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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Mario Monti

Ago
29
2012
L’assessore e vice presidente facente funzioni di presidente della Regione, Massimo Russo (quando Raffaele Lombardo si assenta o è impedito), ha comunicato che, insieme agli assessori Gaetano Armao e Giuseppe Spampinato, chiederà un incontro urgente al Professore Mario Monti per i prossimi giorni. Oggetto della missione, niente di meno, l’ulteriore assunzione di 22.500 ex lsu ed altri precari, per quasi 30 mila persone. Con quale faccia di bronzo si possa formulare una richiesta di tal fatta risulta incredibile, salvo a spiegarlo come una mossa elettorale.
Naturalmente il premier si rifiuterà di affrontare una simile istanza e così il Governo regionale morente potrà dire che la responsabilità delle mancate assunzioni è del Governo nazionale.
Si tratta di una pantomima vergognosa contro la quale i siciliani onesti e capaci si ribellano per la questione delle questioni: la crescita esponenziale dello stipendificio regionale e dei relativi privilegi.

La prima cosa che dovrebbe fare il Governo regionale morente sarebbe di impostare il Piano aziendale regionale e da esso, in subordine, la nuova pianta organica scaturente dal fabbisogno di figure professionali necessarie, dipartimento per dipartimento, e servizio per servizio.
Il Piano aziendale è una sorta di binario per la Pubblica amministrazionde, nel quale viene definito l’obiettivo per ognuno dei ventimila dipendenti, dal direttore generale all’usciere o autista. Nel Piano aziendale è elencato Chi deve fare Cosa. I binari di una programmazione di alto livello professionale dev’essere redatta nella seconda parte della programmazione del Piano, e cioè l’organizzazione. Essa dev’essere efficiente e funzionale agli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Poi vi è la terza parte e cioè la gestione, che è lo svolgimento di tutte le attività che corrono sul binario del Piano. Nessuno, dal primo all’ultimo dei dipendenti, può uscire dal binario e, quando deraglia, subisce le sanzioni pecuniarie e di carriera previste dallo stesso.
Infine, vi è la quarta fase del piano, forse la più importante, che è il controllo. Esso confronta risultati ed obiettivi facendo scattare sanzioni o premi.
 
Lo Statuto autonomista del 1946 ha impostato la sua linea sull’efficienza, ma poi il ceto politico ha tradito quando è andato a Roma, mentre quello andato a Palermo l’ha utilizzato per instaurare privilegi e favori ad uso e consumo proprio, dei propri clienti e dei propri familiari.
L’autonomia indispensabile va utilizzata a favore dei siciliani, diversamente è meglio rinunziarvi. In questa logica sarebbe opportuno che lo Stato effettuasse in Sicilia tutti i servizi che effettua nelle Regioni a Statuto ordinario. Per ottenere questo risultato occorre modificare lo Statuto, utilizzando il veicolo della riforma costituzionale in corso.
Noi vogliamo una Regione snella, asciutta, ridotta all’osso, che costi poco, con tremila dipendenti e duecento dirigenti, esattamente come la Regione Lombardia.
Naturalmente dirigenti e dipendenti di prim’ordine, che facciano funzionare la macchina al meglio.

Gianfranco Miccichè, che conosco dagli anni Ottanta, quando ero al Comitato dell’Irfis e lui, dipendente dello stesso Istituto, mi collaborava, si è presentato male ai siciliani, perché ha comunicato che è stato investito dal Cavaliere. Mi è sembrato di rivedere Camelot, quando Re Artù toccò con la propria spada le due spalle di Lancillotto, nominandolo Cavaliere della Tavola rotonda.
Quella è una leggenda, qui siamo nella dura realtà di una terra arretrata che Berlusconi, Miccichè e tutto il Pdl hanno contribuito a mantenere nell’attuale terribile condizione socio-economica.
D’altra parte abbiamo Rosario Crocetta, che non ci risulta abbia particolari competenze professionali per gestire un mostro da 27 miliardi di bilancio com’è quello della Regione siciliana. Poi c’è la pletora degli altri candidati. Tutto questo provocherà la balcanizzazione dell’Assemblea regionale.
Soluzione: ci vuole un uomo fuori dai partiti che abbia prestigio, competenza e carisma, che sappia tracciare il binario (Piano aziendale) per farvi camminare sopra il treno della Sicilia della Resurrezione.
Ago
21
2012
Secondo la tabella di marcia, già impostata dal Governo Berlusconi e proseguita con grandi aggravi d’imposizione fiscale dal Governo Monti, quest’anno il disavanzo tra entrate e uscite dello Stato dovrebbe attestarsi intorno all’1,5 per cento. Vale a dire che tutte le uscite devono superare le entrate solo per tale percentuale.
Secondo il Def (Documento di economia e finanza), le uscite previste per quest’anno sono di 725 miliardi più 84 miliardi di interessi, per un totale di 809 miliardi. Le entrate previste sono di 782 miliardi, quindi ci dovrebbe essere il disavanzo totale di 27 mld.
Il disavanzo, cioè le maggiori uscite rispetto alle entrate, viene finanziato attraverso l’emissione di nuovi titoli pubblici, che si sommano a quelli in circolazione al 31 dicembre dell’anno prima.
Ora, secondo i dati di Bankitalia, al 31 dicembre 2011 il debito pubblico ammontava a 1897,9 miliardi. Se fosse vera la previsione del Def, il debito al 31 dicembre prossimo dovrebbe ammontare a 1.925 mld.

Bankitalia ha comunicato che il debito al 30 giugno di quest’anno è di 1.972,9 mld. Una parte dei giornalisti catastrofisti ha detto e scritto che il debito si sta avvicinando alla soglia del 2.000 mld. Ma 28 miliardi di differenza non sono bruscolini ed è probabile che nel prossimo quadrimestre il debito non aumenti.
Tuttavia, i conti non tornano. Infatti se anche, per pura ipotesi, il debito non aumentasse più, vi sarebbe una differenza rispetto al 31 dicembre 2011 di ben 75 mld, circa tre volte del disavanzo preventivato.
I conti non tornano, anche perché se si verificasse questo stato di cose, sarebbe quasi impossibile varare una legge di bilancio 2013 nel rispetto del novello sesto comma dell’articolo 81 della Costituzione, che prevede l’equilibrio tra le entrate e le spese... delle  pubbliche amministrazioni.
Il maggiore debito pubblico, rispetto al previsto, è conseguenza dell’alto spread di questi otto mesi, che si traduce in maggiori interessi, tra quelli previsti intorno al 2-3 per cento e quelli effettivi intorno al 6 per cento.
Vi è anche un’altra causa: il contributo al fondo salva Stati (Esf) pari ad una decina di miliardi.
 
Il rischio di questo disavanzo imprevisto è che Monti sia costretto a varare un’ulteriore manovra, altro che tagliare l’Irpef come peraltro lo stesso presidente del Consiglio ha smentito nettamente.
L’alternativa all’aumento di imposte (ipotesi disastrosa, perché farebbe aumentare ancora di più la recessione) è il taglio della spesa pubblica. Ma non un taglietto. Infatti, serve eliminare uscite per oltre 50 miliardi, in modo da pareggiare i maggiori oneri per interessi e liberare risorse per investimenti. Così riparte la cresc ita.
Il dovere di Monti e del suo Governo è quello di procedere in questa direzione, non dimenticando il grande privilegio delle fondazioni bancarie, che continuano a non pagare l’Imu sui propri immobili, né quello minore di uno Stato estero qual è il Vaticano, che non paga l’Imu su scuole e strutture ricettive anche coperte dal velo dell’assistenza sociale o di attività culturali e religiose.
 
Ammesso che il Professore riesca a rintuzzare le obiezioni di Pdl e Pd su questo versante, ha comunque l’improbo compito di procedere a un taglio secco di 50 mld del debito pubblico, solo per il 2013. Ma questo compito è meno gravoso, perché basta vendere (e non svendere) una piccola fetta del patrimonio immobiliare per risolvere il problema.
Naturalmente vanno evitate le finzioni finanziarie che fanno sembrare di aver trovato la soluzione, ma in effetti spostano partite contabili.
Comunque sia, confidiamo che il Premier abbia le capacità per affrontare le due montagne di problemi: taglio della spesa pubblica e taglio del debito pubblico. Ciò anche perché di fatto comincia la campagna elettorale mentre il prossimo 15 novembre inizia il semestre bianco, periodo in cui il presidente della Repubblica non può più sciogliere le Camere.
Al riguardo, sembra che lo stesso Presidente voglia anticipare tale scioglimento, in modo da consentire le elezioni del proprio successore al nuovo e non al vecchio Parlamento.
Ago
10
2012
Abbiamo sentito diversi esponenti politici di primo piano dei diversi schieramenti. Solo da uno di essi abbiamo ricevuto il messaggio che il candidato alla presidenza della Regione debba essere un uomo fuori dall’apparato, così come si è verificato nella scelta del professore Mario Monti.
Un recente sondaggio dimostra come vi sia un enorme frazionamento nell’elettorato siciliano, contestuale all’aumento dell’astensionismo. La gente non ne può più di vane promesse, mentre vede ogni giorno l’economia isolana retrocedere per l’insipienza ed il becerume di un ceto politico e burocratico che hanno fatto solo i propri interessi.
La recente sentenza del Cga che taglia i supercompensi dei dipendenti del Consorzio autostrade siciliane, addirittura superiori ai già alti superstipendi dei regionali, conferma il vergognoso comportamento di chi ha avuto responsabilità istituzionali nella XV legislatura, che ora debbono cessare senza ulteriore proroga.

Sarebbe utile alla Sicilia che si misurassero candidati fuori dagli apparati. Persone di grandi qualità, disposte anche a lavorare gratis, che lo farebbero solo nell’interesse di questa nostra regione, ripetutamente offesa e vigliaccamente tradita da chi la doveva servire.
Le chiacchiere stanno a zero. Non vi è politicante che possa affermare un qualche progresso nelle diverse attività della Regione. Tutto è inchiodato al 2008: 18 miliardi di fondi europei, statali e regionali spesi solo per un decimo, pianta organica della Regione aumentata di un terzo (come dice la Corte dei Conti), disservizi nella burocrazia senza limiti, digitalizzazione ferma nonostante il depauperamento di decine di milioni di euro e così via enumerando.
L’agricoltura è ridotta al lumicino per la responsabilità degli imprenditori, ma anche di una Regione che non è stata capace di elaborare e mettere in campo un piano che puntasse sui prodotti innovativi, sul biocarburante e su altre merci richieste dal mercato.
Ma le merci hanno bisogno di logistica e strade d’asfalto, di ferro e di mare idonee al trasporto. A questo servono le infrastrutture, che non si sono fatte nonostante i fondi disponibili.
  
Non si capisce perché il Governo nazionale non abbia commissariato Assemblea e Presidenza, in base all’art. 8 dello Statuto, in quanto è del tutto evidente la persistente violazione del presente Statuto.
Una delle principali violazioni è la redazione e approvazione di un bilancio tecnicamente falso, come più volte abbiamo scritto e nessuno ci ha smentiti. La principale falsità sta in quell’avanzo di amministrazione di cui l’assessorato al ramo non ha mai voluto comunicare la composizione delle poste. Evidentemente, ha voluto nascondere magagne.
Solo i commissari possono fare un repulisti non solo all’interno del bilancio, ma anche in tutte le altre branche amministrative ove si annidano corruzione, disfunzione e clientelismo.
Solo i tre commissari dello Stato potrebbero valorizzare qualche centinaio di bravissimi dirigenti regionali che proprio per le loro qualità vengono emarginati, mentre sono esaltati quelli fedeli ma incompetenti e, in qualche caso, disonesti.

Ci sono tanti siciliani in gamba pronti al sacrificio di amministrare la Sicilia, ribadiamo ancora una volta, gratuitamente.
I partiti che porteranno la loro deputazione all’Assemblea regionale dovranno avere il buon senso di appoggiare il presidente con una larga maggioranza, come sta avvenendo a livello nazionale, per evitare che questa regione cada nel baratro, come è accaduto per la Grecia. La Sicilia è debole, perché non ha i fondamentali solidi come li ha l’Italia. In queste condizioni, non ha alcuna speranza di imboccare la via dello sviluppo.
Occorre rimettere rapidamente i conti in ordine, tagliare i parassiti, eliminare la spesa corrente clientelare e attivare un processo di sviluppo basato su progetti di alto profilo e di medio periodo, capaci di creare almeno 100 mila posti di lavoro nel quinquennio e di spostare il Pil regionale dall’attuale misero 5,6 per cento all’8 per cento della media nazionale.
Questo è il buon senso che ci vuole. Aspettiamo che chi ha doveri istituzionali lo dimostri.
Lug
20
2012
Avevamo già scritto che anche la Merkel, la notte del 28 giugno, non ha perso nei confronti di Mario Monti, in quanto entrambi hanno mantenuto una linea che è di rigore e flessibilità. Il nostro presidente del Consiglio ha cercato (e cerca) di avere la possibilità di non far rientrare le spese per investimenti nel pareggio di bilancio e la Merkel chiede che gli aiuti si possano dare solo se si è verificato il controllo che i conti degli Stati membri siano in ordine.
Ma nessuno dei due ha mai pensato di non affrontare con decisione il piano di sviluppo che è l’unico modo perché gli Stati escano dalla recessione, seppur lentamente.
Il fondo salva-Stati provvisorio Efsf (European financial stability facility) e quello definitivo Esm (European stability mechanism) hanno il compito di contrastare la speculazione del mercato, salvaguardando quei membri dell’Ue che hanno imboccato la strada dell’equilibrio di bilancio, come ha fatto l’Italia, inserendo all’art. 81 della Costituzione la frase: “Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”.

Mariano Rajoy, presidente del Consiglio spagnolo, ha varato un piano di tagli di 65 mld €. Egli è stato eletto qualche mese fa e ha davanti tutta la legislatura per fare riprendere la strada dello sviluppo al suo Paese. è probabile che, attuato il piano e dando dimostrazione di stabilità e continuità nel tempo, la Spagna esca dal guado prima dell’Italia.
Il nostro Paese, invece, ha un governo forse più autorevole di quello spagnolo, ma è a termine. L’incertezza che i partiti danno ai mercati mondiali su ciò che succederà dopo l’aprile del 2013 è la ragione per cui la speculazione continua a operare nei confronti dei nostri titoli del debito pubblico.
Sarebbe opportuno che i suddetti partiti si mettessero rapidamente d’accordo per una nuova legge elettorale, così come spinge con forza il Presidente della Repubblica, in modo da approvarne rapidamente una nuova per mettere in soffitta definitivamente il Porcellum.
Naturalmente una legge nuova che abbia due caratteristiche: restituisca ai cittadini il loro diritto di scegliere i parlamentari e, secondo, consenta al popolo di sapere in anticipo chi sono i contendenti e il primo ministro candidato, in modo che non vi siano sorprese dopo le elezioni.
 
La questione dello sviluppo è fondamentale, perché senza di esso non si crea lavoro e i disoccupati aumentano, le imprese non marciano, salvo quelle esportatrici che vanno molto bene. tutta la macchina economica del Paese è rallentata, anche per l’enorme pressione fiscale.
Relativamente ai tagli, questo Governo è molto timido, perché ha varato una revisione della spesa di appena 4 miliardi di euro, anziché di 40. E, sul versante del taglio degli interessi, ha programmato la vendita del patrimonio pubblico di una ventina di miliardi l’anno, dimensione molto bassa rispetto a 200 miliardi l’anno che costituirebbero un vero abbattimento della montagna di titoli pubblici, col conseguente abbattimento degli interessi.
Solo diminuendo la spesa pubblica si possono trovare le risorse per finanziare le opere pubbliche, fare diventare l’Italia un grande cantiere, sostenere l’apparato produttivo e quello dei servizi, incentivare la ricerca e l’innovazione, attrarre investimenti esteri, in modo da rendere più competitivo nel suo complesso il Paese.

La competitività aumenta anche facendo le riforme, che consentano a tutti i soggetti di stare in concorrenza, in modo da offrire migliori servizi a prezzi più bassi. In questa direzione dovrebbero essere cedute tutte le partecipate comunali e regionali, in modo che  i servizi possano essere gestiti con efficienza e soddisfazione dei cittadini.
Da qui passiamo al vero nodo che è tagliare le mani ai partitocrati, che si sono inseriti nell’economia e nei servizi per dare sfogo alla famelicità dei propri accoliti, i quali hanno trovato posto negli organici, nei consigli di amministrazione, nei collegi dei revisori, nelle consulenze e via enumerando, dando luogo a uno sperpero di risorse finanziarie che ormai sono finite.
è indispensabile che il governo Monti abbia la forza di tagliare ulteriori spese improduttive, perché questo è l’unico modo per recuperare le risorse necessarie agli investimenti. La Merkel ha ragione. Bisogna dargliene atto.
Giu
26
2012
Nel nostro Paese, il governo Monti ha avuto un sussulto con l’approvazione del decreto Sviluppo. Non abbiamo ancora il testo che sarà pubblicato verosimilmente tra qualche giorno.
C’è molta carne al fuoco, ma abbiamo l’impressione che di iniezione di liquidità sul territorio ve ne sia poca. Mentre è proprio questo di cui ha bisogno l’economia asfittica e vessata da un imponente peso di imposte multiple, gravanti su imprese e cittadini.
Notiamo anche che il governo Monti non riesce ad attivare una revisione della spesa ragionevole (parla di appena 5 miliardi quando il taglio dovrebbe essere di 50) e vengono ancora salvaguardati i privilegiati, cioè i ceto politico e burocratico, ai quali la pesantissima crisi che stiamo subendo non fa neanche un baffo.
Politici e dipendenti pubblici continuano a percepire i loro emolumenti, come se nulla fosse, mentre a tutti costoro dovrebbero essere sforbiciati i compensi per almeno il 50 per cento, in modo da inserire in questo versante un minimo di equità.

Causa prima di questa opprimente pressione fiscale, che ufficialmente è del 45%, ma supera il 47, è il debito pubblico. Quel debito che si è accumulato dal 1980 ad oggi. Ricordiamo, per l’ennesima volta, che l’asse Craxi-De Mita e soci aprì i cordoni della borsa pubblica, dal 1980 in avanti, facendo lievitare, in appena 12 anni, fino al 1992, il debito pubblico da 200 mila a 2 milioni di miliardi. Proprio in quell’ultimo anno vi fu la pesantissima manovra del tandem Ciampi-Amato di 96 mila miliardi quando Topolino o il dottor Sottile prelevò dai nostri conti correnti bancari lo 0,6 per mille, di notte.
I padri di questo enorme macigno, che ha superato i 1.950 miliardi di euro, sono i due indicati prima. Ma il duo socialista e democristiano ha avuto tantissimi degni figli. Dal 1992 al 2011 la spesa pubblica è costantemente aumentata e con essa il disavanzo annuale, e con esso la necessità da parte dello Stato di firmare nuove cambiali, cioè buoni del Tesoro.
Il debito pubblico influenza pesantemente il bilancio annuale con i suoi interessi. Il Def 2012 prevede una spesa di 84 miliardi che, per effetto dell’alto spread, ammonterà a fine anno fra i 90 e i 95 miliardi.
 
I padri del debito pubblico, come prima scrivevamo, provengono da lontano, ma i figli sono arrivati ai nostri giorni. I fattori dell’attuale disastrosa situazione (alto debito, alti interessi, alta spesa pubblica, alta pressione fiscale, basso Pil, bassi posti di lavoro, bassa economia, bassa velocità della moneta) hanno cominciato a rovinare l’Italia nel 1980. Di chi è la responsabilità? Indistintamente di tutti i governi di centro-destra e di centro-sinistra di questi ultimi 18 anni. Nessuno di essi è riuscito a comprimere la spesa pubblica, tagliando quella improduttiva, anzi essa è aumentata costantemente.
Tutte le fandonie che ci hanno raccontato quando approvavano ogni anno Finanziaria e Bilancio dello Stato sono state svelate senza dubbi, anno dopo anno, dall’aumento del debito. In effetti, in quei bilanci si tagliavano parzialmente gli eventuali incrementi, non la spesa corrente.
Neanche questo è riuscito a partitocrati senza valori e senza etica. Sono ancora quasi tutti in circolazione e, invece, vanno cacciati.

Cacciati da chi? Dalla gente, dalla società (che è stupido distinguere tra civile e politica) mediante un dissenso sempre maggiore che dev’essere  espresso su quotidiani e televisioni; mediante l’astensione dalla partecipazione al voto che si orienta verso il 50 per cento; mediante la protesta indirizzata verso un bravo comico ma un inutile politico, perchè non ha la minima cognizione di come si governi una Comunità.
Tuttavia, questi tre filoni non servono a fare buon governo, ma solo a mettere nell’angolo i partitocrati che hanno trasformato i partiti (associazioni di cittadini) in strumenti per il loro potere e per soddisfare la loro famelicità.
Bisogna cacciarli e sostituirli con cittadini probi, onesti e capaci, non importa quale età abbiano. Importa che non abbiano mai partecipato ad attività partitocratiche e non abbiano mai avuto incarichi di sottogoverno, quasi sempre fonte di corruzione.
Noi cittadini dobbiamo avere la voglia e la forza di cacciare via i responsabili del debito pubblico: politicanti da strapazzo e senza mestiere che ammorbano l’aria della Capitale e delle nostre città.
Mag
29
2012
Massimo D’Alema, allora segretario dei Ds, fu nominato nel 1997 presidente della Commissione Bicamerale per la Riforma delle istituzioni. Pose all’ordine del giorno la sua idea di riforma del sistema costituzionale-elettorale proprio in salsa francese: elezione diretta del presidente della Repubblica, che nomina un primo ministro, ed elezione dei parlamentari in collegi uninominali a doppio turno.
La riforma aveva un triplice obiettivo: consentire agli elettori di scegliere un candidato ben identificato; avere una legislatura sicura, della durata di cinque anni; e permettere agli elettori di eleggere il proprio deputato in collegi relativamente piccoli, in modo che fra le due parti, attiva e passiva, vi fosse una congiunzione ravvicinata.
Naturalmente i partitini e i vecchi democristiani mascherati da nuovi bocciarono la proposta e bocciarono la Bicamerale che, quindi, si sciolse senza aver concluso nulla, ma avendo impiegato molto tempo dei parlamentari, pagati coi soldi dei contribuenti.

Guarda, guarda! In maggio del 2012 Silvio Berlusconi riprende quasi totalmente la Riforma D’Alema e la ripropone pari pari all’attenzione del ceto politico. Anche in questo caso i partitini e gli ex democristiani, come Casini, si sono messi di traverso, insieme a quella parte del Pd che proviene dalla Democrazia cristiana.
Cosicché Bersani è stato costretto a prendere tempo e a non esprimersi. Salvo, furbescamente, dire che questa proposta costituzionale-elettorale è fatta per allungare il brodo e per non fare nessuna riforma.
Quanto al tempo, per le prossime elezioni vi sono 12 mesi pieni. Considerato che le riforme costituzionali abbisognano di doppia lettura con un intervallo minimo di tre mesi, ecco che in sei mesi la riforma D’Alema-Berlusconi potrebbe essere approvata da due dei tre poli che sostengono Monti e da altri partiti minori che non si spaventano dell’elettorato.
Non si era mai verificata, dal dopoguerra, una visione concorde fra due leader di primo piano della destra e della sinistra. Sprecare oggi questa occasione sarebbe un vero peccato e aumenterebbe la fascia dei delusi e degli astensionisti, accrescendo il distacco fra la popolazione e la politica italiana.
 
La legge sui sindaci ha funzionato e funziona. Nei Comuni c’è stabilità e, salvo eccezioni, la consiliatura dura cinque anni. La legge per l’elezione dei presidenti di Regione è invece a turno unico, il che obbliga i cittadini a scegliere immediatamente il cavallo su cui puntare. Sarebbe logico che anche questa fosse trasformata sul modello di quella dei sindaci.
Il sistema elettorale francese, ma anche quello egiziano, prevede l’elezione del sindaco del Paese e consente un’opportuna riflessione all’elettorato fra il primo e il secondo turno. Non si capisce perché bisogna ancora ricorrere alle alchimie democristiane che vogliono, come hanno fatto per quarant’anni, far eleggere i deputati e lasciare agli accordi del caminetto la costituzione di coalizioni e Governi.
Anzi, si capisce benissimo: questo perverso meccanismo, che ha rovinato l’Italia, serve per alimentare la corruzione, il clientelismo e il favoritismo e per mantenere sempre in primo piano gli elefanti che invece dovrebbero recarsi virtualmente al loro cimitero e scomparire definitivamente dalla scena politica.

La questione è tutta qui: voltare pagina e dare ai cittadini l’ultima parola sulla scelta del presidente. Fatto ciò, la riforma costituzionale deve dare maggiori poteri al medesimo, in modo da consentirgli agevolmente di nominare e revocare ministri e, quando lo ritenga opportuno, sciogliere le Camere, come avviene nei sistemi britannico e tedesco.
Il sistema elettorale, da solo, non consente una svolta istituzionale, se non accompagnata da una Riforma costizionale, cioè una struttura che consenta di prendere decisioni ponderate ma rapide e di immettere nel sistema dello Stato ordine ed efficienza.
Monti sta tentando di rivedere tutta la spesa pubblica. Le parole del ministro Piero Giarda sono musica per le nostre orecchie. Ha detto che è sotto osservazione una prima tranche di 100 miliardi, ma si revisionerà, in immediata successione, una fetta più grossa di 300 miliardi. Se Enrico Bondi, mani di forbice, sarà lasciato fare, la revisione della spesa partirà bene. Un modo per avviare la riforma costituzionale elettorale.
Mar
06
2012
Il Senato ha approvato, con la fiducia, il decreto Cresci Italia, che ora aspetta la sanzione definitiva della Camera per la conversione. Nei circa cento articoli vi è il tentativo di aprire l’economia italiana alla concorrenza, mettendo a confronto i soggetti che operano, in ciascun settore economico, di modo che dalla competizione emergano i migliori, i quali faranno pagare di meno i loro prodotti e servizi ai cittadini.
Lo sforzo del Governo e della maggioranza è stato notevole, ma certo la resistenza di categorie e corporazioni ha consentito di annacquare molto il Dl 1/12. In particolare, a banche, assicurazioni e petrolieri è stato fatto il solletico, i tassisti l’hanno vinta vanificando l’istituzione dell’Autorità dei Trasporti, che potrà dare solo dei pareri non vincolanti, i farmacisti l’hanno vinta perché è stata impedita la vendita dei farmaci di fascia C nelle parafarmacie, le assicurazioni continueranno ad aumentare i prezzi dei premi Rc Auto senza alcun controllo di economicità, i petrolieri hanno salvato l’esclusiva.

L’aspetto più grave del decreto legge è che non ha risolto strutturalmente la questione dei servizi pubblici locali i quali, com’è ormai noto a tutta l’opinione pubblica, sono stati istituiti come espediente, per costituire società controllate dagli enti locali nelle quali ha trovato sfogo assatanato il bisogno di piazzare clienti e accoliti del ceto politico locale.
La conseguenza è che vi sono migliaia e migliaia di società pubbliche locali che gestiscono male trasporti, rifiuti, energia, manutenzione e quant’altro, incassano tributi elevati e i cui bilanci vanno in perdita, costringendo gli enti controllanti a rifondere cospicue risorse ogni anno per ripianare tali perdite.
Su questo versante il Dl ha fatto poco o niente, mentre intervenendo avrebbe potuto dare un taglio significativo alla spesa improduttiva.
Nel settore pubblico, dovrebbe vigere il principio secondo il quale tutte le attività e i servizi debbono essere svolti da imprese private, salvo quelli che necessariamente vanno affidati al settore pubblico. Il quale dovrebbe amministrare, mantenendo gli stessi criteri del settore privato in termini di efficienza e di efficacia. Ma così non è.
 
Il decreto in esame non è entrato - ma non l’ha neanche sfiorata - nella questione della concorrenza nella pubblica amministrazione, nella quale si annidano parassiti, i quali succhiano energia ma non danno nulla in cambio. Nella Pa andrebbe inserita una forte dose di concorrenza, nel senso di consentire a dipartimenti ed aree di svolgere attività in parallelo, con altri dipartimenti ed aree, in modo da esaltare dirigenti e dipendenti più capaci di raggiungere i migliori risultati.
Quello che scriviamo è ovvio e persino banale, tanto che gli amministratori locali e regionali fanno finta di niente, perché se entrassero nel merito sarebbero costretti ad essere conseguenti.
Il governo Monti, consapevole delle spese folli di Regioni ed enti locali viziosi, ha fatto eseguire un monitoraggio per capire quale fosse la parte della spesa corrente eccedente una forma di ragionevole organizzazione.

Una buona iniziativa, perché comporterà l’obbligo per tanti enti, regionali e locali, di mettere in cassa integrazione il personale in esubero, pena non ricevere i trasferimenti statali.
Le due iniziative, concorrenza e taglio della spesa corrente, si uniscono a quella che obbliga le tesorerie di Regioni e Comuni a trasferire le loro giacenze alla tesoreria dello Stato. è un provvedimento positivo per togliere dalle mani di tanti amministratori incapaci le risorse finanziarie con le quali hanno comprato titoli di varia natura, molti dei quali costituiranno perdite secche.
Gli amministratori locali non debbono maneggiare denaro, perché chi maneggia denaro può avere la tentazione di approfittarne, alimentando così la corruzione che continua a pesare enormemente sulla società italiana.
Aprire la pubblica amministrazione alla concorrenza va di pari passo con l’aumento opportuno della trasparenza. Come abbiamo più volte scritto, concorrenza e trasparenza sono efficaci antidoti alla corruzione. Basta volerlo con i fatti, non parlarne.
Feb
03
2012
Nella riunione del Consiglio dei Capi di Stato e di Governo europei di Bruxelles, il 30 gennaio, Monti è riuscito ad ammorbidire la posizione dei partner e soprattutto della Merkel. Su tutti i Paesi, che hanno un debito superiore al 60 per cento in rapporto al Pil, incombe l’accordo del Patto di Stabilità del 25 marzo 2011, secondo cui occorre rientrare in tale parametro entro 20 anni.
L’Italia ha un debito di 1.900 miliardi, pari al 120 per cento del Pil e dovrebbe abbattere l’eccedenza, pari a 950 miliardi (cioè il 50 per cento), appunto in venti anni: in pratica, oltre 40 miliardi l’anno. Scusate la sequenza di numeri, ma sono più significativi di qualunque ragionamento.
Monti è riuscito ad attenuare questa tabella di marcia, ma in ogni caso il percorso del prossimo ventennio non sarà agevole. In questo quadro, la Regione siciliana non ha alternative, e qualunque governo arrivi dopo Lombardo dovrà stare sullo stretto binario firmato e sottoscritto dall’Italia con l’accordo prima ricordato.

Tutto ciò rende indispensabile che  l’attuale maggioranza regionale, eterogenea o qualunque altra dovesse governare fino alla primavera 2013, imposti il bilancio 2012 e i seguenti con tassativo rigore per tagliare i favoritismi e i clientelismi che lo appesantiscono in maniera abnorme. Tagliare le spese significa eliminare, rivedere con oculatezza e usare il bisturi e non l’accetta per ridefinire tutto il bilancio, capitolo per capitolo. Vi è poi da mettere sotto osservazione le spese folli che fanno tutte le partecipate regionali, le quali servono per metterci dentro i galoppini del ceto politico, indipendentemente da ciò che dovrebbero fare.
È inutile enumerare i macrotagli, perché li abbiamo indicati tante volte, mentre aspettiamo di vedere la bozza di bilancio 2012 per capire se questo governo voglia veramente ricondurre i numeri a un piano efficiente ed essenziale. In tal senso, sembrano confortanti le parole dell’assessore Armao, che ha evidenziato la necessità di tagliare le spese fino a 2,4 mld, avvicinandosi così a quei 3,6 mld da noi indicati più volte.
Rinviare ancora le decisioni, certamente impopolari, è un atto di irresponsabilità che Giunta e maggioranza non devono commettere. Il tempo stringe ed è necessario che si adottino provvedimenti drastici, sul modello di quelli del Governo nazionale, per evitare di condurre la Sicilia verso il baratro.
 
L’altra faccia della medaglia riguarda gli investimenti e il saldo dei debiti nei confronti del sistema delle imprese. Le due operazioni avrebbero lo scopo di immettere liquidità nel mercato siciliano e, con essa, alimentare gli investimenti, aprire i cantieri per le opere pubbliche, creare nuove opportunità di lavoro (non posti di lavoro): in una parola, andare verso la crescita, cioè l’aumento del Pil che dal 2008 continua a retrocedere, impoverendo i siciliani.
Anche in questo versante abbiamo più volte indicato l’elenco delle opere e delle attività da promuovere, cercando di spendere tutti i fondi europei a disposizione, unitamente ai Fas e con il necessario co-finanziamento regionale. è incomprensibile il comportamento del ceto politico e di quello burocratico, che non capiscono l’urgenza della svolta indicata, mentre continuano a cazzeggiare come se l’attività politica fosse ludica e non essenziale.

Vi è poi l’altra questione non secondaria: il saldo dei debiti di tutte le Pubbliche amministrazioni regionali e locali nei confronti delle imprese, che ammontano a circa 5 miliardi. Le aziende non solo stanno soffrendo per l’obiettivo regresso dell’economia, in più devono subire il peso di un’immobilizzazione finanziaria per il mancato incasso dei crediti pubblici, utilizzando gli affidamenti bancari che invece dovrebbero essere utilizzati per l’espansione.
Se è vero che su impulso del Governo Monti il Parlamento recepirà la direttiva Ue 7/11, che impone l’obbligo di pagare le fatture entro 60 giorni, Regione e Comuni siciliani (salvo quelli virtuosi), si troveranno in difficoltà perché, non pagando nel termine perentorio indicato, saranno soggetti a forti sanzioni oltre agli interessi moratori che, in atto, superano l’8 per cento.
Insomma, in un modo o nell’altro, le amministrazioni siciliane devono mettersi in regola e diventare virtuose, volenti o nolenti. La stagione dei festini è finita, anche se ancora il ceto politico e burocratico pubblico non se n’è reso conto. Ma il nodo scorsoio stringe il collo di quelli che non vogliono capire. O capiscono, o soffocano.
Gen
26
2012
Nella riunione oceanica in piazza Duomo di Milano di domenica 22 gennaio abbiamo sentito la voce roca del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, che ha esordito, in perfetto italiano, con una frase aulica: “Monti fuori dai coglioni”. Gli improperi sono nello stile del senatur, il quale una volta ululava mentre ora rantola, non solo per problemi di salute.
Risulta evidente che il vociare suo e quello della sua truppa hanno l’unico scopo di alimentare il malcontento diffondendo fra i militanti menzogne. Il peggio della comunicazione bossiana e degli altri dirigenti è che dimenticano la storia, perché hanno la memoria corta o perché non l’hanno studiata, poco inclini ad alimentare il cervello con la lettura.
Quando affermano che le regioni della fantomatica Padania mantengono il Sud, in quanto danno allo Stato più di quanto ricevono, non tengono conto che questo stato di fatto è conseguente alla destinazione di cospicue risorse finanziarie ricevute da Roma. Infatti, i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni non hanno sostenuto uno sviluppo eguale in tutto il Paese ma, con decisioni particolari e favoritismi, hanno inviato nel Nord Italia due terzi delle risorse e al Sud solo un terzo.

Ora, che i settentrionali abbiano iniziativa, riescano a depositare numerosissimi brevetti, si innovino, conquistino mercato estero, è del tutto pacifico e acclarato, ma tutto ciò non si sarebbe potuto fare se non vi fossero state le risorse finanziarie atte ad aprire numerosissimi cantieri di opere pubbliche e a sostenere il capitale circolante delle imprese. I relativi finanziamenti delle banche, anche in questo caso, sono stati destinati alle attività del Nord piuttosto che al Sud.
Questi sono i dati incontrovertibili, aspettiamo che qualcuno li smentisca.
Il Governo Monti non ha in agenda una forte azione per il riequilibrio delle due parti del Paese, che sta soffrendo la recessione. Anche questa colpisce più il Sud che il Nord, perché colà vi sono più membri di una famiglia che lavorano mentre al Sud vi è solo una persona che porta a casa reddito. Colà il reddito medio è il doppio di quello del Sud, quindi l’arretramento porta meno sofferenza.
 
Ricordiamo le quantità di denaro che hanno sostenuto la Fiat in molti decenni, le quantità di denaro che hanno sostenuto la Cassa integrazione ordinaria e straordinaria, il Mose (le paratoie che proteggono Venezia) che costerà 5 miliardi, in fase di completamento, le metropolitane di Milano, costate miliardi, quella di Roma (la linea C) che costerà 3 miliardi e la linea ad alta capacità, costata decine di miliardi, da Torino a Napoli.
A fronte del sommario elenco, vengono stornati 1,6 miliardi per la costruzione del Ponte (con il rischio di dover pagare un indennizzo al general contractor di quasi un miliardo), nessuna iniziativa sulla rotaia Salerno-Reggio Calabria né in Sicilia, ove per andare da Trapani a Messina, occorrono 7 ore. Per non parlare della differenza infrastrutturale delle autostrade e dei porti.
Detto questo, però, dobbiamo dare ragione al rauco Bossi e ai suoi dipendenti quando affermano che nel Sud, oltre alla criminalità organizzata, vi è un altro cancro non meno cattivo, che è l’eccesso di spesa pubblica necessaria al clientelismo che ha portato a moltiplicare i posti nelle Pubbliche ammnistrazioni e nelle società di servizi pubblici da esse controllate, per cui gli stessi servizi sono inefficienti e costano molto di più di quelli delle regioni avanzate.

Questa è la grande colpa del ceto politico meridionale degli ultimi trent’anni: avere alimentato la spesa pubblica e la cultura del favore, diseducando i meridionali e allontanandoli, invece, dalla cultura del merito, secondo cui percepisce maggiori compensi chi è più bravo, non chi è l’amico del cosiddetto potente. Ed è proprio per questo cattivo ceto politico, in combutta con il cattivo ceto burocratico, che si dannano quei bravi cittadini meridionali, lavoratori onesti e capaci, che reggono la parte buona della società a Sud di Eboli, ove come scrisse Carlo Levi, Cristo si è fermato.
Se Bossi ulula, i politici meridionali danno fiato alla bocca. Non contrastano la Lega con azioni concrete per conseguire obiettivi in tempi brevi, ma continuano a promettere che faranno. Se ci fate caso, nessuno di questi elenca ciò che ha fatto, perché non l’ha fatto. Faranno: beati loro e chi li supporta!
Gen
24
2012
Finalmente ha visto la luce il decreto sulle liberalizzazioni dopo diciotto ore di continuo dibattito di cui otto all’interno del Consiglio dei ministri. Si tratta di un insieme di norme equilibrate, perché sottrae a ciascuna categoria qualche cosa, ma dà ai cittadini la somma di ognuno.
Naturalmente le categorie (corporazioni), anziché essere contente perché questo modo di procedere crea un piccolo danno a ciascuna di esse ma una grande utilità alla gente, hanno cominciato a protestare, con la speranza che nel corso di conversione le Camere modifichino a loro favore e in danno dei cittadini quanto previsto dal decreto.
Ma esso deve ritenersi il massimo possibile che Monti sia riuscito ad ottenere da Pdl, Pd e Terzo polo. Siamo convinti che, se fosse dipeso da lui, il decreto avrebbe avuto riforme ben più sostanziose ed incisive. In ultima pagina è pubblicato l’elenco delle liberalizzazioni efficaci, annacquate e delle altre che non hanno visto la luce.

Monti farebbe bene a battere il ferro mentre è caldo, chiedendo ai presidenti di Camera e Senato di mettere in calendario il decreto Cresci Italia, in modo da ottenerne l’approvazione come è avvenuto per il decreto numero Uno denominato Salva Italia, quello strapieno di nuove imposte.
Monti dovrebbe riuscire ad ottenerne la conversione in legge non oltre la metà di febbraio, in modo da mettere in cantiere l’ulteriore prova di forza e di responsabilità che riguarda la riforma del mondo del lavoro. Nelle more che ciò accada, il Consiglio dei ministri si prepara ad approvare il decreto sulle semplificazioni, che abroghi tutte le norme vessatorie contro i cittadini, esercitate con spocchia da una Pubblica amministrazione feudale, arretrata, inefficiente, disorganizzata e, a volte, corrotta.
Ecco dove dovrebbe esserci un forte intervento del Governo: proprio su burocrati e dipendenti pubblici, in modo  che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione (art. 97 della Costituzione).
Vorremmo fare due osservazioni sulla riforma riguardante gli Ordini professionali: la prima riguarda la possibilità di più Ordini per branca, in modo da metterli in concorrenza con la finalità di meglio tutelare i cittadini.
 
La seconda riguarda l’abolizione delle tariffe e l’obbligo di richiesta del preventivo. Tale obbligo imporrà ai dirigenti pubblici, che attivano incarichi di difesa col gratuito patrocinio (gratis per gli assistiti, ma con onorario a carico della Pa), a mettere in gara i professionisti prima di affidare loro l’incarico, con notevole beneficio per l’erario, perché gli onorari caleranno, eliminando l’attuale stato di cose.
Sulle farmacie vorremmo osservare che l’aumento di cinquemila punti vendita comporterà la crescita di nuovi posti di lavoro: tra cinque e diecimila farmacisti e forse altri diecimila addetti ai servizi diversi. Non comprendiamo il rifiuto di nostri tantissimi amici farmacisti, perché se lì si vendono cosmetici, scarpe ed altri prodotti, chi venda cosmetici, scarpe e altri prodotti non possa vendere farmaci, sempre beninteso, con la presenza del farmacista.
Per i tassisti il rinvio della disciplina all’Autorità è un atto pilatesco, per cui non sembra che questa matassa possa essere sbrogliata da qui ai prossimi anni.

I notai sono professionisti eccellenti, che hanno superato un duro esame concorsuale. Altri millecinquecento nei prossimi tre anni significherà trovare occupazione non solo agli stessi, ma almeno ad altri sei-dieci mila persone addette ai servizi diversi.
I servizi pubblici locali, gestiti dagli stessi enti, sono una cancrena di clientelismo e di corruzione. Il danno più grave che provocano è di offrire ai cittadini-consumatori servizi pessimi a prezzi molto alti.
La precedente legge prevedeva che tali servizi dovessero essere messi in gara entro il prossimo 31 marzo, ma questo decreto ha spostato il termine al 31 dicembre, facendo perdere alla loro riqualificazione altri nove mesi.
Monti poteva fare di più, ma ha avuto imposti limiti soprattutto dal Pdl, che tutela le corporazioni. Ora lo aspettiamo i decreti su spending review, riforma del mercato del lavoro, semplificazioni, il pagamento dell’Ici da parte della Chiesa, riforma della Rai, separazione dei servizi postali da quelli di Bancoposta e pagamenti celeri della Pa.
Gen
19
2012
Siamo martellati, ogni giorno, dal famigerato spread, cioè la differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Quella maledetta cifra di 500 è un’ossessione, perché indicativa della parziale insolvenza dello Stato italiano e, dunque, della mancanza di fiducia da parte dei mercati.
In effetti, non si tratta di mancanza di fiducia, ma di incapacità delle nostre Istituzioni nazionali di essere valutate positivamente per le prospettive di crescita e sviluppo, atte a generare ricchezza e occupazione.
I sindacati, che ormai rappresentano in modo maggioritario i pensionati, coloro che non sono più interessati al lavoro, continuano a chiedere posti di lavoro. Ma la loro azione è miope, perché non sono capaci di fare un passo avanti. Tale passo dovrebbe essere l’individuazione dei meccanismi per rinforzare il sistema delle imprese e delle società, anche pubbliche, perché solo attraverso di esse ci possono essere nuove attività e, pertanto, nuovo lavoro.

Vi è poi un altro carburante per la crescita: la ricerca e l’innovazione. Potenziare fortemente questi due versanti costituisce la premessa per il trasferimento dei brevetti, la cui industrializzazione ottiene una maggiore competitività di prodotti e servizi.
Destinare solo l’1 per cento del Pil alla ricerca è un comportamento deprecabile, quando poi si destinano maggiori risorse alla spesa pubblica improduttiva e la maggior parte degli stipendi dei dipendenti pubblici è inutile alla necessità dei cittadini: ottenere servizi efficienti e di qualità.
Lo spread finanziario ci martella e ottenebra le menti di molti giornalisti, professori e commentatori. Costoro non si accorgono, invece, che i veri spread dell’Italia sono Sud e infrastrutture. L’enorme divario che c’è fra Meridione e Settentrione è una delle principali cause del complessivo arretramento del Paese. Se il Pil del Sud fosse allo stesso livello del Pil del Nord, il Paese sarebbe molto avanti.
Non dobbiamo dimenticare che quel grande statista di Helmut Kohl andò contro le banche, contro l’establishment, contro il ceto politico della Germania occidentale, quando decise di investire massicciamente nella Germania dell’Est.
 
Non è un caso che l’attuale cancelliere Angela Merkel è cresciuta a Templin, città a 80 km a nord di Berlino, nella Repubblica democratica tedesca socialista.
La questione meridionale si perde nella notte dei tempi, ma una cosa è certa: è cominciata nel 1861, la nefasta data in cui il Sud veniva annesso allo Stato Sabaudo e tutti i suoi tesori depredati dalle bande piemontesi. Da allora, una classe politica meridionale, prona e subordinata, non ha preteso che le Istituzioni nazionali si comportassero con equità, investendo tanto nel Nord e tanto nel Sud.
Se Bossi oggi fa la voce grossa, dicendo che le regioni del Nord mantengono il Paese, per la sua crassa ignoranza (o malafede) non dice che tale ricchezza è prodotta per i massicci investimenti che da Roma sono andati in quelle regioni e non nel Sud.
Ed eccoci al secondo spread che divide l’Italia: quello delle infrastrutture. Il relativo tasso dice con chiarezza che quelle del Sud sono un terzo di quelle del Nord. Se vi fossero stati pari investimenti, al Nord come al Sud, il tasso infrastrutturale sarebbe, invece, uguale.

Sud e infrastrutture sono, quindi, i veri spread d’Italia, differenze abnormi e anomale, che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge, in violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Cittadini di prima serie e di seconda serie non fanno una Nazione, ma fanno un insieme in cui vi è il ceto dominante (feudatari) e un ceto servente (chi subisce). Tutto questo non è più procrastinabile e deve finire.
Ma nell’agenda del professor Monti non ci sono Sud e perequazione delle infrastrutture: un’omissione grave, che dobbiamo segnalare tra le cose buone che l’attuale Governo ha fatto. Non sappiamo, oggi, se il decreto Cresci-Italia, nella parte riguardante le liberalizzazioni, corrisponderà alle premesse e alle notizie.
Ci auguriamo che in sede di conversione esso non venga annacquato, risolvendosi in un fuoco di paglia. Certo, non è bene che sia stata tolta da questo decreto la scorporazione della rete gas. Snam, poste e ferrovie sono tutti controllati dal ministero dell’Economia. Non c’è bisogno di decreti per liberalizzare i settori.
Gen
18
2012
Il ministro Piero Giarda, nella sua funzione dei Rapporti con il Parlamento, ha messo in cantiere la revisione della spesa dello Stato. Il che significa rivedere, capitolo per capitolo, se gli importi stanziati siano eccessivi rispetto agli obiettivi fissati. Il Ministero non ha comunicato quale sia il metodo di controllo e di raffronto fra spesa e obiettivi, in assenza di un Piano aziendale, branca per branca amministrativa, nella quale sono previste le quattro fasi relative.
L’assessore all’Economia della Sicilia, Gaetano Armao, ha chiesto al presidente della Regione se intenda attivare una revisione della spesa, assessorato per assessorato, sull’esempio di quella nazionale indicando un taglio della spesa di 1,4 miliardi nel 2012 mentre noi abbiamo più volte indicato in 3,6 la misura dello stesso taglio.
Mentre quello proposto da Armao serve solo a far quadrare i conti, quello proposto da noi serve per liberare risorse per investimenti e finanziare opere pubbliche, con l’obiettivo di mettere in moto un processo di crescita, inesistente in questo momento.

Spending review, una frase magica che non vuol dire solo monitorare l’insieme delle uscite, ma più propriamente valutare le stesse spese per commisurarle ai servizi che devono essere prodotti. Il monitoraggio è essenziale, ma è una fase preliminare per sapere in qual misura si debba adoperare l’accetta. E serve anche per graduare i tagli in relazione ai bisogni dei cittadini. Serve anche per calibrare il fabbisogno finanziario in funzione dell’organizzazione dei settori amministrativi.
L’assessore chiede anche iniziative per fissare il Patto di Stabilità regionale in funzione di quello nazionale, il quale, a sua volta, si basa sul Patto di stabilità europeo del 25 marzo 2011.
È vero, il professor Monti sta tentando di ammorbidirlo, per arrivare al risultato di non dover fare una manovra di 45/48 miliardi l’anno per i prossimi venti, in modo da riportare il rapporto fra debito e Pil al 60 per cento, che è uno dei tre pilastri del Trattato di Maastricht del ‘92. Monti sta tentando di ammorbidire la rigorosa posizione tedesca facendo uscire fuori dal Patto di stabilità le spese per investimenti, oggi incluse.
 
In Regione, vi è quest’iniziativa positiva dell’assessore all’Economia, ma non c’è alcuna prospettiva analoga nei 390 Comuni. In questa direzione manca un’iniziativa dell’assessore per le Autonomie locali, che, mediante propria circolare di indirizzo, dovrebbe invitare i sindaci ad iniziare questa opera di revisione per fare dimagrire le uscite di ogni ente in maniera adeguata, sopprimendo in tutto o in parte la spesa improduttiva.
Certo, i sindaci più diligenti potrebbero iniziare questo riequilibrio fra entrate e uscite. Riequilibrio che passa non solo per la diminuzione delle stesse, ma anche per l’aumento delle prime. Sol che mettesse mano alla ricerca dell’evasione sui tributi dello Stato e sui propri tributi, ogni Comune potrebbe introitare risorse, naturalmente in proporzione al numero degli abitanti che amministra.
La crisi sta obbligando tutti i pubblici amministratori a diventare virtuosi. Coloro che non lo faranno, saranno bocciati alle prossime elezioni.

Il mistero dell’avanzo finanziario, come posta di pareggio tra entrate e uscite nel Bilancio della Regione, ancora non è stato risolto. Attendiamo che l’assessore e il dirigente generale ci forniscano queste informazioni perchè l’opinione pubblica ha il diritto di sapere se il bilancio vero della Regione è fatto di 17,7 miliardi di entrate e di uscite o di 27,7. Non vi possono essere dieci miliardi che ballano, senza sapere a cosa si riferiscano. Questo non è serio.
Naturalmente riporteremo le risposte più volte chieste, pari pari, e ci auguriamo che esse siano esaurienti. Anche dalla conoscenza della composizione e della natura dell’avanzo, l’assessore all’Economia dovrebbe partire per spingere la revisione della spesa nella Regione e nei Comuni. Il risparmio nello spendere corrisponde a una minore entrata, il che significa una minore necessità di indebitarsi.
L’indebitamento è vietato dal Patto di stabilità. Tuttavia la Regione ha firmato un nuovo mutuo di 954 milioni  da destinarsi esclusivamente ad investimenti. Ma cosi non è.
Gen
14
2012
Il Governo Monti ha comunicato all’opinione pubblica il suo sostegno fermo e incondizionato ad Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, per intensificare la lotta all’evasione, in modo da colpire tutti i furbi che sottraggono materia imponibile, caricando gli altri cittadini di un peso che non dovrebbero avere.
Nella strategia di comunicazione è importante che l’opinione pubblica sappia che l’indirizzo è senza ritorno, almeno per il momento, nella direzione giusta di scovare gli evasori piccoli e grandi e, soprattutto, di togliere loro ogni eventuale speranza di deleteri condoni.
La legge 214/11, denominata Salva Italia, ha eliminato il segreto bancario, per cui tutti i sentieri attraverso cui passa il denaro, nelle sue diverse forme, sono tracciati, in modo da poter ricostruire sia i loro movimenti che le contropartite.
Per esempio, se nel conto bancario di un soggetto compare un’entrata di diecimila euro, quando gli verrà posto il quesito dall’Agenzia delle Entrate, quel soggetto, che è anche contribuente, dovrà spiegare a qual titolo abbia ricevuto quell’importo.

L’esempio si può anche rovesciare: se il soggetto di cui sopra avesse sborsato diecimila euro dovrà motivare, se richiesto, la causale dell’esborso.
A questa trasparenza si accoppia l’obbligo di utilizzare sistemi informatici e carte di credito per qualunque operazione superiore ai mille euro. I pagamenti delle pensioni sopra tale somma dovranno avvenire per via informatica, mentre resta ancora libera la possibilità di prelevare i contanti dalle banche senza alcun limite, fermo restando l’obbligo della segnalazione per determinati importi all’Uic in caso di eventuali verifiche successive.
Ma tutto questo non basta. Occorre che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, come stanno facendo, intensifichino gli incroci delle diverse banche dati, facendo rilevare casi sospetti di manifestazione di ricchezza cui non corrispondono i redditi dichiarati.
Uno di questi incroci, tra i più importanti, è quello fra l’anagrafe di ogni Comune e l’elenco delle dichiarazioni dei redditi. Da tale incrocio si rileverà quali sono i cittadini che non presentano dichiarazioni dei redditi e che dovranno rendere conto della loro omissione, anche se sono nullatenenti ufficialmente.
 
Gli incroci non finiscono mai. Raffrontando la banca dati dell’Agenzia del Territorio con l’anagrafe, ovvero i titolari di contratti Enel o di contratti gas con le dichiarazioni dei redditi, ovvero i proprietari di auto di media e grossa cilindrata con le stesse dichiarazioni, emergeranno molti più furbetti di quelli che si possano immaginare.
Tutto il lavoro sommariamente indicato prima non potrà dare frutti immediati, ma nel corso dell’anno essi verranno fuori.
C’è poi da approvare la strategia comunicativa del ministero dell’Economia e dell’Agenzia delle Entrate, perché è necessario che l’opinione pubblica recepisca come chi evada le tasse sia un disonesto che non possa avere una buona reputazione. In altri termini, è indispensabile che si radichi nella mentalità della gente l’opinione che chi evade le tasse tradisce la Comunità. Si tratta di un ottimo deterrente che dovrà essere usato nella misura e nella forma più professionali possibili.

In questo gioco fra evasori e tutori dell’ordine, un ruolo importante lo possono svolgere i Comuni, ai quali in forza alla legge 148/2011 è stata data la possibilità di snidare gli evasori, totali o parziali e di comunicare gli estremi all’Agenzia delle Entrate.
Il grande vantaggio per gli stessi Comuni è che saranno loro accreditate tutte le somme recuperate a titolo d’imposta. Un accredito del cento per cento. Non si capisce perché i sindaci non abbiamo messo immediatamente sul campo i propri Nuclei tributari locali per attivare questo meccanismo che darebbe notevole sollievo finanziario alle asfittiche casse comunali.
Si tratta di indolenza, di incapacità o di connivenza? Connivenza, sì, perché anche gli evasori votano e, qualche volta, si trovano in posizioni chiave per esercitare pressioni sul ceto politico che, se debole, le subirà.
Finalmente la lotta all’evasione è diventata una cosa seria. Se tornassero a casa, in quest’anno, venti o trenta miliardi anziché gli 11 arrivati nel 2011, una parte dei problemi del Paese sarebbe risolta. Non resta che attendere, per verificare la bontà di questo insieme di iniziative. Ma possiamo fare una buona previsione.
Dic
20
2011
La Manovra in corso di approvazione ha caricato i cittadini per circa due terzi con nuove imposte tagliando solo per un terzo la spesa pubblica. Di essa, quasi tutto proviene dal riordino delle pensioni di anzianità. Nessun taglio è stato fatto alla spesa pubblica e alla spesa per il mantenimento dei privilegi del ceto politico e burocratico.
Monti ha comunicato a chiare lettere che questo primo atto aveva il compito di mettere in sicurezza i conti per raggiungere tassativamente il pareggio di bilancio.
Il secondo atto, in gestazione, dovrebbe riguardare gli altri due tasselli di politica economica di questo Governo: il taglio della spesa improduttiva mediante il meccanismo di spending review e la destinazione delle risorse così recuperate agli investimenti in attività produttive e in opere pubbliche, che sono l’unico modo per poter produrre nuova ricchezza e quindi recuperare il Pil perduto, almeno in parte.

All’interno della revisione della spesa pubblica vi è l’obiettivo primario di tagliare gli interessi sul debito pubblico, che quest’anno supereranno abbondantemente gli 80 miliardi. Se mediante la vendita del patrimonio pubblico si riuscissero a incassare 200 miliardi, destinati a far scendere da 1.900 miliardi a 1.700 il debito, vi sarebbe un immediato risparmio di 10 miliardi di interessi. Il processo virtuoso così avviato potrebbe, nel corso di un triennio, abbattere tale debito mediante la cessione di immobili e azioni non strategiche per almeno 500 miliardi.
Il secondo atto è, dunque, tagliare le uscite improduttive che servono solo ad alimentare clientelismo, corporazioni, caste e altri parassiti che gravano sulle tasche degli italiani. La regola del divieto di aumento della spesa pubblica oltre il 50 per cento dell’aumento del Pil vale quando tale aumento c’è. Quando, invece, c’è un regresso è del tutto ininfluente. Si deve passare perciò al taglio con forbici affilate e turandosi le orecchie per non ascoltare i lamenti dei privilegiati che perdono in qualche misura i vantaggi avuti sulla collettività per troppo tempo.
Si tratta quindi di destinare tutte le risorse possibili verso l’apertura dei cantieri e l’attrazione di risorse di gruppi internazionali che non vedono l’ora di investire in Italia.
 
Ma, c’è un grosso “ma”. Chi viene da noi ha bisogno di sicurezza in ordine all’attività autorizzatoria e concessoria. Nessun gruppo imprenditoriale è propenso a investire i propri soldi e a dare lavoro agli italiani se  non riesce a ottenere i documenti necessari per la propria attività, rilasciati dalla Pubblica amministrazione in 30 o 60 giorni.
E qui arriviamo al punto più dolente di questa nostra Nazione, così arretrata da far disperare quando si pensa a un’inversione di marcia.
Non solo c’è un enorme appesantimento dell’organico, a tutti i livelli, ma quest’organico è privo di organizzazione, carente di efficienza, incapace di perseguire obiettivi, anche perché nessuno controlla che essi producano risultati.
Ho rivisto con piacere, di recente, un vecchio film, Il ponte sul fiume Kwai, interpretato magistralmente da sir Alec Guinnes. Come qualcunon ricorderà, un gruppo di soldati inglesi prigionieri dei giapponesi si impegna di costruire un ponte ove deve passare la ferrovia.

Per costruire il ponte, il gruppo di soldati propone al comandante giapponese del campo di cambiare metodo di lavoro per applicare un Piano che aumenti del 30 per cento la produttività, non solo dei soldati britannici ma anche di quelli nipponici, in supporto ai primi. Naturalmente il ponte è ben costruito, anche se poi sarà fatto saltare da altri inglesi.
Ho ricordato, vedendo il film, che anche mezzo secolo fa vigeva la regola del Piano di lavoro per aumentare l’efficienza. Non mi rendo conto come nei Ministeri, nelle Regioni e negli Enti locali nessuno senta il bisogno di formulare un Piano aziendale suddiviso nelle sue classiche quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Dall’assenza del Piano si deduce facilmente come non si possa ben gestire un Ente pubblico, nè utilizzare al meglio le risorse finanziarie di cui dispone, nè raggiungere risultati apprezzabili.
Ma allora che cosa fanno i responsabili politici e burocratici per migliorare l’efficienza? Nulla: aspettano Godot.
Dic
07
2011
Ancora una volta il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, fa l’elemosinante e chiede al Governo Monti 600 milioni per fare quadrare la legge di stabilità 2012 (ossia il vecchio bilancio). Si tratta di una richiesta che umilia i siciliani. Noi abbiamo l’orgoglio di volerci gestire in maniera professionale, perché non abbiamo nulla di meno dei nostri concittadini lombardi. Questa incapacità di autogestirci con le risorse che abbiamo è diventata veramente intollerabile. Ancora più intollerabile di fronte al decreto Monti “salva-Italia”, nel quale sono previsti tagli per oltre 13 miliardi di euro.
Con la Corte dei Conti Sicilia, che indica in 3,6 miliardi i tagli della spesa improduttiva del 2012/13/14, e il QdS che chiede il taglio di 3,6 miliardi nel 2012, questo Governo non onora la gloriosa storia della Sicilia continuando a spendere al di sopra delle proprie possibilità.

Chiediamo che Governo e maggioranza regionali recepiscano, con un articolo unico, tutte la parti del decreto Monti che riguardano i criteri di riduzione della spesa. Fra essi, l’abolizione del sistema pensionistico siciliano, portando l’età pensionabile di tutti i dipendenti secondo le regole del decreto Monti. Vi è poi da mettere in stato di disponibilità (art. 13 della L. 148/11) diecimila dipendenti regionali in esubero, con lo stipendio ridotto all’80 per cento. Il calcolo del numero di dipendenti che esuberano è presto fatto. La Regione Lombardia ha tremila dipendenti e tanti ne deve avere la Regione siciliana. Le funzioni che lo Stato svolge in Lombardia, eseguite in Sicilia dalla Regione, necessitano di altri settemila dipendenti, per un totale di diecimila. La Regione ne ha in organico oltre ventimila, dunque diecimila sono in esubero.
Va allineato il contratto di lavoro dei regionali a quello dei regionali della Lombardia e parimenti gli assegni pensionistici, calcolati finalmente col sistema contributivo (cioè in base ai contributi versati) e non più col sistema retributivo (cioè in base all’ultimo stipendio).
Con queste due manovre si può risparmiare circa un miliardo. Il resto lo rimandiamo al dettaglio pubblicato a pagina 6. Se si effettuano questi risparmi, nessuno piangerà.
 
Il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha detto che gli stipendi dei deputati non si toccano. Ma essi sono circa la metà del compenso che ogni deputato percepisce ogni mese. Non ha precisato se intende tagliare questa metà. Né ha precisato se intende tagliare gli stipendi dei dipendenti e dirigenti portandoli allo stesso livello dei dipendenti e dirigenti del Consiglio regionale della Lombardia, che non hanno meno dignità e meno capacità di quelli siciliani.
Non ci rendiamo conto di come la massima istituzione della Sicilia, appunto l’Assemblea, non capisca che è venuto il momento di dare l’esempio sul piano dei risparmi, tenendo presente che la Regione non è più una vacca da mungere, da parte di parassiti e privilegiati di tipo vario.
Non si capisce come i politici siciliani di tutti i partiti, soprattutto quelli che rivestono incarichi istituzionali, si possano presentare in pubblico essendo portatori di indennità macroscopiche rispetto a disoccupati e a chi guadagna mille euro al mese.

Mettersi le carte in regola, ecco il precetto cui devono uniformarsi, ora e subito, Presidente e Giunta di governo, nonché Assemblea regionale. Vorremmo vedere che l’assessore all’Economia, Armao, modificasse la bozza di legge di stabilità 2012, non solo eliminando il disavanzo finanziario di 600 milioni, ma risparmiando almeno un altro miliardo con cui finanziare la realizzazione dei progetti di opere pubbliche, per i quali sono disponibili i finanziamenti europei e quelli statali.
è attraverso l’apertura dei cantieri e il sostegno delle imprese che si può intraprendere, seppur lentamente, la crescita del Pil.
Armao deve tenere presente che la deduzione integrale dell’Irap da Ires e Irpef ridurrà il gettito e quindi dovrà riclassificare le spese in base alle minori entrate, ottenendo il pareggio di bilancio e un esubero di risorse per finanziare gli investimenti.
Ci rendiamo conto di essere monotonamente ripetitivi, ma lo saremo fino a quando lor signori non capiranno che la festa è finita.
Dic
06
2011
La manovra da trenta miliardi è stata approvata dal Cdm di domenica 4 dicembre e, con poche correzioni, sarà esitata dalle due Camere prima di Natale. Le parole d’ordine di Monti sono: equità, rigore e sviluppo. In questo quadro sono state approvate nuove imposte per due terzi dei circa trenta miliardi e solo un terzo di tagli della spesa pubblica.
Ma dei trenta miliardi solo dieci sono destinati agli investimenti. Nulla è stato scritto, in questo decreto, circa l’abbattimento del debito pubblico che secondo il Patto di stabilità del 25 marzo 2011, firmato dai capi di Stato e di Governo, deve essere abbattuto di 900 miliardi in vent’anni, cioè 45 miliardi per anno. Non si sa con quali strumenti i 45 miliardi del 2012 verranno riassorbiti.
Il Governo ha avuto solo 18 giorni di tempo e questo giustifica carenze che vanno recuperate in immediata successione.

La questione più importante, risolta definitivamente, è quella delle pensioni; eliminando l’obbrobriosa e antieuropea questione dell’anticipato prepensionamento per anzianità e l’unificazione del calcolo dell’assegno di quiescenza esclusivamente in base ai contributi versati e non al valore dell’ultimo stipendio. Naturalmente la novità andrà in vigore dal 2012, mentre sono stati salvati i privilegiati viventi fino al 31 dicembre 2011.
Il professore Monti ha comunicato di avere rinunziato all’indennità di carica, come presidente del Consiglio, lasciandosi solo quella di senatore a vita. Verosimilmente faranno lo stesso gli altri 46 componenti del Governo, ricevendo solo un’indennità. Un esempio che va emulato da tutti gli apparati politici di Regioni ed Enti locali e dagli altri dello Stato.
Nel decreto non c’è nulla riguardo al drastico abbattimento dei costi della politica e di quelli della Pubblica amministrazione, anche se tali tagli avverranno per effetto indiretto, in quanto vengono ridotte le assegnazioni a Ministeri, Regioni ed Enti locali.
È stata eliminata una grossa iniquità: col decreto, l’Irap potrà essere interamente deducibile dall’Ires e dall’Irpef. Inoltre è stato dato fiato a una serie di norme sulla liberalizzazione, verosimilmente ispirate dal bravo Antonio Catricalà, trasferitosi dall’Antitrust alla Presidenza del Consiglio.
 
Sulle infrastrutture, il ministro Corrado Passera - che ha rinunziato ad un compenso di sei milioni l’anno, come ad di Intesa San Paolo, per riceverne 150 mila da ministro - ha spiegato che vi è un importante programma di finanziamento alle infrastrutture, confermato nel Cipe di oggi, che cofinanzierà i progetti già finanziati dall’Unione europea.
Il ministro, inoltre, intende semplificare le procedure per trasformare rapidamente i progetti in opere. Il che significa velocizzare autorizzazioni e concessioni ed estendere il principio del silenzio-assenso, in modo da effettuare una forte iniezione di liquidità finanziaria nel sistema economico siciliano.
Passera ha inoltre illustrato l’iniziativa di creare un’Autorità dei trasporti, che regoli la concorrenza fra più vettori.

Un’innovazione, si fa per dire, riguarda l’attuazione dell’art. 119 della Costituzione riguardo a Regioni ed Enti locali. Tale articolo disciplina i bilanci degli Enti in maniera autonoma, nel senso che essi debbono funzionare in base ad entrate indipendenti dai trasferimenti dello Stato.
La filosofia di quest’azione è che Regioni ed Enti locali diventino finanziariamente indipendenti dallo Stato, con il passaggio di imposte dal centro alla periferia.
Ancora, per il sistema produttivo e la creazione di posti di lavoro, è previsto un rafforzamento del Fondo centrale di garanzia che consenta di ottenere affidamenti bancari in modo meno restrittivo.
Per l’internazionalizzazione delle Piccole e medie imprese, il governo Monti ha ricostituito l’Ice (Istituto per il commercio estero) che sarà gestito in sintonia dal ministero dello Sviluppo economico e da quello degli Esteri.
Nel complesso, questo primo decreto va nella direzione giusta, anche per la stangata sul patrimonio immobiliare degli italiani, ma aspettiamo i tagli della spesa improduttiva: quella politica e l’altra relativa alla riduzione dei compensi di dirigenti e dipendenti pubblici.
Nov
25
2011
Il voto plebiscitario di 556 deputati a Mario Monti, col quale gli è stata accordata la fiducia, ha di fatto sancito la sua figura di presidente del Consiglio tripartisan, perchè ha ricevuto i voti dei tre poli, con l’eccezione della Lega e, se ci fosse stato, del Sel di Vendola.
La luna di miele può durare sei o diciotto mesi, in relazione alla capacità del Professore di varare contestualmente provvedimenti sgraditi ai tre poli, in modo da far vedere all’intera opinione pubblica italiana che egli vuole risolvere i problemi, accantonando la cupidigia e la abulimia di caste e corporazioni.
Lo scoglio più duro sarà la riduzione dei costi della politica. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha comunicato che prossimamente metterà all’ordine del giorno il taglio del vitalizio, anche se dalla prossima legislatura. Aspettiamo che sulla stessa linea arrivi la dichiarazione del presidente del Senato, Renato Schifani e, perchè no, anche la comunicazione del presidente dell’Assemblea regionale, Francesco Cascio, nella stessa direzione.

I tre poli sono d’accordo che bisogna ottemperare alle tassative prescrizioni della Bce, confermate dalla lettera dell’ex presidente del Consiglio, Berlusconi, del 26 ottobre. Naturalmente vanno evitati i tagli lineari e, soprattutto, nuove imposte, mentre l’attenzione di Monti dovrebbe essere dedicata al taglio della spesa pubblica che sta divorando, come i piranha, il tessuto economico e sociale dell’intera comunità nazionale.
Ci riferiamo a quella improduttiva, non a quella destinata a supporto dei cittadini più deboli, a condizione che gli apparati per l’assistenza sociale siano ridotti all’osso e la relativa spesa sia essenziale e non ridondante per fare largo ai raccomandati da inserire negli organici.
Tagliare la spesa improduttiva significa recuperare risorse da destinare agli investimenti, soprattutto alle opere pubbliche di cui c’è un estremo bisogno in tutto il Paese. Però l’imparzialità di Monti lo deve spingere alla perequazione del tasso infrastrutturale, in modo tale che il Paese sia uno e non diviso fra territori che hanno molto di più e quelli che hanno molto di meno.
 
Staremo a vedere se quest’esperienza potenzialmente positiva darà i frutti sperati. In ogni caso, non c’era altro da fare.
Stessa situazione c’è adesso in Sicilia dove, in atto, col presidente della Regione, Lombardo, governano due poli.
La Regione ha problemi ben maggiori di quelli dello Stato italiano perchè appesantita molto di più dalla spesa improduttiva rispetto alla media nazionale. Ciò per effetto del personale, sei volte quello della Lombardia, dei relativi stipendi e assegni pensionistici più alti, quasi il doppio di quelli della Lombardia.
Qui le opere pubbliche sono state dimezzate per effetto dell’incapacità dei dirigenti regionali e locali di attivare i processi di spesa dei fondi europei-statali col cofinanziamento regionale. Le procedure amministrative, autorizzative e concessorie, sono ancora lunghissime, mentre il decreto legislativo 150 /09 sulla responsabilità dei dirigenti è totalmente disatteso.
Vi è inoltre la legge regionale 5/11 sulla semplificazione messa in un cassetto tant’è che l’assessore al ramo Chinnici è stato costretto a chiedere una proroga legislativa all’Ars per l’emanazione dei regolamenti.

Occorre quindi che il prossimo presidente della Regione sia tripartisan, cioè rappresenti tutti e tre i poli. La sua caratura professionale e morale deve consentire di fare le necessarie riforme strutturali, senza le quali l’economia non può prendere la strada dello sviluppo.
Corre subito la domanda: ma in Sicilia c’è un candidato presidente tripartisan? Sicuro, ve ne è più di uno. Si tratta di persone che non hanno mai fatto politica, nè direttamente nè indirettamente, che non hanno simpatie o antipatie verso questo o quel partito e che possiedono una caratura etica che consente loro di guardare con obiettività ai problemi e di realizzare le relative soluzioni senza cedere ai richiami delle varie Circe.
Siciliani che farebbero un sacrificio ad amministrare la Regione per 5 anni, anche gratis.
Pensateci responsabili dei tre poli siciliani. C’è bisogno di un’inversione del percorso, per guardare lontano.
Nov
23
2011
Non se ne può più di vedere gli allievi delle scuole in vacanza nei giorni in cui insegnanti e personale Ata decidono di fare assemblee. Non se ne può più di vedere fabbriche che si fermano in orario di lavoro perché si svolgono assemblee. Non se ne può più di vedere consiglieri di Comuni che si riuniscono il giorno di Ferragosto per prendersi il gettone o l’indennità. Accomuniamo una serie di parassiti, apparentemente non omogenei, ma che hanno in comune l’attività di succhiare il sangue dei cittadini o sotto forma di denaro o sotto forma di mancato servizio.
L’attività sindacale è assolutamente necessaria, ma riguarda i propri aderenti che hanno un interesse personale e privato. La questione non funziona più quando l’interesse personale esonda in quello generale, andando a utilizzare il tempo del lavoro produttivo per soddisfare proprie esigenze.
Si tratta di cattive abitudini consociative che un ceto politico debole ha concesso, violando il principio di equità.

Non sappiamo se il neo Governo, presieduto da Mario Monti, sarà capace di mettere un poco di ordine in tutta questa materia. A giudicare dal profilo professionale degli 11 ministri con portafoglio, e anche degli altri sei senza portafoglio, nonché dal calibro etico del presidente del Consiglio, non dubitiamo che, se Pdl e Pd lo lasceranno lavorare, possa rimettere in sesto i conti dello Stato e soprattutto faccia imboccare all’Italia la via dello sviluppo, per ottenere l’indispensabile aumento del Pil che crea nuova occupazione.
La presenza del bravo Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è una garanzia perché venga presa di petto la questione dei monopoli e degli oligopoli, inserendo concorrenza in ogni ganglo dell’economia italiana.
Fra le iniziative legislative, ce ne vogliono due, per tagliare i relativi privilegi: una che obblighi i dipendenti pubblici e privati a riunirsi fuori dall’orario di lavoro, quando ritengono opportuno, in modo che tutte le ore dedicate all’attività siano produttive. La seconda, che le attività nei Consigli e nelle Circoscrizioni comunali siano gratuite.
 
Siamo tutti a conoscenza della vergognosa partecipazione alle elezioni degli Enti locali dei candidati che in effetti cercano un posto di lavoro, non un’attività di servizio per conto dei cittadini. Ebbene, bisogna ribaltare questa situazione, per cui chi voglia misurarsi in politica deve guadagnare di suo, con il proprio lavoro, e poi, ripetiamo, a puro titolo di servizio si riunisce nel Consiglio, comunale o circoscrizionale, per operare nell’interesse esclusivo dei propri mandanti, cioè dei cittadini.
Questo Governo potrà avere la riconoscenza degli italiani se comincerà a tagliare uno dopo l’altro i privilegi delle Caste e delle corporazioni riducendo le spese, a cominciare dal costo della politica. Quindi, niente vitalizio a parlamentari e a consiglieri regionali, niente auto blu, segreterie e indennità a tutti gli ex (dai presidenti della Repubblica a quelli delle Camere, dai presidenti del Consigli ai presidenti delle alte cariche giurisdizionali e via enumerando).

Non solo questi tagli costituirebbero un risparmio, per la verità non molto significativo, ma sarebbero un esempio di moralizzazione della vita pubblica assolutamente necessario se si vuol fare digerire agli italiani l’ulteriore pillola amara della prossima manovra, la quinta del 2011, che il Governo Monti dovrà fare ingoiare ai cittadini, con circa 25 miliardi di euro fra aumento di imposte e tagli di spesa.
Sarebbe, però, opportuno che le due iniziative sopra indicate fossero prese direttamente dagli interessati, il che costituirebbe un vero esempio di civismo e la dimostrazione della responsabilità e consapevolezza della difficile situazione che il Paese sta attraversando.
Ma questo non avverrà, perché da noi si usano il benaltrismo e il Nimby (Not in my backyard). Sono sempre gli altri che devono cominciare a rientrare nei ranghi e mai qualcosa si deve fare nel mio giardino, ma è meglio farla in quello degli altri. Ecco, è il civismo una dote di cui siamo carenti. Dobbiamo sforzarci di conquistarlo.

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