Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia � su Twitterrss qds

Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Francesco Cascio

Ago
12
2010
Abbiamo stima per il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, anche per i tentativi acrobatici del tutto rispettabili, volti a sforbiciare alcune spese dell’Assemblea da lui presieduta. Aver tolto solo 500 euro di indennità ai deputati regionali, contro i 1.000 di quelli nazionali, è un segnale delle resistenze che gli oppongono i nostri onorevoli. Con qualche altra sforbiciata, il bilancio preventivo 2010, che ammonta a ben 170 milioni, potrebbe essere ridotto di qualche milione, mentre quello del 2011 dovrebbe assestarsi a poco più di 165 milioni.
Anche se le buone intenzioni della Presidenza dell’Ars andassero a buon fine, rileviamo che rimarrebbe un’enorme differenza di costo fra l’Ars e quello del Consiglio regionale della Lombardia (attestato sui 72 milioni) di circa 98 milioni. Questo è il vero spreco che non potrà certo essere lenito da qualche milione in meno. La verità è che l’Assemblea regionale dovrebbe abolire la vergognosa l.r. 44/65 che equipara i compensi di deputati, dirigenti, dipendenti a quelli del Senato. Che c’entra questa comparazione?

Non c’è nessuna logica istituzionale, nessuna norma che possa spiegare all’opinione pubblica siciliana questo spreco di 98 milioni. Non c’è nessuna ragione secondo la quale un deputato regionale debba percepire a qualunque titolo ben 28 mila euro lordi al mese. Non c’è nessuna spiegazione, neanche professionale, secondo la quale i dipendenti dell’Ars debbano ottenere uno stipendio sette, otto volte superiore a quello di un dipendente statale o di un dipendente comunale.
Non è il supposto prestigio di un’istituzione che deve creare privilegi, ma l’effettiva professionalità che si estrinseca in effettiva prestazione. I deputati regionali non sono più bravi dei consiglieri lombardi, nè lavorano di più. I dirigenti e i dipendenti dell’Ars non sono più bravi dei loro colleghi lombardi. Nessuno capisce, per conseguenza, perchè essi debbano gravare sulle tasche dei siciliani con un importo superiore di ben, ripetiamo, 98 milioni l’anno.
Cascio, dunque, proponga alla Conferenza dei capigruppo la presentazione di un ddl con un articolo unico: “La legge 44/65 è abrogata. Gli emolumenti di deputati regionali, dirigenti e dipendenti dell’Ars sono ragguagliati a quelli del Consiglio regionale della Lombardia”.
 
Quando scriviamo queste cose, ci dicono che sono ininfluenti e che nessuno le ascolta. Non è così, il nostro sito è molto frequentato da visitatori del Nord e il QdS è letto mediamente, per ogni uscita (fonte Cercom) da circa 180 mila persone, alle quali la nostra informazione squarcia uno scenario di menzogne o di ignoranza facendo esplodere semplicemente la verità dei fatti, incontrovertibili perchè riscontrabili e basati su fonti certe.
Peraltro, il compito di un quotidiano non è quello di cambiare lo stato dei fatti, bensì di dare indicazioni e proporre soluzioni per fare crescere la qualità complessiva della Comunità, in modo che essa possa competere ad armi pari con le comunità delle Regioni più virtuose del Nord Italia e dell’Europa.
I siciliani non devono essere secondi a nessuno, ma non a parole. Con i comportamenti ed i fatti, senza dei quali utilizzeremmo la nostra bocca per fare uscire il fiato e la nostra testa per consumare shampoo o dividere le orecchie. Inaccettabile.

Il glorioso Parlamento siciliano, che si autodefinisce come il più antico del mondo, facendo riferimento all’epoca federiciana, deve primeggiare per qualità e non per privilegi di cui siamo stanchi e di cui molte fasce sociali, colpite dalla recessione, reclamano l’abolizione. Basta auto blu da 70 mila euro col lampeggiante spento sul tetto che sfreccia nelle corsie preferenziali. Un comportamento baronale e feudale che merita la ghigliottina morale.
Chi ha maggiori responsabilità, ha maggiori doveri, non maggiori privilegi. Anzi, nessun privilegio. Cascio metta all’ordine del giorno la restituzione di tutte le super autovetture ai fornitori, alla scadenza dei contratti,  e ne faccia uno di noleggio dando a chi serva una Panda blu o , eventualmente, consentendo di girare in taxi blu.
Questa decisione del Consiglio di Presidenza, che include i sei questori e due vice presidenti, darebbe un forte segnale non solo ai cassintegrati di Termini Imerese, ma alle decine di migliaia di disoccupati che non riescono a collocarsi, non perchè non ci sia lavoro, ma perchè non possiedono adeguate competenze.
Animo, amico Cascio! Aspettiamo un colpo d’ala.
Giu
08
2010
Nella riunione del Consiglio di presidenza dell’Ars del 9 giugno verrà discusso, e possibilmente deliberato, il taglio della doppia indennità per gli ex parlamentari. Si tratta di uno dei tanti privilegi che resistono da decenni, mentre contemporaneamente il tenore di vita dei siciliani si è abbassato. Molti di questi hanno perso il posto, ma nessun pubblico dipendente con contratto a tempo indeterminato è stato messo in cassa integrazione o ha sofferto delle fibrillazioni provocate dalla restrizione delle disponibilità finanziarie. Il presidente dell’Ars, Francesco Cascio, sfidando l’impopolarità di alcuni ex, ha deciso di far discutere l’eliminazione del citato privilegio e ci auguriamo  che esso arrivi puntuale, senza ulteriori rinvii.
Non è che la cosa sul piano quantitativo comporti un sensibile ristoro, tuttavia è un buon inizio per far comprendere all’opinione pubblica che la massima istituzione legislativa siciliana intende partecipare alla strada intrapresa di diminuzione della spesa pubblica.

Ora si tratta di constatare se l’Ars e il suo presidente vogliano continuare su questa strada positiva e prendere di petto la questione delle questioni: la legge regionale 44/65. Quella legge corporativa che ha dato alla casta di deputati e dipendenti della stessa Assemblea l’enorme vantaggio di equiparare compensi, normativa e pensioni a quelli del Senato. Una questione inaudita che dura da 45 anni e che ora deve essere assolutamente riportata alla normalità.
Qual è la normalità? è che l’Assemblea legislativa siciliana costi ai siciliani nè più e nè meno di un qualsiasi altro Consiglio regionale, in quanto ne ha le stesse funzioni: legislative e ispettive. Non si capisce perché, per pari attività, non ci debbano essere pari compensi. L’abbiamo scritto più volte: il Consiglio regionale più importante d’Italia (quello della Lombardia) costa a quei cittadini 72 milioni di euro mentre l’Ars ne costa ai siciliani 170.  Senza girarci attorno, la differenza è uno spreco di ben 98 milioni circa che potrebbero essere tranquillamente risparmiati ed essere destinati alla costruzione di infrastrutture e al supporto di attività produttive.
 
Sulla scarsa produzione di leggi dell’Ars abbiamo scritto più volte con inchieste documentate, sempre in raffronto al Consiglio regionale della Lombardia. Conosciamo l’osservazione interessata: è meglio fare poche leggi di qualità piuttosto che tante senza. Se così fosse, si potrebbe convenirne. Il guaio è che le leggi approvate non hanno la dote della chiarezza, in quanto scritte in italiano non facile da capire, e non prevedono, guaio ancora più grande, le procedure telematiche perché esse producano effetti immediati nel settore dell’economia.
Citiamo due esempi per intenderci. La l.r. 9/09, agli articoli 36-46 prevede l’assunzione a tempo indeterminato per una serie di disoccupati o occupati a tempo determinato. Essa demanda ad un successivo decreto assessoriale le modalità di attivazione ed in particolare quelle relative all’apertura del canale telematico. Orbene, a distanza di quasi 10 mesi, il decreto, peraltro già compilato e di cui possediamo il testo, non è stato ancora pubblicato perchè l’inefficiente servizio amministrativo regionale non ha attivato il canale telematico. Di questo ritardo dovrebbero vergognarsi i responsabili politici e burocratici.

Il secondo esempio riguarda la legge finanziaria 2010 che, approvata il 30 aprile, prevede, all’articolo 53, contributi regionali alle imprese che assumano lavoratori svantaggiati a tempo indeterminato. Una recente campagna del Pd si vanta di questa legge ma omette di dire che, a distanza di oltre un mese, questa incentivazione è rimasta lettera morta, perché non è prevista l’apertura di una procedura telematica.
Politici e burocrati regionali non hanno ancora capito che le imprese siciliane non sono più disposte a fare i viaggi della speranza a Palermo, per trattare con burocrati che non si trovano o perdono tempo. Gli imprenditori vogliono usufruire delle agevolazioni legislative senza spostarsi dal proprio ufficio. Il presidente Cascio, uomo intelligente, può dare un indirizzo generale affinché le leggi in approvazione prevedano che le procedure siano consone alla rapidità necessaria (cioè telematiche), in modo da produrre risultati e non intenzioni.
Mag
08
2010
Il Kosovo, con proprio autonomo provvedimento supportato da referendum, ha dichiarato il 17 febbraio 2008 l’indipendenza dalla Serbia. Questo atto non è stato riconosciuto dalla ex Casa madre, mentre ben 22 dei 27 paesi dell’Unione europea hanno validato l’iniziativa. Si tratta di una secessione vera e propria sulla quale non abbiamo titolo per esprimere una valutazione. Ma un dato emerge con chiarezza e, cioè, che quando un popolo si sente emarginato da una comunità molto più grande non deve essere costretto a convivervi e può prendere l’iniziativa di separarsi, per intraprendere in modo indipendente la strada dello sviluppo. Sviluppo che non ci sarebbe se, rimanendo unito a una comunità più grande, si dovessero seguire i suoi interessi piuttosto che i propri.
È ineluttabile che il pesce grosso mangi quello più piccolo, che il leone rincorra la gazzella per procurarsi il cibo e che quest’ultima corra per non diventare cibo.

Il rimedio a questi effetti è dato dalla comunità nazionale che deve valutare in maniera equa torti e ragioni per poi esprimersi al riguardo.
Com’è noto, la Serbia ha fatto domanda per essere affiliata prima e ammessa dopo all’Unione europea, la quale dopo avere inglobato la Slovenia, prima nazione balcana, ha messo in stand by le richieste della Croazia, della Bosnia, del Montenegro, oltre a quelle di Serbia e Kosovo cui prima si accennava.
Non è un caso che quel furbacchione di Sergio Marchionne abbia costituito una società mista a Kragujevac, acquistando lo stabilimento automobilistico della vecchia Zastava, per la produzione di 200 mila veicoli (dimensione minima che giustifica l’istituzione di uno stabilimento). Marchionne ha ottenuto finanziamenti dallo Stato serbo oltre che avere un costo del lavoro all’incirca 4 volte inferiore dello Stato italiano. Altro che Termini Imerese. Quello stabilimento ha anche il vantaggio di servire tutti i balcani.
La Serbia, di fronte al quasi totale riconoscimento del nuovo Stato kosovaro, ha fatto ricorso alla Corte internazionale di Giustizia europea per vedere riconosciuto il proprio diritto al controllo del piccolo nuovo Stato.
 
Non sappiamo chi abbia ragione o torto, però sappiamo che la predetta Corte è investita di una controversia che a seconda dei casi può essere nazionale o internazionale.
La presenza di un giudice europeo che metta le mani in una questione così delicata offre garanzia che qualunque questione, anche interna a una nazione, possa essere valutata per ottenere sentenze eque, anche se inevitabilmente influenzate dalla politica degli Stati.
La vicenda che vi raccontiamo può sembrare distante dai nostri problemi, cioè dai problemi della Sicilia. Invece, cade a fagiolo perché è in atto una controversia strisciante che non è esplosa e che invece governo e maggioranza siciliani hanno il dovere di portare all’attenzione della pubblica opinione europea.
Riguarda l’annosa questione dell’Alta corte, prevista dall’art. 24 dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, che è stata illegittimamente sospesa dalla Corte costituzionale con sentenza n. 38 del 1957.

È vitale che l’Alta corte sia riavviata e in questo senso abbiamo chiesto che il presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, personalità sensibile all’Autonomia e alla Giustizia, convochi lo stesso consesso affinché provveda a nominare i tre membri effettivi e uno supplente dell’Alta corte. Ciò fatto, l’Ars dovrà chiedere al Parlamento nazionale di adempiere al suo dovere consistente nel nominare altrettanti membri di sua competenza. Con quest’atto l’Alta corte, dopo 53 anni (1957/2010), riprenderebbe a funzionare.
Se il Parlamento non ottemperasse in tempi ragionevoli, Governo e Ars potrebbero accedere alla Corte internazionale di giustizia dell’Ue esattamente come hanno fatto gli Stati balcani di cui vi abbiamo raccontato la vicenda all’inizio.
La questione che proponiamo continuamente è di vitale importanza per la Sicilia, perché ripristina l’accordo iniziale fra il popolo siciliano e quello italiano in base al quale oggi l’Isola fa parte dell’Italia. Senza quel patto la Sicilia sarebbe uno Stato indipendente, padrone del proprio futuro. Bene o male? Ai posteri l’ardua sentenza.
Apr
23
2010
Abbiamo più volte sollevato la questione della pura e semplice osservanza e attuazione dello Statuto siciliano, ricordando che esso fu frutto di un patto fra questo popolo e quello italiano, e ricordando altresì che la Regione siciliana preesisteva alla Costituzione e non fu da essa istituita, bensì riconosciuta.
Cardine del fatto è l’Alta Corte, prevista dall’articolo 24 della norma statutaria. Essa è “istituita in Roma con sei membri e due supplenti...nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”.
Successivi articoli prevedono che giudichi sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Ars, ma anche di quelle emanate dal Parlamento nazionale rispetto allo Statuto. Prevede, ancora, che il commissario dello Stato promuova i giudizi presso l’Alta Corte e che il Presidente Regionale possa impugnare davanti lo stesso consesso le leggi ed i regolamenti dello Stato in conflitto con lo Statuto.

Dal quadro che precede si evince con chiarezza la natura del patto indicato il cui fulcro è la parità tra il popolo siciliano e il popolo italiano.
Sappiamo della sentenza illegittima della Corte Costituzionale n. 38/57, con la quale quest’ultima ha avocato a sè i poteri dell’Alta Corte. Un atto che non era nelle sue prerogative, perché è noto come due organi costituzionali non possano elidersi a vicenda. Infatti, l’Alta Corte è viva e vegeta, ma non opera perché priva dei suoi componenti.
Ora, che il Parlamento nazionale non li abbia nominati è ben comprensibile, per quanto l’omissione comporti un disonore per quella Istituzione, intendendo con ciò non avere onorato un patto. è, invece, incomprensibile che la nomina dei componenti dell’Alta Corte non sia stata effettuata autonomamente dall’Ars. Un’omissione penosa, perché non ha consentito dal ‘57 in avanti che il nostro organo costituzionale funzionasse a pieno regime. Se così fosse stato, ben altra sorte avrebbero avuto numerose leggi regionali e nazionali e le risorse finanziarie derivanti dalle entrate fiscali che, indebitamente, lo Stato ha incamerato, sottraendole ai siciliani.
 
Un furto vero e proprio, paragonabile a quello del tesoro del Banco di Sicilia che i predoni sabaudi prelevarono e fecero sparire in occasione dello sbarco dei poveri diavoli che Garibaldi imbarcò sui battelli Lombardo e Piemonte.
Continuiamo ad assistere alle inique sentenze della Corte Costituzionale, le cui ultime due hanno privato la Sicilia di entrate per oltre 1 miliardo. O alla severa azione di Tremonti che ha spostato risorse destinate alla Sicilia per finanziarie le quote latte del Nord. Un elenco di comportamenti illegittimi che l’Alta Corte, su ricorso del presidente della Regione, avrebbe sicuramente annullato.
La questione non è formale ma sostanziale, perché qui si mette in evidenza come il diritto, a rispetto del patto Italia-Sicilia, non possa essere messo nell’ombra da nessuno. Se Bossi avesse avuto uno strumento costituzionale come lo Statuto, oggi non farebbe più parte dello Stato italiano.  Con niente in mano è riuscito a conquistare due Regioni e centinaia di amministrazioni locali.

Guardando avanti, è auspicabile che tra i gruppi dell’Ars emerga una maggioranza, anche trasversale, che chieda al presidente, Francesco Cascio, di convocare un’apposita seduta con all’ordine del giorno la nomina dei componenti, effettivi e supplenti, dell’Alta Corte. Intanto, l’Ars proceda alle nomine e poi chieda al Parlamento nazionale di effettuare le proprie; a questo punto si tratta di trovare un modo esecutivo per riattivare l’alto consesso. Qualora il Parlamento nazionale non ottemperasse, Governo e Assemblea regionali potrebbero ricorrere alla Corte di giustizia europea, per vedersi riconosciuto il diritto, giacchè le leggi regionali e statali vengano valutate dall’Alta Corte e non dalla Corte Costituzionale. Si sa che le norme costituzionali possono essere soggette al diritto europeo.
L’iniziativa presenta un difficile percorso che va affrontato con cura e grande professionalità. Ma stare con le mani in mano è gravissimo, di fronte alla prevaricazione dello Stato italiano sulla nostra Regione.
Mar
23
2010
Sono passati quarant’anni e il Pil della Sicilia è inchiodato al 5,5 di quello nazionale, nonostante i proclami, i propositi, i programmi e le buone intenzioni di tanti presidenti e governi regionali. Si sa, la strada dell’inferno è cosparsa di buone intenzioni, come dire che le parole non approdano a nessun risultato. Nella vita politica, ma anche in quella sociale, contano i fatti, gli atti concreti ed i risultati.
Il ceto politico siciliano in questi ultimi quarant’anni ha dato fiato alla bocca e sfidiamo anche uno solo degli appartenenti ad esso a dimostrarci con i dati che la situazione sociale ed economica si è evoluta.
Se scriviamo che si tratta di un fallimento colossale, non esageriamo. Il fallimento del fallimento è quello del settore pubblico, ove si sono innestati privilegi a catena del ceto burocratico, costituendo una casta di siciliani che ha visssuto parassitariamente sulle spalle della stragrande maggioranza degli isolani che affrontano le asprezze della situazione senza copertura.

Non ripetiamo, per non annoiare, i privilegi dei regionali. L’inchiesta pubblicata a pagina dieci ve ne riporta alcuni clamorosi, peraltro già richiamati da altre pubblicate negli anni precedenti.
In una Regione dove milioni di cittadini vivono sulla soglia della povertà è uno sfregio all’umanità che vi siano dirigenti che vanno a riposo con una pensione di 1369 euro al giorno, 500 mila euro l’anno, lordi bene inteso. Tutta la nostra solidarietà al poveretto destinatario di quest’elemosina.
In  Sicilia, vi sono circa 15 mila pensionati che costano quasi 600 milioni di euro, frutto dell’incapacità della Regione siciliana, unica in tutta Italia a non aver accantonato, di anno in anno, i contributi necessari per costituire la riserva matematica dalla quale trarre gli assegni pensionistici.
Peraltro l’attività viene svolta normalmente dall’Istituto nazionale di previdenza dei dipendenti pubblici, l’Inpdap, che svolge l’attività anche per tutti i dipendenti regionali salvo quelli della Regione siciliana, l’unica a fare eccezione.
 
Per mettere una pezza, l’attuale Governo ha istitutito il Fondo Pensioni Sicilia, per gestire il quale occorreranno personale e mezzi per un costo annuo stimato di circa 10 milioni. Si tratta di uno spreco, perchè se i pensionati fossero gestiti dall’Inpdap costerebbero zero euro. Ripetiamo,  zero euro.
La Regione fa come il cane che si morde la coda perchè mette in pancia altro personale con la denominazione di precari, che poi un giorno andrà in pensione. Un circuito vizioso che non ha fine e che costa enormemente distraendo le risorse da un impiego produttivo ad una sorta di ammortizzatore sociale.
Con gli ammortizzatori sociali non andremo da nessuna parte, nel senso che non potremo intraprendere la strada dello sviluppo per mancanza di risorse e continueremo a mettere pezze sugli strappi giornalieri senza un progeto di ampio respiro e di lungo sguardo.
Non si vede, allo stato dei fatti, una svolta, che sarebbe urgente ed essenziale. Essa dovrebbe partire dalla virata delle utilizzazioni delle magre risorse finanziarie della Regione, una virata, ripetiamo, che le sposti dalla spesa corrente cattiva e clientelare a quella in conto capitale per investimenti in infrastrutture, che metterebbero in moto decine di migliaia di posti di lavoro.

In questi giorni è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il Piano Casa, una buona legge che può attivare i cantieri.
Ci auguriamo che venga anche approvata la ristrutturazione delle Ato, una vergogna siciliana, ma soprattutto che nel Bilancio da approvare tassativamente entro il 31 marzo (un plauso a Francesco Cascio per aver messo i deputati in una sorta di tour de force) siano inseriti i requisiti essenziali per trasformarlo da uno strumento passivo, con funzione notarile, ad altro attivo che abbia in sé il propellente per mettere in moto investimenti atti ad attrarre imprenditori non siciliani e mettere in moto tutte le attività necessarie a rendere produttivi ed economici borghi, siti, parchi e altri beni di cui la Sicilia è  molto ricca.
Dic
16
2009
L’Assemblea regionale e il suo presidente, Francesco Cascio, rivendicano nella loro attività più qualità che quantità. Una buona legge è meglio di cinque cattive leggi. Non si può che essere d’accordo. Dobbiamo riconoscere che in questi 18 mesi di legislatura l’Ars ha approvato cinque buone leggi per l’occupazione e l’economia. Ciascuna di esse per essere resa operativa aveva bisogno di norme attuative che i diversi assessorati avrebbero dovuto adottare, ma ancora non lo hanno fatto. Proviamo ad elencarne i contenuti.
La legge 21/08 prevede il sostegno ai Consorzi fidi. Si tratta di enti che mettono insieme le piccole imprese affinchè esse possano accedere al credito fornendo garanzie. Hanno ben operato in quasi trent’anni e quindi sostenerli è indispensabile.
Ricordo che quando io ho costituito il primo (o uno dei primi) Consorzi fidi in Sicilia, era il 1980, molti mi presero per visionario, soprattutto l’allora direttore generale del Banco di Sicilia,  Salomone, ma poi pian piano il Consorzio decollò e, quando lo lasciai, nel 1993, aveva convenzioni con nove banche, 20 miliardi di lire di affidamenti ed oltre 100 soci.

A distanza di un anno la legge 21/08 attende di essere applicata pienamente. La successiva legge 23/08 riguarda i cosiddetti aiuti alle imprese. Si aiutano i poveri, non le imprese, quindi è inappropriata la parola. In effetti la legge prevede incentivi per nuove iniziative imprenditoriali soprattutto portate da giovani e donne. Anche questa legge però è inoperosa perché mancano i decreti attuativi, che l’assessorato all’Industria non ha ancora emesso, a distanza di un anno.
La legge Finanziaria 6/09, all’articolo 14, prevede le cessioni di crediti vantati nei confronti di enti pubblici territoriali. Una norma importantissima perché consente lo smobilizzo dei crediti che in Sicilia si stimano essere intorno ai quattro miliardi di euro. L’assessore al Bilancio, a distanza di oltre sei mesi, non ha proceduto a rendere operativo questo articolo, per cui ci risulta che nessuna cessione di crediti pubblici sia stata effettuata da imprese a banche.
 
L’operazione è interessante, non solo per le imprese ma anche per le stesse banche, le quali acquisendo i crediti nei confronti della Regione e degli Enti locali siciliani possono lucrare un interesse per legge che supera l’8 per cento. Nonostante la chiara convenienza di imprese e banche, la mancata iniziativa dell’assessore ha vanificato gli effetti.
Passiamo alla legge 9 di agosto 2009. Anche questa titola improvvidamente “Aiuti alle imprese”. Citiamo il titolo VI “Aiuti al lavoro” (articoli da 36 a 46) che consente nuova occupazione o consolidamento di posti di lavoro. Anch’esso aveva bisogno di un decreto attuativo, che, in questo caso, l’assessore al ramo  ha emesso ed è in corso l’iter di approvazione.
E infine la quinta, legge n. 11 del 17 novembre 2009, riguardante i crediti di imposta per nuovi investimenti e per la crescita dimensionale delle imprese. Di essa è stato pubblicato sul sito della Regione un vademecum abbastanza completo.

Come potete leggere nell’inchiesta a pagina 10, vi sono i dettagli delle leggi elencate e le interviste di alcuni assessori.
La crisi politica non giustifica per niente l’inazione degli assessori e dei direttori generali. Questi ultimi non possono neanche essere giustificati per il fatto che il prossimo 31 dicembre saranno sostituiti. Perché, sul piano morale e professionale, chiunque ha un incarico pubblico ha il dovere di eseguirlo al meglio delle proprie possibilità senza anteporre i propri interessi a quelli generali.
Nessuno si dispiaccia per queste affermazioni che vogliono solo essere uno stimolo a fare presto e bene.
Non sappiamo se entro la fine di quest’anno le cinque leggi diventeranno utilizzabili da imprese e cittadini, ma sottolineamo ulteriormente che la loro inattuazione non può trovare alibi nell’approvazione della legge finanziaria né nell’oscura soluzione alla situazione politica. Qui vi sono responsabilità individuali di assessori e direttori generali che hanno nome e cognome. Chi non fa, è colpevole. Punto e basta.