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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giulio Tremonti

Mag
10
2012
L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha espresso il suo punto di vista: Con la cultura non si mangia. Come ipotetico successore di Jean-Baptiste Colbert e di Quintino Sella non ci aspettavamo da lui una tale battuta folkloristica priva di fondamento. Invece, con la cultura si mangia, eccome, anche perché essa va considerata né più e né meno come una materia prima.
La cultura produce ricchezza in diverse direzioni. La prima è indiretta. Infatti, l’arricchimento di elementi mediante il nutrimento costante ed approfondito delle informazioni sviluppa l’intelligenza e quindi la capacità e l’inventiva.
Sono proprio capacità ed inventiva gli strumenti indispensabili per formulare progetti. Da esse, chi ce la fa, ottiene le realizzazioni che, se sono ben fatte, danno risultati sociali ed economici.
La ricchezza non viene prodotta esclusivamente da processi in cui  sono combinati i fattori lavoro e capitale. La ricchezza, in senso lato, viene prodotta anche nei servizi sociali o nella scrittura di libri.

La cultura va considerata materia prima. Sembra un’affermazione lapalissiana. Nel termine cultura bisogna comprendere la conoscenza;  l’insieme delle cognizioni intellettuali di cui è dotata una persona; è dottrina, è  istruzione.
La cultura è anche una profonda rielaborazione, non solo intellettuale, ma anche spirituale, delle nozioni acquisite nei vari rami del sapere. Essa serve alla formazione della personalità morale dell’uomo ed anche all’educazione del gusto.
Non è vecchio il concetto di cultura, ma proprio dell’età moderna. Infatti, nel mondo antico e medievale, i due ideali di vita attiva e vita contemplativa si contrapponevano: l’uomo che vive praticamente la vita di tutti i giorni, e l’altro che aspira alla conoscenza dell’eterna verità.
Nell’età moderna, invece, si afferma sempre più il principio che non c’è scienza e conoscenza senza valore, che si dà alla vita e all’ideale dell’uomo colto, che abbia una ricca personalità e la capacità di innovazione anche morale tesa ad ottenere risultati.
 
La cultura non è un contenitore che comprenda nozioni. Esso comprende l’esperienza che si accumula vivendo ogni giorno, affrontando i problemi, cercando soluzioni e raggiungendo risultati. Paradossalmente, anche il contandino può essere  colto, perché dotato di una saggezza popolare che gli dà una conoscenza materiale dei fatti, naturalmente con i dovuti limiti.
Nella cultura si comprende la professionalità con la quale ogni persona che lavora, dipendente o autonomo, esercita il proprio mestiere. Se sa cosa fare, e lo sa fare bene, è persona colta. Non lo è chi non sa far nulla ma lo reclamizza bene.
Vi sono i falsi colti, coloro che parlano a vanvera senza alcuna conoscenza. Non solo non sanno cosa dicono, ma cercano di farlo passare per vero.
Nel concetto di cultura c’è anche quello di onestà. Ammettere i propri limiti e le proprie deficienze è il primo gesto di cultura. Infatti, c’era chi sapeva di non sapere, ma non molti sanno chi egli sia.

Ognuno di noi deve avere la consapevolezza di ciò che sa, ma soprattutto la consapevolezza di ciò che non sa, che è di una vastità enorme se ci consideriamo, come diceva una vecchia canzone, nullità .
Guai ai presuntuosi, a quelli che sanno tutto, agli imbonitori, a coloro che urlano pensando di farsi ragione  e ad altri che ragionano con i piedi anziché con il cervello, forse perché non ce l’hanno. Tutti abbiamo materia grigia in quantità più o meno normale. è noto, però, che essa viene adoperata per meno di un terzo. Bisognerebbe fare ogni sforzo per allenarla a rendere molto.
C’è chi, invece, la usa di più, compiendo anche notevoli sforzi per allenarsi sempre più intensamente, in modo da sfruttarla al massimo. Un primo ingrediente è la volontà, un altro è il sacrificio. I due ingredienti, devono essere utilizzati senza risparmio.
Se vogliamo ce la possiamo fare, non arrendendoci mai di fronte alle difficoltà, ma alimentando le nostre capacità di superarle. In questo ci supporta fortemente  la cultura.
Gen
28
2012
È passato in silenzio un profondo mutamento dell’assetto strutturale della Cassa depositi e prestiti. L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha trasformato tale ente in una società per azioni e le ha affidato una missione molto più ampia di quella precedente.
Non a tutti è noto che la Cdp è un enorme serbatoio finanziario, perché vi confluisce dentro tutto il risparmio postale, di cospicue dimensioni. La sua funzione precedente consisteva principalmente nel finanziare opere pubbliche degli enti locali. Con la sua trasformazione in Spa, la Cdp può intervenire nel mercato degli investimenti, direttamente o indirettamente.
È stato nominato amministratore delegato un bravo manager bresciano, Giovanni Gorno Tempini, che sta rivoluzionando in silenzio le attività, provvedendo anche a inserirsi in altre strutture con importi rilevanti. Questo fatto sta cambiando lo scenario, che qui appresso descriviamo. 

È stato costituito nel 2011 il Fondo italiano di investimenti. Nel forum effettuato col suo presidente, Marco Vitale, anch’egli bresciano, sono descritte le attività e le azioni di Fii. Vogliamo sottolineare che esso interviene nel capitale di rischio di imprese che fatturano da 10 a 250 milioni di euro.
L’Ffi è il Fondo strategico italiano, in cui vi è una rilevante partecipazione della Cdp e il cui presidente è proprio Gorno. Questo fondo interviene nel capitale di rischio di imprese che vanno da 250 milioni di fatturato in su e occupa uno spazio a completamento di quello dell’Fii.
Vi è poi un terzo fondo, F2i, il cui amministratore delegato è Vito Gamberale, che si occupa di finanziare infrastrutture a cominciare dalla banda larga, diffusa in Lombardia e che si dovrebbe estendere al resto del Paese. Senza questa necessaria rete, difficilmente i sistemi di teletrasmissione possono evolversi e competere con il mercato.
I tre fondi prima descritti hanno missioni diverse, ma coprono un’area importante per lo sviluppo. Nessuno dei tre effettua operazioni che non siano attentamente studiate e valutate, tendenti a far crescere le imprese, quindi il loro ebitda e il relativo cash flow. Quest’ultimo serve per rimborsare il finanziamento del fondo.
 
Va da sè che l’economia italiana, per diventare più competitiva, ha bisogno di maggiore circolante finanziario, ma anche di finanza per costruire infrastrutture e innovare quelle esistenti. In Italia operano tanti altri fondi nazionali e stranieri, ma essi non sono sufficienti a rimpolpare i mezzi delle imprese se il sistema bancario nel suo complesso non fa la sua parte.
Come è noto, il credito è essenziale per lo sviluppo del business. Quando le banche chiudono i rubinetti, di fatto bloccano l’attività. La Pubblica amministrazione si mette di traverso, vessando le imprese cui non paga i propri debiti, per un ammontare stimato comunemente in circa 70 miliardi di euro.
Una cifra enorme che viene sostenuta in minima parte col capitale proprio (è noto che le imprese italiane sono sottocapitalizzate) ed in parte mediante affidamenti bancari. Ma questi ultimi, che dovrebbero finanziare lo sviluppo, vengono utilizzati, invece, per sostituire la carenza della Pubblica amministrazione.

In Italia manca il venture capital, ovvero è esercitato in misura insignificante. Quel capitale che finanzia progetti ad alto rischio, ma che poi ha un suo ritorno dalle imprese che riescono a sfondare. Qui siamo lontani dall’espandersi di tale strumento finanziario, perché il rischio, più che essere accettato come una sfida, viene indicato come uno spauracchio, di cui il pavido sistema bancario ha una folle paura.
Non ho mai capito perché le banche si sentano tranquille quando hanno garanzie immobiliari, nonostante sia noto che una procedura esecutiva duri anche 15 anni, quindi non serve a ricostituire la liquidità.
Ed è proprio la liquidità il punto dolente della situazione, perché le banche sono incagliate nei titoli del debito pubblico di tante nazioni, compresa la nostra. L’iniezione di 115 miliardi di euro che ha fatto la Bce alle banche italiane è stata assorbita senza, dall’altra parte, fare allentare la stretta degli affidamenti alle imprese. Proprio qui dovrebbe intervenire il governo Monti. Attendiamo.
Ott
11
2011
Il decreto sullo sviluppo, indispensabile per l’Italia, slitta ancora fino al 20 di ottobre. Un ritardo deplorevole e dannoso, perché c’è bisogno di una svolta immediata nella conduzione economica del Paese. Il gioco delle tre carte che in atto esiste fra Berlusconi e Tremonti è falso. Secondo autorevoli quotidiani, il presidente del Consiglio vuole risorse per finanziare la crescita e Tremonti non vuole aprire i cordoni della borsa per mantenere inalterati i saldi che condurranno al pareggio di bilancio, nel 2013.
Il problema è falso per la semplice ragione che è impossibile, a questo punto, variare il percorso per la golden rule, mentre servono urgentemente risorse per finanziare i piani di sviluppo, sia di opere pubbliche che di sostegno all’imprenditoria, soprattutto quella che esporta.
Dove prendere tali risorse? La risposta è facile: prenderle dai risparmi sulla spesa corrente. Ma per risparmiare occorre tagliare gli stipendi abnormi ai pubblici dipendenti e tagliare il loro numero. Tagliare le pensioni di anzianità e altri privilegi.

Occorre anche eliminare tutte quelle forme assistenziali che il ceto politico si è autovotato e che è inutile elencare perché sono ben note ai lettori. Occorre tagliare la dotazione del Servizio sanitario, che spende oltre 106 miliardi, procedendo alla sua riorganizzazione che dovrebbe dare efficientamento a un sistema che attualmente non lo possiede, con l’adozione dei costi standard.
Vi sono centinaia di capitoli di spesa corrente, nel bilancio pubblico, che possono essere ridimensionati cospicuamente ottenendo altrettanto cospicuo risparmio. Un Governo fatto di statisti procederebbe senza indugio in questa direzione, recuperando immediatamente tutte le risorse necessarie agli investimenti.
Vi è poi l’altra gamba su cui potrebbe camminare lo sviluppo e cioé quella delle liberalizzazioni. Anche in questo caso un Governo di statisti andrebbe diritto allo scopo, senza preoccuparsi delle lamentele di questa o quella categoria. Il primo provvedimento dovrebbe essere quello di eliminare il monopolio dei servizi delle società locali, create appositamente da Regioni e Comuni per metterci dentro tutti i propri raccomandati, alias galoppini elettorali.
 
Anche da questo taglio vi sarebbero cospicui risparmi, che potrebbero essere girati a investimenti, soprattutto in opere pubbliche, delle quali il Paese ha una fame atavica.
Come vedete, la questione è semplice. Fa specie che i grandi quotidiani e tanti giornalisti competenti non facciano trapelare questa fotografia lampante e si trastullino alimentando il diverbio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, senza individuare la causa di questo scontro. Il primo non vuole scontentare le fameliche corporazioni, il secondo non può aprire i cordoni della borsa, ma potrebbe girare i risparmi della spesa corrente in investimenti, sol che Berlusconi avesse il coraggio di tagliare i privilegi delle diverse Caste.
Non sappiamo cosa il Governo porterà all’attenzione dell’opinione pubblica il 20 ottobre prossimo, ma abbiamo l’impressione che non avrà il coraggio di fare barba e capelli a quelli che stanno bene e che non hanno alcuna intenzione di fare sacrifici come li sta facendo tre quarti della popolazione.

Sembra incredibile che una questione così elementare non venga all’attenzione per quella che è. Così non si informa l’opinione pubblica, così non si procede verso l’essenziale aumento della ricchezza, cioè del Pil. Quest’ultimo rimarrà inchiodato sullo 0,2 o 0,3 per cento nel 2012, a bocce ferme. Mentre un cambio di passo in questi ultimi due mesi potrebbe costituire un’efficace premessa per portarlo sopra l’1 per cento.
Certo, occorrerebbero Governo e maggioranza molto forti per resistere alle reazioni della piazza, ove vanno quelli che stanno bene, non quelli che stanno male, perché purtroppo il ceto medio e quello più debole non riescono ad avere voce. Nelle manifestazioni, infatti, vediamo solamente organizzazioni di questo o di quel colore i cui rappresentanti parlano con la testa degli altri, dopo aver imparato a memoria slogan e argomenti che nulla hanno a che fare con la realtà.
La democrazia è meravigliosa perché consente anche queste inutili manifestazioni, ma la classe dirigente ha il compito di governare nell’interesse di tutti.
Set
01
2011
Un falso dilemma agita l’Italia per effetto del Dl 138/2011, terza Manovra estiva di Tremonti nell’anno corrente. Riguarda il taglio previsto di 36 (poi divenute 29) Province su 110 in totale, seguendo un criterio quantitativo, non rispettoso di necessità dei territori ed anche di usi e tradizioni. L’articolo 114 della Costituzione prevede l’istituzione di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni ma, ovviamente, non precisa quali forme debba avere ciascuno di codesti enti, né come essi debbano essere istituiti e neppure su quali territori debbano agire.
Tutto ciò andava disciplinato con legge ordinaria. Ed infatti il Parlamento approvò la legge n. 122/1951 con cui ha istituito gli organi elettivi. Con il rientro di Trieste in Italia, già nel 1954, si contavano ben 92 Province. Ma con successive leggi ne sono state istituite altre, fino a raggiungere il macroscopico numero di 110. Fra esse ve n’è addirittura una che ha appena 58 mila abitanti (Ogliastra). Così come sono state istituite, le Province possono esser cambiate nella forma. La questione riguarda il costo dei loro apparati politici e burocratici.

È su di essi che dev’ essere abbattuta la scure dei tagli, non sulle Province in quanto tali. C’è una soluzione a questa possibilità? C’è, è semplice, basta che il Parlamento abbia voglia di attuarla. Di che si tratta? Di quanto propone l’articolo 15 dello Statuto siciliano. Il quale prevede che i Comuni possano accorparsi in un ente intermedio sotto forma di Consorzio di Comuni che nessuno vieterebbe di chiamare Province consortili.
Basta modificare la citata legge ordinaria, per consentire ai Comuni di aderire, liberamente, ma obbligatoriamente (nel senso che non possono restare fuori), alle Province consortili. La modifica avrebbe il pregio di abbattere il costo degli apparati perché il Consorzio graverebbe sui bilanci dei Comuni, in proporzione al numero di abitanti, con ciò mandando a casa consiglieri, assessori e presidenti, risparmiando tutte le relative indennità. Studi diversi hanno concordato che tali risparmi potrebbero ammontare a circa 5 miliardi.
Lasciando piena libertà ai Comuni di accorparsi come meglio credono, l’istanza proverrebbe dal territorio. Ogni cittadino avrebbe a carico una quota uguale per la Provincia consortile e potrebbe controllare se i propri sindaci operano bene o male nell’ambito dell’ente di secondo grado.
 
Le Province consortili così costituite entrerebbero in vigore con le prossime elezioni comunali, perché quelle provinciali sarebbero abolite, con ulteriore risparmio di costi amministrativi. 
Chi non vuole fare una riforma così semplice peschi nel torbido e agiti gli spettri di una falsa democrazia, per salvare la casta formata da consiglieri, assessori e presidenti provinciali che, con la soluzione da noi prospettata, sarebbero sostituiti dai sindaci dei Comuni consorziati, ovviamente a costo zero, neanche quello relativo al rimborso spese.
La soluzione, inoltre, non imporrebbe dall’alto la riduzione del numero delle Province, in quanto consentirebbe ai Comuni di mettersi insieme secondo i propri interessi. Al limite, le Province potrebbero anche aumentare di numero, ma sarebbe errato.
Anche per quanto riguarda i Corpi dello Stato (Comandi delle Forze dell’Ordine e Prefetture), nulla vieterebbe che avessero giurisdizione per più Province consortili.

La soluzione per la Sicilia è ancora più semplice perché, come prima indicavamo, è nello Statuto. Sorprende che venticinque anni fa l’Assemblea regionale approvò l’incostituzionale legge (9/86), che stranamente passò anche il vaglio del commissario dello Stato dell’epoca e che nessun Governo successivo ha ritenuto di modificare nel senso previsto dallo Statuto.
Sorprende ancor di più che il presidente Lombardo, nonostante abbia diverse volte dichiarato l’abolizione delle Province attuali per sostituirle con i Consorzi di Comuni, a distanza di 40 mesi da quando si è insediato, non abbia ancora depositato il relativo Disegno di legge presso l’Ars.
Un ritardo colpevole che non ha spiegato ai siciliani, perché se l’avesse fatto avrebbe avuto un consenso generale. Ma, si sa, è più difficile accontentare chi non ha voce (appunto, i siciliani) che scontentare le carneadi partitocratiche che pullulano nelle Province siciliane incostituzionali, che assorbono parassitariamente risorse pubbliche. Come se fosse scritto in qualche posto che il seggio conquistato debba essere equiparato ad un posto di lavoro per i senzamestiere.
Ago
24
2011
Ieri vi abbiamo descritto rapidamente gli effetti del Patto di stabilità Europlus sull’Italia. Oggi analizziamo il rimbalzo interno e per la Sicilia. Tremonti ha adottato a valle la stessa sanzione che lo stringe a monte. Ha inserito nella manovra (Dl 138/2011) in via di conversione, che le Regioni, comprese quelle a statuto speciale, non riceveranno i trasferimenti se non mettono in ordine i loro conti.
Principio sacrosanto contro cui sono del tutto inopportune le proteste del Governo siciliano ed in particolare quelle del presidente Lombardo e dell’assessore all’Economia Armao, i quali minacciano ricorsi alla Corte costituzionale del tutto inappropriati, perchè essi non hanno le carte in regola. Una Regione viziosa deve solo tacere e rimettere in ordine, con la massima rapidità possibile, i propri conti.

È del tutto ridicolo il microscopico taglio di spese di appena 85 milioni  quando invece bisogna procedere con l’accetta per tagliare 3,6 miliardi di uscite. Questo foglio ha pubblicato più volte l’elenco dettagliato dei risparmi e l’elenco delle spese per investimenti su fondi Ue per dieci miliardi, con la creazione di circa centomila posti di lavoro.
Questi due provvedimenti potrebbero far crescere il Pil della Sicilia di 15 miliardi in 24 mesi. Questo è il vero e più importante obiettivo di un governo regionale: far aumentare il Pil dell’Isola. Ma esso è stato trascurato e oscurato. Di tutto si sono occupati i governi presieduti da Lombardo tranne che di far crescere il Pil della Sicilia.
Il presidente ha dichiarato che nel 2020 la Regione potrebbe avere solo 2.000 dipendenti, un decimo di quanti ne ha ora ufficialmente. Infatti non tiene conto dei parcheggi in Resais ed in altre società regionali, nonchè in enti economici e non economici, ove se ne trovano, forse, più di 15.000. Ma se Lombardo afferma quanto precede vuol dire che egli è consapevole che la Regione possa funzionare con soli  duemila dipendenti, come peraltro fa all’incirca la Regione Lombardia che ne ha tremila, ma governa il doppio dei cittadini.
Ora, se sono sufficienti 2.000 dipendenti nel 2020, non si capisce perchè gli stessi 2.000 non possono essere sufficienti nel 2012. In altre parole, Lombardo afferma una verità che noi sosteniamo da anni.
 
Nella Regione, nove decimi del personale è esuberante e non avrebbe motivo di esserci. Sorge una domanda a riguardo. Ma se sono bastevoli 2.000 dipendenti, oltre 200 dirigenti, e non 20.000, che si fa di tutti gli altri? La risposta è nel buon senso del pater familias. Certo, non si possono licenziare, ma neanche mantenere senza che facciano nulla. Male ha fatto Lombardo ad assumere, proprio a gennaio di quest’anno, 5.000 nuovi dipendenti, seppur trasformando i contratti a tempo determinato.
Nessuno può dissentire se affermiamo che di fronte alla necessità di portare a 2.000 i dipendenti della Regione, tagliandone tredicimila, invece, se ne sono assunti ben cinquemila. Un unico aggettivo è appropriato a tale comportamento: schizofrenico che per un medico psichiatra, qual è Raffaele Lombardo, non è positivo. Nessuno ce ne vorrà se continuiamo a sottolineare cose ovvie. Fa male la verità in quanto tale, non chi la riferisce.

C’è una soluzione per i 18 mila dipendenti regionali in esubero? Sì. Essa riguarda il pensionamento naturale di circa un decimo del corpo per ogni anno. Nel caso della Sicilia vi è però un grosso macigno: i pensionati restano a carico del bilancio della Regione anzichè passare all’Inpdap come i dipendenti di Stato, di altre Regioni ed Enti locali.
Vi è una seconda soluzione. Aprendo i cantieri delle opere pubbliche per la costruzione delle tantissime infrastrutture di cui la Sicilia ha bisogno, spendendo i 10 miliardi di fondi provenienti dall’Unione Europea, la Regione potrebbe creare un percorso preferenziale per trasferire i propri inutili dipendenti alle imprese che vincono gli appalti, almeno in una certa misura. Questo meccanismo farebbe dimagrire l’organico in tempi rapidi.
Al di là dell’aspetto quantitativo, Lombardo e maggioranza devono inserire all’interno della burocrazia regionale un aspetto qualitativo che consenta di trasformare gli attuali burocrati attendisti e piagnoni in servitori veri dei siciliani e dei gruppi imprenditoriali di qualunque parte del mondo, pronti a investire nell’Isola.
Ago
23
2011
E venne il momento in cui la Casta politica ha finito di scherzare. Esso parte dal Patto di stabilità del 25 marzo, chiamato Europlus, e continua con la speculazione che si è dimostrata un toccasana perchè ha provocato come effetto indiretto la formulazione della cosiddetta regola d’oro.
Essa consiste nell’obbligo, per i 17 Stati sovrani che aderiscono all’area Euro, di rispettare i parametri di Maastricht (del 7 febbraio 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993) e cioè il disavanzo annuale massimo del 3 % se il debito pubblico sul Pil non supera il 60 %.
Siccome così non è per quasi tutti gli appartenenti, ecco che si impone almeno il pareggio di bilancio, cioè la regola d’oro. L’Uem, scottata dalle inadempienze dei propri partners, ha inserito una sanzione fortissima: il Paese che non applica la regola d’oro non avrà trasferiti i fondi previsti per esso. Ovviamente questo cappio si riversa a valle all’interno di ogni stato.

E veniamo al Bel Paese. Tremonti non poteva tagliare il disavanzo annuale di colpo. Ha provato a fare il furbo con la prima manovra 2011 (legge 106 del 12 luglio), ha corretto il tiro con la seconda manovra (legge 111 del 15 luglio) e, infine, non essendo bastate le correzioni delle prime due ha calato il carico da 90 con il decreto legge 138 del 13 agosto, terza manovra correttiva. Si tratta di constatare, nel processo di conversione, se i saldi rimarranno invariati, come proclamano tutte le parti politiche di maggioranza e opposizione, restando da discutere e definire le variazioni all’interno di essi.
Mercoledì 17 agosto, ad accogliere il decreto legge in Senato, c’erano undici pellegrini i quali non sapevano se definirsi rispettosi del loro ruolo o poveri fessi che avevano lasciato le vacanze per onorare l’impegno e gli oltre 20 mila euro al mese che percepiscono, spesso indegnamente.
In ogni caso le Commissioni, oggi, hanno cominciato l’esame del Dl 138 che dovrebbero esitare in settimana, in modo da passarlo alla Camera con un testo blindato su cui, verosimilmente, il Governo porrà la fiducia. Se la conversione in legge si concluderà entro il 31 agosto, bisognerà dare merito al ceto politico nazionale ed in maggior misura alla maggioranza che ha superiori responsabilità.
 
Vi è una considerazione sull’economia mondiale. Le nazioni che stanno crescendo velocemente (Brics, oltre alla Corea del Sud e Taiwan) stanno dando benessere a centinaia di milioni di persone creando posti di lavoro e ricchezza. La cosiddetta parte avanzata delle Nazioni, quella occidentale ed il Giappone, invece, non cresce, langue, non crea nuova ricchezza, nè nuova occupazione. Però sono questi Paesi che hanno in mano le leve dell’economia e della finanza mondiale. L’Fmi ai francesi con Christine Lagarde, la Banca mondiale agli americani con Robert Zoellick. Questo scenario fa vedere come i bravi sono sudditi e gli incapaci sono dirigenti. Lo stato di fatto non durerà a lungo perchè gli squilibri creeranno tensioni a livello mondiale.
Ritorniamo al nostro Paese per ricordare ancora una volta i cinque macigni sotto i quali gli italiani vivono malissimo.

Primo. L’evasione fiscale ha raggiunto i 275 miliardi di imponibile che comporta un’evasione di 60 miliardi di Iva e 60 miliardi di altre imposte. Secondo. La corruzione, in base alla Corte dei Conti, grava per 60 miliardi. Terzo. L’Istat ha appena pubblicato che l’economia sommersa è di 275 miliardi. Essa crea concorrenza distorta ed iniquità fra cittadini. Quarto. Criminalità organizzata: è stato stimato dal settimanale francesce L’Express che il volume d’affari in Italia sia di 120 miliardi. Anche in questo caso l’infiltrazione mafiosa nelle attività economiche comporta distorsione ed iniquità. Quinto. La burocrazia ha un costo di 60 miliardi per la sua lentezza e farraginosità, per la sua endemica disorganizzazione e per la sua incapacità di dare risposte in tempo reale a tutte le istanze di cittadini e imprese.
Come ben si vede il ceto politico, in 60 anni, ha accumulato, pietra su pietra, questi cinque macigni. Smontarli è estremamente difficile ma indispensabile. Ripetiamo che il nodo scorsoio dell’Europlus stringe irrimediabilmente.
Guai a pensare che si possa continuare a nicchiare come hanno fatto i politici in questi ultimi trent’anni.
Lug
20
2011
La quarta manovra estiva di Tremonti, per complessivi 70 miliardi di euro, contiene molte iniquità. La prima riguarda la Casta politica, che ancora una volta è uscita indenne dalla tosatura urgente e indispensabile. Il giochino illusionistico che ha presentato il ministro, Roberto Calderoli, di riforma costituzionale è del tutto ininfluente sulla gravità della situazione finanziaria del Paese, stante che potrebbe produrre gli effetti tra molti anni.
La seconda iniquità è il possibile aumento sulla più odiosa imposta che c’è in Italia, unico Paese al mondo ad averla istituita, e cioè l’Irap. L’imposta è odiosa perché si paga sul costo del lavoro e sul costo della ricerca, con ciò penalizzando il primo e la seconda.
La terza iniquità riguarda quella simpatica definizione contributo di solidarietà. Ma esso colpisce una fascia ridotta di ricchi e precisamente col 5 per cento su pensioni da 90 mila euro e col 10 per cento su pensioni da 150 mila euro, mentre avrebbe dovuto intervenire sulle pensioni da 40 mila euro in su.

È vero che Camera, Senato e Quirinale hanno bilanci autonomi, ma è anche vero che le risorse dei cittadini ad essi destinate possono essere ridotte di una certa percentuale per poi lasciare ai vertici di quelle istituzioni il compito di spalmare i tagli secondo la propria autonomia. Camera, Senato e Quirinale costano oltre due miliardi. Basterebbe diminuire il finanziamento del 25 per cento per risparmiare 500 milioni. Non occorre una legge costituzionale per far ciò.
Trasformare le Province in Consorzi di Comuni significa abbattere altri 7 miliardi circa, dal momento che le spese di manutenzione rimangono. Anche in questo caso non occorre una legge costituzionale perché basta sostituire la vecchia legge istitutiva delle Province, la n. 122/51, cambiando la forma da istituzione elettiva a istituzione consortile, basata sui Comuni che la compongono volontariamente.
Ricordiamo che l’art. 119 della Costituzione mette al primo posto nell’ordine delle istituzioni i Comuni, continua con le Province, le Città metropolitane e le Regioni, secondo il principio generale della sussidiarietà.
 
Prosegue il citato articolo 119 stabilendo che gli enti indicati in sequenza hanno risorse autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri... Quindi, ogni Ente locale deve autoamministrarsi e far fronte ai bisogni per la produzione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche attraverso le proprie entrate. Tuttavia, recita ancora l’art. 119, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per promuovere gli squilibri economici e sociali... lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Invece di applicare testualmente la Costituzione, sindaci e presidenti di Regione si sono trasformati in mendicanti che continuano a questuare trasferimenti dallo Stato anziché gestire con capacità professionale e intelligenza il proprio ente, basandosi, in primis, sulle proprie entrate inserite in un Piano aziendale organizzato. Nei prossimi giorni pubblicheremo un Piano aziendale tipo.

Regioni ed Enti locali devono invertire il loro funzionamento. I propri vertici istituzionali devono trasformarsi da viziosi in virtuosi e gestire le proprie amministrazioni con criteri di efficienza nell’esclusivo interesse dei propri cittadini. Guai a coloro che insisteranno pervicacemente su una linea che li porterà nel baratro. Non c’è più spazio per le attività clientelari, non c’è più spazio per la corruzione estesa.
La festa è finita: Governo, maggioranza e opposizione non hanno margini di manovra. Debbono attuare il ferreo Patto di stabilità del 25 marzo 2011 trasferendolo nel Patto di stabilità interno a Regioni e Comuni, ferma restando la salvaguardia nei confronti di quegli enti virtuosi i cui parametri consentono loro di spendere per investimenti.
Tutto il Mezzogiorno dovrà fare un esame di coscienza e abbandonare il comportamento questuante della mano tesa. Campani, pugliesi, siciliani, calabresi, abruzzesi, sardi e lucani dovranno dissotterrare il proprio orgoglio e ricordarsi del glorioso passato, dandosi da fare e non aspettando la manna che non arriverà più.
Lug
07
2011
L’Unione europea e l’Ocse hanno dato il placet alla Manovra senza averla letta. O hanno la sfera di cristallo, oppure il Governo, in via riservata, gliel’ha trasmessa. Il placet europeo sostiene l’azione di Governo ma, ovviamente, non entra nei meccanismi interni. Ai valutatori europei basta controllare le macrocifre che vadano nella direzione del pareggio di bilancio del 2014. Ma, all’interno della manovra, vi sono insufficienze ed iniquità che la Sinistra non ha rilevato, mentre ha usato argomenti demagogici e populisti.
La prima iniquità riguarda il fatto di avere caricato l’anno in corso con tagli inferiori ai due miliardi, il prossimo con tagli sui cinque miliardi, per poi caricare sugli esercizi 2013 e 2014 i tagli di 20 miliardi per anno. Come dire che questo Esecutivo dovrà affrontare l’anno delle elezioni (2013) con la prospettiva di ulteriori sacrifici per i cittadini, lasciando a chi vincerà le elezioni il compito di realizzarli.

La seconda iniquità riguarda il rinvio del taglio dei costi della politica, di cui vi facciamo un breve campionario. Premesso che la riduzione dei parlamentari riguarda la successiva legislatura, in quanto ha bisogno di una riforma costituzionale dai tempi lunghi, oggi, invece, si possono tagliare a mo’ di esempio il costo di Camera, Senato e Quirinale, indennità e prebende varie dei parlamentari, dei consiglieri regionali, comunali, provinciali e circoscrizionali, ancor più di quel misero 10% effettuato dal 1° gennaio 2011.
Sulla questione delle Province c’è un equivoco grossolano. Esse sono previste dall’articolo 114 della Costituzione che però non disciplina la loro forma. Per questo interviene la legge n. 122/51 che ha previsto dei baracconi con consiglieri, assessori, presidenti di apparati che costano oltre 11 miliardi. Non tutti superflui, perché circa la metà riguardano spese necessarie per l’attività dell’ente intermedio. Ma l’altra metà, circa 5 miliardi, è uno sperpero conseguente al clientelismo perché di questa forma dell’ente Provincia si può tranquillamente fare a meno.
Infatti, lo Statuto siciliano, all’articolo 15, dà una precisa indicazione: le Province si costituiscono sotto forma di consorzi di Comuni che si aggregano liberamente.
 
Tali consorzi sono ovviamente a carico degli enti che li hanno costituiti, i consiglieri sono i sindaci, fra i quali si scelgono gli assessori e il presidente. Tutti a costo zero: ecco come si risparmiano i 5 miliardi.
Nel programma del governo Berlusconi era prevista l’abolizione delle Province. Una previsione sbagliata perché l’ente intermedio è necessario per coordinare i servizi sovracomunali, tra cui per esempio raccolta, smaltimento e utilizzazione dei rifiuti solidi urbani mediante appositi impianti industriali di produzione di biogas ed energia.
La vera azione al riguardo sarebbe quella di trasformare, con apposita legge, la forma delle attuali Province in, appunto, Consorzi di Comuni. Ma, mentre l’azione del governo nazionale dovrebbe ribaltare la citata legge, per la Sicilia, trasformare la legge vigente sulle Province (n. 9/86) è obbligatorio, in modo da allineare la forma dell’ente a quella prevista dallo Statuto, appunto Consorzi di province. 

Vi sono poi alcune insufficienze gravi nella Manovra. Per esempio, non avere affrontato la questione delle liberalizzazioni che hanno tutte costo zero. Il grido di dolore dell’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, è una testimonianza di tale insufficienza. Ricordiamo che le liberalizzazioni non hanno costi finanziari, ma costi politici, perché le corporazioni che intendono mantenere i privilegi hanno una forte capacità di pressione sul Governo.
Monopoli, come quelli degli ordini professionali, delle società a controllo pubblico nazionale, regionale e locale, delle reti nazionali di trasporto di elettricità su ferro e del gas. I monopoli costituiscono i colli di bottiglia che frenano la crescita del Paese.
La manovra è anche insufficiente perché non interviene sulla spesa pubblica che, secondo il neo ministro Saverio Romano, va tagliata col macete. L’ultima insufficienza riguarda il mancato taglio del rimborso dei partiti.
Appena leggeremo i 39 articoli vi daremo conto piu in dettaglio della filosofia attendista, delatoria e insufficiente di Tremonti che passa per rigorista ma fa il furbo.
Giu
23
2011
Il Documento di Economia e Finanza approvato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile 2011 prevede per quest’anno una spesa di 725 miliardi, entrate per 739 miliardi, 76 miliardi di interessi sul debito e un disavanzo totale di 62 miliardi. Dunque, a fine anno, il debito pubblico di 1.867 miliardi al 31 dicembre 2011, dopo 12 mesi aumenterà di 60 miliardi. Il che è contrario alla riduzione che il Patto di stabilità del 25 marzo impone (1/20 del surplus).
Tremonti ha concordato con l’Ue che nel 2014 vi sarà il pareggio di bilancio, ma intanto, nel 2012 e nel 2013 il debito continuerà ad aumentare per il disavanzo annuale. Arriverà verosimilmente sulla soglia dei 2.000 miliardi.
Per evitare questo cataclisma Tremonti ha due strade: la prima consiste nel tagliare la spesa corrente, la seconda riguarda l’aumento delle entrate, che sono quelle tributarie e previdenziali. Atteso che, secondo l’Istat, il sommerso vale 275 miliardi (1/3 in agricoltura, il 21 per cento nei servizi, il 12 per cento nell’industria e l’altro terzo in diversi settori) si deduce che il ministero dell’Economia potrebbe incassare ogni anno almeno 100 miliardi in più.

Il primo modo per il taglio obbligatorio del debito pubblico è combattere l’evasione, fiscale e tributaria.  Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps stanno compiendo un’opera egregia, che ha portato nelle casse pubbliche 25 miliardi nel 2010, ma non è sufficiente per combattere l’enorme evasione prima indicata.
Che cosa occorre? Almeno tre iniziative. La trasparenza delle dichiarazioni dei redditi: in atto vi è una colpevole omertà, da parte del ministero dell’Economia, che impedisce di rendere pubbliche le dichiarazioni dei redditi. Non c’è dubbio che il controllo sociale di ogni cittadino del rapporto fra tenore di vita e imposte pagate è essenziale perché costituirebbe un deterrente contro gli evasori che sperano di restare impuniti e darebbe una mano alle tre organizzazioni prima indicate per potenziare la lotta all’evasione.
La Legge 133/2008 all’art. 42 prevede che gli elenchi (delle dichiarazioni) sono depositati per la durata di un anno sia presso lo stesso ufficio delle imposte, sia presso i Comuni (...) e che nel predetto periodo è ammessa la visione e l’estrazione di copia degli elenchi.
 
Non si capisce perché il ministro Tremonti abbia ordinato informalmente (non c’è infatti un provvedimento scritto a riguardo) di non fornire ai quotidiani l’elenco completo, distribuito provincia per provincia, di tutti i contribuenti e dei loro redditi complessivi dichiarati. Io sarei il primo a dichiarare la mia soddisfazione se il mio reddito venisse pubblicato sui quotidiani, nonché le imposte che pago ogni anno puntualmente.
La seconda iniziativa è di valenza strategica e generale. I massimi vertici dello Stato, a cominciare dal Presidente della Repubblica, per continuare con le altre cariche istituzionali nonché quelle politiche, dovrebbero attivare una campagna stampa di tipo etico. La stessa dovrebbe opportunamente illustrare come chi non paga le tasse è diavolo, disonesto, peccatore, perché vìola la principale regola della Comunità che è quella dell’equità. Inoltre vìola il principio di eguaglianza fra i cittadini (art. 3 della Costituzione), perché gli evasori diventano privilegiati, e l’art. 53 della Costituzione secondo il quale tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Una grande campagna etica, oltre che educativa, costituirebbe anche un forte deterrente contro l’evasione fiscale e tributaria perché tutti coloro che oggi non pagano imposte e contributi sarebbero indicati come cittadini socialmente deprecabili.
La terza iniziativa riguarda la tracciabilità di tutti i movimenti bancari, sotto qualunque forma e intrattenuti da chiunque, cittadino o impresa. Chi non ha nulla da nascondere non teme che l’occhio del Fisco vada a indagare sui propri conti e anzi, quando è in regola, ha la soddisfazione di poter confermare di essere un cittadino esemplare. Gli evasori temono i controlli dei propri movimenti finanziari. Vi è anche qualcuno che teme la violazione della privacy.
Io per primo sarei lieto se gli organi vigilanti frugassero in tutti i miei movimenti finanziari. Tutti i cittadini dovrebbero esserne altrettanto lieti.
Giu
15
2011
Il 2011 prevede un incremento del Pil, nel Nord-Est, del 2,1%, mentre il Sud rimane quasi fermo (0,2%). Cosicché, la media nazionale dell’incremento del Pil, se tutto va bene, sarà dell’1%, all’incirca 15 miliardi. La Sicilia, anch’essa, avrà un incremento del Pil inferiore a quello della media nazionale, forse vicino allo zero. Un trionfo per chi ha avuto responsabilità, in questi ultimi anni, di guidare la macchina regionale.
Per favore, non ci venite a parlare della crisi del 2008, che in Sicilia non ha avuto alcun effetto dal momento che la nostra Isola era già abbondantemente in crisi.
In questi tre anni non sono stati aperti i cantieri delle opere pubbliche, anzi sono crollati gli appalti; non è stato fatto un progetto che mettesse a profitto i beni naturali e culturali; non è stato tracciato né realizzato un progetto per l’incremento del turismo, con il vergognoso risultato di avere meno presenze della piccola isola di Malta; non è stato progettato e realizzato un disegno per l’energia alternativa (vegetale e solare). In compenso, si è discusso del dannosissimo rigassificatore di Priolo, ove si è verificato un piccolo disastro ambientale, e sono stati mantenuti incolti 4 mila chilometri quadrati di territorio.

Quanto precede, pur avendo abbondanza di risorse finanziarie, nonostante le menzogne che vengono dette. Vi spieghiamo perché: nel settennio 2007-2013 sono a disposizione della Regione ben 18 miliardi di euro, tra fondi europei, statali e regionali. La Regione si è occupata, dissennatamente, di aumentare la spesa corrente: assumendo personale, finanziando l’inutile formazione professionale che ha funzione clientelare, corrispondendo decine di milioni di contributi a destra e a manca, mantenendo gli stipendi dei propri dipendenti e pensionati a un livello nettamente superiore degli statali, e via enumerando. Per cui, non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere, ovvero le risorse per co-finanziare le opere.
Un risultato eclatante: pagare stipendi, indennità e aumento della dannosa spesa corrente è stata la politica di questo Governo, contraria all’interesse dei siciliani che era quello di aprire i cantieri. Un comportamento deleterio che stiamo scontando duramente e che sconteranno le future generazioni.
 
Se Atene piange, Sparta non ride. Il Divino Giulio numero due (il primo era Andreotti) è messo in croce da Berlusconi e Bossi che gli chiedono di abbassare le aliquote. Giornalisti incompetenti trascrivono questo principio, mentre dovrebbero spiegare all’opinione pubblica che i due non chiedono al ministro delle Finanze di abbassare la pressione fiscale, impossibile per l’obiettivo di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014, bensì di trasferire il peso fiscale dalle imposte dirette (persone) a quelle indirette (cose).
In effetti, vi sono tanti prodotti su cui l’Iva grava per il 4% e il 10%, mentre in Europa per gli stessi l’Iva è al 6% e all’11%. In alcuni Paesi d’Europa è prevista l’aliquota del 21%, per cui aumentare la nostra di un punto non sarebbe una distorsione. Il trasferimento delle imposte dirette all’Iva potrebbe aumentare la no tax area, cioè la fascia non tassata, e diminuire le aliquote sulle fasce più basse di reddito a invarianza della pressione fiscale.
Per quanto riguarda le imprese, il guaio non sono le aliquote Ires e Irap, sopportabili, ma le numerose e vessatorie cosiddette riprese fiscali, che fanno pagare le imposte anche alle imprese in perdita.

La parte più dolente della manovra, che Tremonti si appresta a varare entro questo mese mediante il solito Decreto - che verrà trasformato in Legge in agosto, quando l’attenzione si addormenterà - riguarda i tagli alle spese, per circa 5/7 miliardi che influenzano quest’anno e circa 35/40 miliardi che influenzeranno il 2012.
Tremonti non ha alcuna scelta perché ha l’obbligo di stare entro il Patto di stabilità. Se non lo facesse non arriverebbe al pareggio di bilancio entro il 2014, col che scatterebbe una pesantissima sanzione finanziaria nell’ordine di un punto del Pil.
Il seguace di Quintino Sella non deve, però, tagliare le spese destinate agli investimenti, bensì i numerosissimi sprechi relativi al ceto politico, alla Pubblica amministrazione e alle nutritissime agevolazioni di cui si rimpinzano privilegiati e corporazioni, la cui voracità non ha alcun limite.
Giu
09
2011
Ricordate il divino Giulio numero uno (il secondo è Tremonti)? Andreotti affermava che ogni uomo debba poter comprare il pane in due forni, in modo da scegliere il migliore. Egli sosteneva che bisogna mettersi al centro del crocicchio e restarci, in modo da scegliere ciò che più conviene.
In coerenza con questa posizione mentale, ovviamente opportunistica, soleva ripetere a chi gli ricordava come fosse inopportuno tirare a campare: Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Questo comportamento deprecabile costituì la parte peggiore della Democrazia cristiana, definita democristianismo. Ve ne era una migliore, ove allocavano i veri statisti, quelli che facevano l’interesse del Paese e degli italiani e non quello proprio e dei propri amici e familiari. Ulteriore degenerazione del pensiero andreottiano fu realizzata da Bettino Craxi, pluricondannato e morto latitante, che della corruzione fece l’asse portante della sua politica.

Il presidente del Governo siciliano, impropriamente chiamato governatore, ha rilasciato una dichiarazione che ci ricorda l’andreottismo: ritornare col Centrodestra? Perchè no? Ma egli era già alleato del Cavaliere, anzi, fu eletto proprio con l’apporto decisivo del Pdl, nonchè dell’Udc. Poi i rapporti si guastarono e Lombardo ha cominciato a comprare il pane nell’altro forno, quello del Pd. Ora mezzo Pd regionale e nazionale vuole staccarsi da questa alleanza ed ecco che Lombardo fa intravedere all’altro fornaio la possibilità di comprare il suo pane.
Questo traccheggio potrebbe sembrare intelligente se non avesse un gravissimo difetto: è fatto sulla pelle dei siciliani. Infatti il Governo regionale si preoccupa di favorire i probabili galoppini che portino voti alla santa alleanza e quindi li assume, li favorisce, paga indennità, emolumenti. La cosa più grave è che non ha proceduto ai necessari tagli di spese improduttive, di sprechi, di sperperi che sono inseriti, invece, nel bilancio 2011.
Lombardo si era impegnato, nel programma elettorale, a procedere alla trasformazione delle Province regionali - istituite dalla l.r. n. 9/1986, incostituzionale perché vìola l’articolo 15 dello Statuto - in Consorzi di Comuni. Sono proprio i consorzi di Comuni che dovrebbero costituire l’ente provinciale con lo scopo di organizzare meglio i servizi degli stessi Comuni.
 
Il taglio delle Province, così come ora organizzate, comporterebbe un risparmio secco di 500 milioni perchè i Consorzi statutari potrebbero tranquillamente utilizzare il personale sovrabbondante che c’è nei Comuni.
Il governo Lombardo non ha tagliato ulteriormente la spesa sanitaria di circa 700 milioni con una drastica riduzione della spesa farmaceutica di 400 mln e con un riordino di Asp e Ao per un risparmio di almeno 300 milioni.
Vi è poi la dissennata spesa per le pensioni dei regionali. La l.r. n. 104 del 2000 ha stabilito che possono andare in pensione gli uomini con 25 anni di servizio e le donne con 20. Lombardo si era impegnato ad allineare il sistema pensionistico siciliano a quello nazionale, ma non lo ha ancora fatto.
Il suo assessore Chinnici improvvidamente, con la sua prima circolare del 2011, ha deciso che la L. 122/2010 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” non si applicasse in Sicilia. La circolare assessoriale ha impedito il taglio di indennità per consiglieri comunali, provinciali e circoscrizionali comportando il mantenimento di privilegi che costerà alla Regione 17,6 milioni.

Vi è poi l’altro privilegio dei dipendenti regionali, Lombardo si era impegnato ad allineare il loro contratto con quello dei dipendenti statali, eliminando l’inutile Aran Sicilia. Il che avrebbe comportato risparmi per altre decine di milioni. Vi è poi il grosso bubbone relativo all’Assemblea regionale che è di competenza dei deputati. Consiste nel maggior costo di cento milioni rispetto a quello del Consiglio regionale della Lombardia. Un altro privilegio da tagliare senza riguardi.
L’elenco dei risparmi è lungo e l’abbiamo più volte elencato nelle nostre inchieste. L’insensibilità e la sordità del ceto politico regionale, volto a soddisfare la famelicità delle corporazioni e ad ignorare del tutto i bisogni dei siciliani, non fa desistere la nostra azione, che continuerà con puntualità perchè siamo certi che anche i peggiori sordi alla fine avranno la grazia dell’udito. Ad ogni siciliano è indispensabile dare almeno un’opportunità.
Mag
27
2011
Partiamo dalla constatazione ormai concordata da tutti che 120 mld di imposte non entrano nelle casse dello Stato e fanno godere gli evasori che si arricchiscono per un pari importo. Per quanti sforzi possano fare Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza e Inps, è difficile andare a verificare se milioni di contribuenti paghino quanto dovuto alle casse.
Ecco perché l’articolo 42 della legge 133/2008 ha predisposto che le dichiarazioni dei redditi siano pubblicate in ogni Comune e prelevate per via telematica in modo da renderle pubbliche. Ma, stranamente, il ministro dell’Economia, Tremonti, che avrebbe bisogno di accentuare la lotta all’evasione, ha messo il veto sulla trasparenza delle stesse dichiarazioni dei redditi.
Invece, il controllo dei cittadini su quelli che dimostrano un tenore di vita ampiamente superiore ai redditi dichiarati consentirebbe di snidare i disonesti che, arricchendosi non pagando le imposte, danneggiano gli altri cittadini.

La legge sul federalismo fiscale municipale (Dlgs 23/2011) prevede, all’art. 2, che il cinquanta per cento delle imposte accertate dall’Agenzia delle Entrate su segnalazione dei Comuni viene loro accreditato. Con ciò realizzando due obiettivi: scovare gli evasori e procurare cospicue entrate nelle casse comunali.
C’è un forte bisogno di una parte dei 120 mld di imposte non incassate perché, se entrasse nelle casse dello Stato un terzo, pari a 40 mld, non ci sarebbe bisogno di fare la quarta legge estiva che deve prevedere un taglio di spese di 40 mld, a bocce ferme. 
Siamo stati i primi a rendere noto ai nostri lettori che l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio dello Stato, nel 2014, costringe il ministro dell’Economia a preparare la Finanziaria del 2013 e del 2014 in linea con questo obiettivo. Tenuto conto che nell’anno corrente il disavanzo totale previsto dal Def (Documento di economia e finanza) è di circa 65 mld, occorre procedere nei due anni successivi in modo tale che il terzo anno (2014) vi sia un pareggio che comprenda gli interessi sul debito sovrano. Non sarà facile far digerire agli italiani quanto precede, perché già soffrono di una situazione di stallo che si riflette sui consumi.
 
Sul fronte opposto ai tagli, cioè lo sviluppo, vi è l’esigenza di mettere un propellente all’economia fiacca del Paese, ove il Sud ha una crescita piatta. Lo stesso ministro Tremonti ha riconosciuto che c’è il problema meridionale. Ma esso esiste da cento anni, da quando cioè i Sabaudi hanno saccheggiato tesori, ricchezze e impianti industriali.
Per stimolare la crescita del Pil è necessario aprire i cantieri per le opere pubbliche, attivare in pieno la Legge Obiettivo (n. 443/2001), utilizzare al cento per cento le risorse europee, dare efficienza alla pubblica amministrazione affinché dia o neghi le autorizzazioni in 30 giorni, utilizzando in pieno la digitalizzazione.
Occorre, poi, combattere la corruzione interna diffusa fra i pubblici dipendenti, perché, al di là della questione morale e penale, essa rende non competitivo il sistema, in quanto i privilegiati approfittano, guadagnando molto di più di quello che dovrebbero, in modo da oliare gli ingranaggi.

Un eventuale indebitamento dello Stato per investimenti e opere pubbliche sarebbe pienamente giustificato, secondo le teorie keynesiane, perché in un tempo ragionevole metterebbe in moto meccanismi che produrrebbero aumento del Pil, creazione di decine di migliaia di posti di lavoro, aumento della circolazione della moneta, dei consumi, in breve l’attivazione un processo virtuoso di crescita.
Se questo si realizzasse, Tremonti non avrebbe bisogno di fare i tagli previsti in atto, perché le maggiori entrate fiscali compenserebbero le uscite per la spesa corrente, che comunque deve restare bloccata per i prossimi tre anni.
La questione è complessa e di difficile gestione, perché istituzioni, Governo e Parlamento, dovrebbero marciare compatte nella direzione citata, mentre la guerra continua fra maggioranza e opposizione, e all’interno dell’una e dell’altra, rende febbricitante il sistema politico e non lo mette nelle condizioni di prendere decisioni rapide ed efficaci.
Banca d’Italia ha già detto che va tagliato il 7 per cento delle spese (50 mld). Noi, prima ancora, avevamo indicato il taglio in 40 mld. Vedremo Tremonti che farà.
Apr
27
2011
Quando arriva una tornata elettorale, come quella ridotta del mese prossimo, il ceto politico si riscopre generoso perché non perde il vizio di fare clientelismo, cioè accontentare gli appetiti delle corporazioni che lo ricattano col consenso.
È dura fare il ministro dell’Economia in qualunque Paese, ma in Italia lo è ancora di più perché il sistema pubblico ha nel favore il suo pilastro principale. Il fenomeno è ancora più accentuato nel Sud-Italia, il che rappresenta un’ulteriore spiegazione del suo sottosviluppo. Un territorio, infatti, non può crescere se incatenato dai privilegi dei pochi che lo mantengono, usando anche quell’arma impropria definita corruzione. Con la corruzione materiale si alimentano gli affari disonesti e si alimenta l’evasione fiscale e contributiva.
Solo un progetto di alto profilo politico, cioè di interesse generale che abbia un respiro strategico, può schiodare le popolazioni meridionali dalla loro situazione fortemente deficitaria (mediamente il Pil è metà di quello delle sei regioni del Nord)

Giancarlo Galan, attuale ministro dei Beni culturali in sostituzione di Sandro Bondi, vuole più soldi. Con lui molti altri ministri spingono in modo meno evidente per avere più soldi. Nessuno di costoro però comunica all’opinione pubblica cosa intenda fare nel breve e nel medio periodo per tagliare il clientelismo che si nasconde dietro ogni attività pubblica.
L’abbiamo scritto più volte e lo ripetiamo: il bilancio dello Stato deve finanziare le attività ed i loro risultati, ma non tutto quello che c’è sotto. I beni culturali vanno restaurati dai tecnici (archeologi, architetti, pittori, scultori e via elencando) non da amministrativi che stanno dietro le scrivanie, non da autisti che portano in giro le cosiddette personalità, non da faccendieri che brigano affari sulle casse pubbliche.
Nella scuola, i Governi democristianocentrici e poi quelli di centro-sinistra e di centro-destra sono riusciti ad immettere 200 mila persone fra insegnanti, bidelli e amministrativi, in più di quelli che servivano, per alimentare il clientelismo, in modo da avere un ritorno di voti. Bene ha fatto la Gelmini, con la sua riforma, a ridurre drasticamente il personale eccedente. Bene ha fatto imponendo ai bidelli di fare le pulizie per risparmiare ben 300 milioni di appalti esterni.
 
Il Documento di economia e finanza (Def, varato dal Consiglio dei ministri il 13 aprile) va letto bene perché al suo interno c’è una furbata.
Si tratta di avere spostato al 2013 e al 2014 i forti tagli di spesa pubblica, che oscilleranno tra i 35 e i 40 miliardi all’anno, per restare in linea con l’ultimo Patto di stabilità del 25 marzo. Il taglio dovrebbe cominciare con la Finanziaria del 2012, in corso di elaborazione e che, come nei tre anni precedenti, dovrebbe essere oggetto di un decreto legge post-elezioni amministrative.
Proprio in quella manovra dovrebbe cominciare il taglio di 35/40 miliardi. Ma Tremonti se ne guarderà bene, anche se terrà conto dell’esito delle elezioni che avranno il loro test più importante nei quattro grandi capoluoghi: Milano, Torino, Napoli e Bologna. Se la vittoria arriderà al Pdl, Tremonti verrà incoraggiato; se, invece, i risultati dovessero essere negativi, il ministro dell’Economia sarà costretto ad allentare i cordoni ed a rinviare l’inizio del risanamento.

Che dice il Patto di stabilità citato? Dice che in 20 anni il debito pubblico degli Stati membri deve rientrare  nel parametro di Maastricht (60 per cento sul Pil). L’Italia deve tagliare circa 900 miliardi in 20 anni, cioè più di 40 per anno. Difficilmente i governi che si succederanno in questi 20 anni potranno derogare da questo percorso, per evitare le pesantissime multe previste per chi sgarra ed anche una possibile situazione del tipo di quella greca, irlandese o portoghese.
In questa politica economica di tagli, dovrà essere inserito, invece, un percorso di forti investimenti in opere pubbliche e insediamenti produttivi, creando attrattiva per gli investitori stranieri, i quali debbono venire non per appropriarsi di società italiane che vanno bene, come la Parmalat, ma per investire in loco utilizzando innovazioni italiane, manodopera italiana e filiere produttive italiane.
Solo tagliando la spesa pubblica, cominciando dal costo della politica e dall’insieme vergognoso di privilegi, potrà esserci questa svolta che deve cominciare subito anche attuando in pieno la legge obiettivo (443/2001).
Mar
29
2011
Il maestro Daniel Barenboim, la sera di martedì 7 dicembre 2010, alla prima della Valchiria di Wagner alla Scala, ha rivolto un pistolotto al pubblico per protestare contro i tagli alla cultura. Il maestro Riccardo Muti, all’Opera di Roma, il 12 marzo, ha copiato il collega e anche lui ha rivolto altro pistolotto ai presenti sui tagli alla cultura. Abbiamo grande rispetto e stima per i due direttori d’orchestra, eccellenti professionisti che conoscono a fondo il loro mestiere. Quando abbiamo avuto la fortuna di ascoltare le esecuzioni musicali delle orchestre da loro dirette, abbiamo goduto e siamo stati loro grati per le emozioni che ci hanno dato.
Opposto sentimento avvertiamo nell’ascoltare i loro pistolotti. Un direttore d’orchestra, che ha una cultura enciclopedica di musica, letteratura, storia , filosofia e arte,  non capisce nulla di programmazione, organizzazione, gestione e controllo di un ente. Perché se avesse anche una minima competenza si domanderebbe qual è la causa che fa riempire gli organici di persone inutili, entrate negli enti solo per clientelismo.

Bene ha fatto Tremonti a dare un taglio netto ai finanziamenti di tutti gli enti che producono cultura, per costringere i rispettivi consigli di amministrazione a tagliare la spesa corrente, non la produzione degli spettacoli.
Al Teatro San Felice di Genova è stato pattuito un nuovo contratto fra il Cda e i propri dipendenti con una riduzione secca del venti per cento degli stipendi, per evitare di mandare a casa quelli in sovranumero e inutili alla produzione degli spettacoli. Lo stesso non hanno fatto alla Scala, alla Fenice di Venezia, al Teatro dell’Opera di Roma, al San Carlo di Napoli, al Massimo di Palermo e di Catania.
Chi fa l’attività sono i musicisti, i coristi e i tecnici. Tutto l’altro personale, in sintesi gli amministrativi, dovrebbe essere ridotto all’osso, mentre l’organico è elefantiaco e costa enormi quantità di denaro, del tutto ingiustificato ai fini della produzione. è il virus dell’ente pubblico che vive di parassitismo e di inefficienza, perché gli amministratori non sono manager che gestiscono in base a canoni professionali, in modo da ottenere il massimo risultato con l’impiego minimo delle risorse finanziarie.
 
Gli sprechi non sono solo nei teatri lirici, ma nello spettacolo, con la produzione di film che nessuno vede e di nessun interesse culturale. Enti-carrozzone che dilapidano le risorse pubbliche attraverso organigrammi riempiti da raccomandati che percepiscono stipendi senza dar nulla in contropartita.
La questione riguarda anche gli altri settori culturali del Paese: la Scuola, l’Università, i parchi archeologici, le riserve naturali e marine, i musei, le biblioteche e quant’altro. Se Stato, Regioni e Comuni affidassero a società advisor (di controllo di gestione) la verifica e la certificazione dei bilanci - non già in ordine alla effettività delle spese, ma alla corrispondenza con un piano aziendale - si accorgerebbero che i soldi pubblici sono gestiti malissimo nel senso che vengono gettati in un pozzo senza fondo di sprechi, di clientelismi e di favoritismi. Gli ismi più dannosi che vi siano nella Cosa pubblica.

Il ministro Gelmini e i suoi consiglieri, sotto il profilo del taglio al clientelismo hanno fatto approvare dal Parlamento due buone leggi sulla Scuola e sull’Università. Se una critica va sollevata, è che esse non hanno tagliato a sufficienza la cancrena della spesa corrente inutile alla produzione dei servizi culturali dell’insegnamento scolastico e universitario.
Certo, ci vuole coraggio e carisma per razionalizzare la spesa dopo i disastrosi Governi democristiani, socialisti e comunisti che hanno fatto scempio del denaro pubblico, facendo arrivare il debito sovrano a 1.879 mld €. Col nuovo Patto di stabilità, approvato nei giorni scorsi a Bruxelles, l’Italia dovrà abbattere il suo debito di oltre 900 miliardi in vent’anni. Un’ecatombe. Impossibile da realizzare.
Lo strangolamento dell’Unione è sempre più pressante, pilotato dal duo Merkel-Sarkozy. Facile per loro, perché hanno i conti a posto. C’è da auspicarsi che Tremonti, negli esercizi 2012 e 2013, tagli ancora 50 mld di inutile spesa clientelare, partendo, come esempio, dall’abbattimento del costo della politica.
Se la testa del pesce puzza, è da buttar via. I politici sono avvertiti.
Gen
05
2011
Il ministero dell’Economia ha sbandierato un risultato che definisce molto lusinghiero e inatteso: il disavanzo 2010 è stato di 67,5 mld €, sottolineando che vi è stato un risparmio di ben 19,3 mld € rispetto al 2009. Il ministro Tremonti avrebbe dovuto fare questa comunicazione col capo cosparso di cenere e non tentando di imitare  il suo Primo ministro con un colpo di illusionismo. Avrebbe dovuto dire la verità e, cioè, che sulla montagna di debito pubblico alla fine del 2010 è stata caricata un’altra grossa pietra di 67,5 mld €.
Il dato è pessimo, perché non solo non è intervenuto a ridurre il debito sovrano, ma l’ha appesantito. Il ministro dell’Economia viene elogiato per il suo rigore. In effetti, si è trattato di un rigoricchio, cioè di una stretta quasi insignificante che non ha cambiato per nulla la struttura della spesa pubblica.
In modo ben diverso si è comportato il primo ministro britannico David Cameron, il quale come primo atto della sua manovra ha tagliato 500 mila dipendenti pubblici.

Proprio nel versante della pubblica amministrazione statale, regionale e locale Tremonti non solo non ha operato alcun taglio, ma ha consentito che i 3,5 mln di dipendenti pubblici avessero incrementi salariali di oltre il 4 per cento, ben superiore all’inflazione e agli incrementi dei dipendenti privati. Non solo, ma la spesa corrente non è stata compressa, per cui anch’essa è aumentata per un effetto inerziale insopprimibile.
Berlusconi continua a battere il tasto della riduzione della pressione fiscale, ma è un tasto stonato. Infatti la pressione fiscale non può essere diminuita se non si tagliano le spese, sia per restare dentro il Patto di stabilità europeo, che per cominciare a intervenire sul debito pubblico che è di 1.867 mld €.
è comprensibile la difficoltà di un Governo che deve tagliare le spese clientelari, cioè quelle che portano voti. Ma ormai siamo al redde rationem: non c’è più spazio per ulteriori gesti illusori. Si deve passare con decisione ad abbattere gli 80 mld annui di interessi sul debito contro la metà che hanno i più importanti partner europei. è questo il nodo della manovra. Il resto è solo propaganda.
 
Il primo ministro della Spagna, José Luis Rodríguez Zapatero, ha tagliato la spesa pubblica del 15 per cento, incidendo sugli apparati più che sui servizi. Ecco un esempio che andrebbe emulato.
La pubblica amministrazione italiana è piena di apparati. Quando gli ignoranti protestano contro i tagli, dovrebbero invece protestare per il fatto che i tagli non colpiscono gli apparati, cioè strutture inutili alla produzione dei servizi pubblici. Forse perchè chi protesta fa parte degli apparati e gode, come altre corporazioni, di rendite di posizione cui non vuole rinunziare.
L’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha lanciato una proposta provocatoria e inattuabile per abbattere il debito pubblico: far pagare ai contribuenti che dichiarano da 15 mila € in su all’anno una cifra che andrebbe a impinguare il fondo ammortamento del debito pubblico. Si tratterebbe di una patrimoniale, come quella che egli stesso fece pagare agli italiani nel 1992, quando varò una manovra finanziaria di ben 96 mila mld  di lire.

Tutti ricorderanno che la mattina dopo, chi era titolare di un conto corrente bancario o di un libretto di deposito, si trovò decurtato il saldo attivo dello 0,6 per cento. Non è questa la strada, perchè comunque sarebbe inutile dal momento che ogni anno vi è un disavanzo che si somma al debito pregresso.
è stata sbandierata l’ipotesi di alienare il patrimonio pubblico non funzionale all’esercizio delle attività istituzionali che non avesse caratteristiche storiche o archeologiche, ma l’idea è rimasta nei cassetti mentre attuando un piano rigoroso e adeguato, potrebbe portare nelle casse dello Stato 300 o 400 mld € da destinare esclusivamente al già citato fondo ammortamento debito pubblico, con l’effetto indiretto di abbattere sensibilmente i relativi interessi.
Da qualunque parte si giri, la questione del debito è centrale nella politica economica italiana, perché i circa 40 mld in più di interessi sono indispensabili per la crescita economica. Mantenendo questo gravame, il Governo ha le mani legate e invece deve sciogliersele al più presto. Oppure porterà il Paese al disastro.
Ott
02
2010
La Banca d’Italia comunica che il debito pubblico, al 31 luglio 2010, è arrivato a 1.838,3 miliardi di euro, partendo, il 1° gennaio, da 1.760,7 mld di euro. Si è prodotto un maggiore indebitamento, in appena 7 mesi, di 78 miliardi. Se dovesse proseguire con questo ritmo, alla fine dell’anno il debito potrebbe arrivare a 1.880 miliardi, diventando il primo in assoluto nel mondo. Questo fatto indica il fallimento della politica del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, il quale non è stato in condizione, nonostante la manovra attuata con la legge 122/10, di tagliare adeguatamente le spese, in modo da compensare la diminuizione del gettito fiscale.
Secondo la Ruef (Relazione unificata economia e finanza pubblica 2010), il Pil nominale dell’anno in corso dovrebbe attestarsi a 1.554 mld, la spesa a 734 mld, le entrate a 724 mld. Il disavanzo primario che ne consegue è di 10 mld, cui si sommmano 73,5 mld per interessi sul debito.

Cosicché, secondo le previsioni, il debito pubblico dovrebbe aumentare di 83,5 mld. Dai numeri elencati risulta ben evidente che questo obiettivo sarà fortemente superato.
Le cause di tale pessimo risultato, appunto un fallimento, sono due. La prima riguarda l’incapacità del Governo di stimolare l’economia per portare il Pil ad un incremento di oltre il 2%, come sta facendo la Germania. La seconda, ancora più grave, di non avere tagliato la spesa corrente, falcidiando il parassitismo, gli sprechi, i privilegi di un ceto politico, burocratico, imprenditoriale e sindacale, che mangia nella greppia pubblica a quattro mani, facendola sempre di più indebitare.
In questo quadro, Tremonti ha commesso un altro gravissimo errore di politica economica: ha tagliato le spese correnti con una linea orizzontale; con ciò, punendo gli enti virtuosi e non penalizzando a sufficienza gli enti viziosi. Si tratta, quindi, di una politica economica non rigorosa, che ha lasciato inalterati gli equilibri; mentre una manovra economica deve apportare correzioni ove abbisognano. Insomma, gli occhiali di Tremonti non hanno messo a fuoco la sua vista, ovvero, peggio, egli ha visto le cose, ma ha fatto come le tre scimmiette.
 
Il successore di Quintino Sella ha commesso un ulteriore errore di politica economica: ha tagliato trasferimenti per la costruzione di infrastrutture (opere pubbliche) e non la spesa corrente. è del tutto evidente il danno che si crea all’economia quando si rinviano o si ritardano le opere pubbliche.
Lo sviluppo di un Paese è basato sulle infrastrutture. Nel suo complesso, l’Italia ha un tasso infrastrutturale che è pari alla metà di quello della Germania e, all’interno, il tasso infrastrutturale del Sud e della Sicilia, è dimezzato rispetto alle regioni del Nord. Ecco una delle spiegazioni dell’arretratezza del Meridione.
Proprio per pareggiare il conto, Tremonti avrebbe dovuto tagliare la spesa corrente con l’accetta e trasferire i risparmi verso opere pubbliche, per due terzi al Sud e un terzo al Nord, in modo da cominciare il livellamento infarastrutturale. Per fare questo, occorre un forte peso politico meridionale, senza il quale vincono Bossi e compagni.

Da più di un anno Tremonti non firma il mandato per trasferire alla Sicilia le risorse Fas per 4,3 mld. Abbiamo l’impressione che egli voglia affamare la Sicilia, negandole quanto è suo diritto avere, con lo scopo di prosciugare le disponbilità finanziarie e, quindi, portarla al dissesto. Appunto il dissesto è una delle cause per le quali si può sciogliere l’Assemblea con relativa decadenza del presidente della Regione, in modo da nominare un commissario governativo che possa mettere ordine.
La manovra è subdola, ma appropriata allo scopo di buttare giù il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, e mandare il popolo alle elezioni, possibilmente in concomitanza con quelle nazionali che verosimilmente si svolgeranno in aprile 2011. Lombardo deve subito attivare non solo una pressione politica insieme con i nuovi alleati (Udc di D’Alia, Finiani, Rutelliani e Pd), ma anche procedimenti giudiziari sia davanti alla Corte costituzionale che dinnanzi alla Corte di giustizia europea. L’obiettivo più importante è quello di riattivare l’Alta Corte e di mettere in mora il Governo nazionale. Altro che occuparsi della Tirrenia.
Lug
10
2010
Il ministro dell’Economia ha parlato di cialtroneria. Il termine significa essere cialtrone per abitudine o per natura. A sua volta, fra i vari significati, cialtrone è persona sciatta che nel lavoro sia solita abborracciare.Come definire meglio di così chi non fa il proprio dovere? Il dovere di questa Regione, ceto politico e burocratico, è di fare sviluppare le attività portando sul mercato tutte le risorse finanziarie disponibili e attraendo altre risorse da tutto il mondo per investimenti in un meraviglioso territorio che offre opportunità potenziali sempre utilizzate poco.
Gli unici veri investimenti, nel corso dei decenni, sono stati quelli dei petrolieri perchè qui hanno trovato un ceto dirigente servile e hanno potuto insediare stabilimenti altamente inquinanti, senza mai aver pagato contropartite disinquinanti.
Al riguardo, fa specie sentire le pressioni del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, perchè il Governo regionale approvi l’installazione di tre termovalorizzatori da oltre 500 mila tonnellate.

Si tratta di impianti obsoleti e superati che industrie del Nord non sanno a chi vendere: un’ulteriore forma di colonizzazione inaccettabile.
A fronte di una forte denuncia di questo screanzato tentativo, vi è la soluzione costituita da impianti che possano servire una provincia o porzione di essa e quindi avvicinino la responsabilità del ciclo degli Rsu (Rifiuti solidi urbani) ai cittadini, i quali possano sorvegliare l’efficienza del servizio.
Nell’ambito di un Piano regionale, ogni Provincia, sotto forma di Consorzi di Comuni, o Consorzi di Comuni di dimensioni minori, debbono avere la facoltà autonoma di acquistare tali impianti e di gestire senza interferenze un servizio locale.
Le risorse per investimenti ci sono, ma restano accantonate per incapacità degli amministratori regionali e locali di utilizzarle. Chi ha la responsabilità di guidare una Regione importante come la Sicilia deve mettere in atto dei congegni legislativi e amministrativi che siano cogenti nei confronti della propria amministrazione e di quella degli Enti locali. I direttori generali che non spendono devono essere revocati, i sindaci che non fanno progetti devono decadere per legge.
 
Tremonti ha ragione quando definisce cialtroneria la semplice fotografia del fatto che su 44 miliardi di Fondi ne sono stati spesi solo 3,6, meno del 10 per cento. Si potrebbe definire in altro modo ma non ci preoccupiamo di un lessico fantasioso, bensì del fatto in quanto tale. Solo la Sicilia in tre anni e mezzo del Piano 2007/13 avrebbe potuto spendere la metà, pari a circa 9 miliardi e non è arrivata neanche al 10 per cento. Manca, quindi, sul mercato isolano, la liquidità conseguente, con un’accentuazione di problemi per tutti. Si tratta di vera irresponsabilità. Se nessuno risponde della propria missione, c’è il caos. Come definire la mancata spesa di 9 miliardi?
Deve finire il gioco dello scarica- barile, per entrare in un percorso virtuoso in cui ogni pezzo della società siciliana faccia l’intero proprio dovere. Senza di che, si continueranno a rimbalzare le colpe, un meccanismo privo di risultati positivi.

L’incertezza della situazione politica è causa di un procedere insicuro e incerto, il che comporta una perdita del prezioso tempo che non abbiamo più.
Vi è una discussione continua fra tutte le componenti di maggioranza e opposizione che in un caleidoscopio in continuo movimento si uniscono e si separano. La situazione regionale riflette quella nazionale nella quale ognuno aspetta di far fuori l’avversario o il compagno, senza peraltro guardare quello che c’è dopo.Tutto ciò infischiandosene dei siciliani e soprattutto dei 236 mila disoccupati, secondo l’Istat, che ormai vivono in condizioni difficili perchè in molti non hanno la preparazione sufficiente per rispondere alle numerose opportunità di lavoro che ci sono anche in Sicilia.
Da noi abbiamo anche questa carenza: una modestia professionale che non rende competitiva nel suo complesso la comunità isolana con quella delle più avanzate regioni del Nord Italia e dell’Europa. Anche a questo dovrebbe pensare il ceto politico, guardando avanti e abbattendo il tasso di rissosità che è un danno per tutti, nessuno escluso.
Lug
02
2010
Siamo arrivati al redde rationem. Con la relazione metodologica di Tremonti approvata dal Consiglio dei ministri, si procede verso il completamento e l’approvazione del decreto legislativo che stabilisce i costi standard e gli standard di efficienza. Non appena pubblicato, potranno essere redatti gli elenchi degli enti pubblici virtuosi (quelli che li rispettano) e gli elenchi dei Comuni viziosi (quelli che si sono dati alla pazza gioia spendendo e spandendo).
Purtroppo, questi ultimi sono in maggioranza nel Sud e in maggioranza in Sicilia, fra i 390 Comuni. La voce più cospicua di sforamento rispetto ai costi standard è quella dei dipendenti, frutto della politica clientelare di questi decenni, in base alla quale sono stati intasati gli uffici pubblici di persone di cui non vi era assolutamente bisogno.
Sindaci incapaci di far funzionare la loro macchina amministrativa con servizi puntuali e di qualità hanno continuato a fare una politica di basso profilo che ha portato ad immobilizzare l’attività dei loro enti.

Ora è il momento che i nostri 390 sindaci diventino virtuosi e cioè facciano quadrare i propri bilanci, privilegiando le spese produttive e riducendo fortemente quelle che ingessano il funzionamento dell’ente e non consentono di imboccare la via dello sviluppo. L’euro e il Patto di stabilità non consentono ulteriori proroghe. Volere o volare, bisogna che i sindaci si convincano che debbono imboccare una strada di politica alta, tagliando i rapporti con i questuanti, tagliando le spese parassitarie, tagliando i posti dei raccomandati e continuando con la sistematica eliminazione di sprechi quali consulenze e auto blu.
I sindaci virtuosi potranno ridurre anche al di sotto del limite previsto dalla legge il numero di assessori e i loro compensi e potranno chiedere al Consiglio comunale di votare il dimezzamento di indennità, gettoni di presenza e altri ammennicoli a favore dei propri componenti.
I sindaci virtuosi dovranno trattare i tassi dei vecchi mutui utilizzando la moral suasion o altri mezzi per ridurre gli enormi interessi passivi. Dovranno anche cominciare a pagare puntualmente i fornitori.
 
Nei bilanci degli enti locali vi sono spese non previste. In particolare quelle che derivano da controversie giudiziarie perse, sia attivate da dipendenti che da fornitori. Si tratta di cifre cospicue che una buona e sana amministrazione potrebbe evitare precedendo le controversie.
Ecco, bisogna fare buona e sana amministrazione. Cioè, l’amministrazione del pater familias. Ogni sindaco dovrebbe preoccuparsi di spendere solo quanto necessario per produrre i servizi da somministrare ai propri cittadini. Ovviamente, servizi della massima qualità possibile, in modo da soddisfare le esigenze degli iscritti alla propria anagrafe e degli ospiti esterni.
Il sindaco non potrebbe fare nessun’altra attività. Perché amministrare una città, piccola o grande che sia, comporta quasi un impegno a tempo pieno. Chi fosse distratto da altre azioni, perderebbe la concentrazione e non potrebbe sviluppare concretamente il programma che ha proposto agli elettori in campagna elettorale.

I sindaci virtuosi dovrebbero costituire all’interno della propria amministrazione un nucleo di Polizia tributaria, con lo scopo di snidare gli evasori totali o parziali e riscuotere tutte quelle imposte locali che costituiscono un’importante parte delle entrate.
Data l’eccedenza di personale, non dovrebbe essere difficile la costituzione di tale gruppo o il potenziamento ove esso esistesse già.
Infine, vi è un problema ambientale e di controllo del territorio. Una città confida nella propria amministrazione affinché tutta la sua superficie sia tenuta in ordine sotto tutti i punti di vista. I più importanti sono: evitare che vengano costruiti immobili abusivi o che vengano implementati immobili esistenti, far sì che il traffico funzioni disciplinato da semafori intelligenti e governato dalla centrale dei vigili urbani, che i poster 6x3 vengano installati in modo da non deturpare l’ambiente, che i cittadini vengano serviti anche inducendoli a rispettare le regole di civiltà nell’interesse generale.
Giu
18
2010
Se un torto ha il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è quello di essere entrato nelle spese dei singoli ministeri andando a tagliare secondo la sua opinione. Con ciò ha leso l’autonomia dei vertici politici, ai quali invece bisognava dare le indicazioni dell’ammontare complessivo delle spese finanziabili. Uguale errore ha commesso nel dare un taglio ai trasferimenti verso Regioni e Comuni senza distinguere fra enti viziosi ed enti virtuosi.
Fatto salvo quanto precede, bisogna apprezzare il rigore del ministro anche se, come abbiamo più volte sottolineato, esso appare insufficiente. Tremonti ha tagliato solo 12 mld € di spesa per il 2011, pari all’1,6 per cento della spesa complessiva stimata dalla Ruef in 734 mld €.
La manovra è insufficiente perché crea comunque un disavanzo primario e carica sull’enorme debito pubblico di 1.797 mld € altri 71 mld € di interessi che esso stesso genera: una sorte di vite senza fine.
Anziché sostenere e incoraggiare questa linea, alcuni stolti la contrastano per ragioni demagogiche.

Tremonti fa un esame al mese: l’asta dei titoli del debito pubblico che devono essere sottoscritti dal mercato in sostituzione di quelli che scadono e devono essere pagati. Il mercato compra tali titoli se essi godono ancora di un rating buono (possibilmente tripla A) e se il loro spread con i bund tedeschi sia limitato.
Tutto ciò accade nella misura in cui i conti dello Stato siano tenuti sotto controllo, tentando di raggiungere il consuntivo di fine 2010 senza disavanzo primario.
 
Se Tremonti avesse avuto più coraggio e se Berlusconi non avesse fatto in campagna elettorale promesse che non poteva mantenere, se non badasse continuamente ai sondaggi per governare, la manovra sarebbe stata più rigorosa. La Merkel, infatti, ha tagliato spese per 80 mld € e non per 24, pur avendo un debito pubblico dimezzato rispetto a quello italiano. Fatte le debite proporzioni, Tremonti avrebbe dovuto tagliare anch’egli 80 mld €, ma non l’ha fatto perché il provvedimento sarebbe stato tanto impopolare da far crollare la supposta popolarità del Cavaliere.
Gli statisti non governano con i sondaggi, ma fanno gli interessi della maggioranza dei cittadini tagliando i privilegi delle corporazioni, che sono forti e hanno voce. Governare con i sondaggi è come non governare e infatti questi primi due anni di legislatura sono passati con interventi di cui non si è sentito l’artiglio.
Il provvedimento di bloccare le assunzioni pubbliche (una nuova rispetto a cinque esodi) va nella direzione giusta, ma non è sufficiente.

Chi ha detto, dove è scritto che i dipendenti pubblici debbano essere 3,4 milioni? Da quale Piano industriale o da quale Piano organizzativo scaturisce questo fabbisogno? Ecco il vulnus del comportamento di Tremonti. Per reggere meglio gli esami mensili avrebbe dovuto portare agli organismi internazionali di valutazione modelli organizzativi collaudati, in modo da ricevere maggiori apprezzamenti.
Peraltro, gli apprezzamenti ci sono stati, sia da parte del Fondo monetario che da parte dell’Unione europea, ma la politica economica del ministro poteva e doveva fare di più.  Non è importante ottenere apprezzamenti, ma rimettere in equilibrio i conti dello Stato e abbattere quella bestia feroce che è il debito pubblico di 1.797 mld €, oltre il 115 per cento del Pil. Ricordiamo che il parametro di Maastricht è del 60 per cento. Intorno a esso si trova il debito degli altri Stati fondatori dell’Unione. L’Italia non può averne uno doppio perché gli interessi divorano lo sviluppo.
È chiaro che tutti i soggetti cui vengono tagliate risorse urlano. E lo fanno spesso in modo egoistico, anziché cominciare a fare l’esame di coscienza. A valutare, cioè, se si siano comportati in maniera professionale nel gestire le risorse ricevute e se non possano fare risparmi migliorando l’organizzazione dei propri servizi, senza tagliare i servizi sociali.
Tutti quelli che reclamano in direzione opposta sono in malafede, tranne coloro che già si comportano in modo virtuoso.
Giu
11
2010
Secondo l’Istituto Bruno Leoni l’Italia è ultima per libertà d’intrapresa, dietro a Irlanda, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e persino Grecia. In oltre sessant’anni di governi di varia natura la questione non è mai stata affrontata di petto, anzi sul sistema delle imprese si sono stratificate norme di ogni genere incatenando le attività economiche in un sistema asfissiante.
L’idea del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione ha una connotazione mediatica ma non sostanziale, perché è priva di logica, di ragionevolezza e di effetti. Che dice l’incriminato articolo? Che l’iniziativa economica privata è libera, che deve essere in sintonia con l’utilità sociale, con la sicurezza, con la libertà e la dignità umana. Conclude che la legge determina i programmi e i controlli perchè l’attività economica pubblica e privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali. Non si capisce in qual modo la norma vincoli l’impresa.

Sembra echeggiare la favola di Fedro che rappresenta la volpe e l’uva. Infatti sono le pessime leggi e relative procedure amministrative che hanno incasinato l’attività economica. Nè, d’altra parte, i controlli previsti debbono essere effettuati necessariamente in via preventiva. Essi infatti possono essere successivi.
Sembra che l’iniziativa abbia più un carattere di sondaggio che non di concretezza. Che non vi sia bisogno di modificare la Costituzione con una procedura lentissima di anni è provato dall’esistenza di un apposito ministero per la Semplificazione, che si sta occupando proprio di tagliare le leggi inutili e di sistemare i percorsi di tante altre che complicano la vita non solo alle imprese ma anche ai cittadini. è proprio tale ministero che ha in mano l’accetta e la soluzione per liberare le imprese dai vincoli. Peccato che a distanza di due anni gli effetti della sua azione, al di là dei roghi propagandistici, non si sono ancora visti.
Se il ministro Roberto Calderoli avesse fatto affrontare dai suoi tecnici come togliere dalle spalle dei piccoli e medi imprenditori inutili e pesanti adempimenti, già fin da oggi una parte dei circa 11 miliardi del peso della burocrazia sul sistema imprenditoriale sarebbe tagliata.
 
Già la recente legge  sulla Comunicazione Unica, entrata in vigore il primo aprile, consente di aprire un’attività in un solo giorno. Basterebbe centralizzare qualunque adempimento di ogni iniziativa imprenditoriale presso un unico ufficio, per decimare senza pietà i cavilli e le pretese di una Pubblica amministrazione iniqua e vessatoria cui le norme redatte da personale incompetente e in malafede hanno dato un potere straordinario.
Ingannare l’opinione pubblica spiegando che per liberare le imprese bisogna modificare la Costituzione è un grande reato etico che dovrebbe essere punito dalle imprese e, per esse, dalle organizzazioni imprenditoriali che le rappresentano. Ma di fronte all’inutile proclama non abbiamo sentito né Confindustria né Concommercio né le altre associazioni dire la verità e spiegare come l’ipotesi prospettata dal gatto e la volpe (Berlusconi eTremonti) sia solo fumo negli occhi.

Vi è un altro modo concreto per togliere il peso della Pubblica amministrazione che grava sulle imprese: rendere telematiche tutte le procedure abolendo totalmente carta e raccomandate. A riguardo dobbiamo muovere un rilievo al ministro Brunetta che abbiamo apprezzato nel forum pubblicato il 9 maggio 2009. Il ministro ha reso obbligatoria l’introduzione della Pec per i professionisti entro il 29 novembre 2009, ma non ha ancora fissato una data affinché tutti gli uffici pubblici siano dotati di Pec né la sanzione a carico dei dirigenti che non la attivano entro tale data. La conseguenza è che imprese e cittadini sono ancora obbligati a ricevere e inviare cartaccia e andare alla Posta per fare raccomandate, quando invece il dialogo dovrebbe avvenire in tempo reale.
Non basta tagliare i capitoli di bilancio, bisogna tagliare le procedure, inserire come principio generale il silenzio-assenso, informatizzare ogni canale da e per la Pubblica amministrazione. Ecco alcune cose semplici e dettate da buon senso. Non inutili annunci roboanti di cambiamenti costituzionali lunghi anni. Non c’è più tempo.
Giu
02
2010
Le Considerazioni finali della relazione che il Governatore  della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha letto all’assemblea il 31 maggio hanno attirato l’attenzione non tanto sul generico consenso alla Manovra finanziaria 2011-2012, quanto alla ripetizione della locuzione macelleria sociale usata per la verità per primo da Giulio Tremonti.
In effetti, la locuzione si riferiva ai tagli e non all’evasione, quindi la novità consiste nel fatto che il Governatore ha spostato il bersaglio verso l’evasione fiscale e contributiva. La connessione è che non incassando 120 mld € lo Stato non può ridistribuire risorse soprattutto ai ceti più deboli anche attraverso servizi sociali indispensabili ad anziani, ammalati e bambini.
La tiepida approvazione della manovra, da parte di Draghi, conferma che essa è stata fatta all’acqua di rose. Il ministro Tremonti sa perfettamente che la questione riguarda l’abbattimento del debito pubblico, che passa attraverso l’avanzo e non il disavanzo annuale.

Intendiamoci, non l’avanzo primario - cioè l’eccedenza delle entrate rispetto alle uscite senza tener conto degli interessi passivi sul debito pubblico - ma l’avanzo che abbia coperto tali interessi, in modo che vada a decurtare il debito. La conseguenza è che negli anni successivi tali interessi diminuirebbero, liberando risorse per investimenti.
Draghi ha centrato il cuore della sua relazione sull’aumento delle entrate, non in conseguenza di nuove o maggiori imposte, bensì sulla scoperta di redditi nascosti. Forse la sua attenzione poteva essere più precisa, elencando i numerosissimi sprechi dello Stato nei suoi tre livelli, centrale, regionale e locale, e dei privilegi della Casta politica, dove numerosissimi ex continuano a mangiare sulla greppia pubblica, cioè sui nostri soldi, anziché vivere solo delle pensioni.
Ci riferiamo, a titolo di esempio, a ex (presidenti di Repubblica, presidenti del Consiglio, ministri, presidenti di Regione e via elencando) che continuano ad avere uffici, segretarie, auto blu, rimborsi di spese telefoniche e viaggi aerei e ferroviari, tutti a carico nostro. Una vergogna.
 
La questione dei tagli della spesa pubblica è stata affrontata in maniera ben più rigorosa dalla Spagna, che ha tagliato il 7,7 per cento, pari a 15 mld €, più 50 che aveva già tagliato; dalla Germania, che ha tagliato 70 mld €; dalla Gran Bretagna, il cui primo ministro David Cameron si è perfino privato dell’auto blu e pare voglia rinunciare alla tradizionale sede di Down Street 10.
Impensabile che la Presidenza del Consiglio rinunzi anche ad uno dei cinquemila dipendenti, una massa pletorica di gente inutile (ma poi vi è una minoranza che lavora seriamente e duramente) se confrontata con le poche centinaia di dipendenti della cancelliera Merkel o del presidente Sarkozy.
Draghi non ha puntato il dito sulla cancrena che c’è nella pubblica amministrazione, cioè su quella corruzione che dilaga ogni giorno di più perché è venuto meno il codice etico dei comportamenti pubblici. Tutti tengono famiglia e ognuno giustifica l’altro perché ha la riserva di commettere a propria volta violazioni.

Il Governatore non ha neanche puntato l’accento, come avrebbe dovuto, sulle ingiustificate lamentele di ministri, sindaci e responsabili di amministrazioni di vari livelli per le riduzioni dei trasferimenti. Occorreva un’autorevole reprimenda che ricordasse come fosse (e sia) necessaria una riorganizzazione di tutte le amministrazioni, in modo da riqualificare la spesa, aumentare l’efficienza e produrre risultati più consoni alla necessità di utilizzare bene le imposte pagate con tanta fatica dai bravi cittadini.
Probabilmente è questo il nocciolo della rivoluzione che euro e patto di stabilità stanno silenziosamente creando nel nostro Paese, con maggiore incidenza nel Mezzogiorno. Finalmente ministri e direttori generali da un canto, presidenti di Regione e dirigenti regionali dall’altro, sindaci e dirigenti locali dal terzo lato del triangolo devono capire che le risorse pubbliche vanno spese in base a Piani industriali e non a metodi clientelari che favoriscono questo o quello. Questa rivoluzione l’avevamo preannunciata negli anni Duemila e dopo dieci anni gli effetti si cominicano a sentire. Anche i falsi sordi si dovranno piegare all’evidenza dei fatti. Non è mai troppo tardi.
Giu
01
2010
Il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto legge sulla manovra finanziaria 2011-2012, che entro 60 giorni dovrà essere convertito in legge dalle Camere. Abbiamo manifestato le nostre osservazioni sulla pochezza di detta manovra perché è più un’operazione di maquillage che non di tagli definitivi dell’enorme e inutile spesa pubblica.
Il Governo ha scelto di fare la muina perché, se volesse veramente scoprire gli evasori fiscali e contributivi che si annidano soprattutto nel Mezzogiorno, perderebbe una parte del consenso elettorale essenziale alla sua sopravvivenza. La lotta all’evasione, che fanno meritevolmente Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, deve basarsi in via principale sulle strade del denaro, così come aveva intuitivamente cominciato a fare il prefetto Dalla Chiesa, quando iniziò le indagini vere sulla mafia a Palermo. Tremonti ha abbassato il livello della tracciabilità obbligatoria del denaro a 5.000 euro (dai 12.500), ma avrebbe dovuto ulteriormente portarlo a 1.000 euro perché non si vede quale persona onesta usi denaro liquido per operazioni superiori a tale soglia. Per tutte le altre, coloro che non hanno nulla da nascondere, lo fanno mediante bonifico telematico o carta di credito.

L’ex ministro Visco aveva emanato una disposizione, con la quale le dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani potessero essere regolarmente pubblicati sui giornali di modo, che si cominciasse ad esercitare quel controllo sociale democraticamente indispensabile affinché risulti evidente a tutta la collettività il rapporto tra tenore di vita e redditi dichiarati. A fronte di questa disposizione esiste la Legge 133/08 (art. 42, comma 1 bis) secondo la quale “la consultazione degli elenchi presso l’ufficio delle imposte e presso i Comuni... può avvenire anche mediante utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”.
Ma nonostante tali norme il ministro dell’Economia ha di fatto bloccato illegittimamente tale forma di trasparenza con la conseguenza che noi abbiamo chiesto ripetutamente alla direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate gli elenchi delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche, con importi superiori a 100 mila euro per ogni provincia, ma ci sono stati negati ripetutamente.
 
Il dovere prima del diritto. Io ho il dovere di pagare le tasse. Dopo posso chiedere se anche tu le paghi. E siccome io le pago, ti chiedo, cortese cittadino, se anche tu compi parimenti il tuo dovere. Se non lo facessi, saresti un parassita della collettività, nel senso che usufruisci dei servizi pubblici (magari scadenti) ma non contribuisci al loro costo. E questo è molto male perché la moltitudine di evasori crea quell’enorme ammanco di entrate, ormai stimate universalmente in 120 miliardi di euro, che potrebbero raddrizzare la sfasciata barca della finanza pubblica.
L’evasione ha una sua precisa copertura politica perché c’è chi guadagna dal suffragio dei cattivi cittadini. Non ci riferiamo ovviamente alla criminalità organizzata perché è ovvio che da quella parte non ci possiamo aspettare introiti, ci riferiamo a quell’enorme massa di imprese, professionisti, artigiani e altri che dichiarano redditi spesso inferiori a quelli dei propri  dipendenti.

Vi è poi un’altra categoria di cittadini che non paga le tasse, vale a dire coloro che ricevono indennità di ogni genere e tipo e che si guardano bene dal cumulare in un’unica dichiarazione. Ciascuna indennità spesso si trova nella cosiddetta no tax area ma se tali introiti si cumulassero dovrebbero scontare imposte.
L’elenco degli evasori non finisce qua. Vi è una categoria che evade per legge. Si tratta dei parlamentari nazionali e regionali per i quali è consentita una notevole evasione fiscale consistente nel non portare a reddito una parte dei loro proventi sotto forme diverse (rimborsi, indennità, vitalizi e altri).
Come può la classe politica fare la lotta all’evasione fiscale se per prima evade, seppure col timbro di una apposita legge da loro stessi votata? Si tratta di una vergogna nazionale che i giornali non mettono in evidenza. Chiunque percepisca redditi a qualunque titolo non può avere il privilegio di averne tassata solo una parte. I redditi sono redditi, qualunque ne sia la fonte e vanno assoggettati comunque a imposta secondo l’articolo 53 della Costituzione. Oppure, sono tutti uguali, ma c’è qualcuno più uguale degli altri.
Mag
15
2010
Vi sono due circostanze che devono farci riflettere. La prima riguarda il ritardo pernicioso con cui la Finanziaria 2009 e la Finanziaria 2010 sono state approvate: quattro mesi. La seconda è di segno contrario e si riferisce alla capacità del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, di fare approvare, con decreto legge 112/08, la Finanziaria 2009. Tremonti sorprese tutti e bruciò le velleità di chi cercava di imbarcare nello strumento finanziario ogni sorta di spesa clientelare. Con sei mesi di anticipo cristallizzò la situazione.
Due circostanze di senso opposto, la prima viziosa, la seconda virtuosa. Ed è proprio quest’ultima che dev’essere presa ad esempio dall’assessore all’Economia, Michele Cimino, per evitare il terzo anno di defaillance. In altri termini, sulla base del documento di programmazione economica e finanziaria, Cimino può impostare la Finanziaria 2011 e  portarla in Assemblea per la sua approvazione prima dell’estate. In modo che le ferie mettano una pietra tombale sulle aspirazioni dei clientes.

Il commissario dello Stato, Michele Lepri Gallerano, ha falcidiato la Finanziaria 2010 , tagliando interi articoli o parti di essi, sia sul versante delle entrate che su quello delle uscite. Per le uscite, sembra che il legislatore sia diventato irresponsabile. Ci spieghiamo. Approva, infatti, norme di spesa sapendo che esse saranno portate davanti alla Corte costituzionale e, quindi, rese inoperanti. Ma, intanto, lo stesso legislatore accontenta la piazza: “Abbiamo fatto quello che volevate, ma se non passa non è colpa nostra”. Pessimo messaggio.
La scure del commissario dello Stato si è abbattuta su tutte quelle spese che riguardano indennità e stipendi per stabilizzare i cosiddetti precari, notoriamente quella truppa di raccomandati chiamati con l’unico merito di essere stati segnalati da questo o quel politico.
Dopo la conclusione annunciata già da giugno 2007 sulla vicenda dello stabilimento Fiat di Termini Imerese, un ceto politico debole e infingardo non prende il coraggio a due mani e parla con chiarezza a tutti i precari: “Non ci sono soldi per assistenza e ammortizzatori sociali”.
 
Peraltro, è noto al Governo regionale che per ogni miliardo destinato ad investimenti di infrastrutture e attività produttive, si mettono in moto circa diecimila posti di lavoro. Si tratta, quindi, di destinare tutte le risorse disponibili (europee, statali e regionali), per finanziare progetti cantierabili in ogni parte della Sicilia,  in modo che precari e disoccupati trovino in tempi brevi il lavoro. La questione verte non solo sulla destinazione delle risorse e, quindi, sulla loro massima utilizzazione, ma sulla rapidità con cui esse s’immettono nel mercato regionale. C’è bisogno di alimentare un processo virtuoso di produzione del Pil, in modo da spostarlo rispetto a quel misero 5,6% sul Pil nazionale.
Di questo Cimino dovrà tenere conto nel redigere la Finanziaria 2011 da portare all’Ars. Non vi sono elezioni in vista, Governo e maggioranza sono nelle condizioni di fare scelte immediatamente impopolari, ma che daranno frutti a uno o due anni di distanza, prima della fatidica scadenza del 2013, anno di elezioni.

Per bene impostare la Finanziaria 2011 occorre andarsi a studiare il bilancio della Regione Lombardia, che è molto proiettato sugli investimenti e contenuto sulla spesa corrente, due linee strategiche che danno un valore aggiunto.
Gli investimenti devono essere effettuati sui progetti cantierabili che gli Enti locali dovrebbero inviare copiosamente alla Regione per ottenerne il finanziamento, in modo da iniziare immediatamente i lavori, e su progetti della Regione, anch’essi pronti per l’apertura dei cantieri.
Ribadiamo ancora che il tempo degli investimenti ha una funzione strategica, perché attivare una politica economica virtuosa oggi, produce effetti domani e non dopodomani.
Pubblichiamo periodicamente un “promemoria” per il Governo e un altro “promemoria” per i 390 sindaci. In essi sono indicati, anche se non in modo esaustivo, le attività che dovrebbero svolgere la Regione e gli Enti locali. Una lettura costruttiva delle nostre proposte può essere utile alle amministrazioni.
Apr
28
2010
Ricordate l’intelligente manovra che ha fatto Giulio Tremonti a inizio legislatura col dl 112/08? Il ministro dell’Economia ha portato in approvazione al Cdm la Finanziaria 2009 (la cui conversione è avvenuta con legge 113/08) già nel mese di giugno. Ecco cosa avrebbe dovuto fare il governo Lombardo che si è insediato nello stesso anno, per evitare lo sconcio di dover approvare un bilancio preventivo per due anni consecutivi fuori dal termine del 31 dicembre.
Il ritardo è pericolosissimo perché qualora nella notte di venerdì 30 aprile esso non fosse approvato, si verificherebbe quasi certamente lo scioglimento dell’Assemblea, un fatto deprecabile, data la contraria urgenza di approvare le riforme che sgretolino l’impianto di clientelismo e favoritismo che ha gestito la Regione per 64 anni.
C’è una questione istituzionale da porre in evidenza: se l’eventuale scioglimento dell’Assemblea comporti l’automatica decadenza del presidente della Regione. La legge elettorale prevede l’elezione di quest’ultimo a suffragio universale indipendentemente dall’elezione dei deputati. Andrebbe valutata, nella malaugurata ipotesi di non approvazione del bilancio 2010, l’ipotesi di rivotare solo per l’Assemblea e non per il presidente della Regione.

Non vorremmo essere nei panni di Michele Cimino, assaltato da tutte le parti per allargare i cordoni di una borsa vuota da tempo. è inutile che governo e maggioranza composita cerchino compromessi sulla maggiore spesa. Devono cercarli invece sui tagli agli sprechi, sulla famelicità delle corporazioni, sui contributi a pioggia dati a soggetti inesistenti che servono solo a sé stessi e non ai cittadini.
Non è tanto importante approvare la Finanziaria quanto tenere la barra al centro di un equilibrio che impedisca un nuovo e grave indebitamento per sostenere spese clientelari. Riteniamo che Lombardo debba giocare fino in fondo la carta del rinnovamento e mettere ciascuna parte di fronte alle proprie responsabilità. Dispiace che il Pdl dell’Assemblea, guidato dall’ottimo Innocenzo Leontini, abbia dichiarato pregiudizialmente il voto contrario, come ha fatto Rudy Maira, capogruppo Udc.
 
Comprendiamo le guerre fratricide, ma non le condividiamo affatto, anzi le condanniamo in un momento in cui la Sicilia produce ancora un misero 5,6% del Pil nazionale, con 100 mila fra precari e disoccupati, perdita di attività nel settore turistico, mentre si trova nella notte fonda della green economy e della green energy, settori del futuro.
La macchina burocratica della Regione è vecchia e non intende rinnovarsi. La Sanità funziona male, molti agricoltori falliscono, le imprese sono in difficoltà. In questo scenario tragico è quantomeno anacronistico che tutti, ma indistintamente tutti i gruppi parlamentari, non si mettano d’accordo in una sorta di Grosse Koalition per varare la Finanziaria. Sono incomprensibili, per i siciliani che hanno difficoltà a sbarcare il lunario, le beghe di Palazzo, la cui più importante istituzione, l’Assemblea regionale, ha avuto la tracotanza di aumentare il proprio bilancio rispetto all’anno precedente di ben 4 milioni, portandolo a 169,8 mln contro i 71,9 del Consiglio regionale della Lombardia, confermati rispetto all’anno precedente.

Anziché preoccuparsi di cambiare la fisionomia alla Finanziaria, stornando la spesa corrente per destinarla a spesa per investimenti, l’immonda guerra tra le parti si volge a cosa spendere di più per accontentare  questa o quella corporazione. Uno scenario inqualificabile che non fa presagire un ribaltamento della situazione.
Nonostante questo marasma, vediamo sfrecciare per le strade della Sicilia auto blu da 60 o 70 mila euro, seppur noleggiate, che portano in giro questo o quel dirigente regionale o uomo politico sprecando soldi quando, invece, come si fa in Svizzera o in Germania, tutti costoro potrebbero benissimo utilizzare taxi o auto noleggiate con conducente tagliando drasticamente le spese.
È paradossale ed emblematico questo aspetto che indica un comportamento esattamente contrario a quello dei siciliani i quali dovranno ricordarsene al momento del voto e non farsi ancora infinocchiare da un fastidioso bla bla bla.
Apr
16
2010
Secondo l’Agenzia delle Entrate, mezza Italia dichiara meno di 15 mila euro di reddito annuale. Quasi l’80 per cento dei redditi elevati è di natura dipendente. Il reddito autonomo contiene le maggiori sacche di evasione ed elusione totale e parziale. Dieci milioni e settecentomila cittadini, nel 2008, non hanno pagato alcuna imposta, in quanto inseriti nella cosiddetta no tax area, su un totale di 41 milioni di contribuenti. Il 90 per cento dei contribuenti dichiara un reddito inferiore a 35 mila euro, appena l’uno per cento sopra i 100 mila euro. Il reddito medio è di 18.873 euro.
Dal quadro che emerge, gli  italiani considerano lo Stato un nemico, dal quale difendersi, come ha persino dichiarato una volta il presidente del Consiglio, quasi legittimando l’evasione. Mai nessun produttore di reddito dovrebbe sottrarsi al suo dovere di contribuire alle spese generali, previsto dall’art. 53 della Costituzione, ma questo sacrosanto principio trova tre limiti.

Il primo riguarda la gravosità della pressione fiscale, che ha superato il 43 per cento. In media ogni cittadino lavora per lo Stato per metà anno. Questo fatto è conseguente all’enormità della spesa pubblica - circa 800 miliardi di euro - che ha superato il 53 per cento del Pil. Il secondo è dato dagli squilibri della spesa e dalla presenza di innumerevoli privilegi delle diverse caste e corporazioni che affliggono il nostro Paese. Vi è poi un terzo limite: la cattiva gestione della spesa pubblica nella quale si annidano sprechi, soddisfacimenti di clientes, parassitismo e così via.
L’evasione fiscale è una piaga non solo italiana. Ma nella Penisola ha una soglia inaccettabile, dato che è stima comune che l’evasione delle imposte sottratte all’erario si aggiri intorno ai 100 miliardi di euro. è vero che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza hanno recuperato nove miliardi nel 2009, ma siamo ben lontani dall’equilibrio indispensabile in base al quale tutti, indistintamente tutti i cittadini, devono pagare le imposte in rapporto al proprio reddito effettivo.
 
L’imposta sul valore aggiunto denuncia due distorsioni. La prima riguarda la differenza fra i consumi e i redditi dichiarati. Vi sono regioni del Sud ove in base a tali redditi fiscali i cittadini non potrebbero consumare secondo le cifre ufficiali. La seconda distorsione è proprio il rapporto fra il volume dell’Iva denunciata e i veri consumi dei territori anche qui meridionali. Gli indici di agiatezza sono nettamente superiori alle imposte indirette, col che viene conclamata l’evasione.
Tremonti ha messo fra le prime riforme quella fiscale, con un taglio alle aliquote Irpef, il trasferimento di parte delle entrate dalle imposte dirette (sulle persone) a quelle indirette (sulle cose) e a un cambiamento delle detrazioni e delle riprese fiscali. Il ministro ha promesso che la nuova legislazione fiscale sarà improntata alla semplicità dei rapporti con i contribuenti, inviando il 730 precompilato a ciascuno di essi. Naturalmente, la semplificazione dovrà essere ben congegnata, per rendere agevole anche il rapporto con imprese e professionisti. 

Il decreto legislativo sull’autonomia fiscale, scaturente dalla legge 42/09 sul federalismo, intende coinvolgere gli enti locali nell’accertamento dei redditi, perché i cittadini sono meglio e più direttamente conosciuti dalle amministrazioni civiche. Senza arrivare alla delazione, il controllo del territorio dovrebbe comportare la capacità di far emergere sacche di evasione che producono distorsione e iniquità tra i cittadini.
Ma producono anche concorrenza sleale, perché è ovvio che l’imprenditore o il professionista che esercita la propria attività in nero può non solo arricchirsi non pagando le imposte, ma anche applicare prezzi e tariffe inferiori rispetto a chi invece è gravato da tutto l’armamentario fiscale e contributivo.
Combattere l’evasione è anche una questione di civismo  e di lotta alla criminalità organizzata. Quest’ultima, infatti, è un evasore per antonomasia. La battaglia è lunga e difficile, aiutata dall’informatizzazione e dall’incrocio fra le reti telematiche che potranno aiutare la repressione. Prima, però, occorre potenziare il senso civico .
Mar
05
2010
Dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la spesa pubblica non si può tagliare, per evitare di fare macelleria sociale. La sua dichiarazione sottintende che, se fosse costretto a tagliare la spesa pubblica, dovrebbe partire da quella sociale. Il che è una pura e semplice menzogna. Infatti, il suo ammontare complessivo di oltre 800 miliardi di euro, più del 50 per cento del Pil, ha in pancia una serie di sprechi, di spese inutili, di compensi superflui che hanno il solo scopo di favorire i clientes.
Non solo, ma quello che si chiama il costo della politica, cioè compensi per consiglieri regionali, provinciali e comunali, rimborsi spese, diarie e altre voci costituiscono vere e proprie spese superflue, che dovrebbero essere tagliate senza alcuna esitazione.
Vi è poi tutto il comparto della sanità, la cui spesa supera un ottavo di quella pubblica, cioè 108 miliardi che, se tagliata del 3 per cento, porterebbe a un risparmio di oltre tre miliardi.

Nel bilancio dello Stato, sol che vi si guardi dentro con competenza e professionalità, le spese dannose da amputare sono tante, ma bisogna avere il prestigio morale e la forza politica per procedere a eliminare le spese clientelari e quelle parassitarie, che soddisfano solo la famelicità di politici e corporazioni.
Ritorniamo sul taglio della spesa pubblica, perché è da lì che bisogna partire, per procedere conseguentemente a due operazioni strategiche: investire in infrastrutture una parte dei risparmi  e portare a diminuzione del debito pubblico l’altra parte.
In qualunque bilancio, l’intervento tecnico-professionale, quando si vuole razionalizzare la spesa, è possibile, con accorta  manovra, che non tagli con una linea, bensì con una sinusoide: si può abbassare mediamente il totale di almeno il cinque per cento. Tradotto in cifre, significa un risparmio di 40 miliardi, quanto servirebbe, per altri versi, per abolire l’Irap.  Non si capisce perché questo Governo e Berlusconi in prima persona, che hanno promesso con il loro programma elettorale del 2008 di fare le riforme, non le stiano facendo. Fra le riforme, quella primaria riguarda il riordino della spesa che per alcuni versi può anche essere impopolare.
 
L’altra grande riforma è il riordino delle norme, dei diversi livelli. è stato creato apposta il ministero per la Semplificazione normativa, che però ancora ha partorito il classico topolino, perché la legge denominata taglia leggi di fatto ha operato solo su alcuni rami secchi ma non su norme che sono attive. Il ministero, a distanza di quasi due anni, non ha messo mano al riordino di norme per materia, in modo da evitare il caos, che consenta poi a enti, imprese e cittadini di rivolgersi al Tar, il quale ha la grande difficoltà di muoversi in meandri confusi, per cui le sentenze oscillano fra un punto e il suo opposto.
Non è chiaro per quale motivo il Governo non si muova decisamente nella direzione delle riforme strutturali, se non perché è vincolato e attanagliato dal democristianismo, cioè dalla pessima abitudine della cattiva politica di accontentare tutti per non perdere neanche un voto. L a buona politica, invece, disegna e realizza grandi progetti strategici e chiede il consenso sui risultati della propria attività. Risultati che arrivano.

Nel nostro Paese, vi è un sistema istituzionale complesso, per cui i progetti strategici del Governo debono essere confrontati con la conferenza delle Regioni, l’Anci (associazione dei Comuni) e l’Upi (associazione delle Province). Confronti che allungano in modo pernicioso i tempi e impediscono lo svolgimento di un’azione politica di interesse generale.
È giusto che il Governo ascolti  Regioni ed enti locali, ma alla fine ha il dovere di decidere con la prerogativa della legislazione esclusiva all’Esecutivo, seppur dando ascolto ai suggerimenti che arrivano dai territori. Per contro, poi, il Governo non intervenga in materie che invece sono di competenza di Regioni ed enti locali, creando problemi e rinviando le soluzioni.
Con l’attuazione del federalismo, se mai vedrà la luce, i limiti di intervento del Governo e quelli di Regioni ed enti locali dovrebbero essere marcati, secondo il noto principio della sussidiarietà, che è il fondamento dell’azione dell’Unione Europea.
Gen
29
2010
Col nuovo disegno delle tredici branche amministrative (Presidenza e dodici assessorati), la nomina e le deleghe agli assessori, la nomina dei pletorici Gabinetti e quella dei direttori generali di Dipartimento e degli Uffici speciali, si è completata la mappa di coloro che hanno la responsabilità politica e burocratica di guidare la Sicilia verso il futuro.
La polemica degli oltre 2.200 dirigenti, molti dei quali promossi graziosamente in base al clientelismo, ha una sua ragion d’essere nei confronti dei nove dirigenti esterni. Ma la legge consente di nominarne fino al trenta per cento degli interni, e così è stato.
Le polemiche vanno accantonate, ora bisogna lavorare, lavorare e lavorare, con professionalità, profitto e disinteresse personale. Il presidente della Regione, eletto dai siciliani e non dai novanta deputati, ha le mani libere per la sua attività di Governo perché deve attuare il programma che ha proposto agli elettori e solo ad essi risponde.

In questo nuovo disegno, ogni assessore-delegato ha grande responsabilità, ma due di essi hanno una particolare importanza.
Michele Cimino, oltre che vice presidente della Regione, è il Tremonti siciliano, avendo la responsabilità dell’assessorato all’Economia, le cui competenze riguardano le finanze della Regione nonché la formazione dei bilanci, preventivo e consuntivo e la loro puntuale esecuzione. Cimino deve badare, da un canto, a tagliare le spese correnti, ma non le spese sociali, fra cui per prime quelle che riguardano i costi della politica, attuando il disposto dell’articolo 2, commi 183-184 della Finanziaria 2010 (riduzione del 20 per cento di consiglieri), comma 185 (riduzione degli assessori a un quarto del numero dei consiglieri comunali, e a un quinto di quelli provinciali) e controllare l’attuazione della l.r. 22/08.
E ancora, tagliare tutti quegli sprechi che ammontano a diversi miliardi di euro. Ne citiamo uno solo, a titolo di esempio: 1,1 miliardi di euro per le Province, così come sono in base alla legge incostituzionale n. 9/1986, in quanto in conflitto con l’art. 15 dello Statuto. Cimino ha poi il compito di trasformare i risparmi ottenuti dalla spesa corrente in investimenti produttivi o in investimenti per infrastrutture, sapendo che per ogni miliardo si mettono in moto migliaia di  posti di lavoro.
 
L’altro importante assessore è Caterina Chinnici, magistrato integerrimo e rigorosissimo, che si sta facendo un’esperienza nei meandri di una burocrazia piena di buchi, favoritismi, clientele e perfino corrotta. La Chinnici, con l’assunzione del suo assessorato del fondamentale settore della Funzione pubblica, può considerarsi il Brunetta siciliano. Che deve fare l’assessore? Deve inserire nel funzionamento della Pa regionale i valori di merito e responsabilità attraverso nuove norme e la modifica degli attuali contratti collettivi che consentono vergogne come l’ultima: la riassunzione di un dipendente condannato, che però l’amministrazione ha sospeso.
La sua azione è quindi trasversale e può inserire elementi di efficienza, in atto inesistenti, desunti in modo scientifico in base a modelli matematici di organizzazione esistenti, che vengono regolarmente applicati in tutti i settori dei servizi.
L’assessore può e deve chiedere a ciascun suo collega che gli facciano pervenire i piani industriali, Dipartimento per Dipartimento, in base ai quali viene determinato il fabbisogno di figure professionali, nonché di risorse necessarie alla produzione dei servizi. Dalla sua azione dipende l’acquisizione di un comportamento virtuoso da parte di tutta l’amministrazione.

Michele Cimino, storico editorialista di questa testata, e Caterina Chinnici, per la sua storia e per la sua professionalità, meritano ampia fiducia. I risultati dimostreranno che la carta di credito rilasciata nei loro confronti è pienamente meritata.
Ribadiamo: non basta che la Sicilia sia amministrata in maniera sufficiente, occorre che vengano perseguite eccellenza e qualità, due requisiti senza dei quali non può avvicinarsi la faticosa risalita.
Dic
18
2009
Abbiamo atteso qualche giorno prima di commentare lo scontro fra Roberto Calderoli e Dionigi Tettamanzi. Il cardinale di Milano ha difeso a spada tratta, come fa tutto il Vaticano, l’ingresso ad libitum di immigrati da qualunque parte provengano. Essi chiedono, ovviamente, asilo politico. Con ciò creando un’immissione di persone al di fuori dell’ordinamento giuridico e di ogni regola di un’ordinata comunità.
Il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha preso la palla al balzo e ha definito il cardinale “L’imam di Milano”, ovvero colui che si occupa dei poveri che vengono dall’estero, mentre dovrebbe occuparsi dei nostri poveri.
La questione è seria: perché, da un canto, vi è la necessità religiosa di dare ospitalità a tutti, dall’altro c’è un ministro dello Stato che richiama alla realtà, fatta di numeri e di risorse finanziarie.

Tutti leggiamo delle antipatie e delle inimicizie che si sta attirando il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel dire no a tanti ministri e ad altri che chiedono risorse finanziarie. D’altra parte, con un buco nel Pil che si può già stimare in 75 miliardi c’è poco da scherzare. Non possiamo certo ridurci come la Grecia, che dopo sessant’anni dalla guerra è sull’orlo del fallimento per i dissennati comportamenti dei governi di centrodestra e centrosinistra, che hanno allargato i cordoni della borsa senza limitazioni.
In Italia, la spesa pubblica è attestata su circa 800 miliardi di euro, oltre la metà del Pil. Solo la Pubblica amministrazione, secondo il ministro Renato Brunetta, costa ben 300 miliardi. Non c’è dubbio che le due cifre possano essere potate e subire un dimagrimento che, anche solo nella misura del 5 per cento, comporterebbe rispettivamente una diminuzione di 40 miliardi della spesa complessiva e di 15 miliardi della spesa della Pa.
I paletti della spesa pubblica non possono essere spostati in avanti, anche per restare all’interno del Patto europeo di stabilità. La capacità del Governo viene dimostrata se, all’interno di esso, saprà razionalizzare l’organizzazione della Pa, risparmiare e girare le risorse agli investimenti.
 
In Italia, l’Istat ha stimato la presenza di circa 6-7 milioni di poveri, che vivono con redditi talmente bassi da richiedere l’intervento pubblico a carico della fiscalità generale. Le famiglie povere sono tante e occorre intervenire in loro soccorso. Il Governo ha distribuito 450 mila social card le quali dovrebbero essere ricaricate con 40 euro al bimestre, cioè poco meno di 250 euro all’anno, ma basterebbe una ricarica per spendere qualche centinaio di milioni di euro. Somme ben spese, ma che vanno reperite nel bilancio dello Stato. Tali spese hanno la precedenza rispetto a quelle necessarie per l’accoglienza di immigrati.
La solidarietà deve essere manifestata concretamente prima in casa nostra e poi, se vi sono ancora risorse, nei confronti dei terzi. Semmai, la solidarietà internazionale deve manifestarsi inviando nei Paesi poveri risorse finanziarie e non già aiutare gli immigrati nel nostro Paese, ove creano disordine in quanto la loro presenza è soprattutto clandestina.

Un Paese non si governa con la carità, ma con un insieme di regole eque che tengano conto di meriti e bisogni. Due valori che non si contrappongono ma si affiancano perché riguardano diverse categorie di persone umane.
I bisogni dei deboli, di tutti i cittadini – italiani e non – iscritti all’anagrafe, debbono essere soddisfatti anche parzialmente. Gli altri bisogni devono essere messi in coda se rimangono residuali possibilità di soddisfarli.
La questione che commentiamo è semplice, non c’è da girarci intorno: si tratta di formare una scala di priorità che chi governa deve soddisfare, in un ordine rigoroso, senza mollezze e considerazioni del tipo: Tutti tengono famiglia.
Il pietismo non porta da nessuna parte, salvo che alla disgregazione della società, la quale deve far fronte alle esigenze dei propri cittadini in proporzione alla loro capacità di reddito: più sono autosufficienti, meno lo Stato deve intervenire; meno sono autosufficienti e più lo Stato deve aiutare.
Regole chiare e trasparenti sulle quali nessuno deve azzardarsi a giocare.
Nov
04
2009
Il ministero dell’Economia ha stimato in 5 miliardi l’imposta sul rientro dei capitali esportati in questi decenni perché ritiene che 100 dei circa 400 miliardi sparsi per il mondo ritorneranno. La valutazione si basa anche sulla necessità da parte di tanti imprenditori, soprattutto piccoli, di utilizzare risorse finanziarie che si trovano fuori dai confini nazionali.
Sarebbe lungo analizzare l’elenco delle motivazioni che hanno indotto i nostri connazionali, del Nord soprattutto, a esportare i propri soldi. Fra esse possiamo individuarne alcune. La prima riguarda il clima di sfiducia dagli anni ‘60 in avanti, quando incombeva il pericolo comunista, anche se esso era più teorico che concreto.
Ma poi la gente non aveva fiducia nei governi che, a partire dagli anni ‘80, allargarono i cordoni della borsa comportando svalutazioni multiple della lira che taglieggiavano i risparmi. Vi è una terza ragione di esportazione della moneta e riguarda le aziende multinazionali che col sistema di maggiori e minori fatturazioni riuscivano (e riescono) a lasciare all’estero le proprie risorse finanziarie.

Una questione a parte è quella che riguarda la criminalità organizzata, la quale non aveva (e non ha) interesse di mantenere in Italia le proprie riserve perché soggette a colpi conseguenti ad inchieste di magistratura e forze dell’ordine.
Dal breve esame che precede si comprende come sia in parte falso l’assunto che chi ha depositi all’estero abbia evaso le imposte, perché c’è di peggio, in quanto tali depositi possono essere frutto di reati. L’operazione che ha fatto l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) di redigere la lista nera, la lista grigia e quella bianca in modo da individuare Stati canaglia o quelli che collaborano in un rapporto di trasparenza, ha portato molti di essi ad uniformarsi alla regola dello scambio d’informazioni automatico. Per entrare nella white list è sufficiente che uno Stato firmi almeno 12 convenzioni con altrettanti Stati. Molti di essi lo hanno fatto, per cui ormai Stati fuori dalla convenzione internazionale ne restano pochi.
 
Tutto ciò in apparenza, perché in effetti all’interno della stessa Ue vi sono dei membri che non si attengono all’automatismo dello scambio delle informazioni, per esempio il Lussemburgo, l’Austria, il Principato di Monaco. Ma la stessa Gran Bretagna ha al suo interno dei territori (isole Cayman) che non osservano le regole dello scambio delle informazioni.
Il paradosso si completa, per quanto riguarda il nostro Paese, con l’autorizzazione dei nostri massimi istituti di credito (Unicredit e Intesa San Paolo) a mantenere in vita proprie filiali in quei paradisi fiscali dove l’anonimato è la regola generale indiscussa. Se veramente si volesse combattere il trasferimento all’estero dei capitali italiani, bisognerebbe chiudere questi rubinetti. Ed anche quelli che funzionano al contrario e cioè l’apertura di filiali in Italia di banche estere che non hanno firmato la convenzione con il nostro Paese, per esempio la Svizzera.
Ma in un quadro che si mondializza sempre di più è impossibile realizzare quanto precede perché gli scambi commerciali hanno bisogno di essere agevolati e non frenati. 

Le iniziative di Tremonti contro la Svizzera sembrano a prima vista una reazione al freno delle trattative da parte di essa. La confederazione Elvetica, costituitasi oltre 700 anni fa (1291), non si può permettere di aprire lo sportello informativo perché questo costituirebbe lo svuotamento dei depositi soprattutto nel cantone tedesco vicino la Germania, in quello francese vicino allo Stato transalpino e nel canton Ticino vicino all’Italia. 
Il blitz della GdF su impulso del ministro dell’Economia nei confronti dei 76 sportelli di banche svizzere ubicate in Italia, sembra fatto più per inasprire i rapporti che non per facilitarli. Quasi a voler indurre lo Stato elvetico a trincerarsi dietro la negazione alla collaborazione. Peraltro esso è già stato inserito nella white list avendo firmato le convenzioni con 12 Paesi, quindi non ha nulla da temere se non firmerà la convenzione con l’Italia. 
Lo scudo fiscale ha lo scopo di far cassa, assicurando l’anonimato ai possessori di quei 100 miliardi di euro che verosimilmente rientreranno entro il 15 dicembre prossimo. Molti di tali capitali, resi così anonimi per legge, potranno essere utilizzati, ahinoi, anche per scopi non leciti.
Ott
27
2009
La poltrona di Quintino Sella (1827-1884), il non dimenticato ministro delle Finanze del governo Rattazzi, è occupata attualmente e provvisoriamente dal ministro Tremonti, buona intelligenza seppure furbesca. L’interrogativo è perché abbia esclamato urbi et orbi: “Il posto fisso è un valore”? Che cavolo voleva dire, di che valore si tratta, come si combina questa esternazione con l’andamento di tutto il mondo sviluppato verso un mercato flessibile? Un mercato nel quale le porte girevoli consentono una facile uscita dai rapporti di lavoro e un’altrettanta facile entrata?
Non pensiamo per nulla che Tremonti sia diventato sovietico, né memore dei regimi comunisti, i quali prevedevano che tutti i cittadini fossero dipendenti dello Stato, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo.
Si è trattata, a noi sembra, di un’uscita demagogica, più per creare turbativa all’interno del Partito democratico, che non per dare un’indicazione politica al popolo italiano.

Prima, Giacomo Brodolini (1920-1969), che fece approvare lo statuto dei lavoratori (legge del  1970), poi Gino Giugni (1927-2009), quindi Marco Biagi (1950-2002) hanno fatto approvare sensibili riforme del mercato del lavoro. Biagi ha inserito il principio della flessibilità che non coincide per nulla con quello della precarietà.
Infatti, in un mercato del lavoro che funzioni, la domanda e l’offerta si debbono equivalere. Per cui, i governi nazionali e regionali, devono creare le condizioni di un equilibrio che consenta a qualunque lavoratore-professionista di cambiare mestiere e a qualunque impresa di cambiare il proprio dipendente.
Si dirà, nel Mezzogiorno queste condizioni non ci sono. Chi è dentro un posto di lavoro se lo tiene stretto. Vero, ma questa situazione è frutto dell’incapacità di un ceto politico che basa la raccolta del consenso sul clientelismo e non sulla realizzazione di progetti strategici di alto profilo.
 
D’altra parte, chi lavora a qualunque livello, dall’operatore ecologico (netturbino) al dirigente di dipartimento, ha l’obbligo di formarsi continuamente per apprendere le cognizioni professionali necessarie ad accrescere le proprie competenze ed essere pronto a rispondere ad offerte di lavoro sempre più qualificate che compaiono sui quotidiani.
Un’azienda di ponti telefonici deve assumere 100 tecnici in Sicilia ma non li trova. Un’azienda di serramenti di Grammichele (Ct) cerca ingegneri ed architetti specializzati, ma non li trova. Ci sono centinaia di aziende che cercano personale qualificato, ma non lo trovano. La nostra stessa azienda assume immediatamente 10 venditori professionisti, ma non li trova.
Al contrario vi sono migliaia di precari pubblici senza competenze, entrati nella Pa per raccomandazione e non per concorso, fottendo in tal modo gli altri siciliani che non hanno avuto il cattivo politico a raccomandarli. 
 
Di che parla il sovietico Tremonti, che cazzata dice, quali consensi vuole acquisire? Tanto nessuno gli crede, capiscono che si tratta di un fanfarone che spara minchiate come il coniglio al margine del bosco.
Il ministro dell’Economia sa benissimo che la flessibilità aumenta le occasioni di lavoro. Il posto fisso, invece, le fa diminuire. Fa specie vedere il presidente del Consiglio che gli tiene il sacco, pur sapendo che una declamazione di questo genere è contraria a una linea liberale e riformista di un governo di centro destra.
Per ciò stesso, il Cavaliere avrebbe dovuto chieder le dimissioni del prode Giulio. Il quale, non sembri azzardato, ha urlato per prendere le distanze proprio dal suo capo, come per altro in precedenza aveva fatto Fini. Se l’Uomo di Arcore vuole tenere la nave in rotta deve chiarire ai suoi sodali che possono parlare di tutto, ma il tutto deve stare dentro la linea politica del programma di governo approvata dagli italiani nell’aprile 2008.
Set
17
2009
È un periodo che il ministro dell’Economia se la prende con il sistema bancario perché si rifiuta di comprare i Tremonti-bond, che costano il 7,5 per cento. Lamenta, Tremonti, che non finanziandosi con lo strumento statale la banca non abbia ossigeno finanziario per potere a sua volta sostenere la richiesta di credito da parte del sistema-impresa.
D’altra parte, le banche italiane hanno difficoltà a finanziarsi con il costo citato e impiegare a un tasso minore. Esse dimenticano che la disponibilità dello Stato italiano a fornire liquidità, seppur al tasso del 7,5% è conseguente ai “buchi” relativi alle insolvenze dei crack internazionali di cui gli istituti di credito italiani possedevano azioni e obbligazione.
Le insolvenze conseguenti hanno depauperato il capitale delle banche e, in attesa che nuovi utili lo ricostituiscano, è lecito aspettarsi che non venga stretto il collare dei finanziamenti a scapito della necessità delle imprese di fare nuovi investimenti e di aumentare il proprio volume di affari.

L’Agenzia delle entrate, condotta dal direttore generale Attilio Befera, e la Guardia di finanza, guidata dal generale Cosimo D’Arrigo, nostro conterraneo, hanno stretto le maglie sull’evasione, anche in collaborazione con le parallele strutture di Stati esteri, in modo da tentare di ottenere informazioni attraverso le rogatorie.
Tuttavia, a fronte delle iniziative internazionali, bisogna sottolineare che la polpa dell’evasione è in Italia. Notizia di questi giorni è che in Sicilia i consumi superano l’Iva (la distanza fra spese e redditi sfiora il 40 per cento), dimostrazione immediata e palese della forte evasione di questo tributo.
Se viene evasa l’Iva, significa che viene nascosto il volume d’affari e quindi vengono evase le relative imposte dirette (Ires, Irap e Irpef). C’è quindi materia imponibile da fare emergere in una quantità stimata da molti osservatori nella misura di cento miliardi di euro.
 
La maggiore evasione fiscale, però, non è nel Meridione. Per la semplice ragione che esso contribuisce al Pil nazionale per circa il 25 per cento. L’evasione è maggiore ove c’è un grande volume d’affari, e quindi in tutte le Regioni del Nord Italia. Sembra strano che la Lega su questo punto taccia, forse perché le conviene favorire gli evasori, che la votano anche per questo indebito vantaggio.
Se c’è nero nella vendita finale di componentistica, oggetti domestici, mobili e via enumerando, la filiera illegale comincia dalla fabbrica. Diversamente, nel punto terminale non esisterebbe. Come infatti non esiste nella produzione e distribuzione di autoveicoli, della loro assistenza e ricambistica. Una maggiore evasione è nei servizi, ove non ci sono oggetti materiali che devono essere trasportati, per non parlare della vendita al dettaglio, visto che non tutti i negozi marcano gli scontrini.
L’articolo unico più volte suggerito di fare inviare telematicamente in tempo reale copia delle fatture e degli scontrini emessi all’Agenzia delle entrate viene ignorato. E questo la dice lunga.

Ci chiediamo perché i vari Governi degli ultimi trent’anni abbiano ignorato il fenomeno della immensa evasione che tanti imprenditori e cittadini italiani possono conseguire con la connivenza delle banche della Repubblica di San Marino. Il sistema economico del Titano poggia proprio sull’evasione fiscale italiana.
L’evasione fiscale ha anche localizzazione nei cosiddetti paradisi fiscali. La stranezza è che le banche italiane, come Unicredit (presente nelle Isole Cayman o a Honk Kong) o Intesa San Paolo (nella Grand Cayman), hanno le loro filiali in tali paradisi fiscali. Né il ministero dell’Economia, né la Banca d’Italia hanno spiegato all’opinione pubblica il motivo per cui debbano avere lì le loro sedi. Sarebbe stato invece comprensibile che Tremonti e Draghi avessero obbligato tali istituti a chiudere le loro filiali nei paradisi fiscali.
In questo quadro interviene la Tremonti-ter, cioè lo scudo fiscale che consentirà il rientro in Italia di un importo stimato in cento miliardi di euro, con l’incasso di cinque miliardi per il ministero dell’Economia. Fanno bene, Guardia di finanza e Agenzia delle entrate, ad attivare una pressione perché l’operazione raggiunga il suo target.