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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Immigrati

Apr
09
2011
L’accordo tecnico fra Maroni e il suo collega Habib Essid di mercoledì 6 aprile non risolve in maniera chiara se il rubinetto sia stato chiuso, vale a dire se le forze dell’ordine tunisine impediranno le partenze e se la vasca si svuoti, cioè se il Paese nordafricano si riprenderà i propri cittadini emigrati illegalmente, non quattro al giorno.
Forse il problema è risolto per quanto riguarda la Tunisia, non lo è per quanto riguarda la Libia, ove in attesa che le due parti (Gheddafi e ribelli) trovino una soluzione, le mafie locali continuano a lucrare, facendo partire carne umana che spesso naufraga, creando centinaia di morti.
A chi fa questo sporco lavoro non importa per niente che i clandestini arrivino a Lampedusa, tanto loro hanno già incassato il pedaggio. E non importa neanche fornire barconi sufficientemente funzionanti per percorrere il mare anche in tempesta per qualche centinaia di miglia marine. Le mafie non hanno codice, quello che conta è portare a casa il massimo profitto.

L’Europa e l’Italia devono porsi la questione umanitaria. Essa non riguarda più l’accoglienza a Lampedusa o in altre parti, bensì evitare che si verifichino ulteriori naufragi con la perdita di tantissime vite umane. In altri termini, l’Ue deve proteggere questi poveracci, anche contro la giusta voglia di evadere dai loro Paesi d’origine, per giunta ponendo ad un rischio mortale la propria vita.
Ma in cosa dovrebbe consistere l’azione umanitaria a protezione della vita dei profughi? Nel predisporre un pattugliamento nelle acque internazionali, al limite con quelle libiche, in modo da soccorrere tempestivamente gli emigranti, accoglierli sulle navi, rifocillarli, fornire loro indumenti, dopo di che farli ritornare sui loro barconi per percorrere le poche miglia che li separano dai loro Paesi e ritornare nei luoghi di partenza.
Con questa operazione verrebbero salvaguardate le loro vite e si costituirebbe un valido deterrente contro nuove partenze, perché sapendo di non potere bucare la rete dei pattugliatori italiani, nessuno avrebbe la convenienza di spendere soldi per una strada senza speranza. Naturalmente, l’Italia dovrebbe tentare di coinvolgere gli altri partner europei per effettuare un cordone sanitario di pattugliamento, utile per salvare la vita a tante persone.
 
La legge del mare prevede l’obbligo di prestare soccorso, ma non quello di portare chi ne abbia bisogno sul proprio territorio nazionale. Tant’è che Malta ha adottato il provvedimento di aiuto, ma non ha consentito a nessuno di sbarcare sull’Isola dei Cavalieri.
Nei prossimi giorni ci sarà l’incontro tra Sarkozy e Berlusconi per discutere del decreto italiano che consente il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi rinnovabile per altrettanti sei mesi, che consente ai beneficiari di potere circolare liberamente nei 25 Stati aderenti all’area di Schengen. Sarkozy intende mettere in atto ogni azione ostruzionistica per impedire a chi possieda tale permesso di andare in Francia. Può trattarsi di una mossa politica, perché il presidente francese ha quella spina nel fianco che è il Front National di Marine Le Pen. In ogni caso, la questione non può essere risolta con la violazione del trattato di Schengen.

Anche gli altri Paesi, pur non avendolo detto a chiare lettere, si preparano a sbarrare l’ingresso di questi clandestini a casa propria. Per utilizzare il permesso, il governo Berlusconi dovrà mettere in atto tutta la sua diplomazia, a cominciare dal ministro Frattini, in modo da tentare l’inizio dello svuotamento della vasca che consenta di eliminare le tendopoli e gli accampamenti provvisori, che dal punto di vista umanitario certamente non sono il meglio cui si possa pensare.
La stranezza di tutta questa vicenda è che il ministro Maroni aveva previsto quest’ondata di clandestini molte settimane fa, ma non ha messo in atto i provvedimenti che abbiamo elencato prima con la necessaria tempestività per evitare ciò che tutti hanno visto.
Questa lentezza nella reazione denota che il Governo non ha un sistema nervoso attivo e pronto a reagire quando vi sono situazioni di emergenza. Si comportò diversamente nel caso del terremoto dell’Aquila per sistemare i terremotati. Se avesse fatto alla stessa maniera, ora, questi 20 mila poveretti non sarebbero mai sbarcati a Lampedusa, trascinando nel caos quella popolazione che sta leccandosi le ferite.
Apr
01
2011
L’Unione europea è stata tacciata di egoismo quando non si è messa sulla scia italiana dell’ipocrito buonismo: accogliere i bisognosi extracomunitari. Un monito che proviene dalla Chiesa di oltreTevere il cui Stato del Vaticano, ovviamente per coerenza, non ha accolto neanche uno di questi bisognosi. Come dire: predicar bene e razzolar male.
La Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, che circondano i confini nord dell’Italia, hanno detto a chiare lettere, e agito di conseguenza: dalle nostre frontiere non passa neanche un clandestino, comprendendo nella categoria anche gli eventuali profughi. Bossi ha aggiunto in modo spiccio e in dialetto lombardo: “Via dalle palle”.
Appena saputa la posizione dei Paesi confinanti con l’Italia, Francia in testa, i clandestini non si sono più ammassati a Ventimiglia, a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero o a Tarvisio e, anzi, hanno cominciato a ritornare sui loro passi. Dove? Naturalmente in Italia.

Il ridicolo della questione dei clandestini è che, da oltre un mese, autorevoli esponenti del governo Berlusconi ed altri esponenti di partiti di opposizione avevano previsto l’ondata di immigrazione, sbagliando però l’origine.
Infatti, loro pensavano che sarebbero arrivati libici, somali, eritrei ed egiziani. Sono arrivati pochi di essi, mentre c’è stata la valanga di tunisini. I quali non sono minacciati di morte né di restrizione della loro libertà. Quindi, non hanno nessuna ragione per lasciare il loro Paese.
Un governo energico, responsabile e tempestivo, avrebbe dovuto immediatamente predisporre una catena di navi militari al confine delle nostre acque territoriali, in modo da intercettare, salvare, identificare ed espellere subito i clandestini. Le navi militari potevano essere spostate dai porti ove sono ancorate in attesa di missioni.
Insomma, bisognava difendere il territorio italiano, di cui Lampedusa e la Sicilia fanno parte, da chi illegalmente lo ha aggredito. L’azione dianzi descritta sarebbe stata un deterrente e avrebbe sconsigliato i tunisini a partire dal loro territorio, vanificando la mercificazione umana della mafia di quel Paese.
 
Il Governo non ha messo in atto tempestivamente un’azione utile a prevenire quanto è accaduto e, per contro, ha messo in atto due provvedimenti dissennati: chiudere l’aeroporto civile di Trapani-Birgi e aprire il Villaggio di Mineo. Con un colpo solo, ha messo in ginocchio la comunità delle isole Pelagie, tutta la provincia di Trapani, comprese le isole Egadi ed il calatino, oltre ad avere creato un danno d’immagine a tutta la Sicilia.
Così si è attivato un processo di disdetta delle prenotazioni, anche nell’altra parte della Sicilia, nelle isole Eolie e persino a Taormina. Un vero disastro, che ci auguriamo sia contenuto in termini economici, ma il cui danno dovrà essere quantificato dalla Giunta regionale in termini monetari, con relativa richiesta di risarcimento al Governo centrale.
Com’è noto agli economisti, gli eventi, positivi o negativi, creano l’effetto domino. Se il processo è virtuoso, i benefici si moltiplicano. Se il processo è vizioso, i danni aumentano notevolmente.

Poi, mercoledì, è arrivato Berlusconi a Lampedusa. Ancora una volta: “Faccio tutto io”. Poteva farlo un mese fa, ma non è mai troppo tardi. Neanche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è stato tempestivo. Da poco ha fatto la voce grossa. Ma egli non ha messo in atto quelle iniziative giudiziarie contro il governo nazionale, che Costituzione e leggi ordinarie gli avrebbero consentito.
Inattivo anche Gianfranco Miccichè, leader di Forza del Sud, che parla di autonomia, ma non agisce di conseguenza. Questa sarebbe stata un’ottima occasione per spiegare che la Sicilia è stufa di restare bocconi.
Non se ne può più di questa falsa autonomia, peraltro spesso usata dal ceto politico siciliano per difendere i propri privilegi. Serve la vera autonomia. Il popolo siciliano può gestirsi da solo con una classe politica onesta e capace, utilizzando bene tutte le risorse proprie. Basta rinvii e scuse banali per non fare.
Set
21
2010
Inopportuno ed eccessivo è stato l’intervento della commissaria europea incaricata alla Giustizia, diritti fondamentali e cittadinanza, baronessa Viviane Reding, quando ha attaccato un gran Paese come la Francia, sol perchè vuol mettere ordine in casa propria, combattendo con decisione illegalità e malaffare procurato da chi non ha la legittimità per vivere nel Paese transalpino, ossia non ha le carte in regola.
Prendersela proprio con la Francia, uno dei migliori esempi di convivenza multietnica ove i noir sono numerosissimi e nelle banlieues delle città vivono milioni di persone non francesi, è stato veramente un comportamento riprovevole. Il presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, ha reagito con opportuna durezza: “Non posso lasciare insultare il mio Paese”, confermando che continuerà l’azione per sgombrare i circa trecento campi ove vivono in modo incivile migliaia e migliaia di clandestini.

Il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, ha dato piena solidarietà al presidente francese, rilevando che nessun commissario europeo si possa permettere di usare certi toni nei confronti di Paesi che, nel 1954, hanno sottoscritto la Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio).
Implicitamente Berlusconi ha confermato la linea di fermezza del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, il quale ha meritoriamente bloccato le immigrazioni dall’Africa ed ora sta emanando dei provvedimenti per rimandare ai loro Paesi coloro che si trovano sul nostro territorio senza alcun titolo, creando disagi e pericoli per la popolazione.
Il nostro ragionamento non può essere considerato razzista perchè in Italia vivono già circa cinque milioni di immigrati, la maggioranza dei quali è iscritta alle anagrafi comunali, porta i figli alle scuole, usufruisce dell’assistenza sanitaria e, in genere, di tutti i servizi pubblici. Gente che lavora e che paga le imposte e la previdenza. Questi sono fratelli a cui bisogna dare completa solidarietà.
Guai a confondere il grano con il loglio. Come sempre, occorre supportare chi ha le carte in regola ed espellere chi non ce l’ha. In altre parole, occorre comportarsi sempre con equità e consapevolezza che a fronte dei diritti vi sono dei doveri, i quali devono essere osservati prima degli altri. Chi non è iscritto alle anagrafi, esercita per esempio il diritto alla salute, ma non ha alcun dovere verso la Comunità. Fuori.
 
Il piccolo Stato del Vaticano ha qualche migliaio di abitanti. I vertici continuano a lanciare anatemi contro la mano ferma di Maroni dicendo che il nostro Paese dovrebbe accogliere tutti quelli che hanno bisogno. Il Vaticano predica bene e razzola male. Se è vero che l’Italia ha oltre l’8 per cento della popolazione non italiana, è anche vero che il Vaticano non ha l’8 per cento di popolazione non vaticana. Il che significa che potrebbe tranquillamente accogliere qualche centinaio di immigrati e sostenerli economicamente; e solo dopo potrebbe chiedere che altri, come il nostro Paese, facciano la stessa cosa.
Qui da noi vi sono oltre due milioni di disoccupati, la crisi morde il lavoro privato con una fortissima cassa integrazione. Morde ancor di più le piccole e medie imprese che non possono usufruire della cassa integrazione. In questo quadro, non vi è alcun riflesso occupazionale nel pubblico impiego, ove non è prevista la cassa integrazione. I 220 mila precari della scuola, frutto di un clientelismo sfrenato di questi ultimi trent’anni, non servivano al servizio scolastico.
Sul piano umano dispiace che chi ha lavorato nella più delicata e importante istituzione italiana oggi sia fuori, ma dobbiamo chiedere a questi precari che cosa abbiano fatto per formarsi in altre attività professionali e per cercare collocazione nel mercato.

Dunque, Sarkozy e Berlusconi hanno perfettamente ragione a mantenere la linea che clandestini e irregolari devono essere rinviati ai loro Paesi di origine. La questione è più delicata quando si fa riferimento ai rom di origine rumena, perchè la Romania fa parte dell’Unione, ove vige il principio della libera circolazione di persone e cose. Tuttavia, la libera circolazione deve sempre basarsi su documenti anagrafici ineccepibili e contratti di lavoro che sostengano la possibilità di vivere senza ricorrere al malaffare o al racket dell’accattonaggio e di altra natura.
Occorre quindi essere chiari sul rispetto delle leggi, sia da parte dei nostri concittadini che da parte di chiunque venga a vivere transitoriamente o stabilmente nel nostro territorio nazionale. Sconti a nessuno.
Gen
15
2010
I fatti di Rosarno sono di una gravità eccezionale, perché hanno messo a nudo le responsabilità delle Istituzioni locali e dello Stato, che hanno chiuso gli occhi su una situazione di grandi dimensioni e di enorme gravità. Vale a dire che oltre 2 mila clandestini hanno dimorato in baracche e contenitori inumani per mesi e mesi, all’interno di un perimetro comunale nel quale alloggiano appena 10 mila persone.
Com’è possibile che a Prefettura, Provincia, Comune, Forze dell’ordine, Vigili urbani ed altri non sia venuto in mente che la situazione era esplosiva e prima o dopo la deflagrazione sarebbe avvenuta? Anche la Regione Calabria ha la sua responsabilità, perché è impensabile che non sapesse come in quel comune e in altri vi fossero migliaia di clandestini.

La ‘ndrangheta ci ha messo del suo nello sfruttare la carne umana per il lavoro nero e nel fomentare i disordini quando si è accorta che le Istituzioni stavano reagendo a una situazione insostenibile. Il sospetto che a sparare sui clandestini siano stati componenti della malavita è stato più volte dichiarato.
A ogni modo, il ministro Maroni anche questa volta è intervenuto con determinazione, ha fatto trasferire tutti quei clandestini nei centri di accoglienza di Crotone e Bari e ha dato ordine alle ruspe di abbattere quegli ambienti che potevano ospitare solo animali e non persone. Ha disposto anche, in base alla legge, il rimpatrio dei clandestini.
La storia insegna che non insegna nulla. L’uomo cade sempre negli stessi errori che altri prima di lui hanno commesso in epoche precedenti. Si tratta, in questo caso, di un dato di fatto inoppugnabile: in Italia, non c’è spazio per più di 60 milioni di persone. Vi sono 6 o 7 milioni di poveri, vi è una grande disoccupazione conseguente alla crisi nel Centro-Nord Italia e strutturale nel Mezzogiorno. Il debito pubblico nel 2009 è balzato a 1.800 miliardi, il gravame fiscale è insopportabile tanto che mediamente gli italiani lavorano fino a luglio per il socio di maggioranza, cioè lo Stato, e solo da agosto cominciano a produrre per se stessi.
 
In questo quadro di grande gravità non è pensabile che si possa accogliere un numero indeterminato di immigrati, tanto che la legge Bossi-Fini ha stabilito che ogni anno il Governo fissi un tetto massimo per l’immigrazione. Questo è un canale attraverso cui, chi voglia venire a risiedere e lavorare nel nostro Paese, può farlo in modo palese e legittimo, facendo richiesta alle Ambasciate d’origine, tenendo conto che i richiedenti debbono essere disposti a integrarsi nella nostra cultura, imparando lingua e Costituzione nonché consuetudini.
Naturalmente, vanno prima regolarizzate le decine di migliaia di immigrati che circolano a piede libero come fantasmi, perché non risultano iscritti alle anagrafi dei Comuni. Il Governo non può che bloccare l’immissione di nuovi immigrati fino a quando non è emersa con chiarezza la situazione di coloro che sono qui indesiderati, fra i quali dovrà esser fatta la selezione in modo che chi può restare venga registrato e chi non ha i requisiti venga rimpatriato.

Falsi e ignoranti predicatori ricordano gli emigrati italiani degli anni Cinquanta soprattutto del Sud, che andavano in gran parte in Germania, Belgio e Stati Uniti. Questi mistificatori, però, non dicono l’elemento fondamentale che differenzia questa situazione da quella, e riguarda il fatto che in quei Paesi nessuno poteva arrivare e risiedere se non richiamato da parenti e con la possibilità di un lavoro. Questi sono gli elementi differenti. In quei Paesi, clandestini non ve n’erano, ma solo immigrati regolari, conosciuti dalle Istituzioni, che lavoravano e producevano quanto a loro serviva.
Non si ricordano, a memoria d’uomo, episodi di delinquenza fra i lavoratori italiani. Caso diverso riguarda i comportamenti di extracomunitari e in qualche caso di comunitari dell’Est.
Un Paese ordinato che vuole svilupparsi deve dare dimostrazione che amministra i rapporti dei membri della propria Comunità con equità, buonsenso e giustizia, senza discriminare i propri cittadini in base a censo, ricchezza, potere e appartenenza, ma non mescolando immigrati e clandestini.
Dic
18
2009
Abbiamo atteso qualche giorno prima di commentare lo scontro fra Roberto Calderoli e Dionigi Tettamanzi. Il cardinale di Milano ha difeso a spada tratta, come fa tutto il Vaticano, l’ingresso ad libitum di immigrati da qualunque parte provengano. Essi chiedono, ovviamente, asilo politico. Con ciò creando un’immissione di persone al di fuori dell’ordinamento giuridico e di ogni regola di un’ordinata comunità.
Il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha preso la palla al balzo e ha definito il cardinale “L’imam di Milano”, ovvero colui che si occupa dei poveri che vengono dall’estero, mentre dovrebbe occuparsi dei nostri poveri.
La questione è seria: perché, da un canto, vi è la necessità religiosa di dare ospitalità a tutti, dall’altro c’è un ministro dello Stato che richiama alla realtà, fatta di numeri e di risorse finanziarie.

Tutti leggiamo delle antipatie e delle inimicizie che si sta attirando il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel dire no a tanti ministri e ad altri che chiedono risorse finanziarie. D’altra parte, con un buco nel Pil che si può già stimare in 75 miliardi c’è poco da scherzare. Non possiamo certo ridurci come la Grecia, che dopo sessant’anni dalla guerra è sull’orlo del fallimento per i dissennati comportamenti dei governi di centrodestra e centrosinistra, che hanno allargato i cordoni della borsa senza limitazioni.
In Italia, la spesa pubblica è attestata su circa 800 miliardi di euro, oltre la metà del Pil. Solo la Pubblica amministrazione, secondo il ministro Renato Brunetta, costa ben 300 miliardi. Non c’è dubbio che le due cifre possano essere potate e subire un dimagrimento che, anche solo nella misura del 5 per cento, comporterebbe rispettivamente una diminuzione di 40 miliardi della spesa complessiva e di 15 miliardi della spesa della Pa.
I paletti della spesa pubblica non possono essere spostati in avanti, anche per restare all’interno del Patto europeo di stabilità. La capacità del Governo viene dimostrata se, all’interno di esso, saprà razionalizzare l’organizzazione della Pa, risparmiare e girare le risorse agli investimenti.
 
In Italia, l’Istat ha stimato la presenza di circa 6-7 milioni di poveri, che vivono con redditi talmente bassi da richiedere l’intervento pubblico a carico della fiscalità generale. Le famiglie povere sono tante e occorre intervenire in loro soccorso. Il Governo ha distribuito 450 mila social card le quali dovrebbero essere ricaricate con 40 euro al bimestre, cioè poco meno di 250 euro all’anno, ma basterebbe una ricarica per spendere qualche centinaio di milioni di euro. Somme ben spese, ma che vanno reperite nel bilancio dello Stato. Tali spese hanno la precedenza rispetto a quelle necessarie per l’accoglienza di immigrati.
La solidarietà deve essere manifestata concretamente prima in casa nostra e poi, se vi sono ancora risorse, nei confronti dei terzi. Semmai, la solidarietà internazionale deve manifestarsi inviando nei Paesi poveri risorse finanziarie e non già aiutare gli immigrati nel nostro Paese, ove creano disordine in quanto la loro presenza è soprattutto clandestina.

Un Paese non si governa con la carità, ma con un insieme di regole eque che tengano conto di meriti e bisogni. Due valori che non si contrappongono ma si affiancano perché riguardano diverse categorie di persone umane.
I bisogni dei deboli, di tutti i cittadini – italiani e non – iscritti all’anagrafe, debbono essere soddisfatti anche parzialmente. Gli altri bisogni devono essere messi in coda se rimangono residuali possibilità di soddisfarli.
La questione che commentiamo è semplice, non c’è da girarci intorno: si tratta di formare una scala di priorità che chi governa deve soddisfare, in un ordine rigoroso, senza mollezze e considerazioni del tipo: Tutti tengono famiglia.
Il pietismo non porta da nessuna parte, salvo che alla disgregazione della società, la quale deve far fronte alle esigenze dei propri cittadini in proporzione alla loro capacità di reddito: più sono autosufficienti, meno lo Stato deve intervenire; meno sono autosufficienti e più lo Stato deve aiutare.
Regole chiare e trasparenti sulle quali nessuno deve azzardarsi a giocare.
Ott
02
2009
La legge prescrive che i clandestini vadano identificati, condannati ed espulsi. La legge non può essere disattesa, neanche con espedienti temporali, come accade per esempio nella Procura della Repubblica di Torino, ove i relativi processi sembrano siano messi in coda. La legge è legge e va applicata. Dura lex sed lex.
I centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono stati istituiti per la bisogna, mentre non è possibile, in uno Stato moderno e ordinato, che vivano persone non identificate e non inserite nell’anagrafe.
È del tutto logico che la legge preveda il respingimento di coloro che abusivamente vogliono entrare nel nostro territorio nazionale senza passare per il vaglio delle agenzie dell’Onu, dislocate nei territori di partenza e abilitate a ricevere le richieste di asilo politico.

Quindi, Sì ai respingimenti e Sì all’integrazione. Vale a dire che tutti gli immigrati regolari hanno il diritto di partecipare alla vita della Comunità esprimendo anche il voto amministrativo, seppur dopo un periodo di permanenza in Italia di cinque o dieci anni. Certo, devono anche dimostrare di conoscere discretamente l’italiano e un minimo delle regole costituzionali e civiche.
Anche se dobbiamo rilevare come esse non siano conosciute dalla maggioranza dei cittadini italiani: un grave demerito della scuola, deputata a dare i rudimenti minimi di convivenza civile ai giovani che la frequentano. Un punto di disdoro di tanti insegnanti che sono capaci di protestare, ma quando è il momento di esercitare nobilmente la loro professione, non sempre dimostrano di averne i requisiti.
La scuola è il motore della cultura e del civismo. I docenti  non possono dimenticarlo, anche se quelli bravi sono pagati poco.
 
Secondo il Dpef, alla fine del 2009, il rapporto debito-pil sarà del 115,2%, il deficit 2009 balzerà al 5,3%, mentre il Pil avrà un calo del 4,8%. Dati disastrosi, ma poteva andare peggio. Nel caso dell’Italia, sono disastrosi perché si caricano su un enorme debito pubblico che, a luglio 2009, ammontava a 1.753,5 miliardi di euro.
Che c’entra tutto ciò con l’integrazione degli immigrati regolari e i respingimenti dei clandestini? C’entra, perché i costi dello Stato, sostenuti per i servizi ai cittadini, sono talmente elevati che non ci possiamo permettere di aumentarli ulteriormente offrendo solidarietà a chi è entrato nel nostro Paese di straforo. Mentre chi ha un contratto di lavoro, paga previdenza e imposte, nel tempo deve tendere a diventare cittadino italiano, con annessi e connessi.
Un poco di chiarezza sulla materia è indispensabile per evitare parole al vento. I fatti sono inoppugnabili, il resto è pura propaganda.

Il felice avviamento dei respingimenti, che, tradotto, significa evitare il lercio mercato di carne umana da parte di banditi, viene esercitato soprattutto in prossimità delle coste libiche, perché a detta di alcuni ministri tunisini, da noi interpellati personalmente, da quella terra nessuno parte. Chi prova a organizzare i barconi della morte viene messo subito in galera. Né barconi partono dall’Egitto, ove il regime di Hosni Mubarak ha fatto capire che quel Paese non consente questo tipo di disordine.
Respingimenti significa anche intercettare i barconi all’altezza di Malta o, comunque, in acque internazionali, prendere a bordo delle navi italiane i poveretti, rifocillarli, rimetterli in sesto e riaccompagnarli alle sponde d’origine.
L’Unione europea dei 27 Paesi non può lasciar soli i propri membri che si affacciano sul Mediterraneo e devono affrontare l’immigrazione clandestina. Però la Commissione e il Consiglio d’Europa hanno difficoltà a prendere in esame provvedimenti cui i partner del Mediterraneo dovrebbero attenersi.
L’Italia sta facendo pressione per ottenere una direttiva uguale per tutti, ma fino a oggi, né la sua politica estera, né i propri rappresentanti del Parlamento di Strasburgo hanno ottenuto qualche risultato. In attesa del quale è bene che i clandestini vengano ricondotti da dove sono partiti.