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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Fini

Ott
06
2010
Berlusconi ha avuto il pregio di fare chiarezza: sapere cioè di quanti voti è composta la sua compagine. Alla Camera dei deputati gli mancano sette/otto voti , al Senato è in parità. Così stando le cose, di fatto, Silvio Berlusconi non può fare quasi nulla. Non può soprattutto fare approvare una legge qualsiasi che lo metta al sicuro dai processi. Rimane sulla graticola ed in balìa di Gianfranco Fini. Il quale, a nostro sommesso avviso, conoscendo i numeri, ha messo in atto una tattica che gli consente di uscire smacchiato dalla vicenda Tulliani.
Nel suo messaggio web il presidente della Camera ha precisato di non sapere come siano andate le cose sulla vicenda di Montecarlo, ma che, se dovesse risultare che la campagna de il Giornale fosse vera, non esiterebbe a dimettersi dall’incarico. Questa circostanza sembra si stia consolidando e forse lo stesso Fini sapeva qualcosa di più di quanto ha ammesso.
Quale sarebbe il retroscena? Sarebbe che Fini coalizza una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale, subito dopo dimettersi e andare ad elezioni come leader di Futuro e libertà.

Berlusconi, dal suo canto, spinto da Bossi, sta preparando il terreno per arrivare allo stesso risultato: le elezioni. Ma spera di cristallizzare la situazione fino a gennaio 2011, in modo che non ci sia più il tempo di cambiare la legge elettorale, la porcata, e andare ad elezioni col potere intatto di nomina dei candidati. Il che assicurerebbe allo stesso Bossi, ma anche a tutti gli altri capipartito, un enorme potere su tutti coloro che vogliono essere rimessi in lista, secondo un ordine di precedenza che assicuri l’elezione.
I fatti diranno se questo scenario è fondato, ma ci vorrà poco perchè, intanto, ci sarà l’immediato scontro su una delle leggi ad personam e poi quello sulla Finanziaria 2011.
In questo quadro, a perdere sono gli italiani, perchè il Governo e la maggioranza non affrontano la questione di fondo: lo sviluppo, la crescita di ricchezza, l’aumento dell’occupazione.
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tuonato contro l’immobilismo del Governo. Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne hanno preso a cannoneggiare da un altro versante. La Chiesa martella Berlusconi. Gli ebrei sono in rivolta.
 
Il Cavaliere è riuscito nell’impresa di farsi nemici tanti poteri forti, ma egli spera nel suo appeal personale per rivincere le ormai inevitabili elezioni. Non sappiamo se la sua forza mediatica sarà più forte della realtà. Quel che sappiamo è che il Paese langue, il debito pubblico è arrivato all’enorme cifra di 1.838,3 miliardi (il 118,2 per cento sul Pil), la disoccupazione aumenta, le opere pubbliche sono bloccate, la Pubblica amministrazione è nel disastro più completo: tutto questo equivale al  blocco dell’economia.
Il guaio è che questa situazione peggiorerà nei prossimi otto mesi perchè non si vede come questo Governo riesca a fare il suo mestiere, con qualche voto di maggioranza, se ce l’ha. A meno che Berlusconi, con un coupe de theatre non rinunzi alle leggi ad personam e si preoccupi della sorte degli italiani, soprattutto di quelli più deboli: impossibile.

Se Roma piange, Palermo non ride. Neanche Raffaele Lombardo può pensare di fare le importanti riforme che ha promesso col suo quarto Governo di tecnici, contando su una maggioranza effettiva di trentasette voti: tredici dell’Mpa e 24 del Pd (Giovanni Barbagallo, Bernardo Mattarella e Michele Donegani hanno votato contro), poi riesce a raccogliere altri nove voti sulla base di uno scambio. Trattandosi di voti marginali, il prezzo da pagare sarà altissimo.
Come sempre, è abitudine della nostra linea editoriale dare fiducia a chi si accinge a un’impresa anche disperata, come quella di Lombardo. Diamo fiducia perchè è indispensabile che la Sicilia cominci a crescere per fare aumentare il proprio Pil.
Abbiamo più volte elencato le cose da fare, ma due hanno la precedenza: il Piano regionale delle opere pubbliche ed i Parchi progetto dei 390 Comuni per aprire i cantieri e immettere liquidità. Secondo: tagliare 2,9 miliardi dal Bilancio (abbiamo più volte indicato come) per trasferire i risparmi agli investimenti e alla riduzione o cancellazione dell’Irap a carico delle imprese.
Finalmente Lombardo si è accorto che trasformando le Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) si risparmiano 400 milioni (ma noi abbiamo conteggiato 500 mln). Meglio tardi che mai.
Set
28
2010
Da sabato 25 settembre “Il Giornale” non è firmato da Vittorio Feltri che si è dimesso da direttore responsabile. Al suo posto è subentrato il condirettore Alessandro Sallusti. Si tratta chiaramente di un’operazione di tipo amministrativo perchè, nella sostanza, il quotidiano della famiglia Berlusconi, col cambio di direzione, non ha mutato di una virgola la sua linea editoriale.
Vittorio Feltri ha assunto la direzione editoriale, come è scritto nello stesso posto in prima pagina. Che significa direttore editoriale e non più direttore responsabile? Significa che Feltri da sabato è responsabile esclusivamente per quello che scrive. Per chi non lo sapesse potrebbe scrivere come un comune cittadino e non come giornalista iscritto all’Ordine regionale della Lombardia. Peraltro a carico dell’ex direttore responsabile è aperto un fascicolo da parte dello stesso Ordine. 
Chiunque può scrivere su quotidiani e periodici da cittadino come accadde nel caso di Renato Farina, “Betulla” per i servizi segreti, che dopo essere stato cancellato dall’Ordine dei giornalisti ha continuato tranquillamente a scrivere sui quotidiani, salvo che, anche per questo motivo, Feltri è stato sospeso dallo stesso Ordine della Lombardia per sei mesi.

Conosco Feltri per la sua carriera professionale ed approvo il suo modo di fare giornalismo che comporta la pubblicazione di fatti, opportunamente e necessariamente verificati con i riscontri, a chiunque facciano riferimento. Disapprovo invece una campagna mediatica che tende a fare dimettere dalla carica un vertice istituzionale. Quest’azione non fa parte del codice deontologico nè degli obblighi e neanche dei diritti dei giornalisti.
Tuttavia ricordo che questo procedimento è di stampo anglosassone. Quando in Usa vi sono dei fatti gravi addebitabili a responsabili delle istituzioni, quotidiani e giornalisti li additano e persino li fanno dimettere.
Il più noto è il caso di Richard Nixon il 37° presidente degli Stati Uniti, detto il bugiardo, attaccato da due giornalisti del “Washington Post” Bob Woodward e Carl Bernstein che riuscirono nell’impresa impossibile. Ma mai quel direttore (Benjamin C. Bradlee) effettivamente il vero eroe della vicenda, anche se taciuto da tutti, pensò nemmeno per un momento di dimettersi. Corse solo il rischio di essere mandato a casa dal suo editore.
 
Notizie di stampa riferiscono che Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, hanno incontrato Berlusconi a Palazzo Chigi, invitati dal cavaliere. Non ci risulta che l’incontro abbia avuto per oggetto un’intervista. Quindi dobbiamo ritenere che si sia trattato di una cena d’affari amichevole. Peraltro è del tutto normale che un editore riceva i direttori dei suoi giornali.
Non è normale che Feltri abbia detto più volte di non essersi mai sentito con Silvio Berlusconi nel corso della campagna mediatica contro Fini, lanciata ormai da diversi mesi. Un’affermazione cui nessuno ha creduto perchè senza un’adeguata protezione finanziaria nessun direttore attacca con tanta veemenza un vertice dello Stato.
Quanto affermiamo è dimostrato indirettamente dalle dimissioni di Feltri, cui prima si accennava. Informazioni in ambienti milanesi hanno parlato di un ricco assegno di ingaggio per fare trasferire Feltri da “Libero” a “Il Giornale”. Un assegno multimilionario. è giusto che un cavallo di razza del giornalismo venga pagato bene quasi come un calciatore. Ma nessun assegno può salvaguardare da eventuali sanzioni che i tribunali penali e civili possono emettere a carico di chi fa campagne come quella di Feltri.

Ecco perchè, ci sembra evidente, che Feltri abbia dato le dimissioni da direttore responsabile. Noi al suo posto non l’avremmo fatto, ma non siamo al suo posto. Non l’avremmo fatto perchè le dimissioni significano togliersi dal fronte per evitare il rischio delle bordate avversarie e andarsene molto indietro nelle retrovie in modo da essere protetto da ogni rischio.
Questo è umano e perfettamente comprensibile, perchè tutti tengono famiglia, ma chi ha il coraggio delle proprie azioni deve andare sempre fino in fondo, costi quel che costi. Le furbate non depongono mai a nostro favore. Dispiace osservare quanto precede, ma l’etica , e ancor più l’etica giornalistica, non comporta compromessi. Soprattutto in una questione che ha al suo centro proprio l’etica. Di questo è accusato Gianfranco Fini: non di reati ma di aver violato la morale politica.