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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Giustizia

Apr
07
2012
Il leader di Fli, Gianfranco Fini, non sapeva che il cognato Tulliani avesse comprato casa a Montecarlo coi soldi del partito avuti in lascito da una signora.
L’ex ministro Claudio Scajola non sapeva che la sua abitazione “vista colosseo” fosse stata pagata da altri.
L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha raccontato la bufala che l’affitto di 4 mila euro al mese dell’immobile lo pagava non già 4 mila euro in una sola volta, ma mille euro in contanti a settimana.
L’ex ministro Rutelli non sapeva nulla delle appropriazioni di Lusi, tesoriere della Margherita.
Per ultimo, in ordine cronologico, scopriamo che l’adamantino Umberto Bossi non sapeva che: a) la sua residenza di Gemonio fosse stata ristrutturata coi soldi del partito; b) che suo figlio Riccardo amasse girare in Porsche, effettuare viaggi con ricchi alloggi e altre spese coi soldi del partito; c) che la moglie Manuela Marrone avesse chiesto un milione dal partito per la sua scuola di formazione; d) che l’altro figlio Renzo, il “Trota”, avesse utilizzato denari del partito anche per il suo diploma.

Partito democratico e Sinistra ecologia e libertà non sapevano di tutte le porcherie che aveva combinato il senatore Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità in Puglia. Il Pd non sapeva delle porcherie che aveva combinato Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano.
La Lega non sapeva nulla del malaffare di cui è accusato il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni. Il Movimento per l’autonomia non sapeva nulla delle relazioni fra il suo leader e settori non qualificanti della società siciliana. L’elenco potrebbe continuare fino alla fine di questo editoriale. Perciò ci fermiamo.
Il comune denominatore fra i soggetti elencati è il disprezzo verso i cittadini e le imposte che tanto faticosamente pagano. Il disprezzo per le istituzioni e il disprezzo per gli elettori che hanno dato il voto come espressione di fiducia. Una sporcizia generalizzata, nefanda e maleodorante che pérmea tutti gli strati della società.
Ovviamente l’opinione pubblica non crede che nessuno sapesse, ma crede che tanti partitocrati abbiano agito consapevolmente, ritenendosi al di sopra della legge e, quindi, impunibili. Ovvero hanno ritenuto che non sarebbero stati mai puniti.
 
Per fortuna ci sono i giudici che stanno facendo emergere la nuova stagione di mani sporche. I procuratori della Repubblica ed i loro sostituti fanno un lavoro encomiabile, salvo alcuni eccessi, e vanno sostenuti dalla gente perbene fino in fondo, come si fece nel 1992.
Solo loro possono aprire il vaso di Pandora per fare uscire quel verminaio da partiti e partitocrati, con i loro interessi privati che hanno bloccato la crescita dell’Italia in questi vent’anni, di destra, di centro e di sinistra.
Ribadiamo ancora che quello che scriviamo non è antipolitica: i partiti sono indispensabili cinghie di trasmissione tra cittadini e istituzioni, ma debbono essere puliti e i loro responsabili avere il senso dell’onore, del dovere e del servizio, senza di che sono semplicemente dei mentecatti che sfruttano il mandato ricevuto. Un’ignominia politica che va stigmatizzata con forza affinché cessi.

Sia ben chiaro che le accuse non sono condanne. In molti casi esse si sono rivelate prive di fondamento. Ma è altrettanto chiaro che esiste un comune denominatore che fa capire come molti partitocrati abbiano perso contatto con la realtà e si ritengano al di sopra di tutti.
ABC (Alfano, Bersani, Casini) hanno detto prontamente che presenteranno un disegno di legge contro il finanziamento occulto dei partiti e contro la corruzione insita in essi. Attendiamo di leggerne il testo per capire se è efficace oppure se si tratti della solita presa in giro. Attendiamo anche di vedere se il Parlamento, cioè i partiti di ABC, approvino in tempo reale la legge anticorruzione, anche in esecuzione della Convenzione di Strasburgo del 1999.
Ancora, attendiamo ABC al varco, se depositino un disegno di legge, da fare approvare tempestivamente, in attuazione dell’art. 49 della Costituzione, avente come pilastri: statuto standard dei partiti, bilancio standard, obbligo di certificazione dei bilanci, rimborsi spese a piè di lista.
L’opinione pubblica è indignata ed esacerbata anche perchè i sacrifici stanno mordendo le carni e imponendo lacrime e sangue. I cittadini non ne possono più di vedere questi abusi. è ora di smetterla. Sul serio.
Ott
15
2011
Mille giorni in media per ottenere una sentenza di primo grado. 1.500 giorni per il secondo grado. Mille giorni per il terzo grado. In totale oltre dieci anni per avere una sentenza civile o penale. Vi sono pendenti 5,5 milioni di cause civili, 3,5 milioni di cause penali, 750 mila cause tributarie, 700 mila cause amministrative, secondo gli ultimi dati Istat disponibili. Un arretrato enorme che indica il grado di inciviltà del nostro Paese. L’aspetto che non si vede è che questo stato di cose non solo pregiudica la certezza del diritto, ma è una sorta di respingente per chi volesse investire nel nostro Paese.
Singapore ha avuto in questi ultimi 35 anni uno sviluppo straordinario, anche perché la giustizia è amministrata in giorni e non in decenni. Chiunque si rivolga al giudice ottiene una risposta, positiva o negativa, quasi immediatamente. Naturalmente, questa rapidità scoraggia moltissimi causitici a iniziare controversie. Mentre in Italia l’infinita lunghezza dei processi invita chi ha torto a cominciarli.

Più volte abbiamo scritto sulle cause di questo stato di cose e quindi non ci ripeteremo. Tuttavia, non possiamo non indicare nell’organico  dei giudici ridotto di 1.300 unità, nella disorganizzazione dell’apparato amministrativo, nel numero enorme di avvocati (quelli del Lazio sono quanto tutti quelli francesi) fra le cause di questa situazione.
Un riflesso umanitario di estremo disagio riguarda i cittadini incarcerati, a torto o a ragione, che vivono in quegli ambienti in modo quasi inumano e che soffrono dell’incertezza dell’esito dei loro processi, per la durata infinita. La questione delle carceri è sollevata continuamente, ma non è risolvibile né con l’amnistia né con l’indulto. Ricordiamo che l’ultimo ha fatto scarcerare circa 20 mila detenuti che sono ritornati in carcere nel giro di qualche anno.
Nel breve, una soluzione è quella di depenalizzare reati e istituire pene sostitutive a quelle della detenzione. Ma certo una fondamentale divisione fra delinquenti abituali e condannati per reati occasionali sarebbe assolutamente necessaria per almeno due ordini di motivi: il primo, perché non bisogna miscelare il grano con il loglio; il secondo, perché il condannato una tantum può essere sottoposto a pene diverse da quelle detentive.
 
L’informatizzazione può essere un altro mezzo che consenta una maggiore rapidità del processo. La possibilità di lavorare mattina e pomeriggio negli uffici giudiziari, l’impiego di altri giudici non togati, altri ancora. Ma tutto ciò senza un deciso taglio delle procedure per arrivare rapidamente a sentenza non potrà invertire questo meccanismo di accumulo costante dell’arretrato, salvo pochi e importanti casi.
La diatriba sulla prescrizione e sul processo corto è destituita di fondamento, perché in una comunità, comunque vadano le cose, un processo penale non deve chiudersi oltre i tre anni. Peraltro, anche una direttiva dell’Unione europea ha stabilito che la ragionevole durata di un processo non possa superare i tre anni. Per conseguenza, il nostro Parlamento ha deciso di approvare una legge chiamata Pinto, dal suo presentatore (89/01) che prevede un risarcimento di circa mille euro per ogni anno di ritardo rispetto alla durata fissata nel triennio.

La nostra Costituzione, all’art. 111, prevede che il processo debba avere una durata ragionevole, che non è un’astrazione, bensì un’indicazione di massima che il legislatore ordinario doveva recepire. Però non l’ha fatto, perché in nessuna norma è fissata la durata massima di un processo di qualunque natura. è opportuno che la Costituzione venga osservata e per ciò stesso venga approvata una norma che stabilisca tale termine.
Alcuni hanno valutato che la lentezza della giustizia italiana costi circa l’uno per cento del Pil (circa 15 miliardi di euro). Una cifra elevata che potrebbe essere risparmiata sol che tutto il sistema giudiziario funzionasse in modo ordinato e organizzato.
Aspettarsi che il Governo in carica o quello successivo si occupi in modo decisivo della questione è utopia o illusione? Può darsi. Però non possiamo restare incatenati a un sistema che non funziona e che non rende giustizia a nessuno, perché è ben noto che le sentenze definitive che tardano molto danneggiano tutti: gli attori, i convenuti e l’intera Comunità.
Set
28
2011
Dei circa 65.000 carcerati contro una capienza di 45.000 posti, ben il 40% è in attesa di giudizio. Significa che 26.000 cittadini, presunti innocenti ai sensi dell’articolo 27 della Costituzione, stanno in gattabuia sol perché la Giustizia non riesce ad arrivare a una sentenza che dica se essi siano colpevoli o innocenti. Si tratta di una vergogna tutta italiana, che 64 anni di democrazia caotica non sono riusciti a cancellare.
A destra e a manca si blatera di processo lungo, di prescrizione breve e di altre amenità trascurando questa terribile realtà. Privare un cittadino della propria libertà, quando egli è un presunto innocente, è una cosa gravissima. Ci rendiamo conto che lasciare in circolazione presunti colpevoli è cosa altrettanto grave, ma far restare 26.000 persone in una zona grigia è un’ignominia contro l’Umanità.
L’opinione pubblica si accorge di questi fatti quando vengono scarcerati dei cittadini, o perché riconosciuti innocenti o perché le circostanze non impongono la custodia cautelare nelle inumane carceri italiane.

I vari governi hanno fatto indulti e amnistie per svuotare le carceri. Ma questi sono provvedimenti ingiusti perché non stabiliscono, secondo la certezza del Diritto, se l’imputato sia colpevole o innocente. Nel primo caso, deve stare dentro fino a scontare tutta la pena, seppure ridotta da una serie di benefici; nel secondo, deve essere immediatamente reso libero. Ma la questione, ripetiamo, di presunti innocenti che stanno dietro le sbarre è totalmente deprecabile.
Su 9.000 giudici ordinari della Pianta organica, gli effettivi sono appena 7.700, ne mancano 1.300. Non si capisce perché il ministero di Giustizia non bandisca concorsi a ripetizione per radunare i 1.300 giudici mancanti in un anno e non di più. Si dice che le facoltà di Giurisprudenza delle Università italiane non formino più i giovani come prima, ma riteniamo che vi siano, fra decine di migliaia di laureati, 1.300 giovani meritevoli di diventare magistrati.
Oltre ai giudici togati, vi sono i Goa (Giudici onorari aggregati), i Got (Giudici onorari di Tribunale) i Giudici di pace, i giudici amministrativi, i Giudici contabili, i Giudici tributari e ora si sono aggiunti i Mediatori. Si tratta di magistrati che si occupano di cause minori preposti a smaltire gli arretrati.
 
Nonostante questa massa di persone giudicanti, gli arretrati nei settori penale, civile, amministrativo e tributario sono pesanti e aumentano di giorno in giorno, salvo luminose eccezioni come quelle dei Tribunali di Torino e Bolzano, che sono riusciti a diminuire il carico.
Vi è una causa del malfunzionamento che unisce tutte le branche della Giustizia e riguarda la disorganizzazione dell’apparato amministrativo, ove l’efficienza è una parola spesso sconosciuta. Ci si continua a lamentare della diminuzione dell’organico senza tener conto dell’informatizzazione degli uffici che avanza, che riduce fortemente i tempi di funzionamento e che, addirittura, apporta un esubero di tempo rispetto a prima. Se i dirigenti organizzassero gli uffici secondo regole di efficienza, con i tempi contingentati, e se vi fosse un controllo di gestione ferreo che consentisse di paragonare gli obiettivi prefissati ai risultati raggiunti, tutto andrebbe a posto.

È inutile sperare che la Giustizia italiana possa essere dotata finanziariamente più di ora. Anzi, è presumibile che, nel tempo, le risorse destinate diminuiscano. Perciò occorre, scusate il brutto neologismo, efficientizzare i settori, le branche e ogni rivolo amministrativo. Ma occorre anche lavorare meglio, cioè nello stesso orario di lavoro rendere molto di più, con concentrazione, abnegazione e, trattandosi di dipendenti pubblici, senso dello Stato.
Benedetta sia la crisi, lo ripetiamo sovente, perché sta costringendo tutti gli apparati pubblici a una revisione completa del proprio malfunzionamento per tendere al buon funzionamento. Insomma, bisogna passare da un comportamento altamente vizioso (inefficace) ad altro opposto, completamente virtuoso.
Chi non saprà cogliere questa necessità immediata verrà espulso dal sistema perché l’indignazione, che monta ogni giorno di più nei cittadini, contro i cattivi servitori dello Stato, li esporrà al pubblico ludibrio. Sono quelli bravi, all’interno dell’amministrazione pubblica, coloro che devono guidare silenziosamente questa rivoluzione. E devono far presto. Non c’è più tempo.
Lug
21
2011
Il Friuli, con 1,2 mln di cittadini produce il 2,5% del reddito nazionale. La Sicilia con quattro volte gli abitanti (5 milioni) produce solo poco più del 5,6% del Pil nazionale. In queste semplici cifre si racchiude il disastro della Sicilia e la gravissima responsabilità della sua classe dirigente a partire da quella politica.
Fino ad oggi il ceto politico siciliano ha potuto vivere in base ad un parassitismo diffuso, dispensando favori, promettendo posti pubblici, favorendo imprese non competitive, distribuendo consulenze inutili agli amici, foraggiando formatori incompetenti. Insomma, il peggio del peggio che una gloriosa e antica regione come la nostra non si meriterebbe.
Mentre noi abbiamo bisogno di guide coraggiose e virtuose che antepongano gli interessi dei siciliani a quelli propri e della propria famiglia. Ed ora che le risorse finanziarie sono tagliate senza pietà, c’è bisogno ancor di più di illustri siciliani, integerrimi, disposti a lavorare gratis pur di dare un contributo decisivo alla nostra Isola. e ve ne sono tanti: abbiamo pronto l’elenco.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha fatto due conti e si è accorto che la manovra obbligherà a tagliare fra i 5 e i 7 miliardi di spesa dal bilancio regionale. Armao ha confermato quello che le nostre inchieste pubblicano da anni ma, a Palermo, non ci credevano. Per facilitare il compito all’assessore all’Economia pubblichiamo una pagina indicando quali debbano essere i tagli immediati, da effettuare in agosto 2011, dando l’esempio che i deputati regionali, di fronte alla gravissima crisi, non vadano in ferie, se non per qualche giorno, ma vogliano prendere di petto la situazione e varare una Finanziaria bis per la Sicilia che comprenda i tagli indicato più volte.
i siciliani non si sono ancora resi conto dello tsunami che ci sta investendo e pensano che tutto possa continuare come se nulla fosse. Non è così. i soldi sono finiti sul serio, nessun becero uomo politico potrà più promettere posti o privilegi, nè potrà approvare sprechi e sperperi perchè i cittadini stanno provando sulla propria pelle gli effetti della morsa europea che strangola alla gola il Paese e di riflesso Regioni ed Enti locali. Attenti a non raggiungere uno stato comatoso.
 
Se così accadesse, l’indignazione dei siciliani monterebbe rapidamente ancor di più e travolgerebbe i parassiti che continuano a percepire ventimila euro al mese a vario titolo, sia nel settore politico che in quello burocratico. Gente che non si vergogna di girare con le auto blu da 60 o 80 mila euro che, fra l’altro, consumano più di una Ferrari (sigh!). La vergogna delle vergogne è rappresentata dal massimo organo legislativo, cioè l’Assemblea regionale, che costa ai siciliani 172 milioni all’anno mentre il Consiglio regionale della Lombardia, preposto al doppio della popolazione, costa 101 milioni in meno, cioè 71 milioni.
Senza contare le indennità degli assessori, dei consiglieri comunali, provinciali e circoscrizionali, dei direttori generali, degli assistenti parlamentari (uscieri) e di tanti altri che se ne fottono dei disoccupati, di centinaia di migliaia di piccoli imprenditori e degli artigiani in difficoltà, dei pensionati a 400 euro al mese e di tutti gli altri siciliani che vivono in stato di povertà.

Se la situazione nazionale è grave, quella siciliana è gravissima. Qui, da noi, è molto urgente imboccare la strada dello sviluppo. Per far ciò, bisogna cofinanziare i fondi europei liberando le risorse con i tagli che indichiamo nella pagina interna. Pubblicheremo, altresì, una pagina degli investimenti da fare utilizzando le risorse prima richiamate, attraverso i quattro centri di spesa regionali, cui sono preposti direttori generali che hanno gli obiettivi di spendere tutto, bene e in fretta.
I circa 18 miliardi di risorse del Po 2007/13 vanno riversati con immediatezza, negli anni previsti, sul mercato siciliano, per dare ossigeno all’economia asfissiata dall’insipienza di un sistema politico e amministrativo che la sta distruggendo.
Abbiamo più volte indicato i versanti degli investimenti di cui due sono preponderanti: opere pubbliche, aprendo subito i cantieri regionali e locali, e attrazione di investimenti produttivi da tutto il Mondo soprattutto per valorizzare e mettere a profitto i beni culturali paesaggistici e archeologici che la Sicilia possiede in cospicua quantità.
Lug
12
2011
Ventisette deputati su novanta costituiscono circa un terzo della massima rappresentanza dei siciliani. Molti di loro saranno innocenti, ma altri avranno combinato i reati di cui sono accusati. Quello che preoccupa è il dato complessivo che certifica l’estensione della corruzione in politica.
Ma il fenomeno non è solo nostro. Tra i novecentoquarantacinque deputati e senatori, decine sono indagati e sotto processo. Per parecchi di essi è stata chiesta l’autorizzazione all’arresto, ma fino ad oggi quasi nessuna è stata rilasciata. Pendono le due richieste per Milanese e Papa, sulle quali Giunta ed Aula dovranno pronunciarsi.
Vi sono poi i casi, numerosi ed estesi, in aziende ed Enti pubblici. Consiglieri di amministrazione, componenti di comitati direttivi, consulenti di questo o quell’uomo politico, persino ministri in carica poi dimessisi,  confermano la estesa corruzione in tutti gli ambienti dove si maneggiano soldi pubblici.

Dalla corruzione materiale alla corruzione etica. Finalmente quotidiani e settimanali nazionali stanno tirando fuori i privilegi che la casta politica, in questi decenni, ha alimentato senza sosta: i privilegi degli ex, peraltro da noi indicati in diverse puntate; i privilegi di quelli che sono in carica, totalmente ingiustificati.
L’Italia è l’unico Paese d’Europa nel quale vi sono ben nove livelli elettivi delle Istituzioni dentro le quali vanno a collocarsi, per un verso o per l’altro, ben centoquarantacinque mila soggetti che percepiscono indennità, premi, gettoni di presenza letteralmente inventati e senza alcun collegamento con il servizio che dovrebbero rendere ai cittadini.
Centoquarantacinquemila privilegiati, parassiti e possibili corruttori, di cui faremmo a meno, almeno in buona parte. Fra essi vi sono persone perbene, oneste e corrette. Ma è l’insieme che desta viva preoccupazione.
La corruzione è un elemento distorsivo del funzionamento delle Istituzioni e del mercato, al di là dell’aspetto materiale e di quello morale. Chi prende un appalto che non dovrebbe perché è incapace; chi acquisisce una consulenza senza avere le qualità professionali; chi viene nominato in un Consiglio d’amministrazione senza i requisiti: danneggiano le Istituzioni.
 
Per tamponare questa gravissima situazione basterebbe una leggina formata da un articolo unico: Coloro che intendono essere nominati in Consigli di amministrazione o in Comitati direttivi di Enti pubblici o di qualunque società di proprietà di Enti pubblici, devono avere requisiti di professionalità specifici e referenze adeguate, risultanti da un apposito albo cui si accede per concorso; i bilanci di società ed Enti pubblici di ogni genere e grado devono essere certificati da società iscritte alla Consob; compensi, emolumenti, indennità e simili non possono superare quelli corrispondenti per incarichi alla media europea.
Occorrono quindi limitazioni quantitative e possesso di requisiti di idoneità per rivestire incarichi o a certificare bilanci. Tutto questo comporta una maggiore selezione, perché il campo si restringe con l’esclusione di tanti trombati politici e soggetti che non hanno i requisiti per amministrare e controllare.

Vi è poi un’altra questione che abbiamo più volte segnalato: scoprire la corruzione strisciante negli Enti pubblici e nelle società a controllo pubblico. Non è pensabile che essa venga fatta emergere e investigata solo dalla Procura della Repubblica di ogni Tribunale e dalle Forze dell’Ordine.
Anche in questo caso, basta fissare per legge che ogni Ente pubblico istituisca il Nucleo investigativo affari interni (Niai), col compito di controllare la correttezza e l’efficienza di tutte le proprie strutture, evidenziando i casi di insufficienza o di corruzione, che vanno poi girati alle Procure. Questo costituirebbe un deterrente contro le malversazioni, contro le appropriazioni indebite o quant’altre azioni illegali si compiono giornalmente nella Pubblica amministrazione, a vario livello.
Com’era prevedibile, la mannaia sulla spesa corrente è arrivata, ma ancora non se ne sentono gli effetti che verranno prodotti nel 2013 e nel 2014. Si renderà indispensabile, per conseguenza, approdare ad una buona amministrazione, che elimini gli sprechi e spenda solo quanto necessario per avere efficienti servizi.
Apr
16
2011
La  giustizia italiana è stata più volte sanzionata dall’Unione europea per la sua inefficienza e incapacità di dare risposte ai cittadini in un ragionevole lasso di tempo, con ciò violando l’art. 111 della Costituzione che al secondo comma recita: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. Questo articolo è stato continuamente violato nei decenni passati, continua a essere violato ai tempi nostri e lo sarà ancora se l’organizzazione della giustizia non sarà diventata efficiente ed efficace.
L’Unione ha sanzionato continuamente l’Italia, tanto che il Parlamento ha dovuto approvare in fretta una legge, la Pinto (n. 89/2001) con la quale ha stabilito, appunto, che la ragionevole durata del processo fosse un periodo di tre anni, oltre il quale convenuto e attore hanno diritto a un risarcimento medio di circa mille euro all’anno cadauno. Dal 2002 al 2010 lo Stato ha pagato oltre cento milioni di risarcimenti.

Gli attori responsabili del disastro della giustizia sono almeno quattro: Parlamento, ministero della Giustizia, avvocati e magistrati.
La prima causa dell’anomala lunghezza dei processi, civili e penali, è la procedura. Quando essa prevede passaggi inutili, ripetuti solo per dilatare i tempi, contravviene al principio della durata ragionevole. Dunque, il Parlamento in primis ha il dovere di tagliare i percorsi delle cause civili e penali di almeno il 50 per cento per ridurre il tempo necessario all’emanazione della sentenza.
Il secondo colpevole è il ministero della Giustizia, perché non riorganizza in maniera efficiente le strutture amministrative, in modo tale che con le attività digitalizzate l’attuale personale diventi più che sufficiente e forse esuberante, con notevoli risparmi di spesa. Naturalmente, la riorganizzazione dovrebbe essere fatta con un Piano aziendale.
Il terzo soggetto che contribuisce alla lunghezza dei processi è il corpo degli avvocati, che guadagnano secondo il principio che il processo più pende e più rende. Naturalmente all’interno della corporazione, ci sono tantissimi professionisti che vorrebbero concludere presto i processi.
 
Il quarto soggetto sono i magistrati, la cui funzione è quella di governare le procedure con imparzialità, terzietà e di emettere sentenze che sono l’atto finale con cui si rende giustizia alle parti. Conosciamo tantissimi magistrati, veri stakanovisti del lavoro, che emettono sentenze con una frequenza e una qualità, anche se sintetiche, veramente notevoli. è opinione di quasi tutti gli alti magistrati che abbiamo interpellato che le sentenze non debbano essere compendi, bensì sintesi, che centrino il cuore di ogni controversia senza dilungarsi in questioni accessorie e di minima importanza.
Il risultato di una generale riorganizzazione che veda protagonisti i quattro soggetti citati può avvenire se ognuno di essi vuole veramente risolvere il problema, almeno in prospettiva. Se, invece, ognuno tira il lenzuolo dalla propria parte, ovvero resta inerte senza produrre un opportuno slancio, la situazione finirà per incancrenirsi ulteriormente.

Prescrizione breve: ma mi faccia il piacere, direbbe Antonio De Curtis, perché il disegno di legge approvato dalla Camera e passato al Senato, se approvato in via definitiva, manterrebbe lo stesso i processi di una lunghezza incostituzionale e continuerebbe a violare le norme europee.
La prescrizione approvata per i processi penali dovrà essere un vincolo perché il Parlamento riduca drasticamente i tempi. Purtroppo, nel processo civile, la prescrizione non c’è, ma anche in questo caso il Parlamento deve introdurre vincoli cogenti per tutti gli attori (amministrazione, avvocati, magistrati) in modo da portare a sentenza in tempi certi ed europei ogni controversia.
Tutto il teatrino che si svolge da decenni al riguardo serve a far capire amaramente ai cittadini, cioè alle vittime di una giustizia lenta e farraginosa, che i legislatori non hanno alcun rispetto per loro e non gli importa se la giustizia rimanga una parola senza contenuto. Anche in questo versante viene violato il principio di equità che sta alla base del buon funzionamento di una Comunità, con la conseguenza che vince la ragione della forza e non la forza della ragione.
Set
02
2010
Il bailamme agostano ha dimostrato ancora una volta che la politica italiana è basata su un teatrino indecoroso, oggetto di sarcasmo da parte delle democrazie avanzate e di lazzi da parte dei giornali. In nessun quotidiano europeo o statunitense vi è questa continua rappresentazione dei leader politici che si parlano addosso e parlano addosso agli altri. In nessun quotidiano europeo o statunitense c’è questa spasmodica ricerca dei retroscena fatti di pizzini, allusioni, insinuazioni e consimili attività perniciose.
Certo, questa manfrina fa vendere più copie, anche perché alimenta la voglia dei cittadini di scagliarsi contro questo o quel rappresentante istituzionale, che normalmente non fa il proprio dovere. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha giustamente posto alla propria maggioranza, ma segnatamente al gruppo Fli (Futuro e libertà per l’Italia) di approvare o non approvare cinque punti: Fisco, Mezzogiorno, Giustizia, Federalismo e Sicurezza.

A ben guardare, la giustizia sarà il tema caldo, perché contiene la riforma del processo penale con l’inserimento di vincoli temporali nei diversi gradi, per costringere i giudici ad arrivare a sentenza in tempi contingentati, ma sicuramente non brevi.
Questo provvedimento non si trova nel programma di governo, ma ha la funzione di tagliare i processi (Mills, Mediaset, Mediatrade) a carico del Cavaliere. Inutile nascondere questa verità. è opinione diffusa che questo provvedimento è l’ultima spiaggia per salvare Berlusconi dalle condanne che potrebbero provocargli la decadenza dai pubblici uffici, ritenuto che la Corte Costituzionale, nella seduta del 14 dicembre, dichiarerà incostituzionale l’ultimo provvedimento di protezione dei quattro vertici dello Stato.
Dunque, è corretto stabilire un cronoprogramma dei processi perché essi si concludano con sentenza entro un certo tempo e non in qualunque tempo. è iniquo, invece, che nulla sia previsto sulla certezza dei tempi nel processo civile. Il ministro Alfano ha proposto una nuova figura (il mediatore) che dovrebbe intervenire prima del giudice per far conciliare le parti. Non sembra che questo rimedio sia appropriato.
 
La legge Pinto (89/01) consente a qualunque parte coinvolta in un processo di chiedere un risarcimento, per ogni anno di ritardo rispetto al primo triennio, periodo che si ritiene equo per lo svolgimento di un processo civile o penale. Nella citata legge è già indicato il giusto periodo di un giusto processo. Tant’è che, per ogni anno successivo, l’attore e il convenuto possono chiedere il giusto risarcimento per il ritardo, facendo ricorso alla Corte d’Appello del distretto giudiziario, ritardo che viene liquidato in circa mille euro per ogni anno.
Sembra che nel 2009 lo Stato abbia sborsato per il risarcimento 500 milioni di euro. Se i processi si chiudessero nel tempo previsto, tale somma potrebbe essere destinata a finanziare la macchina della giustizia.
Ma c’è un altro elemento che va messo in luce. L’Italia è un Paese europeo nel quale la giustizia funziona solo dieci mesi e mezzo. Non si capisce perché dal 1° agosto al 15 settembre essa si paralizzi, salvo i casi urgenti.

Vi è un altro elemento di valutazione. Le procedure, civile e penale, sono farraginose e complicate. Sotto l’etichetta delle garanzie si nascondono una serie di passaggi inutili e dannosi che hanno l’unico scopo di alimentare un’attività giudiziaria che danneggia coloro che chiedono giustizia (a torto o a ragione) e favorisce la categoria professionale dei difensori secondo il principio che il processo più pende e più rende. Le commissioni che si occupano di preparare le riforme dovrebbero prevedere la presenza di ingegneri e professori universitari esperti di organizzazione, oltre che dei giuristi.
Solo trovando un giusto punto di equilibrio fra la necessità di una giustizia equa e quella di chiudere i processi in un tempo predeterminato, non molto superiore a quello previsto dalla citata legge Pinto, vi può essere una vera innovazione, che non serva a discettare di aria fritta.
Di questo oggi si tratta: discutere del nulla per interesse di bottega. è ora di finirla, per occuparci di questioni serie.
Mar
09
2010
La corruzione nella res pubblica è un’ulteriore tassa sui cittadini perchè consente l’indebito arricchimento di quanti violano le regole con l’aggravante di evadere le imposte.
Quanto precede genera una grande iniquità e rende privilegiate categorie di cittadini, che violano ripetutamente la legge, senza essere messi tempestivamente in galera. Anche quando sono raggiunti da provvedimenti cautelari, i loro avvocati seguono la tattica di prolungare al massimo i tempi, in modo che l’opinione pubblica dimentichi e sia più facile ottenere sentenze clementi.
Sappiamo che i giudici si regolano in base ai documenti processuali e non agli articoli dei giornali nè ai dibattiti televisivi. Tuttavia questi ultimi possono influenzare coloro che sono chiamati a emettere sentenze, perché la pressione dell’opinione pubblica pesa.
La corruzione non è solo quella costituita da mazzette, ma dall’insieme di favori necessari per ottenere questo o quel provvedimento amministrativo, questa o quella nomina, questo o quella onorificenza o titolo onorifico.
Perfino per diventare cavaliere della Repubblica si cerca la raccomandazione. L’ex ministro della Giustizia, Clemente Mastella, trovato con le mani nella marmellata per avere raccomandato oltre seicento clientes, sbottò indignato: “Ma che volete, erano dei poveracci che avevano bisogno”. Un modo esplicito che dimostra lo scambio fra voto e favore.

La corruzione si combatte in modo preventivo e repressivo. Bisogna essere grati a Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza per l’enorme mole di lavoro che svolgono, mirato alla scoperta di ladri e dipendenti indegni. Tuttavia non si può pensare di avere un investigatore per ciascuno dei 3,6 milioni di dipendenti pubblici, nè tanti agenti per quanti imprenditori vincono gare d’appalto per la fornitura di beni e servizi. Occorre un’azione preventiva, quella che si chiama diffusione della cultura dell’onestà. Perchè tale diffusione vi sia, è necessario che convenga. La convenienza, di conseguenza, deve essere palese.
 
Che ci vuole, dunque? La trasparenza, ecco quello che ci vuole. Cioè la possibilità da parte dei cittadini di controllare direttamente quanto avviene dentro i Palazzi. Siccome, però, i Palazzi sono fatti di pietre e cemento, la loro attività va riportata per intero sui siti Internet. Così facendo, in qualunque momento, ogni cittadino è in condizione di sapere cosa stiano facendo i suoi dipendenti (perchè pagati dalle imposte) e se stiano producendo in modo proporzionale a quanto percepiscono.
Trasparenza è anche la possibilità per ogni cittadino di chiedere ed ottenere un qualunque provvedimmento amministrativo per via telematica, senza bisogno di prendere autobus e metropolitane o perdere ore e ore negli uffici pubblici.
Trasparenza è un valore di interesse generale così importante, che viene ostruito e avversato da chi non vuole essere controllato. Il quale ha sempre qualcosa da nascondere. Se qualcuno vuole controllare il mio conto bancario, si accomodi pure. Non sono interessato alla privacy.

Agire alla luce del sole, ecco cosa è utile al miglioramento della moralità generale, senza della quale l’arbitrio prevale, la legge del più forte si diffonde e la ragione del più debole viene oppressa.
È inutile spendere questi concetti in conferenze e in luoghi pubblici. È inutile che tante persone dei clubs service spieghino come e perchè bisogna comportarsi bene. Ovvietà. È, invece, indispensabile che ognuno dimostri con il proprio comportamento e le proprie azioni che crede nei valori morali ed eterni e che regoli la propria vita e i propri comportamenti in rapporto a essi.
La responsabilità di ognuno di noi, verso i terzi e verso se stessi, impone di chiedere a viva voce la trasparenza degli altri, ma di essere trasparenti per primi. Predicar bene e razzolar male è un modo per non comportarsi secondo i canoni morali, che dobbiamo tenere sempre presenti sia in questa vita, che quando lo spirito abbandonerà il nostro corpo.
Nov
24
2009
Il disegno di legge sul processo breve è una barzelletta nel titolo. Come si può dire breve un processo che dura sei anni? Certo, abituati ai tempi odierni più che doppi, si può affermare che esso si riduca, ma resta pur sempre di una lunghezza non europea.
Nel disegno di legge è inserita una norma che prevede la responsabilità personale del giudice qualora i tempi non siano rispettati. Bisognerà vedere con quali strumenti e in base a quali elementi potrà essere determinata tale responsabilità.
La materia è nebulosa, perché all’obiettivo sacrosanto di ridurre il tempo dei processi sottosta il vizio che in effetti la legge serva per tutelare Berlusconi piuttosto che i cittadini normali. Questo continuo equivoco fra gli interessi privati e quelli generali è un presupposto per non fare buone leggi. 
A questo marasma si aggiungano le fibrillazioni in seno al Pdl e gli scontri malcelati fra finiani e berlusconiani, senza contare tutte le anime del centrosinistra tentennanti fra un’astensione e un’opposizione dura.

Lo strepito più alto che sentiamo, con riferimento alla lunghezza dei processi, è che non vi sono risorse. Questo è parzialmente vero. La verità maggiore è che la procedura non è diritta come un rettilineo, ma oscilla come una sinusoide. Essa è cosparsa di moltissime e inutili fermate, che consentono a chiunque abbia interesse di rallentare il convoglio che, fra la prima e l’ultima udienza, dovrebbe marciare a tappe predeterminate.
Ecco che cosa manca al processo medesimo: il cronoprogramma. Vale a dire quello strumento che stabilisca con precisione tutti i tempi che intercorrono fra l’inizio e la fine e, senza consentire ad alcuno azioni dilatorie, sancisca con responsabilità personali tutti i tentativi di allungamento.
Certo, le cancellerie dichiarano carenza di personale. Ma dov’è il Piano industriale o Piano organizzativo per la produzione dei servizi (Pops) che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per unità di servizio? Questo è il buco più grosso.
 
Se non viene realizzato il cronoprogramma dei processi civile, (civile, penale, amministrativo e tributario), la situazione non può cambiare. Per fare un cronoprogramma efficace non bastano i giuristi (magistrati, professori universitari e avvocati). Occorrono ingegneri e organizzatori, i quali conoscono la materia e sanno come fare per realizzarlo.
In questo quadro, una forte accelerazione verrebbe dalla totale informatizzazione dei processi, per cui non ci sarebbe più bisogno né di giganteschi archivi cartacei difficilmente consultabili, né dei tempi per archiviare e prendere carte e neppure dei viaggi della speranza che gli avvocati debbono effettuare per andare a visionare e a depositare documenti presso le varie cancellerie. Difficoltà che aumentano quando l’attività forense viene svolta in sezioni staccate dei Tribunali, poste in altre città, diverse da quelle del Tribunale principale. Tutto questo è noto e sembra folle che non se ne parli.

Dunque, è il cronoprogramma della procedura il nocciolo della questione. Ma di esso non vi è alcun accenno nel Ddl sul processo breve. Ecco che cosa fa sospettare che, non essendo una vera soluzione per i difetti che esistono, si ritiene che esso serva solo a Berlusconi. E questo è male, perché con questi espedienti i suoi avvocati difensori stanno affossando il premier, il quale ancora miracolosamente ha consenso ma, continuando a commettere errori di comunicazione e di comportamenti, andrà via via perdendo il suo appeal. Il tentativo di mandare tutto all’aria dev’essere passato più volte nella mente del Cavaliere, che si sente tradito da tante persone a lui vicine e, soprattutto, vulnerabile da questi due processi le cui sentenze, è inutile nasconderlo, sono di fatto già scritte.
La situazione istituzionale è difficile ma, dal punto di vista democratico, è un vero peccato che una maggioranza così ampia, come mai ha avuto il Parlamento italiano, ad inizio legislatura non faccia quelle riforme essenziali e incisive che sono nel suo programma e che rimetterebbero in navigazione il vascello-Italia.
Tutti si aspettano il colpo d’ala, anche brutale, perché non sopportano questo parlare a vuoto.