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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Libia

Mar
24
2011
È stucchevole assistere al balbettìo del governo e dei vari ministri che implorano la solidarietà dell’Unione, quando i principali partner hanno detto con chiarezza: arrangiatevi. Sembra di riascoltare il grande Antonio De Curtis. Se ci dobbiamo arrangiare, bisogna trovare all’interno delle nostre leggi la fonte per far cessare questa indegna invasione.
Quando arrivavano gli emigranti fuggiti al terrore delle loro guerre, bisognava valutare se poteva essere loro concesso l’asilo politico. Ma le migliaia di tunisini che sono sbarcate e che sbarcheranno, non hanno più alcuna ragione di tal passa, perché in Tunisia il dittatore è stato cacciato e non vi è più repressione.
Quindi, questi emigranti sono dei clandestini che vengono in Italia perché qui si sta meglio, alla ricerca di un’occupazione, oppure per transitare verso la Francia dove hanno parenti. In ogni caso, essi commettono un abuso e una violazione delle leggi nazionali ed internazionali. Pertanto, l’Italia deve reagire adeguatamente non essendoci più ragioni umanitarie.

È vero che l’Unione ha dei regolamenti sul salvataggio di naufraghi o presunti tali, ma niente dice sulla facoltà degli Stati membri di rimandare a casa i clandestini che non sono perseguitati politici e, quindi, non hanno timore di subire alcuna ritorsione una volta ritornati alle loro spiagge.
Non si capisce perché il governo italiano non istituisca un ponte aereo che, immediatamente, rimandi a Tunisi o Djerba o Port El Kantaoui questi emigranti che non hanno alcuna necessità di lasciare case e familiari. L’assenza di questa presa di posizione è incomprensibile, anche tenuto conto della situazione disastrosa ed oppressiva che è calata su Lampedusa e suoi abitanti.
La stagione turistica, su cui si fonda l’economia di quell’Isola, è già compromessa, perché non è possibile pensare che, a fronte dei 5 mila abitanti, vi siano 5 mila clandestini. Il fatto che il commissario straordinario voglia impiantare lì una tendopoli significa uccidere economicamente le attività turistiche che durano sei mesi all’anno. Ed il periodo buono è quello che comincia il prossimo aprile.
 
I tunisini hanno parenti in Francia, parlano il francese e tendono ad andare nel Paese transalpino. Potrebbero tentare la traversata verso la Corsica, anche se il tragitto è più lungo. Ma se trovassero sbarrato l’ingresso a Lampedusa sarebbero costretti ad affrontarlo, qualora ritenessero che il governo francese si comportasse in modo molliccio come quello italiano.
Ma sanno che così non è, perché Sarkozy lo impedirebbe, come peraltro lo ha impedito Zapatero in Spagna contro il tentativo di sbarco da parte di nordafricani via Marocco, ricordando che lo Stretto di Gibilterra, con i suoi appena 14 chilometri, unisce l’Europa e l’Africa. Ma Francia e Spagna sono Paesi seri, in Italia è sempre di scena la farsa, nessuno si assume le dovute responsabilità.
 Quello che più dispiace è che in questa vicenda il governo regionale non batte un colpo a difesa dei propri conterranei lampedusani, che sono al pari di tutti gli altri, sia italiani che siciliani. Riassumendo, il governo nazionale subisce pavidamente quest’ondata di clandestini, quello regionale altrettanto pavidamente non fa il proprio dovere, cosa resta da fare a quei cittadini isolani che hanno pari diritto di lombardi, veneti e aostani? Dovrebbero imbracciare le armi? No, non è questa la soluzione.

La soluzione c’è, l’abbiamo prospettata subito e la ripetiamo: istituire il ponte aereo per restituire alla loro patria chi, indebitamente, ne è fuggito. Non ci sono più ragioni umanitarie che tengano.
Cosa potrebbe fare il governo regionale? Sicuramente un’azione mediatica che spieghi all’opinione pubblica nazionale ed europea il disastro capitato ai lampedusani, un disastro che va evitato ad ogni costo. In secondo luogo, muovere precise istanze e messa in mora del governo nazionmale, affinché prenda la decisione di mandare a casa i clandestini (e non perseguitati politici) dopo averli salvati, principale regola umanitaria. Terzo, può chiedere al ministro degli Esteri di andare insieme a Tunisi per concordare una sorveglianza con mezzi navali e terrestri italiani i cui equipaggi siano misti, in modo da impedire il losco traffico di carne umana che sta facendo arricchire i mafiosi tunisini.
Feb
25
2011
Sono stato più volte in Tunisia, ospite del Governo di quel Paese, nel 2009 a intervistare i ministri del Turismo Khelil Lajim e dello Sviluppo e cooperazione internazionale Mohamed Nouri Jouini, mentre il 23 novembre 2010 il console generale Ben Mansour Abdherran, è stato nostro ospite al forum. Ho avuto l’impressione che tutto funzionasse con ordine e, tenuto conto del suo sottosviluppo e dell’assenza di materie prime ed energetiche, che il progresso sembrava evidente.
Negli ambienti della classe dirigente, appartenente alle associazioni internazionali di servizio (Rotary e Lions) si vociferava della limitazione alle libertà e di una corruzione insita in ogni Paese dittatoriale. Abbedin Ben Alì, nel 1987, fece internare il padre della patria, Habib Burgiba mediante un cartello di medici che ne dichiararono l’incapacità di intendere e di volere. Chi di spada ferisce, di spada perisce.
In Marocco, il potere è saldamente nelle mani del giovane sovrano Mohammed VI (48 anni), il quale però ha avviato una serie di riforme sociali ed economiche che rendono quel Paese, affacciato su due mari, in grado di progredire, al riparo da rivolte.

L’Algeria, è sotto la dittatura del presidente Abdelaziz Butfika, il quale proprio in questi giorni ha sospeso lo stato d’assedio che durava da 19 anni. L’Algeria è piena di gas e petrolio che trasferisce all’Italia attraverso un’apposita pipeline. Non sembra probabile che l’accennata rivoluzione possa disarcionare il presidente.
In Egitto, la rivoluzione è stata rapida e indolore, anche perché Hosni Mubarak è gravemente ammalato e forse già morto. Non si hanno sue notizie almeno fino ad oggi.
In mezzo, fra Tunisia e Egitto, c’è la Libia, nella quale il potere assoluto di Muammar Gheddafi sembrava non scalfibile. Evidentemente, come tutti i dittatori, anch’egli ha abusato del suo popolo tenendolo in un sistema di difficoltà cui dispensava favori ben diversi dai diritti umanitari. Non sappiamo come finirà, se cioè il colonnello riuscirà a riprendere il controllo della Cirenaica o se invece non perderà anche la Tripolitania.
Sappiamo solo che dagli eventi accennati, l’Italia e l’Europa corrono due gravi pericoli: l’inondazione di immigrati e un taglio dei rifornimenti energetici (petrolio e gas).
 
L’Italia continua ad appellarsi all’Europa per fare fronte comune contro l’immigrazione, ma deve entrare nell’ordine di idee che per fermarla è necessario stabilire un ferreo controllo direttamente sulle coste africane. Là occorre soccorrere i migranti che si trovano sui barconi e riportarli ai siti natii, con l’accordo dei rispettivi Governi locali. Oppure rispedirli in Patria direttamente da Lampedusa via mare o per aereo.
Il problema più grosso, non a breve periodo, è quello della dipendenza energetica. L’Italia ha condotto negli ultimi 24 anni una politica scriteriata: partendo dal referendum anti-nucleare del 1987, che impediva la ripresa dell’iniziativa fino a cinque anni dopo. Ma, già dal 1992, il discorso del nucleare poteva essere messo all’ordine del giorno, cioè all’inizio della seconda Repubblica (virtuale). Ma né Berlusconi, né i Governi di transizione cosiddetti istituzionali, né quelli del centrosinistra, dal 1996 al 2001, né ancora Berlusconi dal 2001 al 2006, né Prodi nei successivi due anni, né Berlusconi in questi ultimi 30 mesi hanno rimesso seriamente al primo punto del fabbisogno nazionale l’energia alternativa, quella della Green economy.

Solo ora, finalmente, è stata costituita l’Agenzia per il nucleare, presieduta dall’oncologo Umberto Veronesi, più per il suo equilibrio che per la sua competenza. Ma il processo per arrivare alla costruzione delle cinque centrali atomiche è disperatamente lento, tanto che forse neanche tra dieci anni sarà inaugurata la prima. E allora bisogna rivolgersi alle energie alternative, la prima fra le quali è prodotta dai Rifiuti soliti urbani (Rsu). Sembra incredibile che tutti gli amministratori locali non si rendano conto di avere il petrolio in casa, cioè i rifiuti, che considerano invece da gettar via o da interrare.
Vi è poi l’energia verde che proviene dai cereali, dalla canna da zucchero, dalla Jatropha Curcas e da tanti altri vegetali. L’energia solare stenta a svilupparsi nonostante gli incentivi. Ma vi è pure l’energia dai soffioni boraciferi, quella dalle alghe e dalle maree. E noi siamo ancora succubi del petrolio.  Che fessi!