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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Liberalizzazioni

Feb
03
2012
Nella riunione del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo europei di Bruxelles, il 30 gennaio, Monti è riuscito ad ammorbidire la posizione dei partner e soprattutto della Merkel. Su tutti i Paesi, che hanno un debito superiore al 60 per cento in rapporto al Pil, incombe l’accordo del Patto di Stabilità del 25 marzo 2011, secondo cui occorre rientrare in tale parametro entro 20 anni.
L’Italia ha un debito di 1.900 miliardi, pari al 120 per cento del Pil e dovrebbe abbattere l’eccedenza, pari a 950 miliardi (cioè il 50 per cento), appunto in venti anni: in pratica, oltre 40 miliardi l’anno. Scusate la sequenza di numeri, ma sono più significativi di qualunque ragionamento.
Monti è riuscito ad attenuare questa tabella di marcia, ma in ogni caso il percorso del prossimo ventennio non sarà agevole. In questo quadro, la Regione siciliana non ha alternative, e qualunque governo arrivi dopo Lombardo dovrà stare sullo stretto binario firmato e sottoscritto dall’Italia con l’accordo prima ricordato.

Tutto ciò rende indispensabile che  l’attuale maggioranza regionale, eterogenea o qualunque altra dovesse governare fino alla primavera 2013, imposti il bilancio 2012 e i seguenti con tassativo rigore per tagliare i favoritismi e i clientelismi che lo appesantiscono in maniera abnorme. Tagliare le spese significa eliminare, rivedere con oculatezza e usare il bisturi e non l’accetta per ridefinire tutto il bilancio, capitolo per capitolo. Vi è poi da mettere sotto osservazione le spese folli che fanno tutte le partecipate regionali, le quali servono per metterci dentro i galoppini del ceto politico, indipendentemente da ciò che dovrebbero fare.
È inutile enumerare i macrotagli, perché li abbiamo indicati tante volte, mentre aspettiamo di vedere la bozza di bilancio 2012 per capire se questo governo voglia veramente ricondurre i numeri a un piano efficiente ed essenziale. In tal senso, sembrano confortanti le parole dell’assessore Armao, che ha evidenziato la necessità di tagliare le spese fino a 2,4 mld, avvicinandosi così a quei 3,6 mld da noi indicati più volte.
Rinviare ancora le decisioni, certamente impopolari, è un atto di irresponsabilità che Giunta e maggioranza non devono commettere. Il tempo stringe ed è necessario che si adottino provvedimenti drastici, sul modello di quelli del Governo nazionale, per evitare di condurre la Sicilia verso il baratro.
 
L’altra faccia della medaglia riguarda gli investimenti e il saldo dei debiti nei confronti del sistema delle imprese. Le due operazioni avrebbero lo scopo di immettere liquidità nel mercato siciliano e, con essa, alimentare gli investimenti, aprire i cantieri per le opere pubbliche, creare nuove opportunità di lavoro (non posti di lavoro): in una parola, andare verso la crescita, cioè l’aumento del Pil che dal 2008 continua a retrocedere, impoverendo i siciliani.
Anche in questo versante abbiamo più volte indicato l’elenco delle opere e delle attività da promuovere, cercando di spendere tutti i fondi europei a disposizione, unitamente ai Fas e con il necessario co-finanziamento regionale. è incomprensibile il comportamento del ceto politico e di quello burocratico, che non capiscono l’urgenza della svolta indicata, mentre continuano a cazzeggiare come se l’attività politica fosse ludica e non essenziale.

Vi è poi l’altra questione non secondaria: il saldo dei debiti di tutte le Pubbliche amministrazioni regionali e locali nei confronti delle imprese, che ammontano a circa 5 miliardi. Le aziende non solo stanno soffrendo per l’obiettivo regresso dell’economia, in più devono subire il peso di un’immobilizzazione finanziaria per il mancato incasso dei crediti pubblici, utilizzando gli affidamenti bancari che invece dovrebbero essere utilizzati per l’espansione.
Se è vero che su impulso del Governo Monti il Parlamento recepirà la direttiva Ue 7/11, che impone l’obbligo di pagare le fatture entro 60 giorni, Regione e Comuni siciliani (salvo quelli virtuosi), si troveranno in difficoltà perché, non pagando nel termine perentorio indicato, saranno soggetti a forti sanzioni oltre agli interessi moratori che, in atto, superano l’8 per cento.
Insomma, in un modo o nell’altro, le amministrazioni siciliane devono mettersi in regola e diventare virtuose, volenti o nolenti. La stagione dei festini è finita, anche se ancora il ceto politico e burocratico pubblico non se n’è reso conto. Ma il nodo scorsoio stringe il collo di quelli che non vogliono capire. O capiscono, o soffocano.
Gen
24
2012
Finalmente ha visto la luce il decreto sulle liberalizzazioni dopo diciotto ore di continuo dibattito di cui otto all’interno del Consiglio dei ministri. Si tratta di un insieme di norme equilibrate, perché sottrae a ciascuna categoria qualche cosa, ma dà ai cittadini la somma di ognuno.
Naturalmente le categorie (corporazioni), anziché essere contente perché questo modo di procedere crea un piccolo danno a ciascuna di esse ma una grande utilità alla gente, hanno cominciato a protestare, con la speranza che nel corso di conversione le Camere modifichino a loro favore e in danno dei cittadini quanto previsto dal decreto.
Ma esso deve ritenersi il massimo possibile che Monti sia riuscito ad ottenere da Pdl, Pd e Terzo polo. Siamo convinti che, se fosse dipeso da lui, il decreto avrebbe avuto riforme ben più sostanziose ed incisive. In ultima pagina è pubblicato l’elenco delle liberalizzazioni efficaci, annacquate e delle altre che non hanno visto la luce.

Monti farebbe bene a battere il ferro mentre è caldo, chiedendo ai presidenti di Camera e Senato di mettere in calendario il decreto Cresci Italia, in modo da ottenerne l’approvazione come è avvenuto per il decreto numero Uno denominato Salva Italia, quello strapieno di nuove imposte.
Monti dovrebbe riuscire ad ottenerne la conversione in legge non oltre la metà di febbraio, in modo da mettere in cantiere l’ulteriore prova di forza e di responsabilità che riguarda la riforma del mondo del lavoro. Nelle more che ciò accada, il Consiglio dei ministri si prepara ad approvare il decreto sulle semplificazioni, che abroghi tutte le norme vessatorie contro i cittadini, esercitate con spocchia da una Pubblica amministrazione feudale, arretrata, inefficiente, disorganizzata e, a volte, corrotta.
Ecco dove dovrebbe esserci un forte intervento del Governo: proprio su burocrati e dipendenti pubblici, in modo  che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 della Costituzione).
Vorremmo fare due osservazioni sulla riforma riguardante gli Ordini professionali: la prima riguarda la possibilità di più Ordini per branca, in modo da metterli in concorrenza con la finalità di meglio tutelare i cittadini.
 
La seconda riguarda l’abolizione delle tariffe e l’obbligo di richiesta del preventivo. Tale obbligo imporrà ai dirigenti pubblici, che attivano incarichi di difesa col gratuito patrocinio (gratis per gli assistiti, ma con onorario a carico della Pa), a mettere in gara i professionisti prima di affidare loro l’incarico, con notevole beneficio per l’erario, perché gli onorari caleranno, eliminando l’attuale stato di cose.
Sulle farmacie vorremmo osservare che l’aumento di cinquemila punti vendita comporterà la crescita di nuovi posti di lavoro: tra cinque e diecimila farmacisti e forse altri diecimila addetti ai servizi diversi. Non comprendiamo il rifiuto di nostri tantissimi amici farmacisti, perché se lì si vendono cosmetici, scarpe ed altri prodotti, chi venda cosmetici, scarpe e altri prodotti non possa vendere farmaci, sempre beninteso, con la presenza del farmacista.
Per i tassisti il rinvio della disciplina all’Autorità è un atto pilatesco, per cui non sembra che questa matassa possa essere sbrogliata da qui ai prossimi anni.

I notai sono professionisti eccellenti, che hanno superato un duro esame concorsuale. Altri millecinquecento nei prossimi tre anni significherà trovare occupazione non solo agli stessi, ma almeno ad altri sei-dieci mila persone addette ai servizi diversi.
I servizi pubblici locali, gestiti dagli stessi enti, sono una cancrena di clientelismo e di corruzione. Il danno più grave che provocano è di offrire ai cittadini-consumatori servizi pessimi a prezzi molto alti.
La precedente legge prevedeva che tali servizi dovessero essere messi in gara entro il prossimo 31 marzo, ma questo decreto ha spostato il termine al 31 dicembre, facendo perdere alla loro riqualificazione altri nove mesi.
Monti poteva fare di più, ma ha avuto imposti limiti soprattutto dal Pdl, che tutela le corporazioni. Ora lo aspettiamo i decreti su spending review, riforma del mercato del lavoro, semplificazioni, il pagamento dell’Ici da parte della Chiesa, riforma della Rai, separazione dei servizi postali da quelli di Bancoposta e pagamenti celeri della Pa.