, la percorrenza ferroviaria si sarebbe assestata intorno a due ore e trenta minuti. Siamo ancora in attesa.
Sembra che in Sicilia vi sia un virus maledetto che impedisce un’attività di infrastrutturazione in tempi europei. Tutti parlano di cose che faranno, quasi nessuno di cose che ha fatto. Da questo dipende la mala amministrazione ed il livello di disfunzione economica. Se non si attivano i cantieri e non s’insediano imprese innovative in tutti i settori, la situazione attuale non può schiodarsi. Occorre che la Luce colpisca assessori e dirigenti generali, nonché sindaci e dirigenti dei Comuni, affinché redigano il proprio piano industriale e lo realizzino quasi in tempo reale.
Mag
04
2010
Un dato è positivo: Finanziaria e Bilancio preventivo 2010 sono stati approvati intorno alle ore 13 del primo maggio, dopo trenta ore di ininterrotto dibattito. Però quanta pena genera nell’opinione pubblica un ritardo di oltre 120 giorni dal rituale termine del 31/12/2009. Per il secondo anno i siciliani assistono a questa defaillance di Governo e maggioranza. Tuttavia, il male minore è l’essere riusciti a concludere uno straccio di strumento che, fatto sotto l’imperio dell’urgenza, non ha in sè i requisiti per innescare il processo di sviluppo. Ci dobbiamo rassegnare, anche per il corrente anno, a vedere inalterato quella schifezza di dato, e cioè il Pil della Sicilia su quello nazionale, inchiodato da quarant’anni al 5,6 per cento.
Quando scriviamo questo commento, non sappiamo se il commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, impugnerà la legge testè approvata, almeno per quelle parti che riguardano le assunzioni, contro legge, improvvide e inopportune perché destinano a persone che non hanno superato il concorso pubblico risorse che dovrebbero essere invece utilizzate per investimenti in attività produttive e infrastrutture.

Ribadiamo per l’ennesima volta che tutti i cosiddetti precari pubblici sono privilegiati e raccomandati, perché non hanno superato alcuno sbarramento di qualificazione che dimostrasse le loro competenze e idoneità ai posti pubblici che dovevano ricoprire. L’unico loro requisito è stata la raccomandazione di questo o quell’uomo politico per andare a occupare un posto e incassare un compenso qualsivoglia, indipendentemente dal merito o, peggio, dall’utilità di quel lavoro per i siciliani.
La disfunzione della pubblica amministrazione regionale, di quella degli enti locali e degli enti non territoriali ha comportato un aumento dell’Irap siciliana.
Non abbiamo ancora avuto la possibilità di leggere nel suo complesso la norma approvata, ma dalle notizie che ci sono pervenute dall’Assemblea regionale siciliana, possiamo evidenziare alcune luci ed ombre.
 
Fra le ombre, l’aumento dell’organico regionale senza alcun riferimento al Piano organizzativo per la produzione dei servizi. Non ha alcuna ratio il procedimento secondo cui si determina il fabbisogno di dipendenti e dirigenti, scollegato con la produzione dei servizi, suddivisi per tipologia e branche amministrative. è una vecchia storia che conferma come la cattiva burocrazia voglia perpetuare la sua disfunzione prescindendo dall’efficienza.
La famigerata Tabella H ha cambiato nome ed è diventata Allegato I, ma il clientelismo è rimasto inalterato. Intendiamoci, alcuni contributi sono utili alla collettività, ma in genere non viene distinta la loro finalità fra sostegno ai servizi sociali e finanziamento agli apparati.

Vi sono diverse luci che vogliamo sottolineare. La prima riguarda l’imposta (chiamata ristoro) dell’1 per cento dei ricavi degli ultimi cinque anni a carico degli stabilimenti che producono inquinamento.
Il credito d’imposta ai datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato è utile, a condizione che la procedura telematica sia attivata subito e non fra un anno. Ricordiamo che il decreto dell’assessore al Lavoro relativo alle assunzioni previste dalla legge 9/09 ancora non è stato pubblicato perché l’assessorato competente non ha attivato la procedura telematica: un ritardo colpevole non ancora sanato.
Il tetto di 250 mila euro per i pensionati regionali va bene, ma non influenza le pensioni di chi sta al di sotto, che sono ben maggiori dei dipendenti statali. La riduzione delle partecipate da 27 a 11 è un altro elemento di razionalizzazione, a condizione che avvenga in tempi brevi e che le società che restano in vita siano affidate a veri manager con credenziali internazionali di prim’ordine, in modo che attuino piani industriali efficaci e redditizi.
Anche la riforma degli Ato idrici può essere iscritta agli aspetti positivi, a condizione che i nuovi soggetti che ne prenderanno il posto siano strutturati sulla base di criteri di merito e di efficienza.
Apr
28
2010
Ricordate l’intelligente manovra che ha fatto Giulio Tremonti a inizio legislatura col dl 112/08? Il ministro dell’Economia ha portato in approvazione al Cdm la Finanziaria 2009 (la cui conversione è avvenuta con legge 113/08) già nel mese di giugno. Ecco cosa avrebbe dovuto fare il governo Lombardo che si è insediato nello stesso anno, per evitare lo sconcio di dover approvare un bilancio preventivo per due anni consecutivi fuori dal termine del 31 dicembre.
Il ritardo è pericolosissimo perché qualora nella notte di venerdì 30 aprile esso non fosse approvato, si verificherebbe quasi certamente lo scioglimento dell’Assemblea, un fatto deprecabile, data la contraria urgenza di approvare le riforme che sgretolino l’impianto di clientelismo e favoritismo che ha gestito la Regione per 64 anni.
C’è una questione istituzionale da porre in evidenza: se l’eventuale scioglimento dell’Assemblea comporti l’automatica decadenza del presidente della Regione. La legge elettorale prevede l’elezione di quest’ultimo a suffragio universale indipendentemente dall’elezione dei deputati. Andrebbe valutata, nella malaugurata ipotesi di non approvazione del bilancio 2010, l’ipotesi di rivotare solo per l’Assemblea e non per il presidente della Regione.

Non vorremmo essere nei panni di Michele Cimino, assaltato da tutte le parti per allargare i cordoni di una borsa vuota da tempo. è inutile che governo e maggioranza composita cerchino compromessi sulla maggiore spesa. Devono cercarli invece sui tagli agli sprechi, sulla famelicità delle corporazioni, sui contributi a pioggia dati a soggetti inesistenti che servono solo a sé stessi e non ai cittadini.
Non è tanto importante approvare la Finanziaria quanto tenere la barra al centro di un equilibrio che impedisca un nuovo e grave indebitamento per sostenere spese clientelari. Riteniamo che Lombardo debba giocare fino in fondo la carta del rinnovamento e mettere ciascuna parte di fronte alle proprie responsabilità. Dispiace che il Pdl dell’Assemblea, guidato dall’ottimo Innocenzo Leontini, abbia dichiarato pregiudizialmente il voto contrario, come ha fatto Rudy Maira, capogruppo Udc.
 
Comprendiamo le guerre fratricide, ma non le condividiamo affatto, anzi le condanniamo in un momento in cui la Sicilia produce ancora un misero 5,6% del Pil nazionale, con 100 mila fra precari e disoccupati, perdita di attività nel settore turistico, mentre si trova nella notte fonda della green economy e della green energy, settori del futuro.
La macchina burocratica della Regione è vecchia e non intende rinnovarsi. La Sanità funziona male, molti agricoltori falliscono, le imprese sono in difficoltà. In questo scenario tragico è quantomeno anacronistico che tutti, ma indistintamente tutti i gruppi parlamentari, non si mettano d’accordo in una sorta di Grosse Koalition per varare la Finanziaria. Sono incomprensibili, per i siciliani che hanno difficoltà a sbarcare il lunario, le beghe di Palazzo, la cui più importante istituzione, l’Assemblea regionale, ha avuto la tracotanza di aumentare il proprio bilancio rispetto all’anno precedente di ben 4 milioni, portandolo a 169,8 mln contro i 71,9 del Consiglio regionale della Lombardia, confermati rispetto all’anno precedente.

Anziché preoccuparsi di cambiare la fisionomia alla Finanziaria, stornando la spesa corrente per destinarla a spesa per investimenti, l’immonda guerra tra le parti si volge a cosa spendere di più per accontentare  questa o quella corporazione. Uno scenario inqualificabile che non fa presagire un ribaltamento della situazione.
Nonostante questo marasma, vediamo sfrecciare per le strade della Sicilia auto blu da 60 o 70 mila euro, seppur noleggiate, che portano in giro questo o quel dirigente regionale o uomo politico sprecando soldi quando, invece, come si fa in Svizzera o in Germania, tutti costoro potrebbero benissimo utilizzare taxi o auto noleggiate con conducente tagliando drasticamente le spese.
È paradossale ed emblematico questo aspetto che indica un comportamento esattamente contrario a quello dei siciliani i quali dovranno ricordarsene al momento del voto e non farsi ancora infinocchiare da un fastidioso bla bla bla.

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