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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Lega

Apr
06
2012
La bufera che ha investito il tesoriere della Lega, Francesco Belsito, e quello della Margherita, Luigi Lusi, costituisce la punta di un iceberg della mangiatoia pubblica che divora le risorse pagate con immensa fatica dai cittadini italiani.
Quando i partiti si sono visti tagliati i finanziamenti, a furor di popolo, dal referendum del 1993, hanno subito trovato l’escamotage di cambiare denominazione agli stessi finanziamenti, per farli diventare rimborsi elettorali. Tali rimborsi sono stati quantificati nella misura di 5 euro per voto.
La finzione di chiamare rimborso un finanziamento è stata scoperta nel momento in cui le spese effettive sono state circa un quarto di quanto percepito. Un imbroglio palese sommato a quello secondo il quale tale rimborso viene corrisposto anche quando la legislatura si sia chiusa prematuramente, com’è stata quella iniziata nel 2006. Con la conseguenza che vi sono partiti inesistenti, in quanto non più presenti in Parlamento, che continuano a prendere tali rimborsi.

Tali comportamenti squalificano ulteriormente questi partiti e i loro padroni, cioè i partitocrati, i quali hanno perso il senso della dignità e del decoro e divorano risorse senza alcun ritegno. A questa situazione, che ha squalificato questi partiti, si aggiunge il fatto che essi hanno perso quel ruolo di aggregazione dei cittadini previsto dall’articolo 49 della Costituzione.
I partiti sono diventati luoghi d’affari e i partitocrati degli accaparratori di risorse che depredano i cittadini. Il cannibalismo di lor signori sulla Cosa pubblica è degenerato nell’altro aspetto negativo: la corruzione.
Non c’è versante di amministrazioni pubbliche, a livello centrale e locale, che non sia contaminato dalle cellule cancerogene del malaffare, pur sottolineando che vi sono moltissimi amministratori e burocrati pubblici, che, nonostante tutto, continuano a essere onesti e capaci con grande senso di responsabilità e di etica.
Il quadro è desolante e crediamo che gli stessi partitocrati e i loro affiliati se ne rendano conto. Solo che usano una puerile difesa dicendo che questi argomenti costituiscono una sorta di antipolitica. Costoro dimenticano che la politica è una nobile arte, di alto profilo, al servizio dei cittadini e nell’interesse superiore del popolo.
 
Gli elettori stanno dimostrando sempre di più il loro sdegno quando i sondaggi concordano che alle prossime elezioni gli astensionisti arriveranno al 40%. Parlamentari, consiglieri regionali e locali, saranno eletti, verosimilmente, da 6 cittadini su 10, come dire, una democrazia monca e incompleta che non dà alcun sostegno agli eletti, i quali rappresenteranno una parte di poco maggioritaria della popolazione.
Tutto questo ci porta a una democrazia ridotta perché il suffragio universale si contrae sempre di più in conseguenza del disdoro che diffondono, giorno dopo giorno, partiti squalificati e partitocrati indegni.
Gente che dopo trenta o quaranta anni è ancora sulla breccia, che non consente il ricambio alle generazioni di quarantenni, come accade negli altri Paesi partner europei, che continua a stare in vita nonostante titolari di pensioni e vitalizi che oscillano tra i 10 mila e 30 mila euro al mese: un insulto per chi lavora duramente e guadagna 1.300 euro al mese.

Il lato peggiore di quanto descriviamo, sfidiamo chiunque a smentirci, è che non c’è alcun mea culpa nè atto di resipiscenza che faccia capire una inversione dei comportamenti.
Il professore Monti ha massacrato gli italiani con una quantità impressionante di tasse per mettere a posto i conti, ma non ha posto mano a nessun taglio sia delle indennità che degli introiti di partitocrati e burocrati. Il primo taglio che avrebbe dovuto fare riguardava quel cosiddetto rimborso delle spese elettorali.
Per ottenere un minimo di credibilità i partiti dovrebbero fare approvare dal Parlamento una legge avente tre requisiti fondamentali: statuto tipo per la democrazia interna, bilancio tipo per rendere trasparenti entrate e uscite, obbligo di certificazione dei bilanci da parte della Corte dei Conti o di società di revisione iscritte alla Consob.
Senza questa riforma partiti e partitocrati rimarranno squalificati e senza ruolo, il che danneggia gli stessi e non rende un servizio al Paese. Non è possibile continuare con questa stupida solfa. Bisogna cambiare. Ora, non domani.
Set
24
2011
Bossi sembra un relitto. Ampia comprensione umana per la sua malattia, ma quando una persona è in quello stato si dovrebbe ritirare a vita privata e non continuare a pontificare come fa quasi tutti i giorni.
Sembra di ritornare ai tempi degli egizi quando la morte dei faraoni non veniva comunicata per molto tempo, in modo da consentire alla Casta di prolungare il proprio potere e preparare la successione secondo la propria convenienza. Lo stesso accadeva nell’Unione Sovietica, quando il dittatore moriva senza che l’evento fosse annunziato subito, bensì parecchio tempo dopo.
Bossi rimane dov’è non per sua forza, ma perché le diverse componenti sottostanti (Maroni, Calderoli, il Cerchio magico capitanato dalla moglie del senatur Manuela Marrone) sono in guerra fra loro e nessuna di esse ha la possibilità di prevalere sulle altre. Il tentativo del Capo di incoronare quella mediocrità riconosciuta del figlio Renzo, che lui stesso ha denominato Trota, è destinato a naufragare perché, comunque, la Lega rappresenta una realtà politica di un territorio a cui non può essere imposto il capo.  

Bossi ha capito che la situazione di questa maggioranza è diventata fragile, per cui sta tirando i remi in barca e portando alla ribalta il vecchio cavallo di battaglia della secessione. Essa ha come fondamento il fatto che tre regioni del Nord (Piemonte, Lombardia e Veneto) producono gran parte del Pil Nazionale e danno il loro sangue all’altra parte del Paese per oltre cento miliardi l’anno.
Non tengono conto delle altre regioni del Nord, perché amministrate da un’altra parte politica, che producono anch’esse cospicua parte del Pil, riversando le imposte a favore di altri. Di chi? Ovviamente delle regioni meridionali che sono quelle a minor Pil, a minor capacità di produzione di ricchezza, con la maggiore disoccupazione e con una disamministrazione pubblica da terzo mondo.
La questione meridionale, studiata ed evidenziata da tantissimi meridionalisti, ha fotografato le due Italie che si trovano su piani totalmente diversi. è ormai opinione comune che la responsabilità di questo stato di cose sia del ceto politico meridionale che ha fatto del clientelismo e della corruzione la propria linea.
 
A leggere la storia, precedente all’Unità d’Italia, risulta che in quel fantomatico territorio denominato Padania, la sottoalimentazione e la povertà aveva fatto diffondere in maniera notevole sia il cretinismo che la pellagra. Prima del 1861, secondo Francesco Saverio Nitti, l’area partenopea era molto industrializzata e vi era più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord. Il poverissimo Friuli viveva di stenti con un’emigrazione forte verso le regioni del Sud. L’agricoltura al Sud era florida. Al Nord appena sufficiente per provvedere al vitto di chi vi lavorava. Non parliamo della cultura, vasta e diffusa in tutto il Sud, scarsa e a macchia di leopardo nel Nord.
La prima cattedra di economia politica è stata inventata al Sud, ove è nata la prima ferrovia d’Italia, il primo telegrafo elettrico, i primi ponti sospesi in ferro e l’illuminazione cittadina a gas.

La Sicilia era pascolo quasi esclusivo delle famiglie inglesi (Nelson, Woodhouse, Whitaker) le quali promossero l’invasione garibaldina da buoni massoni, esercitando forti pressioni e finanziando la spedizione attraverso l’altro grande massone quale era Camillo Benso conte di Cavour.
Perché in 150 anni la situazione si è ribaltata a danno del Sud? Perché i poteri forti, che albergano nel Nord, hanno attratto la maggior parte delle risorse dello Stato con le quali hanno creato infrastrutture di varia natura (opere pubbliche, industrie e strutture diverse) e finanziato attività economiche a carico della collettività (Fiat per tutti).
Ora è troppo comodo dire che quelle regioni riversano a favore del Sud i loro proventi. Se lo Stato invierà al Sud quanto ha inviato al Nord negli ultimi 150 anni, creerà quello sviluppo autonomo che non ha più bisogno di riversamenti. Perché questo accada è necessario che il ceto politico meridionale ribalti il suo modo di funzionare e punti su efficienza e organizzazione in base ai valori di merito, responsabilità e onestà.
Senza tutto questo il Paese continua a trascinare questi vagoni pesanti, rappresentati dalle 8 regioni meridionali, che invece dovrebbero diventare locomotiva in un sistema competitivo tra Nord e Sud, nell’interesse di tutti.
Ott
29
2010
La Lega è approdata da pochi anni alle amministrazioni e bisogna riconoscere che i neofiti stanno lavorando bene e con continuità. Bossi è un animale dal fiuto politico non comune, non è un caso che dal nulla guida l’unico vero partito strutturato a livello locale, cui ha dato una bandiera (Sole delle Alpi) e una simbologia, portata dal versamento dell’ampolla con l’acqua del fiume Po.
La crescita della Lega è stata continua ed ora la sua presenza in tutto il Nord Italia è significativa con le due punte di diamante dei presidenti della Regione Piemonte (Roberto Cota) e della Regione Veneto (Luca Zaia). Bisogna ascrivere a merito del Senatùr la capacità di aver portato avanti il progetto del federalismo che non è buono in sè, quanto per l’effetto che produrrà (quando sarà in vigore), di avvicinare le imposte pagate dai cittadini ai servizi ricevuti dagli stessi.
La strada del federalismo è lunga perché, aiutato dal nuovo patto di stabilità europeo, obbligherà gli amministratori locali, soprattutto quelli del Sud, a invertire il loro comportamento ed imboccare la strada virtuosa di risparmiare sulla spesa corrente, per investire di più in opere e servizi pubblici.

Tuttavia le azioni della Lega non sono tutte positive. Qua e là cominciano ad affiorare casi di corruzione. Quello che più preoccupa è il comportamento di stampo neo-democristiano: l’arraffa arraffa di poltrone di ogni genere e tipo. Asl, banche, aeroporti, autostrade, Rai, partecipate comunali e provinciali oltre che Comuni e Province, vengono conquistate dalle legioni di leghisti ben addestrati ad occupare poltrone.
 
Al riguardo del Trota, vi è una simpatica battutina. Renzo Bossi vedendo mostrare al padre il dito medio, esclama: “La so, la so, è uno”.
I casi di corruzione hanno fatto esclamare a qualche altro: ciò che distingue la Lega dagli altri partiti è che ruba in dialetto. Un mattacchione ha sussurrato: la Gelmini, sembra, voglia dare una laurea honoris causa a Bossi senior; speriamo che il Cepu faccia uno sconto.
Non critichiamo l’azione della Lega che tende ad acquisire i posti che contano, bensì quella che spesso segue il vecchio criterio democristiano secondo il quale ai posti venivano inviati soggetti senza una adeguata preparazione professionale. Purtroppo la spartizione del potere degli enti pubblici o delle società pubbliche controllate da Stato, Regioni e Comuni ha alimentato questo sistema perché la modestia dell’attuale ceto politico non è basata sul merito  ma su corporazioni e privilegi.
E’ lungo l’elenco dei leghisti piazzati qua e là: da Antonio Marano, vice direttore generale della Rai, a Gianluigi Paragone, vice direttore di Rai Due, a Massimo Ferrario Posticini, capo del centro produzione di Milano. Per non citare Gianfranco Tosi, presidente del Centro della cultura Lombarda della Regione e seduto nel Cda dell’Enel, Mario Fabio Sartori all’Inail, Dario Fruscio al vertice dell’agenzia che vigila sull’erogazione di fondi comunitari dell’agricoltura, a Dario Galli, presidente della Provincia di Varese e nel Cda di Finmeccanica.

L’elenco continua: Azzano Decimo siede nella Spa che sta costruendo la terza corsia dell’A4, appalto da due miliardi di euro,  Stefano Mazzolini, trombato alle regionali, è alla Promotour, Loreto Mestroni al vertice dell’Agenzia per l’energia. Insomma, il mi manda Picone nella Lega è un sistema molto usato perché dilagato per oltre 60 anni e continua a restare vivo e vegeto. Il guaio della situazione che descriviamo è che la Lega ha condizionato l’azione di Tremonti, il quale tagliando la spesa con una riga lineare ha di fatto penalizzato i soggetti virtuosi, ma anche tutti gli enti che ricevevano di meno. La Lega ha bloccato i Fas per il Sud aspirando le risorse verso le irregolari quote latte del Nord. Adesso bisogna contrapporre un partito del Sud.
Bossi tuona contro Roma definendola ladrona, contro i romani definendoli porci (anche se poi ha chiesto scusa), però i leghisti a Roma si infiltrano in tutti i posti chiave, conquistano presidenze e consigli di amministrazione, entrano nelle banche e nelle fondazioni, ovunque vi siano posti di potere e relativi appannaggi.
La Lega non è immune dal sistema dell’appartenenza, secondo il quale prima vengono i propri affiliati e poi tutti gli altri, indipendentemente dal merito. L’esempio è quel Renzo Bossi, tre volte bocciato alla maturità, ma divenuto consigliere della Regione Lombardia, il quale è ormai lanciato verso uno dei primi posti nel partito del padre. Nepotismo.
Ott
16
2010
La Lega è riuscita in un’operazione mediatica di primo livello: accreditare i propri amministratori locali non solo di un velo di onestà, ma anche di capacità. C’è del vero in questa operazione e, cioè, che in buona parte gli amministratori leghisti stanno facendo funzionare i loro apparati con discreta soddisfazione dei cittadini. Va aggiunto, però, che è da poco che sono approdati al maneggio del denaro pubblico e quindi sono stati capaci di non ascoltare le sirene della corruzione. Però cominciano ad affiorare qua e là fatti di malversazione a carico di esponenti della Lega che è bene evidenziare affinché nessuno scagli la prima pietra.
Ricordiamo due comportamenti che hanno creato iniquità nella pubblica amministrazione: quello che tendeva a salvare la banca della Lega, Credinord, che è fallita, e l’altra questione delle quote latte in esubero. In questo caso, l’associazione dei produttori di latte ha pubblicato pagine sui quotidiani nelle quali ha accusato i produttori irregolari.

Di che si tratta? L’Ue ha fissato dei tetti di produzione oltre i quali non si poteva andare. Alcuni produttori hanno ritenuto di superare tali tetti provocando una procedura di infrazione a carico del nostro Paese. Procedura di infrazione significa multe che dovevano essere pagate. Cosa che ha fatto la maggior parte dei produttori di latte. Ma un gruppetto, protetto dalla Lega, si è rifiutato e il Governo ha pagato per essi quelle multe. Una porcata, così sottolineata dal neo ministro delle Politiche Agricole, Giancarlo Galan. Il ministro che lo ha preceduto, Luca Zaia, leghista, ha taciuto sulla vicenda per proteggere i suoi produttori, simpatizzanti della Lega per interesse e non per amore.
Secondo Giampaolo Gobbo, segretario della Lega in Veneto, “siamo a Carrocciopoli”. Il grido d’allarme è forte e chiaro, perché si cominciano a contare i casi di corruzione. Gli esempio: l’ex sindaco di Silea, Cesare Biasin, che affittava un appartamento a prostitute e trans. L’assessore di San Michele al Tagliamento, David Codognotto, arrestato per una tangente di 15 mila euro. Edouard Ballaman costretto a dimettersi da governatore del Friuli perché usava l’auto blu pure per andare a trovare i suoceri.
 
E poi ancora: il senatore vicentino Alberto Filippi è stato chiamato in causa nell’inchiesta sulla maxi evasione fiscale di Chiampo.
C’è un rapporto fra il numero degli amministratori e quello dei casi di corruzione. Più sono gli amministratori, più sono i corrotti. Però un partito autonomista come quello della Lega, che fonda il suo appeal sulla buona amministrazione poggiata sulla correttezza, non può essere preso ad esempio per la nuova ondata di corruzione che sta investendo la Cosa pubblica.
Ma è così. Lo stesso Umberto Bossi ha avuto qualche grana giudiziaria anche con riferimento alla maxi-tangente Enimont.
Queste osservazioni non riguardano gli eccessi politici della Lega, quali aver messo i propri simboli nella scuola di Adrio o avere insultato il tricolore o le proteste contro l’inno di Mameli (che non è il nostro inno nazionale), ma questa ondata di fatti di corruzione che fanno omologare i leghisti a tutti gli altri amministratori.

La questione della corruzione non può essere basata sull’onestà individuale, anche perché si dice che ogni persona ha un prezzo. Questo non è sempre vero, perché chi crede fortemente nei valori morali può resistere alle tentazioni. La questione riguarda il sistema di controlli che in Italia è totalmente inefficace, per almeno tre motivi.
Primo. I sistemi informatici sono poco diffusi e poco attuali. Senza di essi non è possibile fare controlli sistematici e incrociati. Secondo. Nello Stato, nelle Regioni ed enti locali non esistono i Piani aziendali con i quali fissare programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Se non ci sono gli obiettivi, se non ci sono i cronoprogrammi, i risultati non sono comparabili e quindi non è valutabile l’indice di efficienza e di efficacia di chi opera. Terzo. Mancano le sanzioni per chi amministra. Tutti sanno che quando mancano le sanzioni si diffonde l’irresponsabilità e, con essa, l’incapacità di bene amministrare.
Occorre una riforma che ribalti l’attuale situazione: da controlli formali a controlli sostanziali, tempestivi e responsabili.
Set
22
2010
Il nauseante teatrino del mese di agosto dove tanti attorucoli hanno messo in scena una farsa alla Feydeau (Parigi, 1862 - Rueil, 1921) è finalmente finito. Proclami di sfracelli,  vendette e ritorsioni, in altri termini di comportamenti anti-istituzionali, hanno ceduto il posto ad un poco di buon senso. E il buon senso impone che il Governo attui il suo programma con la massima urgenza, facendo approvare e mettendo in atto riforme strutturali che diano competitività a questo Paese, tanto arretrato, perché su di esso vivono moltissimi parassiti, sotto forma di corporazioni.
Fino a quando con le riforme non si tagliano i privilegi, o buona parte di essi, rimarranno in pochi ad essere molto ricchi ed in tanti ad essere poveri: una iniquità non più tollerabile.  Il governo Berlusconi ha fatto in questi due anni alcune riforme ed ha varato tre manovre estive mediante le L. 133/08, L. 102/09 e L. 122/10. Manovre che hanno inserito un minimo di rigore nei conti pubblici tagliando un pochino la spesa corrente. Ma esse hanno presentato due difetti: hanno tagliato in modo indiscriminato, penalizzando gli enti virtuosi, ed hanno tagliato poco, appena 25 miliardi, contro gli oltre 80 necessari per riequilibrare i conti. 

Il patron della Lega, Umberto Bossi, spinge per nuove elezioni come se fosse il patron dell’Italia. Bossi ignora, forse perché non l’ha studiata, che la Carta costituzionale affida al Presidente della Repubblica il compito di valutare se in Parlamento vi sia una qualsiasi maggioranza, non importa da chi formata. Solo dopo aver accertato che essa non vi è, potrà procedere allo scioglimento delle due Camere, e non di una di esse come chiede il Senatùr, non si sa sulla base di quale norma.
Verosimilmente, Berlusconi non lo asseconderà. Infatti sta cercando il consenso dei cespugli, cioè di tutte quelle piccole formazioni composte da alcuni deputati, in modo da colmare il vuoto lasciato dal nuovo raggruppamento di Fini, Fli. Questo comportamento non è conseguente alla sfiducia dell’ex leader di An verso il Governo, anzi egli afferma che voterà la fiducia a tutti i provvedimenti del programma del 2008 ed intende completare la legislatura fino al 2013. Il comportamento di Berlusconi invece è teso a fare a meno del gruppo di Fli, per emarginarlo.
 
In ogni caso, la vita di questo Governo è diventata perigliosa e difficile. Ha dovuto accantonare due provvedimenti su cui ha puntato molto facendo due meschine figure davanti all’opinione pubblica: quello sulle intercettazioni e il secondo sul processo breve. In quest’ultimo caso, il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha commesso un errore imperdonabile nel non aver portato all’opinione pubblica il fatto che la durata fisiologica di un processo è  già stabilita per legge, e precisamente dalla legge Pinto 89/01, per un periodo massimo di tre anni. Infatti lo Stato è obbligato a risarcire attore e convenuto con una somma di circa 1.000 euro l’anno, in caso di superamento di tale periodo.
Il gioco tra Fini e Berlusconi, però, si incentra su un nodo:la tutela al Premier rispetto ai tre processi che lo vedono imputato (Mills, Mediatrade, Mediaset). Fini darà il suo avallo al relativo scudo se otterrà delle contropartite per sé e per il suo nuovo partito. 

Se tuttavia si andasse alle elezioni in primavera nel 2011 (Berlusconi aveva fissato la data nel 27 marzo) si pone una questione di decenza istituzionale: i due leader, probabilmente in guerra, possono fare campagna elettorale occupando i due vertici istituzionali?
Non sarebbe la prima volta che il primo ministro facesse una campagna per il proprio partito pur essendo presidente del Consiglio. Ma in questo caso non si può chiedere a Fini di dimettersi per la stessa ragione secondo la quale Berlusconi dovrebbe compiere lo stesso atto.
Si tratta di par condicio: o entrambi gestiscono le elezioni fuori dalle cariche istituzionali o entrambi restano al loro posto compiendo con ciò una forzatura delle istituzioni. Certo, non si può pretendere che uno si dimetta e l’altro no, perché questo fatto farebbe pendere il piatto della bilancia a favore di uno piuttosto che dell’altro.
Se tutti ci abituassimo a cercare l’equità nei comportamenti, il buonsenso prevarrebbe, mentre fatti e circostanze si verificherebbero con verità e non falsati da illusioni mediatiche.
Mag
25
2010
Sfogliamo ogni giorno il quotidiano “la Padania”, che non si trova nelle edicole siciliane. In gerenza, leggiamo che si tratta dell’organo ufficiale della Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Che questa denomianzione sia scritta su un quotidiano passi, ma che essa venga usata come denominazione dei gruppi parlamentari di Camera e Senato è un atto incostituzionale. Non è plausibile che la seconda e la terza carica dello Stato accettino di mantenere all’interno dei massimi organi legislativi un partito che si proponga di raggiungere l’indipendenza di un territorio seppur politicamente non riconosciuto , qual è la Padania.
La questione è passata inosservata nell’opinione pubblica, anche perchè giornali e televisioni non ne parlano, nè saccenti anchormen ne fanno cenno nei loro spazi televisivi.
Partendo dall’inaudita denominazione, sul quotidiano citato cominciamo a leggere da qualche tempo riferimenti all’Autonomia e non più all’indipendenza, fermo restando che la Lega non ha chiesto la cancellazione di quel termine disgregante e anti-Stato dai gruppi parlamentari nè lo ha tolto dal proprio organo ufficiale.

Il quotidiano citato ovviamente segue l’attività del proprio partito, che è notevole, radicata nel territorio, densa di contenuti ed a contatto con i cittadini delle diverse regioni, principalmente Piemonte, Lombardia e Veneto. Vi è addirittura una pagina nella quale sono indicati ogni giorno decine e decine di presenze di dirigenti e quadri leghisti in altrettanti appuntamenti e spazi in televisioni nazionali e locali, radio, cinema, piazze e perfino bar, per discutere e dibattere tutti gli argomenti di interesse di quel partito autonomista e dei cittadini di cui acquisisce sempre maggiori consensi.
Il Consiglio regionale lombardo, formato da soli 80 membri e presieduto dal leghista Davide Boni, ha cominciato l’attività a spron battuto per appoggiare legislativamente l’azione del presidente Roberto Formigoni, giunto al suo quarto mandato. Nonostante gli ottimi risultati, Formigoni ha indicato la via di un’ulteriore innovazione e sviluppo che troverà al centro dell’attività Expo 2015, per la quale sono previsti 70 mila nuovi posti di lavoro, con investimenti di oltre 15 miliardi.
 
La Lega, non contenta di affrontare i fatti di casa propria, dilaga e, attraverso il neo presidente del Veneto Luca Zaia, ammonisce “il Sud sia più responsabile”. Un’ammonizione che condividiamo in pieno, con la piccola differenza che i leghisti ne parlano da qualche anno e noi ne scriviamo da oltre trent’anni. è perfettamente vero, infatti, che il ceto politico e la Pubblica mministrazione meridionali sono stati i responsabili nell’avere dilatato oltre ogni misura la spesa pubblica e segnatamente quella relativa a dipendenti, consulenti, indennità, gettoni e via enumerando, con l’unico scopo di alimentare un becero clientelismo fondato sullo scambio fra voto e favore.
Ricordiamo che lo strangolamento finanziario che parte dall’euro nel 2002, che passa attraverso il vecchio patto di stabilità fondato sugli indici di Maastricht e che approda al recente nuovo patto di stabilità succeduto alla crisi greca, obbligherà tutte le amministrazioni del Sud (Regioni, Province e Comuni) a rimettere in carreggiata i loro conti.

La Sicilia sta tentando disperatamente di affrontare il problema di rimettere sui binari il treno della spesa, che è deragliato più volte. Certo, con decine di migliaia di precari e con l’abitudine di attingere alla greppia pubblica da parte di numerose corporazioni, l’operazione è difficile ed il governo Lombardo sta subendo pressioni di ogni genere per mantenere lo status quo. Ma anche se volesse continuare non potrebbe farlo, perchè il bilancio della Regione, coi sistemi adottati dagli ultimi governi regionali, andrebbe inevitabilmente incontro al dissesto. Ed è proprio l’obiettivo che si pongono scellerati siciliani centralisti che da Roma vogliono fare commissariare l’Isola, in modo da continuare ad imporre gli interessi di gruppi economici per impianti di termovalorizzatori tecnicamente obsoleti che non vuole più nessuno, o per rigassificatori da cui c’è solo danno.
Quella che segue può sembrare una nostra giravolta, ma non lo è. Perciò scriviamo: viva l’Autonomia della Lombardia, viva l’Autonomia della Sicilia, viva l’Autonomia di tutte le Regioni che sanno amministrarsi in modo virtuoso.
Apr
24
2010
Abbiamo più volte scritto valutazioni negative sugli eccessi verbali di Umberto Bossi.
Tuttavia abbiamo riconosciuto che dietro una certa capacità mediatica è venuta fuori una capacità ancora più importante: quella organizzativa, che ha permesso a quel partito autonomista di aprire sezioni in tutti i comuni, di aggregare lo scontento degli elettori dimostrando che i propri amministratori locali sono persone che lavorano e che hanno a cuore gli interessi dei cittadini.
Si è trattato di un’operazione di radicamento nel territorio che dura da 21 anni (1989-2010), ma che proviene dai primi passi del Senatur del 1982.
Il successo della Lega, se continua a dare buona dimostrazione della propria capacità amministrativa, si accrescerà perché, d’altra parte, Pdl, Pd e partiti minori non hanno dato buona dimostrazione di sé nell’attività politico-amministrativa. La Lega ha un valore aggiunto rispetto ai partiti nazionali: proprio lo spirito autonomista di un territorio non vero, ma che comprende diverse regioni del Nord.

Il tentativo di riformare lo Stato, facendolo diventare federale, comporta un processo molto lungo, in attesa del quale le posizioni si consolidano e il divario fra Nord e Sud aumenta.
Ciò accade per responsabilità del Governo centrale che non riesce a fare le riforme necessarie, in modo da rendere moderna e funzionale la macchina pubblica, ma anche per una carenza d’iniziative del ceto politico meridionale che ha l’abitudine di basare il proprio consenso non su progetti strategici, né sulla buona amministrazione degli enti, bensì sullo scambio fra voto e bisogno.
Se i politici meridionali non invertono la loro direzione, se non comprendono che occorre dare risposte urgenti ai bisogni generali dei cittadini, otterranno il risultato negativo di fare aumentare il dissenso sotto forma di astensione dal voto. La discussione politica è necessaria, ma non può essere continua perché non produce risultati. E invece proprio di risultati si nutre la vita collettiva.
 
Lombardo sta cercando di aggregare e di tessere la rete con tanti altri movimenti autonomisti delle regioni meridionali, da Pisanu a Poli Bortone. Il Pd parla timidamente di partito federalista della Sicilia. Micciché col suo Pdl Sicilia resta in attesa che il Grande capo di Arcore si esprima. Mentre tutti traccheggiano, la Lega urla a gran voce: “Dateci le banche, le agenzie, le società pubbliche”. Chiede di entrare nelle Fondazioni, è già presente in Rai e Mediaset. Tutti atti concreti che le consentono di stringere ancora di più il rapporto con gli elettori e quindi di conseguire ulteriori successi.
I partiti autonomisti della Sicilia dovrebbero imitare la parte migliore dell’azione della Lega e cioè formare i propri quadri dirigenti distribuiti nel territorio, in modo che essi assumano conoscenza della storia e della tradizione della Sicilia, dei suoi bisogni e, soprattutto, del modo di risolverli. Insomma, serve concretezza dell’azione, fino ad oggi mancata, mentre vi è stata una dannosa inconcludenza.

I convegni sono momenti di aggregazione. Ne moderiamo parecchi in giro per la Sicilia e ci accorgiamo che i responsabili istituzionali coprono le idee, non chiare, con fiumi di parole che vogliono dire ben poco. Non riusciamo a fare esprimere con pochi concetti una programmazione dell’azione basata su atti concreti. Dal che ne derivano conseguenze confusionarie che non fanno smuovere di un millimetro la situazione economica e sociale dell’Isola. Qui e subito occorrono, invece, comportamenti di cui sia chiaro il percorso e l’obiettivo, evitando annacquamenti, ritardi (anche strumentali) che impediscono l’imbocco di un percorso di sviluppo che rallenti l’aumento del divario e, successivamente, ne tenti la diminuzione.
Per fare quanto precede occorrono veri leader, che agiscano sopra le parti con grande senso di responsabilità e mettendo in campo tutte le potenzialità per amministrare bene la Regione e i Comuni siciliani.
Apr
09
2010
Gli uomini della Lega dilagano in tutte le trasmissioni radio-televisive. Da quello che dicono traspare una modestia culturale, ma, al contempo, una grande praticità e concretezza, derivata dalla frequentazione continua di quello che tutti chiamano territorio. Questa è diventata una parola magica che comprende tutto ed il suo contrario.
Il territorio è fatto da cittadini e dai loro bisogni. Nel territorio vi sono iniquità ed ingiustizie. Al territorio si forniscono risorse e da esso si prelevano. Nel territorio si costruiscono infrastrutture oppure non se ne costruiscono, e così via enumerando.
Il circolo è lungo, ma si può riassumere in una sintesi: nel territorio si fa buona politica o cattiva politica. La buona politica è fondata su progetti di interesse generale in contrasto con gli interessi delle corporazioni. La cattiva politica, per converso, è fondata sul soddisfacimento dei clientes e della bulimia di categorie che si arricchiscono sistematicamente a spese della Cosa pubblica.

La Lega, dunque, è la vincitrice delle ultime elezioni, con la prospettiva di allargare la sua azione sul resto del territorio fino al centro e perfino in Campania. Se, paradossalmente, essa occupasse lo spazio fino a Lampedusa (come ha fatto facendo eleggere Angela Maraventano, senatrice di quell’Isola) perderebbe l’essenza di partito autonomista del Nord, qual è. Proprio perché autonomista, la Lega ha successo e la gente dà il proprio suffragio sempre più copioso. Ma anche per altre due ragioni: la prima, perché ha un capo riconosciuto e la cui parola è seguita senza discussioni; la seconda, perché vengono inviate a presiedere Province, Comuni ed Enti persone concrete che amministrano bene. Poi non si può escludere il clientelismo e il soddisfacimento di interessi privati. Ma essi vengono in subordine rispetto all’interesse generale.
Questo è un altro elemento di successo: l’operare tenendo presente innanzitutto l’interesse dei cittadini. Essi sono stufi dei partiti tradizionali e dei loro rappresentanti, politosauri sopravvissuti che dicono le stesse cose da quaranta anni allo stesso modo. Ex democristiani, ex socialisti, ex comunisti che pretendono di fare la politica come l’hanno sempre fatta.
 
Il Sud è in balia di nessuno. Nel Partito democratico le fazioni e le correnti sono innumerevoli e si autodistruggono. Ma anche nel PdL il gravissimo errore del ministro Raffaele Fitto, di non allearsi con la Poli Bortone, ha prodotto il risultato di perdere la Puglia.
Questo modo deleterio di fare politica basata sugli interessi personali non ha consentito al Sud di fare blocco come la Lega Nord e di puntare i piedi per ottenere dal Governo centrale le risorse finanziarie necessarie a recuperare il divario.
Ma, d’altra parte, la classe politica ha continuato a gestire la Cosa pubblica come Cosa propria, senza con ciò ottenere quei progressi indispensabili ad incrementare l’occupazione, il tasso di infrastrutture, a far crescere il Pil e in definitiva a sviluppare il territorio. Una classe politica vecchia non di età, ma di mentalità che non è capace di innovarsi immettendo non solo trentenni o quarantenni, ma anche settantenni che hanno la mente pulita, che sanno organizzare e che seguono i valori morali.

Urge quindi la costituzione del Partito del Sud, nelle otto regioni, per diffondere il collante degli interessi del Mezzogiorno, in modo da contribuire allo sviluppo del Paese. Perché il Partito del Sud decolli occorre che i propri dirigenti ripassino la storia, le tradizioni, la letteratura, la filosofia e l’arte del proprio territorio. Occorre che trasferiscano, attraverso apposite scuole di politica, la cultura di amministrare ai quadri intermedi che sono proprio quelli che agiscono sul territorio. Tali quadri vanno tenuti informati giorno per giorno, non solo mediante i Portali efficientemente costruiti e su cui vanno le informazioni, gli indirizzi, le guide, ma e soprattutto, attraverso il Quotidiano del Sud.
Tale giornale avrebbe il compito di raggiungere tutti i quadri, informarli e dare loro regole, procedure per i comportamenti, basati sui valori. Senza queste modalità e questo strumento il Partito del Sud nasce morto. Invece ve ne è un bisogno urgente. Come è urgente selezionare i talenti di qualunque età per realizzare il progetto organizzativo dell’Autonomia.
Mar
11
2010
Con molta probabilità la Lega otterrà un vistoso successo alle prossime elezioni regionali del 28 e 29 marzo. La fonte risale al 1982, quando Umberto Bossi cominciava ad affiggere personalmente i manifesti sui muri, intuendo che la gente cominciava a intravedere la necessità dell’autogoverno delle Regioni. In quell’epoca si sentiva asfissiante la cappa imposta dall’asse Psi-Dc, con l’avallo dei Comunisti. Craxi diventava sempre più pretenzioso e nel 1984 sarebbe approdato al primo governo da lui presieduto.
Il costo di quelle coalizioni per il popolo italiano si rivelò gravosissimo, con un dato incontrovertibile: in appena 12 anni (1980-1992) il debito pubblico passò da 200 mila a due milioni di miliardi. Una cifra spaventosa che a distanza di quasi vent’anni non riusciamo a diminuire. Anzi, aumenta.
In questi quasi trent’anni Bossi è diventato un totem. A causa della grave malattia che l’ha colpito può parlare poco, ma le sue parole sono sempre determinanti, sia per la Lega che per il Governo, ove Tremonti è intoccabile e inamovibile proprio perché protetto dal Senatur.

Noi che siamo vecchi autonomisti, ancor più di Bossi, infatti ne scriviamo e ne parliamo in tutte le occasioni dal 1976, abbiamo approvato quell’azione lenta ma efficace, seppure egoistica, in quanto ha attratto enormi risorse verso la Padania, un territorio inesistente, nato dalla fantasia dell’Umberto e che tuttavia rappresenta ideologicamente un popolo senza confini.
La Lombardia ha un reddito pro-capite di 34 mila euro, cioè il doppio di quello della Sicilia, un tasso di infrastrutture quattro volte superiore, la quasi piena occupazione, nonostante la crisi. è una Regione ove i servizi pubblici funzionano abbastanza bene, le metropolitane moltiplicano i propri chilometri, la nuova fiera di Rho attrae risorse e l’Expo 2015 attiverà circa 70 mila nuovi posti di lavoro. Formigoni è stato capace di far progettare, costruire e inaugurare il nuovo Pirellone di 39 piani in appena tre anni, pagando i fornitori puntualmente a 60 giorni. Sembra un altro mondo.
 
Eppure anche in Sicilia tutto questo si può fare perché, lo ricordiamo continuamente, i siciliani non hanno l’anello al naso. Basta ricalcare la linea dell’autonomia bossiana, far eleggere un gruppo di parlamentari a Camera e Senato emandare al Governo nazionale ministri con gli attributimentali, non disponibili a fare i galoppini del premier di turno.
Esattamente come fa Bossi con i propri ministri. Raffaele Lombardo ha fondato il secondo partito autonomista della Sicilia, il primo di Milazzo affondò sotto i colpi dei democristiani siciliani, e dal 2005 è cresciuto fino al 16 per cento delle elezioni europee. Gianfranco Miccichè ha fondato il terzo partito autonomista, e cioè il Pdl Sicilia e vi sono segnali che anche il Pd regionale vorrebbe creare un partito siciliano autonomista da federarsi con quello nazionale.

Il futuro della Sicilia si può costruire solo con l’Autonomia e deve basarsi su un progetto di alto profilo e su quadri che vadano alla scuola politica, si formino, studino lo Statuto, la storia della Sicilia, la politica. I quadri debbono essere fortemente preparati e altrettanto motivati in modo da andare in giro a diffondere fra i cittadini-elettori le informazioni necessarie, per far capire che il sottosviluppo isolano non si risolve dando il posto di lavoro pubblico o un’indennità umiliante a questo o a quello.
Si risolve mettendo in cantiere attività produttive di ricchezza e quindi opportunità di lavoro per tutti quelli che oggi fanno i parassiti  nelle diverse pubbliche amministrazioni e per gli altri siciliani che, privi di competenze, non trovano lavoro.
In questo solco, il Governo deve fare da guida, procedendo speditamente con la modifica della politica economica mediante un bilancio liberato da scorie, da sprechi, da spese clientelari, da apparati elefantiaci, da ammortizzatori sociali impropri e così via. E, secondo, destinando tutte le risorse liberate a infrastrutture gestite con il project financing, in modo che per ogni euro impiegato se ne
mettano in moto dieci.