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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giappone

Mag
28
2011
Se una tragedia come quella giapponese fosse capitata in Italia, il Paese sarebbe rimasto scioccato per vent’anni. Da noi, la prima cosa cui pensa di fare ogni cittadino è protestare, fare teatro - anche con scene dolorose - e non di affrontare la situazione con coraggio e positività.
Intendiamoci, i comportamenti dei friulani non sono uguali a quelli dei siciliani. Nella regione del Nord il terremoto del 1976 ha spronato quella popolazione a ricostruire e a rinnovare tutti gli impianti: alla fine di cinque anni, dopo il terremoto, vi erano industrie nuove, funzionanti, che avevano ricominciato a macinare ricchezza e produrre posti di lavoro. Nel Belice i danni del terremoto del 1968 non sono stati ancora riparati completamente.
La posizione mentale con cui si affrontano le avversità è fondamentale per superarle. Chi si dispera, chi piange, chi si strappa i capelli, non fa altro che peggiorare la situazione mentre dovrebbe passare da un comportamento negativo a uno positivo.

I giapponesi non trasmettono negatività, sono introspettivi, stanno in silenzio, si guardano negli occhi e si incoraggiano a vicenda. Si mettono a lavorare in silenzio e in modo facondo. Impiegano ogni minuto del loro tempo per venirsi incontro in un sentimento di solidarietà che non ha eguali al mondo. Man mano che leggo le origini, le attitudini e i comportamenti del popolo del Sol Levante la mia ammirazione aumenta, paragonandola ai comportamenti dei mediterranei, che hanno molti pregi ma sul piano istituzionale e sociale sono pieni di difetti.
Difetti che non si vogliono correggere e che, anzi, si giustificano, approfittando di una falsa morale cattolica, che dice: perdonare, settanta volte sette.
I giapponesi sono stati colpiti dal terremoto - per loro usuale - che però ha fatto lievi danni. Non un solo immobile è crollato perché dai tempi di Hiroshima e Nagasaki la ricostruzione degli stabili è stata fatta seguendo ferree logiche antisismiche, che consentono agli edifici giapponesi di resistere alle scosse fino al settimo grado della scala Richter, quale appunto è stato quello fatto registrare nello scorso 11 marzo.
 
Il maremoto, invece, ha fatto più di 15 mila vittime perché è quasi impossibile opporsi a onde alte oltre 10 metri, con una potenza d’urto contro cui l’uomo non può far nulla.
Il danno economico e umano è stato accentuato dal danneggiamento che ha subito la centrale nucleare di Fukushima, per il riversamento in mare delle acque di raffreddamento ormai contaminate e per le radiazioni nell’aria. I tecnici che hanno provato a riparare il guasto si sono sacrificati e molti di essi morranno a causa delle radiazioni che hanno assorbito. Ma nessuno si è lamentato, anzi i volontari erano più di quelli che occorrevano alla bisogna.
Il Giappone ha subìto questo grande disastro mentre la sua economia era piatta. Da molti anni, infatti, la macchina produttiva orientale non riesce a innestare la via dello sviluppo. Il Pil è più o meno uguale nonostante quel popolo di circa 127 milioni di abitanti produca una ricchezza di oltre 4 mila miliardi di dollari.

Sembra che la disgrazia possa essere uno stimolo alla crescita economica. Infatti, la poderosa macchina dello Stato orientale e del settore privato si è messa in moto per ricostruire in pochi anni quanto la natura ha distrutto. Un’autostrada dissestata è stata rifatta in soli sei (sei) giorni. Quel Paese è dotato di fonti energetiche notevoli per cui paga l’energia a un prezzo competitivo e la manodopera è in linea con i parametri mondiali. La produttività dei giapponesi è molto alta ed alto è anche lo spirito di sacrificio. Questi requisiti porteranno il Giappone in linea con la ripresa.
Tutto ciò in silenzio oppure manifestando ottimismo e fiducia in se stessi e nel proprio futuro, sapendo che la carica positiva è un elemento determinante per fare bene e per raggiungere quegli obiettivi di interesse generale che una Comunità deve porre al primo posto della propria attività.
Magari noi ci comportassimo alla stessa maniera. Con le grandi ricchezze archeologiche, culturali, paesaggistiche di cui disponiamo, se ci aggiungessimo le nostre capacità e una buona dose di positivismo, potremmo decollare. Invece, siamo ancorati al suolo.
Mar
22
2011
Il tragico terremoto che ha investito il Giappone è stato accompagnato da un maremoto con onde alte otto metri. L’energia liberata, misurata dalla scala Richter, ha fatto salire l’asticella al punto 9, ben di più dello sconquasso che colpì Messina nel 1908. Anche allora al terremoto seguì il maremoto, che fece più vittime del primo: in totale oltre 100 mila morti.
Se facciamo un paragone con i 5 mila morti più altrettanti dispersi del Paese del Sol Levante, possiamo dire che quel popolo è veramente straordinario perché ha saputo ricostruire, dopo Hiroshima e Nagasaki, tutto il Paese con strutture antisismiche che l’hanno salvato da una catastrofe immane.
A Tokyo, ogni anno, vi sono circa 2 mila scosse, di cui si avverte solo una minima parte. Eppure tutti hanno la sensazione di convivere col sisma, cui si sono abituati. L’ultimo disastro si era verificato il primo settembre del 1923, quando Tokyo fu rasa al suolo e patì 100 mila vittime, seppure l’intensità fu solo di 7,9 gradi della scala Richter.

La politica edilizia nipponica consente di subire tutte quelle scosse senza danni a cose e persone. Gli esperti non sanno se questo terremoto sia il Dai Jishin, cioè il superterremoto, o se in questo secolo se ne possa verificare uno più intenso.
La seconda questione è quella delle centrali atomiche. Quel Paese si è votato all’energia nucleare fin dal dopoguerra. L’impianto di Fukushima è vecchio di quarant’anni e doveva essere chiuso questo mese. Si tratta di un impianto di prima generazione che funziona con la tecnologia dei reattori ad acqua bollente mentre quelli di terza e prossima quarta generazione funzionano ad acqua pressurizzata, che dà una sicurezza sui problemi di raffreddamento del nocciolo.
Il Giappone dovrà lottare ancora una volta con le unghie e con i denti per ricostruire le parti distrutte, ma anche per fronteggiare i conseguenti problemi dovuti alla diminuzione di produzione industriale e di servizi e quindi a uno stallo probabile del Prodotto interno lordo. Ma i nipponici si sapranno risollevare ancora una volta, come fatto dal dopoguerra in avanti. Chapeau.
 
Terremoti ed energia nucleare sono due questioni cardine che i Governi della Repubblica italiana del dopoguerra non hanno affrontato con adeguata attenzione.
Per l’energia nucleare, la costruzione di centrali era iniziata a Caorso e a Montalto di Castro. Ma, poi, la debolezza dei Governi dell’epoca - presieduti da Bettino Craxi (agosto 1986-aprile 1987), Amintore Fanfani (aprile-luglio 1987) e Giovanni Goria (luglio 1987-aprile 1988) - portò a non comunicare bene all’opinione pubblica la necessità di avviare un processo di produzione di energia dall’atomo, come aveva già cominciato a fare Charles de Gaulle in Francia. Lo sciagurato referendum del novembre del 1987 bocciò un’attività che oggi avrebbe consentito al nostro Paese di avere energia con un costo inferiore di un terzo. Mentre qui si discettava del nulla, in Francia si sono costruite 58 centrali nucleari ed è in costruzione la 59^. Il che ha reso indipendente quella nazione dal petrolio.
In Europa vi sono 450 centrali nucleari. L’Italia è l’unica che non ne ha. Nel mondo muoiono 5 mila persone nelle miniere di carbone, mentre per l’energia nucleare ne sono morte qualche centinaio.

L’altra questione riguarda i terremoti. Si attende per questo secolo il Big One, che dovrebbe colpire la fascia tirrenico-ionica del Sud, da Vibo Valentia a Capo Passero. Quando questo evento si verificherà, speriamo in un’epoca lontana, vi saranno almeno due milioni di morti e la ripresa, per chi avrà la fortuna di rimanere vivo, sarà più difficile che se non fosse morto.
Qui, da noi, nessun Governo, nazionale o regionale ha mai pensato di fare una politica edilizia di difesa di fronte a possibili terremoti, anzi la corruzione nella Cosa pubblica ha spesso depotenziato il cemento in ponti, viadotti e immobili con la conseguenza che anche scosse di basso livello hanno fatto morti e danni.
è un altro elemento di una politica dissennata e clientelare che impedisce ai cittadini di difendersi e di proteggersi di fronte alle calamità naturali. Un’imprevidenza non ancora sanzionata da un’opinione pubblica spesso insensibile. Però grida quando capitano i guai. Imprevidente!
Ott
27
2010
In occasione della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimbalzano le informazioni dalla Cina, soprattutto quelle economiche. Il Paese orientale viaggia con un convoglio ad alta velocità che supera quasi ogni anno il 10 per cento di crescita del Pil. Con questo incremento annuale, l’economia cinese è in fase di superamento di quella giapponese.
Per fare un quadro semplice del Pil mondiale, citiamo gli Usa con 13 mila miliardi, l’Ue dei 27 Paesi con circa 12 mila miliardi di dollari, terzo il Giappone con poco più di 4 mila miliardi di dollari e la Cina appunto in fase di superamento.
Perchè la Cina cresce in misura così grande? Paradossalmente, risponde qualcuno, perchè è un regime totalitario. Il vertice è formato da circa 3 mila persone, un’inezia rispetto a 1,3 miliardi di abitanti. Però questo vertice riesce a mantenere la velocità del convoglio, anche se non alimenta la democrazia interna e quindi priva i cittadini dei diritti naturali. Persegue lo sviluppo e tralascia la democrazia.

Se la crisi di tutti i Paesi occidentali non ha impedito la crescita del Pil mondiale lo si deve al grande Paese orientale ed anche all’India. Lì vi è una democrazia parziale perchè c’è una grande influenza di casati, gerarchie, corporazioni, feudatari. Tuttavia anche quel Paese, con i suoi 700 milioni di abitanti, cresce ad un tasso ben maggiore di quello dei Paesi industrializzati.
In Cina, le distanze tra le grandi città (Pechino, Shanghai, Shenzhen) e l’interno sono molto elevate. Nelle province vi è ancora un’agricoltura arretrata e una pastorizia primordiale, anche se in qualche modo lo Stato tenta di offrire dei servizi sociali. Ma quando la democrazia è assente, dilaga un cancro che è quello della corruzione, la quale permette la prevaricazione di pochi soggetti su molti e la tendenza dell’interesse privato a prevalere sull’interesse generale.
Nonostante tutto, però, il Paese cresce perchè mette in atto alcuni atout per rendere appetibile il proprio mercato ai potenziali investitori stranieri. Non è un caso che le industrie più importanti del mondo si sono insediate nella Repubblica popolare cinese.
 
L’Expò di Shanghai 2010 è un’enorme passerella, ove tutti i Paesi del mondo sono rappresentati. Lì la concorrenza è palese perchè prodotti e servizi esprimono il meglio di ciascuna impresa a livello mondiale.
L’immissione di tecnologie, processi produttivi avanzati, tecniche di ultima generazione sta facendo evolvere rapidamente la qualità dei lavoratori che divengono sempre più competitivi. I cinesi sono abituati a lavorare molte ore al giorno, più che gli europei, e con un’intensità più forte che consente loro di ottenere risultati migliori. Ecco la dimostrazione palese e inconfutabile che, ove le istituzioni e la Pa funzionano molto bene, costituiscono un motore per la produzione di ricchezza. In questo processo gioca un ruolo la tradizione di cinquemila anni, in cui è stato innestato il processo di crescita economico cui prima si accennava.
La migliore qualità della formazione dei lavoratori cinesi aumenta la potenzialità del Paese a livello mondiale. In questo decennio, che va a concludersi, i cinesi hanno sparso per il mondo i loro prodotti, che sono stati comprati ad un prezzo molto basso. La Cina ha inviato per il mondo molti milioni dei suoi figli.

L’etnia cinese sta per diventare la terza negli Stati uniti, dopo quella anglosassone e l’altra spagnola. Ma anche in Italia, città come Prato sono diventate cinesi; piazza Vittorio, a Roma, è già tutta cinese, e qui, a Catania, il mercato è stato acquistato in gran parte dai cinesi. I quali lavorano tanto, parlano poco e cercano di rendersi quasi invisibili. Questo consente loro una penetrazione, di cui le comunità non si rendono conto, salvo poi a trovarsi invase.
In Cina, il miglioramento della qualità del lavoro farà elevare la qualità dei prodotti. Per conseguenza la preoccupazione dei prossimi anni è che nel mondo occidentale arriveranno prodotti di buona qualità a prezzi bassi. La concorrenza è inarrestabile, perciò il mondo occidentale deve fare ciò che sa fare per reggerla: prodotti e servizi ad alto valore aggiunto e ad alta tecnologia; utilizzazione degli immensi tesori paesaggistici, ambientali, marini, archeologici e culturali; alta formazione e innovazione tecnologica.