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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Pa

Giu
21
2011
Barack Obama si è complimentato con Sergio Marchionne, il manager abruzzo-canadese, relativamente alla rinascita della Chrysler: “Scommessa vinta, sono fiero di voi”. Per conseguenza, dopo avere incassato i sette miliardi di prestiti prima del tempo, ha consentito all’erario statunitense di cedere al gruppo italo-americano il 6% della casa americana, cosicché esso è salito al 52%, quota di controllo. Marchionne, però, sta trattando l’acquisto di un altro 1,7% di azioni che detiene il governo canadese, mentre il resto sarà quotato in borsa nel 2012.
Dunque, la strategia del Ceo di Fiat e Chrysler è risultata vincente. In America, la Chrysler ha assunto decine di migliaia di dipendenti e ha in programma di assumerne ancora tanti. Non si capisce perché quello che vale in Usa non valga in Italia, ove invece una parte del sindacato retrogrado (Cgil) continua a mettere le barricate ai progetti di sviluppo e, anzi, fa causa alla Fiat, che però ha trovato alleati gli altri tre grandi sindacati (Cisl, Uil e Ugl) che resistono nella predetta causa. 

Il modello Marchionne non è originale, ma fa riferimento ai grandi maestri dell’organizzazione, primo fra i quali Peter Drucker (Vienna, 1909 - Claremont, 2005) e si basa su business plan strategici che si suddividono in piani sezionali: economici, finanziari, produttivi, amministrativi e via elencando.
Un modello vincente che dovrebbe essere preso ad esempio da chiunque, non solo nel settore privato ma anche in quello pubblico. Per cui, senza esitazione, diciamo che il modello Marchionne andrebbe applicato alle pubbliche amministrazioni, statale, regionali e locali. Esso si basa su tre fattori indiscutibili: il merito, la competitività, i controlli esterni. A monte dei quali ci dovrebbe essere un’inversione dell’atteggiamento, in modo che si pensi al servizio pubblico come un dovere e non alla sua utilizzazione per fini privati e disonesti.
L’indifferenza, la vacuità, la superficialità, la banalità e la moralità di una parte del ceto politico fanno più paura della disonestà perché è meglio avere a che fare con un diavolo intelligente che con uno stupido incapace. Quello che conta è il raggiungimento dei risultati non le chiacchiere vuote adatte ai cretini di cui la madre è sempre gravida.
 
Una vecchia battuta del 1960, che ripeteva Ugo Tognazzi, era: “Se i dipendenti pubblici lavorando cantassero, misericordia che silenzio”. E qualche perfido aggiungeva: “Ma poi si sono accorti quanto è faticoso cantare”. Dunque, la questione del pubblico impiego non è dei nostri giorni, però oggi è peggiorata sensibilmente perché si è diffusa la convinzione che il posto di lavoro pubblico abbia come obiettivo il percepire uno stipendio e non che esso sia un compenso per un proficuo lavoro svolto.
Le profonde colpe dei governi di centrosinistra e di centrodestra riguardano l’incapacità di abbattere la resistenza corporativa dei pubblici dipendenti e trasformare un corpo parassita in un corpo propulsivo. Si badi, non bisognerebbe ricorrere all’esterno di esso. Basterebbe valorizzare quella parte di pubblici impiegati bravi, onesti e corretti che oggi sono messi in naftalina appunto perché lavorano in base al merito e non in base agli interessi privati ed alla corruzione.

Se Berlusconi vuole sopravvivere fino al 2013 e, anzi, presentarsi come possibile candidato ad una prosecuzione della sua attività nella nuova legislatura, deve aver il coraggio di fare questa riforma che non è esaustiva. Deve inoltre mettere mani alla legge obiettivo (443/01), tagliare sprechi, sperperi e privilegi, preparare la riforma costituzionale da sottoporre a referendum confermativo popolare (di cui all’articolo 138 della Costituzione) e completare il federalismo, per costringere Regioni ed enti locali, attualmente viziosi, a diventare virtuosi, chiusi in quella camicia di forza che è portata dai costi standard.
Deve, poi, attivare un’Autorità che indaghi, indipendentemente dalle Procure, sulla corruzione nella Cosa pubblica, statale, regionale e locale. Un’Autorità che abbia corrispondenza in tutte e venti regioni e in tutti gli 8.091 comuni. Deve far approvare l’apposita legge anticorruzione per troppo tempo chiusa nei cassetti delle Camere. Infine, combattere l’evasione rendendo pubbliche le dichiarazioni dei redditi coperte in atto da un complice silenzio che protegge i disonesti che non pagano le imposte.
Mag
05
2011
Il decreto legislativo 235/10, denominato Cad 2 (nuovo Codice dell’amministrazione digitale) ha introdotto una serie di obblighi a carico dei dirigenti e degli amministratori in ordine alla completa digitalizzazione dei servizi, in modo da: a) dialogare con i cittadini solo per via informatica; b) effettuare i servizi con lo stesso canale; c) inserire nel portale dell’ente tutte le informazioni utili a rendere trasparente l’attività che esso svolge.
Per digitalizzare un ente bisogna preliminarmente redigere il Piano aziendale, che è lo strumento mediante il quale tutte le componenti dell’amministrazione trovano una collocazione funzionale, che consenta di produrre i servizi della migliore qualità al più basso costo.
Il Piano comprende le procedure, che trovano realizzazione nella filiera informatica, la quale ha il pregio di tracciare tutto il percorso. La conseguenza è che ogni operatore di qualsiasi livello viene sempre messo di fronte alle proprie responsabilità.

Il Cad 2 prevede sei tappe: la prima è la sua entrata in vigore il 25 gennaio 2011; la seconda, l’entrata in vigore della Pec per tutti gli uffici pubblici il 25 aprile 2011; la terza, entro il 25 maggio 2011 l’individuazione di un unico ufficio responsabile dell’attività Ict (Information and communication technology); la quarta, entro il 25 luglio 2011 le amministrazioni pubblichino sui propri portali i bandi di concorso; la quinta, entro il 25 gennaio 2012 tutti i documenti dovranno essere dematerializzati, cioè l’abolizione totale della carta; la sesta, entro il 25 aprile 2012 verranno redatti i piani di emergenza per attacchi alla rete informatica, così da garantire la continuità delle operazioni.
Nessuna amministrazione di qualunque livello potrà chiedere al cittadino documenti o certificati che può attingere direttamente alle reti con cui è collegata.
Oltre ai tempi certi prima descritti, sono previste sanzioni per i dirigenti che non ottemperino agli obblighi indicati, per cui sembra che un barlume di responsabilità sia stato inserito in questa norma. Bisognerà vedere se i dirigenti tenteranno di sgattaiolare.
 
Gli obblighi prima elencati valgono anche per la Regione, la quale ha avuto cinque anni di tempo, dall’entrata in vigore del Cad 1 (Dlgs 82/05) per digitalizzare i propri servizi. Ha anche costituito una partecipata, Sicilia e-Servizi. Ma dopo cinque anni, le applicazioni delle procedure si contano col contagocce. Una gravissima responsabilità dei Governi, degli assessori e dei dirigenti generali che hanno fatto arretrare ancor di più la nostra Isola, quando nello stesso tempo le Regioni del Nord si sono attrezzate e stanno completando nei tempi previsti l’iter di digitalizzazione.
La resistenza dei pubblici impiegati siciliani di fronte alla modernizzazione ha una spiegazione precisa: quando le procedure sono sotto controllo, emergono le insufficienze e le impreparazioni; molti che tengono i fascicoli sui tavoli in attesa della telefonata che chiede il favore (anche compensata con la mazzetta) verranno scoperti e si capirà chi fa il proprio dovere e chi fa il proprio interesse.

È il potere politico che ha il dovere di procedere sulla strada della modernizzazione e assume una responsabilità nei confronti dei cittadini quando è omissivo e non controlla che le disposizioni di legge siano osservate.
L’organizzazione mediante il Piano aziendale e la completa digitalizzazione porranno Regione ed Enti locali in condizione di acquisire efficienza, in modo che non possano esservi più scuse di sorta in occasione di comportamenti superficiali di fronte alle richieste che provengono da imprese e cittadini.
Piano aziendale e digitalizzazione evidenzieranno il merito dei pubblici dipendenti e, parimenti, il demerito. Per cui, dovrà essere attuato il sistema premi/sanzioni. Ma questo farà evidenziare la categoria dei fannulloni, dei raccomandati e degli incompetenti, perché un processo virtuoso emargina i viziosi. Di tutti questi, cosa devono farsene Regione e Comuni? Dovranno istituire una sorta di cassa integrazione ove collocarli a metà stipendio, purché se ne stiano a casa. Il contenitore c’è: è la Resais Spa, che paga 1.300 inutili dipendenti, mentre la Regione accende mutui.
Feb
15
2011
Nei forum in cui sono stati presenti i responsabili nazionali, regionali e provinciali della Guardia di Finanza e dei Carabinieri, ci siamo fatti spiegare qual è il funzionamento delle due Forze dell’Ordine per ottenere risultati  molto buoni  in tutti i campi nei quali operano. La Gdf è soprattutto un’organizzazione militare che si occupa di reati fiscali, ma anche di contrabbando, droghe e corruzione nella pubblica amministrazione, soprattutto nella cattiva utilizzazione dei fondi europei.
I Carabinieri si occupano di altri versanti, con tutte le loro specializzazioni, e vanno a indagare oltre che sulla corruzione anche sulle frodi alimentari, sulla malavita organizzata, i reati ambientali e via elencando.
Abbiamo posto la domanda sia al comandante generale della Guardia di Finanza sia ai comandanti regionali che ai comandanti provinciali, se il numero delle persone che formano il Corpo a ogni livello è sufficiente. La risposta è sempre stata positiva.

Fa piacere sentire dei responsabili delle istituzioni che non si lamentano della carenza di personale, né di carenza di risorse economiche e strumentali. Qualcuno di essi mi ha anzi detto che di necessità si fa virtù e quindi non avere a disposizione tutto quello che si vuole obbliga a razionalizzare l’organizzazione, in modo da ottenere comunque risultati che sono sotto gli occhi di tutti.
Non indichiamo l’attività della Polizia di Stato in tutte le sue articolazioni, perché quello è un corpo amministrativo dove c’è una sorta di sindacalizzazione, e sta quindi in mezzo fra Gdf e Cc da un canto e pubblica amministrazione dall’altro. Tuttavia, anche la Polizia di Stato ottiene buoni risultati senza avere eccesso di personale e con le risorse finanziarie messe a disposizione dal bilancio statale.
Perché Gdf e Cc funzionano bene? Innanzitutto perché nei Corpi c’è disciplina. Una disciplina che mantiene tutti, dagli agenti e carabinieri ai generali a quattro stelle, dentro un sistema collaudato da centinaia di anni, che produce risultati, risultati e risultati. La nostra ammirazione nei confronti dei due Corpi è stata sempre palese, anche perché dobbiamo riconoscere che i loro comandanti agiscono con umiltà e non si gonfiano il petto.
 
Dunque, nel sistema pubblico italiano vi sono delle strutture che funzionano bene, nel senso che di fronte a impieghi di risorse pubbliche conseguono risultati. La curiosità che voglio segnalarvi è che invece nella pubblica amministrazione civile le cose funzionano esattamente al contrario. Non c’è Piano aziendale, non c’è organizzazione, non c’è programmazione, non c’è controllo dei risultati, per cui c’è solamente il caos e lo sbando.
Ora, chiediamo al ceto politico: perché non disponete, attraverso norme di vario livello, che tutta la pubblica amministrazione civile funzioni con le stesse regole dei Corpi delle Forze dell’Ordine? La risposta è evidente. Perché mentre nella prima vi è l’ingerenza asfissiante del ceto politico, che cerca di piazzare i propri fedelissimi anche se sono incompetenti, nelle seconde quest’ingerenza, di norma, non c’è.
La Guardia di finanza a inizio di ogni anno stabilisce un Piano per le inchieste sul sistema economico, massimizzando il rapporto costi-benefici e poi il Piano viene trasmesso a tutti i livelli.

Identico Piano fanno i Carabinieri e la Polizia di Stato. Mentre constatiamo che nessun Piano c’è nella pubblica amministrazione. Se tutti i dirigenti pubblici nei diversi livelli, statale, regionale e locale, funzionassero con le regole delle Forze dell’Ordine, il personale sarebbe dimezzato e i risultati sarebbero di molte volte superiori a quelli attuali, cioè inesistenti. Naturalmente inesistenti in rapporto alle risorse umane e finanziarie impiegate.
La Regione Siciliana paga 1,7 miliardi di euro di stipendi. La Regione lombarda poco meno di 200 milioni di euro. Una differenza abissale anche tenuto conto di qualche incombenza in più che ha la nostra Regione rispetto a quella lombarda. Lo stesso dicasi dei Comuni, che hanno il doppio del personale necessario che non solo crea un’emorragia finanziaria, ma aiuta negativamente la disorganizzazione, perché è evidente che quando occorrono cinque persone e ce ne sono 15, la disfunzione è totale.
Ci pensi, Lombardo, a copiare un modello efficiente che c’è.
Dic
14
2010
La corruzione nella Pubblica amministrazione non è tanto il pagamento di tangenti per ottenere illecitamente appalti di beni e di servizi, ma riguarda in modo assai esteso la cultura del favore: io do una cosa a te, tu dai una cosa a me. In questo scenario si sono sviluppate le parentopoli di tutti i settori della Pubblica amministrazione: dalle università alle società pubbliche, agli enti economici, agli enti pubblici, alle amministrazioni (statale, regionali e locali) e via enumerando. Questa forma di corruzione è possibile perchè il ceto politico, che ha il diritto del primato, non si pone il pari dovere di avere il primato dell’etica, con la conseguenza che lo scambio di favori è diventato una pratica accettata da molti.
Quando non vi sono regole morali che governano la gestione della Cosa pubblica, è ovvio che si può fare tutto: assegnare consulenze ad incapaci, inserire in cda degli stupidotti trombati alle elezioni (se fossero persone intelligenti tornerebbero al loro lavoro), fare assumere in società pubbliche parenti, figli, amici, nipoti.

Scandali di clientopoli se ne sono verificati alle università di Roma, Bari e Messina, assunzioni abnormi nelle società del comune di Palermo e del comune di Catania, e per ultima clientopoli, l’assunzione di migliaia di parenti e amici nelle due società del comune di Roma (Atac e Ama).
Il fenomeno proviene da decenni passati e degenerò soprattutto dagli anni Ottanta quando si succedettero governi variabili ma dominati da Dc e Psi. Ricordiamo per l’ennesima volta che in appena dodici anni, il debito pubblico (1980-1992) passò da 200 mila miliardi a due milioni di miliardi, cioè si moltiplicò per dieci. Era il periodo in cui nelle Poste, nelle Ferrovie, nelle società e banche pubbliche si inserivano decine di migliaia di persone inutili a quegli enti.
Ribadiamo il concetto di inutilità non con riguardo alle persone che hanno la loro dignità, bensì con riferimento ai servizi che hanno bisogno di determinate figure professionali e non di più. E per sapere quali e quante figure professionali abbisogna un ente pubblico, non è possibile fare riferimento alla cosiddetta pianta organica.
 
La pianta organica è una subordinata del Piano aziendale che , come è noto ai professionisti del settore, si ripartisce in quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Non specifichiamo i contenuti di ogni singola sezione perchè costituirebbe un tecnicismo non semplice. Rimandiamo i cortesi lettori che volessero maggiori informazioni al riguardo a specifiche rischieste che ci possono essere fatte alle nostre e mail. Tuttavia qualche elemento possiamo darlo. Per esempio, la fissazione di obiettivi del Piano costituiti dalla produzione dei servizi; la determinazione della filiera produttiva, la quale stabilisce le tappe; i mezzi finanziari occorrenti e le figure professionali per qualità e quantità. Proprio in questo segmento va redatta la pianta organica che non ha una propria autonomia ma è subordinata al raggiungimento degli obiettivi del Piano.
La questione è limpida: senza un Piano aziendale un’amministrazione pubblica di qualunque genere, non dovrebbe aprire i propri uffici. 

Se è scandaloso che nessun ente pubblico, a cominciare dai ministeri, abbia il Piano aziendale, lo è ancor di più per le società pubbliche, controllate da Stato, Regioni e Enti locali, le quali, proprio perchè sotto forma di Spa, hanno l’obbligo professionale di stilare il loro Piano aziendale che in questo caso, trattandosi di società di diritto privato, si definisce Piano industriale. Sfidiamo una qualunque di queste società a esibire il proprio Piano industriale.
Se nessuna di esse l’ha redatto, vuol dire che c’è stata mala fede. Il Piano aziendale (o industriale) è una camicia di forza perchè determina in maniera inoppugnabile gli elementi di cui ha bisogno quell’ente, comprese le risorse umane.
Invitiamo il presidente Lombardo, se è vero che vuole riformare la Sicilia, a preparare un disegno di legge con un articolo unico:
Ogni amministrazione pubblica o società operante in Sicilia deve redigere il Piano aziendale. Gli amministratori o responsabili istituzionali decadono dal proprio incarico in assenza dello stesso. Il Piano aziendale è controllato preventivamente da un’Autorità esterna che verrà istituita.
Ott
01
2010
Molti dirigenti regionali, da noi sentiti, sono incazzati per questa vergognosa assunzione di massa di cinquemila persone con la terza media che non servono per niente alla produzione dei servizi. Sostengono, i dirigenti, che hanno dovuto superare concorsi difficili per essere assunti, mentre ancora oggi vi sono vincitori di concorso che non sono stati assunti. Si tratta di una macchia nerissima sul governo Lombardo cui si debbono associare, per responsabilità uguali, i sindacati che dovrebbero occuparsi del lavoro di tutti, non dei privilegiati.
La nostra linea è ferma perchè non è sopportabile che i siciliani siano trattati in maniera difforme, a seconda che essi siano stati raccomandati da un becero ceto politico o non abbiano avuto santi in paradiso. Quanto precede stride con l’inadempienza dell’assessore al ramo nell’avere tardato (e tarda tuttora) la pubblicazione del decreto che consentirebbe di usufruire di agevolazioni per assumere qualche migliaio di disoccupati nel settore privato.

I disoccupati con la terza media hanno pieno diritto di chiedere alla Regione l’assunzione nei gruppi A e B. In questo senso devono inviare la richiesta al Dipartimento regionale della Funzione pubblica. Abbiamo notizia che qualche centinaio di disoccupati ha già inviato la domanda, ma ci auguriamo che il lotto diventi di qualche migliaio.
I siciliani senza lavoro hanno gli stessi diritti dei cosiddetti precari che sono stati raccomandati per entrare negli uffici della Regione. Ma i disoccupati hanno un’altra strada per bloccare quest’iniqua iniziativa: fare ricorso al Tar contro la circolare del dirigente regionale, pubblicata in Gurs il 20 agosto 2010, chiedendo al Tribunale di sospenderne l’efficacia. In questo senso si dovrebbero muovere le associazioni dei consumatori siciliane, che quando devono difendere innominativamente i cittadini tacciono e stanno ferme.
All’interno troverete il facsimile della domanda e la prima pagina del ricorso al Tar (l’intero documento è sul nostro sito www.qds.it). Pubblichiamo anche tutte le sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato in materia, nonchè le pronunce della Corte dei Conti tutte contrarie alle assunzioni in massa di dipendenti inutili per i servizi regionali.
 
La questione stucchevole è diventata noiosa perchè siamo costretti a ripetere le ragioni dei 236 mila disoccupati siciliani contro i privilegi dei 5 mila precari che il Governo regionale sta tentando di assumere. Noi abbiamo sostenuto, nella vicenda Fini, che un quotidiano non si deve intestare una battaglia politica, chiedendo le dimissioni del vertice. Quindi, in questo caso, non chiediamo le dimissioni del presidente dei siciliani, Lombardo, reo morale di un’iniquità che sta colpendo 236 mila cittadini di quest’Isola (tanti sono i disoccupati). Tuttavia chiediamo, alla sua coscienza e alla sua etica, di valutare se quest’indirizzo governativo sia conforme a chi intenda attuare un programma di sviluppo basato sull’equità e sull’interesse di tutti, e non di piccole corporazioni che potranno essere utili come galoppini elettorali.
Il comportamento di chi continua a fare favori e scambiarli con il voto è deprecabile perchè va contro la morale della politica, che deve essere la  stella polare di chi governa un popolo. Noi abbiamo il dovere di porre la questione e il presidente della Regione ha il dovere di valutarla secondo la sua intelligenza e intuito politico.

Non sappiamo se questa palese ingiustizia verrà fermata immediatamente, mentre non comprendiamo come l’opposizione all’Ars non intervenga decisamente per sottolineare all’opinione pubblica questo gravissimo comportamento. Non comprendiamo neanche come il Partito democratico, che dovrebbe essere vicino alle classi meno abbienti, non intervenga decisamente, visto che fa parte della nuova maggioranza, per stroncare questa situazione intollerabile.
Noi non demordiamo, continueremo affinchè nessuno, in futuro, possa dire che la questione non è stata abbondantemente sviscerata. Tutte le parti della comunità siciliana sono ormai al corrente della vicenda. Quelle che taceranno saranno colpevoli di omissione. Chi interverrà avrà la riconoscenza dei 236 mila disoccupati siciliani che non hanno voce, ma che hanno trovato nel QdS la voce che non avevano.
Mag
27
2010
Alle volte sembra di ascoltare persone stupide o in malafede, quando affermano che l’uso dell’acqua debba essere gratuito. Si tratta di un’ovvietà così banale che gente dotata di media intelligenza farebbe bene a non ripetere. L’acqua è ovviamente un bene che non può costare nulla se chi ne ha bisogno va a prenderla alla fonte. Sarebbe molto più utile, a chi fa le leggi, che non vi fossero strumentalizzazioni, in modo da stabilire un’altra ovvietà: per trivellare, addurre e trasportare il prezioso liquido fino ai rubinetti dei cittadini o alle pompe degli impianti industriali, occorre attrezzare opportune strutture, gestirle, manutenderle, in modo da assicurare un servizio costante ed efficiente.
La questione così si sposta dalla necessità imprescindibile che tutto il servizio descritto abbia un costo che l’utilizzatore deve pagare, a un secondo livello: se tale servizio possa essere prestato da imprese private o direttamente dagli enti pubblici.

Abbiamo più volte sottolineato che organizzazione ed efficienza di una qualunque azienda non sono patrimonio esclusivo dell’Ente pubblico o dell’impresa privata, perché si tratta di un sistema che può essere utilizzato sia dall’uno che dall’altra. Si tratta di vedere se azienda pubblica o impresa privata debitamente controllata abbiano il giusto rapporto fra quanto incassano e quanto rendono. Giusto rapporto che è tecnicamente controllabile.
L’esperienza ci insegna che la Pubblica amministrazione è inquinata da elementi estranei di cui una grossa responsabilità è del ceto politico. Per cui, anche per una deficiente competenza della classe dirigente, i risultati ottenuti sono incongrui rispetto alle spese sostenute. Spese che sono a carico dei cittadini direttamente o attraverso la fiscalità generale.
Il decreto legislativo 150/09 ha stabilito la responsabilità del dirigente pubblico, chiamato opportunamente datore di lavoro pubblico, con l’attribuzione di premi o la decurtazione degli emolumenti in relazione ai risultati. La già citata normativa ha anche stabilito la collocazione dei dipendenti in tre fasce distinte.
 
In quella più alta, pari al 25 %, saranno collocati quelli che otterranno i migliori risultati; nella seconda fascia, pari al 50 %, saranno inseriti i dipendenti sufficienti; nella residua fascia, pari al 25 %, i dipendenti insufficienti.
Il dirigente ha l’obbligo di formulare tale graduatoria e ha la responsabilità di raggiungere i risultati in base al Piano industriale dell’ente cui appartiene. Se la Pa si mettesse in condizioni competitive con l’impresa potrebbe tranquillamente concorrere a ottenere l’appalto dei servizi pubblici locali, compreso quello della gestione dell’acqua.
La sua competitività dovrebbe essere acclarata attraverso bandi di gara di evidenza europea, mentre in atto le società regionali, provinciali e comunali, ricevono l’appalto in esclusiva dal proprio ente controllore per la gestione di servizi a prezzi nettamente superiori a quelli di mercato, con grave danno dei contribuenti.

Le continue lamentazioni di presidenti di Regioni e sindaci di Comuni meridionali sulla diminuzione di risorse finanziarie non ha alcuna ragionevolezza. Se essi potassero tutti gli sprechi, oltre che l’enorme esubero di inutili dipendenti (inutili al Piano industriale) si accorgerebbero, forse con sorpresa, che le risorse a loro disposizione sono notevoli e potrebbero indirizzarne una parte non indifferente per la costruzione di infrastrutture, manutenzione, ristrutturazione di beni pubblici e via enumerando.
Venendo alla Sicilia, comprendiamo come sia difficile, per il Governo regionale e per i 390 sindaci, ribaltare una vecchia mentalità di gestione della Cosa pubblica, anche perché comprendiamo le enormi pressioni di chi è abituato ad avere una qualunque indennità e non può di colpo rassegnarsi ad andare a lavorare nel mercato.
Però l’efficienza della Pa è indispensabile, perché bisogna utilizzare al massimo le risorse che diminuiscono ogni giorno. Per far quadrare il cerchio serve competenza. La pacchia è finita, andate in pace.
Mag
11
2010
Il ritardo, da parte di enti pubblici e società partecipate, nei pagamenti di fatture per forniture di beni e servizi è diventato insopportabile, soprattutto in Sicilia. Come è noto, vi sono moltissime Pmi costrette a chiedere affidamenti bancari sostitutivi dei crediti che dovrebbero riscuotere in tempi ragionevoli, cioè entro 60/70 giorni. Qui, da noi, invece, il ritardo è all’incirca tre volte di più. Esso è apparentemente inspiegabile, perchè quando un’amministrazione pubblica conferisce un ordine con un atto amministrativo, nel capitolo di bilancio la relativa somma è disponibile e quindi bloccata.
Non si capisce perchè all’atto del pagamento debbano insorgere impedimenti per dare quanto dovuto. O meglio, si capisce, volendo maliziosamente supporre che il ritardo sia causato apposta perché il fornitore sia “obbligato” a chiedere il favore: una forma di corruzione materiale o morale. Si tratta di un malcostume diffuso, difficile da estirpare.

Ci ha provato Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, con la circolare n. 1 del 2003, la quale ha stabilito che sul ritardo nei pagamenti si applicasse l’interesse legale (in atto del 1%) e un ulteriore interesse di mora dell’8%.
Il complessivo interesse sarebbe addirittura molto favorevole al fornitore che infatti lo applica spesso ricavandone un utile, in quanto il costo del danaro è inferiore. Ma altre volte il fornitore non è in condizione di applicare tale interesse, perché l’ente pubblico minaccia di non rinnovare le forniture: un ricatto che oltre al danno causa la beffa.
C’è da dire che l’interesse relativo al ritardo dei pagamenti, per i bilanci delle amministrazioni pubbliche, costituisce un onere addizionale non prevedibile perchè non è previsto che le forniture si paghino in ritardo. Esso causa alla fine di ogni anno debiti supplementari che poi le stesse pubbliche amministrazioni fanno fatica a conguagliare. La questione è grave anche perchè inspiegabilmente l’Autorità garante della concorrenza e del mercato non ha riservato alla materia sufficiente attenzione, dato che la tempestività dei pagamenti rientra nei principi di una corretta concorrenza.
 
Quando la Pubblica amministrzione non paga i propri debiti nei tempi previsti, crea una sorta di abuso di dipendenza economica, cioè sfrutta una sua posizione dominante sul fornitore che vessa con il ritardo, sapendo che egli è comunque costretto a subire, per rinnovare le forniture.
Per completezza di informazione, però, c’è da dire che spesso il fornitore si cura in salute vendendo alla Pubblica amministrazione prodotti o servizi a prezzi superiori a quelli di mercato. Non si capisce perchè una Tac venga venduta a un’Azienda ospedaliera, poniamo, a cinque milioni e a una clinica o studio privato a tre milioni di euro. Anche in questo caso è ipotizzabile una sorta di corruzione morale o materiale. Tutti i giochini dei prezzi di listino costituiscono delle forme di illusionismo, che sarebbe facile scoprire solo che si volesse. Ma non si vuole perchè l’olio unga le ruote dell’ingranaggio.

In questo quadro, la Commissione europea sta preparando una direttiva che prevede “il pagamento entro 30 giorni delle fatture relative a transazioni commerciali aventi per oggetto la fornitura di beni o la prestazione di servizi”. Oltre tale termine scatterà un diritto al risarcimento pari al 5 per cento dell’importo dovuto, oltre agli interessi di mora e al rimborso dei costi di recupero.
Serviranno queste sanzioni a fare ordine nel sistema dei pagamenti pubblici? Non lo sappiamo, perché i dirigenti non sono responsabilizzati e non pagano di tasca propria quando danneggiano le casse pubbliche. Sono sporadici i casi nei quali la Corte dei Conti chiede loro ragione per danno all’erario.
Ricordiamo infine che in Sicilia è vigente la L.R. 6/2009 che all’articolo 14 prevede la possibilità di cedere i crediti alle banche. Secondo la stessa, le imprese potrebbero cedere i loro crediti agli istituti di credito e con essi anche il diritto di applicare gli interessi di mora prima indicati. Ma le banche che operano in Sicilia sono “disattente” e di fatto hanno reso ininfluente l’obiettivo del legislatore. Un dialogo fra sordi che è dannoso per l’economia siciliana.
Mag
07
2010
Il bilancio dell’Inps è di 545 miliardi di euro ed è secondo solo a quello dello Stato. L’Ente ha 28 mila dipendenti, gestisce 20 milioni di lavoratori, 1,5 milioni di aziende ed effettua 18 milioni di prestazioni.
I numeri parlano chiaro e ad essi va aggiunto il risultato finale di un avanzo finanziario positivo di ben 7 miliardi di euro.
Eppure in pancia all’ente previdenziale vi sono due anomalie: la prima riguarda ben 3 milioni d’invalidi civili, con prestazioni che superano i 16 miliardi di euro. Fra essi molti percepiscono l’assegno indebitamente in quanto protetti da certificati medici falsi in tutto o in parte.
La seconda anomalia riguarda la miscela solo italiana fra assistenza e previdenza. Ai cittadini che pagano i contributi previdenziali non viene specificato se essi siano destinati, come dovrebbero, alla costituzione della riserva matematica per le pensioni, oppure se vengano utilizzati impropriamente e indebitamente come ammortizzatori sociali o supporto a deboli e bisognosi, veri o falsi.

I risultati positivi che abbiamo elencato sono stati raggiunti dall’Inps perché ha adottato un piano industriale che prevede un’organizzazione efficiente e l’informatizzazione dei servizi. Il che ha permesso di avere un numero di dipendenti pari circa alla metà di quello dell’analogo ente previdenziale tedesco. Certo, vi sono ritardi nella liquidazione di nuove pensioni, ma sono contenuti in qualche mese e non più in anni come  una volta.
L’organizzazione e l’efficienza si sentono quasi palpabili in tutti gli uffici centrali e periferici anche se è indispensabile un aggiornamento dei software ed una sostituzione di hardware con altri piu moderni. Tutte operazioni che costano cifre rilevanti, ma che nel tempo comportano ulteriori risparmi sia di numero di dipendenti che di spese generali.
L’Inps è l’altra faccia della pubblica amministrazione, quella che funziona. Altrettanto possiamo dire dell’Ente che assicura i lavoratori per o dagli infortuni (l’Inail), Istituto che presenta anch’esso un forte attivo.
 
Nonostante questi risultati positivi, la sacca di evasione è notevole. Ci diceva il presidente, Antonio Mastrapasqua, nel nostro forum pubblicato il 3 aprile scorso, che fino a poco tempo fa le imprese che si iscrivevano alle Camere di commercio potevano non chiedere l’iscrizione all’Inps. Questa omissione consentiva loro di percorrere una strada nella quale i propri dipendenti potevano restare nel limbo dell’evasione. Ora però la rete tra Cciaa e Inps è stata stesa e quindi tutte le nuove imprese che si iscrivono agli istituti camerali automaticamente vengono registrati dall’istituto previdenziale, in modo che possano essere tenute sotto controllo.
Il problema dell’evasione contributiva è speculare a quello dell’evasione fiscale. Perciò occorre una attività di controllo costante che consenta di recuperare i contributi non pagati in breve tempo. Il ritardo può comportare la loro perdita in quanto molte aziende dopo uno o due anni cancellano la propria iscrizione e spariscono dalla circolazione.

Non stiamo facendo uno spot all’Inps, ma è dovere del cronista riportare un fatto positivo quando c’è, soprattutto nel mare di fatti negativi che riguardano la pubblica amministrazione.
Vorremmo che ministeri, assessorati regionali, dipartimenti degli enti locali e di enti non territoriali si attrezzassero con il loro piano industriale come quello dell’Inps e gestissero la produzione e la somministrazione dei servizi con la stessa efficienza, così da massimizzare le imposte che in modo così pesante gravano sui cittadini. Gli stessi pagherebbero più volentieri i loro contributi sol che vedessero un ritorno di servizi efficienti e tempestivi.
La questione è tutta qui. Le riforme auspicate, che però non arrivano, dovrebbero portare questo indispensabile risultato: ad ogni euro di imposta pagata corrisponde un’unità di servizio pubblico efficiente e proporzionato. Di questo ne dovrebbero rispondere i dirigenti pubblici, secondi i principi di merito e di responsabilità.
Mar
24
2010
Nella pubblica amministrazione vi è uno dei tanti privilegi di cui si parla poco, che comporta una spesa addizionale di centinaia di milioni di euro in tutta Italia. Riguarda gli incarichi multipli di dipendenti e dirigenti pubblici, con le più svariate destinazioni.
è del tutto evidente che il tempo a disposizione di chi lavora ha un limite fisico in otto-dieci ore. Per alcuni stakanovisti estensibili a 14 o 15. Non si capisce come dipendenti e dirigenti pubblici possano avere incarichi addizionali al loro normale lavoro, senza abbandonarlo. In altre parole, o fanno l’uno o fanno l’altro. Invece, sembra che abbiano la capacità di moltiplicare le ore, tutte le ore necessarie a svolgere il proprio lavoro ordinario e quelli degli incarichi fuori dal loro ambiente.
Sembra, diciamo, perché in effetti se un dirigente regionale è commissario, poniamo, del Cas di Messina, non può contemporaneamente fare il proprio lavoro a Palermo e quello supplementare a Messina, non avendo il dono dell’ubiquità.

Però, nonostante ciò, ai fini dei compensi, gli incaricati hanno il dono dell’ubiquità. Infatti sommano al proprio stipendio le indennità per gli incarichi esterni. Si potrebbe obiettare che se a dipendenti e dirigenti non si pagassero le indennità extra, questi rifiuterebbero gli incarichi esterni. La risposta è che per i dirigenti dev’essere prevista contrattualmente la possibilità che essi possano essere destinati ad attività esterne, previo naturalmente il rimborso delle spese ed eventuali straordinari. Anche per i dipendenti, se il contratto fosse fatto in modo flessibile, dovrebbe essere prevista questa eventualità.
Tutta la materia che precede rientra nella logica del servizio. Significa che chiunque riceve compensi per il proprio lavoro dev’essere disponibile a realizzarlo con flessibilità e disponibilità a servire la collettività.  Questo principio non è molto diffuso, ma sarebbe opportuno che i vertici istituzionali, ciascuno per la propria competenza, i sindaci e anche i presidenti delle Province siciliane incostituzionali dessero queste tassative istruzioni.
 
Sembra poi un’enorme discrepanza quella esistente fra l’abitudine a dare incarichi multipli esterni al proprio lavoro e l’enorme quantità di personale in pancia a Regione ed enti locali. Quando l’organico di un ente pubblico o di un’azienda privata è striminzito, sarebbe logico chiedere di fare ulteriori lavori. Ma quando l’organico è due o tre volte più ampio di quello che serve e quindi in ogni ente vi sono decine, centinaia o migliaia di dipendenti in più non si capisce la ratio per cui alcuni debbano essere sovrautilizzati pur con dirigenti e dipendenti in sovranumero.
Anche in questo ambito vige l’ignominiosa legge del favore, teso ad ottenere l’incarico qui o là in modo da poter lucrare sulle asfittiche e magre casse pubbliche. In questa logica è da sottolineare con grave preoccupazione la liquidazione della pensione all’ex dirigente dell’Arra, Felice Crosta, con un assegno di quasi 500 mila euro all’anno. Questi pochi esempi fanno capire perché la Sicilia non cresce con tutte le uscite di bilancio ingessate.

Comprendiamo che la lotta ai privilegi è durissima, perché i privilegiati hanno voce, nome e cognome, e sono in condizioni di esercitare pressione e ricatti nei confronti di chi, avendo scheletri negli armadi, non può fare alcuna resistenza. Mentre i cittadini, costituendo una massa non definita, non hanno voce e sono quindi i quotidiani e le televisioni che devono prestargliela.
Un compito improbo e antipatico perché la difesa dei siciliani comporta l’evidenziazione dei privilegiati. I quali reagiscono vilmente (perché non possono farlo ufficialmente) con colpi di coda e pugnalate alle spalle. Essi non ricordano che se la verità ferisce, non è colpa di chi la dice, ma della verità stessa.
Gli assessori regionali proclamano l’urgenza di tagliare le spese, ma non dispongono di coltelli affilati, solo di parole che il vento disperde. Mentre è indispensabile che ognuno di essi faccia fronte alle proprie responsabilità con atti concreti, comunicati giornalmente ai siciliani.
Dic
28
2009
Pec e Cec-pac, due acronimi che significano rispettivamente: Posta elettronica certificata e Comunicazione elettronica certificata tra Pa e cittadino. Il tutto ruota intorno alla indispensabile e improrogabile necessità che i cittadini possano dialogare telematicamente con le diverse burocrazie e chiedere ed ottenere dalle stesse qualunque provvedimento amministrativo direttamente dal proprio desk.
Quando il sistema andrà a regime, si risparmieranno letteralmente centinaia di milioni di euro tenuto conto del tempo guadagnato, del risparmio sui mezzi di locomozione, sulla riduzione del personale della Pa e, soprattutto, su un forte calo della corruzione pubblica, materiale e morale, che oggi inquina tutta la Comunità.
è vero un certo ritardo da parte di imprese e professionisti nel dotarsi della Pec, ma essi saranno puniti dal mercato perché perderanno competitività. Proprio questo rischio di punizione li indurrà a dotarsi di quelle innovazioni indispensabili per essere collegati col mondo in tempo reale, dal vicino di casa a chi abita in Cina.

La Pa, invece, in atto non corre pericoli perché i dirigenti, che non hanno attrezzato per tempo le proprie strutture, non sono sanzionati nei loro compensi.
è ormai convinzione unanime che l’arretratezza del Paese, e quella ben maggiore del Mezzogiorno, ricade sulle spalle di un ceto politico non qualificato ed anche su un ceto dirigenziale che è stato al servizio del primo, lasciando correre l’acqua sotto i ponti senza fare nulla. Per fortuna le cose stanno cambiando, anche se lentamente, e cominciano a prendere forma le varie norme che prevedono direttamente responsabilità dei dirigenti.
Il pesce puzza dalla testa. Se i dirigenti puzzano, tutti i loro dipendenti non potranno fare odore di gelsomino. Perciò è necessario che tutti i cittadini facciano sentire l’esigenza di modernizzare immediatamente l’organizzazione della Pa, dotandola non solo di Pc, che in quanto tali sono del tutto inutili, quanto dei loro collegamenti in tutte le reti, in modo da dare e ottenere informazioni e procedere a effettuare i provvedimenti amministrativi richiesti.
 
Brunetta dice che quei dipendenti pubblici richiedenti ai cittadini il codice fiscale sono criminali. Come qualunque altra richiesta di dati in possesso della Pa di qualunque branca non deve più essere fatta ai cittadini. Naturalmente tra il dire e il fare…
Il meccanismo comincerà a funzionare solo nel momento in cui i dirigenti che non ottengono risultati adeguati al loro contratto, perderanno non solo il premio-obiettivo, ma anche parte del loro stipendio e in più verranno sanzionati con una cattiva reputazione e trattati adeguatamente alle loro capacità (o incapacità).
Nessuno può dubitare che si tratti di un vergognoso ritardo: ben quattro anni (1 gennaio 2006/10) trascorsi e la Pa continua a non avere la Pec. Com’è noto, con questo mezzo si eliminano le raccomandate con i conseguenti costi materiali e di tempo, evitando file alle Poste e dispersione di carta.

Sono decenni che sentiamo parlare di e-government. Si sono fatti alcuni passi avanti, ma non c’è ancora un sistema integrato di informazione telematica, soprattutto nei rapporti tra enti locali e di questi ultimi verso Regione e Stato. Una grande carenza si nota inoltre nella opacità dei comportamenti pubblici, in quanto enti e dipartimenti dotati di portale spesso non lo aggiornano e più spesso non vi inseriscono tutte quelle norme che farebbero guardare dentro l’amministrazione come attraverso dei vetri trasparenti.
Lo sforzo di digitalizzazione, che sulla carta si sta compiendo, trova una feroce opposizione da parte dei burocrati, perché sanno di perdere gli scudi dei pesanti tendaggi che li mettevano al riparo dalla pubblica opinione.
La strenua resistenza però si assottiglia perché il progresso non si può fermare. Ma resta un forte divario tra il funzionamento della Pa meridionale e quella settentrionale.
Anche su questo versante bisognerà intervenire oggi e non domani, perché mantenere lo status quo significa allontanare ancora di più il Sud dal Nord. La classifica del quotidiano confindustriale sulla qualità delle 107 province la dice lunga. Tutte quelle siciliane sono classificate fra l’83° e il 107° posto.
Nov
07
2009
Sembra monotono ripetere continuamente che è indispensabile, per la pubblica amministrazione regionale e per quella degli enti locali, elencare con precisione quali servizi debbano essere erogati da ogni dipartimento, in che quantità e in quali tempi. In altre parole, è indispensabile che vengano soddisfatte esigenze cognitive, cioè sapere con esattezza che cosa il dipartimento debba fare, quando lo debba fare e con quali risorse professionali e finanziarie. Quanto prima descritto è l’essenziale del Piano industriale o più precisamente Pops (Piano organizzativo per la produzione dei servizi).
Sembra anacronistico e fuori da ogni logica organizzativa la determinazione delle figure professionali (quantità e qualità) senza prima determinare i servizi (qualità e quantità).
È indispensabile che sia la Regione che gli enti locali approvino il Pops e lo pubblichino con immediatezza sui rispettivi siti, in modo che i siciliani possano comprendere se sono amministrati da persone competenti o meno.

I piani così determinati comportano una secca riduzione di risorse necessarie e, quindi, risparmi adeguati sulla spesa corrente e liberalizzazione di risorse finanziarie. Con esse, Regione ed enti locali sono nella condizione di effettuare investimenti in infrastrutture e strutture interne tali da rendere fruibili meglio tutti i servizi. Prima fra queste è la completa informatizzazione di tutti gli uffici, per cui il dialogo fra dirigenti e dipendenti e fra dipendenti e dipendenti, sia a livello centrale che a livello periferico, avvenga esclusivamente per via telematica. Insomma, l’abolizione totale della carta, per la quale gli enti siciliani spendono molti milioni di euro, che si risparmierebbero.
Siccome c’è la caccia al risparmio, non si vede perché non dovrebbero muoversi in questa direzione i dirigenti generali .
 
A proposito dei quali, abbiamo preso atto che i primi 17 sono stati nominati e sono andati a gestire 9 Asp (Aziende sanitarie provinciali) e 8 Ao (Aziende ospedaliere e Policlinici). Il Governo regionale ha tenuto a far sapere che la scelta di questi 17 dg, fra i circa 300 inseriti nell’elenco degli ammessi, è stata effettuata sulla base dei requisiti professionali posseduti da ciascuno e, dunque, essi sono i migliori dell’elenco.
Se è così, lo devono dimostrare a breve, inserendo sui rispettivi siti il Piano industriale di ogni Asp o Ao, suddiviso per servizi, indicando le figure professionali necessarie alla produzione degli stessi. E lo devono dimostrare restando rigorosamente nei binari del loro bilancio preventivo, sforando il quale vanno dichiarati decaduti ipso facto per incompetenza.
La questione che poniamo è di metodo e, dunque, non c’entrano le persone fisiche. Chi sta dentro i binari dell’efficienza e dell’efficacia va premiato, chi sta fuori va cacciato.

Con la legge regionale n. 19 del 16/12/2008, le competenze degli assessorati sono variate, dal 1° gennaio 2010. I dipartimenti scendono a 28 e verranno nominati 28 direttori generali a capo di essi. La ricomposizione dei dipartimenti all’interno dei 12 assessorati per competenza ci sembra abbastanza razionale, anche se si poteva fare qualcosa di meglio. Ma il meglio, come si sa, è nemico del buono.
I ventotto dg avranno il compito di far partire la macchina e farla andare a pieno regime nel corso di qualche mese. Preliminare anche in questo caso è la redazione del Piano industriale, senza del quale non si saprebbe verso quali obiettivi farla muovere. Al riguardo, vi sono alcune importanti direttive del Presidente della Regione (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 7 agosto 2009) e verosimilmente ve ne sarà una quarta prima della fine dell’anno, alle quali i dg devono attenersi, pur disponendo di un’autonomia senza della quale non potrebbero far vedere le loro capacità.
Infine, c’è la questione degli esuberi, cioè di quei dipendenti che all’interno dei singoli Piani industriali dei dipartimenti non servono. Gli esuberi vanno trattati come assistenza sociale e non come servizi pubblici.