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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giovani

Feb
07
2012
La disoccupazione all’8,9% è un grave problema sociale ed economico. Una disoccupazione fisiologica dovrebbe attestarsi a meno della metà. Per ridurre al 4% la disoccupazione occorre utilizzare leve adeguate per spingere il sistema economico a funzionare meglio in modo da creare nuovi posti di lavoro.
Ma c’è anche la seconda leva che riguarda le opere pubbliche, le quali, se opportunamente finanziate, darebbero la possibilità a decine di migliaia di italiani di trovare lavoro. La recessione ha creato anche un forte rallentamento dell’edilizia, con la conseguenza che il settore non solo non ha assunto nuovi dipendenti, ma ne ha espulsi moltissimi.
Eppure vi è una grande carenza di alloggi per la popolazione più debole ed il marasma gestionale nel sistema degli Istituti autonomi delle case popolari. Lì vi sono abusi di ogni genere, con sublocazioni arbitrarie o locazioni a soggetti che non hanno i titoli. Il degrado è esteso, la manutenzione è assente, cosicchè questo patrimonio immobiliare continua a perdere valore e a non servire.

A fronte della disoccupazione, vi sono alcune osservazioni. La prima riguarda il lavoro nero che viene effettuato da molti pensionati pubblici e privati e da dipendenti pubblici che utilizzano la mezza giornata vuota per fare concorrenza a chi lavora.
La seconda riguarda in genere la mancanza di competenze possedute da chi cerca lavoro. Sappiamo bene che la Scuola forma poco sul piano del metodo e dell’organizzazione. Meno che mai fa l’Università perchè spesso obbliga gli allievi ad imparare una sequenza di materie senza collegarle fra di loro.
Vi è poi da aggiungere che il tempo medio in cui un giovane si laurea è di nove-dieci anni, per cui  spesso quando si dà l’ultima materia ha dimenticato la prima. Se un giovane si laureasse nei termini regolari, intorno ai 23 anni, potrebbe utilizzare gli altri cinque, che oggi perde per acquisire conoscenze, anche senza compensi.
Purtroppo nel nostro Paese è misconosciuto il merito perchè in qualunque manifestazione pubblica e privata si parla di tutto, tranne che dello stesso merito. Se esso assurgesse a questione di primo livello, molti dei problemi che ci affliggono sarebbero risolti.
 
La stranezza apparente del mercato del lavoro è che a fronte di tanti disoccupati vi sono decine di migliaia di lavori, ai quali possono accedere solo persone preparate. Come è noto la preparazione non è data dal pezzo di carta e, in questo senso, bene farebbe il legislatore a togliere a diploma e laurea ogni valore legale, così come avviene in tutti i Paesi avanzati.
Quando le aziende procedono alle selezioni difficilmente guardano il titolo di studio o il relativo voto, ma sottopongono i candidati a prove di competenza che prescindono dalle conoscenze eventualmente apprese nelle Università. Naturalmente questo ragionamento non vale in tutti i casi, perchè vi sono atenei che funzionano e preparano, sia pubblici che privati.
La nostra osservazione riguarda, invece, la maggioranza di tali atenei, infarciti di dipendenti amministrativi e professori che insegnano materie strambe del tutto inutili a preparare i giovani al mercato del lavoro. Paradossalmente l’Italia ha bisogno di molti più laureati che siano anche molto più preparati perchè una Nazione senza competenti non è competitiva.

Vi è un’altra questione da considerare: l’inutilità delle agenzie per l’impiego e per il collocamento che servono solo per dare inutili stipendi ai loro dipendenti e dirigenti. Non sappiamo nel resto del Paese, ma qui in Sicilia abbiamo condotto numerose inchieste su questo versante e tutte raggiungono la stessa conclusione: migliaia di dipendenti regionali in questi uffici centrali e provinciali, che non riescono a trovare collocazione a coloro che vi sono iscritti.
Tanto che, vista l’inutilità dell’iscrizione, quasi nessuno più si reca presso questi uffici. Essi avrebbero la funzione di fotografare il mercato e selezionare i richiedenti per trovarvi collocazione. A latere, la formazione regionale avrebbe il compito di preparare coloro non adatti alle richieste di mercato, in modo da sfruttare sinergicamente formazione e collocamento, al fine di raggiungere il risultato finale di connessione fra domanda e offerta di lavoro. Sì, perchè chi ha competenze il lavoro lo trova, anche in queste condizioni. Provare per credere.
Ott
12
2011
Qualche giorno fa parlavo con due giovani di 24 e 28 anni, dipendenti, i quali mi chiedevano con una punta di amarezza se a 68 anni, probabile età per la pensione, riceveranno l’assegno di quiescenza. Mi dicevano ancora che alcuni loro parenti, con un età inferiore ai 60 anni, da molto tempo sono in pensione.
Questi due fatti danno la risposta ad una situazione non più sostenibile: i pensionati di anzianità e tutti coloro che sono andati in pensione prima dei 65 anni, anche utilizzando il sistema retributivo e non contributivo, si stanno mangiando e si sono mangiati le pensioni dei giovani di oggi.
Un ceto politico becero e clientelare ha approvato in Parlamento e all’Assemblea regionale, a getto continuo, leggi che hanno dato privilegi a non finire a tanta gente andata in  pensione con solo 11 o 16 anni di lavoro. Ora è venuto il momento di smetterla, perché non è possibile continuare a caricare sul sistema pensionistico tanta gente che non ha versato contributi almeno per quarant’anni.

In questa materia non rientrano i lavori veramente usuranti, il cui elenco va categoricamente indicato, perché è del tutto giusto che chi esercita tali attività debba lavorare per un numero minore di anni ai fatidici quaranta.
Vi è un’altra questione che incide sulle pensioni dei giovani trentenni e cioè la miscela esplosiva tra assistenza e previdenza. L’Inps, seppure abbia gestioni separate, alla fine tiene un conto consolidato nel quale vi è un attivo della previdenza e un enorme passivo dell’assistenza. Mentre la prima dovrebbe essere a carico dei datori di lavoro pubblici-privati e dei dipendenti, la seconda dev’essere a carico della fiscalità generale che deve avere le risorse per sostenerla.
Per preservare le pensioni dei giovani trentenni, che le percepiranno tra quarant’anni, dato che il bilancio dello Stato dev’essere tassativamente in pareggio nel 2013, vi è una possibilità che non è stata ancora presa in esame dal Governo e che risponde ad un principio di equità.
Si tratta di fare una valutazione a posteriori di tutti coloro che hanno percepito la pensione prima del termine di quarant’anni di lavoro, anche in base al retributivo anziché contributivo.
 
A tutti questi soggetti, che sono milioni, si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà, da scontare ogni mese, in modo da rendere omogeneo il sistema fra chi ha avuto, indebitamente, e chi avrà tra quarant’anni, lecitamente.
Una misura di equità che riequlibri il passato con il futuro e che metta tutti i cittadini in condizioni di eguaglianza, esattamente come prevede l’art. 3 della Costituzione.
Io, come baby pensionato, mi sono autodenunziato innumerevoli volte. Nonostante percepisca ben tre pensioni (Inpdap di 900 euro, Inpgi - giornalisti - 100 euro e Inps 100 euro) sono pronto a sostenere quanto precede. Naturalmente, mi rendo conto che esso non potrebbe essere applicato a chi riceve un assegno di non oltre 1.500 euro mensili. L’egoismo di chi ha percepito indebitamente pensioni di anzianità non è stato messo in evidenza nella pubblica opinione da giornali e giornalisti, che hanno fatto da coperchio al ceto politico clientelare cui prima si accennava.

Tremonti ha affrontato con grande determinazione la richiesta tassativa della Bce, formulata con la lettera del 5 agosto 2011. Ha fatto approvare la manovra portata dalla legge 148/2011, che conduce ad un disavanzo dell’1,2% nel 2012 e al pareggio nel 2013, ma ha commesso il grave errore di far quadrare i conti imponendo nuove tasse per due terzi e tagliando la spesa corrente solo per un terzo. Avrebbe dovuto fare il contrario.
Ora Berlusconi gli chiede risorse per finanziare la crescita. Ha perfettamente ragione. Ma Tremonti non può variare i saldi di bilancio. Dunque, gli rimane una sola strada: tagliare i privilegi, a cominciare da quelli dei politici e dei pubblici dipendenti, nonché le pensioni di anzianità e quant’altro rientri in una spesa inutile. L’ipotesi del contributo di solidarietà dei pensionati-privilegiati come prima abbiamo ampiamente descritto, comincia a farsi strada.
Il redde rationem è arrivato. Ognuno assuma le proprie responsabilità. Il giudizio di chi si sta comportando in modo equo o iniquo sarà dato dalle future generazioni.