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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


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Giu
11
2010
Secondo l’Istituto Bruno Leoni l’Italia è ultima per libertà d’intrapresa, dietro a Irlanda, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e persino Grecia. In oltre sessant’anni di governi di varia natura la questione non è mai stata affrontata di petto, anzi sul sistema delle imprese si sono stratificate norme di ogni genere incatenando le attività economiche in un sistema asfissiante.
L’idea del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione ha una connotazione mediatica ma non sostanziale, perché è priva di logica, di ragionevolezza e di effetti. Che dice l’incriminato articolo? Che l’iniziativa economica privata è libera, che deve essere in sintonia con l’utilità sociale, con la sicurezza, con la libertà e la dignità umana. Conclude che la legge determina i programmi e i controlli perchè l’attività economica pubblica e privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali. Non si capisce in qual modo la norma vincoli l’impresa.

Sembra echeggiare la favola di Fedro che rappresenta la volpe e l’uva. Infatti sono le pessime leggi e relative procedure amministrative che hanno incasinato l’attività economica. Nè, d’altra parte, i controlli previsti debbono essere effettuati necessariamente in via preventiva. Essi infatti possono essere successivi.
Sembra che l’iniziativa abbia più un carattere di sondaggio che non di concretezza. Che non vi sia bisogno di modificare la Costituzione con una procedura lentissima di anni è provato dall’esistenza di un apposito ministero per la Semplificazione, che si sta occupando proprio di tagliare le leggi inutili e di sistemare i percorsi di tante altre che complicano la vita non solo alle imprese ma anche ai cittadini. è proprio tale ministero che ha in mano l’accetta e la soluzione per liberare le imprese dai vincoli. Peccato che a distanza di due anni gli effetti della sua azione, al di là dei roghi propagandistici, non si sono ancora visti.
Se il ministro Roberto Calderoli avesse fatto affrontare dai suoi tecnici come togliere dalle spalle dei piccoli e medi imprenditori inutili e pesanti adempimenti, già fin da oggi una parte dei circa 11 miliardi del peso della burocrazia sul sistema imprenditoriale sarebbe tagliata.
 
Già la recente legge  sulla Comunicazione Unica, entrata in vigore il primo aprile, consente di aprire un’attività in un solo giorno. Basterebbe centralizzare qualunque adempimento di ogni iniziativa imprenditoriale presso un unico ufficio, per decimare senza pietà i cavilli e le pretese di una Pubblica amministrazione iniqua e vessatoria cui le norme redatte da personale incompetente e in malafede hanno dato un potere straordinario.
Ingannare l’opinione pubblica spiegando che per liberare le imprese bisogna modificare la Costituzione è un grande reato etico che dovrebbe essere punito dalle imprese e, per esse, dalle organizzazioni imprenditoriali che le rappresentano. Ma di fronte all’inutile proclama non abbiamo sentito né Confindustria né Concommercio né le altre associazioni dire la verità e spiegare come l’ipotesi prospettata dal gatto e la volpe (Berlusconi eTremonti) sia solo fumo negli occhi.

Vi è un altro modo concreto per togliere il peso della Pubblica amministrazione che grava sulle imprese: rendere telematiche tutte le procedure abolendo totalmente carta e raccomandate. A riguardo dobbiamo muovere un rilievo al ministro Brunetta che abbiamo apprezzato nel forum pubblicato il 9 maggio 2009. Il ministro ha reso obbligatoria l’introduzione della Pec per i professionisti entro il 29 novembre 2009, ma non ha ancora fissato una data affinché tutti gli uffici pubblici siano dotati di Pec né la sanzione a carico dei dirigenti che non la attivano entro tale data. La conseguenza è che imprese e cittadini sono ancora obbligati a ricevere e inviare cartaccia e andare alla Posta per fare raccomandate, quando invece il dialogo dovrebbe avvenire in tempo reale.
Non basta tagliare i capitoli di bilancio, bisogna tagliare le procedure, inserire come principio generale il silenzio-assenso, informatizzare ogni canale da e per la Pubblica amministrazione. Ecco alcune cose semplici e dettate da buon senso. Non inutili annunci roboanti di cambiamenti costituzionali lunghi anni. Non c’è più tempo.
Mag
11
2010
Il ritardo, da parte di enti pubblici e società partecipate, nei pagamenti di fatture per forniture di beni e servizi è diventato insopportabile, soprattutto in Sicilia. Come è noto, vi sono moltissime Pmi costrette a chiedere affidamenti bancari sostitutivi dei crediti che dovrebbero riscuotere in tempi ragionevoli, cioè entro 60/70 giorni. Qui, da noi, invece, il ritardo è all’incirca tre volte di più. Esso è apparentemente inspiegabile, perchè quando un’amministrazione pubblica conferisce un ordine con un atto amministrativo, nel capitolo di bilancio la relativa somma è disponibile e quindi bloccata.
Non si capisce perchè all’atto del pagamento debbano insorgere impedimenti per dare quanto dovuto. O meglio, si capisce, volendo maliziosamente supporre che il ritardo sia causato apposta perché il fornitore sia “obbligato” a chiedere il favore: una forma di corruzione materiale o morale. Si tratta di un malcostume diffuso, difficile da estirpare.

Ci ha provato Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, con la circolare n. 1 del 2003, la quale ha stabilito che sul ritardo nei pagamenti si applicasse l’interesse legale (in atto del 1%) e un ulteriore interesse di mora dell’8%.
Il complessivo interesse sarebbe addirittura molto favorevole al fornitore che infatti lo applica spesso ricavandone un utile, in quanto il costo del danaro è inferiore. Ma altre volte il fornitore non è in condizione di applicare tale interesse, perché l’ente pubblico minaccia di non rinnovare le forniture: un ricatto che oltre al danno causa la beffa.
C’è da dire che l’interesse relativo al ritardo dei pagamenti, per i bilanci delle amministrazioni pubbliche, costituisce un onere addizionale non prevedibile perchè non è previsto che le forniture si paghino in ritardo. Esso causa alla fine di ogni anno debiti supplementari che poi le stesse pubbliche amministrazioni fanno fatica a conguagliare. La questione è grave anche perchè inspiegabilmente l’Autorità garante della concorrenza e del mercato non ha riservato alla materia sufficiente attenzione, dato che la tempestività dei pagamenti rientra nei principi di una corretta concorrenza.
 
Quando la Pubblica amministrzione non paga i propri debiti nei tempi previsti, crea una sorta di abuso di dipendenza economica, cioè sfrutta una sua posizione dominante sul fornitore che vessa con il ritardo, sapendo che egli è comunque costretto a subire, per rinnovare le forniture.
Per completezza di informazione, però, c’è da dire che spesso il fornitore si cura in salute vendendo alla Pubblica amministrazione prodotti o servizi a prezzi superiori a quelli di mercato. Non si capisce perchè una Tac venga venduta a un’Azienda ospedaliera, poniamo, a cinque milioni e a una clinica o studio privato a tre milioni di euro. Anche in questo caso è ipotizzabile una sorta di corruzione morale o materiale. Tutti i giochini dei prezzi di listino costituiscono delle forme di illusionismo, che sarebbe facile scoprire solo che si volesse. Ma non si vuole perchè l’olio unga le ruote dell’ingranaggio.

In questo quadro, la Commissione europea sta preparando una direttiva che prevede “il pagamento entro 30 giorni delle fatture relative a transazioni commerciali aventi per oggetto la fornitura di beni o la prestazione di servizi”. Oltre tale termine scatterà un diritto al risarcimento pari al 5 per cento dell’importo dovuto, oltre agli interessi di mora e al rimborso dei costi di recupero.
Serviranno queste sanzioni a fare ordine nel sistema dei pagamenti pubblici? Non lo sappiamo, perché i dirigenti non sono responsabilizzati e non pagano di tasca propria quando danneggiano le casse pubbliche. Sono sporadici i casi nei quali la Corte dei Conti chiede loro ragione per danno all’erario.
Ricordiamo infine che in Sicilia è vigente la L.R. 6/2009 che all’articolo 14 prevede la possibilità di cedere i crediti alle banche. Secondo la stessa, le imprese potrebbero cedere i loro crediti agli istituti di credito e con essi anche il diritto di applicare gli interessi di mora prima indicati. Ma le banche che operano in Sicilia sono “disattente” e di fatto hanno reso ininfluente l’obiettivo del legislatore. Un dialogo fra sordi che è dannoso per l’economia siciliana.
Feb
11
2010
Le televisioni nazionali, pubbliche e private, hanno scoperto che i talk show, gli spazi dedicati all’informazione e quelli relativi agli approfondimenti non costano nulla, perché gli invitati non prendono cachet. Certo, rimangono le spese per l’organizzazione, ma restano una parte minore ove si consideri che nelle trasmissioni ludiche i compensi dei partecipanti sono di gran lunga superiori.
Gli spazi televisivi (e anche quelli radio) aumentano di numero perché, finalmente, i cittadini-ascoltatori si sono svegliati e partecipano volentieri ai dibattiti ponendo questioni spesso particolari, ma frequentemente di interesse generale.
L’informazione televisiva che si produce in questi spazi presenta una forte anomalia, consistente nel costume abituale di ignorare la partecipazione del Sud, attraverso propri intellettuali, giornalisti, direttori di quotidiani e altri che hanno titolo né più e né meno come i loro colleghi del Nord Italia.

Non si capisce per quale motivo, i responsabili delle trasmissioni informative televisive e radiofoniche invitino persone e opinionisti che rappresentano solo se stessi e non una fetta di pubblico vasto come quello del Meridione, ove risiedono oltre venti milioni di cittadini. È vero che questo terzo del territorio, comprendente otto Regioni, è molto indietro sul piano economico, sociale e organizzativo, con una Pubblica amministrazione scassata, clientelare e spesso corrotta, ma è anche vero che vi sono molti suoi figli in condizione di esprimere opinioni e di fare valutazioni sulle vicende nazionali, le quali non possono essere viste e ponderate solo da Nord.
Si rende necessario, quindi, un riequilibrio delle presenze, con giornalisti, direttori e intellettuali del Sud, che vivono a Sud, nel territorio e che sono consapevoli della realtà e delle vicende che ivi si svolgono. Essi hanno gli stessi titoli e la stessa dignità di tutti gli altri, che invece sono costantemente presenti negli spazi più volte richiamati, ove stranamente lo squilibrio indicato non è notato.
L’Italia vista da Sud. Ecco cosa manca alla buona informazione televisiva e radiofonica nazionale perché osservi i principi deontologici e costituzionali di obiettività, completezza e trasparenza.
 
Si tratta di un vuoto che va colmato e in questo senso si dovrebbero muovere i rappresentanti dei maggiori partiti politici presenti nella Commissione di vigilanza Rai, ma anche rappresentati indirettamente nell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom), in modo che l’opinione pubblica nazionale, nei diversi dibattiti, senta il punto di vista non solo dei leghisti, degli emiliani, dei veneti o dei toscani, ma anche quello dei siciliani, dei campani o dei pugliesi.
L’argomentazione in parola non tende a promuovere la comunicazione del Sud, né ad avere vantaggi, ma a recuperare un divario che anche in questo versante è macroscopico, pernicioso e dannoso agli interessi generali.
Peraltro, gli esponenti del mondo della politica e dell’imprenditoria del Sud sono abbastanza ignorati, mentre quelli del Nord hanno una visibilità nettamente superiore alla fascia di cittadini che rappresentano.

L’Italia vista da Sud: ecco cosa è necessario all’equità del dibattito nazionale, per far capire a tutta la Comunità come sia indispensabile mettere in moto i processi di modernizzazione del Mezzogiorno, che in atto è un peso morto per la parte trainante del Nord. Ribaltando lo stato dei fatti e lottando con ogni mezzo malavita organizzata e attività in nero, si può mettere in moto l’indispensabile processo di crescita e ridurre, passo dopo passo, il divario fra Sud e Nord.
Al danno di non essere chiamati da televisioni e radio nazionali nel dibattito informativo, si aggiunge la beffa che, qualche volta, il direttore di un quotidiano, un giornalista o un intellettuale venga chiamato in causa se c’è un evento, spesso negativo, per esempio siciliano, su cui si punta l’opinione pubblica nazionale. Si tratta di un’ulteriore ghettizzazione nel mondo dell’informazione e della comunicazione e noi tutti, che facciamo questo mestiere, ci dovremmo rifiutare di intervenire solo nelle occasioni sopra citate.
L’Italia vista da Sud: muoviamoci per riequilibrare l’informazione. Non è mai troppo tardi.
Nov
21
2009
Ci sarebbe da ridere, se non fosse che invece c’è da piangere. Moltissime piccole e medie imprese siciliane debbono farsi affidare crediti dalle banche per finanziare le forniture alla Regione e agli Enti locali siciliani. A livello nazionale, si stima che la pubblica amministrazione debba alle imprese oltre 60 miliardi di euro. Nella nostra Isola, tale stima indica la cifra di circa 4 miliardi, di cui 1,6 sono nel sistema confindustriale.
Che le Pmi debbano trovarsi fra l’incudine (gli Enti locali-clienti) e il martello (le banche) è un ulteriore elemento di pesantezza dello scenario economico, le cui spese sono anche addebitate ai dipendenti che, a differenza di quelli pubblici, svolgono un’attività produttiva e per ciò stesso dovrebbero guadagnare di più.
Invece, i dipendenti pubblici sono scarsamente produttivi, ma incassano regolarmente gli stipendi; quelli privati, che sono produttivi, incassano con difficoltà i loro stipendi anche per effetto dei ritardi dei pagamenti degli enti pubblici nei confronti dei loro datori di lavoro.

Una situazione poco commendevole, perché è conseguente alle scellerate azioni di un cattivo ceto politico che ha ingolfato Regione ed Enti locali con inutili dipendenti, inseriti in una quantità enorme rispetto, per esempio, alla Lombardia. Là vi sono 1546 Comuni e 9 milioni di abitanti contro i 390 Comuni e i 5 milioni di abitanti siciliani. Questo cattivo ceto politico, che ha scambiato il voto col bisogno, ha trasformato di fatto gli Enti locali in ammortizzatori sociali, ha diffuso la pessima mentalità che si può non lavorare e tuttavia incassare uno stipendio (deresponsabilizzando i dipendenti) e, peggio ancora, fa credere all’opinione pubblica che le risorse da spendere in servizi sociali non ci sono.
Menzogne e fandonie che stentiamo a trovare nella stampa e nelle televisioni regionali, che fanno il loro mestiere di diffusione dei fatti di cronaca ma, forse, dovrebbero attivare inchieste. È necessario che l’opinione pubblica sia servita da un’informazione con la schiena dritta.
 
Regione ed Enti locali siciliani, pagate i vostri 4 miliardi di debiti e date fiato alle imprese che così possono pagare a loro volta i propri dipendenti. Fatevi prestare voi i soldi dalle banche, le quali verranno alleggerite, dall’altra parte, di affidamenti a imprese. Si tratta di una partita di giro, con effetti benefici per tutti che, però, non prende quota per la irresponsabilità dei vertici istituzionali, regionali e locali.
Il Parlamento regionale ha approvato la legge 6/09, che all’art. 14 prevede la possibilità di consentire alle imprese creditrici di cedere il proprio credito pro- soluto alle banche. A distanza di oltre sei mesi non è stata redatta alcuna convenzione fra Regione e istituti di credito per rendere operativa quella buona legge. Un ritardo colpevole per un’operazione a costo zero. Infatti, non vi sarebbero oneri per la Regione e d’altra parte le banche avrebbero l’interesse a fare quest’operazione in quanto diventerebbero creditrici di interessi di mora nei confronti degli enti debitori con una misura rilevante, pari a circa l’8 per cento .

L’assessore regionale al Bilancio e il dirigente generale dovrebbero attivare rapidamente queste convenzioni, ma non ci risulta che siano state preparate le bozze. Qui pubblicamente chiediamo ad alta voce che l’assessore e il dirigente si adoperino in tempi brevissimi ad indire una riunione con le dieci banche più rappresentative in Sicilia (piccole o grandi) per la firma di tali convenzioni, in modo da consentire alle imprese di smobilizzare i loro crediti in coincidenza delle prossime festività. In quel periodo, da un canto e inopinatamente, la ragioneria generale chiude i rubinetti e, dall’altro, per le imprese, vi sono oneri straordinari portati da tredicesime e spese di fine anno.
Non sappiamo se i tempi europei da noi richiamati trovino sensibilità nei responsabili istituzionali di Regione ed Enti locali. Tuttavia, l’emergenza liquidità esiste e sarebbe da sordi far finta di niente. In soccorso di costoro ricordiamo la bella e vecchia canzone dell’indimenticabile Giorgio Gaber: Quasi quasi mi faccio uno shampoo.