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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Lavoro

Ago
08
2012
In prossimità dell’estate, molta gente viene presa dalla sindrome delle ferie. Che bisogna intervallare periodi di riposo a periodi lavorativi è normale. La domenica e la notte, in genere, servono a questo, anche se essi sono diventati dei totem.
In realtà, c’è tanta gente che lavora di domenica e di notte, che sta bene perché ha capito quanto non sia importante il momento del riposo, purché esso vi sia. Lo stesso totem era fare le ferie nel mese d’agosto. L’Italia si fermava, caso unico in tutta Europa, quando invece le comunità lavorano dodici mesi l’anno. Ma siccome la Fiat aveva interesse a chiudere in agosto, tutti la imitavano.
La Santa crisi ha fatto cambiare un poco le abitudini. Quest’anno le città funzionano in misura quasi normale, i negozi che chiudono sono pochi, mentre restano regolarmente aperti  ipermercati, supermercati e centri commerciali, outlet ed altri simili. Pian piano la gente si sta abituando a trovare i negozi aperti nei giorni festivi e di notte, nonostante la resistenza dei sindacati corporativi.

Abbiamo sempre sostenuto, nei nostri cinquantaquattro anni di lavoro, che le ferie sono necessarie, tuttavia debbono essere qualificate, nel senso che si può anche oziare, ma tenendo il cervello pronto per evitare che precipiti nella nullità. Il nostro organo grigio è una macchina prodigiosa e come ogni muscolo ha bisogno di un allenamento continuo.
Chi ha la sventura di rompersi una gamba, dopo due mesi si accorge che i propri muscoli si sono prosciugati. Chi tiene il cervello in folle per un mese, quando riprende ha gravi difficoltà di adattamento. Ecco perché si sta diffondendo il costume di fare ferie brevi, magari ripetute, di non oltre una settimana, in modo da dare al corpo e alla mente il giusto riposo, senza mandarli in ibernazione.
Molti, soprattutto nel settore pubblico, hanno capito l’antifona e chiesto di andare in ferie tranne che in agosto, perché in questo mese esiste ancora il vecchio vizio di rinviare a settembre ogni attività. Ma questo fa male, sia alle persone che all’intero Paese, perché di fatto fa diminuire fortemente il Prodotto interno lordo.
Certo, cambiare una radicata abitudine, maturatasi nel dopoguerra, è estremamente difficile, ma l’esempio che ha dato il premier Monti di volersi allontanare da Roma insieme ai suoi ministri solo per pochi giorni, è importante.
Caso contrario è quello di deputati e senatori che, di riffa o di raffa, si prendono quattro settimane di ferie o più, regolarmente pagate a ventimila euro al mese. Peggio stanno facendo i consiglieri (deputati) della Sicilia che sono andati in ferie nei primi di agosto e non torneranno più a lavorare in questa legislatura, salvo probabili convocazioni.
I nuovi consiglieri (deputati) della Sicilia, verosimilmente, s’insedieranno dopo il 15 novembre. Eppure l’Ars potrebbe lavorare alacremente in agosto, settembre e ottobre per approvare le leggi che taglino la spesa corrente improduttiva per 3,6 miliardi, come più volte qui pubblicato.
Su queste misure troverebbero il pronto consenso sia del commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, che della Corte dei Conti, la quale auspica, un giorno sì e l’altro pure, il taglio delle piante organiche, dei consulenti e dei super stipendi che percepiscono indebitamente tutti i dipendenti e i pensionati della Regione.
 
In agosto si lavora con maggiore serenità, proprio perché molti hanno la pessima abitudine di chiudere la loro attività. Tra questi, tribunali e avvocati che si concedono il lusso di una sospensione delle attività di ben quarantacinque giorni, benché vi siano udienze feriali.
Quando possibile si sta ancora meglio che fuori grazie ai condizionatori. Il telefono squilla di meno, i problemi si affrontano meglio. Non ci si deve fare prendere dall’orgasmo della stanchezza psicologica, proprio perché bisogna pensare a questo mese come ad uno dei dodici.

Andando in giro per le città più grosse rilevavo come tutti i luoghi di balneazione sono strapieni di gente. Mi chiedevo: ma sono tutti in ferie? E tutti coloro che sono in ferie le hanno meritate, perché frutto del loro lavoro operativo? Ecco, agosto serve anche per fare un esame di coscienza, per capire se abbiamo fatto il nostro dovere, nei confronti dei terzi, della nostra famiglia e di noi stessi.
Le ferie devono essere meritate, anche se a stancarsi di più sono coloro che hanno lavorato peggio. Poi vi sono i nati stanchi che preferiscono fare domani quello che possono fare oggi: la tecnica del rinvio propria di coloro che indebitamente percepiscono uno stipendio o un compenso.
 
Mag
15
2012
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, si è molto arrabbiato quando il commissario dello Stato (e non del Governo), prefetto Carmelo Aronica, ha impugnato l’ultima leggina cercasoldi approvata dall’Ars, con cui si autorizzava la Giunta regionale a stipulare un mutuo di 500 milioni per pagare stipendi improduttivi.
Dispiace che un uomo intelligente e colto come Lombardo non abbia capito ancora che i tempi dell’assistenzialismo e del clientelismo politico sono finiti, per la semplice ragione che sono finiti i soldi. La sua insistenza nel volere foraggiare stipendi inutili si può capire ma non condividere.
È tempo di mettere in ordine i conti della Regione tagliando quelle uscite che non trovano corrispondenza in effettivi servizi da rendere a cittadini e imprese.
Questo foglio pubblica da oltre un anno quali possono essere tali spese, entrando nel dettaglio, ma da quest’orecchio l’assessore all’Economia non ci sente, anche se bisogna dargli atto che qualche riduzione d’uscita l’ha fatta, obtorto collo.

Comprendiamo perfettamente l’aspetto umano della vicenda quando 50 mila famiglie aspettano un’indennità, indipendentemente dal lavoro inutile che non fanno, ma la soluzione non è quella di continuare a pagare tali indennità: impossibile data la carenza di denaro.
La vera soluzione è aprire i cantieri per opere pubbliche e ristrutturazioni, e sostenere investimenti delle imprese siciliane, nazionali e internazionali nel nostro territorio, in modo da trasferire tutte queste persone in attività produttive di ricchezza.
Comprendiamo anche che questa soluzione comporta la voglia di nuova formazione e di acquisizione di nuove competenze, ma non si può continuare a pensare che 50 mila persone vengano assistite con indennità di varia natura e vivano come parassiti della società. Per quanto agli sgoccioli, Lombardo dovrebbe dare un segnale forte affinché la necessità di creare lavoro produttivo prenda forma in un progetto vero, strategico, di lungo periodo. Per attuarlo ci vogliono teste d’uovo, non burocrati da strapazzo. Anche se tra i burocrati vi sono tante teste d’uovo. Si tratta di valorizzarli indipendentemente dall’appartenenza a questo o a quel clan.
 
 
Un gesto di tal fatta nobiliterebbe la parte finale dell’esperienza Lombardo e costringerebbe i nuovi aspiranti alla Presidenza della Regione a imboccare la via virtuosa dei conti in ordine e dell’emersione di risorse, conseguente al taglio delle spese improduttive.
In questo filone, si inserisce la nota dolente dell’enorme quantità di dipendenti regionali che onerano la Sicilia su due versanti: sul primo perché percepiscono oltre un terzo in più dei loro colleghi statali e locali; sul secondo perché ve ne sono in esubero almeno 10 mila. Ricordando che la Regione Puglia, per quanto abbia un minor numero di abitanti (4 milioni) ha solamente 2.500 dipendenti, la Regione Sicilia, con 10 mila, avrebbe un organico più che sufficiente, a condizione che tutti siano preparati, qualificati e motivati.
Che farsene di quelli che esuberano? La risposta proviene dal settore privato: quando un’azienda deve ridurre la produzione o l’attività mette i propri dipendenti in Cassa integrazione. Per capire quanti di essi siano destinati alla Cig, l’azienda aggiorna il proprio Piano industriale.

La Regione non può fare altrettanto perché non ha un Piano aziendale (l’equivalente). Perciò dovrebbe elaborarlo e approvarlo. Da esso emergerebbero quali funzioni vanno eliminate, quali accorpate, quali sintetizzate, con la determinazione dei 10 mila dipendenti che esuberano. La stima che precede deriva dalla comparazione con altre regioni tra cui la Lombardia che, con il doppio della popolazione della Sicilia, ha solo 3.300 dipendenti, pur con qualche funzione in meno.
Le recenti elezioni amministrative in Sicilia, che hanno coinvolto il 40% degli elettori, hanno dimostrato senza ombra di dubbio che i siciliani non ne possono più di tutte le Giunte regionali che hanno malgovernato almeno negli ultimi vent’anni.
Ormai la crisi morde le carni vive dei cittadini e c’è bisogno di un’inversione a U di questo nefando processo che ha esteso la mano pubblica, incapace e inefficiente, in settori ove ha dimostrato tutta la sua disfunzione.
L’ora è fuggita, io muoio disperato. Non accada per la Sicilia.
Mag
04
2012
Lo scorso martedì, si è celebrata anche in Italia la Festa del lavoro, ricorrenza ininterrotta dal primo maggio 1947. L’oceanica adunata romana di piazza San Giovanni è stata amplificata da cronisti interessati fino a una presenza, hanno detto, di 800 mila persone. Ma, secondo la Questura i presenti erano forse 100 mila, facendo il conto che in un certo numero di metri quadrati ci sta un certo numero di persone e non di più. Ma questa è un’annotazione collaterale.
Va, invece, sottolineato come il lavoro sia un’attività che deve produrre risultati, non è limitato ai dipendenti, ma a chiunque ne svolga una, sia essa datoriale, professionale, dirigenziale, autonoma o di qualunque altra natura. Tutti quelli che lavorano, in qualunque branca professionale, dovrebbero festeggiare questa ricorrenza. Ma, secondo me, dovrebbe essere onorata lavorando, come fanno ferrovieri, ospedalieri, carabinieri, poliziotti, finanzieri, dipendenti della grande distribuzione e tanti altri.

Vi è un’altra questione da osservare: questo riempirsi la bocca, da parte di tanti, sul diritto al lavoro, previsto anche dalla Costituzione. A ogni diritto corrisponde un dovere, ma se tutti i cittadini hanno solo diritti, chi è che deve avere solo doveri?
Restando nel tema, vorremmo sapere da questi soloni da strapazzo chi è che deve produrre lavoro, vale a dire quell’attività organizzata che consenta di ottenere la ricchezza necessaria per corrispondere stipendi e salari.
Non è certo utilizzando le imposte dei cittadini in maniera dissennata, con la creazione di fittizi posti di lavoro, che si dà sfogo al relativo diritto. Qualcuno deve produrlo il lavoro. E perché non può essere lo stesso lavoratore? Chi gli impedisce di passare da una condizione dipendente a una condizione datoriale?
L’esempio dell’Emilia Romagna è chiaro al riguardo: in quella regione rossa vi è il maggior numero di padroncini riuniti in cooperative, che funzionano bene e sono riunite nelle tre grandi organizzazioni nazionali: Lega delle cooperative, Confcooperative e Associazione generale delle cooperative italiane. Ecco un modo per creare e utilizzare lavoro.
 
Abbiamo sentito urlare i quattro segretari generali dei sindacati più importanti (Cgil, Cisl, Uil e Ugl), che ormai rappresentano più pensionati che dipendenti attivi, contro il rigore del Governo Monti, il quale sta tentando di mettere in equilibrio i conti di Stato, Regioni ed Enti locali cominciando dall’aggravio pesantissimo delle imposte per i cittadini.
Ma i sindacati non hanno detto nulla sull’enorme spesa pubblica del 2012 che, secondo il Def (Documento di economia e finanza) ammonterà a 809 miliardi (725 mld spesa corrente, più 84 mld di interessi sul debito). Né abbiamo sentito proposte che indicassero ove tagliare tale spesa per compensare il richiesto taglio delle imposte alle fasce più deboli (doveroso).
Li abbiamo sentiti gridare contro l’articolo 18, ma nulla hanno detto sulla loro facoltà, come sindacati, di licenziare liberamente in quanto essi non sono tenuti a osservare l’articolo 18. Né hanno detto alcunché sui ricchi assegni che percepiscono come indennità di carica.

Non sappiamo se tale indennità sia erogata come rimborso spese, senza alcun riferimento alle spese effettive, di guisa che si trasformerebbe in vera e propria elusione fiscale. Nessuno può salire sul pulpito se ha scheletri negli armadi.
In questo quadro, dispiace che non abbiano partecipato attivamente alla festa le confederazioni degli imprenditori, e segnatamente Confindustria, nonché gli Ordini professionali. Non agendo in questo senso hanno lasciato campo libero a che l’opinione pubblica avesse la sensazione che il lavoro sia solo quello dei dipendenti, mentre il lavoro è esercitato da qualunque altro cittadino,  non solo da alcune categorie.
In ultimo, sottolineiamo l’anomalia della Cassa integrazione, alla quale possono accedere solo i dipendenti del settore privato. La legge 183/2011 ha inserito il principio che anche i dipendenti pubblici possano andare in Cassa integrazione, cioè in disponibilità con l’80 per cento dello stipendio.
Non è equo che i privati in Cig prendano 800 euro al mese mentre tutti i dipendenti pubblici continuano a percepire i loro stipendi non colpiti dalla crisi e dall’incapacità di produrre risultati.
Mar
31
2012
Il gran vociare attorno all’articolo 18 è il solito vizio italico di non concludere mai nulla, divagando su ben altre questioni, in modo da spostare il campo ed alimentare lungaggini senza fine. Non abbiamo la concretezza protestante di stabilire un obiettivo e andare verso di esso senza tentennamenti.
La manutenzione dell’articolo 18, su cui sono d’accordo tutti, incontra il fermo diniego della Fiom, che coinvolge la Cgil e quindi una frangia estremista e conservatrice e non riformista del Partito democratico. La manutenzione consiste nel ben precisare i termini dei licenziamenti senza reintegro in modo da evitare abusi da parte di imprenditori disonesti.
Ma agli imprenditori onesti è indispensabile attribuire la facoltà di circondarsi di propri dipendenti secondo le esigenze dell’azienda in modo da raggiungere il miglior risultato possibile a parità di costi di esercizio.
Da questo non si può prescindere. Chi cerca di farlo bara al gioco collettivo.

Fesso chi dice che un imprenditore licenzia i propri dipendenti per capriccio, oppure per assumerne altri che dovrà formare con un costo ben superiore a quello che eventualmente risparmierebbe.
Nella mia lunga vita lavorativa (oltre 53 anni), ho avuto centinaia di dipendenti in diverse imprese, ma non ho mai licenziato nessuno a meno che non fosse fannullone o disonesto e non ho mai dovuto reintegrarlo. Mi sono addolorato quando molti dei miei dipendenti sono andati via trovando altre collocazioni nelle quali hanno riportato quello che avevano imparato da noi. Addolorato anche perché, al di là del rapporto umano, ho dovuto ricominciare a formare nuovo personale con una fatica facilmente comprensibile.
Vi è un’altra leggenda metropolitana da sfatare, una leggenda propalata anche dai media, secondo la quale bisogna creare nuovo lavoro e nuova occupazione.
I due termini non sono sinonimi perchè l’occupazione è un’attività di qualunque genere, dipendente o autonoma, di solidarietà o economica, mentre il lavoro è lo sforzo che ogni persona compie con fatica per raggiungere un qualche risultato. La questione è che tutti pensano al lavoro senza collegarlo al risultato. Se così avvenisse, la produttività del Paese, nel pubblico e nel privato, farebbe un balzo in avanti.
 
Il lavoro non si produce magicamente da solo. Occorrono le imprese di qualunque dimensione e di qualunque settore che mettano insieme questo fattore con il capitale, con l’organizzazione e con le capacità professionali per perseguire il fine ultimo che è la produzione di ricchezza. è inutile continuare in una condizione mentale perdente che è quella di voler tenere aperte le imprese decotte o mature che non hanno mercato.
Le istituzioni dovrebbero investire in innovazione e aiutare le imprese a rinnovarsi. I grandi gruppi imprenditoriali, dal loro canto, dovrebbero investire di più in ricerca.
È il complesso delle cose che scriviamo che per conseguenza genera lavoro. Insomma, il lavoro è un effetto e non un’autonoma situazione che prescinde dall’impresa.
Ecco perché il lavoro della Pubblica amministrazione è improduttivo. Perché non fissa gli obiettivi in base a un Piano aziendale e non correla le attività di chi lavora agli obiettivi stessi, con la conseguenza che si depauperano risorse immense per pagare gente, che anche incolpevolmente, non produce niente. Incolpevolmente perché la responsabilità è dei dirigenti.

Nel dibattito sull’articolo 18, commentatori e giornalisti dimenticano tre vistose omissioni: sindacati, Chiesa e partiti non hanno l’obbligo di osservarlo. Con la Chiesa si può essere clementi perché svolge un’azione sociale, ma non è possibile esserlo con partiti e sindacati perché danno il cattivo esempio al mondo delle imprese.
Come possono pretendere che il giudice ordini il reintegro nelle imprese quando invece licenziando non subiscono per legge lo stesso obbligo di reintegro? Due pesi e due misure inaccettabili su cui il ceto politico, nell’ambito della riforma proposta, dovrebbe porre fine.
Vi sono anche le associazioni che non hanno l’obbligo previsto dall’articolo 18. Vi è inoltre tutto il settore pubblico cui l’articolo 18 non si applica.
Il riordino cui si appresterà il governo Monti, subito dopo le elezioni di maggio, dovrà comprendere tutti questi settori perché nella Comunità nazionale vi sia effettivamente quel valore primario che è l’equità.
Mar
29
2012
La riforma del mercato del lavoro è molto strana, perché priva del testo scritto. Questo non può essere casuale, ma è la dimostrazione che il Governo è andato in una fase di stallo, perché una parte di un partito che lo sostiene è legata a doppio filo con la Cgil e ha quindi un potere di veto notevole.
Monti, democristianamente, ha spostato di due mesi la riforma, a dopo le amministrative, per evitare speculazioni nella campagna elettorale del 6 maggio e del successivo turno per il ballottaggio del 20 maggio.
Dopodiché si vedrà se sarà capace di tener duro e bilanciare i nuovi oneri con alleggerimenti fra tutte le imprese (grandi, medie e piccole), oppure se soccomberà di fronte al diktat della Camusso che persegue una linea conservatrice, utile a preservare l’enorme potere del suo sindacato, che non ha eguali in Gran Bretagna o in Francia.
Nella riforma annunciata ma non scritta vi sono buone cose, che è inutile elencare perché ampiamente illustrate in conferenze stampa, in reportages, in contenitori radiotelevisivi. Inutile anche perché abbiamo l’abitudine di leggere i testi prima di opinare.

In attesa di prendere visione di quello che il Governo scriverà (presumibilmente il testo sarà reso noto al rientro del viaggio del premier in estremo Oriente), possiamo osservare che ancora una volta non è stato preso in esame il riordino dei meccanismi del lavoro nel settore pubblico. Un comparto che occupa 3,4 milioni di persone, ipergarantite, impossibili da licenziare anche nel caso di manifesta incompetenza o mancata volontà di produrre risultati, il che impedisce il fisiologico ricambio con altri cittadini preparati e meritevoli di entrare.
Nella pubblica amministrazione nessuno esce e nessuno entra. I concorsi sono bloccati, mentre si è verificato il paradosso che vincitori di concorso non sono stati ancora incardinati con rapporto di impiego a tempo indeterminato.
Nella Pubblica amministrazione i sindacati sono fortissimi, anche perché l’interlocutore-datore di lavoro è incapace di stendere i Piani aziendali, branca per branca, settore per settore, con la conseguenza che dirigenti e dipendenti sanno molto larvatamente quali possano essere gli obiettivi. Ulteriore conseguenza è che non si possono paragonare risultati con obiettivi.
 
Nel settore privato del mercato del lavoro vige il principio di competenza, almeno teoricamente. Chi non produce risultati, dal dirigente all’ultimo impiegato, viene cacciato nel primo caso e licenziato nel secondo.
Ma, mentre l’articolo 18 non si applica a dirigenti e quadri, impedisce ai dipendenti fannulloni e inefficienti di essere espulsi dal loro posto. Salvo i casi in cui questo avvenga per ragioni diverse, il che costituisce ovviamente un abuso che il giudice può mascherare. Anche nei casi veri, il datore di lavoro deve tenersi un dipendente ostile che diffonde nell’ambiente una cattiva educazione.
Purtroppo la zona grigia è estesa, ma le nuove norme dovrebbero ridurla al minimo, in modo che si sappia con chiarezza se una circostanza è bianca o nera. Ci auguriamo che il ministro Fornero sia supportato dall’intero Governo e dall’intera maggioranza per realizzare questo obiettivo.

Ritorniamo al settore pubblico, ove regnano inefficienza e disorganizzazione. Tutto ciò accade perché, ripetiamo, non esistono i Piani aziendali, quella sorta di binario su cui ogni settore dovrebbe correre per raggiungere la sua stazione.
Disorganizzazione e inefficienza non sono casuali, bensì frutto del loro voluto mantenimento, in modo da consentire, all’interno della Pubblica amministrazione, ogni sorta di abuso nonché corruzione materiale e morale, che sempre più frequentemente emergono a seguito delle inchieste della Magistratura ordinaria e della Corte dei Conti.
Se un settore non funziona, la responsabilità è del dirigente, se non raggiunge il risultato, il dirigente percepisce lo stesso il premio di risultato e, udite udite, anche i dipendenti hanno premi indipendentemente da ciò che fanno o da ciò che non fanno.
Questo sistema penalizza fortemente i bravi dirigenti e i bravi dipendenti perché ricevono esattamente gli stessi compensi di cattivi dirigenti e cattivi dipendenti.
Il merito non è di casa nella Pubblica amministrazione e ci auguriamo che la riforma annunciata vada nella direzione di dare organizzazione ed efficienza a tutto il settore.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Feb
25
2012
L’inutile discussione che si fa attorno all’articolo 18 della legge Brodolini, n. 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori), a distanza di 42 anni è del tutto oziosa e fuori dal tempo. L’unico aspetto che andrebbe modificato è quello del reintegro nel posto di lavoro, perché è contrario ad ogni logica etica. In ogni azienda, rispettate le norme fiscali previdenziali e contrattuali, i gestori hanno il compito di ottenere il miglior risultato possibile.
Per questo devono organizzare al meglio i fattori della produzione in modo da massimizzare i ricavi e minimizzare i costi, cioè ottenere il miglior rapporto costi-benefici. La migliore organizzazione del lavoro consente una maggiore produttività. Cosa significa? Significa che nello stesso tempo si ottengono più prodotti e più servizi. La produttività migliora anche con una costante innovazione di processo, di prodotto e di organizzazione.

Perché un’organizzazione funzioni e ottenga i massimi risultati è necessario che tutti coloro che vi lavorano (2, 200, 2.000 o 20.000 unità) si sentano coinvolti e facenti parte di una medesima squadra. Occorre spirito di corpo e volontà comune di dare il massimo, per ottenere il miglior risultato, che è l’espressione dell’impegno di tutti. Ecco perché è necessaria la selezione naturale per capacità ed onestà. Ecco che si rende indispensabile la consapevolezza e la conoscenza di ognuno del progetto cui partecipa.
Ma chi si rende conto di tutto questo? Solo le persone capaci e meritevoli di stare dentro ad un’attività (sociale o professionale) che ha obiettivi lucrativi e non lucrativi.
Fuori i mediocri, dunque! Dentro i bravi. Questo significa abrogare quella parte odiosa dell’articolo 18 che consente il reintegro di un dipendente o dirigente nel posto di lavoro dopo che è stato espulso dallo stesso.
Abbiamo assistito a questioni incredibili: direttori di telegiornali licenziati che il giudice ha rimesso al vecchio posto, operai in malattia che invece manifestavano in città diverse, dipendenti disabili (ciechi) che guidavano l’auto e via elencando. Le distorsioni che comporta quella parte dell’articolo 18, che va abrogata, sono enormi, e, siamo convinti, che il governo Monti la inserirà nel prossimo provvedimento sul lavoro.
 
Tale provvedimento, verosimilmente, si incentrerà sul valore del merito, di modo che possa consentire alle imprese di sostituire un dipendente incapace o sfaticato con un giovane meritevole, che bussa alla porta e non può entrare perchè è vietato fare uscire il dipendente immeritevole.
È questo il meccanismo che ha inceppato il mondo del lavoro in Italia. ed è miracoloso che, ciò nonostante, la disoccupazione sia all’8,9 per cento. Vuol dire che il Paese ha tenuto e dopo questo secondo anno orribile è pronto per ripartire nel 2013. A condizione, bene inteso, che venga esteso in tutti i settori quel valore del merito che tutti vogliono ufficialmente, ma che sotterraneamente respingono.
Qualcuno in mala fede sostiene che il merito non si possa misurare. Mente, perché è, invece, misurabile. Infatti sono i risultati che misurano la capacità di chi lavora, sia nel pubblico che nel privato.

Vi è un altro valore nel mondo del lavoro: la responsabilità. Quest’ultima di solito è legata a chi è meritevole, in quanto è persona coscienziosa. Una cosa di cui non si parla più è la coscienza, ma essa esiste dentro di noi, anche se non tutti la ascoltano.
Non sembri che questa elencazione di valori sia inutile. Tutt’altro. I valori sono la base delle azioni e delle persone, guai a chi non si fa guidare da essi. i fannulloni e gli assenteisti li sconoscono; i bravi e i meritevoli li seguono.
È soprattutto nel settore pubblico che andrebbe effettuata una bonifica approfondita di meccanismi perversi che hanno inquinato il funzionamento di una macchina, che invece dovrebbe essere efficiente e irreprensibile.
Anche nel settore pubblico occorre inserire la porta girevole: fuori i mediocri, fuori gli sfaticati, fuori i raccomandati, dentro i capaci, i bravi e i meritevoli. Se così avvenisse, il numero potrebbe essere ridotto di almeno un terzo e i risultati raddoppierebbero.
È tutto lampante, è tutto noto. Si tratta di avere la volontà e la forza di rendere effettivo questo scenario, ancora sperato ma non realizzato.
Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Feb
07
2012
La disoccupazione all’8,9% è un grave problema sociale ed economico. Una disoccupazione fisiologica dovrebbe attestarsi a meno della metà. Per ridurre al 4% la disoccupazione occorre utilizzare leve adeguate per spingere il sistema economico a funzionare meglio in modo da creare nuovi posti di lavoro.
Ma c’è anche la seconda leva che riguarda le opere pubbliche, le quali, se opportunamente finanziate, darebbero la possibilità a decine di migliaia di italiani di trovare lavoro. La recessione ha creato anche un forte rallentamento dell’edilizia, con la conseguenza che il settore non solo non ha assunto nuovi dipendenti, ma ne ha espulsi moltissimi.
Eppure vi è una grande carenza di alloggi per la popolazione più debole ed il marasma gestionale nel sistema degli Istituti autonomi delle case popolari. Lì vi sono abusi di ogni genere, con sublocazioni arbitrarie o locazioni a soggetti che non hanno i titoli. Il degrado è esteso, la manutenzione è assente, cosicchè questo patrimonio immobiliare continua a perdere valore e a non servire.

A fronte della disoccupazione, vi sono alcune osservazioni. La prima riguarda il lavoro nero che viene effettuato da molti pensionati pubblici e privati e da dipendenti pubblici che utilizzano la mezza giornata vuota per fare concorrenza a chi lavora.
La seconda riguarda in genere la mancanza di competenze possedute da chi cerca lavoro. Sappiamo bene che la Scuola forma poco sul piano del metodo e dell’organizzazione. Meno che mai fa l’Università perchè spesso obbliga gli allievi ad imparare una sequenza di materie senza collegarle fra di loro.
Vi è poi da aggiungere che il tempo medio in cui un giovane si laurea è di nove-dieci anni, per cui  spesso quando si dà l’ultima materia ha dimenticato la prima. Se un giovane si laureasse nei termini regolari, intorno ai 23 anni, potrebbe utilizzare gli altri cinque, che oggi perde per acquisire conoscenze, anche senza compensi.
Purtroppo nel nostro Paese è misconosciuto il merito perchè in qualunque manifestazione pubblica e privata si parla di tutto, tranne che dello stesso merito. Se esso assurgesse a questione di primo livello, molti dei problemi che ci affliggono sarebbero risolti.
 
La stranezza apparente del mercato del lavoro è che a fronte di tanti disoccupati vi sono decine di migliaia di lavori, ai quali possono accedere solo persone preparate. Come è noto la preparazione non è data dal pezzo di carta e, in questo senso, bene farebbe il legislatore a togliere a diploma e laurea ogni valore legale, così come avviene in tutti i Paesi avanzati.
Quando le aziende procedono alle selezioni difficilmente guardano il titolo di studio o il relativo voto, ma sottopongono i candidati a prove di competenza che prescindono dalle conoscenze eventualmente apprese nelle Università. Naturalmente questo ragionamento non vale in tutti i casi, perchè vi sono atenei che funzionano e preparano, sia pubblici che privati.
La nostra osservazione riguarda, invece, la maggioranza di tali atenei, infarciti di dipendenti amministrativi e professori che insegnano materie strambe del tutto inutili a preparare i giovani al mercato del lavoro. Paradossalmente l’Italia ha bisogno di molti più laureati che siano anche molto più preparati perchè una Nazione senza competenti non è competitiva.

Vi è un’altra questione da considerare: l’inutilità delle agenzie per l’impiego e per il collocamento che servono solo per dare inutili stipendi ai loro dipendenti e dirigenti. Non sappiamo nel resto del Paese, ma qui in Sicilia abbiamo condotto numerose inchieste su questo versante e tutte raggiungono la stessa conclusione: migliaia di dipendenti regionali in questi uffici centrali e provinciali, che non riescono a trovare collocazione a coloro che vi sono iscritti.
Tanto che, vista l’inutilità dell’iscrizione, quasi nessuno più si reca presso questi uffici. Essi avrebbero la funzione di fotografare il mercato e selezionare i richiedenti per trovarvi collocazione. A latere, la formazione regionale avrebbe il compito di preparare coloro non adatti alle richieste di mercato, in modo da sfruttare sinergicamente formazione e collocamento, al fine di raggiungere il risultato finale di connessione fra domanda e offerta di lavoro. Sì, perchè chi ha competenze il lavoro lo trova, anche in queste condizioni. Provare per credere.
Dic
14
2011
Nel mondo del lavoro e in quello della finanza si sta via via cristallizzando una situazione deprecabile. Nel primo vi sono tutti coloro ipergarantiti dallo Statuto dei lavoratori e, dall’altro, vi sono tutti i precari e i disoccupati che non hanno alcuna garanzia. Ecco perchè tanti giuslavoristi, da Biagi a D’Antona, e ora Ichino, hanno proposto la flex-security, cioè un contratto di lavoro che faciliti l’accesso e, contemporaneamente, faciliti l’uscita: un contratto flessibile.
I sindacati, che sono corporativi e conservatori, si oppongono a qualunque flessibilità contrattuale, ma questo danneggia tutte le persone che nelle attuali condizioni non trovano la possibilità di ottenere un lavoro.
Nello stesso mondo del lavoro vi è il problema delle pensioni. Come il conte Ugolino si mangiava i figli, i padri-pensionati si stanno mangiando i figli-pensionati, cioè a dire oggi mangiano quelle risorse che mancheranno domani. Infatti, milioni di pensionati hanno ricevuto l’assegno calcolato secondo il metodo retributivo (cioè figurativo) e non secondo il metodo contributivo, cioè in base agli effettivi contributi versati.

Inoltre, i padri “conte Ugolino”, egoisticamente, si sono fatti approvare leggi con le quali sono andati in pensione con 11, 16, 25 anni di lavoro. Una miriade di baby-pensionati che continua a succhiare il sangue di lavoratori e imprese, che versano con grande fatica pesanti contributi previdenziali e imposte.
Vi sono poi i pensionati di anzianità, che a 50, 55 o 60 anni sono andati in pensione e succhieranno l’assegno magari per altri 25 o 30 anni. Una vergogna tutta italiana che costituisce un’anomalia sanzionata più volte dall’Unione europea, che ora non la tollera più. Per questo ha dato un ultimatum all’ex governo Berlusconi e, ora, al governo Monti.
Questa sorta di cannibalizzazione dei padri nei confronti dei figli crea tanta apprensione nei giovani, fra i quali si sta diffondendo una sindrome depressiva nel pensare che quando andranno in pensione, fra trenta o quarant’anni, il loro assegno sarà miserrimo, proprio perchè i padri se lo sono mangiato prima. Il governo Monti e il ministro Fornero hanno cambiato direzione.
 
L’altra questione riguarda l’enorme debito pubblico italiano, che i padri, sperperando le risorse pubbliche, hanno accumulato in questi ultimi trent’anni. Precedentemente a tale data, dal 1946 al 1980, i governi che si sono succeduti frequentemente sono stati composti da statisti che erano anche persone disinteressate. Molti di loro sono morti in povertà, come Alcide De Gasperi.
Quei governanti hanno fatto risorgere il Paese nel quale c’è stato il boom economico con la creazione di milioni di posti di lavoro. Nonostante ciò, il debito pubblico nel 1980 era di appena 200 mila miliardi di lire pari a 100 miliardi di euro.
Dal 1980 al 1992 il debito è passato da 100 a 1.000 miliardi di euro (2 milioni di miliardi di lire). In quell’anno vi fu la famosa manovra del governo Amato che, per rimettere in linea la situazione finanziaria italiana, caricò di imposte tutti i cittadini per 92 miliardi di lire.
Dalla cosiddetta Seconda Repubblica in avanti, dal 1994 al 2010, il debito è saltato da 100 a 1.900 miliardi. In 17 anni  l’incremento è stato pari a quello dei precedenti 12.

Dunque, in trent’anni tutti i governi e il ceto politico che li ha espressi si sono comportati come le cicale, per soddisfare la famelicità dei partiti e di tutti i sodali che li attorniavano. Hanno lucrato tutti. Imprenditori, professionisti, alti burocrati, funzionari, dirigenti pubblici e privati. Con la conseguenza che, per pareggiare i disavanzi annuali, lo Stato emetteva Bpt senza freni e senza limiti.
Il magcigno di 1.900 miliardi, con la crisi intervenuta, costa al bilancio dello Stato oltre il 10% della spesa. Infatti, secondo il Documento economico finanziario, la spesa prevista per il 2011 è di 724 miliardi e gli interessi di 76 miliardi, ma essi lieviteranno di almeno 8 miliardi.
Saranno quindi i figli a dover stringere la cinghia per ricomprarsi i Bpt che i padri hanno emesso per coprire i debiti. Nel rapporto fra generazioni, questi padri si sono comportati in modo dissennato mangiandosi le pensioni dei figli e facendo spese che i figli dovranno ripagare. Non possiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto fino a oggi.
Nov
16
2011
L’articolo 16 della Legge di stabilità n. 183 del 12 novembre, pubblicata sulla Guri n. 265/2011, innova il rapporto di lavoro fra la Pubblica amministrazione e i propri dipendenti. Lo fa, come è abituato il legislatore, in modo sibillino ed equivoco così da lasciare aperte porte e finestre che consentano di non applicarlo, ovvero di far nascere numerose controversie attivate dai dipendenti, che si sentono colpiti, nei confronti della propria amministrazione.
Che dice il richiamato articolo 16? Esprime un principio generale che si possa verificare un esubero di personale, il quale sarà invitato a scegliere un’altra amministrazione. In caso di diniego, entro 90 giorni, a trasferirsi, il dipendente viene collocato in disponibilità, con un’indennità pari all’80 % dello stipendio, per la durata massima di 24 mesi.
Quanto precede dovrà essere meglio specificato con altra norma interpretativa, anche perchè è difficile rimuovere le incrostazioni che sono nella Pa e le cattive abitudini che l’hanno connotata in questo dopoguerra.

La norma non è chiara perchè riferisce di una generica ricognizione del personale (una sorta di inventario) che le Pubbliche amministrazioni hanno l’obbligo di fare ogni anno, in relazione alle esigenze funzionali o alla situazione finanziaria.
Chi ha competenza di organizzazione sa bene che nessuna ricognizione può esser fatta efficacemente, se non paragonata ad un Piano aziendale che abbia determinato in via preventiva quali debbano essere i servizi che una Pa deve produrre e, per conseguenza, quali possano essere i dipendenti e i dirigenti, determinandone funzionalmente la quantità ed il profilo professionale.
È solo dalla comparazione fra il Piano aziendale e l’effettivo organico che può scaturire l’eventuale eccedenza di personale e dirigenti, non in modo sommario, bensì per tipologia del singolo profilo professionale.
In ogni caso, seppur con i limiti prima indicati, si tratta di un’interessante novità che scardina il principio dell’inviolabilità del rapporto di lavoro pubblico e introduce, seppure in modo blando, la possibilità che i dipendenti pubblici siano licenziati, non solo quando commettono reati.
 
In Sicilia non si sa se questa norma verrà applicata, ma conoscendo bene la corporazione del sindacato pubblico e l’incapacità del Governo regionale, possiamo supporre che verrà sollevato l’usbergo dell’Autonomia per impedire la sua applicazione ai dipendenti regionali. Con l’ulteriore discriminazione secondo cui, nella nostra Isola, vi saranno dipendenti pubblici statali, cui la norma si applica, e dipendenti pubblici regionali, cui la norma potrebbe non applicarsi.
I lamenti del Governo regionale e del suo assessore all’Economia, Gaetano Armao, sulla mancanza di risorse sono del tutto ingiustificati, tenuto conto che ad inizio di quest’anno la Regione ha assunto, ex novo, con contratti a tempo indeterminato, ben cinquemila dipendenti. Un comportamento scriteriato e non conforme all’esigenza di far dimagrire rapidamente la spesa della Regione.
Anzichè fare l’esame di coscienza e tagliare adeguatamente la spesa corrente, a cominciare dall’allineamento del contratto dei regionali a quello delle altre Regioni, il governo siciliano ha inviato una lettera al presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, per chiedere soldi anzichè per comunicargli che intende mettersi le carte in regola.

Come possiamo andare avanti facendo gli elemosinieri, da un canto, e le cicale, dall’altro? Come non hanno capito, Lombardo e Armao, che bisogna abbandonare la via viziosa della pessima amministrazione e imboccare quella virtuosa della sana amministrazione? Non sappiamo a che cosa sia dovuta questa mancanza di realismo, ma ne abbiamo conferma dalla bozza della legge regionale di stabilità di 91 articoli, nella quale non si intravede la nuova filosofia che deve essere messa in atto, se vogliamo che la nostra Isola intraprenda la via dello sviluppo.
Se si applicasse la norma che abbiamo esaminato, la Regione dovrebbe mettere in mobilità diecimila dipendenti e liquidare quel contenitore assistenziale che è la Resais spa, che paga stipendi a persone che non fanno nulla.
Il peggio deve ancora venire non appena il governo Monti, se sarà approvato, varerà la prossima manovra di tagli da 25 miliardi. Lombardo e Armao sono avvisati.
Ott
19
2011
Lavorerai con sudore partorirai con dolore (Genesi, versetti 16 e 17). Chi pensa che lavorare non costi fatica vuol dire che non vuol lavorare. In questa battuta si racchiude la mentalità di tanta gente che valuta il lavoro come un diritto e non un’opportunità, per cogliere la quale bisogna essere attrezzati. Ecco il punto.
Attrezzarsi adeguatamente con l’acquisizione di competenze e capacità professionali, in modo da essere pronti a rispondere adeguatamente alle esigenze di mercato. Intendiamoci, non il mercato tiranno e disumano, ma quello sociale nel quale ogni cittadino produce ricchezza che viene redistribuita secondo il principio sociale dell’equità.
Ma non è equo che qualcuno riceva un compenso, un emolumento o uno stipendio senza dare in contropartita il propio lavoro pieno di sostanza e condito con il sudore materiale e immateriale. Trovarsi nelle condizioni di non potere offrire adeguate contropartite alle numerosissime opportunità che si trovano sul mercato, è avvilente.

Nessuno di noi deve essere colto in castagna, vale a dire presentarsi per un colloquio di lavoro e non offrire un minimo di mestiere per rispondere adeguatamente alle richieste.   
Nessuno di noi è nato con le conoscenze infuse. Per questo vi è un percorso formativo che passa dalla scuola, eventualmente dall’università e, successivamente, per esperienze diverse fra cui stage, praticantati e simili. Scuola e università non dovrebbero insegnare ai giovani solo conoscenze settoriali, bensì un metodo: quello di imparare ad imparare, in modo da essere sempre pronti ad incamerare cose nuove inserendole in un bagaglio di conoscenze, poche o tante che siano, eventualmente possedute.     
La disponibilità ad imparare, sempre e continuamente finchè si vive, deve essere uno stato mentale che prosegue senza alcun limite. Nessuno, salvo l’arrogante o il presuntuoso, deve ritenersi arrivato o in possesso di cognizioni sufficienti. Ognuno di noi, come diceva il filosofo, deve sapere di non sapere. Da questo ne consegue la voglia di imparare senza limiti, sapendo che per farlo è necesario uno sforzo continuo e la rinuncia ad attività ludiche, che spesso interferiscono negativamente con il processo di apprendimento.
 
Lavorare seriamente affatica ma diverte. Proprio il divertimento è il compenso dell’impegno, della fatica e del sacrificio che ognuno di noi sostiene per raggiungere degli obiettivi. Ecco un altro nodo su cui non sono mai bastevoli le parole, cioè la necessità di sapere per cosa si lavori. Ciò puo accadere solo se sono fissati gli obiettivi e vi è chiarezza sul modo per raggiungerli.
Senza obiettivi si vaga a casaccio, si disperdono energie, non si conclude nulla. è proprio la schiera degli inconcludenti il tarlo della società. Magari persone in buona fede, ma che non servono alla società ed a se stessi. In altre parole, possiamo descriverle come persone che non hanno presente che in ogni atto del versante professionale o di quello sociale occorra che vi siano organizzazione ed efficienza anche minime.
Se tutte le energie delle persone fossero ben indirizzate, secondo criteri di efficienza ed organizzazione, il lavoro produrrebbe ricchezza e valore. Invece, l’inutilità del tempo perso è molto vasta. Tanta gente non se ne rende conto col risultato di peggiorare la situazione.

Nel lavoro bisogna sempre trovare il lato divertente, quello che soddisfa la nostra esigenza di positività.
Quando facciamo un lavoro che ci piace il divertimento è assicurato. Ma esso va trovato anche quando facciamo un lavoro che non ci piace. Questo è possibile perchè in tutte le circostanze vi è l’aspetto positivo. Noi dobbiamo trovarlo.
Molti spiegano che hanno la vocazione per fare questo o quello, ma si tratta di casi rari. Normalmente possiamo fare qualunque cosa, sol che lo vogliamo. La mente che ci ha fornito l’Essere Superiore è in condizione di elaborare fatti e conoscenze.
È noto che il nostro pensatoio venga utilizzato per un quinto delle nostre possibilità mentre le persone  straordinariamente intelligenti l’utilizzano per la metà. Quindi, lo sforzo che dobbiamo fare è di aumentare lo sfruttamento della nostra testa in misura maggiore di quanto pigramente facciamo. Perchè questo avvenga è necessario aumentare la nostra capacità di elaborazione e mnemonica per ottenere risultati. Ecco come ci si assicura il divertimento e si abbatte la fatica.
Ott
18
2011
Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è qualsiasi esplicazione di energia volta a un determinato fine. Ed anche l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo, in quanto tende direttamente e coscientemente alla produzione di una ricchezza o di un prodotto di utilità individuale o generale”.
Quanti cialtroni o ignoranti parlano di lavoro senza sapere che cosa esso significhi. Quanta gente urla cercando un lavoro non offrendo le necessarie competenze perché esso sia produttivo di valore. è questo il nocciolo della questione. Ogni persona  che lavora deve produrre valore, cioè ricchezza. Solo la ricchezza, ovviamente prodotta onestamente, potrà essere usata per diffondere equità e benessere fra la popolazione e aiutare i bisognosi e i più deboli.
Com’è noto, il lavoro e la relativa remunerazione che può provenire da un rapporto dipendente o autonomo derivano dalla loro utilità. Solo in questo modo liberano dai bisogni e consentono di acquisire quel minimo di autonomia che ogni uomo deve possedere.

Il vizio diffuso di vedere mezza mela, cioè quella che ognuno faccia una qualsiasi attività purché percepisca un’indennità o uno stipendio, è stato la rovina del Sud ed in particolare della Sicilia. Questo vizio è stato alimentato da un ceto politico che ha speculato sul bisogno della gente promettendo non un lavoro produttivo, bensì un posto che consentisse di percepire un compenso.
Un comportamento altamente diseducativo che ha portato la nostra Isola ad avere un miserrimo Pil del 5,6% circa di quello nazionale, mentre esso si dovrebbe attestare intorno al 9% facendo una proporzione del territorio e della popolazione rispetto ai dati nazionali.
Si può ben capire come un ceto politico non selezionato e non preparato, non possa pensare a come si governi una regione e, per traslato, la nazione. Si occupa delle questioni di piccolo cabotaggio, delle viuzze anziché dell’autostrada, dei rigagnoli anziché del fiume. L’egoismo imperante del ceto politico lo ha indotto a raccogliere il consenso basato sul clientelismo e sul favoritismo e non sui progetti strategici di ampio respiro che devono informare l’azione di chi ha alte responsabilità istituzionali di guida e di governo.
 
Dall’altra parte, vi è la popolazione tenuta in stato di bisogno, sia per incapacità della classe dirigente che per il comportamento speculativo, secondo il quale chi ha bisogno deve chiedere e quindi è disponibile a scambiarlo con il favore. Questo perverso meccanismo viene illustrato da molti decenni in queste pagine. Tuttavia non ha trovato eco nella sensibilità e nella coscienza di chi dovrebbe comportarsi secondo i doveri e non i poteri.
La situazione di tragico stallo economico della Sicilia non può continuare. è arrivato un alt fermo e deciso da parte dell’Unione europea, che ha bloccato la possibilità per le Regioni di fare altro debito necessario a coprire le scellerate uscite dovute alla spesa corrente.
Cosicché l’attuale governo, o quello successivo, non ha più la possibilità di fare politica clientelare perché, continuando a privilegiare dipendenti e pensionati regionali, amici propri e degli amici, consulenti inutili, professionisti e imprenditori di apparato e dirigenti incapaci, porterà a fare sanguinare il tessuto sociale del nostro popolo che, prima o dopo, reagirà con veemenza, cacciando gli incapaci e i disonesti dai luoghi dove risiedono indebitamente.

Il lavoro deve produrre valore. Ma si è mai chiesto un assessore o un dirigente regionale se il lavoro dell’inutile esercito di dipendenti produce valore? E sì, anche il lavoro della Pa deve produrre valore. è un valore sociale che spinge tutti i cittadini verso la crescita. Se non c’è crescita non c’è produzione di valore. Se non c’è produzione di valore non c’è stata la capacità, di chi ha il compito di dirigere strutture pubbliche, di muoversi in questa direzione.
Dal che se ne deduce in modo lampante la responsabilità. Una responsabilità che doveva essere colpita senza tentennamenti ma che, invece, è stata ignorata costantemente. Per esempio, la distribuzione a pioggia del cosiddetto Famp (Fondo amministrazione miglioramento prestazioni) ai dipendenti regionali, che dovrebbe servire per incentivarli a produrre più valore, ma che in effetti serve solo a erogare inutilmente somme sottraendole agli investimenti che creano ricchezza. Ancora uno spreco del quale nessuno risponde. Neanche la coscienza di chi l’ha provocato.
Ott
12
2011
Qualche giorno fa parlavo con due giovani di 24 e 28 anni, dipendenti, i quali mi chiedevano con una punta di amarezza se a 68 anni, probabile età per la pensione, riceveranno l’assegno di quiescenza. Mi dicevano ancora che alcuni loro parenti, con un età inferiore ai 60 anni, da molto tempo sono in pensione.
Questi due fatti danno la risposta ad una situazione non più sostenibile: i pensionati di anzianità e tutti coloro che sono andati in pensione prima dei 65 anni, anche utilizzando il sistema retributivo e non contributivo, si stanno mangiando e si sono mangiati le pensioni dei giovani di oggi.
Un ceto politico becero e clientelare ha approvato in Parlamento e all’Assemblea regionale, a getto continuo, leggi che hanno dato privilegi a non finire a tanta gente andata in  pensione con solo 11 o 16 anni di lavoro. Ora è venuto il momento di smetterla, perché non è possibile continuare a caricare sul sistema pensionistico tanta gente che non ha versato contributi almeno per quarant’anni.

In questa materia non rientrano i lavori veramente usuranti, il cui elenco va categoricamente indicato, perché è del tutto giusto che chi esercita tali attività debba lavorare per un numero minore di anni ai fatidici quaranta.
Vi è un’altra questione che incide sulle pensioni dei giovani trentenni e cioè la miscela esplosiva tra assistenza e previdenza. L’Inps, seppure abbia gestioni separate, alla fine tiene un conto consolidato nel quale vi è un attivo della previdenza e un enorme passivo dell’assistenza. Mentre la prima dovrebbe essere a carico dei datori di lavoro pubblici-privati e dei dipendenti, la seconda dev’essere a carico della fiscalità generale che deve avere le risorse per sostenerla.
Per preservare le pensioni dei giovani trentenni, che le percepiranno tra quarant’anni, dato che il bilancio dello Stato dev’essere tassativamente in pareggio nel 2013, vi è una possibilità che non è stata ancora presa in esame dal Governo e che risponde ad un principio di equità.
Si tratta di fare una valutazione a posteriori di tutti coloro che hanno percepito la pensione prima del termine di quarant’anni di lavoro, anche in base al retributivo anziché contributivo.
 
A tutti questi soggetti, che sono milioni, si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà, da scontare ogni mese, in modo da rendere omogeneo il sistema fra chi ha avuto, indebitamente, e chi avrà tra quarant’anni, lecitamente.
Una misura di equità che riequlibri il passato con il futuro e che metta tutti i cittadini in condizioni di eguaglianza, esattamente come prevede l’art. 3 della Costituzione.
Io, come baby pensionato, mi sono autodenunziato innumerevoli volte. Nonostante percepisca ben tre pensioni (Inpdap di 900 euro, Inpgi - giornalisti - 100 euro e Inps 100 euro) sono pronto a sostenere quanto precede. Naturalmente, mi rendo conto che esso non potrebbe essere applicato a chi riceve un assegno di non oltre 1.500 euro mensili. L’egoismo di chi ha percepito indebitamente pensioni di anzianità non è stato messo in evidenza nella pubblica opinione da giornali e giornalisti, che hanno fatto da coperchio al ceto politico clientelare cui prima si accennava.

Tremonti ha affrontato con grande determinazione la richiesta tassativa della Bce, formulata con la lettera del 5 agosto 2011. Ha fatto approvare la manovra portata dalla legge 148/2011, che conduce ad un disavanzo dell’1,2% nel 2012 e al pareggio nel 2013, ma ha commesso il grave errore di far quadrare i conti imponendo nuove tasse per due terzi e tagliando la spesa corrente solo per un terzo. Avrebbe dovuto fare il contrario.
Ora Berlusconi gli chiede risorse per finanziare la crescita. Ha perfettamente ragione. Ma Tremonti non può variare i saldi di bilancio. Dunque, gli rimane una sola strada: tagliare i privilegi, a cominciare da quelli dei politici e dei pubblici dipendenti, nonché le pensioni di anzianità e quant’altro rientri in una spesa inutile. L’ipotesi del contributo di solidarietà dei pensionati-privilegiati come prima abbiamo ampiamente descritto, comincia a farsi strada.
Il redde rationem è arrivato. Ognuno assuma le proprie responsabilità. Il giudizio di chi si sta comportando in modo equo o iniquo sarà dato dalle future generazioni.
Set
17
2011
Ogni venerdì pubblichiamo nuove opportunità di lavoro sperando nel riscontro di almeno il doppio di aspiranti. Delusione. Sono in pochi a proporsi, il che sembra anomalo tenuto conto della diffusa disoccupazione che, secondo l’Istat, ha raggiunto, nel 2010, ben 236 mila unità.
Perché, si chiedono in tanti, i disoccupati non rispondono a opportunità di lavoro? La risposta è nei fatti: non possiedono competenze per proporsi positivamente alle opportunità e, peggio, non hanno alcuna voglia di formarsele.
Trascuriamo, nella nostra valutazione, quell’istituto mangiasoldi della Formazione professionale, perché, in tanti decenni, non ha reso idonei i partecipanti ai corsi se non rilasciando loro inutili pezzi di carta. Tuttavia, tale Formazione ha bruciato miliardi e miliardi di euro nell’ultimo ventennio. Una vergogna senza limiti di cui però ceto politico e formatori stessi non si vergognano affatto.

La questione dei precari, pubblici e privati, è una falsa questione. Tutti costoro, in verità, cercano uno stipendio o un’indennità qualsivoglia, non un lavoro. Se così fosse, si preparerebbero, studierebbero e si aggiornerebbero tutti i giorni e invierebbero i propri curricula a chi offre un lavoro professionale.
Vedete, chi esibisce diplomi, lauree, attestati di partecipazione e altri inutili cartacce non viene valutato, perché quello che conta è il suo saper fare. Quando c’è una selezione per una qualunque mansione, i candidati vengono valutati per quello che sanno fare. Naturalmente, questo discorso non vale (almeno non valeva) per il settore pubblico, nel quale ciò che contava era la raccomandazione.
Vi fu, in qualche decennio del dopoguerra, l’assunzione pubblica per merito, quando si svolgevano i concorsi che costituivano selezioni serie. Poi, un ceto politico improvvido, dagli anni Ottanta in avanti, scoprì che si potevano far entrare nella Pubblica amministrazione i propri raccomandati per chiamata diretta, violando l’articolo 97 della Costituzione. E così le maglie dell’impiego pubblico si allargarono a dismisura, facendo entrare inutili e incompetenti dipendenti e dirigenti. Sono proprio questi ultimi i colpevoli dello sfascio della Pubblica amministrazione.
 
I precari competenti non esistono. Infatti, chi è competente non può essere precario in quanto trova subito collocazione, e chi è precario non può essere competente perché, se lo fosse, troverebbe collocazione. La questione è lineare, non ha controindicazioni e sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Naturalmente, non prendiamo in considerazione, in questo ragionamento, né il pietismo siculo secondo cui tutti tengono famiglia, né lo sfrenato clientelismo di alcuni uomini politici di bassa lega che utilizzano i galoppini e neppure chi sostiene che foraggiare gli inutili raccomandati precari costituisca un ammortizzatore sociale.
Se governi e maggioranze regionali, in questi ultimi vent’anni, avessero speso tutte le risorse europee e statali, cofinanziate da quelle regionali, si sarebbero create decine di migliaia di posti di lavoro, produttori di ricchezza, nei quali chi avesse cercato un lavoro l’avrebbe trovato senza alcuna preoccupazione.

Quest’azienda ha più volte comunicato che è disposta ad assumere subito 10 agenti professionisti della vendita, ma non ne trova, se non con difficoltà, perché chi deve agire nel mercato deve essere persona preparata e competente, persona disposta a fare sacrifici per imporsi e per servire bene la propria clientela.
Abbiamo selezionato moltissimi richiedenti che volevano fare i giornalisti, ma non avevano la minima idea di come si facessero le inchieste e di come si potesse approfondire ogni questione informativa. Ma, chi è stato disposto a sacrificarsi, a studiare, ad apprendere le tecniche dell’organizzazione e dell’efficienza per fare bene il nostro mestiere, oggi si trova all’interno del QdS e svolge onorevolmente la propria professione con competenza.
Continuiamo a scrivere, controcorrente, che i precari competenti non esistono. Esistono i precari incapaci, perché non hanno studiato, perché non hanno maturato esperienze, perché non hanno capito che per lavorare ci vogliono competenze, non raccomandazioni del politico di turno. La diseducazione che si è diffusa in Sicilia, ora dovrà essere ribaltata in un processo virtuoso, che ancora, però, non si vede.
Lug
19
2011
Negli ultimi dieci anni la Regione ha speso 3 miliardi per la formazione, che è servita solo a pagare i formatori e a nutrire le speranze di migliaia di partecipanti ai corsi i quali, sistematicamente, non hanno trovato collocazione nel mercato.
Negli stessi dieci anni la Regione ha speso 80 miliardi per la sanità, mentre ne avrebbe potuti risparmiare almeno 20.
Negli ultimi 10 anni la Regione ha speso 20 miliardi di stipendi per dipendenti e pensionati regionali dai quali si sarebbero potuti risparmiare almeno 10 miliardi.
Solo tre voci: 60 miliardi di risparmi con i quali si sarebbero potuti creare 60 mila posti di lavoro per costruire infrastrutture, restaurare borghi, co-finanziare opere con i fondi Ue e via enumerando. Il Pil della Sicilia sarebbe potuto aumentare di almeno un punto su quello nazionale e con la relativa ricchezza in più si sarebbe messo in moto un circuito virtuoso che avrebbe alimentato l’economia siciliana.

Abbiamo fatto solo tre esempi di quello che si sarebbe potuto fare e non si è fatto. La responsabilità è precisa: quella del ceto politico che ci ha governato, quello burocratico che gli ha retto il sacco e l’altro della classe dirigente siciliana che ha ampliamente attinto alle risorse pubbliche senza produrre alcunché, ma solo lucrando in modo parassitario.
La fotografia che abbiamo testé fatto è inconfutabile, in base a dati ufficiali di Istat, Banca d’Italia, Ragioneria generale e altri Enti che fotografano la realtà. Invitiamo chiunque a smentirli.
Il peggio della questione è che si continua su questa perniciosa via, che il presidente della Regione, la sua vecchia maggioranza passata ora all’opposizione, e la sua nuova maggioranza non hanno alcuna intenzione di cominciare da capo su una nuova via, quella dello sviluppo dell’economia, della creazione di occupazione e dell’imbocco di una strada che porti la Sicilia a competere con le altre regioni dell’Europa.
Un vero disastro, più volte testimoniato e certificato sulle colonne di questo giornale che, con le inchieste basate sui dati, sta ricomponendo il mosaico che riguarda la vecchia Sicilia, da cui partire per andare verso la nuova Sicilia, quella dei virtuosi.
 
Per tornare alla formazione regionale, sappiamo che l’assessore al ramo, Mario Centorrino, non sa come procedere per affrontare i fantomatici istituti di formazione e i loro formatori, cui si dovrebbero tagliare i viveri, oppure cui si potrebbe fare una proposta in grado di ribaltare l’attuale situazione. L’assessore, di concerto con i siti regionali, con le associazioni degli imprenditori e anche con il nostro giornale, dovrebbe fare un censimento rapido e concreto in base al quale vengano determinate le funzioni e le occasioni di lavoro, che in Sicilia esistono. Noi ne abbiamo censite e pubblicate oltre 3.600, ma vi sono siti di trovalavoro che pubblicano migliaia di possibilità.
Naturalmente, per accedere a queste occasioni occorre possedere competenze specifiche, per acquisire le quali è indispensabile un percorso formativo. Ed ecco il collegamento fra Mercato e Regione. Basterebbe che quest’ultima cambiasse i suoi bandi formativi e indirizzasse i propri finanziamenti a quegli istituti che creano figure professionali in fase con le occasioni del mercato siciliano e con quello nazionale e internazionale.

Fatto questo screening, il finanziamento dovrebbe essere indirizzato a tutti i partecipanti ai corsi effettivamente assunti. Quindi, non più finanziamenti a babbo morto per corsi inesistenti o per figure che non hanno acquisito alcuna professionalità, bensì finanziamenti a quei formatori e corsi di formazione che hanno consentito ai siciliani di approdare al lavoro.
Così sarebbero ben spese le somme per la formazione, creando un forte supporto a chi ha bisogno di lavoratori professionali ed entusiasmando gli stessi che, dopo essere stati adeguatamente preparati, troverebbero la giusta collocazione con il riconoscimento della loro competenza.
Quello che abbiamo appena descritto vi sembra un progetto bislacco? Si, se si vuole alimentare il clientelismo e dilapidare ancora centinaia di milioni di euro. No, se vogliamo diventare una regione europea e fregiarci, tutti i siciliani, come cittadini dell’Unione a pieno titolo.
Mag
13
2011
Quando sento giovani che vorrebbero trovare occupazione vicino al proprio uscio, mi spiego come la Sicilia possa essere in queste pietose condizioni economiche e sociali. C’è una mentalità diffusa secondo la quale i nostri diritti devono essere soddisfatti a nostro piacimento, ma con il contributo personale limitato al minimo.
Invece, no. Il lavoro c’è, in Sicilia, in Italia e nel mondo. Bisogna afferrarlo dovunque si trovi, bisogna essere disposti a fare qualunque sacrificio per acquisire esperienze. Nel mondo anglosassone e Nord-europeo, ma anche in Germania, c’è l’abitudine di andare fuori di casa, giovani maschi e femmine, a 18 anni, possibilmente senza chiedere il sussidio al papà o alla nonna. I giovani diciottenni sono ansiosi di essere autonomi e perciò disponibili a fare qualunque lavoro, dall’inserviente al puliziere, al pony-express, al giardiniere, al muratore. Tutto purché possa entrare nella logica dell’autonomia e in quella dell’apprendimento continuo e dell’esperienza di vita.

In questi ultimi decenni, non sono più gli Stati Uniti d’America il luogo del desiderio ove andare a lavorare. Sono prepotentemente venute fuori le nazioni il cui acronimo è Bric (Brasile, Russia, India e Cina). In questi Paesi, cosiddetti emergenti, il tasso di sviluppo è impetuoso, la crescita del Pil è a due cifre, il tasso di infrastrutture, materiali e immateriali, cresce velocemente. Le fonti di energia non fossile si moltiplicano senza sosta.
In questi quattro Paesi vi è un’immensa quantità di lavoro ben retribuito, che consente a chi ha capacità di affermarsi anche rapidamente. Fra essi, quello che va più veloce è la Cina, un mercato di un miliardo e trecentomila abitanti, nel quale vi sono oltre cento milioni di nuovi ricchi.
Oltre Pechino, vi sono le due megalopoli di Shanghai e Shenzhen e quella perla del mercato mondiale, soprattutto finanziario, che è Hong Kong ove i cinesi, dopo il ritorno a casa dell’Isola, hanno avuto il buon senso di non toccare il sistema istituzionale ed economico, portandola solamente sotto il cappello politico. Hong Kong ha continuato a prosperare e ad attirare capitali e investimenti senza sosta.
 
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista fatta a Daniele Morano, un giovane trentenne che risiede a Shanghai. Raccontava che, partito dalla natia città di Cittanova (Rc) e arrivato a Napoli, si è incuriosito presso quella Università ed ha cominciato a frequentare lezioni di cinese, approfittando della capacità di una bravissima insegnante. Da lì si è trasferito appunto a Shanghai ove ha cominciato a consolidare la lingua e a lavorare come interprete.
Dopodiché gli è venuta l’idea di importare alimenti italiani e di iniziare l’attività di ristoratore. Ha chiamato colà suo fratello, altri suoi parenti e ora ha più imprese invidiabili e affermate, che gli danno tante soddisfazioni e che gli fanno dire che almeno per i prossimi vent’anni non tornerà in Italia.
A questo giovane ha arriso la fortuna che premia gli audaci. Egli ha avuto una grande intraprendenza e forte spirito di iniziativa. Non si è preoccupato di affrontare le enormi difficoltà dell’apprendimento della lingua cinese, né di andare a vivere in una città con oltre 18 milioni di abitanti, ove usi e costumi sono lontanissimi dal pensiero occidentale.

Non consigliamo a tutti i giovani siciliani di andare in Cina, questo è certo, anche se là vi sarebbe lavoro a volontà, ma l’esempio di Morano dovrebbe insegnare che bisogna avere ampia disponibilità ad avere per scenario il mondo e a fare tutte le esperienze possibili per incrementare la nostra capacità e la nostra competenza.
Questo può accadere solo se siamo dotati di quel comportamento semplice che è l’iniziativa, cioè la decisione cosciente e responsabile di intraprendere e promuovere un’azione volta a un fine determinato. Quindi, essere decisi, responsabili, intraprendenti e capaci di fissare un obiettivo che si ha l’alta volontà di raggiungere, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano normalmente sul percorso.
In una parola, essere liberi dal bisogno, dalla dipendenza di altri, in modo da poter utilizzare al meglio le proprie risorse, essendo disposti a lavorare duramente anche per lunghi periodi, posponendo in avanti i nostri desideri.
Mag
03
2011
L’articolo 1 della Costituzione recita che la Repubblica è fondata sul lavoro, non sul posto di lavoro. Sembra una differenza da poco, ma è fondamentale per capire come comizi e informazione mediatica e televisiva abbiano ingannato per l’intero primo maggio gli ignari italiani.
Quando si parla di lavoro ci si riferisce ad un’attività produttiva di beni o di servizi, ovvero qualsiasi esplicazione di energia volta a un fine determinato. Il lavoro è una forza, anche fisica, che sposta masse. Il lavoro è l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo in quanto tende direttamente o coscientemente alla produzione di una ricchezza o comunque ad ottenere un prodotto di utilità individuale o generale.
Le definizioni che abbiamo prima riportato dal dizionario sono chiarissime e se i vari personaggi sindacali che hanno pronunziato i loro discorsi si fossero un pò documentati avrebbero chiarito la differenza fra lavoro e posto di lavoro. Il lavoro è iniziativa e capacità di guardare quello che ci circonda, di valutare i bisogni della gente e di trovare soluzioni per soddisfare tali bisogni. Il lavoro non è necessariamente produttivo in senso economico, può esserlo anche in senso sociale.

Se tutti gli italiani e i meridionali, in particolare, comprendessero quello che scriviamo, non starebbero in attesa che qualcuno li chiami a lavorare, ma prenderebbero l’iniziativa di esplicare un’attività per raggiungere il fine di produrre un reddito, tale da liberarli dai bisogni. Perché è questa la prima finalità del lavoro: liberare le persone dai bisogni, avendo un’autonomia economica.
Nel lavoro occorre tenere presente che vi sono prima i doveri e poi i diritti. Fra i doveri, il primo è quello di prepararsi, di formarsi, di acquisire competenze, in modo da presentarsi al mercato con le carte in regola e con le opportune referenze che dimostrino capacità acquisite. Però, non si nasce con le competenze, per cui è indispensabile acquisirle. A questo serve la Scuola, nei suoi grandi filoni classica e professionale, l’Università e la Formazione regionale. Nessuna delle tre strutture adempie al proprio dovere di formare giovani preparati, anche non specificamente ma capaci di imparare.
La formazione rende competitivi perché fa acquisire la necessaria conoscenza con la quale si possono affrontare e risolvere i problemi.
 
È anche questa la funzione del lavoro: avvicinarsi ai problemi, valutarli e trovarvi le soluzioni. Questa capacità, fuori dalle vuote parole, è quella che rende il lavoro degno di questo nome e non una parola senza alcun significato concreto. Solo dopo aver adempiuto al proprio dovere di essere pronto per il lavoro, ogni persona può cominciare ad elencare i propri diritti che vanno sicuramente rispettati e tutelati.
Chi rende, pretende. Chi non rende agli altri e a se stesso, non può pretendere nulla. Il lavoro è iniziativa. Ogni membro di un popolo dovrebbe avere iniziativa per fare qualunque cosa: nell’economia, nella famiglia e nelle istituzioni. È il fare il frutto del lavoro.
Nel Sud, questi elementari concetti sono poco diffusi ed è questa la ragione dell’arretratezza economico-sociale e della quasi inesistente competitività. Il ceto politico, anziché spingere per acquisire la capacità di competere dei propri concittadini amministrati, ha scelto la strada della perdizione: distribuire prebende e indennità, insomma fare assistenzialismo che intorpidisce le menti, cassa lo spirito di iniziativa anche embrionale, istupidisce la gente.

La Repubblica fondata sul lavoro (degli altri), sì perchè in Italia vi sono molti parassiti, soprattutto annidati all’interno delle istituzioni e della Pubblica amministrazione. A Marsala, il primo maggio, il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, si è scagliato contro Stato, Regioni e Comuni responsabili della crisi. Ha detto: “Le istituzioni locali non hanno il pudore di stroncare gli sprechi e di tagliare i privilegi”. Di questo si tratta. Proprio di stroncare gli sprechi e tagliare i privilegi.
Secondo il Documento di economia e Finanza 2011, la spesa pubblica è prevista in 725 miliardi. Al suo interno si potrebbe fare un taglio ragionato e qualificato del 10 per cento senza penalizzare i servizi essenziali e quelli sociali, ma solo eliminando gli acquitrini che si formano quando l’acqua imputridisce. Elemento di putrefazione è la corruzione diffusa che le stesse istituzioni non combattono perché non ne hanno l’interesse, essendo conniventi parecchi dei loro rappresentanti.
Apr
21
2011
Sabato 9 aprile alcune centinaia di precari hanno manifestato a Roma per chiedere il posto fisso. Qualcuno di essi ha dichiarato che rappresentavano quattro milioni di colleghi senza contratto a tempo indeterminato. Una verità costruita perché se da un canto potrebbe essere vero che vi sia qualche milione di aspiranti dipendenti, dall’altro non è dimostrato che i manifestanti ne avessero la rappresentanza. 
La cosa che impressiona dalle dichiarazioni raccolte da alcune televisioni è che tutti protestavano perché non avevano un impiego stabile, non perchè sul mercato non vi fossero opportunità di lavoro. Né hanno spiegato quali fossero le loro competenze professionali in grado di essere valorizzate dalle opportunità. La mentalità tutta italica di cercare il posto fisso è un guaio perché mette in sordina le capacità individuali e in naftalina l’acume e la voglia di trovare soluzioni e risposte alle proprie ambizioni positive.

Una di queste si lamentava che da maestra e da impiegata non aveva avuto il posto fisso per quasi un quarto di secolo. Anch’essa non ha spiegato se avesse tentato di svolgere un lavoro che mettesse in luce le proprie capacità, eventualmente possedute.
Tutti chiedono il posto fisso, ma nessuno spiega quali competenze possieda, e come se le è fatte, per poter aspirare a un lavoro, non a un posto di lavoro. è solo questa la differenza. Lavoro in Italia ve n’è tanto, un po’ meno nel Sud e in Sicilia, eppure non può essere soddisfatto.
La Stretto di Messina Spa sta reclutando 8 mila persone perché a fine anno dovranno cominciare i lavori dei due piloni del Ponte da 400 metri di base sulle due coste. Ebbene, dall’Anas ci dicevano che non riescono a trovare in loco la manodopera necessaria, per cui saranno costretti a far venire gente da altri Paesi d’Europa per soddisfare questa necessità.
Vorremmo consigliare ai disoccupati siciliani e calabresi di farsi sotto e di presentarsi agli uffici della società dello Stretto esibendo referenze sulle proprie competenze professionali. Se le possiedono, saranno assunti per tutto il periodo della costruzione del ponte, che durerà almeno sei anni. Vedremo se vi sarà una folla di richiedenti o se gli uffici resteranno deserti.
 
Se i precari e i disoccupati cercassero un lavoro e non un posto di lavoro, dovrebbero pensare alle centinaia di opportunità che offre l’apertura della Partita Iva, cioè diventare lavoratori autonomi, cioè coloro che assumono rischi, che devono lavorare senza limiti, fare sacrifici in prospettiva di una forte crescita professionale ed economica.
Vi sono centinaia di opportunità nel settore del franchising, nel quale ogni attività può essere iniziata con investimenti ridotti, peraltro finanziabili dalle banche.
Vi sono tante altre attività nel settore dell’artigianato, ove invece vi è la giungla del lavoro in nero e di tanti che si arricchiscono senza pagare le imposte. In Sicilia non sono ancora nate e non si sono ancora diffuse le cooperative di artigiani, che offrono servizi multipli con puntualità e qualità. Ognuno va per la propria strada, col risultato di dimostrare disorganizzazione e di dare risposte negative ai cittadini che chiedono i servizi.

Vi è poi il settore commerciale e delle vendite che ha fame di bravi professionisti. è un settore difficile, nel quale otto persone su dieci non vogliono entrare, dicendo che non sono adatti, mentre in effetti non sono capaci. è un settore nel quale bisogna avere costanza e tenacia, perché le risposte negative alle proprie offerte sono il maggior numero. Solo chi non è capace di metabolizzare il principio che le risposte negative fanno parte del mestiere si scoraggia e abbandona.
L’editore di questo giornale cerca continuamente professionisti della vendita e sales manager, ma non li trova. Eppure il mercato c’è, mancano le persone con le adeguate competenze per inserirsi e utilizzarle al meglio.
In Sicilia il lavoro c’è, ma c’è una mentalità parassitaria e attendista. Manca lo spirito di iniziativa e la voglia di progettare e costruire il proprio futuro. Una voglia che dev’essere insegnata dalle generazioni più avanzate, spiegando che tutto il mondo progredisce perché i cittadini di ogni Paese sono in competizione, cui possono partecipare se adeguatamente addestrati e allenati. Oppure perdono insieme al loro Paese.
Mar
09
2011
Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: constatare lo stato di sottosviluppo della nostra Isola e, contestualmente, avere paura dello sviluppo. Ognuno di noi dovrebbe essere nelle condizioni mentali di affrontare le difficoltà anche a prezzo di sacrifici, pur di promuovere se stesso in maniera onesta. Cioè, non dovrebbe avere paura di crescere, per cui occorre essere disponibili a correre rischi ed affrontare salite anche molto ripide.
Sentiamo tanti giovani in giro per la Sicilia che si lamentano della mancanza di lavoro. Affermano quanto precede in buona fede, però affermano una cosa non vera. Infatti, in Sicilia, vi sono migliaia di opportunità di lavoro nel mercato. Per accedervi è indispensabile possedere competenze e quindi formarsi costantemente per acquisirle. La conoscenza non si acquisisce gratis, ma comporta un costo economico e personale. Essa è indispensabile per diventare competitivi, cioè per potere gareggiare con gli altri alla pari, con qualche possibilità di arrivare in cima alla graduatoria.

I giovani che si lamentano di non trovare opportunità di lavoro, ci ricordano la favola di Esopo la Volpe e l’Uva. La volpe voleva staccare un grappolo d’uva e continuava a fare dei balzi, ma non arrivava ad esso. Ripiegando, pensava che l’uva fosse acerba e non valesse la pena raccoglierla. Così fanno tanti giovani che si rifiugiano dietro la facile lamentela non c’è lavoro, perché non sono disposti ad acquisire le qualità per inserirsi nel lavoro, che c’è. La paura del rischio, la paura di fallire, la paura di cadere, rendono deboli e fragili queste persone e non le mettono in condizione di crescere.
Se moltiplichiamo gli esempi per centinaia di migliaia di casi, ci rendiamo conto che il sottosviluppo isolano non può essere combattuto se non si diffonde nella popolazione l’idea che per crescere, socialmente, economicamente e professionalmente, bisogna impegnarsi a fondo. Occorrerebbe un modello, un esempio positivo in questa direzione e purtroppo tale esempio non c’è. Quando il pesce puzza dalla testa è da gettar via. Ma qui non possiamo gettar via tutta la classe dirigente, politica e amministrativa. Dobbiamo cercare all’interno di essa quei soggetti che hanno buone qualità.
 
La Regione e gli Enti locali non hanno come missione primaria quella di erogare servizi ai propri cittadini, ma di promuovere lo sviluppo. Governo regionale e amministrazioni comunali, salvo rare eccezioni, sembrano incartati, immobilizzati, abbagliati. Non possiedono dinamismo, presi da beghe tutte interne, come se fossero chiusi in una torre d’avorio opaca e inespugnabile che impedisce ai cittadini di guardarvi dentro.
Non c’è interazione fra le amministrazioni e le parti economiche della società. Qualunque iniziativa che mostri delle intenzioni costruttive è impaludata in un sistema burocratico vecchio e asfittico, che ha come metodo quello di opporre rifiuto a qualunque richiesta.
Nessuno controlla se dentro gli apparati regionali e comunali vi sia corruzione. Nessuno controlla se via sia un barlume di efficienza. Nessuno controlla i risultati. Ma tutti percepiscono regolarmente stipendi, indennità e prebende diverse, sennò strillano come aquile.

Sembra che tutti costoro siano armati da un ottimo tornaconto, un egoismo sfrenato che li porta a vedere esclusivamente i propri interessi, infischiandosene di quelle dei cittadini che pagano il loro stipendio.
Amministrazioni regionale e comunali hanno le risorse per impostare un piano di sviluppo, sol che taglino la spesa corrente, clientelare, che è una zavorra per fare qualunque cosa. Snellire l’organico, razionalizzare le procedure, spendere quanto serve e non di più, sono modi per attivare la crescita.
Scriviamo queste cose da decenni e  siamo costretti a ripeterle noiosamente. Ma continueremo a farlo, fino a quando non vedremo una svolta radicale nella conduzione della Cosa pubblica, nel senso di servire l’interesse generale. Certo, se il ceto politico e il ceto amministrativo leggessero di più storia, letteratura e filosofia, avremmo qualche speranza che l’attuale stato di cose venisse modificato. Ma non vediamo neanche un barlume. Tuttavia, è lecito sperare.
Feb
23
2011
Nel Meridione è diffusa la pessima mentalità che i lavori manuali siano socialmente di livello più basso. Chi ha studiato sa che è importante far bene il proprio lavoro qualunque esso sia. L’importante è immettervi professionalità e trarre le adeguate soddisfazioni professionali ed economiche.
Il bravo ebanista, il sapiente idraulico-elettricista, il fabbro, il vetraio e così via, sono figure che possono guadagnare tanto solo se si organizzano bene, possibilmente in cooperative, in modo da offrire un servizio puntuale ed impeccabile ad un prezzo di mercato che è certamente remunerativo.
Ma anche chi lavora nelle opere pubbliche a tutti i livelli può trovare soddisfazione. La mentalità secondo la quale chi sta dietro una scrivania pubblica ha prestigio e chi lavora all’aria aperta no, è una pura ipocrisia, retaggio di tradizioni negative. Peggio ancora, chi consegue una inutile laurea gravando sulle finanze della propria famiglia, ritiene di essersi elevato socialmente, sol perché si può fregiare dell’inutile titolo di dottore. 

Conosco centinaia di persone che non possiedono tale inutile titolo e sono bravi nel loro mestiere e nella loro professione, vivono bene ed hanno un rango sociale adeguato alla stima che la Comunità ha nei loro confronti. Per contro, conosco altre centinaia di laureati incapaci, incompetenti ma supponenti, i quali ritengono, in base al loro titolo, spesso immeritato, di aver diritto ad un lavoro che non c’è.
Mentre il lavoro c’è per i competenti, per coloro che sanno fare veramente, che hanno iniziativa e senso di responsabilità, che non guardano l’orologio, che sono disposti a fare sacrifici per crescere, alimentati da una cultura che si trova sui libri, di cui ognuno di noi ne dovrebbe leggere almeno un migliaio.
Incontro artigiani ed operatori di lavori manuali che hanno più buon senso e più cultura di tanti dottori. Ognuno di essi merita rispetto perché col proprio lavoro onora la comunità cui appartiene e sostiene adeguatamente la propria famiglia.
Tanta gente si lamenta che non trova lavoro, ma continua a restare passiva senza cercare le opportunità che ci sono. Tanto poi c’è mamma o nonno che contribuiscono al loro mantenimento.
 
Si tratta di gente senza dignità umana che dovrebbe imporre loro di liberarsi dal bisogno facendo le esperienze necessarie per acquisire la competenza che è la chiave indispensabile ad aprire la porta, oltre la quale il lavoro si trova.
Quelli che precedono sono concetti che ripetiamo frequentemente, tentando di dare un contributo alla nostra Isola che non ha niente da invidiare alle altre regioni, se non una sorta di rilassatezza endemica, secondo la quale sono gli altri a dover pensare alla soluzione dei nostri problemi.
Così non è perché ognuno di noi deve essere un locomotore e non un vagone. Ognuno di noi deve tirare e non farsi trainare. Ognuno di noi deve aver chiaro l’obiettivo cui puntare e tentare di raggiungerlo facendo tutto quello che può e deve fare. Chi si adagiasse, sperando in tempi migliori, non dovrebbe fare nessuna recriminazione perchè chi è causa del suo mal... . 

In questo quadro, salutiamo con piacere il ritorno al lavoro delle badanti italiane, dal quale si sono assentate per decenni dando libero sfogo a quelle provenienti da altri Paesi dell’Ue ed anche dall’estero.  Si tratta di un rinsavimento sociale o della conseguenza di un bisogno economico? Non sappiamo. Ma ci sembra che il vizio di considerare umile questa attività non sia del tutto passato.
Sarebbe opportuno che questa mentalità retriva fosse cancellata. Le badanti per le persone anziane sono una grande risorsa. Esse sono tutelate da contratti che prevedono la previdenza e l’accantonamento del Tfr, la possibilità di guadagnare straordinari e di vivere presso il domicilio del dante causa spesate di vitto e alloggio. Quindi, tutto sommato, non si tratta di una attività secondaria anche per il benefico effetto sociale.
Aver lasciato campo libero alle donne non italiane (ma ci sono anche uomini) è stato un errore grossolano che ora è difficile da recuperare. Tuttavia, non è mai troppo tardi e queste avvisaglie di ritorno al buon senso lo dimostrano, il che va salutato positivamente. Con ciò si aprono le porte a molte opportunità che le italiane e le siciliane possono cogliere con serenità, non considerandolo un lavoro non qualificato.
Feb
09
2011
Il pietismo italico nei confronti di tanti giovani che non trovano occupazione, li ha diseducati a cercarla. La compassione nei loro confronti è miserevole perché, anziché temprarli ad affrontare le difficoltà, a sbracciarsi, a sudare, a sacrificarsi per raggiungere gli obiettivi della propria vita, fornisce loro giustificazioni per restare inattivi. Solo i talenti sfuggono a questo comportamento perverso. Essi infatti sono locomotive che hanno in sé la forza e la voglia di arrampicarsi sui vetri e di superare le difficoltà di sesto grado.
Dal che ne derivano le litanie di tante inutili persone sul precariato come fosse una maledizione. I responsabili delle istituzioni, i sindacalisti, i politici e tanti altri, dovrebbero invece indicare ai giovani la necessità di acquisire competenze e professionalità (in altre parole il sapere) perché con le stesse il lavoro si trova.
Questo foglio pubblica ogni venerdì le occasioni di lavoro e il mio redattore, in modo sconsolato, mi riferiva che i curricula cui fanno riferimento sono molto meno delle opportunità pubblicate, pari a un quinto. Ma allora non è vero che il lavoro non c’è. Non c’è per chi non sa farlo. 

Io, orgoglioso di essere stato e di essere, a 70 anni e dopo 52 anni di lavoro, un precario incallito. Non voglio annoiarvi raccontandovi come e perché, posso solo testimoniare che ho sempre affrontato da zero una nuova attività (imprenditoriale, industriale, associativa, professionale, sociale d’insegnamento), senza preoccuparmi delle grandi fatiche che avrei dovuto sopportare. Mi ponevo un obiettivo e facevo di tutto per raggiungerlo utilizzando una mentalità assertiva, affermativa, positiva e costruttiva, che teneva conto di tutte le difficoltà come normalità.
È indispensabile che ognuno di noi provi e riprovi a raggiungere l’obiettivo, non si arrenda mai e soprattutto non si scoraggi mai. Riportava una massima sull’edificio principale dell’americana Ibm: Se c’è un problema, c’è la soluzione; se non trovi la soluzione, tu sei il problema.
L’aspetto più deteriore è il cattivo esempio che danno i pubblici dipendenti, i quali sono assunti senza merito e senza necessità, ma solo per raccomandazione salvo quando partecipano ai concorsi. Non lavorano in base ad un Piano aziendale, non hanno tempi di realizzazione dei servizi loro affidati, non hanno controllo sugli obiettivi, ma prendono ugualmente lo stipendio.
 
Anche nel precariato pubblico colpisce il pietismo italico, più precisamente il pietismo meridionale. “Poveretti - dicono alcuni - tengono famiglia, scaldano quelle sedie da molti anni, non possiamo mandarli a casa”. Tutto giusto, ma allora che dire di tutti i disoccupati che non hanno avuto l’opportunità di scaldare le sedie al  coperto di uffici inutili, perché privi di raccomandazione?
Precisiamo per l’ennesima volta che, almeno la metà dei pubblici impiegati, è fatta da gente capace e perbene, gente che ha superato i concorsi e che rende almeno quanto prende. Ma l’altra metà è proprio da mandare via, quella metà raccomandata che non ha fatto i concorsi.
Non è con questo pietismo e con questi mezzucci clientelari che si può risolvere il problema del precariato nel Sud e in Sicilia, ma utilizzando, invece, strumenti di sviluppo che producano ricchezza. Una ricchezza che diventa materia imponibile e, in quanto soggetta alle imposte, ha un valore sociale.

Ribadiamo il principio elementare che sono le attività economiche portate da investimenti a produrre ricchezza. E sono anche i cantieri per la costruzione di opere pubbliche che producono ricchezza. Non certo quei miseri compensi (500 euro al mese) dati a stagisti e simili per starsene a casa a non fare nulla. Anche questo è un comportamento diseducativo perché abitua a chiedere e ricevere un’elemosina. Non è così che si sviluppa una regione, non è così che possiamo pensare di cambiare passo per accorciare l’enorme divario col Nord.
È urgente che le istituzioni siciliane mettano le proprie carte in regola, che acquisiscano comportamenti virtuosi, che utilizzino i migliori professionisti per fare, che scoprano i talenti impedendo loro di andar via in quanto gli forniscono attività competitive in loco.
Bisogna smetterla di continuare a difendere i precari, ma spingerli ad acquisire conoscenze, ad inviare i propri curricula a tutte le opportunità di lavoro, ad essere disponibili a fare esperienze, a crescere intellettualmente e professionalmente. Questo è un modo attivo per dare una svolta a questa situazione non più sopportabile. Una situazione di dispari opportunità.
Gen
07
2011
I 32 milioni per prorogare 600 contratti dei precari della Regione hanno obbligato a tagliare borse di studio e assistenza sociale. Ma ci vorranno altre decine di milioni per prorogare tutti i contratti scaduti o in scadenza, nonché centinaia di milioni per quell’altra dissennata operazione di assunzione dei precari degli Enti locali. E poi l’annuncio di assumere altre 4 mila persone del comparto della sanità e altri 5 mila assumendi alla Regione.
Dalla sequenza indicata si desume che questo Governo non ha nessuna intenzione di sbloccare la macchina economica della Sicilia, perché continua a destinare le proprie magre risorse per supportare un clientelismo sfacciato: assumere, assumere e assumere futuri galoppini elettorali per soddisfare le richieste di una classe politica ormai in necrosi che ha perso completamente il contatto con la realtà, cieca, incapace di guardare al futuro.
Ma il tempo sta per scadere. Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, sta dimostrando, con questi suoi atti, di essere il presidente di una piccola minoranza di privilegiati e raccomandati, gente che non ha mai dimostrato di possedere arte o competenze, entrata di straforo in qualche pubblico ufficio per un calcione politico e adesso speranzosa di restarvi per tutta la vita scroccando alla comunità siciliana uno stipendio.

Dispiace dover certificare la profonda delusione che Lombardo sta provocando in tutti i siciliani non occupandosi e non preoccupandosi di sbloccare l’economia attraverso due principali canali: l’attivazione dei cantieri di opere pubbliche incagliate, nonché la formulazione di 390 parchi progetto (tanti quanti sono i Comuni dell’Isola), di 829 ristrutturazioni di quartieri (tanti sono i borghi esistenti in Sicilia) e di centinaia di altre opere pubbliche che creerebbero oltre 100 mila posti di lavoro e l’aumento di un punto del Pil della Sicilia su quello nazionale.
Questo galleggiamento ricorda la celebre frase del Divino Giulio il quale sosteneva che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. I tempi sono profondamente cambiati, l’Europa obbliga perentoriamente gli Stati ad acquisire efficienza e non c’è più tempo per fare promesse.
 
Il secondo canale è costituito dall’attivazione di un Polo calamita formato dai migliori professionisti di cui dispone l’Isola, che avrebbe il compito di assorbire investimenti produttivi, disponibili nel mondo da parte di gruppi imprenditoriali, che sono attratti dal Brand Sicilia, ma sono respinti dalla nomea di una Regione impaludata, che impiega tempi interminabili per dare le necessarie autorizzazioni.
Non sembri che queste note, ripetute noiosamente, costituiscano un attacco alla persona di Raffaele Lombardo. Si tratta, invece, di fotografie che con grande dolore siamo costretti a scattare su una situazione drammatica, vicina al disastro.
La certificazione di quanto scriviamo è data anche dall’Associazione dei costruttori siciliani, che attraverso il blocco inspiegabile delle opere pubbliche ha dichiarato che si sono persi 30 mila posti di lavoro. Forse Lombardo pensa di assumere alla Regione anche questi novelli disoccupati? Non si capirebbe, infatti, perché da un canto si chiudono i cantieri e dall’altro si assumono inutili dipendenti.

Con l’inizio del 2011 e con l’elaborazione di un bilancio preventivo difficilissimo il Governo Lombardo è arrivato a un bivio: assunzioni o cantieri per lo sviluppo. Non ci sono risorse per fare entrambe le cose. Non solo, ma occorre addirittura che la Regione blocchi qualunque assunzione e, contemporaneamente, metta in cassa integrazione 5 mila dipendenti con il 70 per cento dello stipendio, girandoli a quel contenitore mangiasoldi che è la Resais Spa.
Bisogna pure che i deputati regionali rinsaviscano, che la smettano di pensare in modo clientelare tutelando privilegiati e raccomandati, ma comincino a riflettere su come dare lavoro produttivo ai 236 mila disoccupati che non hanno avuto alcuna possibilità.
La questione più oscura (ma non tanto) è il blocco dei 18 miliardi di risorse europee, statali e regionali, senza che nessun dirigente venga destituito. Ma, anzi, udite udite, il Governo si appresta a stanziare 35 mln per dar loro dei premi. I premi per chi non ha raggiunto alcun risultato. Evviva!
Dic
31
2010
I contratti tra Fiat e Cisl Uil, relativi agli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano D’Arco, sono stati firmati al di fuori del contratto nazionale ed in piena autonomia anche dal rapporto confindustriale. Le caratteristiche più innovative riguardano il rapporto tra produttività e retribuzioni (chi più rende più guadagna), la rappresentanza sindacale consentita solo alle organizzazioni firmatarie, le quali nominano i propri delegati, non più eletti.
I due contratti hanno il compito di avvicinare le relazioni industriali a quelle di Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, e migliorare la competitività del sistema Paese, per quanto limitatamente al comparto manifatturiero e segnatamente a quello dell’auto. Non è improbabile che queste nuove pattuizioni contrattuali, via via, vengano estese a tutte le imprese del comparto e probabilmente a quelle di tutti gli altri comparti.
Finalmente la parte del sindacato progressista ha condiviso questa svolta lasciando nelle lontane retrovie un sindacato politicizzato quale la Fiom-Cgil, che non cura gli interessi dei lavoratori bensì quelli dei dirigenti sindacali.

Se nel settore privato si è compreso  quanto sia indispensabile passare da contratti ingessati a contratti dinamici, quale leva per innestare il processo di crescita, resta al palo la contrattazione nella pubblica amministrazione. Ciò accade per il semplice motivo che il ceto politico, che fornisce alle istituzioni i propri rappresentanti, dovrebbe usare lo stesso metodo organizzativo di Marchionne. Con la differenza che i benefici di una efficienza non andrebbero agli azionisti, bensì ai cittadini.
Una organizzazione efficiente è indispensabile nel settore privato, ma anche in quello pubblico. Per quanto precede, sarebbe necessario utilizzare il metodo Marchionne nella Pa nazionale, regionale e locale. Ma siamo molto distanti da questo passaggio. In effetti la contrattazione dei rapporti di lavoro, anche sotto l’aspetto economico, non può essere affidata ai dirigenti pubblici, spesso sindacalisti. Che razza di contratto si può fare quando le due parti sostanzialmente non hanno conflitto di interessi? è proprio il conflitto di interessi che fa raggiungere il punto di equilibrio. Il conflitto tra l’interesse generale dei cittadini e quello particolare dei pubblici impiegati, che viene dopo.
 
Ecco, occorrerebbe affidare ad un’autorità tale contrattazione. Un’autorità che avesse come missione aumentare la concorrenza. Tale autorità esiste, è ben guidata dal suo presidente, Antonio Catricalà, e si chiama appunto Autorità garante della concorrenza e del mercato. Se la contrattazione fosse affidata all’Antitrust e ai sindacati dei pubblici dipendenti, siamo certi che verrebbero introdotti elementi di competitività per la produzione dei servizi pubblici oggi del tutto assenti.
È noto ai professionisti dell’organizzazione come l’efficienza dei servizi sia misurabile con precisione attraverso il principale strumento che è il Piano aziendale. Senza di esso nessuna struttura pubblica è in condizione di sapere se il rapporto fra risorse umane e finanziarie impiegate e i servizi prodotti sia il migliore possibile oppure insoddisfacente.
Ma da questo orecchio il ceto politico e i dirigenti pubblici non ci sentono perché sanno, in perfetta malafede, che se ogni struttura pubblica avesse il suo Piano aziendale, nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe più chiedere e fare favori, perché esso è una camicia di forza del sistema, quasi un binario su cui il convoglio della struttura pubblica deve camminare per non deragliare.

Un’ultima riflessione riguarda l’assessore alla Sanità della Regione, Massimo Russo. Ne abbiamo stima per le sue doti professionali di magistrato,  utili nella sua attività di assessore. Il comparto che spende all’incirca 8 miliardi l’anno era intasato di porcherie, in parte eliminate. L’apprezzamento per la riduzione delle spese è pacifico, ma vi sono due versanti sui quali bisogna intervenire col massimo rigore: quello farmaceutico, con l’abbattimento di circa 400 mln di costi, da riportare alla media nazionale del 12%. Secondo, l’enorme quantità di personale (circa 4.000 unità) che il settore sanitario intende assorbire come se fosse isolato dall’amministrazione regionale. Metà degli assumendi possono essere, invece, prelevati dal personale interno riservando l’altra metà a medici e infermieri dopo un’adeguata potatura delle piante organiche, in base al Piano aziendale di ogni Asp e Ao.
Dic
29
2010
Si discetta sulla differenza sociale fra lavoro intellettuale e lavoro manuale. In un Paese moderno questa differenza dovrebbe essere ridotta al minimo e perfino scomparire. Quello che conta è il lavoro, innanzitutto e comunque sia purché in condizione di salvaguardare la salute fisica e mentale di chi lavora.
Dobbiamo ricordare che il lavoro libera dai bisogni. Esso non sempre si trova sotto la porta di casa, per cui bisogna essere disponibili a muoversi e ad andare in giro per il mondo.
È preferibile amare il proprio lavoro, tuttavia è meglio esercitarne uno che non si ama piuttosto che stare con le mani in mano. La regoletta che va seguita è: se non hai quello che ami, ama quello che hai. La libertà dal bisogno è superiore all’esigenza individuale di fare un lavoro che piace.

Socialmente è sembrato, negli anni passati, essere più importante il lavoro di pubblico dipendente. Questo era vero quando si accedeva alle mansioni pubbliche per concorso, in rigorosa osservanza dell’art. 97 della Costituzione. Dal 1980, con l’avvento di Bettino Craxi nonché dell’oligarchia democristiana di pessimo livello, il malcostume e la corruzione introdussero la regola del favore secondo cui un cattivo ceto politico cominciò a far entrare decine di migliaia di propri raccomandati nelle Pubbliche amministrazioni di vari livelli e nelle partecipate a controllo pubblico. Da lì mosse il fiume del precariato che ancora oggi, nel Sud, è un problema sociale rilevante.
Non solo il malcostume della chiamata diretta che saltava i concorsi ha creato una spesa corrente indomabile, ma ha creato anche una diseducazione professionale secondo cui si può stare in un posto di lavoro (che non significa lavorare) e percepire uno stipendio senza merito e responsabilità. è difficile spiegare tutto ciò ai dipendenti del settore privato, che lo stipendio lo devono guadagnare, mentre vi è parte dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici che percepisce stipendio senza guadagnarselo affatto.
Ancora più difficile è spiegare alle partite iva individuali (artigiani, piccoli commercianti, piccoli imprenditori, agenti di commercio e così via), che vi sono milioni di concittadini che vivono parassitariamente sulle casse pubbliche.
 
Andare all’Università, in passato, per le fasce meno abbienti, era un modo per salire sull’ascensore sociale. Tanto che agricoltori, artigiani, operai sacrificavano una vita per fare laureare i propri figli in modo che potessero accedere a posti ove la laurea era un lasciapassare. Da quando, negli ultimi trent’anni, vale meno di un pezzo di carta qualunque, essa ha abdicato alla sua funzione di lasciapassare. Oggi vi sono laureati che pur di farsi assumere alla Regione dichiarano di essere in possesso di una licenza di terza media, per entrare nei gruppi A e B, come uscieri, autisti o camminatori. Essi così dichiarano di vergognarsi della propria laurea, anzi di ripudiarla accontentandosi di fare qualcosa per cui hanno speso inutilmente molti anni della propria vita.
L’altra faccia della medaglia è che in Sicilia il lavoro c’è, ma per chi possieda competenza e professionalità, non un inutile pezzo di carta, ripetiamo, quale è il titolo accademico.

Vi è un altro versante su cui riflettere ed è quello del lavoro manuale, che comporta anche una certa parte di lavoro mentale. Artigiani, fabbri, idraulici, ebanisti, elettricisti e via enumerando, usano la testa, oltre che le mani, quando lavorano. Sono preziosi e chi fa bene il proprio mestiere guadagna anche bene. Ci risulta che tanti di questi artigiani siano laureati e contenti di quello che fanno perché, in questo caso, la laurea è servita per ampliare la loro mente.
Vi sono tanti piccoli agricoltori che si sono riuniti in cooperative sia per trasformare industrialmente i prodotti della terra - pensiamo all’opificio industriale di Val Dittaino - sia per portare i loro prodotti sui mercati nazionali e internazionali e direttamente alla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
Perseguire ancora la laurea che non serve più, anche perché gli Atenei sono diventati divoratori di risorse pubbliche senza produrre competenze, salvo macchie di leopardo, è uno sport inutile. è meglio allenarsi a esercitare un lavoro produttivo che dia soddisfazione a sè e agli altri.
Dic
24
2010
Di fronte alla voragine di 1,5 mld € che non consente di far quadrare il bilancio 2011, la Regione sta assumendo a tempo indeterminato circa 5.000 nuovi dipendenti senza che siano passati dal vaglio di selezioni, che hanno il compito di mettere tutti i siciliani sullo stesso piano. Invece, nel corso di tanti anni, un ceto politico mediocre ha farcito le pubbliche amministrazioni siciliane di tutti i livelli, comprese le partecipate, dei propri raccomandati, i quali sono entrati per chiamata, impedendo ad altri siciliani di competere e di essere scelti in base al merito.
Ritorniamo continuamente su questa materia, perché la discriminazione fra i siciliani raccomandati e i siciliani normali è odiosa, quasi che i politici abbiano voluto affermare e stiano continuando ad affermare la teoria delle dispari opportunità. La grave situazione finanziaria siciliana parte dalla testa e cioè dalla conduzione della Cosa pubblica da parte del Governo regionale e dei sindaci che non è conforme all’art. 97 della Costituzione.

Che dice tale articolo? I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Sfidiamo i presidenti della Regione, che si sono succeduti in questi decenni, e i sindaci precedenti e in carica a giurare sul loro onore che hanno condotto le proprie amministrazioni secondo il precetto costituzionale testè riportato.
Precetto che si fonda a sua volta sui principi morali che devono governare una comunità. Senza di essi, avviene qualunque arbitrio e qualunque soverchieria perché vige la legge del più forte, mentre i più deboli sono regolarmente penalizzati.
Dare le stesse opportunità a tutti i siciliani è compito del pater familias, figura cui dovrebbe riferirsi costantemente il presidente della Regione. Osserviamo invece che bande di approfittatori e parassiti lucrano continuamente sulle somme che la stessa Regione dovrebbe amministrare per creare ricchezza e posti di lavoro, non per favorire i raccomandati.
Ribadiamo ulteriormente il peccato originale della Regione. Esso consiste nel non aver mai redatto il Piano aziendale.
 
Ai professionisti dell’organizzazione è noto che cosa sia il Piano aziendale. Un Piano che preveda il fabbisogno di risorse finanziarie e professionali per far funzionare la macchina amministrativa. Una macchina amministrativa che debba avere pubblici impiegati determinati per qualità e quantità, necessari alla produzione dei servizi e non di più. Fra l’altro, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, così cita l’art. 98 della Costituzione.
Vediamo invece che essi si considerano al servizio di questo o quell’uomo politico, per trarre benefici personali e tutti insieme formano una corporazione di 3,5 mln di cittadini che non si occupano del bene pubblico. Va da sè che non bisogna sparare nel mucchio. All’interno di questa corporazione vi sono tantissimi pubblici impiegati e dirigenti di grandissimo valore che però non possono estrinsecare le loro competenze e la loro voglia di fare perché sono ingabbiati in una macchina che non funziona.

E non funziona perché non c’è la volontà di farla funzionare e non c’è la volontà in modo che ogni cittadino, quando chieda un servizio, debba anche chiedere il favore per ottenerlo. E il favore si paga con un altro favore. Questa mentalità è molto diffusa nel Centro-sud della Penisola, ma anche al Nord non si scherza.
L’anno prossimo è necessario che le dispari opportunità si trasformino in pari opportunità, che tutti i siciliani abbiano le stesse possibilità, che la concorrenza faccia emergere ovunque e in qualunque settore il merito, valore essenziale per fare funzionare una comunità.
Il Governo regionale ha il problema congiunto di sistemare 80 mila precari e 236 mila disoccupati ufficiali secondo l’Istat. Non può  affrontare la questione solo per i primi, né assumere 300 mila persone. L’alternativa? Aprire i cantieri e spendere subito i dieci miliardi disponibili (Ue, Stato, Regione) che creerebbero 100 mila posti di lavoro. Non seguire questa strada costruttiva è come seguire la strada dell’Inferno. Ma noi vogliamo augurarci che il presidente Lombardo voglia seguire quella del Paradiso.
Dic
23
2010
Due buone notizie splendono da ieri sul cielo della Sicilia. La prima riguarda il processo di conversione del territorio di Termini Imerese, stabilimento Fiat, per il quale vi sono sette progetti, valutati positivamente dal Ministero per lo Sviluppo economico. Tali progetti prevedono investimenti di capitali privati per 880 milioni di euro, e risorse pubbliche per 180 milioni di euro. Gli investimenti delle sette aziende creeranno oltre tremila posti di lavoro, che sostituiranno i circa mille attuali dell’impianto Fiat.
Ecco ancora una volta dimostrato come con modeste risorse finanziarie pubbliche si possa mettere in moto l’economia con l’assorbimento di migliaia di disoccupati. In questo caso il rapporto è addirittura più favorevole perchè i 180 milioni di risorse pubbliche citate consentiranno a tremila siciliani un lavoro a tempo indeterminato. Se la Regione diventasse virtuosa e destinasse tutte le proprie risorse, indirizzate male per la spesa corrente, verso la realizzazione di investimenti e la costruzione di opere pubbliche, potrebbe mettere in moto un meccanismo vantaggioso che darebbe centomila posti di lavoro a centomila disoccupati siciliani opportunamente formati alla bisogna.

L’altra notizia luminosa è la prevista impugnazione da parte del Commissario dello Stato della legge clientelare che 67 deputati in malafede hanno approvato all’unanimità, martedi 14 dicembre. La notizia è luminosa perchè rende giustizia ai 236 mila disoccupati, che si sono sentiti discriminati dai legislatori regionali i quali con la legge approvata avevano dato ragione al clientelismo dei loro colleghi, che nel corso di tanti anni avevano fatto assumere agli enti locali siciliani tante persone munite di un solo merito: quello della raccomandazione.
Vogliamo ringraziare pubblicamente l’ufficio del Commissario dello Stato anche per le efficaci motivazioni dell’impugnativa. Notiamo con soddisfazione che nel ricorso dinnanzi alla Corte costituzionale sono stati inseriti argomenti che noi ampiamente abbiamo illustrato nelle nostre inchieste in questi anni. Il primo di essi è rappresentato dalla condizione non rinunciabile di una selezione trasparente, comparativa, basata esclusivamente sul merito ed aperta a tutti i cittadini in possesso di requisiti previamente e opportunamente definiti.
 
Prosegue il ricorso che il reclutamento dei dipendenti in base al merito si riflette, migliorandolo, sul rendimento delle pubbliche amministrazioni e sulle prestazioni da queste rese ai cittadini. E ciò può avvenire mediante il concorso pubblico precisato dall’articolo 97 e sviluppato dall’articolo 98 della Costituzione. Il ricorso sottolinea ancora che secondo la sentenza della Consulta 453/90 il concorso impedisce che il reclutamento dei pubblici impiegati avvenga in base al criterio di appartenenza politica (leggasi raccomandazione).
È altresì sottolineato che il concorso è necessario anche in caso di inquadramento di dipendenti già in servizio (sentenza n. 1/99) e di trasformazione di rapporti di ruolo in rapporti non di ruolo (sentenza  n. 205/04).
La vergognosa legge approvata in malafede, lo ripetiamo, ha violato anche il principio che le deroghe al pubblico concorso sono ritenute legittime in presenza di peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico ricollegabili alla peculiarità delle funzioni che il personale reclutato è chiamato a svolgere e dalla specifica professionalità maturata da quest’ultimo (sentenza n. 81/06).

Sosteniamo che i deputati erano in malafede perchè non vogliamo pensare che essi fossero ignoranti. Essi conoscevano la giurisprudenza consolidata in materia e, non avendo neanche offerto la copertura finanziaria, sapevano che la legge sarebbe stata demolita dal Commissario.
Perchè l’hanno fatto? Probabilmente per dare un contentino di facciata a tante persone, di cui umanamente comprendiamo l’aspettativa e solidarizziamo con loro, ma che non hanno il diritto di entrare nella pubblica amministrazione a scapito di tutti gli altri siciliani, per effetto dell’odiosa discriminazione del ceto politico che vuole favorire i propri raccomandati, i quali inevitalbimente si trasformeranno in galoppini politici, utili nelle tornate elettorali.
Con queste due luminose notizie, che ci fanno vedere una prospettiva positiva per il 2011, auguriamo che il Governo regionale e la sua maggioranza capiscano che è finito il tempo dei privilegi e indirizzino la loro azione verso lo sviluppo e le attività produttive.
Ott
08
2010
Dobbiamo sgombrare il campo da una menzogna chiamata stabilizzazione. Com’è noto agli studenti di primo anno di Giurisprudenza, i contratti di lavoro possono essere a termine o a tempo indeterminato. Nel primo caso, essi cessano a una certa data; nel secondo continuano fino a che le parti non ritengono di farlo cessare.
I circa 5 mila cosiddetti precari dela Regione, dei gruppi A e B (commessi, uscieri, autisti, ecc...) sono stati assunti per chiamata diretta, senza alcun criterio di merito (e quindi si presume per effetto di segnalazioni) fino a una certa data. Dopo, il rapporto cessa ipso iure.
L’operazione discriminatoria che sta facendo il Governo regionale con sua delibera (271/10 del 29 luglio) ha per oggetto l’assunzione ex novo dei 5 mila ex dipendenti. Tali sono, infatti, coloro il cui contratto a tempo indeterminato è scaduto o sta scadendo.
Gabellare per trasformazione di contratti nuove assunzioni è un’offesa all’intelligenza e alla competenza dei siciliani. Questo lo diciamo a chiare lettere.

L’attuale campagna editoriale vuole la difesa dell’interesse generale, che è quello dei 236 mila disoccupati isolani, che hanno gli identici diritti degli ex dipendenti regionali. Una campagna che difende 236 mila siciliani, ma non è contraria ai 5 mila dipendenti in cessazione. Si vuole mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri, per evitare che i primi siano discriminati e i secondi privilegiati.
Non sappiamo se questa campagna farà ripensare al Governo una delibera discriminatoria; non sappiamo se il Tar di Palermo e il Tar di Catania interverranno per far cessare questa azione non commendevole. Sappiamo solo che per difendere gli interessi generali dei siciliani stiamo ricevendo mail di insulti, di gente che non ragiona e che se ne infischia se vengono accolte richieste di pochi in danno dei diritti di tanti.
A ogni buon conto, noi continuiamo la nostra testimonianza (non abbiamo nessun potere) ritenendo così di aver fatto nient’altro che il nostro dovere: un giornalismo che non piega la schiena, che non sente i richiami delle sirene e che tira dritto pensando che solo così si fa il proprio lavoro.
 
Nelle pagine interne vi è il fac-simile di domanda che ogni disoccupato siciliano, in possesso di terza media, deve inviare alla Regione (con raccomandata A/R e copia al nostro indirizzo internet lavoro@quotidianodisicilia.it), per chiedere di essere assunto, previa selezione. Ci sono già pervenute centinaia di mail dei disoccupati-aspiranti, ma ci auguriamo che l’esercito si ingrossi rapidamente.
Viene anche pubblicata la copertina del ricorso al Tar. Sono in preparazione due ricorsi collettivi, preparati da un’associazione di consumatori a favore dei disoccupati-aspiranti, che potranno firmare senza alcuna spesa, inviando richiesta all’indirizzo di posta elettronica già indicato.
Riteniamo che il buon senso del presidente della Regione, dei suoi assessori e dei dirigenti regionali al ramo, comprenda che questa campagna editoriale non è contro qualcuno, ma a favore di chi non ha voce, di chi non è stato raccomandato, di chi non ha santi in paradiso e, in questo caso, dei 236 mila disoccupati siciliani ufficiali. A favore degli stessi, lo ripetiamo, non contro i dipendenti in uscita.

La parte più stonata di questa faccenda è il fatto che l’assessore al ramo, competente e validissimo magistrato, non ha tenuto conto di tutte le norme sovraordinate e ordinate, di una vastissima giurisprudenza della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia. Non ha tenuto conto della pesante e perentoria requisitoria del procuratore d’appello della Corte dei conti della Sicilia, Giovanni Coppola, riportata integralmente nelle pagine interne. Peggio ancora, non ha tenuto conto della Carta costituzionale, che con ben sei articoli (1, 3, 4, 51, 97, 117) disciplina senza possibilità di equivoci tutta la questione che stiamo trattando.
Si può opinare finché si vuole, ma non si possono violare i principi costituzionali e quelli etici: equità e responsabilità. Chiunque lo facesse dovrà dar conto prima alla propria coscienza e poi al corpo elettorale.
Ott
01
2010
Molti dirigenti regionali, da noi sentiti, sono incazzati per questa vergognosa assunzione di massa di cinquemila persone con la terza media che non servono per niente alla produzione dei servizi. Sostengono, i dirigenti, che hanno dovuto superare concorsi difficili per essere assunti, mentre ancora oggi vi sono vincitori di concorso che non sono stati assunti. Si tratta di una macchia nerissima sul governo Lombardo cui si debbono associare, per responsabilità uguali, i sindacati che dovrebbero occuparsi del lavoro di tutti, non dei privilegiati.
La nostra linea è ferma perchè non è sopportabile che i siciliani siano trattati in maniera difforme, a seconda che essi siano stati raccomandati da un becero ceto politico o non abbiano avuto santi in paradiso. Quanto precede stride con l’inadempienza dell’assessore al ramo nell’avere tardato (e tarda tuttora) la pubblicazione del decreto che consentirebbe di usufruire di agevolazioni per assumere qualche migliaio di disoccupati nel settore privato.

I disoccupati con la terza media hanno pieno diritto di chiedere alla Regione l’assunzione nei gruppi A e B. In questo senso devono inviare la richiesta al Dipartimento regionale della Funzione pubblica. Abbiamo notizia che qualche centinaio di disoccupati ha già inviato la domanda, ma ci auguriamo che il lotto diventi di qualche migliaio.
I siciliani senza lavoro hanno gli stessi diritti dei cosiddetti precari che sono stati raccomandati per entrare negli uffici della Regione. Ma i disoccupati hanno un’altra strada per bloccare quest’iniqua iniziativa: fare ricorso al Tar contro la circolare del dirigente regionale, pubblicata in Gurs il 20 agosto 2010, chiedendo al Tribunale di sospenderne l’efficacia. In questo senso si dovrebbero muovere le associazioni dei consumatori siciliane, che quando devono difendere innominativamente i cittadini tacciono e stanno ferme.
All’interno troverete il facsimile della domanda e la prima pagina del ricorso al Tar (l’intero documento è sul nostro sito www.qds.it). Pubblichiamo anche tutte le sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato in materia, nonchè le pronunce della Corte dei Conti tutte contrarie alle assunzioni in massa di dipendenti inutili per i servizi regionali.
 
La questione stucchevole è diventata noiosa perchè siamo costretti a ripetere le ragioni dei 236 mila disoccupati siciliani contro i privilegi dei 5 mila precari che il Governo regionale sta tentando di assumere. Noi abbiamo sostenuto, nella vicenda Fini, che un quotidiano non si deve intestare una battaglia politica, chiedendo le dimissioni del vertice. Quindi, in questo caso, non chiediamo le dimissioni del presidente dei siciliani, Lombardo, reo morale di un’iniquità che sta colpendo 236 mila cittadini di quest’Isola (tanti sono i disoccupati). Tuttavia chiediamo, alla sua coscienza e alla sua etica, di valutare se quest’indirizzo governativo sia conforme a chi intenda attuare un programma di sviluppo basato sull’equità e sull’interesse di tutti, e non di piccole corporazioni che potranno essere utili come galoppini elettorali.
Il comportamento di chi continua a fare favori e scambiarli con il voto è deprecabile perchè va contro la morale della politica, che deve essere la  stella polare di chi governa un popolo. Noi abbiamo il dovere di porre la questione e il presidente della Regione ha il dovere di valutarla secondo la sua intelligenza e intuito politico.

Non sappiamo se questa palese ingiustizia verrà fermata immediatamente, mentre non comprendiamo come l’opposizione all’Ars non intervenga decisamente per sottolineare all’opinione pubblica questo gravissimo comportamento. Non comprendiamo neanche come il Partito democratico, che dovrebbe essere vicino alle classi meno abbienti, non intervenga decisamente, visto che fa parte della nuova maggioranza, per stroncare questa situazione intollerabile.
Noi non demordiamo, continueremo affinchè nessuno, in futuro, possa dire che la questione non è stata abbondantemente sviscerata. Tutte le parti della comunità siciliana sono ormai al corrente della vicenda. Quelle che taceranno saranno colpevoli di omissione. Chi interverrà avrà la riconoscenza dei 236 mila disoccupati siciliani che non hanno voce, ma che hanno trovato nel QdS la voce che non avevano.
Set
29
2010
L’articolo 1 della Costituzione sancisce il diritto al lavoro e poi prescrive (all’articolo 4) che la Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ma l’indirizzo costituzionale generale antepone ai diritti i doveri.
Quali sono i doveri di ogni cittadino? Educarsi ai precetti della Carta, che dovrebbe conoscere bene, in modo da rispettare i propri concittadini e di farsi rispettare da loro, prima mettendo a posto le proprie carte e poi esigendo che anche gli altri le abbiano a posto.
È noto che la prima necessità di ogni persona è quella di liberarsi dai bisogni materiali. Per far ciò, è necessario lavorare, svolgere un’attività produttiva che consenta di guadagnare quanto bastevole per soddisfare i bisogni propri e quelli della famiglia.
Chi ha la ventura di nascere in famiglie poco abbienti, al di là della speranza di vincere al Superenalotto, ha un’unica possibilità per salire l’ascensore sociale: studiare, studiare e poi ancora studiare, in modo da aumentare le proprie competenze che gli consentiranno di trovare una collocazione nel mercato.

Sentiamo subito una becera osservazione a quanto precede: serve più la raccomandazione che il sapere.  Ma tale osservazione viene fatta da chi non agisce in base all’etica sociale, ma ad una sorta di corruzione che coinvolge chi chiede e chi dà.
Ognuno di noi deve contare sulle proprie forze, sul proprio spirito di sacrificio e sulla fiducia in sé stesso che ce la può fare, non importa a quale livello della graduatoria. Gli immaturi, invece, pensano che quando non riescono a raggiungere i propri obiettivi sia responsabilità degli altri e non di sé stessi. A questi soggetti non bisogna dare spago ma metterli di fronte alle loro responsabilità perché crescano e si comportino da persone vere.
Ci rendiamo conto che i concetti precedenti possano creare malumore in chi li legge. Ma abbiamo il dovere di scrivere la verità per impedire a chicchessia di fare come lo struzzo. Ogni persona ha il dovere di costruirsi il proprio futuro, senza pensare che altri lo facciano. Deve solo chiedere alla Comunità che gli offra una o più opportunità che egli possa utilizzare con la propria competenza. Ma torniamo all’argomento iniziale che è quello di rinforzarsi professionalmente per affrontare la giusta competizione nel mercato.
 
In Sicilia, alcuni bugiardi sostengono che non c’è lavoro. Questo giornale ha smentito questa leggenda metropolitana pubblicando cinque elenchi di profili professionali (pari a 500) del lavoro che c’è in Sicilia. Inoltre, ha pubblicato cinque elenchi pari ad altre 500 opportunità di lavoro autonomo nel settore ancora non sviluppato del franchising.
Mille opportunità che i disoccupati siciliani e i precari pubblici dovrebbero guardare perché, se ben motivati, avrebbero la possibilità di trovare collocazione.
Per sviluppare ulteriormente questo filone, abbiamo pubblicato quattro pagine (una ogni venerdì) nelle quali sono indicate le richieste di dipendenti di vari settori e professionalità. Ne abbiamo collezionate oltre 2.000 che sono state offerte a tutti i disoccupati siciliani, i quali di volta in volta dovrebbero inviare subito i propri curricula.
Ecco un consiglio che diamo a chi non ha lavoro. Non starsene a rimuginare sulla propria ipotetica sfortuna, ma darsi da fare inviando senza stancarsi cv a tutte le imprese che mettono a disposizione lavoro di qualche natura.

Occorre che i disoccupati siciliani siano disponibili a lavorare non solo in Sicilia, ma ovunque vi sia l’opportunità. Proprio in questi giorni per esempio, la Ntv (Nuovo trasporto viaggiatori) di Montezemolo e Della Valle sta selezionando personale in un numero di 650. Chi si sente in possesso dei requisiti mandi il proprio curriculum.
Dobbiamo invitare, infine, i disoccupati siciliani in possesso di terza media a fare domanda alla Regione siciliana per essere assunti con il contratto di fascia A e B sul modello che abbiamo pubblicato sabato scorso, sottolineando ancora una volta come essi abbiano gli stessi diritti dei precari che sono dentro gli uffici regionali.
La Regione non può discriminare tra coloro che già si trovano all’interno e gli altri siciliani che non sono entrati a suo tempo perché non raccomandati. Se così facesse violerebbe, lo ripetiamo ancora, il principio di parità tra i siciliani che non può essere tradito in nessun caso e da alcun responsabile delle istituzioni.
Set
25
2010
Abbiamo letto la circolare del dirigente generale del personale della Regione n. 8/2010, con la quale attiva la procedura di assunzione in via definitiva di circa cinquemila dipendenti di fascia A e B (autisti, uscieri, commessi ed altri il cui titolo di studio sia non superiore a quello dell’obbligo scolastico, ovvero la terza media). È ben evidente che di questa tipologia di personale la Regione (e nessun’altra Pubblica amministrazione) non ha più bisogno, tenuto conto che la carta va a scomparire sostituita dai files, che gli autisti pensionandi non vanno sostituiti per riduzione di spesa, che non c’è più bisogno di camminatori o uscieri.
Si tratta di un’operazione meramente clientelare, stigmatizzata da importanti quotidiani nazionali e che noi non possiamo non evidenziare. Il comportamento dell’ex assessore al ramo, Caterina Chinnici, è ineccepibile sul piano formale, ma la decisione del Governo di caricarsi i circa cinquemila dipendenti inutili rientra nel vecchio metodo di stampo democristiano che fondava la sua sopravvivenza sul favore individuale.
Non vi è dubbio che questi cinquemila assumendi saranno grati all’attuale maggioranza trasversale (dall’Mpa, ai finiani, al Pd) e dunque alle prossime elezioni si trasformeranno in galoppini.

Se l’azione della Chinnici è formalmente ineccepibile, se l’iniziativa del dirigente generale non è criticabile in quanto anch’essa formalmente ineccepibile, vi sono due questioni in senso contrario che vanno portate all’opinione pubblica e che dimostrano in maniera inoppugnabile come dietro uno schermo legale si nasconda la violazione del principio di equità fra i cittadini. Viene dimostrato che accontentare cinquemila persone ne scontenta 236 mila: tanti sono i disoccupati della Sicilia.
Riportiamo ancora quanto ha affermato il Consiglio di Stato in materia con tre sue decisioni (n. 4495/10; n. 24/04; n. 141/99). L’alto consesso ricorda che la deroga al concorso pubblico (art. 97 della Costituzione) può essere considerata legittima a condizione che non si traduca in un privilegio in danno degli altri aspiranti. Dunque, oltre ai cinquemila precari, con cui illegittimamente si stanno stipulando i contratti a tempo indeterminato, tutti i 236 mila disoccupati siciliani, denominati aspiranti, possono fare domanda per essere assunti al pari di chi è dentro.
 
Proprio il fatto che chi lavora alla Regione anche da vent’anni non ha una particolare qualificazione (basta che sia in possesso della licenza della terza media) rende tutti gli altri siciliani altrettanto legittimati ad aspirarvi. Questi ultimi devono semplicemente fare domanda in massa e chiedere che la Regione tenga conto dei loro diritti. Sembra strano che i sindacati regionali non abbiano attivato le procedure per consentire a tutti i siciliani disoccupati e bisognosi di lavoro di partecipare con pari diritto alle selezioni per essere assunti alla Regione.
Ma i sindacati difendono gli interessi di tutti i lavoratori e i disoccupati o solo quelli dei precari regionali? Se essi non hanno la capacità di capire che un siciliano è uguale all’altro, come possono comparire davanti all’opinione pubblica per difendere la corporazione dei precari, trascurando i diritti di tutti gli altri siciliani? Leggete le risposte pubblicate nell’inchiesta odierna.

In questa vicenda - che comprende anche tutti gli altri precari, dai forestali ai formatori, agli inutili dipendenti della Resais spa ed a quelli delle altre partecipate regionali, che spendono soldi pubblici con fini clientelari - il Governo regionale non si comporta da pater familias, secondo il quale tutti i figli sono uguali, ma continua a dare privilegi ad alcuni (i precari interni), ghettizzando tutti gli altri (i disoccupati).
In Sicilia, da due anni, si dibatte sul quadro politico. Dibattito totalmente inutile perché non produce risultati. Si discute di precari, altro argomento inutile sul piano dello sviluppo, ma stiamo a zero sui piani regionali che dovrebbero innestarlo. L’abbiamo scritto più volte e non lo ripeteremo ancora oggi, ma una richiesta perentoria dobbiamo farla alla Giunta: operate in modo da immettere liquidità nel sistema siciliano ora, senza ulteriori ritardi, o l’asfissia della popolazione e delle imprese vi travolgerà, senza scampo.
Set
24
2010
Questa volta trattiamo il tema del lavoro sul piano etico, cioè tenuto conto della necessaria equità che vi debba essere in una Comunità, nella quale i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge ed hanno prima gli stessi doveri e poi gli stessi diritti.
Dal dopoguerra in avanti, i governi nazionali, con la complicità della classe politica meridionale, hanno  violato un importante principio di equità al quale dovevano ispirarsi come  pater familias: distribuire le risorse su tutto il territorio nazionale, in modo da bilanciare il tasso infrastrutturale in tutte e venti le regioni.
Così non è stato, vanificando tutti i miliardi che, sulla carta, sono stati inviati al Sud, ove non sono mai arrivati, perchè intercettati da banditi, sotto forma di imprenditori, politici e burocrati corrotti. Tant’è che, percorrendo il Sud, delle relative infrastrutture non c’è traccia. Per contro, il becero ceto politico meridionale, anzichè fare investimenti in attività produttive, ha aperto le porte della Pa in modo improvvido e incostituzionale.

Sono stati assunti per chiamata diretta e senza concorso i raccomandati delle segreterie politiche, i quali avrebbero maturato il diritto a vedere trasformato il loro contratto a tempo indeterminato.
In questo modo, il ceto politico, oltre a violare gli articoli 1, 3 e 97 della Costituzione, ha violato il principio etico secondo il quale anche coloro che non erano stati raccomandati avevano pari diritto di entrare nella Pubblica amministrazione.
Questo diritto è stato più volte oggetto di decisioni del Consiglio di Stato che ha coniato il termine aspiranti per coloro che possono essere ammessi al pubblico lavoro al pari di  coloro i quali si sono autodefiniti precari.
“Sono aspirante, la Regione mi assuma. Come tale ho il diritto di inviare una domanda con allegato il mio curriculum alla Regione ed al Comune di mia residenza, nonchè ad altri Comuni, per chiedere che la mia abilità profesionale ed i miei titoli vengano valutati al pari di quelli che già lavorano all’interno della Pubblica amministrazione e che non hanno più diritti di me. Non sono cittadino secondario solo per il fatto di non essere stato raccomandato”.
 
“Sono uno fra i 236 mila disoccupati siciliani. Cerco collocazione nel settore privato, ma non vedo perchè non possa partecipare alle assunzioni nel settore pubblico, ripeto al pari di chi c’è già dentro, entrato senza concorso”. Questo è il ragionamento di un disoccupato che contestualmente è aspirante e che ha il diritto di vedersi valutato.
Dall’altra parte della barricata la Regione e i Comuni hanno il dovere, prima di procedere alle assunzioni, di pubblicare un bando o più di uno, nei quali vengano precisate le figure professionali richieste (che dovrebbero derivare dal Piano aziendale dell’Ente). Così facendo, Regioni e Comuni consentono a tutti gli aspiranti di presentare le domande con curricula, in modo da scegliere i migliori, indipendentemente dal fatto che siano dentro o fuori le amministrazioni.
Il ragionamento che andiamo scrivendo è talmente lapalissiano da non capire come vi possano essere uomini politici e dirigenti pubblici che chiudono gli occhi, ignorando colpevolmente e volutamente la Costituzione, le leggi e la giurisprudenza.

Quello che precede è un comportamento deprecabile che portiamo all’attenzione dell’opinione pubblica, in modo che essa sostenga gli aspiranti, che induca la pubblica amministrazione ad un comportamento equo e non discriminatorio nei confronti di coloro che sono fuori le mura. Si potrebbe osservare che così operando si viola l’articolo 97, terzo comma della Costituzione, che impone l’ingresso nella Pa solo mediante concorso pubblico.
Ma perchè, chiediamo a lor signori, fare i contratti ai precari non viola tale dettato costituzionale? E non viola il principio che i cittadini sono tutti uguali, che si trovino dentro o fuori la Pa?Altra osservazione: chi ha lavorato per molti anni negli uffici pubblici avrebbe acquisito competenze. Domanda: ma chi ha validato tali competenze? E come si può affermare che gli esterni non abbiano competenze maggiori e, quindi più diritto di entrare nella Pa rispetto ai precari?
Ci aspettiamo valutazioni serene, che tengano conto degli stessi doveri e diritti.
Set
14
2010
Il Consiglio di Stato, con ben tre decisioni (n. 4495/2010, n. 24/04 e n. 141/99) ha stabilito il principio della eguaglianza fra i cittadini, prevista dall’art. 3 della Costituzione. Sembra che vi sia stato il bisogno di riaffermare tale principio di eguaglianza perché il cattivo ceto politico statale e regionale se n’è dimenticato. Infatti, in questi decenni, ha fatto entrare nella pubblica amministrazione centinaia di migliaia di cittadini, sottratti alla competizione prevista dall’art. 97, secondo comma della Costituzione, che li mette tutti sullo stesso piano, cioè la partecipazione ai concorsi pubblici.
Non solo tale cattivo ceto politico ha compiuto questo misfatto per pura ragione clientelare, consistente nello scambiare il voto con il favore, ma ha fatto di peggio. Ha approvato una legge nazionale con la quale ha previsto una deroga al citato art. 97 della Costituzione per consentire a tutti coloro che erano entrati nella pubblica amministrazione di procedere alla loro stabilizzazione, cioè trasformare il loro contratto da tempo determinato a tempo indeterminato.

Con i tre pronunciamenti prima richiamati, il Consiglio di Stato ha ribadito il principio che la stabilizzazione è illegittima qualora violi il diritto degli aspiranti che è pari a quello degli stessi stabilizzandi.
Non c’è dubbio che se la Pubblica amministrazione trasforma i contratti compie tale illegittimità perché non ha verificato preliminarmente il diritto degli aspiranti, cioè di tutti quei cittadini che non avendo avuto la raccomandazione non sono entrati nella pubblica amministrazione per chiamata clientelare e quindi sono stati tagliati fuori in violazione del richiamato art. 3 sull’eguaglianza dei cittadini.
Un’autentica vergogna che si perpetua da decenni. In tempi in cui vi è una fortissima disoccupazione nelle categorie di chi non ha mestiere (chi ha competenze trova subito opportunità di lavoro), avere escluso i non raccomandati dalle pubbliche amministrazioni è una colpa grave che i cittadini debbono far pesare quand’è il momento delle elezioni.
Qualcuno ci scrive che sull’argomento siamo ripetitivi. Ma i giornali hanno l’obbligo (non la facoltà) di evidenziare le malversazioni politiche, i casi di corruzione o di favoritismi come quello in esame.
 
Che devono fare gli aspiranti, in questo caso quelli siciliani? Devono inviare la propria domanda, unitamente al curriculum, al proprio Comune di residenza e alla Regione, mediante Pec (Posta elettronica certificata) che ha lo stesso valore della raccomandata A.R., (D. lgs. n. 82/2005) , chiedendo di essere assunti. La richiesta è pienamente legittima perché non vi è alcuna differenza fra il precario che già lavora nell’amministrazione e il siciliano che ci vuole lavorare.
Sulla base delle tre decisioni del Consiglio di Stato, l’amministrazione comunale e l’amministrazione regionale, prima di procedere a fare i contratti a tempo indeterminato ai precari presenti nei loro uffici, hanno l’obbligo di valutare i curricula di tutti gli aspiranti, ripetiamo, quei siciliani che non sono stati chiamati nei decenni dalle amministrazioni per effetto della raccomandazione del politico di turno. È quindi tutelato il diritto dei cittadini non raccomandati.

Gli aspiranti, singolarmente, non hanno peso. Perciò devono riunirsi in comitati per portare la loro voce sotto il municipio della propria città e sotto l’assessorato al Lavoro della Regione, perché essi non debbono essere considerati siciliani di seconda serie. Questo giornale sostiene ampiamente la loro azione perché il principio di equità è un valore morale che nessuno può ledere, meno che mai sindaci o governo regionale.
Quest’ultimo, nel prevedere il cosiddetto piano di stabilizzazione, ha finora escluso tutti gli aspiranti, con ciò non tenendo conto della giurisprudenza, in palese violazione degli art. 3 e 97 della Costituzione e, soprattutto, di quel valore principale che dev’esserci in una comunità, segnatamente quella siciliana, che è il valore dell’equità.
Come può il presidente di tutti i siciliani, Raffaele Lombardo, presentarsi all’opinione pubblica dopo che il suo governo ha privilegiato i raccomandati e ghettizzato tutti i siciliani che, pur in possesso di titoli professionali anche migliori, ma non raccomandati, sono stati tenuti fuori?
Ci pensi, il presidente Lombardo, e dia una saggia risposta.
Ago
26
2010
È veramente un cattivo esempio, dopo 64 anni di malgoverno, sentire che ancora oggi la Regione intende violare la Legge pur di assumere dei dipendenti senza che la loro professionalità sia stata validata da concorsi pubblici, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Se così facesse la Regione commetterebbe anche una violazione del principio etico di equità sociale, in cima a ogni azione pubblica, e del principio economico di concorrenza. I due principi prevedono che tutti i siciliani debbano avere pari opportunità. Non vi possono essere siciliani più siciliani degli altri. In altre parole, non vi possono essere i raccomandati da un becero ceto politico, entrati nella Pubblica amministrazione, e gli altri rimasti fuori non perché sono incapaci, ma perché è stata loro negata la possibilità di competere ad armi pari in pubblici concorsi.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è presidente di tutti i siciliani, anche se è stato eletto dal 65 per cento dei votanti. Non può e non deve continuare a mantenere il privilegio di chi è stato raccomandato e tenere fuori dalla Pa regionale e locale tanti altri bravi siciliani che, vincendo i concorsi, potrebbero andare a occupare posizioni oggi indebitamente occupate da altri.

Abbiamo espresso più volte solidarietà umana a tanti siciliani che, da anni o da decenni, si trovano nelle Pubbliche amministrazioni senza un contratto a tempo indeterminato. Ma nessuno li ha obbligati a entrarvi, né nessuno obbliga un siciliano a fare il precario.
Si dirà: non c’è lavoro e dunque si è costretti a fare ressa davanti alle segreterie dei cattivi uomini politici che promettono uno straccio di indennità pubblica. Si tratta di una pura falsità, che nessuno fino a oggi ci ha smentito in anni e anni in cui lo scriviamo. La verità è che in Sicilia vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro, ma solo per i competenti e coloro che possiedono professionalità.
Poi, la Regione dovrebbe spiegare ai siciliani in base a quale Piano industriale ha determinato in 15.600 i propri dipendenti contro i poco più di 3.200 della Regione Lombardia. Trascuriamo, ovviamente, la bufala che la Sicilia fa molte più cose della Lombardia.
 
La Legge 42/09 sul federalismo e i quattro decreti legislativi di attuazione (Demanio, Costi standard, Fabbisogni standard, Autonomie locali) stanno stringendo il collare sulle amministrazioni viziose e, nel calcolo dei fabbisogni, peserà anche il personale. Dal 2012 scattano gli standard per gli Enti locali, ma già dal 2011 il forte taglio alle Regioni della legge 122/10 (Manovra) costringerà quelle viziose a ridurre la deleteria spesa corrente.
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, che l’assessore regionale all’Economia, Michele Cimino, sta tentando faticosamente e con ogni mezzo di ridurre o abolire. Col decreto firmato, ma non ancora pubblicato sulla Gurs, la riduzione è da 30 a 14. Cimino ha annunciato la cessione della quota Irfis e questo è un errore, perché essa dovrebbe essere scambiata in parte con la quota di Unicredit per formare il Mediocredito regionale.

Abbiamo appreso con soddisfazione che Fintecna ha annullato la gara per la cessione di Tirrenia e Siremar alla Mediterranea holding, un’operazione al di fuori dei compiti istituzionali della Regione che si deve preoccupare di mobilitare le risorse per fare sviluppo, affidato a imprese regionali, italiane o internazionali.
La notizia che l’Ars stia discutendo un ddl per assumere i parenti delle vittime del nubifragio del messinese è stupefacente, prima perché si presume che tali parenti siano disoccupati, e secondo perché è un vizio cronico quello di pensare che la Pubblica amministrazione debba essere considerata un ammortizzatore sociale. Sappiamo che è scomodo farsi il nodo della cravatta con la proboscide di un elefante, ma tentare di far entrare dalla finestra quello che non entra dalla porta è altrettanto scomodo. Piuttosto che far diventare precari altri siciliani, se inabili al lavoro, si dia loro un’indennità qualsivoglia e li si lasci a casa. Oppure la Regione faccia opportuni investimenti per sistemare il territorio, obbligando le imprese ad assumere tali parenti delle vittime. Insomma, si deve cambiare mentalità: dall’assistenzialismo alla produttività e alla ricchezza per i capaci.
Ago
24
2010
Secondo Tom Barrock, figlio di un ex fruttivendolo, che oggi possiede un patrimonio stimato in 30 miliardi di dollari: “Il debito diventa capitale se si trasformano le inefficienze in opportunità”. Infatti, chi ha capacità e professionalità trasforma le perdite in valore. Chi non ha capacità trasforma il valore in perdite. Tutta questa la differenza fra chi è dotato e ha voglia e passione per quello che fa e chi invece aspetta che qualcun altro gli risolva i problemi.
Parlando con amici (professionisti, imprenditori, professori e altri), ho scoperto che fra essi ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis per la Regione, senza pretendere un euro di compenso. Non si tratta di pensionati o nullafacenti, certamente brava gente, ma di persone di qualità che hanno raggiunto i massimi livelli, ciascuno nella propria attività. Di questi ha bisogno la Regione, non di altri che accedono all’amministrazione per fare i propri interessi. Non si tratta di persone che hanno voglia di mostrarsi o l’ambizione di fare i primi della classe, bensì di gente disponibile a lavorare in silenzio ma concretamente per fare.

Che cosa? Contribuire a stendere il Piano industriale della Regione e a stendere il Piano industriale standard dei Comuni per fasce d’abitanti in modo da determinare con precisione servizi (quantità e qualità) addetti (figure professionali) risorse strutturali, risorse finanziarie. Il tutto secondo lo schema insegnato negli Mba (Master in business administration) per ottenere dai fattori impiegati il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qualche ignorante obietterà che questo metodo organizzativo è proprio delle imprese private. Non è vero. Qualunque organismo che deve produrre servizi si deve dotare del Piano industriale. Diversamente non riesce a fissare gli obiettivi e non capisce se poteva fare di più e di meglio.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è accusato di abuso di spoil system, quel procedimento anglosassone secondo il quale i vertici delle amministrazioni devono godere della fiducia del loro capo. Lombardo l’ha applicato in Sicilia e dunque non si può criticare per questo indirizzo, che vuole una sintonia fra presidente e chi governa la macchina pubblica regionale.
 
Un appunto, però, per obiettività, bisogna farlo a Lombardo. Non se ne voglia se scriviamo con grande trasparenza. Non sempre, fra i professionisti con cui è in sintonia, ha scelto i migliori per qualità e curricula. Spesso ha fatto prevalere la fedeltà sulla capacità. Questo gli nuoce perché chi è preposto a guidare una branca amministrativa non consegue risultati se non ha la stoffa adatta.
In tempi di tagli i risparmi devono essere oculati, non già operando sui servizi ma ribaltando l’organizzazione inefficiente in organizzazione efficiente, per ottenere migliori e maggiori risultati con minori risorse umane e finanziarie impiegate.
Per ribaltare questa situazione di inefficienza generale, la Regione ha bisogno dei migliori cervelli siciliani e fra questi, come prima scrivevamo, ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis perché ormai ha raggiunto i massimi obiettivi della propria attività professionale. A condizione tassativa che abbiano carta bianca per elaborare e realizzare il Piano industriale della macchina regionale, che si trasformi da un antro oscuro e melmoso in un salotto luminoso e radioso capace di attrarre investimenti e di sostenere le attività produttive.

Quelle che scriviamo non sono riflessioni agostane, né oggetto di un colpo di sole, che peraltro io non prendo, ma la maturazione di una linea editoriale che non si rassegna a vedere la nostra Isola penalizzata per sviluppo, povertà, disoccupazione, tasso infrastrutturale, qualità dei servizi.
Una parte di noi siciliani non si sente seconda a nessuno ed è pronta a misurarsi e a competere con qualunque professionista, italiano o estero, per un fare di qualità, capace di raggiungere risultati concreti.
Siamo stufi di sentire chiacchiere da corridoio, nel teatrino della politica, ove attori e comparse recitano la farsa, mentre i siciliani vivono in una condizione di disagio e di impotenza, constatando un vilipendio dell’onestà: ci sono i soldi ma non vengono spesi. Vergogna.
Ago
13
2010
C’è un lettore, pressappoco della mia età, che mi invita a dichiararmi precario. Ha azzeccato. è vero, nella mia lunga attività di lavoro, che dura ormai da 52 anni, sono sempre stato precario per mia scelta e continuo ad esserlo. Lo sarò, senza alcuna intenzione di andare in pensione, tanto che ho coniato il mio epitaffio: “Da oggi è in pensione”.
Bisogna precisare che vi sono precari di due tipi: il primo è colui che non possiede adeguate competenze per affrontare il mercato che gliele potrebbe riconoscere, se le possedesse. è colui che ha paura di affrontare i rischi, ha paura di mettersi in gioco, ha paura di confrontarsi con gli altri nella gara della vita. Ha paura di perdere e di cadere credendo di non riuscire a rialzarsi. Insomma precario è l’insicuro secondo la credenza popolare.
Il secondo, è chi crede, invece, che questo stato dia la libertà di decidere cosa fare e come farlo, senza alcuna preoccupazione di sacrifici anche enormi pur di scalare pendenze di sesto grado. Mi vanto di essere stato (ed essere) precario, perchè per me è un godimento affrontare sfide difficili, quasi impossibili.

Mi si è stretto il cuore quando qualche tempo fa un mio collaboratore mi comunicò che il suo figliolo, di circa trent’anni, era stato inserito nell’elenco dei precari di un Comune e la sua aspirazione sarebbe stata quella di diventarne dipendente a mille euro al mese. Non ho ribadito nulla per paura di ferirlo, ma nella mia mente è ritornata la riflessione che questo modo di pensare è la causa dell’arretratezza della Sicilia, la quale ha generato un ceto politico e burocratico di basso livello che non persegue la qualità e l’innovazione, bensì il sopravvivere, indipendentemente da un progetto di crescita.
Abbiamo più volte indicato la vera soluzione per fare lavorare sia i precari che i disoccupati, i quali, lo ribadiamo, non hanno avuto il privilegio della raccomandazione e sono rimasti fuori dal sistema pubblico. Tale soluzione consiste nell’adottare la sempre moderna teoria keynesiana e cioè trasferire le risorse indirizzate alla spesa corrente verso la spesa per investimenti.
 
Basterebbe che i 390 Comuni redigessero i 390 parchi-progetto relativi alla costruzione di nuove opere e alla ristrutturazione di beni esistenti, compresi gli 829 borghi cadenti, per ottenerne i finanziamenti e quindi aprire i cantieri per decine di migliaia di lavoratori.
Gli economisti convengono su un parametro: per ogni miliardo investito in infrastrutture, costruzione o ristrutturazione, si aprono le porte a circa diecimila posti di lavoro. Se la Regione e gli enti locali stornassero dai loro bilanci tre miliardi di spesa corrente verso gli investimenti, otterrebbero altri sei miliardi di finanziamenti (tre dalla Ue e tre dallo Stato). Con i complessivi nove miliardi si metterebbero in moto 90 mila posti di lavoro, dando sfogo così a tutti i precari pubblici di Regione ed Enti locali e a moltissimi disoccupati.
La colpa più grossa dei Governi regionali, mettiamo degli ultimi dieci anni, è avere speso inutilmente somme rilevantissime per la spesa corrente e per il clientelismo precariale, senza aver messo in moto la macchina economica degli investimenti. Colpa ancora più grande non aver speso le risorse del Por 2000/06 di cui ancora nel 2010 dobbiamo rendicontare ben 2,5 miliardi, un’autentica vergogna. Senza contare i circa nove miliardi che la Regione avrebbe dovuto spendere sul Po 2007/2013, di cui è già trascorsa la metà del periodo.

Ecco come si formano i posti di lavoro in una Regione che funzioni a miglior livello. Ecco come potrebbero trovare collocazione definitiva i precari pubblici ed i disoccupati inseriti in attività produttive di reddito e non più considerati come utilizzatori di ammortizzatori sociali.
è vero che nelle Regioni del Nord i cassintegrati delle grandi imprese gravano sulle casse dello Stato. Ma quelle casse sono state alimentate dalle stesse imprese quando le cose andavano bene. In ogni caso due torti non fanno una ragione. Il torto dei cassintegrati del Nord e quello dei precari della Sicilia non fanno sviluppo. Bisogna voltare pagina. Ora e subito. Parola di un eterno precario, libero di esserlo e di cui mi vanto. Meditate cari colleghi precari, meditate e siate liberi di scegliere
Ago
05
2010
Una dirigente dell’Uaw (Unione auto workers), tale Cynthia C. Holland, simpatica ragazza di colore, afferma senzi mezzi termini che gli operai della Chrysler, morti dal punto di vista lavorativo, sono stati resuscitati dalla cura italiana e dall’orgoglio. L’industra di Jefferson, nell’area di Detroit, è stata rianimata da Marchionne, che ha coinvolto nell’operazione il sindacato con un rispettabile peso nell’assetto azionario della società. Socio e non controparte. Un assetto che ha consentito all’ingegnere italo-canadese di assumere tanti giovani, con uno stipendio ridotto ma con la voglia di trovare un nuovo lavoro.
La Chrysler, nel secondo trimestre 2010, ha aumentato le vendite del 22 per cento e restituirà il prestito di 7,4 miliardi di dollari al Governo statunitense e a quello canadese entro il 2014.
Marchionne ha detto con chiarezza che, in Italia, gli stabilimenti Fiat debbono funzionare come quelli insediati in tutto il mondo. La questione è di più vaste dimensioni perché anche gli altri competitori mondiali hanno adottato sistemi di produzione efficienti e competitivi. Non si può quindi restare arretrati rispetto ai migliori.

In linea con quanto spiegato, Marchionne ha costituito, il 19 di luglio a Torino, la Fip Spa (Fabbrica italiana Pomigliano), di cui egli stesso è il presidente. Essa non si iscriverà alla Confindustria Campania in modo da avere le mani libere, perché non sarà costretta a osservare i Ccnl.
La nuova e più efficente organizzazione del lavoro comporterà, per i lavoratori della Fip, un aumento di retribuzione, in quanto vi saranno più straordinari i quali vengono tassati solo nella misura del 10 per cento. Quello che conta, quindi, è che in tasca ai lavoratori arrivino più soldi in proporzione al maggiore impegno richiesto.
Lo spostamento della produzione della monovolume L0 da Mirafiori a Kragujevac è la conseguenza delle resistenze che sta facendo una parte del sindacato conservatore alle innovazioni. Basta sentire quello che dicono i serbi della Fiat per capire come là il clima sia entusiastico e opposto a quello di Mirafiori. Là, un operaio guadagna 444 euro al mese. Là, nella Detroit serba, quando i dirigenti Fiat vi si recano sono accolti come il Messia.
 
Anche la Omsa sposta in Serbia i suoi 350 posti di lavoro, e altri lo faranno perché il Governo di quella Repubblica balcanica ha creato un meccanismo di attrazione formidabile per creare lavoro produttivo.
Un comportamento opposto alla Serbia, quando faceva parte della Jugoslavia comunista, ove lo Stato era preposto a tutte le attività produttive con la conseguenza che la popolazone era rimasta povera.
Non bisogna meravigliarsi che le industrie spostino la produzione ove essa è più efficiente e costa di meno. La ricca e potente Germania ha delocalizzato ben 4 milioni di posti di lavoro, l’Italia solo 500 mila. La Germania ha spostato parzialmente delle fabbriche, fra cui una della Volkswagen, con l’accordo del più grande sindacato tedesco, Ig Metall.
Bisogna capire che in Europa gli aiuti di Stato sono vietati, mentre nei Paesi fuori dall’Ue gli Stati continuano a finanziare chi investe.

La Sicilia dovrebbe copiare dal Governo serbo, nel senso di creare le condizioni di attrazione degli investimenti, adottando una serie di interventi in diversi settori. Il primo, quello di riformare la burocrazia regionale dividendo i soggetti produttori di servizi da quelli che sono tenuti a libro paga come ammortizzatori sociali. Solo servizi efficienti, comandati da dirigenti professionali, in possesso di master sull’organizzazione e con grande autonomia gestionale di personale e risorse, possono essere interlocutori validi per chi vuole fare investimenti.
Il secondo intervento, su legislazione e provvedimenti amministrativi, nel senso di ridurre all’osso le procedure, semplificandole, e inserendo tempi brevi e certi per il rilascio dei provvedimenti amministrativi.
Il terzo intervento è ottenere a tutti i costi un provvedimento europeo di perequazione fiscale come l’Irlanda,  che ha una popolazione di poco inferiore a quella siciliana, di modo tale che chi investa in Sicilia possa avere la convenienza di ritorno dei propri investimenti.
Il quarto intervento riguarda l’istituzione di un mediocredito regionale, altamente professionalizzato, che intervenga nel capitale di rischio delle imprese siciliane, ma anche negli investimenti non isolani. C’è altro da fare. Importante è fare tutto, presto e bene.
Lug
07
2010
Sul Giornale di Sicilia di sabato scorso leggo un interessante opinione del mio caro amico Michele Cimino, vice presidente della Regione. Non credo che il suo riferimento a notizie non rispondenti alla realtà ci riguardi. Tuttavia mi preme ritornare sull’argomento con le seguenti argomentazioni.

1. Il precariato è universalmente riconosciuto come un fenomeno meridionale, frutto di una politica clientelare del ceto politico. Lo dimostra il fatto che nessuno degli 81 mila precari elencati più volte, presenti nella nostra regione, ha mai contestato che si trova in quel posto perché raccomandato individualmente o collettivamente.

2. Convengo che i precari meritino il massimo rispetto e tutta la solidarietà perché si sono ingannati e sono stati ingannati. Non costituiscono una piaga. Ma è falso affermare che essi producano qualcosa di utile, perché non sono stati contrattualizzati in base a un Piano industriale, questo è l’unico strumento che dimostra l’utilità del personale. Né è stata validata la loro professionalità mediante concorsi pubblici.

3. Non possono essere considerati parassiti, ma nessuno può negare che compensi e indennità loro corrisposti, non essendo collegati al Piano industriale, costituiscano un vero e proprio ammortizzatore sociale.
Se questi cittadini siciliani non sono certamente di serie Zeta, come dovremmo definire gli altri cittadini siciliani che non hanno avuto la fortuna di essere stati raccomandati e pertanto sono rimasti disoccupati? Se i precari non sono reietti, ovviamente non lo possono essere neanche i 236 mila disoccupati, tanti secondo l’Istat.
Qui non si discute la scelta politica di pagare compensi ai precari. Si discute la gravissima discriminazione secondo la quale i primi sono tutelati ed i disoccupati restano nel lager della disoccupazione. Qui si discute un principio di legalità, in applicazione dell’art. 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini, precari e disoccupati, devono essere trattati allo stesso modo. Non è più possibile privilegiare i primi per danneggiare i secondi.
 
4. Questa Pubblica amministrazione regionale ha prodotto in quarant’anni solo danni alla Sicilia. Priva di organizzazione e di efficienza; priva di una selezione dei migliori e più preparati; incapace di realizzare procedure che prevedano provvedimenti in tempi brevi e certi; senza la forza professionale di modernizzarsi rapidamente, informatizzando tutte le strutture e le procedure, come hanno fatto le altre Regioni.
La burocrazia regionale, dentro la quale peraltro vi sono professionalità di notevole valore, è una grande nave che occupa ventimila persone senza un porto di destinazione e quindi, senza una rotta, in balia dei marosi. Essa si occupa solo della contingenza, non ha un disegno strategico, non riesce a comunicare che cosa prevedano concretamente il 2011, il 2012, il 2013 e il... 2020. Si dirà che la Pubblica amministrazione debba essere guidata da un ceto politico colto, intelligente, stratega. Tutto vero. Ma di suo deve metterci il massimo della competenza, come gli Enarchi.

5. Per ultimo, evidenzio la questione dell’utilità dei precari in Sicilia. Non servono certamente all’apparato, diversamente qualcuno dovrebbe spiegarci come la Regione Lombardia possa andare avanti con tremila dipendenti e la Regione siciliana con ventimila. Né si racconti la balla delle maggiori competenze che non giustificano un personale sei volte superiore.
Per i precari, abbiamo suggerito la soluzione che andrebbe analizzata e trasformata in progetto. La ribadiamo: creare opportunità di lavoro un forte piano di investimenti per infrastrutture e attività produttive di ricchezza, cui trasferire i precari meritevoli e competenti, dando opportunità ai disoccupati che non hanno avuto la fortuna di diventare precari.
Lungi da me l’idea di polemizzare, soprattutto con un amico, come Cimino. Ma ciascuno ha il dovere, in funzione del proprio ruolo, di esporre all’opinione pubblica siciliana la fotografia dei fatti. Lasciando ad essa l’ovvia facoltà di valutarli per formarsi la propria libera opinione, che poi si traduce in voto.
Lug
03
2010
Pubblichiamo frequentemente l’elenco dei precari, composto da circa 81 mila persone con un costo stimato in oltre un miliardo di euro. Si tratta di un vero e proprio ammortizzatore sociale che grava come un macigno sull’economia della Regione e impedisce di destinare queste risorse a investimenti in infrastrutture e attività produttive.
Ripetiamo da tempo come si potrebbe raggiungere l’utile e il dilettevole, cioè far lavorare queste persone in modo produttivo.
Una cosa è certa: la Regione non può più sostenere il peso di un grosso ammortizzatore sociale senza prevedere un progetto che consenta di trasformare queste risorse passive in risorse attive.
Si dice che le indennità percepite dai precari comunque aiutano i consumi. Ma, se le stesse indennità fossero stipendi produttivi di ricchezza, i consumi sarebbero ugualmente sostenuti e in più ci sarebbe un moltiplicatore atto a ottenere risultati economici di misura ben maggiore.

C’è, dunque, la soluzione per far lavorare i precari e contemporaneamente togliere l’ingessatura al bilancio regionale. Sembra di vivere nel Terzo mondo quando sentiamo assessori regionali, deputati regionali e altri soggetti che si preoccupano di come fare per mantenere in piedi un impianto clientelare di raccomandati e per ciò stesso privilegiati, senza preoccuparsi minimamente degli oltre centomila siciliani che sono disoccupati, ma non sono stati raccomandati e privilegiati.
Qui non si tratta di mettere gli uni contro gli altri, ma di procedere alla stesura di un progetto che dia soddisfazione ai siciliani privi di lavoro o che si trovano in condizione di precarietà, naturalmente in una rigorosa graduatoria di merito che preveda in cima coloro che possiedono competenze e saperi, oltre che abbiano grande volontà di sacrificio, e gli altri che via via non hanno tali requisiti.
In questo quadro, gioca un ruolo importante la vera formazione regionale, non stupidamente formale o basata su corsi fantasma o che non dà nessuna qualificazione, ma che tenga conto dei bisogni di mercato e che venga pagata in relazione alla capacità di fornire occupati.
 
Comprendiamo che cambiare la mentalità dalla sera alla mattina è quasi impossibile, ma non c’è un’altra strada. La Regione, con i suoi 28 miliardi fittizi inseriti nel bilancio 2010, ha il dovere di utilizzare ogni euro per promuovere investimenti e attività produttive di ricchezza. Deve quindi recuperare le entrate dovute dallo Stato, tagliare in maniera obiettiva gli sprechi e ridurre, semplificandoli, i percorsi delle procedure, in modo da consentire alle risorse finanziarie di arrivare nel mercato siciliano con benefiche iniezioni di liquidità.
È inutile girarci attorno: qui e ora occorre aprire i cantieri e per far ciò ci vogliono i progetti cantierabili. Occorre che tutte le risorse europee e statali vengano spese, occorre eliminare tutte le partecipate sotto forma di società per azioni, che sono servite e servono solo per piazzare altri raccomandati. Dai forum che facciamo con i rappresentanti del ceto politico e burocratico regionale, nonché con i numeri uno degli enti locali, non ci sembra che la strada virtuosa sia stata imboccata.

Non ci possiamo rassegnare a essere l’ultima regione d’Italia, né a essere considerati italiani con l’anello al naso. L’orgoglio dei siciliani deve risaltare attraverso comportamenti efficaci e densi di risultati. Ci dobbiamo misurare con le altre regioni ponendo sul campo le nostre doti di professionalità ed efficienza, in modo da competere ad armi pari. È inconcepibile, come abbiamo pubblicato, che la sola Barcellona (di Spagna) abbia avuto nel 2009 più pernottamenti dell’intera Sicilia. Un fallimento conclamato e dimostrato ad onta di tutti gli assessori al Turismo che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni.
Le risorse europee e quelle statali non spese in questi ultimi tre anni sono più di otto miliardi. Non possiamo rassegnarci alla indolenza e alla impotenza dei responsabili che continuano a restare ai loro posti di fronte a questa conclamata insufficienza.
Non rassegnarci significa che deve scaturire un’indignazione per chi di fronte alle grandi potenzialità mette in campo delle deficienze che non fanno parte della nostra cultura
Giu
29
2010
Il Governo regionale è in trappola perché da un canto riceve la forte pressione di 70 mila precari che vogliono essere sistemati ad ogni costo e dall’altro ha due guardiani insormontabili: il commissario dello Stato che impugna ogni norma di spesa, approvata dall’Ars, e il ministro dell’Economia che non cede di un millimetro sul patto di stabilità.
Nel bilancio 2010 sono registrate le seguenti somme che costituiscono una deviazione rispetto ai servizi che la Regione deve fornire ai cittadini: 314 mln per i 22.500 precari dei Comuni, 242 mln per la Formazione oltre a 100 mln prelevati dal Fondo sociale europeo, 7 mln per i 1.800 dipendenti degli sportelli multifunzionali, 85 mln per i 28 mila forestali, 67 mln per i dipendenti della Resais spa e 26,6 milioni per gli Lsu. A questi si devono aggiungere 6.000 Asu con una spesa prevista di circa 100 milioni e 6.000 precari della Regione con una spesa prevista di oltre 200 milioni. Certamente abbiamo dimenticato qualche altra categoria. Il tutto per lo spaventoso ammontare di oltre 1 miliardo e cento milioni di euro.

Che si faccia beneficenza o come si chiamano oggi “ammortizzatori sociali” è una decisione politica, ma che si gabellino queste spese come necessarie ai servizi da rendere ai cittadini è un inganno che volentieri smascheriamo.
C’è da aggiungere un secondo argomento: se il Governo ritenga equo favorire e pagare indennità ai circa 75 mila precari sopra elencati e lasciare nella disperazione gli oltre 100 mila disoccupati della Sicilia, che non sono stati miracolati e sono rimasti fuori dalle pubbliche amministrazioni. Come si può governare in nome dell’equità trattando in modo così diverso i cittadini, tra fortunati e   sfortunati? Ovvero nella categoria di quelli che gravitano intorno alle segreterie politiche escludendo l’altra categoria di cittadini che non sono stati raccomandati.
Abbiamo più volte rimarcato questa situazione, ma non abbiamo ancora ricevuto una risposta chiara e inequivocabile. Comprendiamo le difficoltà di questo ceto politico che raccoglie l’eredità di malgoverno e clientelismo, ma non è più possibile solcare la strada dell’iniquità.
 
Come è nostro costume, non ci limitiamo a rilevare una situazione disdicevole, ma offriamo la soluzione. Si tratta di trasferire gradualmente,  mediante un piano quinquennale, tutti questi precari verso attività produttive, consentendo nello stesso tempo a tutti gli altri siciliani di competere ad armi pari per utilizzare le opportunità che il mercato presenta.
John Maynard Keynes (1883 - 1946), il grande economista britannico, indicava la strada dello sviluppo di una Comunità, con la costruzione di infrastrutture e l’attivazione di iniziative produttive di ricchezza. Ciò anche indebitandosi. La Regione siciliana in questi anni si è indebitata per finanziare la spesa corrente, gli sprechi, il parassitismo, ma nulla ha fatto verso infrastrutture e attività produttive. Basta andare in giro per i 25 mila kmq della regione e vedere lo stato di abbandono idrogeologico del territorio, gli 829 borghi abbandonati, l’assenza dell’anello autostradale, della Nord-Sud, della Agrigento-Palermo, della Ragusa-Catania, della permanenza di una ferrovia da primi del ‘900.

È venuto il momento di invertire la marcia. È noto agli economisti che per ogni miliardo investito, si creano 8/10 mila posti di lavoro. La Regione, nel settennio 2007/13, ha a disposizione 18 miliardi fra risorse europee, statali e proprie, ma ad esse si possono aggiungere altri 2,1 miliardi di risparmi annui come pubblichiamo nella tabella in prima pagina. Nel complesso, vi sono a disposizione già dal 2007 al 2010 circa 12 miliardi con cui si potrebbero mettere in moto oltre 100 mila posti di lavoro. Non solo, ma gli investimenti farebbero da volano ad altri investimenti, per cui è stimabile che in un triennio o in un quinquennio il cantiere Sicilia potrebbe creare ulteriori 100 mila posti di lavoro.
Qui si tratta di mettere in moto questo progetto, difficile ma realizzabile, su cui far confluire le migliori risorse professionali che vi sono a disposizione. Un ceto politico che impiantasse il grande progetto prima descritto sarebbe abilitato alle prossime elezioni del 2013 a chiedere il consenso che arriverebbe puntuale.
Provare per credere.
Giu
16
2010
Alcuni esempi di inefficienze che creano danno ai cittadini. Le leggi regionali per l’assunzione nelle imprese, rimaste lettera morta. Svariati miliardi dei fondi europei degli anni 2007/08/09 non ancora spesi, cui si aggiungono altre risorse statali e regionali non spese. Procedure informatizzate bloccate, per cui ancora negli assessorati circolano carte anziché files. Carichi di lavoro inesistenti, con la conseguenza che nessuno è responsabile di ciò che deve fare. Dirigenti che prendono i premi anche quando non hanno combinato nulla. Dipendenti che vanno in pensione con 25 anni di attività anziché con la stessa attività dei loro colleghi statali. Opacità di tutte le attività per impedire ai cittadini di guardare dentro il palazzo. Il lungo elenco potrebbe continuare.
Tutto quanto descritto si può riassumere in un’unica parola: disorganizzazione. Questa è il cancro della Sicilia, perché quando la macchina è inceppata qualunque buona legge o qualunque buona iniziativa assessoriale (e ce ne sono tante) si imbuca in un binario morto.

Vi è un gran numero di precari, 22.500 nei Comuni, 10 mila formatori, 6 mila nella Regione, 28 mila forestali, 10 mila di astruse sigle diverse e via contando. La Regione dovrebbe pagare tutti costoro con i nostri soldi, spendendo forse un miliardo di euro, una cifra enorme che non ha e che tiene in ginocchio e prostra l’economia siciliana. Lo sbocco è nelle attività produttive e nella costruzione di infrastrutture, ma di questo abbiamo già scritto e ci torneremo.
Piuttosto, vi sono assunzioni previste nelle Forze dell’Ordine e nell’Esercito. Ai precari siciliani si dovrebbe consigliare di partecipare a quelle selezioni e, se dimostrano di possedere i requisiti, potrebbero trovare una collocazione e una soddisfazione per le loro aspirazioni.
Ci dispiace ricevere decine di email di insulti da parte di molti di loro che si sentono offesi dalla nostra semplice enunciazione dei fatti. Si badi, costoro non argomentano, perché non hanno argomentazioni. Sarebbe invece bene che aprissero gli occhi su una realtà amara e sull’imbroglio causato dal ceto politico.
 
Come fare acquisire efficienza alla pubblica amministrazione regionale e ai Comuni? Basterebbe che tali istituzioni si appropriassero di modelli organizzativi che già esistono in altre branche della pubblica amministrazione e li facessero propri, perché funzionano.
Ci riferiamo, per esempio, alla Guardia di Finanza e alle diverse Agenzie dello Stato. Dai forum con i vertici, che abbiamo via via pubblicato, e dalle nostre inchieste, abbiamo dedotto come ognuno dei preposti ai servizi abbia un compito specifico e un obiettivo da raggiungere. Compito e obiettivo che vengono controllati puntualmente, per verificare se ciascun addetto fa il proprio dovere e il proprio lavoro. Proprio la comparazione fra il carico di lavoro e il suo effettivo svolgimento è la chiave che spiega l’efficienza degli organismi prima indicati.
Non si vede perché Regione e Comuni non debbano chiedere aiuto a Guardia di Finanza e Agenzie statali per mutuarne l’organizzazione.

Sarà perché qualche decennio di insegnamento di organizzazione ha creato in me una sorta di indicazione costante nel rilevare le inefficienze di qualunque struttura. O forse quelle inefficienze ci sono veramente. In ogni caso c’è un modo inoppugnabile per misurare se un servizio è ben organizzato oppure no: la soddisfazione dei destinatari. Brunetta ha inventato le tre faccette: una che sorride quando il cittadino-cliente è soddisfatto, una che resta seria quando il servizio è sufficiente e un ghigno di pianto quando è totalmente insoddisfatto.
La customer satisfaction è la misura della soddisfazione dei cittadini per i servizi ricevuti, ma questa innovazione non è messa in atto, mentre dirigenti e dipendenti la vedono come il fumo negli occhi, anche perché sanno che le loro valutazioni, anche ai fini dei compensi economici, sarebbero proporzionate al grado di soddisfacimento che essi danno ai loro cittadini-clienti.
è venuto il tempo di ribaltare la situazione. Chi non è capace di lavorare in modo organizzato e con efficienza deve smetterla di rubare i soldi dei contribuenti. E andarsene a casa. Punto.
Giu
10
2010
Al concorso per magistrati si sono presentati in diecimila per 500 posti a disposizione, ma solo cinquemila si sono presentati all’esame. E di essi, 309 sono stati ammessi all’orale. Qualcuno ha detto che la maggior parte degli aspiranti giudici era formata da somari, perché questa Università non forma professionisti. Quelli bravi lo sono per proprio conto, indipendentemente dalla formazione che ricevono.
A Napoli, per 534 posti al Comune si sono presentati in 112 mila. Il Comune di Catania ha accantonato il concorso per vigili urbani temendo un assalto insostenibile di aspiranti.
Perché questa pletora di cittadini, nel Sud, è attratta dal posto nella Pubblica amministrazione, mentre nel Nord vi sono macroscopici vuoti nei ranghi delle omologhe amministrazioni regionali e locali? C’è una risposta che a noi sembra falsa, nella sua enunciazione: al Nord c’è lavoro che al Sud manca. Una mezza verità  e una mezza bugia.

La Lombardia contribuisce al Pil nazionale con il 20,4%, la Sicilia solo col 5,6%. Il Pil della Lombardia è il doppio di quello della media nazionale. Il Pil della Sicilia è la metà di quello della media nazionale. Nonostante ciò, in Sicilia vi sono centinaia  di opportunità di lavoro, dipendente e autonomo, cui i precari pubblici ed altri che aspirano a diventarli non vogliono sentire parlare. Perché?
La risposta è nei fatti: nel settore pubblico si lavora poco, non vi è alcuna responsabilità e il rapporto dura fino alla pensione (o alla morte). Nel settore privato, invece, bisogna lavorare, rendere e, alla fine, si ricevono soddisfazioni che mancano totalmente nella Pubblica amministrazione.
Nella Pa è dilagata la corruzione, per cui molti aspirano a guadagnare altre somme per i favori che rendono. E ancora: il tempo in cui si sta negli uffici è ridotto (vige la regola che il ritardo con cui si entra è compensato dall’anticipo con cui si esce), quindi è possibile svolgere una seconda attività. Fui testimone di una telefonata di un politico venuto al Qds, che sollecitava un dirigente a prendersi un suo raccomandato, anche se non sapeva far nulla.
 
La questione centrale del pubblico impiego è l’utilizzo del posto da parte del ceto politico come merce di scambio con il voto. Vi è stata (e vi è) la corsa alla raccomandazione, accantonando i concorsi pubblici, in modo da impedire una qualunque selezione.
La manovra finanziaria 2010-2011, preparata dal Governo, prevede il blocco del turn-over dei pubblici dipendenti, talché per ogni cinque che escono se ne potrà assumere solo uno. Un processo lungo che porterà a risparmi solo nei prossimi cinque-dieci anni.
Nell’amministrazione statale l’elenco dei precari  si è quasi esaurito, quindi questo problema non esiste. Rimane, invece, tutto intero in Sicilia dove Lombardo, disperatamente, tenta di stabilizzare 50 o 60 mila persone, un’azione cui si oppongono giustamente il commissario dello Stato e il Governo centrale. Lombardo dovrebbe, invece, imboccare la strada dello sviluppo, cioè spendere tutte le risorse europee, statali, regionali in infrastrutture e attività produttive, con ciò creando dei veri posti di lavoro, resi disponibili anche ai precari pubblici meritevoli.

Occorre spostare l’attrazione e l’interesse dei siciliani senza lavoro dalla Pubblica amministrazione al settore privato. Come fare? La risposta è semplice: rendere non più appetibile il lavoro pubblico bloccando gli stipendi base, eliminando le doppie indennità, i rimborsi e quant’altro, stabilendo, per contro, premi commisurati esclusivamente ai risultati raggiunti. Risultati certificati dai dirigenti per i loro dipendenti e da autorità esterne per i dirigenti. La selezione, in base al merito, farebbe dimagrire del 60-70% gli organici, mentre le persone incapaci e inconcludenti senza professionalità sarebbero escluse in partenza da ogni possibilità di accesso.
Occorre, inoltre, rendere rigorosi gli orari e i carichi di lavoro, collegando gli stipendi alla capacità di raggiungere gli obiettivi prefissati. E se poi un dipendente pubblico si lamentasse perché guadagna poco, gli si dovrebbe dire con chiarezza che nel settore privato lavorerebbe di più, ma guadagnerebbe di più.
Giu
09
2010
Il lavoro libera l’uomo dai bisogni e gli consente di fare delle scelte. L’articolo 3 della Costituzione ricorda che la Repubblica rimuove gli ostacoli di carattere e economico-sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.
Il principio testè riferito si trova sviluppato in modo più approfondito nella Costituzione degli Stati Uniti d’America, approvata il 17 settembre 1877, composta semplicemente da un Preambolo, da soli sette articoli e ventisette emendamenti. Il raffronto fra le due costituzioni non è casuale perchè da esse si deduce l’indirizzo che i Padri costituenti hanno dato al popolo americano 223 anni fa e quelli italiani appena 63 anni fa.
Al di là delle statuizioni legislative, il lavoro per ciascuno di noi è importante, non solo perché lo svincola dai bisogni, non solo perchè occupa la propria mente, la propria attività, ma anche perché dà utilità alla propria vita, un’utilità per sè e per gli altri. Quando così non è, ci prendono scontentezza e scoramento. 

In questi 52 anni di lavoro, mi sono sempre chiesto come sarebbe stata la mia vita se non l’avessi affrontato con grande piacere e con entusiasmo. Mi sono dato la risposta: sarebbe stata una vita sprecata e condotta senza mete.
Intendiamoci, il lavoro non è tutto, il lavoro non è solo quello economico. Qualunque attività che svolgiamo nel sociale, nel servizio, nell’assistenza ai bisognosi è, comunque, lavoro. Esso non può essere svolto da noi se non siamo contenti di farlo.
Quando visitiamo uffici pubblici, vediamo tanti musi lunghi, gente annoiata, non interessata a quello che sta facendo. In quegli ambienti manca il coinvolgimento, l’entusiasmo, l’amore per la propria attività. Ben inteso, c’è una parte non indifferente di pubblici dipendenti che, invece, possiede i requisiti indicati. Ad essi, bisogna fare chapeau. Ce ne fossero tanti.
Non è che nel settore privato siano tutti contenti di esercitare il lavoro che fanno. Però è solo una minoranza che va al di sotto di una soglia di scontentezza. Anche perchè il sistema delle imprese normalmente mette al centro del proprio progetto economico il fattore lavoro che è fatto di persone.
 
Quando ci sacrifichiamo per studiare o esercitare un’attività, non possiamo considerarlo un comportamento che ci crei scontentezza.
Questo accade solo se comprendiamo che il sacrificio è indispensabile per produrre risultati. Senza di esso, senza rinunzie, senza spostamenti in avanti di mete piacevoli, è difficile raggiungere gli obiettivi che ci prefissiamo. Nessuno di noi è santo, pochi, secondo la Chiesa cattolica, lo diventano, non si sa in base a quali requisiti. Essendo fatti di carne e ossa  (speriamo anche di cervello) cerchiamo di capire come funzionano le cose in questa vita terrena. A quell’altra ci penseremo quando vi arriveremo sotto forma di energia.
La questione che descriviamo tiene conto della netta separazione fra bene e male. Chi nasce in un quartiere deliquenziale, di una città metropolitana del Sud, ha molte probabilità di crescere con insegnamenti negativi. Chi nasce in campagna ha qualche difficoltà ad elevarsi, se non ha chiaro che l’ascensore sociale si può prendere acquisendo competenze, che purtroppo provengono in maniera insufficiente da scuola e Università.

La formazione è essenziale per potere crescere nella comunità. Non solo perchè fornisce (o dovrebbe fornire) competenze, ma perchè sviluppa l’intelletto, fa capire meglio le vicende ed aiuta a diventare buoni cittadini, se ne abbiamo voglia.
Malavoglia saltami addosso, fai tu che io non posso. Un vecchio detto che fa il paio con: la mosca sulla testa dell’asino alla fine della giornata gli dice: riposiamoci che oggi abbiamo lavorato anche troppo.
C’è gente che gode a non fare nulla. Uno dei motti dei nati stanchi recita: fai domani quello che potresti fare oggi. Piccole chiose che spiegano semplicemente la barriera fra chi vuole essere attivo e chi aspetta ancora dopo migliaia di anni la manna dal cielo. Quelli che aspettano, inevitabilmente, si lamentano della loro sfortuna e alimentano invidia e gelosia nei confronti degli altri che, anche a prezzo di sacrifici, crescono e ottengono risultati. Si sa, così è la natura umana. Ma ognuno di noi possiede il bene supremo: il libero arbitrio. Con esso decidiamo cosa scegliere .
Giu
05
2010
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha assunto il movimento di protesta dei 22.500 privilegiati e raccomandati (definiti precari) che affollano inutilmente i Comuni della Sicilia. Spieghiamo per l’ennesima volta l’avverbio inutilmente nel senso che non esiste alcun Piano industriale di Comune che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per produrre i servizi essenziali ai propri cittadini.
Se sono inutili, nel senso sopraindicato, non si capisce perché con i nostri soldi debbano essere pagati i loro stipendi, visti come ammortizzatori sociali e non come necessari alle attività istituzionali. Si tratta di una palese distorsione degli equilibri di una comunità ove vi sono tanti siciliani che cercano lavoro (e se hanno competenze lo trovano) e tanti altri privilegiati e raccomandati (ripetiamo) che si trovano dentro l’ambiente pubblico indipendentemente dalle loro competenze e dalle necessità dell’ente.

Non è solo Lombardo colpevole di questa iniziativa. I rappresentanti di tutti i partiti che operano in Sicilia gli sono solidali e alimentano un coro di proteste dannoso allo sviluppo dell’Isola, perché qui bisogna smetterla di pagare stipendi senza alcun risvolto produttivo. è ben comprensibile l’aspetto umano delle richieste di questi privilegiati e raccomandati (chiamati precari pubblici). Ma deve essere altrettanto comprensibile l’amarezza di altri centinaia di migliaia di siciliani che, non essendo stati raccomandati, non sono entrati nelle amministrazioni pubbliche.
Allora, delle due l’una: o Regione e Comuni pagano un’indennità indistintamente a tutti i disoccupati siciliani, oppure a nessuno di essi. In Sicilia, non possono più coesistere figli e figliastri. Tutti i siciliani devono avere pari doveri, diritti e opportunità. Il metodo del favore scambiato con il voto è una vergogna meridionale che in Sicilia i movimenti autonomisti devono cancellare. Se basassero il loro irrompere sullo scenario politico siciliano sullo stesso clientelismo, avrebbero fallito in partenza il loro scopo. C’è bisogno che Lombardo, per primo, faccia imboccare all’Isola la strada dello sviluppo.
 
Questa strada è fatta di investimenti, attrazione di imprese estere e nazionali sul nostro territorio, appeal con cui rivestire tutti i beni culturali, paesaggistici e ambientali che possediamo, mettendoli su un grande supermercato qual è internet, in modo che tutto il mondo possa vederli, desiderarli per poi venire qui a toccarli con mano.
è indecente che Regione e Comuni tardino tanto a mettere i propri siti web in condizione di essere visitati da chiunque ne abbia interesse; è indecente che Regione e Comuni non abbiano ancora attivato tutti i processi telematici perché le procedure comincino a correre; è indecente che ancora oggi si discuta tanto e si produca poco non attuando le leggi che via via l’Ars ha attivato e che restano lettera morta per l’incapacità di renderle operative telematicamente.
Basta con i privilegiati e raccomandati (precari pubblici) che si annidano nel bilancio regionale; basta con i privilegi di corporazioni che succhiano danaro pubblico; basta con i parassiti che assorbono risorse; basta con gli evasori fiscali e contributivi che danneggiano la collettività e la concorrenza; basta con l’opacità che impedisce ai cittadini di guardare dentro il Palazzo.

Ecco cosa deve fare il Governo regionale: dire basta a questa incredibile serie di anomalie che tiene inchiodata la Sicilia a quel misero 5,6 per cento del Pil nazionale. Questo è il dato centrale, tutto quello che vi gira attorno è fatto di vuote chiacchiere da Bar dello Sport.
Sfidiamo qualunque responsabile istituzionale, a cominciare dal presidente della Regione, per seguire con gli assessori regionali, i deputati regionali, i dipendenti dell’Ars, i sindaci e via enumerando, a smentire queste argomentazioni e a scriverci per comunicarci quale sarebbe la loro linea di politica economica e di taglio delle spese che vada nella direzione dello sviluppo, misurato con l’aumento del Pil.
Sfidiamo qualunque privilegiato e raccomandato (precario pubblico) a smentire che si trova in quel posto perché qualcuno abbia fatto il suo nome e non per eventuali proprie capacità.
Scriveteci. Pubblicheremo qualunque lettera argomentativa.
Mag
26
2010
La legge 133/08 (articolo 49) aveva stabilito con chiarezza che i contratti a tempo determinato della Pa a qualsiasi livello non potevano essere più rinnovati. Una classe politica approssimativa ha continuato a far credere, invece, che quella legge non esistesse. Ma ora, con lo stringente Patto di stabilità firmato dai 27 partner europei e con la prossima emanazione del decreto legislativo sui costi standard e gli standard di efficienza, la questione è diventata tombale.
Se ne stanno accorgendo i legislatori e gli assessori regionali, i quali tentano disperatamente di fare leggi regolarmente impugnate dal Commissario dello Stato, di chiedere al Governo l’utilizzazione di fondi Fas per usi impropri o deroghe di altra natura che vengono costantemente negate.
Il Governo regionale ha stabilito, senza alcun riferimento alle necessità derivanti da un Piano industriale, che la dotazione organica della Regione debba essere composta da 15.600 unità nel comparto non dirigenziale. Ricordiamo come la Regione Lombardia, che amministra quasi il doppio degli abitanti siciliani abbia un organico di 3.458 dipendenti, dirigenti compresi.

Da aggiungere che in quella Regione il Consiglio costa 72 milioni di euro mentre in Sicilia l’Ars costa 170 milioni. In Lombardia non vi sono precari aggiuntivi. Nella Regione siciliana ve ne sono 6 mila, oltre 28 mila forestali, 7 mila formatori, 22 mila negli Enti locali, diverse migliaia collocati nella Resais Spa e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno sosteneva che fare il precario è meglio che lavorare. Non perché non abbia potenzialmente la supposta qualificazione, ma perché è entrato negli uffici pubblici a seguito di raccomandazine, fregando altri siciliani che avrebbero potuto aspirare agli stessi posti, ma privi dei Santi in Paradiso. Una iniquità palese, sotto gli occhi di tutti, che nessun precario ha avuto mai il coraggio di smentire. Da una parte, quindi, i privilegiati perché raccomandati e dall’altra i siciliani non occupati ed esclusi.
Non sappiamo come il Governo regionale potrà affrontare la questione, se non prendendo il coraggio a due mani e trasferendoli in quel guscio vuoto che è la Resais Spa in attesa di una riqualificazione professionale e collocazione sul mercato.
 
C’è bisogno di tecnici, mastri per l’edilizia, idraulici, sarti, ebanisti, fabbri, saldatori, operatori turistici e via enumerando. Figure professionali che possiedano qualificazione e competenze in modo da essere inserite nel mondo del lavoro produttivo.
Le opportunità ci sono e il Quotidiano di Sicilia pubblica periodicamente elenchi con centinaia di esse. Occasioni anche nel lavoro autonomo, ove il franchising consente con poche risorse l’attivazione di iniziative mini-imprenditoriali. Ve ne sono anche nel settore commerciale nel quale sono richiesti centinaia e centinaia di operatori della vendita competenti e professionalizzati, che sappiano fare il loro mestiere.
Smettiamola con questa manfrina del precariato. Precario è chi non ha fiducia in se stesso perché non possiede competenze, perché non ha voglia di sacrificarsi, perché vuole occuparsi di tutt’altro tranne che del proprio lavoro, magari frequentando la segreteria di questo o quell’uomo politico. Chi vuole emergere e consolidare la propria posizione economica ha tutte le opportunità di mercato. Ecco perché alcuni sostengono che non c’è più spazio per chi vuole continuare a fare il precario, lamentandosene, ma c’è tantissimo spazio per chi vuole lavorare.

Sfidiamo chiunque a smentirci o a comunicarci se ha provato a fare un’attività di mercato, autonoma o da dipendente, mettendo a disposizione la propria vera competenza.
In questo quadro, vi sono due vulnus grossolani della Regione. Il primo riguarda la cosiddetta formazione, che non forma nessuno, per la quale sono stati stanziati 200 milioni per il 2010 oltre ad attingere ai fondi europei per altrettanta somma. La seconda riguarda gli uffici regionali, siti nelle nove province, che dovrebbero occuparsi dell’incrocio fra domanda e offerta di lavoro e che non riescono a piazzare neanche uno di coloro che aspiravano a qualche lavoro.
La questione che andiamo scrivendo non riguarda solo gli sprechi ma soprattutto il mancato imbocco della strada dello sviluppo. Questa è essenziale.
Mag
14
2010
Dieci ore di riunione notturna hanno portato il Consiglio dei ministri finanziari dell’Ue a stabilire un paracadute contro gli speculatori finanziari, da usarsi continuamente e, fin da ora, per la gravissima situazione della Grecia e le gravi situazioni di Portogallo, Spagna e Irlanda.
Un fondo di enormi dimensioni, quasi come quello approntato da Obama per fronteggiare la crisi degli Usa, che costituisce una barriera fortissima contro gli speculatori. Questi, che pur agiscono legittimamente dal loro punto di vista, guadagnano approfittando della situazione di debolezza della moneta di questo o quel Paese. Si tratta di spuntare le loro armi in modo da far distogliere l’attenzione dall’area Euro.
La protezione che il fondo darà ai 16 membri dell’Euro è composta sia da fondi europei dei singoli Stati che da fondi della Bce e da un altro del Fondo monetario internazionale. L’insieme delle risorse verrà utilizzato di volta in volta non appena si presentino le necessità.

La protezione che vi abbiamo descritto ha un risvolto piuttosto rigoroso e cioè quello di imporre a ciascun Stato membro dell’Uem regole più cogenti per controllare il deficit annuale e conseguentemente l’andamento del debito pubblico.
Ricordiamo che due dei tre parametri di Maastricht prevedono un massimo del 3% di disavanzo annuale e un massimo del 60% del debito sul Pil. L’italia ha chiuso il 2009 con un disavanzo di oltre il 5% e con il debito pubblico di oltre il 116%.
Da tenere presente che tale debito grava sul bilancio annuale con oltre 80 miliardi di interessi. Se fosse dimezzato libererebbe metà di tali interessi, cioè 40 mld, i quali potrebbero essere destinati allo sviluppo mediante infrastrutture e attività produttive.
Si tratta di un cappio vero e proprio, che ogni Stato non in regola con i conti dovrà mettere alla propria spesa, che dovrà essere tagliata nella parte corrente se, contemporaneamente ai sacrifici, si vuole innestare un processo virtuoso di sviluppo. Tale processo si mette in moto con appropriati investimenti e stimoli delle attività produttive.
 
Per venire al Belpaese, radiografando la spesa corrente da Nord a Sud, ci accorgiamo che proprio nel Meridione essa è quasi doppia di quella del Nord. Sarà dunque inevitabile che i tagli colpiranno tale spesa improduttiva e spesso clientelare per riportare i parametri a quelli del Nord. Bisognerà evitare che i tagli siano orizzontali. Per far ciò è necessario modulare l’operazione chirurgica in modo da eliminare le sacche di sprechi, gli inutili costi della politica (tagliando le province e numero di parlamentari, auto blu, consulenti e annessi).
La spesa corrente si è dilatata al Sud soprattutto per effetto di un metodo sbagliato di ricerca del consenso, basato sullo scambio tra voto e bisogno. Un processo a vite senza fine che ha avuto come effetto l’arretramento delle otto regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali. Il divario non solo non diminuisce ma aumenta.

Ribadiamo ancora per l’ennesima volta che, per ogni miliardo destinato allo sviluppo, si mettono in moto 10 mila posti di lavoro. È perciò in questa direzione che si deve muovere la spesa pubblica qui in Sicilia. La Regione non deve dare contributi ma prendere a proprio carico interessi di finanziamenti a progetti imprenditoriali, lasciando al sistema bancario la valutazione degli stessi. Due comportamenti che, se attuati immediatamente, possono mettere nelle condizioni di invertire a “U” la linea sciagurata fin qui seguita da tutti i governi regionali del dopoguerra.
Bisogna mettere a reddito subito,  mediante progetti cantierabili, il ricchissimo patrimonio archeologico, ambientale, culturale, paesaggistico. Bisogna intervenire con stimoli e finanziamenti alla ricerca nel settore agricolo, in quello industriale e dei servizi avanzati. Bisogna spendere efficacemente le centinaia di milioni della formazione per insegnare ai partecipanti quelle competenze in modo da renderli idonei al mercato. Ecco alcune indicazioni sulle quali governo e maggioranza regionali dovrebbero prendere subito adeguate iniziative.
Mar
17
2010
Si certifica con rassegnazione che i cervelli che si addestrano in Sicilia se ne vanno perché qui non riescono a trovare corrispondenza in attività adeguate. Questo è vero in parte. Infatti, nella nostra Isola vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro per le quali non si trovano persone addestrate. Se non c’è corrispondenza fra domanda e offerta nel mercato professionale, ci saranno pure delle cause. Proviamo a elencarne alcune.
La prima è che scuola, Università e formazione regionale non producono competenze, vale a dire non insegnano ai propri allievi il saper fare, per cui si formano decine di migliaia di giovani carichi di attestati pari a carta straccia. Una seconda causa riguarda l’incapacità, da parte della pubblica amministrazione regionale, di avere un’efficace organizzazione che consenta a domanda e offerta di incrociarsi. Il direttore regionale dell’assessorato al Lavoro, Giovanni Lo Bue, nel forum del 9/4/2009 ci diceva che in tutti i vari uffici dislocati nelle nove province ci sono circa duemila addetti per questa funzione. Ma nessuno se ne accorge.

Una terza causa riguarda le organizzazioni imprenditoriali, le quali dovrebbero fare un censimento dinamico e continuativo col proposito di pubblicare sui quotidiani le richieste di figure professionali necessarie alle singole  imprese.
Una quarta causa riguarda ancora l’amministrazione regionale che dovrebbe convertire l’inutile formazione - che costa 250 milioni alla Regione e utilizza altri 250 milioni del Fondo sociale europeo (mille miliardi di lire) - con una formazione da effettuarsi all’interno delle imprese che hanno bisogno di competenze.
Certo, questa manovra farebbe perdere il lavoro a tanti inutili formatori e risparmiare alla Regione decine di milioni. Ma, si sa, le cose positive vengono accantonate per servire un’azione demagogica e improduttiva. Le risorse finanziarie nel settore non sono poche e, se utilizzate al meglio, darebbero risultati non indifferenti. Ora si tratta di passare da un sistema improduttivo e sprecone ad un altro efficace che miri ai risultati, senza dei quali le parole sono inutili e servono solo ad ingannare l’opinione pubblica.
 
I talenti sono beni preziosi, altrettanto preziosi dei beni culturali e paesaggistici di cui la nostra Isola è riccamente dotata. Bisogna cercarli, valorizzarli e trattenerli qua fornendo loro opportunità sia nel settore pubblico che in quello privato. Quest’ultimo ricerca i talenti e li utilizza. Il primo, invece, non solo non cerca i talenti ma mette in ombra quelli che si trovano al proprio interno. Il che ci fa capire come tutta la pubblica amministrazione regionale e locale sia attestata su profili bassi e su livelli insufficienti.
Una pubblica amministrazione lungimirante dovrebbe essere sorretta da un ceto politico altrettanto lungimirante al fine di investire nella scoperta e nel sostegno dei talenti fin da quando questi si trovano nei vari livelli delle scuole. E sostenerli fino al conseguimento di laurea e master per poi inserirli direttamente nei vertici ove potrebbero maturare quell’esperienza necessaria a farne dei valenti dirigenti.
Come sempre, occorre progettare il futuro che passa attraverso l’acquisizione di conoscenza e l’utilizzo di professionalità del più alto livello possibile.

Una selezione in base al merito, come prima descritto, comporta inevitabilmente una conseguenza: cacciare le teste vuote. Non solo quelle che non possiedono materia grigia, ma anche le altre che pur possedendola non hanno la voglia di usarla o, per contro, la usano per attivare meccanismi parassitari idonei a succhiare il sangue dalla Cosa pubblica.
è sempre il ceto politico che ha la prima responsabilità di attuare una linea che premi chi merita e sanzioni chi non merita. La linea di demarcazione tra merito e demerito è inoppugnabilmente indicata nei risultati che si conseguono. è da essi che si deduce la responsabilità di chi opera, distinguendo con chiarezza e trasparenza l’efficacia o l’inefficacia dell’azione. I principi prima enunciati sono semplici, facili da comprendere, ma un po’ più difficili da attuare. Ma si può fare, se chi ha responsabilità, nei settori pubblico e privato, attua senza esitazione una modalità che distingua i capaci dagli inetti.
Feb
13
2010
Sindacati e parti politiche si sono sclerotizzati su due questioni, apparentemente non collegate: la Fiat di Termini Imerese e il rigassificatore nel Triangolo della morte. La loro testardaggine nel difendere l’industria pesante in una regione che ha vocazione per l’industria blu (turistica) e l’industria verde (economia da fonti rinnovabili) dimostra una forte miopia, perché si tratta di attività mature che non hanno futuro. Ci spieghiamo meglio.
A Termini Imerese, uno stabilimento per la produzione di auto è del tutto fuori contesto. Sembra anche fuori luogo il tentativo della partecipata regionale al 49% (Cape-Regione siciliana Sgr Spa) di fare l’industriale, perché la Regione ha il compito di promuovere attività e lavoro produttivo, non quello di esercitarlo direttamente.
Vi sono colossi mondiali come Renault, Mercedes, Toyota, che quest’anno immetteranno sul mercato auto elettriche in forze. Come può pensare una piccola azienda di reggerne la concorrenza?

È chiaro che il ministro Scajola sta facendo a’ mujna. Dispiace che a reggere questa farsa sia il Governo Lombardo, che dichiara di mettere a disposizione di un’attività non competitiva e senza futuro ben 350 milioni di euro. Con un somma inferiore, tutto il territorio potrebbe essere riqualificato, trasformato e reso idoneo ad insediamenti turistici.
Luca di Montezemolo, presidente Fiat, Ferrari ed ex presidente Fieg (Federazione italiana editori giornali) ha confermato la nostra previsione e cioè che la multinazionale torinese è disposta a cedere l’insediamento a costo zero.
La questione dei dipendenti è falsa, perché metà di essi è quasi pronta per la pensione e dunque non soffrirebbe nulla dalla perdita del lavoro. L’altra metà  può essere riconvertita nelle nuove attività dell’industria blu e, in ogni caso, il Governo regionale può appellarsi alla legge Alitalia.
L’insediamento turistico-alberghiero assorbirebbe ben più dei duemila dipendenti attuali, tra diretti e  indiretti, di SicilFiat, con prospettive di sviluppo ben diverse da quelle di un’industria morta e sepolta.
 
L’altra farsa sul teatrino della Sicilia riguarda il rigassificatore di Priolo-Melilli. La finta di Garrone e Shell, pronte a lasciare la Sicilia, colpisce per la pochezza delle argomentazioni, laddove qualche giornalista plaudente afferma che è addirittura a rischio l’intero polo industriale.
È a rischio, invece, la salute di decine di migliaia di cittadini, non solo quelli del Triangolo della morte (Priolo, Melilli, Augusta) ma anche gli altri della bellissima città di Siracusa.
Ricordiamo che, secondo l’Istat, nel capoluogo aretuseo le polveri sottili (PM10), nel 2008, hanno superato la soglia minima per ben 321 volte contro le 35 consentite.
Non solo la questione del rigassificatore deve considerarsi definitivamente cancellata dall’agenda del Governo regionale, con tanti saluti alla Jonio Gas, ma la Regione deve intervenire energicamente per obbligare tutte le raffinerie di quel territorio a convertire i loro impianti in modo che utilizzino prodotti vegetali, anziché fossili.

I tre assessorati regionali (Territorio e Ambiente, Energia e Attività produttive) devono porre con urgenza a tutte le centrali termoelettriche la sostituzione dei macchinari che alimentano il processo produttivo, in modo da usare il gas piuttosto che il petrolio, per abbattere di dieci volte l’inquinamento.
I petrolieri comincino a tremare di fronte all’offensiva dell’opinione pubblica e all’azione di governo, per imporre l’utilizzo di fonti rinnovabili al posto del dannatissimo liquido nerastro.
L’Unione petrolifera minaccia la chiusura di cinque raffinerie, con 7.500 posti a rischio sparsi in tutta Italia. Ma a nessuno dei ricchissimi petrolieri passa per la testa di convertire i loro impianti per produrre biocarburanti. Loro vogliono solo staccare grossecedole per sé e gli azionisti delle società, a danno dei cittadini.
Se il Governo nazionale vuole tollerare questi comportamente egoistici e corporativi, lo faccia nella Penisola. Qui da noi l’Autonomia impone al presidente Lombardo di stare dalla parte dei siciliani che lo hanno eletto.
Feb
12
2010
La bulimia degli incarichi cresce a ritmi esponenziali. Nel passato raramente un parlamentare diventava sindaco, oggi anche i ministri vogliono diventarlo. Presidenti di Provincia che fanno gli eurodeputati (ma quando trovano il tempo per fare bene i due mestieri?),  deputati inseriti in consigli di amministrazione con palese conflitto di interesse fra controllante e controllato. Mogli e amanti con incarichi pubblici, veline inserite in liste elettorali e poi elette. Un lungo elenco che la dice lunga su una classe politica incapace di seguire esempi cristallini di chi ha senso dello Stato, dignità e responsabilità.
I famigli, gli amici degli amici, i parenti dilagano fra i ceti dirigenziali amministrativi, nei gabinetti degli assessori, nei consigli di amministrazione di società partecipate. A nessuno dell’entourage si nega un incarico ed il relativo compenso. Le consulenze si moltiplicano e fanno moltiplicare i costi in tutti quegli enti pubblici ove non ve ne sarebbe bisogno.

Il malcostume dilagante non tiene in alcun conto la necessità di gestire i soldi dei contribuenti in maniera corretta, in modo che la spesa sia efficiente e raggiunga gli obiettivi dei programmi che la politica stabilisce.
Come si misura l’efficienza della spesa? Attraverso il conseguimento dei risultati. Solo essi dicono la verità sulla competenza e sulla capacità dei dirigenti di organizzare bene i dipartimenti loro affidati col giusto impiego di figure professionali. Occorre un quadro equilibrato e dotato di strumenti anche informatici, soggetto ad un rigoroso controllo di gestione, che verifichi ogni sera se sia stata raggiunta quella porzione di risultato che sommata alle seguenti, dà il risultato finale.
Lo Stato non deve gestire, ma fissare le regole generali, che tutti i membri della comunità devono osservare, per demandare alle Regioni l’amministrazione dei territori e queste ultime alle istituzioni primarie che in uno stato moderno sono i Comuni.
Proprio gli enti locali sono i sensori del territorio, conoscono bene le esigenze dei propri cittadini e, in un quadro di interessi generali, devono prendere decisioni per tutelare coloro che vi abitano.
 
Gli 8.091 comuni d’Italia sono una enormità se paragonati ai 3.000 della Francia. Si comprende benissimo l’esigenza di piccole comunità di montagna di tutelare la loro specificità. Non è giustificata, invece, l’esistenza di comuni di qualche centinaio di abitanti dove sindaco, pochi assessori e consiglieri sono tutti parenti.
In questo scenario non si comprende neanche la presenza nell’attuale forma delle Province regionali che tutti, a parole, vogliono abolire. In Sicilia, poi, vi è il grande scandalo di una legge regionale (L.r. 9/86) che ha istituito le Province regionali in una forma non prevista dall’articolo 15 dello Statuto costituzionale.
Infatti, il secondo comma precisa che “L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi consorzi comunali...”. In nessuna parte di esso è menzionata la parola province. Tagliare le province siciliane, così come istituite, significa eliminare uno spreco di 1,1 miliardi di euro e semplificare la gestionedel territorio. 

La recente legge sul federalismo (42/09) ha impostato il decentramento delle funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e ai Comuni. Un modo per avvicinare il controllo dei cittadini sulle istituzioni locali e sulle loro spese, in modo che essi siano nelle condizioni di controllare il rapporto fra imposte pagate e qualità dei servizi resi.
Non sappiamo se, in parallelo con questa importante riforma istituzionale, governo e maggioranza, anche con l’ausilio dell’opposizione, procedano ad un forte dimagrimento dell’apparato centrale. Diversamente, la spesa pubblica è destinata a gonfiarsi per il raddoppio delle funzioni.
Portare verso il territorio l’amministrazione delle spese dovrebbe, in via parallela, tagliare la famelicità di tanti soggetti politici nell’accumulare doppi incarichi o incarichi familiari, in modo che siano separate le responsabilità ai diversi livelli.
Attendiamo la seconda legge sul federalismo che dovrebbe essere basata su costi standard e sugli standard di efficienza.
Gen
27
2010
È nota la nostra posizione secondo la quale la decisione della Fiat del 2007 di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese era irrevocabile. Male hanno fatto i Governi Cuffaro e Lombardo a pietire un’inutile sopravvivenza di una struttura fatiscente, non competitiva e senza alcun futuro.
Comprendiamo perfettamente le ragioni umanitarie, secondo le quali bisogna salvare il reddito dei dipendenti e delle loro famiglie, non solo, ma anche quello di tutti i lavoratori dell’indotto, per un totale di circa 2000 unità che con i loro familiari possono arrivare a sei o settemila persone.
La soluzione è già esistente, basta utilizzare per questa vicenda la legge Alitalia, che è stata approvata modificando la legge Marzano e altre precedenti. Ricordiamo che cosa essa prevede: corrispondere l’ottanta per cento dello stipendio ai cinquemila dipendenti che dall’operazione sono risultati in esubero, per condurli fino alla soglia della pensione.

I più giovani, che comunque con questo percorso non vi arrivano, avranno avuto abbondante tempo per trovare altre soluzioni lavorative. Dunque, il caso Termini è risolvibile senza umiliarsi. Il Governo Lombardo chieda con forza l’applicazione della legge Alitalia per risolvere il giustissimo problema dei dipendenti diretti e indiretti, ma pensi con grande determinazione a un progetto di ampio respiro e di alto profilo, come abbiamo più volte suggerito, per trasformare il territorio verso l’industria blu (turismo), nel quale si potrebbero convertire professionalmente i lavoratori di Termini.
Vorremmo non sentire più parlare di questa vicenda, nè della disperazione di tanti dipendenti che si arrampicano sui tetti e sulle gru, giustamente, per proteggere la sopravvivenza loro e dei propri cari. Non è tentando inutilmente di forzare la mano a Marchionne che il problema si risolve.
La strada delle cordate per costruire ipotetiche auto ecologiche in collaborazione con ipotetici costruttori indiani (o pellerossa) è abbastanza lontana dalla concretezza, mentre tutti i dipendenti continuano a sopravvivere a malapena con le loro buste paga dimezzate, lavorando due settimane al mese, anche se la differenza viene compensata dalla Cassa integrazione.
 
Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’insufficienza della fantasia e della attività concreta di chi ha responsabilità istituzionali. Abbiamo salutato positivamente la rapidità con cui il presidente eletto direttamente dai siciliani e non dai deputati (finalmente questo concetto è entrato nell’opinione pubblica dopo che vi abbiamo battuto per moltissimo tempo) ha risolto la crisi mediante la nomina di assessori cui ha dato la delega in base al nuovo disegno delle 13 branche amministrative della Regione (presidenza più 12 assessorati).
Abbiamo sottolineato positivamente anche la rapidità con cui prima il Lombardo-bis ha nominato i 17 Dg di Asp e Aziende ospedaliere e poi il Lombardo-ter con la nomina di 26 Dg (due, Gelardi ed Emanuele, hanno un doppio incarico), nonché i Dg degli Uffici speciali. La macchina politico-amministrativa è pronta per far fare alla sua azione un balzo di qualità indispensabile per intraprendere finalmente la strada della crescita. 

Interpelliamo direttamente l’assessore al Turismo, Nino Strano, affinché insedi una task-force per lo studio e la realizzazione in tre mesi di un progetto complessivo relativo a insediamenti turistici nel territorio di Termini Imerese, tenuto conto che colà può essere realizzato anche un porto turistico. Il progetto ovviamente deve prevedere anche campi da golf e villaggi e dev’essere portato in giro per il mondo in una road-show che attiri concretamente l’interesse di investitori, senza escludere quelli italiani. Chi offre di più, vince.
Resta il nodo della proprietà Fiat. Su questo punto il Governo regionale deve mostrare i muscoli, chiedendo che tutto il territorio venga messo a disposizione del progetto turistico a un prezzo simbolico, tenuto conto degli innumerevoli finanziamenti che la fabbrica ha ottenuto nel corso dei decenni. E siamo convinti che di fronte a una richiesta ragionevole, Montezemolo e Marchionne non farebbero gli avari. La soluzione prospettata è cristallina. Attendiamo risposte o una soluzione migliore, purché sia produttiva di ricchezza e non di lamenti umilianti.
Gen
26
2010
L’Istat dice che in Sicilia vi è il massimo della disoccupazione giovanile, mentre dalle nostre elaborazioni, più volte pubblicate, risulta che vi sono oltre 22 mila oppportunità di lavoro, a bocce ferme.
Non appena comincerà l’attiva costruzione del Ponte sullo stretto verranno assunte 10 mila persone. Se la Regione tagliasse la spesa corrente improduttiva e sprecona per alcuni miliardi, come abbiamo già dimostrato (e continueremo a fare) nelle nostre inchieste, si metterebbero in moto altre decine di migliaia di opportunità di lavoro. Basta attivare l’industria blu turistica e quella verde ambientale. 
Alla Sicilia la concorrenza di India e Cina fa un baffo, perché nessuna delle due emergenti potenze economiche si trova al centro del Mediterraneo, l’ombelico del mondo, né possiede le ricchezze archeologiche, paesaggistiche e ambientali della nostra Isola. La quale potrebbe diventare anche il centro del Mediterraneo come modello ecologico della produzone di energia, della nuova edilizia biocompatibile e di tutte le attività che in atto generano inquinamento, ma che potrebbero essere convertite in attività compatibili con l’ambiente.

Ci riferiamo alle attività agricole per la produzione dei biocarburanti e ai servizi avanzati ad alto valore aggiunto che possono essere utilizzati in qualunque parte del mondo.
Perché si ribalti l’asfittico funzionamento dell’economia isolana e diventi un processo dinamico di produzione di ricchezza, occorre esaltare talenti ed eccellenze in tutti i settori, compreso quello pubblico.
Vi è una linea di fondo da seguire: accettare che l’industria pesante se ne vada, perché qui non è competitiva, e sostituirla tempestivamente con progetti di investimenti che prevedano la conversione professionale degli addetti.  Nel periodo di transizione deve essere richiesta e ottenuta l’applicazione della legge Alitalia in modo da sostenere concretamente i redditi di quei dipendenti che dovranno transitare dal passato al futuro.
Quindi via la Keller e la Fiat. Benvenuta Orient Express e Hna, la compagnia cinese che intende investire in Sicilia in infrastrutture.
 
Come si selezionano talenti ed eccellenze? Attraverso processi valutativi di professionisti giovani e meno giovani che sono in Sicilia, anche non siciliani. Questi devono essere inseriti in progetti di vario genere, nei settori più volte elencati, in modo da far correre l’economia regionale.
In altre parole, è indispensabile inserire dosi massicce di merito e qualità in tutte le attività pubbliche e private accentuando la responsabilità dei project leader che devono rispondere non a padrini politici o di altra natura, bensì al mercato, esclusivamente in base ai risultati.
Merito, talenti, eccellenza, qualità e responsabilità sono valori che rendono competitivi i soggetti, in modo da mettere in moto la concorrenza tra settori diversi. Il tutto in un ambiente trasparente nel quale i cittadini possano riconoscere immediatamente chi merita e chi demerita. Non è facile ma si  può fare.

Non è facile, perché in Sicilia esistono ancora i famigli, perché la bravura e la competenza non vengono considerati valori primari, perché gli asini anziché essere alloggiati nelle rispettive stalle sono nelle stanze dei bottoni, che utilizzano maldestramente e solo a favore dei propri padroni.
Non è facile, perché tanti bravi imprenditori, dirigenti pubblici e professionisti non corrono in condizione di parità con altri e vengono superati in base all’appartenenza. Una condizione che distrugge le forze buone ed esalta quelle cattive.
Bisogna approfittare delle sentenze esemplari della magistratura contro il clientelismo e dei molti colpi messi a segno dalle Forze dell’Ordine contro la criminalità organizzata perché l’allentamento dell’asfissiante pressione sulla società consenta di far elevare il sistema.
I tanti feudalesimi siciliani hanno impedito in questo dopoguerra uno sviluppo pari a quello medio nazionale. Il governo Lombardo ha l’ingrato ma entusiasmante compito di togliere tante incrostazioni. Le prossime riforme diranno se è stata invertita la tabella di marcia.
Gen
20
2010
La questione della Fiat di Termini Imerese è diventata stucchevole e umiliante. Ancora una volta stiamo dimostrando che i siciliani hanno l’anello al naso. Questo non è vero, ricordando l’orgoglio delle nostre tradizioni che affondano in una cultura millenaria. I comportamenti debbono però essere conseguenti, smettendo di tendere la mano per chiedere l’elemosina. Noi, qui in Sicilia, abbiamo la progettualità e la capacità per interfacciarci col mondo intero, spendendo al meglio le risorse finanziarie, umane e professionali di cui disponiamo e utilizzando quelle che nel mondo esistono, basta trovarle.
Riepiloghiamo brevemente la questione. La Fiat ha dichiarato, fin da giugno del 2007, che lo stabilimento dell’area termitana andava chiuso, perché data la sua piccola dimensione e data la sua ubicazione territoriale non era conveniente costruire auto, il cui costo unitario era stimato in circa mille euro in più rispetto a quello di altri stabilimenti industriali.

L’allora Governo Cuffaro, per ragioni meramente clientelari, dichiarò di mettere a disposizione della Fiat centinaia di milioni di euro purché non chiudesse lo stabilimento. Senza comprendere che la questione posta dalla multinazionale torinese non riguardava l’aspetto strutturale, bensì il costo di produzione.
La Fiat, tuttavia, ha messo a disposizione quasi cinque anni di tempo perché si desse una soluzione alla questione. Infatti, dal 2007 al 2011, c’era (e c’è) il tempo per procedere in questa direzione. Continuare a insistere, da parte del Governo Lombardo, perché resti aperto uno stabilimento improduttivo è un comportamento semplicemente inutile, perché va contro il mercato e il buon senso.
L’indirizzo verso cui bisogna andare, invece, è quello di trasformare uno stabilimento improduttivo in un insediamento che produca ricchezza. Lo stesso Governo Lombardo ha dichiarato, attraverso il proprio assessore Venturi, di mettere a disposizione centinaia di milioni di euro che non ha. Ma se li avesse, dovrebbe investirli nel territorio per cambiarne la destinazione, in direzione dell’industria blu (il turismo).
 
Si tratta di redigere un progetto complessivo da mettere all’asta internazionale e presentarlo nelle piazze finanziarie più importanti d’Europa, dell’Asia e del Nord America, per attirare investitori in questo territorio. L’ipotesi prima indicata è stata da noi pubblicata numerose volte, anche in coincidenza con la firma del contratto che la Fiat ha redatto col governo serbo, per costruire uno stabilimento da 200 mila veicoli l’anno a Kragujevac con la vecchia fabbrica Zastava. Con quel contratto la Fiat ha ottenuto contributi rilevanti, nonché sostiene un costo di manodopera pari a circa un terzo di quello di Termini Imerese.
La politica economica del Governo Lombardo deve indirizzarsi verso i due grandi filoni di sviluppo di attività che producano ricchezza, e precisamente verso l’industria verde e verso l’industria blu. Con queste due linee si mette in moto un moltiplicatore che fa rendere molte volte gli investimenti.

L’industria verde comprende quel complesso di attività economiche che utilizzano prodotti vegetali e il sole per produrre energia. La Camelina e la Jatropha Curcas sono due fra le tante piante che possono essere coltivate per produrre biocarburante.
A questo riguardo, la Regione deve aprire una trattativa con le otto raffinerie del Triangolo della morte per convertire la prima parte della filiera produttiva, in modo che essa possa essere alimentata da prodotti vegetali e non fossili, arrivando a un drastico taglio delle forniture di petrolio e del relativo inquinamento.
Ricordiamo ai responsabili della politica economica della Regione che, per ogni miliardo investito in attività produttive, si mettono in moto diecimila opportunità di lavoro. Conseguentemente, nessuno deve pensare di spendere soldi se la conseguenza positiva non sia quella di ottenere nuovo lavoro. Questo avviene anche perché si utilizzano sistemi sempre più innovativi e digitalizzati.
Urge dare competitività al sistema economico siciliano, che in atto è fortemente carente perché è abituato a dipendere dalla greppia pubblica. Occorre un’inversione di mentalità e una spinta corale fra pubblico e privato, per andare verso il futuro e non restare schiavi del passato.
Nov
19
2009
Con la nomina di Pietro Ciucci, attuale presidente dell’Anas e amministratore delegato della Società dello stretto spa, a commissario straordinario per le opere preliminari del Ponte, si completa il quadro operativo perché la posa della prima pietra non abbia caratteristiche formali.
Ciucci è un manager di grande valore. Ci siamo più volte incontrati con lui in occasione dei forum e gode della stima dell’establishment politico e burocratico.  Riteniamo che la sua guida porti all’inaugurazione della magnifica opera e quindi alla sua utilizzazione  da parte di veicoli e treni.
L’importanza del Ponte riguarda soprattutto l’effetto traino perché non c’è dubbio che sarà gioco forza modernizzare la rete ferroviaria Salerno-Villa San Giovanni, e quella siciliana, atteso che l’ammodernamento dell’autostrada Sa-Rc dovrà essere completato entro il 2013, sempre sotto la guida di Ciucci.

Una parte degli abitanti della provincia di Messina non si è resa conto di ricchezza e occupazione che arriveranno in quel territorio a cominciare dal 2010. Ricchezza e occupazione che incrementeranno mese dopo mese, fino ad andare a regime quando all’infrastruttura lavoreranno oltre 10.000 persone in massima parte della provincia stessa.
Questa gente dovrà alloggiare, mangiare, trascorrere i fine settimana (per coloro che provengono da fuori provincia). Accoglieranno in qualche caso i propri cari. Tutto questo metterà in moto un volàno economico di servizi, di B&b ed alberghieri, di ristorazione, di accoglienza, dell’artigianato e del commercio, nonché servizi ludici.
Il general contractor (la cordata guidata da Impregilo) gestirà a valle moltissime imprese, anche in questo caso locali, che si occuperanno non solo della costruzione dei due immensi pilastri di 400 metri di altezza, ma anche dell’assetto del territorio e delle innumerevoli opere di raccordo fra lo stesso ed il manufatto. Poi vi sono le opere a più alta qualificazione professionale, il vero e proprio Ponte sospeso, ove interverranno tecnologie di primo livello e quindi vi potrà essere un trasferimento di competenze anche alla manodopera locale.
 
In questi 30 anni abbiamo partecipato a decine di manifestazioni sul Ponte, abbiamo pubblicato centinaia di articoli, ci siamo occupati di questa infrastruttura seguendo gli indirizzi dei diversi governi, i cui esponenti si riempivano la bocca sulla materia pro e contro. Saremo presenti il 23 dicembre, data di posa della prima pietra, e vorremmo scaramanticamente prevedere di essere presenti il primo gennaio 2017.
Per completezza di informazione dobbiamo ricordare che l’allora vice presidente del Consiglio, Francesco Rutelli, aveva pomposamente dichiarato che il Ponte sarebbe stato inaugurato nel 2012.
Fra le fandonie messe in giro da persone con interessi privati al riguardo, vi è quella più grossa che riguarda lo stanziamento delle risorse, i circa 6 miliardi occorrenti per la sua costruzione. La verità è che di essi, circa un quarto graverà sulle casse dello Stato, un’altra parte su Anas spa e Fs spa, solo un’infinitesima parte sulle Regioni Sicilia e Calabria, azioniste della Stretto di Messina spa e la maggior parte mediante project financing, cioè capitali privati che verranno rimborsati  dai pedaggi autostradali e ferroviari.
 
Il piano finanziario messo a punto da Ciucci è preciso e dettagliato. Gli studi effettuati dalla Società dello Stretto su tutti gli altri aspetti molto importanti, dagli effetti di possibili terremoti a quelli di venti e maree, hanno fornito dati inoppugnabili, quantomeno alla luce delle diconoscenze e tecnologie attuali. è stato fatto perfino lo studio sul movimento dei pesci nello stretto perché alcuni sconsiderati paventavano che il Ponte potesse disturbare il loro transito.
Se ne sono dette di tutti i colori contro il Ponte da gente incompetente o faziosa, stimolata dagli interessi di parte. Non diciamo che è cosa fatta, ma sottolineamo che vi sono tutte le caratteristiche ed i requisiti perché il lavoro cominci e finisca per tempo.
Ott
27
2009
La poltrona di Quintino Sella (1827-1884), il non dimenticato ministro delle Finanze del governo Rattazzi, è occupata attualmente e provvisoriamente dal ministro Tremonti, buona intelligenza seppure furbesca. L’interrogativo è perché abbia esclamato urbi et orbi: “Il posto fisso è un valore”? Che cavolo voleva dire, di che valore si tratta, come si combina questa esternazione con l’andamento di tutto il mondo sviluppato verso un mercato flessibile? Un mercato nel quale le porte girevoli consentono una facile uscita dai rapporti di lavoro e un’altrettanta facile entrata?
Non pensiamo per nulla che Tremonti sia diventato sovietico, né memore dei regimi comunisti, i quali prevedevano che tutti i cittadini fossero dipendenti dello Stato, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo.
Si è trattata, a noi sembra, di un’uscita demagogica, più per creare turbativa all’interno del Partito democratico, che non per dare un’indicazione politica al popolo italiano.

Prima, Giacomo Brodolini (1920-1969), che fece approvare lo statuto dei lavoratori (legge del  1970), poi Gino Giugni (1927-2009), quindi Marco Biagi (1950-2002) hanno fatto approvare sensibili riforme del mercato del lavoro. Biagi ha inserito il principio della flessibilità che non coincide per nulla con quello della precarietà.
Infatti, in un mercato del lavoro che funzioni, la domanda e l’offerta si debbono equivalere. Per cui, i governi nazionali e regionali, devono creare le condizioni di un equilibrio che consenta a qualunque lavoratore-professionista di cambiare mestiere e a qualunque impresa di cambiare il proprio dipendente.
Si dirà, nel Mezzogiorno queste condizioni non ci sono. Chi è dentro un posto di lavoro se lo tiene stretto. Vero, ma questa situazione è frutto dell’incapacità di un ceto politico che basa la raccolta del consenso sul clientelismo e non sulla realizzazione di progetti strategici di alto profilo.
 
D’altra parte, chi lavora a qualunque livello, dall’operatore ecologico (netturbino) al dirigente di dipartimento, ha l’obbligo di formarsi continuamente per apprendere le cognizioni professionali necessarie ad accrescere le proprie competenze ed essere pronto a rispondere ad offerte di lavoro sempre più qualificate che compaiono sui quotidiani.
Un’azienda di ponti telefonici deve assumere 100 tecnici in Sicilia ma non li trova. Un’azienda di serramenti di Grammichele (Ct) cerca ingegneri ed architetti specializzati, ma non li trova. Ci sono centinaia di aziende che cercano personale qualificato, ma non lo trovano. La nostra stessa azienda assume immediatamente 10 venditori professionisti, ma non li trova.
Al contrario vi sono migliaia di precari pubblici senza competenze, entrati nella Pa per raccomandazione e non per concorso, fottendo in tal modo gli altri siciliani che non hanno avuto il cattivo politico a raccomandarli. 
 
Di che parla il sovietico Tremonti, che cazzata dice, quali consensi vuole acquisire? Tanto nessuno gli crede, capiscono che si tratta di un fanfarone che spara minchiate come il coniglio al margine del bosco.
Il ministro dell’Economia sa benissimo che la flessibilità aumenta le occasioni di lavoro. Il posto fisso, invece, le fa diminuire. Fa specie vedere il presidente del Consiglio che gli tiene il sacco, pur sapendo che una declamazione di questo genere è contraria a una linea liberale e riformista di un governo di centro destra.
Per ciò stesso, il Cavaliere avrebbe dovuto chieder le dimissioni del prode Giulio. Il quale, non sembri azzardato, ha urlato per prendere le distanze proprio dal suo capo, come per altro in precedenza aveva fatto Fini. Se l’Uomo di Arcore vuole tenere la nave in rotta deve chiarire ai suoi sodali che possono parlare di tutto, ma il tutto deve stare dentro la linea politica del programma di governo approvata dagli italiani nell’aprile 2008.
Set
24
2009
Riceviamo molte email di precari della Regione, di enti locali e della scuola, i cui toni sono risentiti perché a loro avviso noi abbiamo riportato sotto una luce diversa la questione.
Vediamo qual è. Nel corso di decenni, negli enti pubblici siciliani un ceto politico di scarso livello ha fatto entrare decine di migliaia di persone, seppur con contratti a tempo determinato. Nella scuola, a parte le supplenze per le quali vigeva il principio delle raccomandazioni, molti giovani hanno cominciato a racimolare punti e ad approfittare di leggi clientelari approvate dai diversi governi sotto la spinta del sindacato, venendo così incontro alle aspettative di chi voleva entrare in questa branca della Pa. Lo stesso è accaduto  nelle altre regioni meridionali.
Ma dall’Umbria in su non c’è un solo precario, né nelle Pa, né nella scuola. Anzi, in quest’ultima vi sono vistosi buchi nell’organico perché non c’è convenienza economica ad andare ad insegnare.

Nessuna delle mail che riceviamo smentisce i fatti sopra riportati. Dunque, essi costituiscono la realtà.
Fra i giovani che volevano entrare a scuola ve ne erano tantissimi vocati, ma altrettanti che pensavano di sistemarsi con uno stipendio, seppur modesto, indipendentemente dal lavoro e dalla sua qualità. La questione si sposta sui mancati controlli dell’insegnamento e della sua efficacia. Nel nostro Paese, chi entra nella Pa ne esce solo per andare in pensione. In tutti gli altri Paesi, quando non si raggiungono i risultati si viene cacciati.
È ovvio che selezionando il personale in base al merito, chi rimane dentro debba essere pagato di più. Ma rimane dentro solo il personale necessario. Nella scuola italiana invece, a forza di far entrare precari, pur con i concorsi bloccati, al 2008 vi era un esubero di 100.000 buste paga, cioè persone che non servono al Piano organizzativo di produzione dei servizi.
 
Nelle amministrazioni siciliane, regionali e locali, la questione è peggiore, lo abbiamo scritto più volte, perché qui addirittura nessuno dei precari ha racimolato punti, ma è stato chiamato dai responsabili della Pa per impulso di uomini politici che così scambiavano la collocazione di un loro galoppino con il voto suo e dei suoi familiari e amici.
è per questa ragione che abbiamo definito i precari siciliani come privilegiati. Non uno di essi che legge questi editoriali ha mai smentito di essere stato chiamato, uno o 10 anni fa, sol perché il tal uomo politico lo aveva fortemente raccomandato.
Sotto la spinta dell’opinione pubblica è venuta fuori la verità che nessuno di essi osa smentire. è venuto il momento di confessare, perché da questo punto si possa ricostruire un corretto rapporto tra Pa e cittadini, il quale non discrimini tra quelli raccomandati che entrano nella Pa e gli altri che restano impotenti senza partecipare ai concorsi che non vengono più banditi.

Precario, dicci chi ti ha fatto entrare. Comprendiamo le tue aspettative, comprendiamo che pensi di rimanere dove ti trovi. Tutto ciò è umano, ma è fuori dalla realtà siciliana.
Sarebbe molto più logico che ti alzassi dal terreno dei luoghi comuni e ti guardassi in giro per vedere dove è il lavoro in Sicilia, che c’é. Certo, ti porrai il problema di non avere le competenze, che le attività produttive richiedono, ma le competenze si possono accumulare con un percorso formativo serio, (non certo quello proposto dalla Regione) e con la voglia di diventare un professionista capace e desiderato dal mercato stesso.
Spero questa volta di aver fatto emergere l’intento positivo e costruttivo di queste analisi. è chiaro a tutti, ormai, che non uno di questi precari potrà essere stabilizzato, per il semplice motivo che non ci sono più risorse. La strada per risolvere il problema non è chiedere, chiedere e chiedere un posto, ma quella di formarsi per il lavoro che in Sicilia, lo ripetiamo, c’è ed è abbondante. Naturalmente solo per i competenti.
Peraltro, i responsabili delle istituzioni regionale e locali hanno chiaro questa realtà in quanto sono costretti dal patto di stabilità a stare dentro i binari del rigore e, d’altro canto, sanno di avere il doppio del personale di una qualunque analoga amministrazione del Nord Italia. La strada è obbligata. Non c’è scelta.
Set
15
2009
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri mercoledì 9 settembre, prevede all’articolo 16, per i contratti a tempo determinato dei precari, che “non possono in alcun caso trasformarsi in rapporto di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utili ai fini contributivi…”.
Il divieto che precede, si somma all’art. 49 della L.133/08 che vieta la trasformazione dei contratti a  tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Dopo 30 anni e più di utilizzazione della pubblica amministrazione statale, regionale e locale come sfogo per il clientelismo della bassa politica e ammortizzatore sociale, l’introduzione dell’euro e la crisi del 2008, costringono Governo nazionale, giunte regionali e sindaci, a chiudere definitivamente questo iniquo capitolo che ha visto discriminati i cittadini “normali” da quelli “privilegiati”.  Chi sono stati i cittadini “privilegiati”? Quelli entrati nelle Pa per intervento diretto dei cattivi politici.

Quando i precari della scuola, quelli della Regione e dei Comuni, quasi tutti nel Sud e in Sicilia, si lamentano di essere stati tagliati fuori dal sistema, per esubero di dipendenti, dimenticano che non sono entrati dalla porta principale, cioè per concorso, ma racimolando punti o raccogliendo spintarelle di questo o quel becero uomo politico, sperando un giorno di entrare nei ranghi.
Mal gliene incolse. La loro mancanza di previdenza li ha portati a vedere cessato il rapporto di lavoro nella scuola il 31  agosto scorso e, verosimilmente, nella Regione, il 31 dicembre 2009. Non comprendiamo come questi siciliani “privilegiati” non si siano posto il problema di acquisire competenze per utilizzare il numerosissimo lavoro che c’è nel mercato isolano, ampiamente pubblicizzato nelle pagine del QdS.
Se avessero perseguito lo scopo di trovare un lavoro, l’avrebbero già. La verità è che hanno sperato improvvidamente di entrare nel sistema pubblico, ove si sconosce  meritocrazia e responsabilità. Per cui ognuno fa come vuole e non risponde  a nessuno dei mancati risultati.
 
Paradossalmente la ricerca di sicurezza ha frenato tanti ex giovani dall’uscire da un ambiente senza sbocco per entrare in un altro col futuro. Proprio la paura del futuro è il tallone di Achille di tutti i precari, la paura di mettersi in gioco, la paura di correre rischi, la paura di fallire la propria missione di persone e di professionisti.
Tutti coloro che possiedono competenze sono trovati dal lavoro, altro che cercarlo. E non ci vengano a dire, i precari della scuola o quelli della Pa, che possiedono tali competenze. Nessuno di essi ha ricevuto validazione da un organo esterno di tale possesso. La responsabilità del quadro che deliniamo è sicuramente di un ceto politico di basso livello, nel quale, però, vi sono tante persone intelligenti che lottano per fare emergere disegni alti e strategici.

Occorre guardare avanti con ottimismo, prepararsi non certamente negli inutili corsi di formazione regionale che servono a foraggiare 7.000 inutili formatori, in quanto nessuno dei circa 50 mila frequentatori ha trovato posto nel 2008. Gli inutili attestati non servono neanche come carta straccia.
Riceviamo tante lettere di protesta per quello che scriviamo, ma esse riguardano la forma e non la sostanza. Vuol dire che il quadro è reale e senza possibilità di contestazione. Tanto è vero che il sindacato sulla materia non ha nulla da dirci.
Lo scandalo della formazione regionale è sotto gli occhi di tutti. La Corte dei conti ha accertato una spesa superiore di ben 60 milioni nel 2008 rispetto al 2007. Prendiamo atto che nel bilancio 2009 tale spesa è stata ridotta a circa 200 milioni, che resta comunque una enormità, perché andrebbe carcerata totalmente col pennarello, invitando gli inutili formatori ad acquisire nuove competenze per andare a svolgere un lavoro produttivo che in Sicilia c’è. 
Un invito ai giovani: guardate il mondo e quello che accade nei Paesi più avanzati. Non vi appiattite dietro la gonna della mamma e della nonna. Osate, rischiate. Se siete capaci, il mercato vi renderà merito.

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