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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giorgio Napolitano

Ott
04
2011
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è diventato l’oracolo dell’Italia. Non è una connotazione negativa. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che la sua funzione di indirizzo morale si è trasformata in funzione di indirizzo materiale. Prova ne è che fonti bene informate comunicano l’accordo fra Trichet, Draghi e lo stesso Napolitano relativo al contenuto della famosa lettera del 5 agosto 2011 che la Banca centrale europea ha mandato al Governo italiano.
Solo gli incompetenti possono dire che questa lettera ha commissariato l’Italia. Si tratta di ben altro. La Banca europea si comporta come qualunque altra banca, seppure sovranazionale. Deve erogare un credito e  vuole avere impegni precisi dal debitore cui deve erogarlo. Non è che la Bce abbia detto al Governo italiano cosa dovesse fare, ma più semplicemente che se voleva credito sotto forma di acquisto dei Buoni del Tesoro dovevano essere date garanzie precise. E così è stato.

La Bce non ha detto in profondità quali dovessero essere gli atti del Governo italiano, come invece ha fatto con il Governo greco, ma che dovesse essere raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013, lasciando ampia facoltà fra il taglio di spese e l’aumento di tasse. È stata una improvvida responsabilità del Governo Berlusconi quella di avere scelto la strada di aumentare la pressione fiscale per due terzi della Manovra e con solo un terzo di tagli. Fra i tagli, stona fortemente l’omissione di quelli relativi alla Casta della politica.
Anche su questo versante, a nostro avviso, il Presidente Napolitano ha cercato di fare di tutta l’erba un fascio. Chi come noi da trent’anni evidenzia i privilegi e gli interessi privati di una parte del ceto politico e di quello burocratico non ha mai fatto antipolitica.
L’appello di Diego Della Valle, il patron di Tod’s, è pienamente da sottoscrivere. Anche in questo caso non si tratta di antipolitica, ma al contrario vi è una precisa richiesta di fare finalmente politica alta, cioè di prendere decisioni immediate nell’interesse di tutti i cittadini, tagliando gli interessi particolari delle varie Caste. è troppo comodo rifugiarsi nell’antipolitica quando si chiede l’eliminazione dei privilegi.
 
Il referendum contro la legge elettorale porcata è sacrosanto e legittimo. Noi siamo vecchi referendari, a partire dagli anni ‘70, ‘80 e ‘90, quando abbiamo sostenuto con forza tutti i referendum perché sono la più alta espressione della democrazia. è vero, essi sono imperfetti, perché hanno la funzione di taglio e cucito di norme esistenti.
Spesso accade che da questa operazione sartoriale non rimanga un testo ordinato, però, dato che il meglio è nemico del buono, riteniamo indispensabile chiamare il popolo ad esprimersi al di sopra del volere del Parlamento ove, ricordiamo, sono radunati dei mandatari, cioè coloro che ricevono un incarico e che poi debbono espletarlo nell’interesse del mandante, cioè del popolo medesimo.
Verosimilmente questo referendum passerà il vaglio della Cassazione che è limitato alla validità delle schede sottoscritte, superiori a 500 mila. Poi passerà al vaglio della Consulta che, altrettanto verosimilmente, darà via liberà.

Cosicchè, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012, il referendum si farà. A meno che questa maggioranza non restituisca il mandato al Capo dello Stato il quale, dopo consultazione, non troverà altra maggioranza nelle Camere, per cui le scioglierà.
Oppure, il Parlamento approverà una legge elettorale sostitutiva di quella esistente, ma sempre nella direzione voluta dai referendari. Sia come sia, non è più accettabile avere Camere ove risiedono i Nominati e non gli Eletti. Anche se potrebbe essere probabile che con un atto di disperazione l’attuale maggioranza, pur di non fare svolgere il referendum con relativa modifica della legge elettorale, chiedesse le elezioni anticipate con questo porcellum. Tutto ciò mentre l’Italia si è fermata con una crescita misera, prevista nella misura dello 0,2 per cento, mentre gli Usa viaggiano verso il 2 per cento e la Germania verso il 3 per cento.
C’è di che arrossire profondamente, ma il nostro ceto politico non arrossisce per niente. Altro che antipolitica. Bisogna abbattere i politicanti, mostri partoriti dalla partitocrazia.
Set
29
2011
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nella sua visita siciliana, in occasione della commemorazione di Giuseppe La Loggia, ha spronato con forza i politici dell’Isola. In 20 minuti, ha fotografato come dal 1946 l’Autonomia abbia danneggiato i siciliani per distorsioni e inquinamenti che hanno gravato sulla gestione degli istituti dell’Autonomia in Sicilia.
Napolitano ha invitato le istituzioni regionali a muoversi in direzione del risanamento dei conti partendo dalla riduzione dei costi dell’Assemblea regionale, per i quali non serve una riforma costituzionale bensì la semplice abrogazione della Legge regionale 44/65 che parifica compensi di deputati e dipendenti a quelli del Senato.
Napolitano ha anche indicato l’urgenza per l’abolizione delle Province: anche in questo caso non occorre una legge costituzionale, bensì una modifica della L.r. 9/86, eliminando gli apparati elettivi per trasformare le attuali Province regionali in Province consortili, ovvero in consorzi di Comuni, liberamente associati.

Il Presidente della Repubblica ha aggiunto che non vi può essere ulteriore reticenza o silenzio sulla gestione dei poteri regionali e locali e sull’atteggiamento del settore privato. Lo Statuto, ha concluso Napolitano, va riformato e rilanciato senza più esitazioni o ritardi.
Mentre arrivava l’alto monito, i baby pensionati della Regione, anziché rinunciare al privilegio di terminare il percorso lavorativo (sic!) in 25 anni, hanno moltiplicato le richieste, tanto che, in 8 mesi, ben 159 hanno usufruito della L.r. 104/92 che consente a 45 o 50 anni di togliere il disturbo e vivere a spese dei contribuenti.
La vergogna tutta siciliana è che mentre la legge nazionale n. 122/10 ha ridotto le indennità di consiglieri comunali e circosrizionali e quelle degli assessori degli enti locali, del 10% in tutta Italia, l’assessore al ramo, Caterina Chinnici, con la prima circolare dell’anno, ha comunicato che tali tagli non si applicavano in Sicilia, col risultato che i consiglieri di Messina percepiscono quanto prima, mentre i consiglieri di Reggio Calabria hanno visto ridotto il loro compenso. Alla faccia dell’Autonomia.
Non sappiamo che farcene di questa Autonomia, anzi ci rinunziamo volentieri se essa serve come scudo per aumentare e mantenere privilegi del tutto anacronistici.
 
Cisl e Uil chiedono fatti concreti alla Regione: l’immobilismo di provvedimenti urgenti per lo sviluppo, il risanamento del debito, l’eliminazione degli sprechi e il taglio dei costi della politica non  piu accettabile. Confindustria e le altre associazioni imprenditoriali tuonano da tempo, ma il ceto politico siciliano è sordo, tanto è vero che i deputati si sono concessi ben 38 giorni di ferie continuando a percepire 20 mila euro al mese, lordi, s’intende.
E intanto i Fas non si spendono perché le casse della Regione sono vuote in quanto hanno pagato stipendi inutili, consulenze ed altri sprechi di spesa corrente, e non vi sono le risorse per finanziare i progetti per i quali sono disponibili i fondi europei e Fas.
Così le opere pubbliche, tra cui strade e autostrade, languono, le gare pubbliche sono crollate del 50% in due anni, hanno perso il lavoro oltre 30.000 persone nel settore delle costruzioni, ma i dipendenti pubblici regionali e locali continuano a percepire regolarmente l’intero stipendio. E l’intero assegno continuano a percepire i regionali pensionati.

Ora, qui non si tratta di fare antipolitica. Anzi noi sosteniamo che la politica è indispensabile per una Comunità, a condizione che essa sia alta e che favorisca l’interesse generale piuttosto che l’interesse dei singoli. Questo è il primo precetto del Contrat Social di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) che si dovrebbe tenere sempre a mente.
Ma questo ceto politico forse non sa chi sia il filosofo francese né si è approvvigionato della necessaria cultura e professionalità per capire che vi sono limiti di decenza e dignità sotto i quali non si può andare.
Non è dignitoso che vi siano dirigenti regionali che non fanno nulla e che percepiscono oltre cento mila euro l’anno. Non è dignitoso che un commesso dell’Ars (pardon, assistente parlamentare) con 15 anni di servizio percepisca oltre 100 mila euro all’anno, quando vi sono 236 mila disoccupati e tanta gente che vive con appena 1.000 euro al mese.
Lombardo e la sua maggioranza meditino su queste brevi e chiare fotografie e dica se vuol mettere rimedio a queste situazioni discriminatorie.
Mar
25
2011
L’Istat ci fa sapere che le otto regioni del Nord producono il 54 per cento del Prodotto interno lordo, mentre le restanti 14 regioni solo il 46 per cento. Come si può pensare che l’Italia sia unita da un collante e da un ideale quando i propri abitanti si trovano su livelli sociali ed economici molto diversi?
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è stato perfino commovente nel tentare con ogni mezzo di trasmettere un’emozione, che probabilmente provava, a tutti i cittadini. Ma una Nazione non si governa con le emozioni bensì con un valore comune che trova espressione puntuale nell’art. 3 della Costituzione.
Quel valore è l’equità, che rende tutti i cittadini uguali, non solo di fronte alla legge. I discorsi e le argomentazioni pronunziati o scritti dai massimi vertici dello Stato erano pieni di retorica e qualcuno ha dato fondo anche ad una buona oratoria. Ma si tratta di forma non di sostanza.
 
Volendo guardare con realismo lo stato di salute delle popolazioni di ogni regione ci accorgiamo che il divario è ampio e, peggio ancora, si amplia ogni giorno di più. Vi sono degli economisti che barano con i dati perchè si esprimono con percentuali vere che rappresentano valori assoluti completamente opposti.
Facciamo un esempio: se il Pil del Nord Italia, stimato in circa 820 miliardi, aumenta dell’uno per cento, in valore assoluto sarà pari a un aumento di 8,2 miliardi. Se contemporaneamente il Pil del Centro-Sud, stimato in circa 700 miliardi, aumenta dell’uno per cento, in valore assoluto esso sarà pari a sette miliardi. Per cui, a parità di incremento, il divario aumenta (differenza tra 8,2 e 7 mld).
Occorre, dunque, che il Pil percentuale aumenti di più nel Centro-Sud per pareggiare l’incremento del Nord; ma se si vuole ridurre il divario, è necessario che la differenza a favore del Centro-Sud sia nettamente superiore. Quanto scriviamo è elementare. Solo i rappresentanti delle istituzioni statali non lo capiscono o non vogliono capirlo. Occorre qualcuno, cioè il popolo del Centro-Sud, che si faccia sentire in modo forte e chiaro, per pareggiare i conti, sturando loro le orecchie con ogni mezzo lecito e civile.
 
Napolitano, che abbiamo stimato come comunista migliorista, cioè riformatore, non ha detto una parola sul riequilibrio dello stato economico sociale fra Nord e Centro-Sud, con ciò tacendo la causa di dissolvimento piuttosto che di consolidamento dell’Unità d’Italia. Non si può infatti pensare di stare insieme se alcuni vivono nei piani alti e altri nelle cantine. Parliamo sempre di italiani, non di extracomunitari.
Su sessanta milioni di abitanti ufficiali i non italiani sono circa cinque milioni. Ma tutti dovrebbero essere uguali, far fronte ai propri doveri ed ottenere i propri diritti. Perchè ciò si compia è indispensabile che la macchina pubblica eroghi servizi di qualità, i quali aiutino i meno abbienti perchè, si sa, chi ha disponibilità finanziarie può comprarsi quei servizi che gli enti pubblici non erogano in misura e qualità sufficiente.
Ribadiamo le gravi responsabilità della classe politica del Centro-Sud, ma esse non sono disgiunte da quelle della classe politica del Nord che è fortemente condizionata dalle corporazioni economiche, sociali e religiose, quelle che comunemente si chiamano poteri forti.

Altro silenzio assordante nei discorsi di Napolitano sulla mancanza di equità riguarda il cappio asfissiante che i nuovi feudatari hanno messo al collo dell’economia italiana. Feudatari che sfruttano la Cosa pubblica a loro uso e consumo, corrompendo a destra e a manca pubblici funzionari che in qualche caso resistono e in altri sono ben lieti di aderire alle proposte oscene.
Il silenzio assordante del Presidente della Repubblica sulla corruzione pubblica ci ha colpito perchè essa è un elemento distorsivo della parità fra i cittadini. Pagare per ottenere quanto non gli compete è un danno per coloro che sono esclusi o superati in graduatoria e, quindi, di fatto, emarginati.
Dispiace rilevare quanto precede, ma sfidiamo chiunque a scriverci contestando i fatti che abbiamo elencato prima. Se qualcuno è miope, si metta gli occhiali. Se qualcuno è sordo si compri l’apparecchio, ma basta barare.
Feb
01
2011
La storia fa emergere la verità: le infamie e i massacri dei regimi comunisti risultano evidenti con un giudizio pesante per chi li ha commessi. Ma certo non sono esenti da responsabilità tutti coloro che sono stati conniventi, che assistevano a quelle infamie che qui è inutile elencare, con migliaia di morti e feriti, senza prendere posizione contraria rispetto ai delitti contro l’umanità.
Le teorie comuniste, in quanto tali, sono apprezzabili, ma quando esse sono state calate nella realtà hanno dimostrato forti limiti, perché è stato esaltato il lato peggiore del cosiddetto centralismo democratico che di democratico non aveva assolutamente niente.
Era il dominio delle cricche e delle oligarchie che si spartivano onori e privilegi togliendo a tutte le popolazioni i principali diritti sacrosanti di libertà e autonomia. Queste infamie non si debbono dimenticare e occorre tenere sempre la memoria viva.

In atto, sono rimaste solo quattro nazioni a regime comunista: Cina, Cuba, Vietnam del Sud e Corea del Nord, ma fra di esse vi sono grandi differenze. A Cuba, i due fratelli Castro hanno capito che debbono aprirsi al mercato, stanno licenziando metà dei dipendenti pubblici e rilasciando autorizzazioni per attività imprenditoriali. Ma ci vorranno decenni per far crescere l’economia.
Nel Nord Corea, il partito è dominato da una sola persona, il dittatore Kim Jong-Il, che, ammalato, ha già indicato nel figlio il suo successore. In Vietnam, dopo la cacciata degli americani, che per decenni hanno protetto un governo fantoccio, le attività stanno decollando, gestite sempre in modo centralizzato. Infine, la Cina. Costituisce un fenomeno, perché la sua oligarchia dirigente, circa 3.000 persone, sta gestendo lo sviluppo e la crescita economica non secondo i dettami comunisti, bensì in modo illuminato e lungimirante.
Tienanmen è sempre viva nella nostra memoria. I reportage televisivi e giornalistici parlano della repressione dei principi di libertà. Tuttavia, non immaginiamo un mastodonte con 1,3 miliardi di abitanti, arretratissimo, come possa svilupparsi senza una guida certa e ferma. Anche nel 2010 il Pil della Cina è aumentato del 10,6 per cento.
 
Ecco la ragione per la quale tutti gli Stati del mondo vogliono lavorare con il colosso asiatico che, con molta intelligenza, punta soprattutto su due fattori di sviluppo: l’energia e la formazione. Per il primo fattore, vi è un ciclopico programma di costruzione di centrali nucleari; per il secondo, uno sviluppo notevolissimo delle Università, soprattutto nel settore scientifico.
Se i prodotti cinesi fanno paura, si deve ai loro prezzi bassissimi rispetto a quelli occidentali. Ma la preoccupazione è che aumentando il livello di qualità dei prodotti la competizione si sposti verso l’alto, andando a colpire quelli a maggiore valore aggiunto.
Il regime controlla anche le oscillazioni dello Yuan (la moneta nazionale) e non consente che esso si apprezzi o deprezzi se non in funzione dell’andamento della bilancia dei pagamenti e della bilancia commerciale. Vi è un terzo dato da evidenziare: l’enorme quantità di titoli di Stato americani e non solo che consentono di tenere in allerta quei debitori, subordinati alle decisioni di Pechino.

Il primo a fare ammenda di essere stato comunista è stato l’attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che tra l’altro apparteneva all’ala migliorista. Uno che oggi ha la faccia di bronzo di dire che non è mai stato comunista è Walter Veltroni, per distinguere le sue responsabilità da quelle dei comunisti dell’epoca. La fila dei pentiti è lunga, passa da D’Alema, a Fassino, a Bersani e via elencando.
È bene che tutti costoro si siano pentiti e riconoscano i misfatti di chi a suo tempo ha appoggiato le prepotenze e i delitti dell’Unione sovietica. Però l’ammenda non basta. Essi debbono dimostrare che sono usciti da quella zona d’ombra spiegando che il loro odierno progetto di sviluppo si basa sulle riforme e non sulle parole.
Gli attuali dirigenti Pd si vergognano di essere stati comunisti, mentre ammettere le proprie colpe è un segno di buon senso ed equilibrio. Tuttavia devono dimostrare che il pentimento è vero e che sono passati, armi e bagagli, nell’area del libero mercato, della competizione, del merito, additando chiunque faccia ancora soprusi e violi le libertà.
Dic
18
2010
Il maestro e direttore d’orchestra Daniel Barenboim, la sera di martedì 7 dicembre, alla prima della Valchiria di Wagner alla Scala, ha fatto un sermoncino agli spettatori.
“Signor Presidente - rivolto al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano -  sono qui come maestro scaligero, ma anche a nome dei miei colleghi che suonano, ballano e lavorano..., per dire a che punto siamo profondamente preoccupati per il futuro della cultura in questo Paese e in Europa”. Il maestro continua: “L’articolo 9 della Costituzione promuove lo sviluppo della cultura, della ricerca, la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione”.
Il richiamo alla Costituzione è sempre positivo perché essa costituisce per gli italiani una stella polare. Non vi è alcun cittadino che non possa concordare col citato articolo 9. Ma il richiamo di Barenboim è sembrato un pistolotto suggerito dai soliti parassiti che dalla cultura traggono benefici personali e privati. Anche in questo caso si sfrutta un tema fondamentale per nascondere l’effettiva valenza di comportamenti negativi destinati a depredare le casse dello Stato attraverso operazioni clientelari.

Se il maestro si fosse ben documentato, avrebbe appurato che il Paese dedica cospicue risorse statali e locali alla cultura, seppure mai sufficienti. Il guaio è, avrebbe dovuto dire Barenboim, che con il suo comportamento furbetto ha voluto strappare facili applausi, che delle risorse destinate alla cultura, tre quarti sono letteralmente divorati dagli apparati, dentro cui un ceto politico senza etica ha infilato i propri galoppini in quantità abnorme, non certamente funzionale alla produzione di quei servizi.
I radical chic presenti, quasi tutti della buona borghesia milanese, hanno applaudito, senza chiedere conto al Maestro, di questa ambiguità: quanto va agli apparati e quanto va alla produzione dei servizi culturali. Applaude a questi sermoncini da prima elementare solo chi non usa la propria testa, chi non fa analisi appropriate, chi non si informa per capire dov’è la verità.
I tredici teatri lirici italiani e i numerosissimi teatri regionali e comunali potrebbero fare più cultura se mettessero in rete i propri servizi in modo da abbassare i costi degli apparati e limitare la presenza di dipendenti non collegati a un Piano aziendale, inesistente in tutti i teatri.
 
Il ministero della Cultura è pieno zeppo di personale inutile, le Soprintendenze sono anch’esse ben farcite di personale inutile, tutti insieme sperperano risorse reperite attraverso le imposte pagate dagli italiani e non riescono a fare la indispensabile manutenzione di tutti quei beni archeologici e ambientali di cui è ricchissimo il Paese. I due crolli nella città di Pompei sono la testimonianza di un utilizzo sbagliato delle risorse, divorate dai dipendenti invece che essere utilizzate per preservare il prezioso patrimonio.
Bisogna smetterla di continuare in questo comportamento clientelare, rinsavire ed entrare nell’ordine di idee che bisogna utilizzare al meglio le risorse disponibili per ottenere i massimi risultati.
La questione non riguarda solo la cultura ma tutti i settori della pubblica amministrazione che devono produrre servizi i quali normalmente sono scadenti per qualità e costosi oltre ogni limite tollerabile.

Il cancro è la pubblica amministrazione, nella quale, però, vi sono numerosi professionisti che non vengono utilizzati al meglio perché domina la cultura del favore. Si sa, che il favore collide con il merito. Fino a quando i governi non si preoccuperanno di inserire dosi massicce di merito e responsabilità nella Pa, questa continuerà a divorare risorse producendo servizi scadenti e bloccando l’economia nazionale.
La Giustizia è il settore più evidente della disfunzione della pubblica amministrazione. I giudici sono chiamati a fare sentenze, più ne fanno e più processi si chiudono. Gli avvocati sono chiamati a dare la migliore difesa al proprio cliente, diritto costituzionale, ma la loro etica dovrebbe imporre di evitare prolissi allungamenti delle procedure che contribuiscono all’allungamento dei processi. I dirigenti e il personale amministrativo dovrebbero funzionare come in una moderna azienda di servizi ed essere dotati di tutti gli strumenti informatici e lavorare solo in modo digitalizzato.
Sogno? Sì, ma senza sogni non si costruisce il futuro.
Dic
15
2010
Il risultato sulla fiducia al Senato era scontato: 162 a favore, 135 contrari. Alla Camera, invece, era incerto, ma Berlusconi ha vinto: 314 voti contro la sfiducia, 311 a favore, 2 astenuti. La maggioranza era di 313 voti.
Berlusconi ha vinto una battaglia ma in queste condizioni non governerebbe e, quindi, perderebbe la guerra. Ragione di più per continuare il percorso verso le elezioni del 27 marzo 2011, il che non sarebbe male perché esse rappresenterebbero una sorta di referendum pro o contro il Cavaliere e, quindi, contro o pro l’iniziativa di Fini. La questione delle elezioni è positiva con una grande negatività: l’impossibilità per gli elettori di scegliersi i parlamentari, mentre saranno poche persone a compilare le liste dei candidati secondo le proprie convenienze e i propri interessi. I risultati di ieri fanno slittare ogni decisione a dopo le feste. Verosimilmente, i parlamentari si prenderanno una meritata vacanza, talmente sono stanchi da questo nauseante teatrino.

Mentre tutte le parti si dilettavano a scambiarsi accuse e insulti, l’Italia ha continuato a peggiorare il suo stato di salute e il Mezzogiorno molto di più. Non parliamo della Sicilia, inchiodata in un immobilismo in cui si pensa solo ad assumere persone nella pubblica amministrazione.
Berlusconi, nelle sue dichiarazioni, ha esposto l’intenzione di allargare la maggioranza a Casini e Fini, per completare la legislatura, ma crediamo si sia trattato di una finta, perché egli non ha nessuna convenienza ad avere due alleati che lo odiano sul piano personale e che, al di là di ogni apparenza, minerebbero ogni centimetro della sua strada. Questa situazione nuocerebbe ancora di più al Paese ed è quindi bene che venga risolta con un ritorno al volere del popolo.
I risultati di ieri hanno affermato un’altra verità: alla Camera dei deputati non c’è una maggioranza alternativa a quella attuale; meno che mai al Senato; col che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non potrebbe in nessun caso affidare incarichi ad altri, neanche quelli di tipo esplorativo. Una cosa è certa: in questa vicenda ha perso il democristianismo.
 
Cos’è il democristianismo? è quel comportamento deleterio della peggior parte della Democrazia cristiana, subito assunto dai socialisti di Craxi, mediante il quale si mediava su tutto, dalle cose grandi alle cose piccole, purtroppo anche sui valori, per cui chi entrava in questo gioco si barcamenava perché l’obiettivo non era scegliere il meglio per i cittadini, bensì restare a galla il più a lungo possibile. Si trattava di una scelta di campo fra la moralità e l’immoralità: il democristianismo sceglieva costantemente quest’ultima.
Se Berlusconi, anziché fingere di volere Casini, lo volesse sul serio come alleato, commetterebbe un grave errore, perché il democristianismo  è una malattia contagiosa. Chi la contrae corre seri pericoli sul piano morale, mentre accettarla sarebbe come volerla.
Il democristianismo è durato in Italia per molti decenni. Anche se ora  sono passati solo 16 anni (1994-2010)  non dobbiamo dimenticare i seri danni che esso ha prodotto.

Attendendo le elezioni, il Cavaliere non deve starsene con le mani in mano, ma può tentare di fare approvare alcune leggi urgenti. Soprattutto potrebbe dare una forte accelerata agli appalti di opere pubbliche in modo da velocizzare il processo di  costruzione e di consegna delle opere finite. Ancor più urgente sarebbe il piano delle infrastrutture al Sud che consentisse una seppur minima riduzione del divario che c’è fra i due tassi infrastrutturali, Nord e Sud.
In pochi mesi non c’è molto da fare, anche perché le opposizioni e lo stesso Fli faranno di tutto per non fare approvare neanche una legge della maggioranza. Proprio per questo la stessa maggioranza dovrebbe dimostrarsi capace di fare il proprio lavoro, cioè legiferare e fare le ispezioni sul funzionamento della macchina pubblica.
La matassa non si è sbrogliata, i voti della Camera dimostrano che le due parti sono sostanzialmente in parità. è vero che con qualche voto in più non si governa, ma è anche vero che Berlusconi non ha governato anche con una forte maggioranza. Perciò, alle urne.
Nov
24
2010
I commentatori politici e gli uomini di tutti i partiti sono d’accordo su un comune denominatore dell’attuale situazione istituzionale: lo stallo politico che rovina l’Italia. La congiuntura è estremamente difficile e all’orizzonte si addensano le nubi di Irlanda e Portogallo.
La crisi che ha attanagliato le nazioni avanzate è conseguenza della mancanza di controlli da parte dei Governi che hanno consentito, con la speculazione finanziaria, di creare prodotti inesistenti che sono caduti al primo colpo di vento. Per fortuna l’economia reale ha resistito e dà la spinta alla ripresa faticosissima e lenta.
In questo quadro, il Governo italiano si è barcamenato. Tremonti ha cercato di dare un certo rigore ai conti, ma l’ha fatto in modo insufficiente. Tanto che, non appena il nuovo Patto di stabilità inizierà a produrre i suoi effetti, lui o qualunque altro ministro dell’Economia sarà costretto a tagliare la spesa pubblica per almeno 40 miliardi.

Dove tagliare? Ovviamente dove ci sono gli sperperi e gli sprechi e cioè nella Pubblica amministrazione, nella quale occorrerà fare come David Cameron, premier della Gran Bretagna, il quale ha tagliato 500 mila dipendenti. O come ha fatto Josè Luis Zapatero, premier della Spagna, che ha tagliato drasticamente i costi della politica. O come ha fatto Nicolas Sarkozy, che ha nominato il nuovo Governo formato da appena quindici ministri e dieci sottosegretari, contro i circa cento componenti del Governo Berlusconi.
Per fare questi tagli e rimettere in carreggiata l’economia italiana occorre una maggioranza coraggiosa, coesa, che sfidi l’impopolarità di quelle corporazioni che si sentono danneggiate (a torto) dalle riforme e private di risorse che costituiscono autentici sprechi.
Dopo l’uscita di Fini dal Popolo delle libertà la situazione fotografata a oggi è più o meno la seguente: Berlusconi e Bossi hanno una maggioranza di circa dieci senatori nella Camera alta e sono sotto di sette deputati nella Camera bassa: uno stallo perfetto che non sembra possa mutare in atto. Le elezioni sono quindi indispensabili, sperando che possano cambiare tale situazione.
 
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’approvazione della Manovra, dovrà constatare quanto prima abbiamo fotografato, a meno che non vi sia uno spostamento di senatori dalla coppia Berlusconi-Bossi agli avversari, ovvero uno spostamento dei sette-otto deputati dagli avversari alla coppia Berlusconi-Bossi. Tutto può succedere perché concorrono allo stato di fibrillazione gli egoismi degli oltre 300 parlamentari che, chiudendosi prematuramente questa legislatura, non avranno diritto alla pensione.
L’ipotesi di approvare una nuova legge elettorale in queste condizioni è destituita di fondamento perché l’attuale maggioranza non l’approverebbe e non vi è una maggioranza alternativa nelle due Camere, ma eventualmente in una sola di esse.
Quanto alla possibilità prevista dall’art. 88 della Costituzione di sciogliere una sola Camera, sembra pacifico che Napolitano non lo farà, come non lo fece in occasione della crisi del Governo Prodi.

Dunque, elezioni. Cosa potrà scaturire da esse? Non è difficile pronosticare che il Popolo della libertà e i suoi alleati si confermino la prima forza politica del Paese e conquisteranno di conseguenza 340 seggi alla Camera. Non si sa, però, se il sistema dei premi, regione per regione, darà  al Cavaliere la maggioranza al Senato. Potrebbe perciò verificarsi, di nuovo, la situazione di stallo a Camere invertite: maggioranza alla Camera e insufficienza al Senato. Tuttavia, l’asse Berlusconi-Bossi governa 10 Regioni su 20 (sette al centrosinistra e tre a movimenti autonomisti). Se non vi fossero variazioni, potrebbe conseguire la maggioranza anche al Senato.
L’umore degli elettori è però volto al nero perché sono scontenti dell’incapacità di questo Governo di realizzare le riforme strutturali e di dare slancio all’economia. Non si sa se questo malumore si manifesterà con l’astensionismo o con un voto di protesta indirizzato verso i partiti che della protesta fanno una bandiera.
In questa situazione nebulosa vi è una sola certezza: dobbiamo uscirne fuori al più presto.