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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Gianfranco Fini

Set
11
2012
Da 29 anni Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini deliziano il Parlamento con la loro presenza. Entrambi sono stati presidenti della Camera, Casini utilizza da tempo i privilegi post-cessazione del suo incarico (ufficio, segretarie, auto, autisti, spese di viaggio e altri) e Fini si approssima ad usufruirne dopo aprile 2013, quando cesserà dal suo ufficio.
Già questi privilegi costituiscono di per sé una vergogna, in un Paese dove vi sono enormi problemi di mancata crescita, perché sottraggono risorse agli investimenti e alle opere pubbliche.
I due campioni di longevità politica non sono ai vertici di questa particolare classifica, perché vi è gente come Pisanu che ha superato i 40 anni o come il pensatore della Magna Grecia, Ciriaco De Mita, ancora eurodeputato a quasi 84 anni.
Dall’altra parte del mondo, Barack Obama è stato eletto a 47 anni.  David Cameron, primo ministro britannico, a 44; Jyrki Katainen, primo ministro finlandese, a 40 anni; la cancelliera tedesca Angela Merkel a 51 anni, e così via.

Chiudendo la festa del Partito democratico, a Reggio Emilia, il suo segretario, Pierluigi Bersani, ha onorevolmente confermato che ci saranno le primarie per indicare la persona che verrà candidata all’incarico di presidente del Consiglio. Il suo interlocutore sappiamo già che sarà Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ove ha vinto le primarie, il quale si sta imbarcando sul suo camper per visitare le attuali 108 province.
Nel Pd vi sono anche tantissimi dinosauri che non hanno alcuna intenzione di starsene a casa. Anche nel Pdl i dinosauri non scherzano: Cicchitto, gia craxiano di ferro, ha l’impudenza di dire che le liste bloccate dei nominati servono per consentire ad alte personalità di accedere nelle aule parlamentari. Non si rende conto del ridicolo di questa affermazione che, in ogni caso, viola ogni principio democratico.
La nostra Costituzione prevede la figura del senatore a vita proprio per onorare alte personalità. In atto essi sono Giulio Andreotti, Carlo Azeglio Ciampi, Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Mario Monti. La Costituzione, all’articolo 59, comma 2, fissa un tetto di cinque.
 
Come si evince da questa breve descrizione, è urgente un forte rinnovamento del ceto politico a livello nazionale che, però, non deve tener conto solo dell’anagrafe, bensì di qualità, competenza, professionalità e moralità delle persone.
Per andare in questa direzione, è necessario fare una legge che ordini i partiti e riempia il vuoto dell’art. 49 della Costituzione. Partiti con uno statuto democratico, con un bilancio-tipo prefissato come quello delle società, con una certificazione effettuata da società iscritte alla Consob, con la trasparenza dei finanziamenti e la contestuale abrogazione di quelli attuali.
Anche le primarie, per diventare una cosa seria ed equa per tutti, hanno bisogno di regole. Le stesse possono essere date solo mediante un’apposita legge, uguale per tutti i partiti, di modo che i cittadini sappiano con chiarezza, quando votano per i candidati, quali sono i punti di riferimento validi per tutti.

Via le cariatidi da tutti i partiti, immissione di volti freschi e giovani purché abbiano i requisiti prima indicati. Ma immissione anche di tutti quegli altri cittadini di primo livello, disponibili a spendersi per servire il popolo, possibilmente in modo gratuito.
Ecco qual è la leva per capire chi vuole servire o chi vuole servirsi degli elettori: dare a chi occupa incarichi istituzionali il rimborso delle spese ed eventualmente un’indennità sostitutiva del reddito perduto, qualora si eserciti esclusivamente l’attività politica. Questo vale per tutti i livelli istituzionali: nazionale, regionali e locali.
È il denaro che fa marcire le coscienze e che provoca tentazioni. Non dimentichiamo quanto affermava Oscar Wilde (1854-1900) a riguardo: Resisto a tutto, tranne che alle tentazioni.
Senza un rinnovamento dei criteri di selezione basati su regole certe e su valori morali, bisognerà sempre ricorrere ai tecnici, il che dimostra una impotenza del ceto politico. Se gli uomini politici si sono trasformati in politicanti senzamestiere la responsabilità non è di chi li addita al pubblico ludibrio, bensì di loro stessi, che sono causa dei propri e degli altrui mali.
Ott
21
2011
Il vizio di trattare vicino al caminetto permane ancora dopo quasi 18 anni dal dissolvimento della Democrazia cristiana. Un partito che è stato il cardine della resurrezione del Paese, ai tempi di Alcide De Gasperi, ma che a partire dagli anni Ottanta, anche con l’avvento di Bettino Craxi, ha innestato un processo disastroso di aumento della spesa, del conseguente debito pubblico e di declino della crescita e dello sviluppo.
Tutto questo accadeva perché il popolo, quando votava, non predeterminava la compagine che avrebbe dovuto governare, nè il primo ministro. La legge elettorale proporzionale, infatti, consentiva la permanenza di partitelli, tuttavia essenziali alla formazione di maggioranza, che imponevano le loro assurde richieste e i loro ricatti.
Col mattarellum si passò ai collegi uninominali per il 75 % dei seggi della Camera, mentre il vizio della proporzionale rimase per il restante 25 %. Al Senato, invece, è rimasto inalterato il sistema maggioritario regionale.

In questo quadro, Casini, con grande coerenza e costanza, combatte il sistema elettorale con premio di maggioranza, perché lo emargina. Con lui Fini, Di Pietro, l’inesistente Rutelli e altri che rappresentano modeste frange di elettori. Veltroni, con grande intuito, appoggiò, anche se non ufficialmente, la riforma elettorale ancor più maggioritaria, cioè il porcellum, che ha però il grave difetto di nominare i parlamentari e non di eleggerli.
Il popolo sovrano ha il diritto di decidere, con la sua scheda, chi dovrà governare, e non può affidare nè a Casini nè agli altri vecchi democristiani, come Scajola o Pisanu, il compito di riunirsi e decidere un Governo o le sue sorti. Ricordiamo che prima della riforma elettorale del 1993 un Governo durava in carica meno di un anno, sottoposto a faide o ritorsioni di questo o di quello. Anche questa è stata una causa importante del declino dell’Italia dopo gli anni Ottanta.
Dal 1994 in avanti non è che il nostro Paese abbia imboccato decisamente la crescita. Tuttavia il popolo ha sempre deciso chi dovesse governarlo: dal 1996 al 2001 il centrosinistra; dal 2001 al 2006 il centrodestra; dal 2006 al 2008 il centrosinistra; dal 2008 a oggi il centrodestra.
 
Il referendum, al vaglio della Corte di Cassazione prima e della Corte Costituzionale dopo, scardina il porcellum, talché nel 2012 si presenteranno tre possibilità: elezioni anticipate che annullano il referendum per effetto dello scioglimento delle Camere; riforma della legge elettorale nella direzione referendaria; svolgimento del referendum che, verosimilmente, riporterà una grande vittoria.
Non sappiamo quale di queste tre ipotesi si realizzerà, dato che il quadro politico è malsicuro e incerto. Sia come sia, l’importante è che non ritornino a galla i neodemocristiani e i neosocialisti craxiani (Cicchitto, Sacconi e altri), ma che si resti nel solco del maggioritario. In quest’ambito, una riforma che si sta facendo largo è quella del doppio turno francese sul modello della legge elettorale per i sindaci.
Sappiamo che fra i 945 parlamentari eletti vi è una buona porzione di ex democristiani o di altri che hanno una mentalità di tipo democristiano. Ci vogliamo augurare che i partiti più grandi, e perciò più responsabili, non vogliano più tornare alle deprecabili pantomime del passato, con personaggi che cadevano e risorgevano nel giro di una notte e con tutti i responsabili di partito, cioè i partitocrati, che a tutto pensavano salvo che all’interesse generale.

Vi è una grande differenza fra la situazione del 2011 e quella del 1994: la camicia di forza che l’Unione europea, e per essa la Banca centrale europea, ha messo ai conti dello Stato. Una camicia di forza che il ministro dell’Economia è stato costretto a trasfondere nelle tre Manovre del 2011 (98/2011, 111/2011 e 148/2011) ed è stata trasferita, ovviamente, agli Enti locali (Regioni e Comuni).
Di questi, i meridionali sono insofferenti e dicono che i tagli colpiranno i servizi relativi. Si tratta di una pura menzogna, perché i tagli si dovranno effettuare sugli apparati, inutili e costosi, e non sui servizi. Bisognerà vedere se giunte regionali e comunali avranno capito che la festa è finita e che bisogna attuare una gestione virtuosa delle proprie amministrazioni, risparmiando e spendendo solo l’indispensabile.
Dic
15
2010
Il risultato sulla fiducia al Senato era scontato: 162 a favore, 135 contrari. Alla Camera, invece, era incerto, ma Berlusconi ha vinto: 314 voti contro la sfiducia, 311 a favore, 2 astenuti. La maggioranza era di 313 voti.
Berlusconi ha vinto una battaglia ma in queste condizioni non governerebbe e, quindi, perderebbe la guerra. Ragione di più per continuare il percorso verso le elezioni del 27 marzo 2011, il che non sarebbe male perché esse rappresenterebbero una sorta di referendum pro o contro il Cavaliere e, quindi, contro o pro l’iniziativa di Fini. La questione delle elezioni è positiva con una grande negatività: l’impossibilità per gli elettori di scegliersi i parlamentari, mentre saranno poche persone a compilare le liste dei candidati secondo le proprie convenienze e i propri interessi. I risultati di ieri fanno slittare ogni decisione a dopo le feste. Verosimilmente, i parlamentari si prenderanno una meritata vacanza, talmente sono stanchi da questo nauseante teatrino.

Mentre tutte le parti si dilettavano a scambiarsi accuse e insulti, l’Italia ha continuato a peggiorare il suo stato di salute e il Mezzogiorno molto di più. Non parliamo della Sicilia, inchiodata in un immobilismo in cui si pensa solo ad assumere persone nella pubblica amministrazione.
Berlusconi, nelle sue dichiarazioni, ha esposto l’intenzione di allargare la maggioranza a Casini e Fini, per completare la legislatura, ma crediamo si sia trattato di una finta, perché egli non ha nessuna convenienza ad avere due alleati che lo odiano sul piano personale e che, al di là di ogni apparenza, minerebbero ogni centimetro della sua strada. Questa situazione nuocerebbe ancora di più al Paese ed è quindi bene che venga risolta con un ritorno al volere del popolo.
I risultati di ieri hanno affermato un’altra verità: alla Camera dei deputati non c’è una maggioranza alternativa a quella attuale; meno che mai al Senato; col che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non potrebbe in nessun caso affidare incarichi ad altri, neanche quelli di tipo esplorativo. Una cosa è certa: in questa vicenda ha perso il democristianismo.
 
Cos’è il democristianismo? è quel comportamento deleterio della peggior parte della Democrazia cristiana, subito assunto dai socialisti di Craxi, mediante il quale si mediava su tutto, dalle cose grandi alle cose piccole, purtroppo anche sui valori, per cui chi entrava in questo gioco si barcamenava perché l’obiettivo non era scegliere il meglio per i cittadini, bensì restare a galla il più a lungo possibile. Si trattava di una scelta di campo fra la moralità e l’immoralità: il democristianismo sceglieva costantemente quest’ultima.
Se Berlusconi, anziché fingere di volere Casini, lo volesse sul serio come alleato, commetterebbe un grave errore, perché il democristianismo  è una malattia contagiosa. Chi la contrae corre seri pericoli sul piano morale, mentre accettarla sarebbe come volerla.
Il democristianismo è durato in Italia per molti decenni. Anche se ora  sono passati solo 16 anni (1994-2010)  non dobbiamo dimenticare i seri danni che esso ha prodotto.

Attendendo le elezioni, il Cavaliere non deve starsene con le mani in mano, ma può tentare di fare approvare alcune leggi urgenti. Soprattutto potrebbe dare una forte accelerata agli appalti di opere pubbliche in modo da velocizzare il processo di  costruzione e di consegna delle opere finite. Ancor più urgente sarebbe il piano delle infrastrutture al Sud che consentisse una seppur minima riduzione del divario che c’è fra i due tassi infrastrutturali, Nord e Sud.
In pochi mesi non c’è molto da fare, anche perché le opposizioni e lo stesso Fli faranno di tutto per non fare approvare neanche una legge della maggioranza. Proprio per questo la stessa maggioranza dovrebbe dimostrarsi capace di fare il proprio lavoro, cioè legiferare e fare le ispezioni sul funzionamento della macchina pubblica.
La matassa non si è sbrogliata, i voti della Camera dimostrano che le due parti sono sostanzialmente in parità. è vero che con qualche voto in più non si governa, ma è anche vero che Berlusconi non ha governato anche con una forte maggioranza. Perciò, alle urne.
Dic
11
2010
Fra qualche giorno questo nauseante periodo politico, nel quale ognuno tira il lenzuolo dal proprio lato avrà un primo, provvisorio, epilogo. Il 14 dicembre, infatti, il Senato, alle ore 9, voterà la fiducia al Governo Berlusconi e nello stesso giorno la Camera ne voterà la sfiducia. A meno che il Cavaliere, forte della fiducia al Senato, non si rechi dal Presidente della Repubblica per mettere nelle sue mani lo sviluppo della crisi.
Se, invece, il percorso sarà completato, si sarà fotografato uno stallo: né Berlusconi potrà governare, né potrà sorgere un nuovo governo terzopolista con l’appoggio del Pd e di altri. Se questo sarà il fatto, lo stallo vale anche per il suo rovescio, nel senso che il Presidente della Repubblica non potrà affidare ad altri il mandato perché l’incaricato riceverebbe la fiducia alla Camera e la sfiducia al Senato. A questo punto, al Capo dello Stato, non resterebbe che scegliere chi dovesse gestire il periodo transitorio fino alle successive elezioni che, nell’interesse di tutti, dovrebbero essere svolte nei primi mesi del 2011.

Ovviamente si andrebbe al voto con questa legge elettorale, che ha il gravissimo difetto di consentire la nomina dei candidati e di impedire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari. Non certamente con il vecchio metodo delle preferenze ma con un sistema maggioritario a due turni. Però questa legge ha il pregio di assegnare il premio di maggioranza e quindi di consentire al popolo di scegliere, prima delle elezioni, la compagine governativa e il suo presidente del Consiglio che dovrebbero governare per tutta la legislatura. Naturalmente è sempre vigente l’art. 67 della Costituzione che dà ampia libertà al parlamentare eletto di cambiare partito, in quanto esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
È importante la scelta del Capo dello Stato. Nella precedente crisi lasciò il compito al presidente del Consiglio dimissionario, Romano Prodi, di gestire l’ordinaria amministrazione. Anche in questo caso, Napolitano dovrebbe lasciare a Berlusconi questo compito. La questione non è di poco conto, perché gestire una campagna elettorale come premier assicura dei vantaggi, peraltro bilanciati dal fatto che anche Fini la gestirebbe come presidente della Camera.
 
Il terzo polo è una iattura, perché è un ritorno al democristianismo, cioè a quel metodo infame secondo il quale i cittadini erano privati del diritto di indicare chi dovesse governarli, mentre correnti, partiti, lobby e corporazioni, vicino al caminetto, si mettevano d’accordo su come spartirsi il potere e conseguentemente le risorse economiche.
Abbiamo subito per 46 anni (1948-1994) questo perverso meccanismo e non vorremmo rivederlo all’opera. Anche perché esso prevede una variabilità di chi compone i governi e una vita molto breve di ciascuno di essi. Ricordiamo infatti che all’epoca della Balena bianca un presidente del Consiglio restava in carica mediamente solo un anno.
In tempi in cui è indispensabile estremo rigore nei conti pubblici, riforme impopolari perché tagliano privilegi, eliminazione di sprechi e di vantaggi delle corporazioni, l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è l’instabilità. Il democristianismo è instabilità. E siccome i suoi fautori sono proprio Casini, Fini e Rutelli bisogna ricordare all’opinione pubblica che i danni del passato col trio delle Sorelle bandiera (ricordate Indietro tutta) diventerebbero di nuovo di attualità.

Scriviamo questa nota non già perché il trio dei neodemocristiani sia formato da Fini, Rutelli e Casini, perché è la cosa in sé a essere sbagliata, non le persone che la interpretano. Scriveremmo le stesse cose su chiunque altro. Dopo 16 anni di faticoso bipolarismo che non ha, per la verità, espresso la sua potenzialità, ritornare al passato sarebbe un male peggiore.
In ogni caso, la situazione di stallo prima descritta impedirà di eliminare, da questa legge elettorale, la porcata delle nomine dei parlamentari. Oltre 300 di essi sono combattuti fra la paura di perdere la pensione (cui non hanno diritto senza il completamento della legislatura) e la promessa di essere rieletti. Molti di questi peones saranno determinanti per la soluzione di questa crisi.
Infine, non bisogna dimenticare il mercato finanziario, severo censore sul piazzamento di centinaia di miliardi di titoli di Stato.
Nov
06
2010
L’opinione diffusa fra commentatori e media è che Berlusconi con una sequenza di uscite fuori tono si stia autodistruggendo. La battuta sui gay gli ha inimicato questa categoria. L’enunciazione sul suo stile di vita, proclamando che ama le donne e che non intende cambiare, gli ha alienato le simpatie del Vaticano. Il suo proponimento di presentare un disegno di legge molto più restrittivo di quello precedente sulle intercettazioni è una dichiarazione di guerra ai giudici, condita dal disegno di legge che riguarda la riforma della giustizia.
La Marcegaglia tuona sull’immobilismo del Governo da quando Il Giornale di famiglia ha cominciato a fare le inchieste sul gruppo di Mantova (ognuno ha i propri scheletri negli armadi), il sistema bancario non lo ama.
Sembra un quadro fosco, nel quale ormai il Cavaliere sia perduto. Ma è proprio questa incredibile sequenza di gaffe o di azioni improprie che ci fanno sorgere il sospetto che Berlusconi non sia per niente pazzo.

Avendo contro i poteri forti e accorgendosi contemporaneamente della forte debolezza di tutti gli oppositori, il Cavaliere molto probabilmente si sta giocando il tutto per tutto: tanto peggio, tanto meglio.
Egli avrà ragionato che l’unico modo per uscirsene da questa tenaglia in cui tutti sono concordi nel farlo fuori, sia quella di andare alle elezioni anticipate. Perché è convinto che le sue capacità mediatiche e funamboliche gli faranno vincere le elezioni.
Non dobbiamo dimenticare che la vigente legge elettorale, denominata dal suo autore Roberto Calderoli come porcata, prevede un premio di maggioranza alla Camera per il partito che riporta un voto più degli altri, consistente nell’acquisire il 55 per cento dei seggi.
Al Senato, l’attuale legge prevede un meccanismo diverso, nel senso che assegna il premio di maggioranza regione per regione. Ma egli confida, insieme con la Lega, di conquistare la maggior parte delle regioni del Nord. Al Sud, Lazio, Campania, Calabria, Sardegna, Basilicata, Molise e Abruzzo hanno quasi tutte governatori a lui fedeli. Per la Sicilia il discorso è diverso.
 
Qui è nato Forza del Sud, il nuovo partito di Gianfranco Micciché, quel proconsole che nel 2001 riuscì a conquistare 61 collegi lasciandone zero all’opposizione. Vi è anche un altro pezzo di Pdl che fa riferimento a Firrarello, Castiglione e Alfano che ha anche notevoli suffragi. Insieme possono guadagnare il premio di maggioranza al Senato
Se questo è il disegno di Berlusconi, definirlo audace è poco. E tuttavia non sarebbe la prima volta che Berlusconi sovverta i pronostici e vinca contro tutti. Lo fece quando nessuno ci credeva, nel 1994. Ricorderete il bambino stampato sui poster che apparvero a metà ‘93 che balbettava Fozza Italia. In questo quadro, vi è un’opposizione frammentata e variegata, la quale non riesce ad avere un filo comune che la unisca, se non quello di abbattere Berlusconi.
Intendiamoci, noi non tifiamo per il Cavaliere né per questa soluzione, ma nel marasma istituzionale nel quale non si vede nessuno degli uomini politici presenti con le qualità di assumere una leadership, questa ipotesi prende corpo.

Siamo in prossimità del Natale, fra 40 giorni l’Italia si ferma, purtroppo. Per arrivare a gennaio non ci vuol nulla e da lì a fissare le elezioni al 27 marzo senza cambiare questa legge il passo è breve.
È necessario smentire la balla che un Governo diverso da quello attuale, chiamato tecnico o di transizione, sarebbe incostituzionale o contrario al volere del popolo. Ricordiamo ancora che l’art. 67 della Costituzione, legge sovraordinata rispetto a quella elettorale, svincola da mandato ogni parlamentare, che quindi è libero di aggregarsi in qualunque modo. Se Fini decidesse di passare il Rubicone, e si alleasse con tutti gli altri, si potrebbe formare una diversa maggioranza alla Camera. Più difficile è fare lo stesso al Senato, ove invece Berlusconi e Bossi superano la metà dei senatori.
Tutta la situazione politica è in bilico, il Paese è piantato, i problemi irrisolti incancreniscono. Prima si va alle elezioni e meglio è, prima si chiarisce lo scenario oscuro anche per i rigorosi paletti piantati dall’Ue sui Paesi che hanno un enorme debito pubblico, e prima si comincia la risalita.
Set
22
2010
Il nauseante teatrino del mese di agosto dove tanti attorucoli hanno messo in scena una farsa alla Feydeau (Parigi, 1862 - Rueil, 1921) è finalmente finito. Proclami di sfracelli,  vendette e ritorsioni, in altri termini di comportamenti anti-istituzionali, hanno ceduto il posto ad un poco di buon senso. E il buon senso impone che il Governo attui il suo programma con la massima urgenza, facendo approvare e mettendo in atto riforme strutturali che diano competitività a questo Paese, tanto arretrato, perché su di esso vivono moltissimi parassiti, sotto forma di corporazioni.
Fino a quando con le riforme non si tagliano i privilegi, o buona parte di essi, rimarranno in pochi ad essere molto ricchi ed in tanti ad essere poveri: una iniquità non più tollerabile.  Il governo Berlusconi ha fatto in questi due anni alcune riforme ed ha varato tre manovre estive mediante le L. 133/08, L. 102/09 e L. 122/10. Manovre che hanno inserito un minimo di rigore nei conti pubblici tagliando un pochino la spesa corrente. Ma esse hanno presentato due difetti: hanno tagliato in modo indiscriminato, penalizzando gli enti virtuosi, ed hanno tagliato poco, appena 25 miliardi, contro gli oltre 80 necessari per riequilibrare i conti. 

Il patron della Lega, Umberto Bossi, spinge per nuove elezioni come se fosse il patron dell’Italia. Bossi ignora, forse perché non l’ha studiata, che la Carta costituzionale affida al Presidente della Repubblica il compito di valutare se in Parlamento vi sia una qualsiasi maggioranza, non importa da chi formata. Solo dopo aver accertato che essa non vi è, potrà procedere allo scioglimento delle due Camere, e non di una di esse come chiede il Senatùr, non si sa sulla base di quale norma.
Verosimilmente, Berlusconi non lo asseconderà. Infatti sta cercando il consenso dei cespugli, cioè di tutte quelle piccole formazioni composte da alcuni deputati, in modo da colmare il vuoto lasciato dal nuovo raggruppamento di Fini, Fli. Questo comportamento non è conseguente alla sfiducia dell’ex leader di An verso il Governo, anzi egli afferma che voterà la fiducia a tutti i provvedimenti del programma del 2008 ed intende completare la legislatura fino al 2013. Il comportamento di Berlusconi invece è teso a fare a meno del gruppo di Fli, per emarginarlo.
 
In ogni caso, la vita di questo Governo è diventata perigliosa e difficile. Ha dovuto accantonare due provvedimenti su cui ha puntato molto facendo due meschine figure davanti all’opinione pubblica: quello sulle intercettazioni e il secondo sul processo breve. In quest’ultimo caso, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha commesso un errore imperdonabile nel non aver portato all’opinione pubblica il fatto che la durata fisiologica di un processo è  già stabilita per legge, e precisamente dalla legge Pinto 89/01, per un periodo massimo di tre anni. Infatti lo Stato è obbligato a risarcire attore e convenuto con una somma di circa 1.000 euro l’anno, in caso di superamento di tale periodo.
Il gioco tra Fini e Berlusconi, però, si incentra su un nodo:la tutela al Premier rispetto ai tre processi che lo vedono imputato (Mills, Mediatrade, Mediaset). Fini darà il suo avallo al relativo scudo se otterrà delle contropartite per sé e per il suo nuovo partito. 

Se tuttavia si andasse alle elezioni in primavera nel 2011 (Berlusconi aveva fissato la data nel 27 marzo) si pone una questione di decenza istituzionale: i due leader, probabilmente in guerra, possono fare campagna elettorale occupando i due vertici istituzionali?
Non sarebbe la prima volta che il primo ministro facesse una campagna per il proprio partito pur essendo presidente del Consiglio. Ma in questo caso non si può chiedere a Fini di dimettersi per la stessa ragione secondo la quale Berlusconi dovrebbe compiere lo stesso atto.
Si tratta di par condicio: o entrambi gestiscono le elezioni fuori dalle cariche istituzionali o entrambi restano al loro posto compiendo con ciò una forzatura delle istituzioni. Certo, non si può pretendere che uno si dimetta e l’altro no, perché questo fatto farebbe pendere il piatto della bilancia a favore di uno piuttosto che dell’altro.
Se tutti ci abituassimo a cercare l’equità nei comportamenti, il buonsenso prevarrebbe, mentre fatti e circostanze si verificherebbero con verità e non falsati da illusioni mediatiche.
Ago
10
2010
La Lega Nord è il più grande partito autonomista d’Italia, anche perché è riuscito ad allargarsi in un territorio formato da almeno tre Regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto). Essa si è anche incuneata in Emilia e Toscana, facendo breccia perfino a Lampedusa, dove una sua concittadina, Angela Maraventano, è stata eletta senatrice del partito.
Bossi, in diverse interviste, ha precisato correttamente che la Lega non è di destra né di sinistra, ma un partito autonomista dei cittadini per i cittadini: un’affermazione che si può sottoscrivere senza alcuna remora.
Il Movimento per l’Autonomia di  Lombardo - costituito solo nel 2005, mentre noi lo avevamo auspicato negli anni Novanta - si muove nell’agone politico senza le tradizionali barriere. Per cui, correttamente, può allearsi con qualunque partito, con l’unica condizione di seguire la rotta nell’interesse esclusivo dei siciliani. Così come ha fatto Jordi Puyol, nel 1974 in Catalogna, e Lee Kuan Yew, nel 1965 a Singapore.

Però, a Lombardo manca la cinghia di trasmissione dell’attività dei dirigenti che li colleghi ai quadri e agli elettori, per cui non ha quei canali di comunicazione indispensabili per dimostrare l’efficacia della propria linea politica.
Le vessazioni che ha subìto la Sicilia, in questi 64 anni di Autonomia, hanno una precisa responsabilità nella classe politica isolana, che ha sempre anteposto agli interessi del nostro popolo la propria carriera. Si sono pronati servilmente quando c’erano da difendere i nostri interessi e accettando colonizzazioni e danni ambientali in nome di un’occupazone che è stata alternativa al benessere delle popolazioni. Con i risultati che possiamo constatare, purtroppo, nella aree di Milazzo, Priolo, Gela e Termini Imerese.
Gianfranco Micciché, che ho conoscuito quando era giovane dipendente dell’Irfis, ha capito che non è più tempo, per la Sicilia, di stare aggregati a un carro che non ne cura gli interessi e, coraggiosamente, ha creato il partito autonomista, denominato provvisoriamente Pdl Sicilia.
Giovedì 29 luglio si è consumata la frattura fra Fini e Berlusconi, un chiarimento indispensabile perché non era più possibile assistere a litigi continui che hanno bloccato Parlamento e Governo.
 
Fini in Sicilia ha quattro deputati all’Ars, con i quali può costituire un altro gruppo autonomista, fuori dal contesto di destra o sinistra.
Anche l’Udc di Saverio Romano, con la sua forza che è preponderante nel partito nazionale, può decidere di diventare un partito autonomista, per uscire dalla logica romanocentrica e collaborare a un progetto di cui la Sicilia ha indispensabile bisogno e le cui parti sono state più volte elencate su questo giornale.
Ultimo, ma non ultimo, il Partito democratico. Abbiamo sentito da tanti esponenti primari la necessità che esso si costituisca in organismo autonomo da federarsi con quello nazionale. è ovvio che Bersani e i maggiorenti centrali dicano di no. Ma qui, in tutti e cinque i partiti, deve essere compreso che la sensibilità dei siciliani si è risvegliata e, per la forte stretta di risorse pubbliche, ambisce che la classe politica sostituisca il becerume della sua condotta con la qualità.

In questa rassegna abbiamo lasciato per ultimo il Pdl lealista di Giuseppe Castiglione, il cui gruppo all’Ars è presieduto da Innocenzo Leontini. Anche loro si sono resi conto che non si può più essere considerati vagone di coda di un Governo che ha spostato il cuore della sua attività al Nord, attratto inesorabilmente da quella calamita che è la Lega.
Qui non si tratta di tirare il lenzuolo dal nostro lato, ma di fare in modo che esso copra ragionevolmente tutte le regioni d’Italia. Il metro dev’essere quello della virtù e della capacità di amministrare bene le risorse pubbliche, stimolando quelle private con  attrazioni e convenienze.
Si è parlato della staffetta presidenziale Lombardo-Micciché del 2013. Può darsi che così sarà, ma nei prossimi tre anni può succedere di tutto con il nuovo scenario politico che si è delineato in questo scorcio dell’estate ante-ferie.
Una cosa, però, è auspicabile: che i partiti operanti in Sicilia abbiano al centro dei loro valori quello dell’Autonomia e la prevalenza degli interessi della Sicilia su altri interessi. E abbiano al centro l’attuazione dello Statuto, che è il cuore dell’Autonomia stessa.
Apr
30
2010
La guerra nata da qualche tempo fra Fini e Berlusconi non riguarda il presente ma il futuro. Fini cerca spazio per accreditarsi come il naturale successore ed è per questo che ha adottato una politica piena di distinguo più sul metodo che sui fini del Pdl. Un’operazione, quella dell’ex leader di An, rischiosa ma strategica. Sul momento il grosso della sua truppa l’ha abbandonato, ma ove mai il Cavaliere dovesse sparire per qualunque ragione dall’agone politico probabilmente ritornerebbe all’ovile.
Fini dice una cosa incontrovertibile e, cioè, che Bossi detta l’agenda del Governo, anche se indossa la pelle dell’agnello, perché vuol far passare la sua legge, quella sul federalismo. Mentre il Senatur punta al bersaglio grosso, le sue truppe conquistano il territorio (Comuni, Province, Regioni, assessorati, sanità, banche, aziende pubbliche e via enumerando), forte di un gruppo rilevante di parlamentari e, in caso di elezioni anticipate, di un ulteriore aumento di esse.

La querelle sui voti della direzione del Pdl è risibile. Infatti, non è vero che sono stati contati 160 membri favorevoli su 172 (uno astenuto, cioè Pisanu, e 11 contrari). La conta dei favorevoli non c’è stata perché desunta per differenza: una barzelletta. Conta invece che la maggior parte degli ex finiani si siano aggregati al carro berlusconiano.
Nei successivi interventi Fini ha spiegato con chiarezza che la leadership di Berlusconi non è in discussione, che egli deve governare fino alla scadenza naturale della legislatura (2013), che il Pdl è il suo partito e non intende abbandonarlo, né che intende creare una corrente. E allora, dov’è l’oggetto del contendere? È sul metodo di governo del partito. Discutere è indispensabile, ma anche decidere e, in questo caso, chi è in disaccordo deve poi nelle aule parlamentari votare secondo le decisioni della maggioranza.
È tutto chiaro? No, per nulla. Infatti la Lega continua a inserirsi nelle questioni interne del Pdl e minaccia le elezioni se Fini non verrà emarginato del tutto, lanciando un’accusa totalmente falsa e, cioè, che egli contrasta le riforme.
 
Se la riforma sul federalismo fiscale significa fare adottare i costi standard e gli standard di efficienza a tutti gli enti locali meridionali, non si può che essere d’accordo, perché è ora di finirla da parte di tutti gli amministratori locali del Sud di utilizzare le proprie strutture per l’assunzione di personale, non tanto come ammortizzatore sociale quanto per mantenere intatto il clientelismo basato sullo scambio tra voto e favore.
L’enorme esubero di personale delle amministrazioni meridionali non solo ha creato immobilizzazione della spesa, che invece doveva essere destinata a investimenti produttivi e infrastrutture, ma ha scassato le burocrazie che sono un campionario di inefficienza contro i cittadini, anziché esserne al servizio.
Non abbiamo sentito Fini esprimersi contro i costi standard e gli standard di efficienza, che noi sosteniamo peraltro da oltre trent’anni, perché è l’unico modo per servire i cittadini.

Non sappiamo se appena la riforma fiscale approderà in Parlamento si verificherà una confluenza non solo della parte finiana, ma anche del Partito democratico, che su questo punto si dovrebbe spendere con grande chiarezza perché è un punto di equità: ciò che vale a Bolzano deve valere a Pachino. Il costo di un servizio dev’essere uguale a Cuneo come a Enna o a Catanzaro. Non ci possono essere due Italie, una basata sull’efficienza e sui costi effettivi e l’altra sull’inefficienza e sullo spreco.
Sentiamo urlare Radio Padana Libera. Ma perché esiste una radio che sia vincolata da qualcuno? Si tratta di un eccesso tipico della Lega, deprecabile e condannabile, mentre sfogliando il quotidiano la Padania notiamo tanti argomenti e articoli autonomisti che sembrano presi pari pari, scusate l’immodestia, dal nostro quotidiano. Ecco un punto che ci trova d’accordo con Gianfranco Fini: tutti i suoi uomini in Sicilia si sono schierati per l’autonomia e questo smentisce quanto afferma Bossi. Ma Fini non diventi come Ghino di Tacco, di craxiana memoria.
Gen
15
2010
I fatti di Rosarno sono di una gravità eccezionale, perché hanno messo a nudo le responsabilità delle Istituzioni locali e dello Stato, che hanno chiuso gli occhi su una situazione di grandi dimensioni e di enorme gravità. Vale a dire che oltre 2 mila clandestini hanno dimorato in baracche e contenitori inumani per mesi e mesi, all’interno di un perimetro comunale nel quale alloggiano appena 10 mila persone.
Com’è possibile che a Prefettura, Provincia, Comune, Forze dell’ordine, Vigili urbani ed altri non sia venuto in mente che la situazione era esplosiva e prima o dopo la deflagrazione sarebbe avvenuta? Anche la Regione Calabria ha la sua responsabilità, perché è impensabile che non sapesse come in quel comune e in altri vi fossero migliaia di clandestini.

La ‘ndrangheta ci ha messo del suo nello sfruttare la carne umana per il lavoro nero e nel fomentare i disordini quando si è accorta che le Istituzioni stavano reagendo a una situazione insostenibile. Il sospetto che a sparare sui clandestini siano stati componenti della malavita è stato più volte dichiarato.
A ogni modo, il ministro Maroni anche questa volta è intervenuto con determinazione, ha fatto trasferire tutti quei clandestini nei centri di accoglienza di Crotone e Bari e ha dato ordine alle ruspe di abbattere quegli ambienti che potevano ospitare solo animali e non persone. Ha disposto anche, in base alla legge, il rimpatrio dei clandestini.
La storia insegna che non insegna nulla. L’uomo cade sempre negli stessi errori che altri prima di lui hanno commesso in epoche precedenti. Si tratta, in questo caso, di un dato di fatto inoppugnabile: in Italia, non c’è spazio per più di 60 milioni di persone. Vi sono 6 o 7 milioni di poveri, vi è una grande disoccupazione conseguente alla crisi nel Centro-Nord Italia e strutturale nel Mezzogiorno. Il debito pubblico nel 2009 è balzato a 1.800 miliardi, il gravame fiscale è insopportabile tanto che mediamente gli italiani lavorano fino a luglio per il socio di maggioranza, cioè lo Stato, e solo da agosto cominciano a produrre per se stessi.
 
In questo quadro di grande gravità non è pensabile che si possa accogliere un numero indeterminato di immigrati, tanto che la legge Bossi-Fini ha stabilito che ogni anno il Governo fissi un tetto massimo per l’immigrazione. Questo è un canale attraverso cui, chi voglia venire a risiedere e lavorare nel nostro Paese, può farlo in modo palese e legittimo, facendo richiesta alle Ambasciate d’origine, tenendo conto che i richiedenti debbono essere disposti a integrarsi nella nostra cultura, imparando lingua e Costituzione nonché consuetudini.
Naturalmente, vanno prima regolarizzate le decine di migliaia di immigrati che circolano a piede libero come fantasmi, perché non risultano iscritti alle anagrafi dei Comuni. Il Governo non può che bloccare l’immissione di nuovi immigrati fino a quando non è emersa con chiarezza la situazione di coloro che sono qui indesiderati, fra i quali dovrà esser fatta la selezione in modo che chi può restare venga registrato e chi non ha i requisiti venga rimpatriato.

Falsi e ignoranti predicatori ricordano gli emigrati italiani degli anni Cinquanta soprattutto del Sud, che andavano in gran parte in Germania, Belgio e Stati Uniti. Questi mistificatori, però, non dicono l’elemento fondamentale che differenzia questa situazione da quella, e riguarda il fatto che in quei Paesi nessuno poteva arrivare e risiedere se non richiamato da parenti e con la possibilità di un lavoro. Questi sono gli elementi differenti. In quei Paesi, clandestini non ve n’erano, ma solo immigrati regolari, conosciuti dalle Istituzioni, che lavoravano e producevano quanto a loro serviva.
Non si ricordano, a memoria d’uomo, episodi di delinquenza fra i lavoratori italiani. Caso diverso riguarda i comportamenti di extracomunitari e in qualche caso di comunitari dell’Est.
Un Paese ordinato che vuole svilupparsi deve dare dimostrazione che amministra i rapporti dei membri della propria Comunità con equità, buonsenso e giustizia, senza discriminare i propri cittadini in base a censo, ricchezza, potere e appartenenza, ma non mescolando immigrati e clandestini.
Nov
01
2009
A Parigi, quando i controllori trovano in un’impresa immigrati clandestini, la chiudono ipso facto. In Spagna, i clandestini sono controllati a vista ed espulsi. In Svizzera, non vi sono clandestini. Solo nel nostro Paese il deprecabile pietismo, portato dalla religione cattolica più conservatrice e da tanti falsi attori del sociale, sostiene che i confini debbano essere aperti a tutti. Se ciò accadesse, le conseguenze sarebbero gravissime perché si turberebbero gli equilibri di un popolo che ha già grosse difficoltà a mettere in pari i suoi due pezzi (quello settentrionale e l’altro meridionale).
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha sostenuto in questi giorni che sono stronzi coloro i quali contrastano gli immigrati. I media hanno puntato più sull’aggettivo a effetto che non sul ragionamento retrostante. Fini, infatti, non si è riferito a tutti gli extracomunitari che si trovano in Italia in modo non autorizzato, ma a tutti gli immigrati che qui lavorano e pagano imposte e previdenza. In altri termini, coloro che si stanno integrando con la nostra popolazione.

Conosciamo tantissime di queste brave persone, che spesso rendono di più dei nostri concittadini e sono più ligi alle leggi che osservano quasi sempre scrupolosamente.
Siamo d’accordo che a questi cittadini, con un percorso completato sulla lingua e sulle conoscenze delle leggi, nonché sul civismo, dovrebbe esser dato il diritto politico del voto, magari dopo cinque o dieci anni di buon comportamento e residenza.
Caso opposto è quello dei clandestini. Abbiamo più volte scritto che in un Paese ordinato non possono vivere soggetti estranei al corpo dei cittadini. Non solo perché costituiscono un elemento di turbamento per il funzionamento civile e sociale; non solo perché costituiscono un aggravio per le casse pubbliche dovendo essere curati per ragioni caritatevoli in caso di malattie; ma essi sono sfruttati dalla criminalità organizzata e da cosiddetti imprenditori senza scrupoli che li trattano come carne da macello.
 
Non avere da noi clandestini è un modo per impedire questi comportamenti asociali. Per impedire agli stessi irregolari, utilizzati in attività agricole, nelle costruzioni e nella prostituzione, di essere sfruttati e massacrati. Va impedito il meretricio delle abitazioni, dove si fanno alloggiare come animali dieci o quindici persone per stanza in condizioni igienico-ambientali da terzo mondo. Noi scriviamo e concordiamo con coloro che affermano che i clandestini vanno rispediti senza indugio o esitazione al loro Paese, come sta facendo bene il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Certo, per espellerli è necessaria una sentenza perché così dispone una direttiva comunitaria, anche se questa procedura intasa gli uffici del Giudice di pace e costituisce un costo non indifferente per le casse pubbliche, in quanto devono pagare gli onorari agli avvocati nominati per il gratuito patrocinio.
A proposito di quest’ultimo, dobbiamo segnalare l’assurdo. Vi sono imputati appartenenti alla criminalità organizzata che essendo ufficialmente nullatenenti vengono difesi da avvocati pagati dall’Erario.

L’Istat ci comunica che abbiamo superato la soglia psicologica di 60 milioni di abitanti di cui quattro milioni sono immigrati regolari con cui conviviamo bene, che hanno portato al nostro Paese la loro voglia di fare e che lavorano meglio di tanti nostri connazionali. Non possiamo ulteriormente crescere di numero perché la densità per chilometro quadrato utile è molto elevata rispetto alla media europea, tenuto conto che più di un terzo del nostro Paese (300 mila chilometri quadrati) è inabitabile per la sua orografia. Non è certo la Francia che è un’immensa pianura (oltre 500 mila chilometri quadrati) su cui insiste una popolazione simile a quella italiana.
Lo Stato, dunque, deve consentire l’accesso a nuovi “cittadini fuori Ue” in modo selezionato e controllato. Anche tenuto conto del fatto che vi è stata un’ondata di trasferimenti dalla Romania, i cui cittadini sono europei e hanno tutto il diritto di abitare e lavorare nel nostro Paese. Non certo quello di commettere reati.
Chiunque voglia venire da noi deve seguire la regolare procedura attraverso le nostre ambasciate. Stronzo chi non lo fa.