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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Grecia

Giu
19
2012
Venerdì scorso fummo facili profeti nel pronosticare che il popolo greco avrebbe votato per l’euro e per il suo ritorno alla normalità. Nel nuovo Parlamento vi sono 130 deputati di Nuova Dimokratia, 34 del Pasok e 16 di Sinistra democratica. Una solida maggioranza che sconfigge la sinistra radicale e protestataria di Syriza  (il Vendola greco) che ha riportato solo 70 deputati.
Così la situazione in Grecia si rimette nell’alveo europeo, avendo preso atto che negli ultimi vent’anni il popolo è vissuto nettamente al di sopra delle proprie possibilità, con privilegi di ogni genere goduti dalla classe partitocratica e dai dipendenti pubblici che hanno saccheggiato le casse dello Stato, diffondendo corruzione e squilibri.
Qualcuno obietterà giustamente che sono stati i due maggiori partiti (ND e Pasok) che hanno condotto la Grecia in queste condizioni disastrose. Giusto, ma ora gli stessi soggetti politici dovranno ricondurla in una condizione di normalità. Se ne saranno capaci lo vedremo prossimamente.

Il popolo greco ha mostrato giudizio e consenso, altrettanto dovranno fare l’Europa e la Germania, non tanto con l’allentamento dei controlli sul rigore indispensabile per rimettere i conti in ordine, quanto concedendo al Paese ellenico la possibilità di pagare più lentamente i propri debiti e fornendogli le risorse necessarie per gli investimenti e l’attivazione della macchina economica che crei nuovo lavoro.
Questo sarà un segnale positivo rivolto anche agli altri Paesi in difficoltà, assaliti dagli speculatori, che non sono alieni ma fanno il loro mestiere, in modo che si diffonda un processo di crescita generalizzato in tutto il territorio europeo.
Una manovra da adottare è, per esempio, quella di non calcolare nei parametri di Maastricht le somme destinate ad investimenti che cofinanziano i fondi europei. Su questo versante, soprattutto nei confronti dell’Italia, l’Unione deve stringere i controlli per punire la burocrazia, soprattutto quella meridionale, quando non fa il proprio dovere che è quello di spendere le risorse. Il che è un comportamento necessario per far capire a tutti che la festa è finita.
 
A Bruxelles, c’è l’abitudine di fare controlli formali più che sostanziali, causa, questa, che ha provocato il disastro in Grecia e ha messo sull’orlo del fallimento Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. I controlli sui parametri dell’Uem devono essere effettivi, costanti, precisi e puntuali, in modo da sconsigliare a una classe politica inetta di finanziare col danaro pubblico iniziative ed attività clientelari e di parte che danneggiano la collettività.
La paura del crollo greco deve insegnare che è indispensabile ritornare ad un clima di normalità e di ordinaria amministrazione nel quale tutti rispettano le regole e, quando non lo fanno, sono penalizzati in maniera sostanziale.
Certo, perchè tutto funzioni meglio, occorre l’unione politica dell’Europa con l’elezione di un parlamento che abbia effettivi poteri nonchè del primo ministro e di un consiglio che deliberi, senza il potere di veto che oggi è nelle mani di ciascuno dei 27 capi di Stato e di Governo, che compongono l’Unione. Per questo obiettivo la strada è molto lunga, ma occorre perseguirlo con determinazione.

In Francia, il Partito socialista ha fatto l’en plein. Con i suoi alleati più stretti, Radicaux de gauche e Divers gauche, ha conquistato 314 seggi all’Assemblea nazionale su 577. Il presidente della Repubblica, Francois Hollande, avrà anche il sostegno del Senato, ove il Partito socialista è in maggioranza.
Vi è anche da ricordare che tutte le regioni di Francia sono governate dal Partito socialista, oltre a importanti città, fra cui Parigi.
Non sembri eccessiva l’assenza di alternative politiche nello scenario francese. Colà, il sistema elettorale nazionale, regionale e comunale consente di governare a chi prende un voto in più ( e questo è legittimamente riconosciuto da chi perde) e l’elezione dei deputati, col maggioritario a doppio turno, non sarà una rappresentazione capillare dei votanti, ma ha il pregio di eleggere maggioranze stabili e durature. Con l’effetto benefico che consente al popolo di giudicare chi ha lavorato bene e chi male, senza le perniciose zone grigie che ci ricordano la Democrazia cristiana.
Feb
16
2012
Il parlamento greco, nella notte fra domenica 12 e lunedi 13, ha approvato il piano richiesto dall’Unione europea, per concedere alla Grecia un prestito di 130 miliardi di euro, dopo aver concesso in precedenza un altro prestito di 110 miliardi di euro.
Insieme col prestito, la troika (Ue, Bce e Fmi) ha avallato l’haircut sul debito greco, nei confronti di banche nazionali ed estere e di risparmiatori nazionali ed esteri. Il taglio significa che lo Stato greco non rimborserà più cento miliardi di euro ai suoi creditori e provvederà a cambiare nuovi bond con i vecchi nel rapporto di uno a due.
La Grecia avrà un ulteriore vantaggio: pagare sui nuovi bond il 3,50 per cento, con una moratoria di uno o due anni. Tutto questo significa che i possessori dei bond greci perderanno due terzi del valore. Ecco il primo vantaggio per i greci, di cui non hanno parlato i saccenti telecommentatori e cronisti di vari giornali. Vi è un secondo vantaggio per la penisola ellenica. Ecco di che si tratta.

In questi ultimi anni, per intenderci quelli della crisi finanziaria internazionale, ma anche nel decennio precedente, i Governi greci di destra e di sinistra hanno imbrogliato i propri cittadini concedendo loro favori, prebende, posti di lavoro nel settore pubblico ben remunerati: in una parola hanno fatto quello che fece il Pentapartito, con la connivenza del Partito comunista, negli anni Ottanta, in Italia, quando allargò i cordoni della borsa a dismisura.
I Governi greci hanno commesso  crimini politici: uno fra questi aver acquistato navi, aerei da combattimento ed armamenti, soprattutto da Francia e Germania, degni di una superpotenza, affamando contemporaneamente il popolo. Era del tutto evidente che questa dissennatezza portasse al dissesto, che è un attimo prima del fallimento di una Nazione.
Il popolo ha ignorato le porcherie che hanno compiuto i Governi, ripetiamo di destra e di sinistra, salvo protestare quando già era nella melma fino al collo. Però, a fronte dei centomila manifestanti, il 75 per cento del popolo ha approvato il piano. Obtorto collo. Ma il debitore ha sempre torto. Male fece quando si indebitò. Doveva pensarci prima e prevedere il disastro.
 
La Regione siciliana si trova all’incirca nelle stesse condizioni perchè in questi ultimi lustri ha allargato i cordoni della borsa e, d’altra parte, ha chiuso gli occhi sulla prevista diminuzione dei trasferimenti, conseguenti al Patto di stabilità. La Regione, con la sua pachidermica e lenta burocrazia, ha inchiodato i diciotto miliardi di fondi europei e statali del Piano 2007/13, avendone speso solo il 18 per cento in cinque anni.
La borsa a maglie larghe ha fatto assumere personale a dismisura: duemila dirigenti contro duecento  della Lombardia, diciottomila dipendenti contro tremila della Lombardia. Gli sprechi della Regione sono innumerevoli e permangono anche nel settore della Sanità, pur tenuto conto del piano di austerità dell’assessore Massimo Russo.
Prossimamente pubblicheremo il dettaglio dei tagli che la Regione deve effettuare se vuole fare quadrare il bilancio 2012, tagli che ammontano, come abbiamo scritto più volte, a 3,6 miliardi.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, è armato di tanta buona volontà, ma ha delle forbici che non tagliano. Tuttavia è stato costretto ad ammettere, in un crescendo rossiniano, che i tagli sul bilancio 2012, partiti da 500 milioni, sono ora arrivati a 2,3 miliardi. Siamo convinti che prima di fine marzo egli sarà costretto ad annunciare che i tagli indispensabili dovranno essere 3,6 miliardi, esattamente quanto anticipato da noi prima di lui. Non ci vuole la sfera di cristallo per le affermazioni che precedono. Basta avere competenza di organizzazione e di bilanci per analizzare, capitolo per capitolo, quello regionale, ancora in bozza, ed attivare lo spending review col bisturi, come sta facendo il Governo nazionale.
è inutile che il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, vada a fare l’elemosinante alla Presidenza del Consiglio. Troverà le porte chiuse se prima non mette in regola i propri conti.
Ora, urge un accordo di tutti i partiti per tagliare sprechi e privilegi, oppure il popolo siciliano soffocherà.
Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Set
23
2011
La spesa pubblica in Italia, nel 2011, raggiungerà il 49,9 per cento del totale. Nella Grecia fallimentare raggiunge il 49,7 per cento, in Portogallo il 47,7 per cento, in Irlanda il 45,5, in Spagna il 42,9. Questi dati provengono dalla Commissione europea e indicano l’obesità delle istituzioni italiane che si mangiano la metà della spesa complessiva.
Questo è il nodo della questione. Fuggire dalla realtà, aumentando le imposte, come ha fatto questo Governo, significa portare la pressione  fiscale a 45,7 per cento, cioè quattro punti oltre la media europea.
Combinando i due dati si capisce perché la crescita del Pil italiano nel 2011 sarà inferiore allo 0,8 per cento e quella del 2012 intorno allo 0,2 per cento. Si tratta infatti di una manovra che sottrae risorse ai cittadini - i quali inevitabilmente spenderanno di meno nei consumi - e mantiene un livello di spesa corrente estremamente elevato, avendola sottratta a quella per gli investimenti. Anche in questo caso lo stallo è depressivo, perché genera assistenzialismo anziché produzione di ricchezza.

La prossima manovra che Governo e maggioranza attueranno nel mese di ottobre, per ottemperare alle indicazioni della Bce, la quale senza rigore non comprerebbe i titoli italiani, riguarderà esclusivamente il taglio della spesa pubblica, cioè la spesa corrente, non quella per investimenti.
Dovranno essere toccati i tabù delle pensioni di anzianità, dell’interesse sul debito pubblico, abbattendolo mediante la vendita di immobili, il taglio decisivo delle remunerazioni dei pubblici dipendenti, nonché l’eliminazione delle indennità a consiglieri comunali e circoscrizionali, e a deputati nazionali e regionali. Il Governo dovrà inoltre procedere allo smantellamento delle società pubbliche locali, le quali pagano fra amministratori e revisori oltre 40 mila persone del tutto inutili alla produzione dei servizi.
Se tali servizi fossero affidati a imprese, mediante bandi di gara di evidenza pubblica, costerebbero infinitamente di meno e sarebbero più efficienti. Certo, in questo caso, occorrerebbe attrezzare le istituzioni con opportuni organi di controllo, che dovrebbe essere tassativo.
 
Vi è poi un’altra questione, che non viene riportata sovente sul tavolo e, cioè, la qualità della spesa pubblica. E per qualità noi intendiamo la sua produttività. Ciò significa che a ogni euro speso deve corrispondere più di un euro di servizio prestato, per l’effetto moltiplicatore di una sana ed efficiente organizzazione. Questo meccanismo virtuoso diventerebbe la base per remunerare dipendenti e dirigenti pubblici, anche premiandoli per gli obiettivi che via via raggiungono. 
Nella remunerazione dei dipendenti pubblici, almeno in quelli siciliani, vi è un aspetto che ha del ridicolo. Una parte dei compensi annuali è subordinata al raggiungimento degli obiettivi. Il fatto è che anche quando essi non vengono raggiunti il cosiddetto premio viene erogato ugualmente. Si tratta di una palese iniquità, non giustificabile in alcun modo, che ha un ulteriore effetto negativo: quello di diseducare i cittadini, i quali si sentono presi in giro perché i loro quattrini vengono gettati al vento e anche perché si diffonde un principio antimeritocratico.

Vi sono molti metodi per valutare la produttività della spesa pubblica. L’organizzazione è una scienza che ne prevede tantissimi, trasferiti nel controllo di gestione, noto ai professionisti di questo ramo. Ricordo che il controllo di gestione obiettivo si fa nelle aziende private, in quelle pubbliche e nella pubblica amministrazione, solo che in quest’ultima il controllo è meramente formale e non riguarda il rigoroso rapporto fra obiettivi fissati e risultati raggiunti.
Mancando questo controllo, è impossibile valutare l’opera di chi ha prestato il proprio lavoro professionale, dal che ne consegue che tutti sono uguali, venendo meno la graduatoria che si sgrana fra il primo e l’ultimo di ogni situazione.
La questione è semplice ed è inutile girarci intorno. Chiunque apra la bocca per emettere fiato danneggia la collettività. Lo fa perché è in malafede o ignorante, ma il risultato è il medesimo. Cincischiare ancora sulla produttività della spesa pubblica è delinquenziale.
Mag
13
2010
La Grecia è una nazione carica di storia, di reperti archeologici, si può dire la matrice della nostra civiltà. Ha una superficie di 133 mila kmq, circa cinque volte e mezzo quella della Sicilia, con meno di 11 milioni di abitanti, poco più del doppio dei siciliani. Il prodotto interno lordo è stato di 237,4 mld €, con un disavanzo annuale del 13,6 per cento e un debito pubblico del 115,1 per cento che prima era il peggiore dell’Unione a 27 ma ora è stato superato da quello italiano.
In questi pochi numeri c’è tutto il disastro di quella piccola nazione, ora squassata da una sorta di rivoluzione perché il piano di risanamento previsto dal primo ministro, George Papandreou, che appartiene a un’antica famiglia di politici (il padre Andreas è stato a sua volta primo ministro), taglia senza pietà soprattutto nelle fasce più deboli.
Fra l’altro, il Paese ellenico ha mantenuto il vizietto italiano di mandare i propri dipendenti in pensione a 59 anni, e quel sistema economico non l’ha sopportato.

Ma vi sono altri elementi devastanti: l’arretratezza dei servizi pubblici, la mancanza di concorrenza, l’estensione della mano pubblica nell’economia e, soprattutto, la corruzione. Sembra che stiamo descrivendo lo stato patologico del nostro Paese. E questo ci fa paura.
Un altro elemento assomiglia a quello italiano e, cioè, che questa situazione disastrosa è stata provocata da governi di Destra e di Sinistra, alternatisi in questi decenni. Il che dimostra che non è stata l’ideologia a creare il male, bensì un ceto politico che è venuto meno ai principi etici dell’alta politica. Cosicché la situazione, anno dopo anno, è precipitata e ora il salvataggio è costosissimo per tutti i ceti sociali.
La prima tranche di prestito che gli Stati membri dell’Unione europea daranno alla Grecia ammonterà a circa 85 mld €, ma gli esperti ritengono che ce ne vorranno almeno il doppio. Il Bund greco 2020 è precipitato a 79, però la sua caduta si è arrestata. Ora bisogna attendere gli effetti dell’iniezione di liquidità. Effetti che dovrebbero manifestarsi nelle prossime settimane.
 
Qualcuno ha scritto che la speculazione internazionale è la causa della crisi greca. Si tratta di una pura e semplice menzogna, perché chi è causa dei suoi mal, pianga sé stesso. La cosiddetta speculazione fa il proprio mestiere, cioè punta sulla crisi delle monete per guadagnare quando queste corrono al ribasso.
Si dice che un gruppo di titolari di Hedge Fund, capitanati da George Soros, abbiano deciso di muovere contro l’euro, cominciando dalla Grecia, ma quello che accade in Spagna, in Portogallo e in Irlanda fa capire che l’attacco è serio, grave, eppure perfettamente legittimo.
Gli speculatori non hanno mosso contro l’Italia perché nonostante l’enorme debito pubblico, i cui interessi costano oltre cinque punti del Pil (80 mld), ha un forte baluardo nel risparmio privato che bilancia i quasi 1800 mld di debito pubblico. Qui, però, non si sono affrontate le riforme e dunque la situazione stagna con una previsione di crescita del Pil, per il 2011, di appena l’1 per cento.

Di fronte a questi dati, dobbiamo rilevare la forte ripresa negli Stati Uniti che già nel precedente trimestre ha fatto registrare un aumento del 3,2 del Pil e punta a oltre il 4 per cento nel 2011. Ma anche in Europa si sono messe in moto le locomotive tedesca e francese. Soprattutto quella tedesca ha nettato il suo sistema economico da tanti orpelli, fatto che gli consente di cominciare a correre.
La rivoluzione dei cittadini greci è ben comprensibile, ma essi non hanno compreso negli anni precedenti come i privilegi dei dipendenti pubblici e delle corporazioni pubbliche e private avrebbero irrimediabilmente devastato quella economia. Ora piangono sul latte versato, reagiscono col sangue agli occhi, ma per rimettere in carreggiata la navicella sconquassata dovranno fare sacrifici per tre o quattro anni.
Il peggio del risanamento è che l’aumento di tasse da un canto e il taglio di stipendi, tredicesime e quattordicesime dall’altro, toglie dal circolo dei consumi notevoli risorse. Con la conseguenza che viene meno uno degli elementi propulsivi dell’economia. La Grecia sconterà una dura recessione.