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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Mezzogiorno

Mar
05
2011
A giugno scadono tre anni del Governo in carica, passati invano perché non ha realizzato le riforme strutturali a costo zero che avrebbero consentito almeno tre effetti: aumento della competitività del sistema Italia, aumento della concorrenza fra pubblico e privato, liberalizzazione del mercato.
Le riforme più importanti dovevano riguardare lo snellimento delle procedure relative alle opere pubbliche mediante l’inserimento di forti penalità sui ritardi e di forti premi sull’accelerazione della consegna, con l’eliminazione dei numerosi cavilli procedurali che consentono a chi ha torto di bloccare i lavori e a chi ha ragione di non farli.
Proprio sulla corruzione giace in Parlamento, fin dall’inizio della legislatura, un Disegno di legge che vorrebbe combatterla. Si tratta di un Ddl blando e poco efficace, ma la maggioranza non è riuscita ad applicare neanche questo. Quando corrotti e corruttori sanno di poterla fare franca, approfittano della situazione per arraffare proventi a scapito della Cosa pubblica.

Fra le riforme strutturali è stata promessa quella fiscale, la quale si può effettuare a invarianza del gettito. Come? Spostando fra i soggetti passivi i carichi d’imposta in modo da aumentare l’equità oggi fortemente calpestata. L’invarianza di gettito, però, deve prevedere il taglio del 10 % della spesa pubblica (oltre 70 miliardi) da destinare in parte al fondo ammortamento del debito pubblico e in parte a finanziare le opere pubbliche.
Altra riforma fondamentale è quella delle liberalizzazioni: inserendo criteri di effettiva concorrenza nei settori bancario, assicurativo e della raffinazione, alcuni dei poteri forti, che speculano sfrontatamente a scapito dei cittadini. Le banche, inserendo orpelli di ogni genere, le assicurazioni, facendo pagare premi più elevati di quelli medi europei, i petrolieri, facendo pagare il carburante molti punti in più che negli altri Paesi.
Altra riforma fondamentale è quella della Pa: essa rappresenta il motore di tutti i meccanismi atti a produrre servizi pubblici e sostegno all’economia. La Pa è vecchia, obsoleta, disorganizzata e inefficiente.
 
I dirigenti statali dicono sempre di no. I ministri non esercitano l’indirizzo politico che trovi riscontro nel fare. Il Governo, nel suo insieme, balbetta e non fa quanto dovrebbe e potrebbe.
La cosiddetta Legge obiettivo (443/2001) aveva lo scopo di programmare 80 opere pubbliche di interesse nazionale e strategico e su di esse concentrare la massima parte delle risorse per realizzarle in tempi europei. Un fallimento.
Dice qualcuno che è stata causa della crisi 2008/2009 e del malgoverno Prodi 2006/2008. Ma Berlusconi ha governato cinque anni (2001/2006) e le opere, salvo alcune, sono rimaste al palo. Il nuovo Governo, poi, dal 2008 a oggi, sotto questo profilo ha fatto ben poco.
Il rigore di Tremonti è sottoscrivibile, ma rappresenta un vulnus nel non avere tentato di incidere sulle corporazioni prelevando da esse risorse da destinare agli investimenti. Il quadro che rappresentiamo è una fotografia della realtà. Si aspettano controdeduzioni.

Il Governo non ha affrontato lo sviluppo del Sud, che costituisce una riserva economica ad alto potenziale. Solo qui, nel Mezzogiorno, si possono inserire elementi propulsivi che facciano incrementare la ricchezza prodotta in maniera superiore al Nord. Nel 2010 l’Italia ha avuto un incremento del Pil dell’1,3 %, mentre la Germania del 4, la Francia del 2,7 e la Gran Bretagna del 2,5. Un risultato penoso per effetto delle incrostazioni, dei pesi e delle anomalie del sistema economico.
Berlusconi, con la sostituzione parziale ma sufficiente dei fuoriusciti di Futuro e libertà, ha ora gli strumenti per mettere in atto quella parte del suo programma disattesa, salvo la buona riforma della scuola e l’altrettanto buona riforma dell’Università.
Deve, nel breve, risolvere i suoi problemi giudiziari, ma poi si occupi di quei provvedimenti che facciano fare all’intero Paese un balzo in avanti. Ha promesso in tre o quattro anni un incremento del 4 % del Pil. Speriamo che non resti un miraggio.
Nov
13
2010
Non siamo d’accordo sulla lotta intestina fra regioni, perché questo è il principio della disgregazione dell’Unità nazionale che, con tutti i difetti di origine, è tuttavia un valore da conservare. Altra cosa è volere mantenere lo status quo con le Regioni del Nord che producono la gran parte del Prodotto interno lordo e quelle del Sud che vivono di assistenzialismo.
Qualcuno osserva che la cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria di fatto costituiscono un forte sostegno dello Stato alle stesse regioni del Nord, quindi una sorta di assistenzialismo seppur diverso da quello del Sud.
Ma mentre qui da noi lo scambio fra voto e bisogno è strutturale e non arriva mai a produrre ricchezza, la situazione della cassa integrazione è comunque transitoria e non appena l’economia ricomincia a funzionare a regime, sparirà come è capitato nei periodi buoni.

La disastrata situazione economica del Sud è conseguenza di 62 anni (da quando è stata promulgata la Costituzione) di Governi che hanno privilegiato l’iniquità, destinando la stragrande parte delle risorse alle regioni del Nord e poca parte a quelle del Sud. Con l’aggravante che gli amministratori locali non le hanno sapute spendere e hanno partecipato al banchetto di estesa corruzione che le ha falcidiate.
La constatazione che il tasso infrastrutturale del Sud è circa la metà di quello del Nord è sotto gli occhi di tutti. L’ultimo tentativo delle Ferrovie dello Stato di sospendere il traghettamento dei treni nello Stretto è la conseguenza di un imbarbarimento della politica, la quale non agisce in base a principi equi, ma solo per seguire gli interessi di questa o di quella corporazione.
Il Governo Berlusconi, soggiogato dalla Lega, ha continuato in questa politica dissennata, ritardando oltre ogni limite il trasferimento di risorse al Sud, principalmente di quelle destinate alla costruzione di opere pubbliche. C’è di più: l’endemico ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione, stimati in oltre 60 miliardi di lire, di cui solo cinque in Sicilia. Questi ritardi hanno stremato i fornitori e messo in bilico migliaia di stipendi dei loro dipendenti.
 
Girando per il Sud e per le due Isole, risalta con evidenza che nulla è stato fatto per la sicurezza idrogeologica del territorio. Non si sono costruite o ammodernate strade e autostrade, linee ferroviarie, porti commerciali e porti turistici. Non si è valorizzato quell’immenso bene culturale e paesaggistico costituito dai borghi di comuni piccoli e medi disseminati negli oltre 125 mila chilometri quadrati delle otto regioni. Senza adeguati trasporti di beni e persone, a prezzi e tempi competitivi, l’economia non può svilupparsi.
E poi c’è il solito, enorme ostacolo che è costituito da una burocrazia malsana e da burocrati irresponsabili. In questo stato di cose vi è una preponderante responsabilità delle Regioni che hanno fatto della loro attività un canale di clientelismo, mentre dovevano essere organismi preposti alla progettazione e alla programmazione di piani di sviluppo che non hanno mai visto la luce.

Noi ci rifiutiamo di pensare che essere meridionali vuol dire essere incapaci. Ci rifiutiamo anche perché è universalmente riconosciuta la capacità dei meridionali quando non stanno nel Meridione. Chissà perché chi lavora nel proprio ambiente deve comportarsi da subnormale, termine usato involontariamente per sé stesso dal non dimenticato Mike Bongiorno.
Noi ci rifiutiamo di pensare che non ci siano in noi stessi le risorse per ribaltare questo stato di subordinazione infrastrutturale e ci rifiutiamo di pensare che non siamo capaci di amministrare in modo ordinario i nostri Comuni e le nostre Regioni.
A bocce ferme, però, nulla cambia o cambia in modo gattopardesco. Per cambiare sostanzialmente ci vuole una ventata nuova e un progetto che susciti entusiasmo, quasi tifo, come quello che fanno i sostenitori nei confronti della propria squadra, se vince. Purtroppo, all’orizzonte non si vedono le personalità capaci di suscitare entusiasmo, e questo è l’aspetto peggiore della situazione in cui ci troviamo. Eppure, i nuovi protagonisti devono emergere, oppure c’è il buio profondo.
Nov
09
2010
Dopo la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989, il Cancelliere Helmut Kohl si trovò di fronte a un dilemma: affrontare di petto la resurrezione dell’Est, oppure procedere al riequilibrio fra i cinque länder della Ddr e gli undici della Germania Ovest. A questa seconda soluzione erano favorevoli i poteri forti: industriali tedeschi, banche, clero, pubblica amministrazione.
Ma Kohl era un grande statista, per intenderci alla De Gasperi e alla Adenauer, e capì che la strada dello sviluppo della Germania passava per il livellamento fra le due aree, una di circa 63 milioni di abitanti e l’altra di circa 20 milioni. Oggi, l’intera Germania conta circa 83 milioni di abitanti.
La Germania dell’Est era in una situazione drammatica: non solo perché tutti gli impianti produttivi erano di fatto obsoleti e inutilizzabili, ma perché il regime comunista aveva  distrutto ogni capacità imprenditoriale e di iniziativa, perché tutti gli abitanti erano abituati ad aspettare che lo Stato provvedesse alle loro esigenze.

Era propio la mancanza dell’iniziativa imprenditoriale che spaventava il Cancelliere, e certo le forti pressioni dei poteri prima elencati non lo tranquillizzavano. Nonostante ciò, Kohl impostò un piano di investimenti in infrastrutture e in ristrutturazione delle fabbriche con l’inserimento di tutte le innovazioni tecnologiche che erano già presenti nelle consorelle dell’Ovest. Naturalmente vi dedicò grandi risorse finanziarie.
Questa politica del democristiano Kohl fu successivamente seguita dal socialdemocratico Gerhard Schröder e infine pienamente confermata dall’attuale leader democristiana Angela Merkel. Risultato: oggi la Germania sta superando brillantemente la crisi con un incremento del Pil 2010 di oltre il 3 per cento, perché l’ex Germania dell’Est sta camminando come un treno. La parte tedesca ex povera è riuscita, come Cenerentola, a trovare il Principe azzurro, salvando tutto il Paese dalla recessione.
Quella che abbiamo testè descritto è una realtà che ci brucia come italiani, perché dobbiamo ancora una volta constatare che i tedeschi sono seri e noi, invece, no.
 
Quello che ha fatto la Germania in 21 anni (oggi è l’anniversario della caduta del muro di Berlino) non è riuscita a farlo l’Italia in quasi 150 anni. Anzi, dal Governo piemontese a tutti gli altri che si sono succeduti è stato realizzato un obiettivo opposto: spogliare il Sud per arricchire il Nord.
Dopo la Guerra, si fecero sentire i meridionalisti (veri e di facciata) e si cominciò a fingere di investire nel Sud. Venne istituito il Ministero per il Mezzogiorno, la Cassa per il Mezzogiorno, l’Istituto per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile e tanti altri baracconi mangiasoldi quasi tutti ubicati a Roma e solo qualcuno a Napoli.
Tutti questi enti hanno divorato risorse a palate, ma di infrastrutture, nel Sud, non si è visto niente. Salvo la ridicola, vecchia, autostrada Salerno-Reggio Calabria e l’altra che collega Napoli a Bari. Le ferrovie sono rimaste come nell’anteguerra, i porti commerciali non sono stati ristrutturati - è nato solo qua e là qualche porto turistico -, gli aeroporti sono stati ammodernati solo in quest’ultimo decennio e i Piani regionali di sviluppo sono stati prossimi allo zero.
Per contro, in quasi tutte le Regioni del Sud, si è ingigantita una Pubblica amministrazione che, soprattutto nel settore sanitario, ha consumato enormi risorse producendo un servizio pessimo per i malati e i cittadini.

La responsabilità primaria di quanto descriviamo è, come più volte abbiamo scritto, del ceto politico che ha scientemente mantenuto in stato di bisogno la popolazione, perché, quando non c’è sviluppo non c’è occupazione. Lo scambio del voto col favore era incentrato sul posto fisso nella Pa, il favoritismo degli appalti, le consulenze, le nomine nei consigli di amministrazione, quasi sempre di politici trombati alle elezioni.
Ancora oggi, nel Sud, in cui risiede un terzo della popolazione, arrivano forse un quinto delle risorse, che peraltro non vengono spese bene, il che significa che la forbice si continua ad allargare senza sosta. è ora che finalmente essa si cominci a chiudere e tagli corruzione e favoritismi.
Mag
22
2010
L’Unità d’Italia è utile all’intera Nazione qualora il rapporto fra le imposte pagate e i servizi ricevuti dai cittadini siano equi e omogenei in tutte le regioni. Quella che precede potrebbe sembrare un’affermazione leghista, ma noi la scriviamo da oltre trent’anni. Prima di noi il principio l’hanno scritto i più grandi meridionalisti (Franchetti 1847-1917, Nitti 1868-1953, Salvemini 1873-1957, Gramsci 1891-1937, Saraceno 1903-1991, Compagna 1921-1982).
Dunque, nulla di nuovo sotto il sole. Dal che si deduce che nel Meridione il rapporto fra il cumulo delle imposte pagate e l’insieme dei servizi ricevuti è sproporzionato, perchè questi ultimi sono scadenti di qualità e ridotti di quantità. Non vi è dubbio che la responsabilità della sproporzione indicata è quasi interamente ricadente sulle spalle del ceto politico meridionale anche quando ha assunto incarichi istituzionali nazionali. Ribadiamo la questione di fondo e cioè che una cattiva politica meridionale ha fondato la sua azione sullo scambio fra voto e favore.

Se da un canto la classe dirigente meridionale deve fare il mea culpa, dall’altro non ha imboccato i presupposti per un processo virtuoso di sviluppo, che si fa con le risorse finanziarie e con la capacità di organizzare bene il sistema della convivenza, l’equilibrio fra le parti sociali, il funzionamento ordinariamente corretto della Pubblica amministrazione.  è un esempio il disastro ecologico di Napoli, ove una banda di incompetenti capitanata dall’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania, Bassolino, per ben 18 anni ha mantenuto in una condizione di emergenza la nobile città partenopea.
Lo sfondamento macroscopico dei bilanci della Sanità in Lazio, Campania, Puglia e Calabria è un altro esempio grossolano. Queste due situazioni spiegano in modo emblematico lo stato patologico in cui si trova tutto il Mezzogiorno, salvo macchie di leopardo ove si sono sviluppate attività di qualità. Quando 20 milioni di cittadini (su 60) si trovano nella condizione di arretratezza che tuttora conosciamo, indipendentemente da crisi internazionali cicliche, tutto il Paese ne risente e i cittadini del Nord sono parzialmente giustificati a ritenere il Sud una palla di piombo.
 
Le valutazioni che indichiamo si adattano alla nostra Isola, ma qui c’è un’aggravante e cioè che i patti tra il popolo siciliano e il popolo italiano, condensati nello Statuto del 1946, sono stati e sono ampiamente disonorati. Mentre è a tutti chiaro che pacta  sunt servanda. E tutti coloro che non li onorano sono soggetti inqualificabili. Sembra un gioco di parole, ma è un gioco perverso.
Cominciano a uscire gli studi relativi ai dati macroeconomici come Pil e reddito individuale che dimostrano come la Sicilia stesse meglio prima del 1861. Stava meglio rispetto alle regioni del Nord anche per tasso di infrastrutturazione e per numero e valore di beni che possedeva, via via rapinati dal condottiero Garibaldi e dall’esercito sabaudo comandato dagli emissari del massone Cavour, in combutta con l’altro massone Mazzini.
Ad essere massoni non c’è nulla di male, a condizione che non significhi far prevalere l’interesse corporativo su quello generale.

Lo Statuto va rispettato ed onorato per un principio di equità ed un principio etico: date a Cesare quel che è di Cesare... A Cesare, cioè al popolo siciliano, bisogna dare quanto gli spetta per il patto sottoscritto dai padri che hanno formulato la Costituzione italiana e dai padri che hanno formulato lo Statuto siciliano. Due leggi (Costituzione e Statuto) che hanno l’identico rango e livello e quindi meritano lo stesso rispetto. Chi dovesse mancare al patto, dovrà essere portato davanti alla Corte internazionale di giustizia europea per ricevere le opportune sanzioni.
Non entriamo nel merito delle numerose e macroscopiche inadempienze dello Stato italiano verso la Regione Siciliana perchè le abbiamo elencate numerose volte. Ma, con lo strangolamento finanziario opportuno del nuovo patto di stabilità europeo, conseguente alla crisi greca, non si può più procrastinare il momento del redde rationem. Se ancora si facesse finta di niente, le conseguenze sarebbero gravi e forse non più risolvibili.
Noi siciliani dobbiamo fare il nostro dovere di bene amministrare, ma gli italiani ci debbono dare quanto dovuto. Altro che Bossi!
Feb
11
2010
Le televisioni nazionali, pubbliche e private, hanno scoperto che i talk show, gli spazi dedicati all’informazione e quelli relativi agli approfondimenti non costano nulla, perché gli invitati non prendono cachet. Certo, rimangono le spese per l’organizzazione, ma restano una parte minore ove si consideri che nelle trasmissioni ludiche i compensi dei partecipanti sono di gran lunga superiori.
Gli spazi televisivi (e anche quelli radio) aumentano di numero perché, finalmente, i cittadini-ascoltatori si sono svegliati e partecipano volentieri ai dibattiti ponendo questioni spesso particolari, ma frequentemente di interesse generale.
L’informazione televisiva che si produce in questi spazi presenta una forte anomalia, consistente nel costume abituale di ignorare la partecipazione del Sud, attraverso propri intellettuali, giornalisti, direttori di quotidiani e altri che hanno titolo né più e né meno come i loro colleghi del Nord Italia.

Non si capisce per quale motivo, i responsabili delle trasmissioni informative televisive e radiofoniche invitino persone e opinionisti che rappresentano solo se stessi e non una fetta di pubblico vasto come quello del Meridione, ove risiedono oltre venti milioni di cittadini. È vero che questo terzo del territorio, comprendente otto Regioni, è molto indietro sul piano economico, sociale e organizzativo, con una Pubblica amministrazione scassata, clientelare e spesso corrotta, ma è anche vero che vi sono molti suoi figli in condizione di esprimere opinioni e di fare valutazioni sulle vicende nazionali, le quali non possono essere viste e ponderate solo da Nord.
Si rende necessario, quindi, un riequilibrio delle presenze, con giornalisti, direttori e intellettuali del Sud, che vivono a Sud, nel territorio e che sono consapevoli della realtà e delle vicende che ivi si svolgono. Essi hanno gli stessi titoli e la stessa dignità di tutti gli altri, che invece sono costantemente presenti negli spazi più volte richiamati, ove stranamente lo squilibrio indicato non è notato.
L’Italia vista da Sud. Ecco cosa manca alla buona informazione televisiva e radiofonica nazionale perché osservi i principi deontologici e costituzionali di obiettività, completezza e trasparenza.
 
Si tratta di un vuoto che va colmato e in questo senso si dovrebbero muovere i rappresentanti dei maggiori partiti politici presenti nella Commissione di vigilanza Rai, ma anche rappresentati indirettamente nell’Autorità garante per le comunicazioni (Agcom), in modo che l’opinione pubblica nazionale, nei diversi dibattiti, senta il punto di vista non solo dei leghisti, degli emiliani, dei veneti o dei toscani, ma anche quello dei siciliani, dei campani o dei pugliesi.
L’argomentazione in parola non tende a promuovere la comunicazione del Sud, né ad avere vantaggi, ma a recuperare un divario che anche in questo versante è macroscopico, pernicioso e dannoso agli interessi generali.
Peraltro, gli esponenti del mondo della politica e dell’imprenditoria del Sud sono abbastanza ignorati, mentre quelli del Nord hanno una visibilità nettamente superiore alla fascia di cittadini che rappresentano.

L’Italia vista da Sud: ecco cosa è necessario all’equità del dibattito nazionale, per far capire a tutta la Comunità come sia indispensabile mettere in moto i processi di modernizzazione del Mezzogiorno, che in atto è un peso morto per la parte trainante del Nord. Ribaltando lo stato dei fatti e lottando con ogni mezzo malavita organizzata e attività in nero, si può mettere in moto l’indispensabile processo di crescita e ridurre, passo dopo passo, il divario fra Sud e Nord.
Al danno di non essere chiamati da televisioni e radio nazionali nel dibattito informativo, si aggiunge la beffa che, qualche volta, il direttore di un quotidiano, un giornalista o un intellettuale venga chiamato in causa se c’è un evento, spesso negativo, per esempio siciliano, su cui si punta l’opinione pubblica nazionale. Si tratta di un’ulteriore ghettizzazione nel mondo dell’informazione e della comunicazione e noi tutti, che facciamo questo mestiere, ci dovremmo rifiutare di intervenire solo nelle occasioni sopra citate.
L’Italia vista da Sud: muoviamoci per riequilibrare l’informazione. Non è mai troppo tardi.