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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Irap

Lug
20
2011
La quarta manovra estiva di Tremonti, per complessivi 70 miliardi di euro, contiene molte iniquità. La prima riguarda la Casta politica, che ancora una volta è uscita indenne dalla tosatura urgente e indispensabile. Il giochino illusionistico che ha presentato il ministro, Roberto Calderoli, di riforma costituzionale è del tutto ininfluente sulla gravità della situazione finanziaria del Paese, stante che potrebbe produrre gli effetti tra molti anni.
La seconda iniquità è il possibile aumento sulla più odiosa imposta che c’è in Italia, unico Paese al mondo ad averla istituita, e cioè l’Irap. L’imposta è odiosa perché si paga sul costo del lavoro e sul costo della ricerca, con ciò penalizzando il primo e la seconda.
La terza iniquità riguarda quella simpatica definizione contributo di solidarietà. Ma esso colpisce una fascia ridotta di ricchi e precisamente col 5 per cento su pensioni da 90 mila euro e col 10 per cento su pensioni da 150 mila euro, mentre avrebbe dovuto intervenire sulle pensioni da 40 mila euro in su.

È vero che Camera, Senato e Quirinale hanno bilanci autonomi, ma è anche vero che le risorse dei cittadini ad essi destinate possono essere ridotte di una certa percentuale per poi lasciare ai vertici di quelle istituzioni il compito di spalmare i tagli secondo la propria autonomia. Camera, Senato e Quirinale costano oltre due miliardi. Basterebbe diminuire il finanziamento del 25 per cento per risparmiare 500 milioni. Non occorre una legge costituzionale per far ciò.
Trasformare le Province in Consorzi di Comuni significa abbattere altri 7 miliardi circa, dal momento che le spese di manutenzione rimangono. Anche in questo caso non occorre una legge costituzionale perché basta sostituire la vecchia legge istitutiva delle Province, la n. 122/51, cambiando la forma da istituzione elettiva a istituzione consortile, basata sui Comuni che la compongono volontariamente.
Ricordiamo che l’art. 119 della Costituzione mette al primo posto nell’ordine delle istituzioni i Comuni, continua con le Province, le Città metropolitane e le Regioni, secondo il principio generale della sussidiarietà.
 
Prosegue il citato articolo 119 stabilendo che gli enti indicati in sequenza hanno risorse autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri... Quindi, ogni Ente locale deve autoamministrarsi e far fronte ai bisogni per la produzione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche attraverso le proprie entrate. Tuttavia, recita ancora l’art. 119, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per promuovere gli squilibri economici e sociali... lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Invece di applicare testualmente la Costituzione, sindaci e presidenti di Regione si sono trasformati in mendicanti che continuano a questuare trasferimenti dallo Stato anziché gestire con capacità professionale e intelligenza il proprio ente, basandosi, in primis, sulle proprie entrate inserite in un Piano aziendale organizzato. Nei prossimi giorni pubblicheremo un Piano aziendale tipo.

Regioni ed Enti locali devono invertire il loro funzionamento. I propri vertici istituzionali devono trasformarsi da viziosi in virtuosi e gestire le proprie amministrazioni con criteri di efficienza nell’esclusivo interesse dei propri cittadini. Guai a coloro che insisteranno pervicacemente su una linea che li porterà nel baratro. Non c’è più spazio per le attività clientelari, non c’è più spazio per la corruzione estesa.
La festa è finita: Governo, maggioranza e opposizione non hanno margini di manovra. Debbono attuare il ferreo Patto di stabilità del 25 marzo 2011 trasferendolo nel Patto di stabilità interno a Regioni e Comuni, ferma restando la salvaguardia nei confronti di quegli enti virtuosi i cui parametri consentono loro di spendere per investimenti.
Tutto il Mezzogiorno dovrà fare un esame di coscienza e abbandonare il comportamento questuante della mano tesa. Campani, pugliesi, siciliani, calabresi, abruzzesi, sardi e lucani dovranno dissotterrare il proprio orgoglio e ricordarsi del glorioso passato, dandosi da fare e non aspettando la manna che non arriverà più.
Ott
31
2009
Le Gazzette regionali (Gurs) sono state riempite quest’anno di variazioni al Bilancio della Regione per l’esercizio finanziario 2009, cioè spostamenti di importi da un titolo all’altro, da una rubrica all’altra tra assessorati diversi o all’interno dello stesso assessorato. Si tratta di operazioni contabili che non cambiano la sostanza del più importante strumento finanziario di un ente pubblico che è il bilancio preventivo.
Apparentemente vi è una contraddizione tra un bilancio contabile che presenta un avanzo e un bilancio finanziario che presenta un deficit. Così non è perché nel primo caso si tratta solo di variazioni contabili, nel secondo si tiene conto delle entrate ed uscite effettive.
Ma tutti i marchingegni adottati non comportano sviluppo e crescita economica, tanto è vero che il Pil della Sicilia su quello nazionale rimane inchiodato a poco più del 5 per cento da oltre quarant’anni. Lo sviluppo si ottiene mediante investimenti diretti e indiretti, cioè promuovendo le attività economiche delle imprese qui insediate e attirando capitali di investitori internazionali, cui bisognerebbe stendere il tappeto rosso, cioè dare loro tutte le concessioni lecite in massimo trenta giorni.

Berlusconi ha fatto balenare l’ipotesi di ridurre l’Irap che è un’imposta regionale. Per la Sicilia, nel 2009 l’entrata prevista è di 1,6 mld il che significa che, se fosse eliminata, in cinque anni la Regione dovrebbe tagliare poco più di trecento milioni l’anno. Siccome non vi potrebbe essere un’entrata sostitutiva, ecco che il taglio dell’Irap dovrebbe essere accompagnato dal taglio di uscite. Fra queste ve ne sono tre che potrebbero essere eliminate fin da ora senza che i servizi regionali ne risentirebbero. La prima riguarda i raccomandati, cioè quei siciliani privilegiati che sono entrati nelle Pa regionali e locali senza concorso. Solo i raccomandati-precari della Regione in un anno costano circa 150 mln.
La seconda riguarda gli incompetenti (cioè i formatori che negli ultimi dieci anni si sono mangiati quasi tre miliardi senza avere apportato nessun beneficio ai giovani). La terza riguarda una particolare categoria di fannulloni che sono i 29 mila forestali di cui nessuno sa cosa facciano, a che servano, tenuto conto che in Lombardia lo Stato per tutti i servizi forestali ne mantiene circa un migliaio in un territorio uguale a quello della Sicilia.
 
Da anni chiediamo ai precari di smentirci che siano entrati nelle amministrazioni pubbliche mediante la raccomandazione di questo o di quel politico. Parecchi hanno scritto lamentandosi del loro stato ma nessuno ha negato la circostanza prima indicata. È il momento di dire basta a questa situazione. È da stabilire, anche in base al decreto legislativo approvato dal CdM il 9 ottobre, il numero e le figure professionali occorrenti per la produzione dei servizi pubblici, che confrontato con il numero dei dipendenti in organico può determinare deficienza o esubero per ciascuna figura professionale. In caso di deficienza bandire i concorsi, in caso di esubero non rinnovare i contratti in scadenza.

Perché definiamo incompetenti i formatori? La risposta è nei fatti. Con migliaia e migliaia di offerte di lavoro in Sicilia per attività professionali, non vi sono risposte da parte degli enti di formazione. Risulta evidente che essi hanno solo bruciato risorse e rilasciato attestazioni fasulle, ma non hanno fornito preparazione per quelle competenze indispensabili per abilitarli al mondo del lavoro produttivo.
La Regione è nei guai, i Comuni sono nei guai, ma i relativi responsabili i guai se li sono cercati con la loro incapacità e con un comportamento moralmente e politicamente corrotto, che ha impedito di fare primeggiare i meritevoli e di mandare a casa i fannulloni.
I dissennati comportamenti di tanti governi e maggioranze regionali, basati più sul clientelismo che non sulla politica di alto profilo, hanno danneggiato la Sicilia perché hanno contribuito a diffondere una mentalità parassitaria e lassista.