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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


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Nov
10
2011
Sono stati accertati 60 miliardi di crediti delle imprese nei confronti della Pubblica amministrazione. Di questi, oltre 4 miliardi riguardano la Pubblica amministrazione siciliana. Il fatto è grave perchè le imprese sono costrette a utilizzare affidamenti bancari per sopperire ai crediti che non vengono pagati dalle Pa siciliane, se non con ritardi notevoli.
Questo ritardo provoca un danno anche alle stesse Pa, perchè sono onerate di un interesse passivo pari a 8 punti più il tasso di riferimento Bce che è di 1,25.
Quando arriva il momento di pagare, molte Pubbliche amministrazioni tentano una transazione sugli stessi interessi, ma il più delle volte non vi riescono e, strette dai decreti ingiuntivi che si moltiplicano sui pagamenti ritardati, sono costrette a riportare come debiti fuori bilancio gli stessi interessi più onorari e spese legali.

Governo regionale e sindaci attribuiscono la loro deficienza di cassa ai tagli che hanno ricevuto dal Governo centrale. Mentono con consapevolezza perchè tacciono la verità. Essa riguarda l’enorme spesa corrente di ogni ente, inutile e dannosa, per la produzione dei servizi che, per ragioni clientelari, continuano a mantenere in vita, sperando di tramutare i favoriti in galoppini elettorali, cosa che poi magari non si verifica.
Se Governo regionale e sindaci seguissero l’esempio di Regioni e Comuni virtuosi, ricaverebbero dai loro bilanci molte risorse con le quali pagare regolarmente i debiti contratti. Se poi i sindaci procedessero, altresì, ad attivare le entrate, inserendovi un forte efficientamento, troverebbero ulteriori risorse per essere onorevoli pagatori. Ricordiamo che la recente manovra 148/11, all’articolo 1, comma 12 ter, prevede che tutte le imposte trovate a carico di evasori, per mezzo di Nuclei tributari locali, vengono stornate a favore dei Comuni stessi.
Come vedete, gli amministratori, se fossero onesti, capaci e professionali, potrebbero tranquillamente riequilibrare i propri bilanci ed allinearli a quelli di Regioni e Comuni virtuosi, che in Italia ci sono e sono tanti. Si tratta quindi di avere la volontà e la capacità di invertire l’attuale insana e viziosa amministrazione per virare verso una virtuosa.
Siccome questa virata deve avere a monte un cambiamento culturale, non è prossima.
 
In attesa, sui pagamenti, interviene l’Ue che costringe le Pa a pagare in trenta giorni. Al di là di tale termine scatta, come si accennava, l’interesse del 9,25 per cento. La Direttiva europea 7/11 va in questa direzione e il vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha raccomandato all’Italia di recepirla entro un anno.
In Sicilia, l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha inviato il 14 luglio una lettera di indirizzo al direttore generale del dipartimento  Bilancio, Vincenzo Emanuele, con la quale lo invita a valutare la possibilità di emanare una direttiva che attui immediatamente quella europea. Ma il direttore generale si è guardato bene dall’emettere tale direttiva trincerandosi, secondo informazioni assunte, dietro supposti motivi tecnici legati al Patto di stabilità. Tentando di tradurre dal burocratese, questo significa che non c’è un euro in cassa e, quindi, non si può pensare che la Regione si suicidi emanando una direttiva che faccia pagare la Pa puntualmente.
Però i creditori soffrono, le imprese non possono pagare gli stipendi ai propri dipendenti, mentre Regioni e Comuni inadempienti continuano a pagare regolarmente gli stipendi, come se essi dovessero essere salvaguardati rispetto agli altri.

Risulta che, pur non avendo adottato la direttiva Ue, la Lombardia paghi regolarmente i propri fornitori a 60 giorni, risparmiando cospicui importi per interessi, spese legali e onorari.
Il sistema bancario è stretto da due parti: dal possesso di titoli tossici, cioè quelli dei debiti sovrani di Stati in difficoltà, fra cui il nostro, e da Basilea 3 che costringe a essere più attenti negli affidamenti. Ne fanno le spese le imprese che si trovano in mezzo a questa tenaglia.
Quando si parla di crisi bisogna capire se al suo interno vi sono fattori che non riguardano la stessa, ma che riguardano disfunzioni del sistema economico italiano, pubblico e privato, che è andato avanti con criteri diversi dall’efficienza e dalla sana organizzazione. La svolta delle dimissioni di Berlusconi non cambierà nel breve le cose, ma le disfunzioni  vanno eliminate.
Mag
11
2010
Il ritardo, da parte di enti pubblici e società partecipate, nei pagamenti di fatture per forniture di beni e servizi è diventato insopportabile, soprattutto in Sicilia. Come è noto, vi sono moltissime Pmi costrette a chiedere affidamenti bancari sostitutivi dei crediti che dovrebbero riscuotere in tempi ragionevoli, cioè entro 60/70 giorni. Qui, da noi, invece, il ritardo è all’incirca tre volte di più. Esso è apparentemente inspiegabile, perchè quando un’amministrazione pubblica conferisce un ordine con un atto amministrativo, nel capitolo di bilancio la relativa somma è disponibile e quindi bloccata.
Non si capisce perchè all’atto del pagamento debbano insorgere impedimenti per dare quanto dovuto. O meglio, si capisce, volendo maliziosamente supporre che il ritardo sia causato apposta perché il fornitore sia “obbligato” a chiedere il favore: una forma di corruzione materiale o morale. Si tratta di un malcostume diffuso, difficile da estirpare.

Ci ha provato Tremonti, anche allora ministro dell’Economia, con la circolare n. 1 del 2003, la quale ha stabilito che sul ritardo nei pagamenti si applicasse l’interesse legale (in atto del 1%) e un ulteriore interesse di mora dell’8%.
Il complessivo interesse sarebbe addirittura molto favorevole al fornitore che infatti lo applica spesso ricavandone un utile, in quanto il costo del danaro è inferiore. Ma altre volte il fornitore non è in condizione di applicare tale interesse, perché l’ente pubblico minaccia di non rinnovare le forniture: un ricatto che oltre al danno causa la beffa.
C’è da dire che l’interesse relativo al ritardo dei pagamenti, per i bilanci delle amministrazioni pubbliche, costituisce un onere addizionale non prevedibile perchè non è previsto che le forniture si paghino in ritardo. Esso causa alla fine di ogni anno debiti supplementari che poi le stesse pubbliche amministrazioni fanno fatica a conguagliare. La questione è grave anche perchè inspiegabilmente l’Autorità garante della concorrenza e del mercato non ha riservato alla materia sufficiente attenzione, dato che la tempestività dei pagamenti rientra nei principi di una corretta concorrenza.
 
Quando la Pubblica amministrzione non paga i propri debiti nei tempi previsti, crea una sorta di abuso di dipendenza economica, cioè sfrutta una sua posizione dominante sul fornitore che vessa con il ritardo, sapendo che egli è comunque costretto a subire, per rinnovare le forniture.
Per completezza di informazione, però, c’è da dire che spesso il fornitore si cura in salute vendendo alla Pubblica amministrazione prodotti o servizi a prezzi superiori a quelli di mercato. Non si capisce perchè una Tac venga venduta a un’Azienda ospedaliera, poniamo, a cinque milioni e a una clinica o studio privato a tre milioni di euro. Anche in questo caso è ipotizzabile una sorta di corruzione morale o materiale. Tutti i giochini dei prezzi di listino costituiscono delle forme di illusionismo, che sarebbe facile scoprire solo che si volesse. Ma non si vuole perchè l’olio unga le ruote dell’ingranaggio.

In questo quadro, la Commissione europea sta preparando una direttiva che prevede “il pagamento entro 30 giorni delle fatture relative a transazioni commerciali aventi per oggetto la fornitura di beni o la prestazione di servizi”. Oltre tale termine scatterà un diritto al risarcimento pari al 5 per cento dell’importo dovuto, oltre agli interessi di mora e al rimborso dei costi di recupero.
Serviranno queste sanzioni a fare ordine nel sistema dei pagamenti pubblici? Non lo sappiamo, perché i dirigenti non sono responsabilizzati e non pagano di tasca propria quando danneggiano le casse pubbliche. Sono sporadici i casi nei quali la Corte dei Conti chiede loro ragione per danno all’erario.
Ricordiamo infine che in Sicilia è vigente la L.R. 6/2009 che all’articolo 14 prevede la possibilità di cedere i crediti alle banche. Secondo la stessa, le imprese potrebbero cedere i loro crediti agli istituti di credito e con essi anche il diritto di applicare gli interessi di mora prima indicati. Ma le banche che operano in Sicilia sono “disattente” e di fatto hanno reso ininfluente l’obiettivo del legislatore. Un dialogo fra sordi che è dannoso per l’economia siciliana.