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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Lega Nord

Apr
18
2012
O Bossi non ragiona più o cerca di prenderci in giro. Nessuna persona di buon senso affermerebbe: “Se ho preso i soldi, li restituirò”. Ma chi meglio di sé medesimo può sapere se ha preso i soldi o meno? E allora, se li ha presi li restituisca, e se non li ha presi lo dica con chiarezza.
La questione della Lega non riguarda solo quel partito, ma tutti gli altri che dalla gestione personale traggono profitti personali, alcuni evidenti che sono emersi, altri sommersi che non si vedono, se non quando le Procure della Repubblica scavano e vanno a cercare la corruzione.
Secondo notizie di stampa, la moglie del senatur, che si chiama Manuela Marrone, ha accumulato ben 18 immobili. Sembra improbabile che il marito non sapesse dell’accumulo di tali ricchezze. E sembra altrettanto improbabile che il capo di un partito non sapesse di tutte le spese effettuate dallo stesso per polizze assicurative, ristrutturazioni di case, acquisto di auto per i figli, viaggi, eccetera.

Altrettanto improbabile sembra, agli osservatori, che i più vicini colleghi di Bossi, come Maroni e Calderoli, non sapessero di questi traccheggi e della distrazione di somme del partito per destinazioni private.
Maroni si è fatto riprendere con la scopa in mano per indicare che intende fare pulizia, ma poteva impugnare detta scopa qualche anno fa, quando sono stati approvati i bilanci interni del partito, se mai sono stati approvati.
E se il tesoriere del momento non aveva presentato gli stessi bilanci, come mai il suddetto Maroni non ne ha chiesto la produzione e la verifica? Da qualunque parte si giri e di chiunque si parli, la faccenda risulta sporca e ha sporcato tutti coloro che ne hanno fatto parte.
Per tentare di risalire la corrente, la Lega ha comunicato di rinunziare ai rimborsi 2012 e la stessa cosa ha fatto Di Pietro a nome del suo partito, l’Idv. Ambedue le dichiarazioni sono prive di fondamento, infatti se non viene modificata la legge sui rimborsi, resta poco credibile che i partiti che ricevano le somme le girino per scopi benefici o filantropici.
Abbiamo esempi, in altri campi, di simili dichiarazioni non andate a compimento, come quelle di Benigni e Celentano.
 
In questo clima di sdegno che colpisce i partiti di tutti i versanti, il trio ABC (Alfano, Bersani, Casini) ha dichiarato di vergognarsi di questo andamento e del fatto che i partiti abbiano ricevuto somme quattro volte superiori a quelle che hanno speso, con ciò spiegando come la parola ‘rimborsi’ non aveva alcun significato.
Tuttavia, il rossore dei tre non ha prodotto alcun effetto pratico, perché nessuno di essi, e gli altri partiti con loro, ha messo in atto un meccanismo legislativo per riformare la legge sui rimborsi elettorali e, conseguentemente, per evitare che le casse pubbliche eroghino entro il primo luglio la rata di cento milioni. Nessuna rinuncia a tale finanziamento indebito perché sanzionato dal popolo con il referendum dell’aprile 1993.
La politica deve essere finanziata, dice qualcuno, perchè altrimenti la farebbero solo i ricchi e i benestanti. Ma tale finanziamento non può avvenire contro il volere del popolo.

Può essere usato il cinque per mille, può essere potenziato il finanziamento privato con relativa deduzione fiscale o lasciti testamentari o donazioni. Al limite della decenza, potrebbero essere rimborsate le spese vive sostenute, documentate a piè di lista e certificate da un soggetto esterno come la Corte dei Conti o una società di revisione iscritta alla Consob. Ma questo sconcio di nascondere sotto la voce ‘rimborsi’ un vero e proprio finanziamento, di cui i cittadini non hanno più alcuna notizia, deve cessare immediatamente.
I vertici dei partiti paventano la massiccia astensione e la crescita vertiginosa del partito della protesta, rappresentata da Beppe Grillo. Però non fanno nulla né per attrarre gli elettori, né per evitare che la protesta si riversi sul partito del comico genovese. Infatti, quello è diventato un vero e proprio partito e alle prossime elezioni potrà raccogliere il 7-8 per cento dei voti, se non di più.
Lor signori sono avvisati: se hanno un poco di sensibilità devono prendere provvedimenti urgenti per tagliare il fiume di denaro, in questi momenti di vacche magre. Oppure avranno conclusa la loro carriera.
Gen
26
2012
Nella riunione oceanica in piazza Duomo di Milano di domenica 22 gennaio abbiamo sentito la voce roca del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, che ha esordito, in perfetto italiano, con una frase aulica: “Monti fuori dai coglioni”. Gli improperi sono nello stile del senatur, il quale una volta ululava mentre ora rantola, non solo per problemi di salute.
Risulta evidente che il vociare suo e quello della sua truppa hanno l’unico scopo di alimentare il malcontento diffondendo fra i militanti menzogne. Il peggio della comunicazione bossiana e degli altri dirigenti è che dimenticano la storia, perché hanno la memoria corta o perché non l’hanno studiata, poco inclini ad alimentare il cervello con la lettura.
Quando affermano che le regioni della fantomatica Padania mantengono il Sud, in quanto danno allo Stato più di quanto ricevono, non tengono conto che questo stato di fatto è conseguente alla destinazione di cospicue risorse finanziarie ricevute da Roma. Infatti, i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni non hanno sostenuto uno sviluppo eguale in tutto il Paese ma, con decisioni particolari e favoritismi, hanno inviato nel Nord Italia due terzi delle risorse e al Sud solo un terzo.

Ora, che i settentrionali abbiano iniziativa, riescano a depositare numerosissimi brevetti, si innovino, conquistino mercato estero, è del tutto pacifico e acclarato, ma tutto ciò non si sarebbe potuto fare se non vi fossero state le risorse finanziarie atte ad aprire numerosissimi cantieri di opere pubbliche e a sostenere il capitale circolante delle imprese. I relativi finanziamenti delle banche, anche in questo caso, sono stati destinati alle attività del Nord piuttosto che al Sud.
Questi sono i dati incontrovertibili, aspettiamo che qualcuno li smentisca.
Il Governo Monti non ha in agenda una forte azione per il riequilibrio delle due parti del Paese, che sta soffrendo la recessione. Anche questa colpisce più il Sud che il Nord, perché colà vi sono più membri di una famiglia che lavorano mentre al Sud vi è solo una persona che porta a casa reddito. Colà il reddito medio è il doppio di quello del Sud, quindi l’arretramento porta meno sofferenza.
 
Ricordiamo le quantità di denaro che hanno sostenuto la Fiat in molti decenni, le quantità di denaro che hanno sostenuto la Cassa integrazione ordinaria e straordinaria, il Mose (le paratoie che proteggono Venezia) che costerà 5 miliardi, in fase di completamento, le metropolitane di Milano, costate miliardi, quella di Roma (la linea C) che costerà 3 miliardi e la linea ad alta capacità, costata decine di miliardi, da Torino a Napoli.
A fronte del sommario elenco, vengono stornati 1,6 miliardi per la costruzione del Ponte (con il rischio di dover pagare un indennizzo al general contractor di quasi un miliardo), nessuna iniziativa sulla rotaia Salerno-Reggio Calabria né in Sicilia, ove per andare da Trapani a Messina, occorrono 7 ore. Per non parlare della differenza infrastrutturale delle autostrade e dei porti.
Detto questo, però, dobbiamo dare ragione al rauco Bossi e ai suoi dipendenti quando affermano che nel Sud, oltre alla criminalità organizzata, vi è un altro cancro non meno cattivo, che è l’eccesso di spesa pubblica necessaria al clientelismo che ha portato a moltiplicare i posti nelle Pubbliche ammnistrazioni e nelle società di servizi pubblici da esse controllate, per cui gli stessi servizi sono inefficienti e costano molto di più di quelli delle regioni avanzate.

Questa è la grande colpa del ceto politico meridionale degli ultimi trent’anni: avere alimentato la spesa pubblica e la cultura del favore, diseducando i meridionali e allontanandoli, invece, dalla cultura del merito, secondo cui percepisce maggiori compensi chi è più bravo, non chi è l’amico del cosiddetto potente. Ed è proprio per questo cattivo ceto politico, in combutta con il cattivo ceto burocratico, che si dannano quei bravi cittadini meridionali, lavoratori onesti e capaci, che reggono la parte buona della società a Sud di Eboli, ove come scrisse Carlo Levi, Cristo si è fermato.
Se Bossi ulula, i politici meridionali danno fiato alla bocca. Non contrastano la Lega con azioni concrete per conseguire obiettivi in tempi brevi, ma continuano a promettere che faranno. Se ci fate caso, nessuno di questi elenca ciò che ha fatto, perché non l’ha fatto. Faranno: beati loro e chi li supporta!
Ago
10
2010
La Lega Nord è il più grande partito autonomista d’Italia, anche perché è riuscito ad allargarsi in un territorio formato da almeno tre Regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto). Essa si è anche incuneata in Emilia e Toscana, facendo breccia perfino a Lampedusa, dove una sua concittadina, Angela Maraventano, è stata eletta senatrice del partito.
Bossi, in diverse interviste, ha precisato correttamente che la Lega non è di destra né di sinistra, ma un partito autonomista dei cittadini per i cittadini: un’affermazione che si può sottoscrivere senza alcuna remora.
Il Movimento per l’Autonomia di  Lombardo - costituito solo nel 2005, mentre noi lo avevamo auspicato negli anni Novanta - si muove nell’agone politico senza le tradizionali barriere. Per cui, correttamente, può allearsi con qualunque partito, con l’unica condizione di seguire la rotta nell’interesse esclusivo dei siciliani. Così come ha fatto Jordi Puyol, nel 1974 in Catalogna, e Lee Kuan Yew, nel 1965 a Singapore.

Però, a Lombardo manca la cinghia di trasmissione dell’attività dei dirigenti che li colleghi ai quadri e agli elettori, per cui non ha quei canali di comunicazione indispensabili per dimostrare l’efficacia della propria linea politica.
Le vessazioni che ha subìto la Sicilia, in questi 64 anni di Autonomia, hanno una precisa responsabilità nella classe politica isolana, che ha sempre anteposto agli interessi del nostro popolo la propria carriera. Si sono pronati servilmente quando c’erano da difendere i nostri interessi e accettando colonizzazioni e danni ambientali in nome di un’occupazone che è stata alternativa al benessere delle popolazioni. Con i risultati che possiamo constatare, purtroppo, nella aree di Milazzo, Priolo, Gela e Termini Imerese.
Gianfranco Micciché, che ho conoscuito quando era giovane dipendente dell’Irfis, ha capito che non è più tempo, per la Sicilia, di stare aggregati a un carro che non ne cura gli interessi e, coraggiosamente, ha creato il partito autonomista, denominato provvisoriamente Pdl Sicilia.
Giovedì 29 luglio si è consumata la frattura fra Fini e Berlusconi, un chiarimento indispensabile perché non era più possibile assistere a litigi continui che hanno bloccato Parlamento e Governo.
 
Fini in Sicilia ha quattro deputati all’Ars, con i quali può costituire un altro gruppo autonomista, fuori dal contesto di destra o sinistra.
Anche l’Udc di Saverio Romano, con la sua forza che è preponderante nel partito nazionale, può decidere di diventare un partito autonomista, per uscire dalla logica romanocentrica e collaborare a un progetto di cui la Sicilia ha indispensabile bisogno e le cui parti sono state più volte elencate su questo giornale.
Ultimo, ma non ultimo, il Partito democratico. Abbiamo sentito da tanti esponenti primari la necessità che esso si costituisca in organismo autonomo da federarsi con quello nazionale. è ovvio che Bersani e i maggiorenti centrali dicano di no. Ma qui, in tutti e cinque i partiti, deve essere compreso che la sensibilità dei siciliani si è risvegliata e, per la forte stretta di risorse pubbliche, ambisce che la classe politica sostituisca il becerume della sua condotta con la qualità.

In questa rassegna abbiamo lasciato per ultimo il Pdl lealista di Giuseppe Castiglione, il cui gruppo all’Ars è presieduto da Innocenzo Leontini. Anche loro si sono resi conto che non si può più essere considerati vagone di coda di un Governo che ha spostato il cuore della sua attività al Nord, attratto inesorabilmente da quella calamita che è la Lega.
Qui non si tratta di tirare il lenzuolo dal nostro lato, ma di fare in modo che esso copra ragionevolmente tutte le regioni d’Italia. Il metro dev’essere quello della virtù e della capacità di amministrare bene le risorse pubbliche, stimolando quelle private con  attrazioni e convenienze.
Si è parlato della staffetta presidenziale Lombardo-Micciché del 2013. Può darsi che così sarà, ma nei prossimi tre anni può succedere di tutto con il nuovo scenario politico che si è delineato in questo scorcio dell’estate ante-ferie.
Una cosa, però, è auspicabile: che i partiti operanti in Sicilia abbiano al centro dei loro valori quello dell’Autonomia e la prevalenza degli interessi della Sicilia su altri interessi. E abbiano al centro l’attuazione dello Statuto, che è il cuore dell’Autonomia stessa.