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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Mafia

Set
13
2012
Ricordo quando, nel 1986 , il presidente della Regione, Rino Nicolosi, fece un discorso alla Borsa di Milano che lasciò il segno. Disse: “È inutile che continuiate a combattere la mafia in Sicilia se non la combattete qui, a Milano, dove ci sono danaro e ricchezza”.
Fu molto criticato dai poteri forti, dal mondo bancario, finanziario e imprenditoriale del Nord, ma, senza essere un chiaroveggente, Nicolosi anticipò quello che ormai accade nel Nord da 10 anni.
Lo scioglimento per mafia dei Comuni di Bordighera, Desio, Ventimiglia, Leinì, Rivarolo Canavese e altri, indica con chiarezza che le istituzioni locali, la borghesia, la classe dirigente e l’imprenditoria del Nord non sono stati capaci di ergere un muro alle infiltrazioni. E continuano a perdere terreno, tanto che, giorno dopo giorno, i media riportano le operazioni delle Forze dell’ordine in tutte le aree settentrionali, dal Veneto alla Lombardia, dal Piemonte alla Liguria.

Molti stupidi dicono che non bisogna fare le opere pubbliche nel Meridione perché c’è la criminalità organizzata. Sarebbe altrettanto stupido dire, oggi, che non si deve costruire la Pedemontana o la nuova tangenziale di Milano o le altre opere del Nord per evitare le infiltrazioni malavitose in quelle opere.
La costruzione della Salerno-Reggio Calabria, in grandissimo ritardo, ma ora in dirittura d’arrivo perché il ministro Passera si è impegnato a far chiudere i lavori entro dicembre 2013, è stata protetta dall’Esercito e dalle Forze dell’ordine. L’amministratore unico dell’Anas, Pietro Ciucci, ha ottenuto un grande supporto in questo senso e i cantieri stanno procedendo, sembra, in tabella di marcia.
Le opere pubbliche sono indispensabili per ricominciare a crescere, ad aumentare il Pil, l’occupazione, le imposte sui redditi, l’Iva. Il Governo sta preparando un piano che prevede 100 miliardi di investimenti, i quali produrrebbero 1 milione di posti di lavoro. Naturalmente dovrà procedere a tagliare spese per un importo analogo, diversamente, essendo vietati un nuovo indebitamento e un aumento d’emissione di titoli di Stato, non ci sarebbe ove prendere le risorse.
 
Con l’operazione Ulisse, le Forze dell’ordine hanno arrestato 37 malavitosi in provincia di Milano, per associazione di stampo mafioso. Sempre a Milano, sono stati uccisi un imprenditore e la sua compagna. è inutile continuare l’elenco perchè le statistiche riportano come ormai i morti ammazzati sono piu nel Nord Italia che nel Centro-Sud.
Fatto questo quadro, si capisce come non basti la lotta alla criminalità organizzata, fatta da GdF, Carabinieri e Polizia. Dato che l’Esercito lamenta un esubero di 30 mila marescialli rispetto alle proprie esigenze, non si capisce perché essi non vengano trasferiti nelle Forze dell’ordine  dopo un opportuno addestramento. Potrebbero essere estremamente utili.
Come non si capisce perché 100 mila dipendenti in più della Pubblica amministrazione non vengano trasferiti nell’Agenzia delle Entrate per potenziare i settori delle inchieste e degli accertamenti.
La legge sulla mobilità dei pubblici dipendenti esiste (n. 183/2011), ma i dirigenti non sono capaci di utilizzarla per trasferire il personale da una branca amministrativa all’altra, da un dipartimento all’altro.

Questo Governo si chiama tecnico, ma in effetti è formato da Commissari straordinari. Ha quindi poteri straordinari, sostanziali e non formali, perché i suoi provvedimenti devono essere votati dai parlamentari. Ma ha i requisiti e la forza per fare le riforme che colpiscano con efficacia la corruzione e l’attività della criminalità organizzata.
È urgente che nel disegno di legge sulla corruzione, in esame alle Camere, si aggiunga una parte che consenta alle Forze dell’ordine d’intervenire ancor più decisamente nel contrasto ai reati malavitosi.
Va da sé che, contestualmente, vanno regolamentate le intercettazioni perché si usino bene e non se ne faccia un abuso e disciplinate le responsabilità oggettive di chi amministra la giustizia senza mettere i giudici sotto lo spauracchio di ritorsioni. La loro libertà di giudizio deve rimanere inalterata, per consentire di emettere sentenze secondo scienza e coscienza.
Tutto questo per evitare che Scampia si trasferisca stabilmente al Nord.
Lug
18
2012
La Procura di Palermo, guidata dal capo Francesco Messineo, sta indagando sulle vicende del 1992 quando inspiegabilmente il ministro Conso non rinnovò (revocò) misure di carcere duro ai condannati per mafia.
La Procura di Palermo sta cercando di vedere se allora si commisero reati e se vi è un nesso con le morti di Falcone e Borsellino, chiamate anche stragi di Stato. Naturalmente si avvale di intercettazioni, così come sono oggi regolate dalla legge.
La vicenda deve emergere e non può restare nel limbo, come nel caso dell’abbattimento dell’Itavia a Ustica o delle stragi di Milano, Brescia e Bologna. Indagando e ascoltando le intercettazioni, nelle mani dei procuratori ne è capitata una riguardante la conversazione tra l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino, ed il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che entra nella vicenda in modo casuale.
Mancino dice che si è rivolto al presidente della Repubblica per chiedergli di coordinare le attività delle diverse Procure. Ma coordinare non è compito del Presidente della Repubblica.

Perchè, dunque, Mancino si è rivolto al Capo dello Stato? In atto, non c’è risposta. Ricordiamo che lo stesso ex ministro è stato anche vice presidente del Csm. Si deve presumere che conosca perfettamente i meccanismi giudiziari. Ritorna per la seconda volta la stessa domanda: perchè Mancino si è rivolto al Capo dello Stato? In ogni caso l’ha fatto. Questo è un dato, che però qui non interessa l’analisi.
Ci chiediamo, invece, perchè Napolitano abbia sollevato il conflitto di attribuzione fra la Presidenza della Repubblica e la Procura di Palermo, davanti alla Corte Costituzionale.  La legge 219/89 prevede tre casi in cui il Presidente della Repubblica, chiunque esso sia, possa essere messo sotto inchiesta. Nessuno dei tre casi ricorre nell’attuale vicenda. Anzi, la Procura ha chiarito immediatamentev che la casualità della presenza del Capo dello Stato nell’intercettazione non ha nulla a che fare con la vicenda giudiziaria.
Tuttavia, la Procura conserva come prova l’intercettazione, limitatamente a quello che ha detto Mancino. Elemento utile per chiarire l’intera vicenda.
 
Ma il Presidente della Repubblica ha chiesto alla Corte Costituzionale, attraverso l’Avvocatura di Stato, che l’intera intercettazione venga distrutta. Se la sua richiesta fosse accolta la Procura verrebbe privata di una prova.
Ora, la questione è se si tratti di forma o di sostanza. La legge è forma attraverso cui deve raggiungere la sostanza. Ma non ci può essere forma senza sostanza, seppure i vizi di procedura spesso annullano processi, indipendentemente dalla sostanza.
Le regole vanno rispettate sempre, salvo un maggior rispetto quando vi sono fatti gravissimi come quello che stiamo esaminando e cioè le stragi di Stato del 1992. Casi come quello esaminato se ne sono sempre verificati e se ne verificheranno ancora, e anche in altri Stati.
In tutte le Costituzioni sono previste le possibilità di messa in stato di accusa dei Capi di Stato, ma qui in questa vicenda Giorgio Napolitano non c’entra per nulla e tutti siamo pronti a testimoniare della sua correttezza istituzionale e onestà personale.

Ma le stragi di Stato debbono trovare una risposta e se qualche soggetto istituzionale ha responsabilità, deve essere messo sotto processo. La vicenda è delicatissima e all’opinione pubblica non deve balenare l’eventualità che qualcuno voglia mettere sordine o bavagli. La verità deve emergere come il sole all’alba e risplendere per rassicurare i cittadini che almeno nelle vicende gravi essa possa trionfare. Sulla moglie di Cesare non deve esserci neanche un’ombra.
Attendiamo la sentenza della Corte Costituzionale, alla quale tutti i cittadini debbono attenersi, indipendentemente dal soddisfacimento delle diverse istanze.
In ogni caso manifestiamo solidarietà, per quello che vale, ai giudici di Palermo che, tra mille difficoltà, stanno tentando di arrivare a un chiarimento di quei fatti tragici provocati da chi ancora oggi resta nell’ombra. I manipolatori delle vicende e coloro che tramano alle spalle dei cittadini devono essere scoperti. Chiunque contribuisca, anche in buona fede, a che i burattinai rimangano coperti, ha un’involontaria connivenza che va eliminata.
Mag
24
2012
Ieri abbiamo ascoltato le parole del presidente del Consiglio, Mario Monti, misurate ed efficaci. Per la prima volta abbiamo sentito definire Giovanni Falcone un italiano e non solo un siciliano. Per la prima volta abbiamo sentito un presidente del Consiglio citare le mafie, tutte le mafie, non solo quella dell’Isola.
è un grosso passo avanti, non tanto sul piano lessicale, quanto su quello dei concetti e sulla consapevolezza che le istituzioni centrali abbiano finalmente capito che le mafie si sono diffuse in tutto il territorio come metastasi e hanno cominciato a pervadere il tessuto sociale di tutte le regioni d’Italia.
è chiaro che le popolazioni attaccate dalla criminalità organizzata, ma che non hanno al loro interno le radici della stessa, sono refrattarie e reagiscono meglio. Mentre le popolazioni delle regioni meridionali, ove la mafia è nata, hanno una zona grigia di contiguità che rende più difficile la lotta delle istituzioni contro il vecchio fenomeno mafioso.

Quando si pensa alla criminalità organizzata come a un corpo estraneo rispetto a quello sociale, si commette un errore gravissimo. Bisogna pensare, invece, che essa collude, coinvolge e incarta uomini delle istituzioni, imprenditori, professionisti, politici e, in qualche raro caso, anche uomini delle forze dell’ordine e magistrati.
Quando si cede alle lusinghe, all’inganno, quando non si oppone l’alta e ferma barriera dei valori etici alle avances di tanti colletti bianchi che sono al servizio delle mafie, ognuno di noi si rende colpevole di reati sociali e morali, anche se non hanno rilevanza penale. Ancora più colpevoli sono quegli uomini politici, o meglio i partitocrati, quando per ottenere i consensi e farsi eleggere, pur di occupare uno scranno qualsiasi, vendono la propria coscienza e in qualche caso anche figli e parenti.
L’esempio viene dall’alto, è noto. Quando l’esempio è cattivo, cosa devono fare i cittadini? Mentre quando l’esempio è buono, purtroppo non sempre i cittadini lo seguono. Tuttavia, l’esempio non è solo di chi sta in alto, ma di ognuno di noi che lavora normalmente, che è persona normale, che è cittadino normale. Ecco, la normalità e l’ordinarietà sono essenziali.
 
Il Cittadino è l’uomo qualunque che fa solo il proprio dovere, lo fa bene e con puntualità. Il Cittadino è l’uomo qualunque, non qualunquista, che ha chiari i limiti dei propri comportamenti, che non devono mai prevaricare la libertà degli altri. Infatti, uno dei valori etici più importanti è il rispetto per il prossimo, al quale non bisogna fare mai nulla che non si vorrebbe ricevere.
Tanta gente è disorientata da un’informazione martellante basata sulle cose materiali: il cibo, la crociera, l’abito griffato, i telefonini e tante altre che questo sistema economico-sociale mette a disposizione di tutti.
Mentre dovrebbe esserci una campagna martellante, più forte di quella tenue che qualche volta viene fatta, per diffondere la necessità di nutrire molto il proprio cervello con una lettura varia, ampia e profonda di tutti i temi che hanno riguardato e riguardano l’umanità. A cominciare dalla Bibbia, una lettura ripetuta ed entusiasmante.

Ho visto la fiction di Raiuno di martedi sera, Paolo Borsellino, i 57 giorni. Non so se ha riprodotto i fatti con assoluta veridicità, ma credo che l’essenza di quella vicenda sia stata riportata in maniera abbastanza fedele. Traspare anche in questo secondo eroe - il primo è stato Giovanni Falcone, insieme a una serie infinita di magistrati e poliziotti ammazzati dalla mafia - la consapevolezza di un uomo che vuole fare il proprio dovere fino in fondo sapendo di rischiare la vita in ogni momento. Anzi, a un certo punto dice sono un morto che cammina e chiede al suo collega di poter deporre, come teste informato dei fatti, ricevendone una risposta dilatoria.
La ricorrenza del 23 maggio, in un momento di enorme crisi in cui si trova il Paese, molto più profonda in cui si trova la Sicilia, deve indurre tutti i rappresentanti delle istituzioni, e in particolare i partitocrati, a interdire il loro comportamento, ritirandosi in buon ordine e dando spazio a cittadini che non abbiano fatto mai politica a nessun livello, ma che siano onesti e capaci, indipendentemente dalla loro età.
Feb
15
2012
Ricordo il memorabile discorso che fece Rino Nicolosi, presidente della Regione siciliana, alla Borsa di Milano nel 1986. Denunciò, con toni pacati ma forti, come la mafia si fosse infiltrata in Lombardia e nella Borsa. Era solo l’inizio di un processo che a distanza di un quarto di secolo è diventato evidente. In questi ultimi tempi sono stati sciolti per mafia alcuni Comuni del Nord (Desio, Bordighera, Ventimiglia) e altri sono sotto l’osservazione del ministero dell’Interno per presenza nei Consigli comunali della malavita organizzata.
Appare del tutto evidente come la criminalità organizzata delle tre regioni, Calabria, Campania e Sicilia, vada dove c’è polpa, cioè ricchezza, in quanto, come tutti i parassiti, non aggrediscono mai i corpi esangui.
La criminalità organizzata si è estesa anche in Veneto ed è balzata agli onori della cronaca la mafia del Brenta, che è anche collegata a quella dei Paesi dell’Adriatico orientale.

Fa particolare impressione lo scioglimento del Comune di Ventimiglia, tanto vicino al confine con la Francia. Forse proprio per questo è stato aggredito dalla criminalità organizzata che, probabilmente, avrà anche gestito il transito degli immigrati in occasione dell’exploit di Tunisia e Libia. A proposito, miracolosamente gli sbarchi sono finiti. Chissà perché.
La mafia del Nord è la mafia delle regioni ricche, quella in guanti bianchi, che utilizza per i propri affari professionisti di alto livello ma di bassa etica, i quali sono connessi con imprese che mirano al profitto illecito e, contemporaneamente, sono evasori fiscali.
Non si capisce perché nello spot che provvidamente sta martellando i telespettatori dalle reti televisive si rappresenti come prototipo di evasore un poveraccio vestito male anziché un personaggio vestito elegantemente, che è proprio quello che compra e usa i suv intestandoli a teste di paglia.
L’evasione e l’attività della criminalità organizzata vanno a braccetto, perché è ovvio che per quel business non viene pagata alcuna imposta. Come peraltro non viene pagata alcuna imposta sul meretricio, invece regolato, in altri Paesi come Olanda e Germania. La mafia del Nord va combattuta con le sue stesse armi.
 
Le armi in questione sono quelle che si stanno cominciando a usare contro l’evasione di imposte e contributi, e cioè l’incrocio dei dati finanziari, il controllo di conti, depositi e libretti bancari e postali, la camicia di forza del limite di pagamento di transazioni a mille euro e via enumerando.
Rafforzando i controlli sulla via del denaro, Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, in collaborazione con il ministero dell’Interno e le Forze dell’Ordine, possono snidare questi malfattori che succhiano il sangue dei cittadini onesti.
L’altra faccia della medaglia della mafia è quella del Sud, cioè la mafia povera, ma che fornisce molta manodopera alla mafia del Nord, cioè quella ricca. La criminalità organizzata che si trova soprattutto nelle tre regioni prima indicate - ma ha propagini anche in Puglia, Basilicata e Molise - tenta ancora di interferire nel business degli appalti pubblici e vessa con il racket il sistema dei piccoli imprenditori e artigiani, agendo come una sorta di Ghino di Tacco, denominazione di cui era orgoglioso il non compianto Bettino Craxi.

La mafia del Sud, quella povera, è facilitata da uno stato di sottosviluppo endemico dei territori, attraendo i disoccupati, cui in qualche modo dispensa risorse, e impone coattivamente la sua presenza al sistema delle imprese. E agisce come somministratrice di una sorta di giustizia sommaria laddove quella ordinaria, con le sue lungaggini, non riesce a essere efficace.
Disoccupazione, inviluppo, malagiustizia sono i tre elementi che alimentano la mafia del Sud. Ma vi è un quarto elemento da non sottovalutare: l’interconnessione fra la criminalità organizzata e una parte del ceto politico, quello disonesto, che pur di raccogliere consensi vende la propria madre e la propria anima senza alcun rimorso. Decine di consiglieri regionali di Sicilia, Campania e Calabria sono sotto inchiesta ma, quasi per invidia, altre decine di parlamentari nazionali si trovano sotto i raggi degli inquirenti.
Il quadro è grave. Occorre una forte e adeguata terapia con urgenza, altrimenti il peggioramento sarà continuo, verso una strada senza ritorno.
Mag
24
2011
Ero consigliere alla Presidenza della Regione, correva l’anno 1986. Il presidente, Rino Nicolosi, cui mi legava una disinteressata amicizia, in un discorso memorabile, avvertì che la vera mafia, quella ricca, quella che contava, era a Milano e nella Borsa.
Sono passati 25 anni e i quotidiani scoprono l’acqua calda nel constatare la moltiplicazione di inchieste, di arresti e di sequestri di beni mobili e immobili di organizzazioni criminali che si stanno inserendo in quel tessuto economico. Peraltro, nel Veneto esiste già un’infiltrazione sostanziale con i mafiosi del Brenta, che controllano gran parte di quel territorio.
Quanto precede, per dire che la questione della criminalità organizzata è una questione nazionale. I metodi d’infiltrazione sono diventati più sofisticati e oggi a rappresentare gli interessi delle organizzazioni criminali vi è un ceto professionale e imprenditoriale in guanti bianchi, apparentemente irreprensibile, che fa un business mirato al trasferimento di risorse finanziarie illecite nel versante dell’economia ufficiale.

Il ceto professionale in guanti bianchi ha ramificazioni estere in nazioni inserite nella black list e nella lista grigia, ove si opera senza controlli o con controlli molto limitati. È del tutto evidente che la mafia si inserisce dove c’è la ricchezza, perché la sua azione parassitaria si nutre meglio dove c’è più polpa e non dove c’è povertà. In Sicilia, risulta un reddito pro-capite di 14 mila € contro i 28 mila della Lombardia, quindi qui la speranza di grattare qualcosa da uno stato di obiettiva semipoverà è basso. A Milano vale il doppio.
Dopo 25 anni dalla denuncia di Nicolosi, la situazione per la città meneghina si sta aggravando e vorremmo che le Procure, non solo del capoluogo ma anche delle altre città, si occupassero di snidare i reati contro la Pubblica amministrazione, da chiunque perpetrati.
Non solo, quindi, quelli della criminalità organizzata, ma anche tutti gli altri che saccheggiano la Cosa pubblica, come ha ampiamente comunicato nella sua relazione annuale, il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino. Oltre all’evasione, è grave l’espandersi della corruzione.
 
Evasione fiscale e contributiva, attività economiche malavitose, corruzione estesa nella Pubblica amministrazione sono tre cancri difficili da estirpare, perché vi è una zona grigia che fa congiungere i criminali con una parte debosciata del ceto politico e amministrativo.
I dirigenti che non osservano i tempi del procedimento, cadenzati dalla Legge 241/90 e, in Sicilia, dalla Lr 10/91, sarebbero perseguibili amministrativamente e penalmente. Ma, in effetti, questo non accade quasi mai, con la conseguenza che la non punibilità incentiva altri a cadere in fallo. Peraltro, la non punibilità del falso in bilancio introdotta con legge dal Governo Berlusconi ha portato molti amministratori di società a dichiarare dati non veri, tanto il rischio è modesto e vale la pena correrlo.
Se per l’evasione fiscale e contributiva l’azione dell’Agenzia delle Entrate, della Guardia di Finanza e del settore ispettivo dell’Inps sta portando risultati concreti (nel 2010 ben 21 miliardi di euro), se i sequestri di beni della criminalità organizzata si moltiplicano ogni giorno sotto l’impulso del ministro dell’Interno, Roberto Maroni, vi è una carenza assoluta nelle Pubbliche amministrazioni - statale, regionali e locali - di lotta alla corruzione. Ciò perché nessuno la va a cercare.

Infatti, in nessun Ente esiste un Piano aziendale che stabilisca tempi, modi, obiettivi e figure professionali necessarie per produrre i servizi. E non esistono i Niai (Nuclei investigativi affari interni) che vadano a controllare e a scavare dentro quegli ambienti misteriosi della Pubblica amministrazione per far emergere la corruzione e le inefficienze. Come? Controllando i tracciati digitalizzati e paragonando i risultati agli obiettivi. Dai ritardi, dalle lacune, dalle carenze, emergerebbero con chiarezza inefficienza e corruzione.
Fino a oggi, almeno in Sicilia, non abbiamo notizie che Regione ed Enti locali abbiano istituito il Niai, il che significa dare copertura a inefficienze e corruzione. Perciò, quando il pesce puzza dalla testa bisogna gettarlo nell’immondizia, per evitare che l’odore fetido si espanda fra i cittadini.
Gen
14
2011
Da circa un anno al Senato e all’Ars sono depositati dentro il cassetto i disegni di legge contro la corruzione. Ma il ceto politico ha qualche difficoltà a esaminarli e ad approvarli. La ragione che emerge chiara è che anche corrotti e corruttori votano. Anzi sono coloro che dispensando favori e privilegi sono nelle condizioni di calamitare consensi e di indirizzarli secondo la loro convenienza.
 
Dalle notizie che ci pervengono sui due ddl possiamo osservare che le sanzioni previste non sono rigorose come dovrebbero. Infatti non è prevista l’espulsione a vita dall’agone politico e dalla pubblica amministrazione per tutti i condannati di corruzione e per tutti gli altri che danneggiano la Cosa pubblica.
 
Ferma la garanzia che nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva, trattandosi di Cosa pubblica, cioè di materia che riguarda tutti i cittadini, non si può aspettare dieci o quindici anni per espellere dal sistema corrotti e corruttori, anche correndo il rischio che qualcuno di essi risulti innocente.
 
Dovrebbe bastare la sentenza di colpevolezza di primo grado per impedire, a chi è stato sanzionato di reato contro il bene comune, di partecipare a competizioni elettorali di ogni livello, di essere nominato in società controllate o partecipate da enti pubblici o di continuare a esercitare l’attività nella pubblica amministrazione. Vale a dire che se l’imputato dovesse essere riconosciuto innocente avrà diritto al risarcimento. Ma se colpevole, bisogna impedirgli di reiterare il reato o di compiere altri delitti.
 
La lotta alla mafia è stata intensificata in questi ultimi anni con il notevole aumento di beni sequestrati (in via provvisoria) e poi confiscati (in via definitiva). Colpire il patrimonio accumulato indebitamente degli appartenenti alla criminalità organizzata è un metodo efficace perchè toglie il sangue dalle vene del circuito finanziario. Da quando il prefetto Dalla Chiesa indicò questa strada sono passati trent’anni, ma la collusione tra ceto politico e mafiosi ha ritardato moltissimo l’inizio di questo nuovo modo di agire. Perchè questo ritardo? Perchè, l’abbiamo già scritto, anche i mafiosi votano.
 
Vi è poi la leggenda metropolitana che la mafia è più forte in Sicilia e in Calabria. Bisogna dire che qui è molto ramificata, ma da un punto di vista economico è meno potente della mafia lombarda o veneta.
 
Proprio in quelle due regioni ricche vi è materia finanziaria che interessa la criminalità organizzata. L’azione di governo si sta sviluppando con fermezza, ma necessita un ulteriore forte potenziamento per tentare di sradicare alla radice la pianta mafiosa, camorristica e quella della 'ndrangheta.
Anche i mafiosi votano e il ceto politico è sensibile all’apporto di consenso perchè la sua debolezza mentale impedisce di proporre e sviluppare grandi progetti strategici sui quali chiedere consensi. Quando la raccolta è clientelare e basata sul favore, la collusione con la criminalità organizzata è molto probabile. è inutile sentir dire da qualcuno che la mafia gli fa schifo quando poi ha preso i voti dalla mafia.

Anche gli evasori votano. Agenzia delle entrate e Guardia di finanza stanno facendo un importante lavoro, che ha portato dieci miliardi circa nelle casse dello Stato nel 2010. Tuttavia la materia imponibile nascosta è stimata comunemente in circa 250 miliardi. C’è ben altro da riscuotere.
Un modo capillare sarebbe quello di consentire la pubblicazione dei redditi annuali. La stranezza della questione sta nel fatto che le leggi prevedano che questo possa e debba essere fatto. La legge 133/08 infatti prevede all’art. 42, comma 1 bis, che “la consultazione degli elenchi (...) può essere effettuata anche mediante l'utilizzo delle reti di comunicazione elettronica”. La legge 122/10, all’art. 18, si occupa di accesso alle dichiarazioni relative ai contribuenti. C’è anche la sentenza C-73/07 della Corte di Giustizia europea che consente la diffusione via sms delle dichiarazioni dei redditi dei privati cittadini con scopi giornalistici.
Però il ministro dell’Economia Tremonti, contra legem, impedisce che i cittadini prendano visione dei redditi dichiarati dai contribuenti. Il controllo sociale dei redditi dichiarati sarebbe un forte deterrente per tutti gli evasori, ma tale controllo viene impedito perchè gli evasori votano e il governo nazionale e quello regionale (che potrebbe intervenire in materia) non fanno nulla affinchè tale controllo venga effettuato.
Dic
04
2010
Il comune di Desio della provincia lombarda di Monza e della Brianza è stato commissariato a causa delle inchieste su infiltrazioni mafiose come fosse Niscemi o qualche altro Comune del casertano. L’amministrazione di centro-destra era retta dal sindaco pidiellino Giampiero Mariano e il fatto dimostra che l’infiltrazione mafiosa si è già estesa nelle floride regioni del Nord ove c’è la ricchezza. è proprio là che la criminalità organizzata ha spostato da decenni il proprio centro operativo, tenuto conto che Sicilia e Calabria si sono impoverite nello stesso periodo.
Il giro d’affari della mafia è stimato in 120 miliardi, l’evasione fiscale in 275 miliardi, la corruzione nella Pubblica amministrazione in altri 115 miliardi. Il che significa che circa un terzo del Pil è nascosto ed il carico della spesa pubblica grava sulle spalle di due terzi della popolazione, mentre l’altro terzo gode di privilegi e vive di parassitismo. Ma anche questo terzo di popolazione vota ed ecco che vi sono partiti grandi e piccoli che, indifferenti all’onestà pubblica, sotto banco tentano di avere i voti anche di questi disonesti, diventando altrettanto disonesti.

La corruzione della Pubblica amministrazione è una gravissima circostanza che inquina tutti i rapporti sociali ed economici. La cupola nei lavori pubblici con gli arrestati eccellenti, le ordinanze della Protezione civile che saltano tutti i controlli e favoriscono gli amici, il nascente scandalo di Finmeccanica con mariti e mogli coinvolti ed altre centinaia di casi che la magistratura sta portando all’evidenza pubblica sono una piaga purulenta che avrebbe bisogno di forti anticorpi.
Tali anticorpi dovrebbero essere forniti dal ceto politico e dirigenziale che ha la responsabilità di tutelare la salute pubblica. Cosa che non avviene. Anzi il ceto politico e quello amministrativo (non tutto per fortuna) tengono il sacco alla corruzione praticata anche da imprenditori e professionisti disonesti.
L’opinione pubblica guarda attonita allo svolgersi di questi eventi sui quali un’opposizione vigorosa e forte dovrebbe puntare per ribaltare la maggioranza. Mentre assistiamo al gioco delle parti, un nauseante teatrino che si occupa di questioni personali piuttosto che dei grandi problemi che interessano i cittadini e più ancora le fasce deboli.
 
La questione che riportiamo ancora alla vostra attenzione è trasversale a chi fa della politica una professione. Attività indegna se chi la esercita non ha svolto prima un’altra qualunque attività e se non sia disposto a ritornarvi, una volta cessato il mandato popolare a qualunque livello.
Sono proprio i professionisti della politica, gli inamovibili, i rieccoli, i dinosauri, i fantasmi, tutti costoro che dovrebbero ritirarsi prudentemente anzicchè oltraggiare con la loro immagine i cittadini che non ne possono più di vederli davanti ai propri occhi. In politica si resiste solo perchè si è corrotti. i politici onesti entrano ed escono con l’onore delle armi. Non sono aggrappati alle poltrone, fanno politica per servire i cittadini e non se stessi.
Il presidente del Partito socialista catalano, José Montilla, in questi giorni ha perso le elezioni e si è subito dimesso. Il segretario del Partito socialista francese, François Hollande, quando la sua candidata Ségolène Royal ha perso le elezioni presidenziali contro Nicolas Sarkozy si è subito dimesso. Da noi chi perde non si dimette, anzi briga per riciclarsi.

I consigli di amministrazione delle società pubbliche sono pieni di trombati alle elezioni e di cadaveri politici. Gente inutile che non solo divora in modo parassitario risorse pubbliche, ma fa danno all’organismo cui partecipa perchè esercita il clientelismo e la corruzione. Non sappiamo se il danno maggiore alla comunità nazionale provenga dai mafiosi o dai politici corrotti.
Gli anticorpi: ecco cosa serve per fronteggiare l’invadenza delle due categorie. Gli anticorpi devono provenire dai due terzi della popolazione onesta che lavora, che produce ricchezza, che fa sacrifici e che paga le tasse. Male fa una parte di essa che, schifata, non va più a votare, mentre dovrebbe partecipare attivamente a protestare contro il malaffare e l’iniquità, fra cui lo strapotere di una Pubblica amministrazione corporativa e zeppa di privilegi.
La criminalità organizzata sta trovando fertile terreno per le proprie attività lucrative. Occorre che cittadini e responsabili istituzionali onesti comincino a usare i più potenti diserbanti, per togliere la mala pianta.
Nov
25
2010
La legge 259/58, precisamente all’art. 12, recita: Il controllo previsto dall’art. 100 della Costituzione sulla gestione finanziaria degli enti pubblici... è esercitato... da un magistrato della Corte dei Conti nominato dal presidente della Corte stessa che assiste alle sedute degli organi di amministrazione e di revisione.
La Corte costituzionale, con sentenza 466/93, ha sancito che l’obbligo prima richiamato è estendibile... alle società in mano pubblica, con partecipazione esclusiva, maggioritaria o prevalente.
La legge e la sentenza non sono state quasi mai applicate in Italia salvo che con un decreto “innovativo” del presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi, del 10 marzo 2010, con il quale è stato stabilito che la Rai è sottoposta al controllo della Corte dei conti. Cosicché, da quel momento, il magistrato Luciano Calamaro è presente nelle riunioni del Cda e del collegio dei revisori. Egli inoltre sta facendo le pulci a tutti i conti dell’elefante pubblico, che sperpera canone e imposte pagate dai cittadini aumentando gli organici e l’inefficienza.

È sintomatico sottolineare come una legge dello Stato, che ha ben 52 anni (1958-2010), non abbia trovato quasi mai applicazione, consentendo con ciò gli ormai noti sprechi e sperperi in tutte le branche amministrative e nelle partecipate pubbliche a tutti i livelli. Non si sa se la responsabilità della mancata partecipazione di un magistrato della Corte dei conti agli organi amministrativi o di controllo e revisione, sia da additare alla stessa Corte o agli enti che non ne abbiano fatto richiesta per osservare l’obbligo di legge.
Tuttavia non è mai troppo tardi. Dopo l’esempio del decreto Rai prima citato, i responsabili delle istituzioni non possono più sottrarsi al dovere di chiedere la presenza del magistrato contabile negli organi prima indicati.
Se in questi 52 anni tale presenza vi fosse stata, siamo convinti che i risparmi del denaro pubblico sarebbero stati cospicui, la corruzione nella cosa pubblica ridotta e le risorse finanziarie sarebbero state spese meglio. C’è da auspicare che la massiccia presenza dei magistrati negli enti sia attivata da ora. Sarebbe colpevole la non applicazione della legge citata che favorirebbe ulteriori sprechi delle nostre tasse.
 
Attuare la legge citata avrebbe un altro benefico effetto: essere un forte deterrente per le infiltrazioni mafiose non solo negli organi amministrativi per interposta persona, ma anche nei contratti a valle, che enti pubblici e partecipate stipulano con imprese apparentemente immacolate, ma che sono terminali delle organizzazioni criminali. Il sequestro e la confisca di ingenti patrimoni che le forze dell’ordine (ben dirette dalle Direzioni distrettuali antimafia) hanno fatto in quest’anno, sono la testimonianza della relazione che c’è tra le stesse organizzazioni criminali e imprese apparentemente pulite.
Sono decenni che si pone all’attenzione dell’opinione pubblica la presenza della criminalità organizzata nelle regioni ricche del Nord, circostanza sempre negata dai responsabili delle istituzioni statali e di quelle regioni. Negare l’evidenza era uno sport del cardinale di Palermo Ernesto Ruffini il quale, negli anni Cinquanta, asseriva che in Sicilia la mafia non esistesse.

Negli enti pubblici che appaltano opere e negli Urega provinciali e regionale sarebbe opportuno estendere il controllo all’interno degli organi di amministrazione. Dato che non potrebbe farlo la Corte dei conti per insufficienza di organico, la Regione potrebbe fare una convenzione con la GdF per chiedere la presenza dei suoi uomini laddove si maneggia denaro e segnatamente negli appalti e nelle partecipate. La GdF sarebbe così nelle condizioni di controllare in tempo reale sia eventuali infiltrazioni mafiose che sperperi e spese non conformi alle leggi e soprattutto al primo comma dell’art. 97 della Costituzione che fa riferimento all’imparzialità e al buon andamento dell’amministrazione.
Di questo si tratta: tagliare sperperi e impedire il connubio negli affari tra malavita e pubblica amministrazione. La soluzione che proponiamo non è nuova perché ribadisce la necessità di applicare in modo estensivo la richiamata legge 259/58 e estenderne la portata in modo da consentire agli uomini della Gdf di esserci nei momenti decisionali e di impedire il malaffare.
Nov
10
2010
Le inchieste giudiziarie che si stanno concludendo e che si sono concluse, portano all’opinione pubblica una evidenza incontrovertibile: la corruzione nella Cosa pubblica è in espansione forse più che nell’epoca di Mani pulite. La constatazione che precede ci fa risalire a due cause principali: la prima riguarda la questione morale. Senza l’utilizzo costante dei valori etici, nessun ceto sociale ha punti di riferimento. In primis, quello politico, che dell’etica dovrebbe fare la propria bandiera. Non che fra gli uomini politici non ve ne siano onesti e capaci, tutt’altro. Ma non sono in maggioranza, che invece è composta o da corrotti o da incapaci o da corrotti e incapaci.
La questione morale riguarda anche la pubblica amministrazione che è allo sbando perché non ha punti di riferimento. Seppure, in Italia, esista la divisione fra l’azione politica di indirizzo e l’azione amministrativa di esecuzione, spesso, vi è confusione voluta fra i due modi di agire. Per cui, la politica s’intromette nell’amministrazione e quest’ultima subisce passivamente l’indebito ingerimento.

La seconda causa riguarda la mancanza di controlli sistematici, effettuati in tempo reale. è vero, vi sono tanti controlli formali, forse troppi, ma nessuno di essi è efficace perché non fa evidenziare le illegalità e le inefficienze. In tutte le democrazie avanzate vi è un sistema di controllo della Cosa pubblica tassativo e funzionante, giorno per giorno, che provvede a monitorare il buon funzionamento delle procedure e il perseguimento costante degli obiettivi. Una macchina pubblica che non controlli con tempestività i risultati è solo una macchina mangiasoldi.
Mancando i controlli di merito e tempo, è ovvio che imprenditori disonesti approfittino delle falle per arricchirsi indebitamente, magari lamentano un ritardo dei pagamenti come fosse la giustificazione delle tangenti erogate. L’intreccio fra economia e mafia avviene proprio perché è venuta meno la certezza del diritto, sostituita dalla certezza degli abusi da parte di chi è più forte in danno di chi è più debole.
Colpire i patrimoni della criminalità organizzata è la strada indicata dal prefetto Dalla Chiesa ad inizio anni 80 ed ora che il ministro Maroni ha stretto le maglie, i risultati vengono e si ha notizia che togliendo le risorse finanziarie la criminalità si affloscia.
 
Viene comunemente stimato in 120 miliardi il giro d’affari delle varie mafie, le quali operano ove c’è danaro non dove c’è povertà. Per cui va ribaltata la supposta situazione di grande mafia esistente in Sicilia. Essa c’è, sia ben chiaro, ma il maggior giro d’affari è nella Borsa di Milano attraverso società gestite dai paradisi fiscali.
L’intreccio tra economia e mafia è favorito dalla strafottenza e dall’incuria dei pubblici amministratori. è notizia di questi giorni che la GdF ha scoperto 400 statali doppiolavoristi, alcuni dei quali guadagnavano 100 mila euro,  che hanno arrecato danno all’erario per oltre 11 milioni. L’incuria dei pubblici amministratori (politici e burocratici), aiuta la creazione di reddito sommerso, che oggi viene stimato in 275 miliardi di euro, il che comporta imposte non riscosse per circa 125 miliardi di euro.
È vero che l’Agenzia delle Entrate e la GdF probabilmente recupereranno quest’anno circa 10 miliardi (un notevole successo), ma questa cifra è ben lontana dall’effettiva evasione.

Evasione che si potrebbe combattere qualora tutti i meccanismi di controllo fossero precisi perché effettuati in modo informatico, semplificando al massimo i passaggi, concentrando i controlli in pochissimi centri e obbligando i burocrati a rilasciare tutte le autorizzazioni richieste da cittadini ed imprese in un tempo massimo di 30 giorni, pena la rescissione del contratto.
Questo è un altro punto fondamentale. Le sanzioni dei dirigenti. Vanno premiati quelli che raggiungono risultati e sanzionati sino al licenziamento quelli che si comportano in modo burocratico senza tener conto della necessità di portare fieno in cascina.
Il non dimenticato Gino Bartali diceva: “è tutto da rifare”. Non bisogna essere nichilisti, perché vi sono tante cose nel nostro Paese che funzionano bene, ma sono nel settore privato. Anche in quello pubblico vi sono delle isole di eccellenza, però è il sistema nel suo insieme che fa acqua. Non occorrono eroi, bensì professionisti che facciano con coscienza e continuità il proprio lavoro guardando all’interesse generale che deve essere sempre anteposto a quello personale. Non è facile ma si può fare.
Lug
20
2010
Ricordate il famoso romanzo di Margaret Mitchell, Via col vento? La frase che è rimasta in memoria a tanti è “Domani è un altro giorno e si vedrà”, ripresa in una famosa canzone di Ornella Vanoni. La storia è nota a tutti e riguarda la schiavitù negli Stati confederati del Sud ante la riunificazione degli attuali Usa. Perché Via col vento? Perché il vento porta in giro speranze e delusioni, circùita situazioni negative e ne riporta altre positive.
Il vento è fonte di energia ed è per questo che in questi ultimi decenni sono stati progettati e installati in tutta Europa aerogeneratori per catturane la forza.
Il business delle pale è molto appetito, perché gli impianti costano relativamente poco, hanno bisogno di modesta manutenzione e gestione, rendono molto. Sul business ha messo l’occhio la malavita organizzata che, molto sbrigativamente, ha cercato di esercitarlo in modo esclusivo. In Sardegna le indagini sono esplose in concomitanza delle inchieste sulla nuova P2, chiamata P3.

Risultano indagati il presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci; uno dei coordinatori nazionali del Pdl, Denis Verdini; il direttore dell’Arpa Sardegna, Ignazio Farris; il commissario dell’Autorità d’ambito, Franco Piga e il commissario provinciale di Iglesias, Pinello Cossu. Mentre sono stati arrestati l’ex piduista Flavio Carboni, l’ex Dc Pasquale Lombardi e il costruttore Angelo Martino. L’inchiesta non si limita solo all’affare dell’eolico, ma ad ogni altro filone di appalti pubblici, anche attraverso le scorciatoie della Protezione civile. Ci riferiamo alle scorciatoie intendendo le ordinanze che, per supposte ragioni di urgenza o di somma urgenza, hanno tagliato procedure e controlli ordinari. Vedi gli appalti per la Maddalena dove si doveva tenere il G8 poi trasferito a L’Aquila.
La corruzione sta emergendo con grande virulenza e sembra del tutto fuori luogo il modo sbrigativo con cui Berlusconi la liquida. Come Bettino Craxi, quando il 7 febbraio del 1992 appellò come mariuolo il presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, arrestato in flagranza di reato mentre intascava una tangente di 7 milioni di lire.
 
In Sicilia, il Governo Lombardo e l’assessore al ramo hanno bloccato le autorizzazioni a nuovi impianti eolici. Considerato che nella nostra Isola vi è il 16,11% di tutti gli impianti d’Italia e che vi sono regioni nelle quali non è installata neanche una turbina eolica, non si capisce perché si debba dare corso ad autorizzare nuovi impianti che deturpano in modo forte l’ambiente. è bene, quindi, che coloro i quali hanno presentato le domande si mettano il cuore in pace, perché questo business non s’ha più da fare.
Non si capisce un’altra cosa. Perché non si debba attuare il Pears (Piano energetico ambientale regionale siciliano) pur assoggettandolo ad una serie di modifiche che privilegino le fonti rinnovabili. In particolare, le fonti verdi (vegetale, geotermico, solare, fotovoltaico, biomassa e via enumerando) dovrebbero essere oggetto di progetti di sviluppo organico, in modo da produrre energia a basso costo e a basso inquinamento.

Come abbiamo più volte pubblicato, nella nostra Isola vi sono otto mila chilometri quadrati di terreni incolti o utilizzati con colture a basso reddito. Vi sono altri terreni che devono essere espiantati da viti, perché la Ue finanzia la dismissione delle coltivazioni di uva da mosto. Questi terreni potrebbero essere utilizzati per la coltura di piante, tra cui jatropha curcas, colza, mais, barbabietola, girasole e via elencando.
Vi è un dato che ci sorprende, come ci sorprese nel 1992, quando la bufera di Mani Pulite imperversava a Milano e la Sicilia ne risultava esente. Mi ricordo che scrissi un editoriale intitolato “Il ciclone Mani pulite arriva in Sicilia?”, pubblicato il 10 ottobre 1992, sottolinenando questa anomalia. Visto che qui il business dell’eolico è esteso, non si capisce perché dopo i preavvisi di bufera con gli arresti di Trapani, tutto si sia calmato e ora è ripresa la pressione sull’assessorato regionale competente per il rilascio di nuove autorizzazioni. Passata è la tempesta/odo gli augelli far festa. Ricordate Giacomo Leopardi?
Dic
04
2009
C’è in corso una polemica per l’iniziativa del governo che intende far mettere all’asta migliaia di immobili e di beni sequestrati alle organizzazioni malavitose. Sostengono, i benpensanti, che questi beni dovrebbero essere assegnati a enti per attività sociali. Si tratta di una linea non disprezzabile. Tuttavia vi è un’altra esigenza: quella di reimmettere tutti gli oggetti sequestrati sul mercato, anche perché in questo modo lo Stato potrebbe incassare rilevanti risorse che andrebbero a compensare, da un canto l’evasione fiscale, dall’altro le ingenti spese di indagini che magistratura e Forze dell’Ordine sostengono per colpire la malavita organizzata.
Pensare a come ricavare denaro dai beni confiscati da destinare a chi contrasta la malavita, è un modo per potenziare il contrasto alla stessa malavita. Scaricare tutti i costi sulla fiscalità generale è un altro modo per ridurre la potenzialità dell’azione.

Non solo i beni confiscati andrebbero venduti, ma dovrebbero avere un percorso processuale rapido e dedicato, in modo da arrivare all’incasso delle relative somme in tempi molto brevi. è perciò corretta l’azione di governo che punta a questi obiettivi, e male fanno i critici che pensano a fare azioni sociali senza risorse, il che significa non farle. 
La criminalità organizzata pare abbia un fatturato di 120 miliardi annui, il che significa un’evasione fiscale di oltre 40 miliardi, molto più di una manovra finanziaria. Naturalmente questo giro d’affari illecito viola la concorrenza, danneggia gli imprenditori onesti, inquina le istituzioni, corrompe chi partecipa agli appalti. Insomma, si tratta di una vera e propria destabilizzazione della vita sociale e del sistema economico. Un danno gravissimo che la Democrazia cristiana ha contribuito a formare agendo in modo tiepido per 50 anni, senza peraltro pervenire a risultati concreti.
Ricordiamo che negli anni ‘50 e ‘60 ministri democristiani negavano l’esistenza della mafia a Palermo. Perfino il cardinale Ruffini, fratello dell’omonimo ministro, in una non dimenticata intervista alla Rai, ebbe l’improntitudine di dire che non gli risultava esistesse la mafia a Palermo.
 
In questi 15 anni, la lotta alla criminalità organizzata è stata potenziata e perfino l’ex presidente della Regione Cuffaro ha fatto una campagna stampa in cui lo slogan era “la mafia fa schifo”. La mafia non va odiata, va combattuta e debellata e per far questo basta seguire l’indirizzo che Dalla Chiesa mise nelle indagini e cioè i percorsi finanziari del denaro: da dove vengono e dove vanno.
Proprio per il suo intuito e per gli effetti che avrebbe provocato, egli fu barbaramente ammazzato così come accadde a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La novità di questi ultimi tempi, forse per questo l’azione di governo si è rinvigorita, è che la mafia ha spostato i suoi centri decisionali verso il Centro e verso il Nord, presidiando Roma, ove è concentrato il potere politico, in modo da ottenerne favori, e Milano, ove è concentrato il potere economico.

È del tutto evidente che la criminalità organizzata non sta dove c’è depressione economica, ma è inesorabilmente attratta dove c’è ricchezza. È del tutto pacifico che la ricchezza è in Lombardia, Piemonte, Veneto e nelle altre regioni settentrionali e non certo nelle otto regioni meridionali.
Il ministro Maroni da un canto con la Polizia di Stato, il ministro La Russa dall’altro con i Carabinieri e il ministro dell’Economia, dal terzo lato con la GdF, hanno intensificato la loro azione. L’arresto di tanti big e di tanti ricercati fra i più pericolosi è la dimostrazione che quando si vuole, i risultati arrivano.
La Finanziaria in via di approvazione non stanzia nuove risorse per il contrasto alla mafia, perciò il filone della vendita dei beni confiscati, come prima scrivevamo, può essere una buona alimentazione finanziaria per le indagini.
L’obiezione che, anche per effetto dello scudo fiscale, l’organizzazione criminosa possa riacquistare i propri beni e riutilizzarli nel proprio ciclo è in parte vera. Tuttavia lo Stato deve mettere in atto filtri e controlli in modo da evitare che questo accada. Fermo restando che le somme servono e con urgenza.
Ott
14
2009
Ormai risulta in modo chiarissimo che la Sicilia è stata danneggiata, in questi sessant’anni, dall’inefficienza e dalla malavita organizzata. Ma quale dei due fattori è stato preponderante? Dalle inchieste che andiamo facendo tutti i giorni da anni, risulta che fa più danni l’inefficienza che la malavita organizzata. L’elemento principale che supporta questa valutazione è la misura del Pil, cioè la ricchezza prodotta in Sicilia, che è inchiodato a poco più del 5 per cento sulla ricchezza nazionale, da oltre quarant’anni.
È vero che la malavita organizzata con i suoi tentacoli impedisce il libero mercato e la concorrenza, ma è anche vero che le forze dell’ordine e la magistratura hanno inferto colpi pesanti alla stessa, anche se la Piovra ha cambiato vestito e oggi agisce sempre di più in guanti bianchi attraverso il ceto professionale e imprenditoriale.

Mentre nessun colpo efficace è stato inferto all’inefficienza del sistema politico regionale e locale e della burocrazia che ha tentacoli molto più pericolosi di quelli della malavita organizzata. Questi tentacoli sono pericolosi perché non si vedono, anche se siciliani e imprese constatano, dai deludenti risultati, l’incapacità di fare funzionare la macchina pubblica.
È molto più difficile combattere l’inefficienza che la malavita organizzata. Tuttavia si può e si deve fare, anche perché gli sprechi non sono coperti dalle risorse pubbliche, che si riducono ogni giorno sempre di più. La responsabilità dell’inefficienza delle istituzioni, regionale e locali, è sicuramente da addebitarsi al ceto politico che ha il dovere di dare l’indirizzo inequivocabile, cui poi la burocrazia si deve strettamente attenere.
Ma anche una grossa responsabilità è da addebitare ai dirigenti generali della Regione e degli Enti locali, perché essi non possono dare dieci a tutti i dipendenti per assicurare loro i premi di risultato, senza distinguere quelli bravi dai fannulloni.
 
Ribadiamo fino alla nausea che questo accade perché non vi sono i due valori fondamentali di qualunque organizzazione e cioè il merito e la responsabilità. Nell’inchiesta che trovate in questo numero è determinato l’universo dei siciliani che vivono di stipendi pubblici pagati da Stato, Regione ed Enti locali. Una quantità impressionante di dipendenti se paragonata a quella del settore privato, imprenditoriale e professionale. Questa fotografia spiega perché l’economia dell’Isola non cresce, mentre lo sviluppo è conseguente ad attività produttive e non a servizi pubblici inefficienti.
Dunque, il Governo della Regione, ponendosi come obiettivo primario al di sopra di tutti la crescita del Pil, per portarlo entro la fine di questa legislatura alla media nazionale di circa l’8 per cento, per centoventi miliardi, deve favorire l’occupazione del blocco dei disoccupati e lo scarico di dipendenti pubblici per spingerlo.
Tutto questo non può avvenire se continua a spendere 2,5 miliardi per stipendi e pensioni oltre a cifre enormi per mantenere l’esercito di persone che gravita attorno alla Regione (forestali, formatori, dipendenti di partecipate e così via), mentre destina irrisorie risorse per investimenti strutturali, fra cui la sistemazione idrogeologica del territorio e quasi niente per lo sviluppo delle imprese.
 
Il Creatore ha voluto collocare la Sicilia al centro del Mediterraneo. Essa è equidistante dal bacino Est, da quello Ovest e da quello africano del Mare Nostrum. Se i governanti in questi sessant’anni avessero avuto la capacità di Jordi Pujol, il fondatore della Catalogna, la nostra Isola sarebbe oggi la più ricca d’Italia e una delle più ricche d’Europa, altro che produrre il solo misero 5 per cento del Pil nazionale!
Come è possibile che dall’epoca federiciana non hanno capito questa condizione ideale? Ma, per venire ai nostri tempi, come è possibile che un ceto politico imprenditoriale e professionale non si sia reso conto che progettando il futuro sulla posizione centrale della Sicilia, rispetto a oltre dieci nazioni, avrebbe fatto crescere la ricchezza e lo sviluppo di tutti, eliminando il bisogno e quindi lo scambio vile col voto? Risposta e responsabilità sotto sotto gli occhi di tutti.