Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia è su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Impresa

Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Dic
03
2011
è inutile girarci intorno, il problema della crescita della ricchezza si può risolvere solo dando supporto  alle imprese esistenti e creando le condizioni per la nascita di nuove. Il settore pubblico deve essere al servizio del sistema economico per aiutarlo nella sua funzione.
Le imprese hanno bisogno di un mercato interno che tiri e di grande competitività per poter esportare. In ambedue i casi il Governo deve mettere in atto le condizioni perché lo scenario sia favorevole a chi investe.
Vi è un terzo modo per agevolare la crescita: attrarre investimenti dall’estero, soprattutto nel settore delle opere pubbliche e dell’innovazione. In questo versante lo Stato dovrebbe raddoppiare le risorse alla ricerca passando dall’1 al 2% del Pil e con ciò uniformandosi alla media europea. Naturalmente la ricerca deve essere seria e abbisognare di risorse essenziali per l’attività propria, emarginando le spese degli apparati amministrativi inutili e le altre che alimentano privilegi che nulla hanno a che fare con la ricerca medesima.

L’Italia è il Paese europeo che deposita meno brevetti, il che significa che la ricerca pubblica e privata è modesta. Ma sono i brevetti che generano ricchezza. Ricordiamo, come esempio, quando la Magneti Marelli del gruppo Fiat scoprì un’innovazione nel sistema di iniezione per i motori diesel, chiamato common rail. La brevettò, ma gli parve di modesta importanza, tant’è che la vendette alla tedesca Bosch, la quale ha fatto fortuna ed oggi, lo stesso apparato, viene utilizzato dalla Fiat, che l’aveva inventato, pagando ricche royalties.
La ricerca ha bisogno di risorse perché non sempre produce innovazioni economicamente sfruttabili, ecco perché i finanziamenti dovrebbero essere dati con oculatezza e mirati ad obiettivi precisi.
Il Consiglio nazionale delle ricerche è un grande apparato, ma ha un basso rapporto tra risorse investite e brevetti depositati.
Non vi è poi uno stretto collegamento tra ricerca pubblica e privata, in modo da sfruttarne le sinergie, né un sistema organizzato di ricerca nelle Università dove ogni dipartimento, o facoltà, o materia va un po’ per i fatti propri. Il che è contrario alle regole dell’efficienza.
 
Basilea 3 ha stretto i criteri di affidamenti bancari alle imprese tanto che esse hanno maggiori difficoltà ad ottenerli. Questo accade in quanto non sempre le imprese hanno i conti in ordine, volontariamente o involontariamente. Lo dimostra il fatto che quelle piccole e medie, con il bilancio certificato da società quotate in Borsa, sono una stretta minoranza.
Se ogni azienda, piccola o media, certificasse il proprio bilancio, sicuramente avrebbe più facilità ad ottenere affidamenti bancari. Vi è poi la questione dell’errato uso di tali affidamenti. Quelli per il giro degli affari correnti non devono essere mai utilizzati per investimenti a medio e lungo termine per i quali vi sono altri strumenti.
Vi è poi la questione dolente dei ritardi notevoli dei pagamenti delle forniture di beni e servizi effettuati dalla pubblica amministrazione nazionale, regionale e locale. Vi è al riguardo una recente direttiva europea (7/2011) la quale stabilisce che i pagamenti debbano avvenire entro trenta giorni. Dopo tale termine scatta l’interesse dell’8% più il tasso Bce, attualmente dell’1,25%.

Il vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha invitato il governo italiano a recepire rapidamente tale direttiva, ma fino ad oggi ciò non è avvenuto. In ogni caso, l’impresa creditrice può chiedere l’applicazione degli interessi citati, perché come è giurisprudenza europea costante, anche in caso di non recepimento di una direttiva, essa vale ugualmente all’interno di ognuno dei Paesi partner.
L’altra questione per sollevare le imprese è il taglio delle imposte, non solo Ires e Irap. Se ciò avvenisse, si eviterebbe di depauperare la liquidità delle imprese le quali, anche quando hanno il bilancio civilistico in perdita, spesso, sono costrette a pagarle, perché emerge un reddito fiscale attraverso il perverso meccanismo delle riprese.
Il saldo dei crediti da parte della Pa e la diminuzione di erogazione finanziarie per minori imposte darebbero alle imprese la liquidità indispensabile per aumentare il giro d’affari con investimenti atti a conquistare nuovo mercato attraverso una maggiore competitività.