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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Fisco

Giu
14
2012
Il clamore dei media su alcune forme di protesta contro l’esazione rigorosa dei ruoli tributari da parte di Equitalia è stato pernicioso e ingiusto. Ingiusto anche perché, quando si è andati in fondo alle questioni, è risultato che i debitori fiscali non erano poi in quelle condizioni disastrose che i giornalisti catastrofisti hanno amplificato.
Di fronte al mare magnum di oltre 260 mld di materia imponibile sottratta ed ai conseguenti 130 mld di imposte che lo Stato non incassa, è indispensabile che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza stringano i freni e cerchino di chiudere le numerosissime finestre da cui evadono soprattutto gli autonomi. Sembra incredibile che nonostante gli sforzi fatti da Agenzia e GdF si scoprano ancora migliaia di evasori totali. 
Evidentemente i controlli devono usare algoritmi più sofisticati, in modo da incrociare le banche dati pubbliche, numerose, dalle quali possono emergere elementi di evasione.

L’Anagrafe è la prima banca dati nella quale sono iscritti tutti i cittadini; poi vi è la rete dei contratti telefonici, elettrici, dell’acqua e del gas; l’Agenzia del Territorio con il Catasto aggiornato è un’altra banca dati; i conti bancari e i depositi titoli sono altre. Le Camere di commercio hanno una banca dati efficiente e completa, così come Inps, Inail ed altri enti di previdenza.
Incrociando i dati di queste banche informatiche è praticamente impossibile che vi sia qualche cittadino che sfugga al fisco. Ad ognuno di essi è possibile chiedere come viva e in base a quali entrate paghi le sue spese correnti e compri questo o quel bene. Siamo convinti che, via via che la rete si stringa sule banche informatiche prima elencate, l’evasione diminuirà.
Nello Stato vi sono centinaia di migliaia di dipendenti inutili e in soprannumero. è già in vigore la legge sulla mobilità. Nulla impedisce che i Ministeri competenti bandiscano  concorsi interni per agevolare il trasferimento dei propri dipendenti dalle branche amministrative con eccesso di personale sia verso Agenzia delle Entrate che verso Equitalia e Guardia di Finanza, previ opportuni corsi di formazione e addestramento. Ma non si vede all’orizzonte questa iniziativa.
 
Responsabili della forte evasione delle città piccole e grandi, sono i sindaci. Infatti, con la L. 248/05, lo Stato ha deciso di girare il 30% dell’evasione scoperta dalle amministrazioni comunali a favore delle stesse. Con successive modifiche (d. lgs. 23/2011 e legge n. 148/2011) tale percentuale è stata portata prima al 50 e poi al 100. Sicché, sindaci bravi, onesti e competenti avrebbero dovuto istituire al proprio interno un Nucleo tributario locale per snidare quei pessimi cittadini che non pagano le imposte nazionali e con l’occasione scoprire magari che non pagano neanche le tasse comunali.
Non ci risulta che alcun sindaco abbia istituito tale Nucleo con ciò perdendo l’occasione di portare a casa cospicue entrate, combattendo contemporaneamente l’evasione e quindi il malcostume dei propri cittadini che così non possono proprio essere chiamati.
Infatti, i veri cittadini dovrebbero difendere l’Agenzia delle Entrate e la GdF che lottano tutti i giorni per scoprire gli evasori. E dovrebbero difendere anche Equitalia che è il braccio operativo per riscuotere le imposte inserite nei ruoli.

È ovvio che Equitalia commette errori perché forza la mano quando potrebbe essere un po’ elastica. Però, ha il dovere di riscuotere le imposte che costituiscono i flussi di cassa per Stato ed enti locali, senza dei quali non si potrebbe alimentare il flusso delle uscite.
I cittadini degni di questo nome devono difendere, senza se e senza ma, Agenzia delle Entrate, GdF ed Equitalia perché il malcostume degli evasori e dei morosi va combattuto anche sul piano sociale.
Bisogna dire, senza ombra di dubbio, che chi non paga le imposte è un ladro e un disonesto perché ruba a chi invece le paga totalmente anche con immensi sacrifici. I cittadini devono difendere Equitalia e dire con chiarezza che i morosi, salvo i casi di necessità che vanno specificamente individuati, non possono considerarsi membri di una società civile perché, anche in questo caso, sottraggono risorse che vengono quindi caricate su chi le paga già.
Ognuno di noi deve essere contento quando viene controllato. Se non ha nulla da nascondere sarà gratificato da una sorta di certificato di buona condotta
Apr
03
2012
Il reddito imponibile evaso viene stimato comunemente in circa 260 miliardi, da cui il Fisco preleverebbe fra i 120 e i 130 miliardi di imposte. A questo macigno bisogna aggiungere quello della corruzione, stimato dalla Corte dei Conti tra i 60 e i 70 miliardi, e il terzo della criminalità organizzata, stimato dall’Istat intorno ai 100 miliardi. I tre macigni fanno 300 miliardi, pari al 20 per cento del Pil.
Essi fanno da corona alla montagna del debito pubblico arrivato al 31 gennaio a 1.935 miliardi di euro. Ripartito per i 60 milioni di abitanti, significa che ognuno di noi ha un carico di 32.300 euro. Per i siciliani, va aggiunto un altro carico di 1.000 euro pro capite, relativo al debito della Regione, valutato in cinque miliardi.
In questo quadro si manifesta un ulteriore elemento negativo: la recessione, che farà diminuire il prodotto interno lordo, nel 2012, di circa 20 miliardi. Un quadro drammatico che va affrontato con coraggio.

Ma non basta. Infatti, l’accordo del 25 marzo 2011 denominato “Europlus” ha fissato in vent’anni, cioè entro il 2032, il termine entro cui i debiti dei partner debbono essere ridotti al 60 per cento del Pil. Tradotto per l’Italia, significa l’eliminazione di 45 miliardi l’anno.
Il dramma della disoccupazione è conseguente, anche se bisogna ricordare che a fronte di due milioni di disoccupati vi sono quattro milioni di  extracomunitari che hanno le carte in regola. Se i disoccupati italiani avessero avuto buona volontà e buon senso si sarebbero potuti occupare prima degli stranieri.
In ogni caso, per produrre lavoro (autonomo e dipendente, non posti di lavoro) occorre che l’economia si rimetta in moto, utilizzando tutte le innovazioni di processo e di prodotto nei vari settori economici.
Tre fra essi sono importanti: agricoltura e green economy, turismo e beni culturali, servizi avanzati. A questi tre va aggiunto il comparto delle opere pubbliche, i cui cantieri dovrebbero essere aperti a migliaia in Italia, utilizzando in pieno i fondi europei e i finanziamenti ottenuti mediante la finanza di progetto.
Le istituzioni (centrali e locali) dovrebbero intervenire solo sugli interessi.
 
Le entrate di Stato, Regioni e Comuni derivano dai pagatori di tasse e in massima misura dai dipendenti a qualunque livello. D’altra parte, vi sono i consumatori di tasse. Ma la questione non è equa, perché fra i consumatori di tasse vi sono gli evasori che non le hanno pagate, vi sono i pubblici dipendenti che non hanno contribuito a produrre ricchezza e quindi imposte, vi è un ceto politico di cui una buona parte formata da senza-mestiere, che non saprebbero cosa fare senza le indennità pagate col nostro danaro, anch’essi incapaci di produrre ricchezza.
Vi sono poi le sanguisughe corporative che divorano risorse, ma non producono ricchezza.
Il Paese è spaccato a metà, non in parti uguali: coloro che tirano il carro e gli altri che sono seduti comodamente sul carro. Sembra di ricordare la favoletta secondo la quale la mosca appollaiata sulla testa dell’asino, alla fine della giornata gli dice: “Oggi abbiamo molto faticato”.

Sì, perché la gran parte dei cittadini fatica molto e soffre per questa congiuntura negativa, mentre una minore parte non soffre, ma gode di benefici e servizi pubblici anche senza contribuire come dovrebbe alle spese dello Stato.
Che poi queste siano gestite male, non producano effetti positivi, non siano finalizzate a rendere ai cittadini servizi migliori possibili in base a piani aziendali, è l’altra faccia della medaglia che tiene tutto il Paese in una condizione di gravissime difficoltà e sempre in prossimità del baratro.
La riforma fiscale sul tavolo del Governo dovrà essere ancor più penetrante, per consentire l’introduzione di merito e responsabilità in una Comunità che oggi ne è quasi del tutto priva.
E occorre immettere efficienza in tutta la macchina pubblica per valorizzare le tasse pagate dai cittadini, che costituiscono le entrate, in modo da spendere sempre di meno e ottenere i migliori risultati possibili.
La guerra fra pagatori di tasse e consumatori di tasse dev’essere condotta senza respiro, fino al’ultimo euro.
Mar
21
2012
[continua]
Gen
12
2012
L’Agenzia delle Entrate porta fortuna: con i nostri controlli  i negozi e i ristoranti hanno aumentato i loro ricavi del trecento per cento. La verità è che sono aumentati gli scontrini del trecento per cento, il che significa che prima vi era molto nero, cioè un’evasione spudorata di esercenti che guadagnano poco e non pagano le relative imposte.
Finalmente comincia a diffondersi nell’opinione pubblica il principio che gli evasori sono cittadini disonesti, che utilizzano i servizi pubblici non pagando i corrispettivi. Gentaglia che fa la bella vita a spese della grandissima maggioranza dei cittadini, i quali tirano la carretta con molta fatica. Qui non si deve fare demagogia né retorica, ma dire le cose come stanno, apertis verbis.
Con le cinque leggi del 2011 (106, 111, 148, 183, 214), quattro approvate dalla maggioranza di centro destra e l’ultima, “Salva-Italia”, approvata dalla maggioranza dei tre poli, si sono aggiustati i conti dello Stato per arrivare al pareggio di bilancio nel 2013.

Ma la legge di stabilità prevede ancora un deficit per il corrente anno, che si sommerà al già pesante fardello di oltre 1900 miliardi di debito pubblico, mentre il patto di stabilità del 25 marzo 2011 prevede che da quest’anno il debito pubblico italiano debba essere ridotto di 48 miliardi e così nei successivi diciannove anni, fino a portarlo al sessanta per cento del Pil.
Naturalmente questo rapporto deriva sia dal taglio del debito stesso (al numeratore della frazione) che dall’aumento del Pil (denominatore della frazione). Ma per l’anno corrente, e forse per il prossimo, non c’è alla vista tale aumento.
L’unica manovra fattibile è quella di tagliare il debito con manovre straordinarie, come la vendita di una parte del patrimonio immobiliare, la privatizzazione di aziende controllate dal ministero dell’Economia e, soprattutto, l’effetto dello spending rewiew, attivato dal ministro Giarda per l’amministrazione statale. Per quelle regionali e degli Enti locali bisogna ulteriormente tagliare i trasferimenti in modo che siano costrette ad adottare la stessa tecnica sui propri capitoli di bilancio.
Tagliare la spesa pubblica improduttiva, pari a circa il cinquanta per cento del Pil, è l’unico modo per recuperare risorse finanziarie da destinare agli investimenti e, di conseguenza, all’aumento dell’occupazione, come accade negli Stati Uniti.
 
Le leggi correttive hanno aperto l’accesso alla via del denaro da parte di Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza. Ciò significa che il controllo esteso di conti bancari, libretti di deposito, dossier titoli e simili, consentirà di fare emergere l’evasione. D’altra parte, il limite di mille euro per effettuare pagamenti in contanti, esteso al pagamento degli stipendi da parte dei datori di lavoro pubblici e privati, costringerà gli evasori incalliti alle contorsioni pur di continuare nella loro sporca attività di sottrarre imposte alle casse pubbliche.
Lo spauracchio che questi poveretti porteranno i loro soldi in Svizzera, Liechtenstein o alle Cayman, anziché attenuare deve fare aumentare la vigilanza dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza, affinché, una volta per tutte, gli evasori piccoli e grandi si mettano in regola come comportamento ordinario e non come sacrificio.
Di questo si tratta: la banda degli evasori deve convincersi che non c’è più trippa per gatti e che, non solo per una questione etica, è più conveniente pagare le imposte anziché evaderle.

Una, cento, mille Cortina: Portofino, Courmayer, San Gimignano, San Felice Circeo, Abano, Capri, Isole Tremiti, Taormina, Cefalù. Insomma, tutti i luoghi emblematici dove si manifesta ricchezza cui non corrispondono le imposte pagate, non già perché quest’azione non sia esaustiva, ma perché costituisca un esempio per tutti i cittadini italiani. L’esempio, secondo Aristotele, è il miglior modo per educare.
L’altra faccia della medaglia è la riscossione delle imposte che avviene mediante Equitalia, salvo che nell’Isola ove opera Riscossioni Sicilia Spa, inefficiente perché a partecipazione regionale. Equitalia ha strumenti importanti per incassare,  compresa l’iscrizione ipotecaria su beni mobili registrati e beni immobili. Ma a questo rigore deve corrispondere la tutela del contribuente, esercitata mediante le tempestive decisioni delle Commissioni tributarie, quando la pretesa è indebita o eccessiva.
Infine, va eliminato lo squilibrio in capo al contribuente, costretto a pagare le imposte, ma impotente di fronte all’incasso di propri crediti nei confronti della Pubblica amministrazione o dello stesso erario. Questo squilibrio è ormai insopportabile e va eliminato. è una questione di equità.
Dic
17
2011
Molti di voi avranno visto l’efficace spot dell’Agenzia delle Entrate, che bolla come parassiti gli evasori fiscali e invita chi non paga le tasse a fare il proprio dovere. Si tratta di una buona intenzione ma, come è noto, di buone intenzioni è cosparsa la strada dell’inferno. Infatti, l’Agenzia non fornisce ai cittadini il basilare elemento di controllo sui redditi degli altri cittadini, per la semplice ragione che tiene nascoste le dichiarazioni dei redditi.
Naturalmente, il direttore generale, Attilio Befera, non può assumersi la responsabilità di pubblicare le dichiarazioni dei redditi dei privati senza l’avallo del suo ministro, in questo caso il professor Monti, il quale nella manovra in via di approvazione da parte delle due Camere, nulla dice riguardo all’ultimo scellerato articolo 12 ter della L. 148/2011.  Esso prevede che le dichiarazioni dei redditi possano essere pubblicate sui siti dei Comuni ma per aggregazioni di categorie. Un modo come un altro per nascondere gli evasori.

La domanda è nitida: vuole il Governo far emergere quei cittadini che lo spot definisce parassiti, in modo da aggredire una volta per tutte le ricchezze che nascondono? Oppure continua l’ammuina: cercare di convincere chi evade a venir fuori, senza contemporaneamente mettere in atto dei deterrenti?
Ricordiamo che l’art. 42, comma 1 bis della legge 133/2008 recita: “La consultazione degli elenchi (...) può essere effettuata anche mediante l’utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”. Dunque, siamo in presenza di due norme contrastanti. Questa appena citata, trasparente perché ribadisce senza ombra di dubbio che il reddito imponibile delle dichiarazioni dei singoli contribuenti, persone fisiche, debba essere depositato mediante appositi elenchi nei Comuni di residenza, proprio come previsto dal Dpr 633/72.
La ratio di questa norma è del tutto evidente: vuol consentire a ogni cittadino di controllare il suo vicino di casa o il suo condomino, per rapportare il tenore di vita con i redditi dichiarati e depositati in Comune. Solo un capillare controllo di tal fatta può smuovere le sabbie mobili dell’evasione che, nonostante i successi di Agenzia e Guardia di Finanza, rimane sempre un buco nero stimato in 120 miliardi di euro.
 
Ma il citato art. 12 ter della L. 148/2011 ha coperto con colpevole omertà il nome del dichiarante in modo che non si possa individuare, con ciò proteggendo gli evasori, perché votano!
Bisogna indicare con estrema franchezza quali siano le forze politiche che intendono proteggere gli evasori e quali le altre che, invece, intendano scoprirli e indicarli al pubblico ludibrio. Lo spot prima menzionato ha una funzione di moral suasion, ma gli evasori, soprattutto quelli più incalliti, se ne infischiano altamente e continuano a fare la bella vita a spese dei cittadini che invece pagano tutte le imposte.
Esse sono molto aggravate dal Dl 201/11, il che tenderà a far nascondere ulteriormente gli evasori di fronte all’aumentata pressione fiscale.

Voglio la mia dichiarazione sul sito del Comune. E così dovrebbero volere tutti i cittadini di questo Paese che non temono i controlli dei propri conti correnti bancari o postali o dei propri conti titoli, se li hanno, o di qualunque altra natura, soprattutto ora che i pagamenti in contanti da mille euro in su sono vietati.
Con ritardo, si è arrivati al punto di ingabbiare tutti i movimenti finanziari e di denaro. Ma è evidente che Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate, per quanto utilizzino algoritmi sofisticati e indagini telematiche incrociate, non potranno scoprire tutti gli evasori-parassiti.
Si ritorna, così, alla questione posta inizialmente, e cioè che i singoli cittadini devono affiancare i controllori per segnalare, caso per caso, anomalie e vistose differenze fra tenore di vita e dichiarazione dei redditi.
Basterebbe che il Governo Monti abrogasse il citato articolo-bavaglio, per le dichiarazioni nei siti dei Comuni, mettendo in moto un meccanismo salutare che renderebbe evidente chi paga poco e chi spende molto. Si potrebbe inoltre inserire il reddito imponibile degli ultimi tre anni nella tessera sanitaria.
In questo decreto 201/11 non c’è traccia della questione, ma non è mai troppo tardi per ripensarci e inserire questa trasparenza nel sistema antievasione.
Nov
08
2011
Com’è noto, la questione dell’evasione è il più importante dato contro cui tutto il popolo italiano si dovrebbe scagliare, perché mancano all’appello, per stima universale, 120 miliardi di imposte. Recuperandole, si potrebbe abbattere una quota del debito pubblico e, contemporaneamente, attivare lo sviluppo.
La leggenda metropolitana diceva che la maggiore evasione si trovasse al Sud, mentre recenti rapporti della Guardia di Finanza dicono che un’impresa su tre, nel Veneto, evade parzialmente o totalmente le imposte. Ovviamente, questo accade perché manca il controllo capillare dei cittadini e vi è un senso comune che fa apparire gli evasori come furbi.
Ma i furbi sono disonesti: nei Paesi anglosassoni gli evasori sono indicati al pubblico ludibrio, in quelli asiatici, addirittura, vengono posti ai margini della società. Da noi bisogna ribaltare il principio che chi non paga le tasse è furbo, dichiarandolo incivile e parassita perché, comunque, utilizza i servizi pubblici pagati con le tasse altrui.

Confindustria nazionale ha fatto una campagna per applicare il proprio Codice etico. Essa consiste nell’espellere le imprese in odore di mafia, quando sono riconosciute collaterali alle organizzazioni criminali.
È ormai pacifico che le mafie sono in tutte le regioni d’Italia, con prevalenza in quelle ove si genera maggiore ricchezza. Tuttavia, bisogna riconoscere che nelle tre regioni del Sud (Sicilia, Calabria e Campania), l’organizzazione criminale è più radicata.
Ed ecco che Confindustria Sicilia, presieduta da Ivan Lo Bello, ha applicato ancora una volta il Codice etico, procedendo all’espulsione di propri associati vicini alla mafia. Plauso a Confindustria, non altrettanto si può dire di altre organizzazioni datoriali che non hanno o non applicano il Codice etico per l’espulsione delle imprese mafiose. Saremmo lieti di ospitare smentita su quanto scriviamo.
L’evasione non può essere estirpata in maniera radicale se non si adotta la trasparenza completa, secondo cui ogni cittadino deve essere in condizione di conoscere il reddito complessivo del suo vicino di casa attingendo al sito internet appositamente creato nel Comune di appartenenza. E questo non è stato ancora realizzato.
 
Se non vi è un controllo capillare, cittadino per cittadino, è difficile che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza possano andare a scoprire con tempestività i furbetti e i disonesti che non pagano le tasse.
In questo versante, né Confindustria né altre organizzazioni del commercio, dell’artigianato, dell’agricoltura, hanno attivato alcun deterrente. è deprecabile il silenzio sull’evasione tributaria, contributiva e previdenziale, perché non viene dato un segnale forte e chiaro che è cambiato il vento e che, date le ristrettezze finanziarie dei bilanci pubblici, proprio tutti i cittadini devono pagare le imposte.
Solo chi paga tutte le imposte ha diritto di chiamarsi cittadino. Quelli che vegetano nel sottobosco, invece, sono dei minus habens che speculano su rendite di posizione, violando i principi di uguaglianza e di progressività tributaria previsti dagli articoli 3 e 53 della Costituzione.

Sarebbe opportuno che Confindustria aggiungesse nel proprio Codice etico una norma che preveda l’espulsione dei propri associati che evadono le imposte, almeno al di sopra di una certa soglia.
Sarebbe altrettanto opportuno che la famigerata norma dell’ultima finanziaria (art. 1, comma 12 ter, lettera e, della L. 148 /11) venisse emendata per trasformare gli elenchi dei contribuenti, da pubblicare sui siti dei Comuni, da forma aggregata in forma individuale.
Abbiamo inoltre segnalato l’opportunità che nella nuova Carta d’identità elettronica (Cie) oltre ai dati anagrafici e quelli sanitari vengano inseriti i dati tributari e previdenziali, cioè relativi al reddito degli ultimi tre anni e ai contributi dell’ultimo triennio.
Queste riforme possono essere fatte senza alcun costo per lo Stato, ma avrebbero il vantaggio di educare i cittadini a confrontare il reddito del proprio vicino di casa con il suo tenore di vita e segnalare le eventuali anomalie al 117 della Guardia di Finanza. Non si tratta di delazione, ma di una normale azione civica di chi vede che un passante getta sul marciapiede la carta e gli dice di raccoglierla e di metterla nell’apposito cestino pubblico.
Ott
22
2011
Quando si è ipotizzato di far scendere il livello per le transazioni in contanti a 500 euro, Berlusconi ha detto di no, giustificando con il fatto che questo non è uno Stato di Polizia. Che c’entra questa considerazione con l’abitudine a usare i contanti, spesso per  evitare le imposte e quindi facilitare l’evasione? La deduzione è che a Berlusconi interessano gli evasori, anche quelli piccoli, perchè ognuno di essi esprime un voto, esattamente come chi paga le imposte fino all’ultimo centesimo.
Il nostro è un Popolo di Evasori. Non si giustificherebbe in altro modo l’enorme massa di imposte che non viene pagata e stimata uniformemente in 120 miliardi. Se tutti pagassero le imposte, in modo da annullare tale importo, la pressione fiscale diminuirebbe e l’onesto contribuente pagherebbe di meno. A riguardo, sarebbe opportuno che l’Agenzia delle Entrate rilasciasse i certificati di buona condotta a coloro che fanno il proprio dovere fiscale.

Seppur la legge 241/90 e la legge 133/2008 prevedessero il deposito degli elenchi in ogni Comune con il nome, cognome e reddito complessivo dei cittadini, la volontà pro-evasori di Berlusconi ha fatto annacquare i due provvedimenti, anche se non li ha abrogati, con l’ultima manovra (Legge 148/2011). Essa ha previsto la pubblicazione on line, nei siti dei Comuni, dei dati aggregati, relativi alle dichiarazioni dei redditi, con riferimento a determinate categorie. Tuttavia, anche in questo caso, ha messo un impedimento costituito dall’emissione di un Dpcm, il quale dovrà disciplinarne le modalità.
Anziché andare in favore degli evasori, il Governo avrebbe dovuto consolidare la norma esistente sulla pubblicità dei redditi ed aggiungere la possibilità di inserire nella tessera del codice fiscale, di ognuno di noi, il reddito complessivo degli ultimi tre anni. Questo avrebbe semplificato l’attività di tanti altri settori della Pubblica amministrazione, nell’ erogazione di agevolazioni di varia natura, perchè il rilevamento del reddito attraverso tale tessera, si sarebbe effettuato in tempo reale.
Bisogna scoprire le carte ai falsi moralizzatori e dire, apertis verbis, che l’evasore è disonesto, incivile e asociale.
 
Nei Paesi anglosassoni i cittadini hanno l’orgoglio di dichiarare le imposte che pagano, conseguenti a quanto guadagnano. Ogni cittadino può controllare i redditi dei propri concittadini. Si tratta di una concezione sociale serena. Nessuno pensa che controllare quanto guadagna il vicino comporti un’ingerenza nei fatti altrui, perchè le imposte che paga quello, gli danno il diritto di essere un cittadino.
In Italia, anche ad alti livelli, ci si vanta della furbizia di essere evasori o di fregare lo Stato, come se lo Stato non fossimo noi. Sono proprio coloro che si trovano nei posti di più alta responsabilità che debbono dare l’esempio di correttezza e di onestà fiscale. Come è pensabile che fra cittadini onesti ancora possano circolare le mazzette da 500 euro?
La banalità che si usa dire è anche un’incontrovertibile verità: se tutti pagassero le imposte, chi le paga se le vedrebbe ridotte. Vi è una seconda verità: se le imposte incassate sono ben spese, secondo criteri di essenzialità, efficienza ed organizzazione, si otterrebbero maggiori servizi, di migliore qualità e probabilmente notevoli risparmi.

Sono stati denominati i furbetti del quartierino alcuni arrampicatori sociali ed economici. Che dire dei furbetti dell’evasione che anziché pagare le imposte si comprano ville e barche ed hanno un tenore di vita sproporzionato ai redditi dichiarati? è vero, dal primo luglio è entrata in vigore la norma chiamata spesometro, che consente agli enti accertatori di imputare a reddito, sottoposto ad imposte, quella ricchezza emergente da beni e comportamenti non ragguagliati al reddito complessivo dichiarato.
Ma la questione riguarda i controlli. Non ci sarebbero sufficienti operatori dell’Agenzia delle Entrate nè finanzieri per controllare tutto. Ecco che il controllo dei redditi deve essere affidato ai cittadini: ognuno controlla il proprio vicino. Non si tratta, come stupidamente viene affermato, di delazione, ma di segnalare le anomalie fiscali e sociali al 117 della Guardia di Finanza o di inviare fotografie ed elementi in modo da individuare coloro che predicano bene e razzolano male. Come si vede, c’è un modo per ogni cosa: basta volerlo attuare.
Ago
26
2011
Il Governo è strabico o forse schizofrenico. Da un canto, lancia una campagna stampa e televisiva contro l’evasione fiscale appellandosi ai cittadini, dall’altro, priva gli stessi cittadini degli strumenti idonei per combattere l’evasione. Ci spieghiamo.
L’appello anti-evasione è indirizzato contro gli evasori e verso i cittadini. I primi sono sordi, non vogliono pagare le tasse. Quindi, appellarsi al loro senso etico e civico, è quasi inutile. Gli evasori vanno snidati mediante apposite leggi stringenti che non lascino margini ai disonesti, che non pagano le tasse, e mediante un’azione digitale sempre più approfondita che consenta ad Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza di trovare e far pagare questi soggetti.
Non si possono neanche chiamare cittadini perché, con il loro comportamento, si collocano al di fuori della cerchia civica. L’appello fatto ai cittadini onesti affinché collaborino a scovare gli evasori è del tutto inutile perché essi non hanno gli strumenti per potere comparare il tenore di vita del loro vicino di casa con le sue dichiarazioni dei redditi. Ecco il nocciolo della questione.  

Qualcuno dice che questo controllo ravvicinato da parte dei cittadini che pagano le imposte, nei confronti di quelli che non le pagano, possa essere configurato come una sorta di delazione. Ma così non è perché il controllo serve ad evidenziare e portare a conoscenza della Guardia di Finanza, anche in forma anonima, telefonando al 117, quello che è un vero e proprio furto a danno della collettività. Chi non paga le imposte, oltre che furfante può essere tranquillamente dichiarato ladro perché usufruisce dei servizi pagati dalla fiscalità generale, senza pagarne le spese.
Risulta quindi del tutto evidente come sia indispensabile che i cittadini possano prendere visione, anche per via digitale, delle dichiarazioni dei redditi dei loro concittadini che risiedono nel comune. Naturalmente l’informazione, per avere larga e vasta portata, dovrebbe essere consentita ai quotidiani, i quali potrebbero pubblicare il nome di ogni cittadino e il suo reddito dichiarato, per comune. Ma tutto questo è impedito dal ministro dell’Economia, in modo apparentemente inspiegabile, che invece si spiega.
 
La legge 133/2008, all’articolo 42, comma 1 bis, recita: La consultazione degli elenchi previsti dall’art. 66 bis del D.p.r. 633/1972 (...) può essere effettuata anche mediante l’utilizzo delle reti di comunicazione elettronica (...). Ne consegue che i mezzi di stampa hanno l’interesse di portare a conoscenza dei propri lettori le dichiarazioni dei redditi di tutti i cittadini di ogni comune.
Tuttavia, non si sa per quali misteriose ragioni, il direttore generale dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, vieta al suo direttore regionale, Castrenze Giamportone, di fornirci gli elenchi, ripetiamo, delle dichiarazioni dei redditi, comune per comune, in cui siano indicati esclusivamente nome, cognome e reddito dichiarato, quindi nessun dato sensibile, ma pubblico.
Ricordiamo che, quando qualche tempo fa i redditi furono pubblicati su internet e riportati da diversi quotidiani successe un casino. Ma, il presidente dell’Autorità garante della Privacy, Francesco Pizzetti, ci confermò che il divieto di pubblicazione in internet non riguardava la comunicazione dei redditi dei cittadini in quanto tale, ma il fatto che chiunque su internet, senza essere identificato, potesse accedere a questi dati. Ci confermò altresì che ogni cittadino che si faccia identificare può chiedere le dichiarazioni dei redditi di qualunque altro cittadino anche in formato digitale, con ciò confermando la legge poco sopra citata.

La questione è molto seria, perché mancano all’appello circa 100 miliardi l’anno di tributi non pagati, incassando i quali risparmieremmo circa 5 miliardi d’interessi. Si tratta di una cifra importante che viene a mancare per la disonestà di tanti cittadini che usano gli importi delle imposte non pagate per fare la bella vita, acquistare ville, auto o barche di lusso, naturalmente sotto mentite spoglie.
Sembra del tutto misterioso il rinvio dell’Agenzia al ministero dell’Economia per poter dare via libera alla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi, che devono essere depositate per un anno in ciascun comune (secondo quanto previsto dall’articolo 42 della Legge 133/2008, punto a), Gli elenchi sono depositati per la durata di un anno sia presso lo stesso ufficio delle imposte, sia presso i Comuni interessati).
Apr
16
2010
Secondo l’Agenzia delle Entrate, mezza Italia dichiara meno di 15 mila euro di reddito annuale. Quasi l’80 per cento dei redditi elevati è di natura dipendente. Il reddito autonomo contiene le maggiori sacche di evasione ed elusione totale e parziale. Dieci milioni e settecentomila cittadini, nel 2008, non hanno pagato alcuna imposta, in quanto inseriti nella cosiddetta no tax area, su un totale di 41 milioni di contribuenti. Il 90 per cento dei contribuenti dichiara un reddito inferiore a 35 mila euro, appena l’uno per cento sopra i 100 mila euro. Il reddito medio è di 18.873 euro.
Dal quadro che emerge, gli  italiani considerano lo Stato un nemico, dal quale difendersi, come ha persino dichiarato una volta il presidente del Consiglio, quasi legittimando l’evasione. Mai nessun produttore di reddito dovrebbe sottrarsi al suo dovere di contribuire alle spese generali, previsto dall’art. 53 della Costituzione, ma questo sacrosanto principio trova tre limiti.

Il primo riguarda la gravosità della pressione fiscale, che ha superato il 43 per cento. In media ogni cittadino lavora per lo Stato per metà anno. Questo fatto è conseguente all’enormità della spesa pubblica - circa 800 miliardi di euro - che ha superato il 53 per cento del Pil. Il secondo è dato dagli squilibri della spesa e dalla presenza di innumerevoli privilegi delle diverse caste e corporazioni che affliggono il nostro Paese. Vi è poi un terzo limite: la cattiva gestione della spesa pubblica nella quale si annidano sprechi, soddisfacimenti di clientes, parassitismo e così via.
L’evasione fiscale è una piaga non solo italiana. Ma nella Penisola ha una soglia inaccettabile, dato che è stima comune che l’evasione delle imposte sottratte all’erario si aggiri intorno ai 100 miliardi di euro. è vero che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza hanno recuperato nove miliardi nel 2009, ma siamo ben lontani dall’equilibrio indispensabile in base al quale tutti, indistintamente tutti i cittadini, devono pagare le imposte in rapporto al proprio reddito effettivo.
 
L’imposta sul valore aggiunto denuncia due distorsioni. La prima riguarda la differenza fra i consumi e i redditi dichiarati. Vi sono regioni del Sud ove in base a tali redditi fiscali i cittadini non potrebbero consumare secondo le cifre ufficiali. La seconda distorsione è proprio il rapporto fra il volume dell’Iva denunciata e i veri consumi dei territori anche qui meridionali. Gli indici di agiatezza sono nettamente superiori alle imposte indirette, col che viene conclamata l’evasione.
Tremonti ha messo fra le prime riforme quella fiscale, con un taglio alle aliquote Irpef, il trasferimento di parte delle entrate dalle imposte dirette (sulle persone) a quelle indirette (sulle cose) e a un cambiamento delle detrazioni e delle riprese fiscali. Il ministro ha promesso che la nuova legislazione fiscale sarà improntata alla semplicità dei rapporti con i contribuenti, inviando il 730 precompilato a ciascuno di essi. Naturalmente, la semplificazione dovrà essere ben congegnata, per rendere agevole anche il rapporto con imprese e professionisti. 

Il decreto legislativo sull’autonomia fiscale, scaturente dalla legge 42/09 sul federalismo, intende coinvolgere gli enti locali nell’accertamento dei redditi, perché i cittadini sono meglio e più direttamente conosciuti dalle amministrazioni civiche. Senza arrivare alla delazione, il controllo del territorio dovrebbe comportare la capacità di far emergere sacche di evasione che producono distorsione e iniquità tra i cittadini.
Ma producono anche concorrenza sleale, perché è ovvio che l’imprenditore o il professionista che esercita la propria attività in nero può non solo arricchirsi non pagando le imposte, ma anche applicare prezzi e tariffe inferiori rispetto a chi invece è gravato da tutto l’armamentario fiscale e contributivo.
Combattere l’evasione è anche una questione di civismo  e di lotta alla criminalità organizzata. Quest’ultima, infatti, è un evasore per antonomasia. La battaglia è lunga e difficile, aiutata dall’informatizzazione e dall’incrocio fra le reti telematiche che potranno aiutare la repressione. Prima, però, occorre potenziare il senso civico .
Ott
17
2009
Non ne possiamo più di sentire la maggioranza dei 390 sindaci siciliani lamentarsi che non hanno soldi e urlare perché la Regione, finalmente, ha dichiarato di tagliare il finanziamento ai precari che i Comuni mantengono inutilmente.
Nel momento in cui i sindaci vengono messi di fronte alle proprie responsabilità e, cioè, devono gestire il loro apparato con minori risorse, vengono messe a nudo le loro insufficienze e incapacità di mantenere gli impegni che hanno preso con i propri cittadini mediante il programma politico.
La loro carenza è talmente grande che omettono l’obbligo di legge di comunicare ai propri mandanti, mediante la relazione semestrale, le tappe dell’attuazione del programma. E per questa omissione, che indica opacità e voglia di nascondere la realtà, nessun sindaco salta o viene revocato dal suo mandato, perché i consiglieri comunali non hanno alcuna voglia di andarsene a casa, coperti come sono da indennità e privilegi di ogni genere e tipo. Tant’è che, in occasione delle elezioni comunali, c’è la corsa fra migliaia e migliaia di cittadini, in maggioranza senza lavoro, che aspirano a una indennità equivalente a uno stipendio. Una vergogna siciliana.

Dunque, i sindaci siciliani che hanno una pletora di dipendenti inutili, possono tagliare quella parte dell’organico che non è necessaria allo svolgimento dei servizi. Ma anche tagliare consulenze, competenze, consigli di amministrazione di partecipate, assessori, gettoni di presenza, auto di servizio, autisti, telefonini e migliaia di scrivanie in più nelle quali si siedono dipendenti che non sanno cosa fare.
Questo è il quadro della disorganizzazione generale, nella quale fanno eccezione tanti Comuni e tanti sindaci virtuosi che, in quanto tali, riescono a chiudere i propri bilanci in pareggio, pur producendo buoni servizi e realizzando infrastrutture innovative. I bravi ci sono e vanno indicati e premiati. I sindaci incapaci vanno invece additati al pubblico ludibrio.
 
Il dirigente generale del Dipartimento Urbanistica dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente ci comunicava, nell’ultimo forum, che le pratiche di sanatoria non evase sono circa 500 mila, di cui all’incirca un quarto nella città di Palermo e quasi il 18% a Catania.
Prendiamo il capoluogo etneo. Se il Comune, che si trova in stato di pre-dissesto, mettesse in moto, con una squadra di tecnici, l’evasione di tali istanze di sanatoria, porterebbe a casa l’un per l’altra almeno 3000 euro fra rate e oneri di urbanizzazione, col che incasserebbe all’incirca 240 mln di euro, saldando quasi tutto il “buco” dei bilanci pregressi. Come si possono chiudere gli occhi di fronte a un’opportunità di questo tipo e mantenere la città in uno stato di incertezza del proprio futuro?
I sindaci hanno appurato che nei loro territori vi sono grandi quantità di cartelloni pubblicitari abusivi, forse oltre 10 mila. Se costringessero i gestori a regolarizzarli, con una media di 2000 euro per anno, porterebbero a casa 20 mln di euro.

Per l’evasione dell’Ici la questione è quasi tragicomica. Il direttore generale dell’Agenzia del Territorio, Gabriella Alemanno (incidentalmente sorella del sindaco di Roma), ci diceva, nel forum che sarà pubblicato prossimamente, che ormai tutto il territorio è sotto controllo e inserito nell’archivio totalmente informatizzato, con cui ogni centimetro è monitorato.
L’Agenzia, attraverso i suoi uffici territoriali, è in condizioni di fornire ai Comuni tutte le informazioni necessarie perché essi prelevino l’Ici e vadano a scoprire la relativa evasione. Le abbiamo chiesto perché tale evasione permane. Risposta: perché i Comuni non si sono attrezzati informaticamente per attingere le informazioni all’Agenzia del Territorio e, conseguentemente, ad un sistema di riscossione diretta che può tranquillamente prescindere da Equitalia. Ecco un altro esempio di cattiva amministrazione la cui responsabilità è totalmente in capo ai sindaci, in questo caso quelli siciliani.
Vi sono tante altre tasse (pubblicità, Tosap, Tarsu e così via) che presentano una grossa evasione. D’altro canto, vi sono imposte e tasse comunali accertate ma non riscosse: una notevole morosità, anche questa figlia dell’inefficienza delle amministrazioni comunali e dei loro sindaci, che ne sono responsabili, perché non hanno istituito il Nucleo tributario.