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Quotidiano di Sicilia
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Pensionati

Ago
01
2012
La questione è se sia meglio vivere che filosofare o vivere in maniera compiuta e approfondita.
Vivere per vivere, non ha molto senso, perché sarebbe come se si assimilassero le persone agli animali. Per fortuna noi siamo dotati di intelletto e quindi valutiamo fatti e circostanze e, soprattutto, in base al libero arbitrio, di cui ci ha fornito l’Altissimo, siamo nelle condizioni di scegliere autonomamente fra il bene e il male, assumendoci la responsabilità di andare verso una direzione o verso quella opposta.
Filosofare è ragionare. Ragionando si capisce ciò che ci circonda e ciò che va fatto secondo valori positivi o disvalori. Per cui, la consapevolezza di essere arbitri del nostro destino ci rende ancora più responsabili. Ovviamente, non tutto dipende da noi.
Gli eventi spesso ci travolgono. Tuttavia abbiamo il dovere di resistere e nuotare in mezzo ai marosi tentando di salvarci fino all’ultimo respiro. Ma, di più, dobbiamo essere positivi cercando di trasformare le difficoltà e le contrarietà in eventi da costruire.

In altre parole, sono il merito e la responsabilità che devono guidare le nostre azioni, valori che dobbiamo sempre tenere presente in ogni nostro atto e in ogni nostra decisione.
Ma è così? è vero che tali valori sono sempre presenti in noi stessi e a essi adeguiamo le nostre azioni? A giudicare da come vanno le cose nella nostra società non è la maggioranza dei cittadini che si comporta come prima descritto, ed ecco la prima ragione delle difficoltà in cui si trova la Comunità italiana, dentro la quale la Comunità siciliana sta di gran lunga peggio.
Questo non è imputabile al destino cinico e baro, né alle istituzioni centrali che non ci danno quello che noi chiediamo. Questo dipende da noi, dalla classe dirigente siciliana e dalla borghesia siciliana che hanno abdicato al loro ruolo guida per accucciarsi e proteggere i propri interessi, violando il principio che, in primo luogo, devono essere tutelati gli interessi generali, cioè quelli di tutti.
La questione, così com’è posta, è semplice. Sembra incomprensibile come mai la maggior parte della gente non la capisca. Forse perché non vuole capirla.
 
In questo mese continuano le ferie e le vacanze di tanta gente. Ma siamo certi che esse siano state meritate da dipendenti e pensionati (non ci riferiamo a quelli che percepiscono un assegno fino a mille euro)? Non ci riferiamo neanche a tutti gli italiani dotati di partita Iva, che sanno bene se possono andare in ferie in relazione all’andamento della propria attività.
I dipendenti del settore privato sono pagati da attività produttive. Quando le aziende non sono produttive falliscono, anche se, in qualche caso, come quello delle banche, vengono sostenute dal Governo con denaro pubblico.
I dipendenti pubblici, invece, di qualunque livello, continuano a percepire i loro emolumenti indipendentemente dalla crisi, continuano ad andare in ferie come se nulla fosse, tanto la crisi non li riguarda.
Ma le attività e i servizi pubblici continuano a funzionare regolarmente anche in questo periodo? Non sembra, a giudicare dagli uffici vuoti e dai fascicoli che si ammucchiano sui tavoli di dipendenti e dirigenti, i quali se ne infischiano del fatto che i cittadini restano in attesa di provvedimenti e autorizzazioni per mesi e, in alcuni casi, addirittura per anni.

E i pensionati, meritano le ferie e le vacanze? Certamente le meriterebbero se i loro assegni fossero stati liquidati con il metodo contributivo, cioè in base ai contributi effettivamente versati. Ma nel settore pubblico questo non è mai avvenuto, per cui sono i cittadini, con le enormi tasse che pagano, a corrispondere una parte delle loro pensioni, non meritate.
Vi è poi il caso eclatante dei 16 mila pensionati della Regione siciliana, che non solo percepiscono l’assegno sproporzionato in base ai contributi versati, ma addirittura esso è superiore di circa un terzo a quello dei loro colleghi statali e comunali: una vergogna siciliana che andrebbe immediatamente cassata.
Qui non si tratta di togliere qualcosa a qualcuno, ma di eliminare un indegno privilegio di cittadini più uguali degli altri.
Mar
23
2010
Sono passati quarant’anni e il Pil della Sicilia è inchiodato al 5,5 di quello nazionale, nonostante i proclami, i propositi, i programmi e le buone intenzioni di tanti presidenti e governi regionali. Si sa, la strada dell’inferno è cosparsa di buone intenzioni, come dire che le parole non approdano a nessun risultato. Nella vita politica, ma anche in quella sociale, contano i fatti, gli atti concreti ed i risultati.
Il ceto politico siciliano in questi ultimi quarant’anni ha dato fiato alla bocca e sfidiamo anche uno solo degli appartenenti ad esso a dimostrarci con i dati che la situazione sociale ed economica si è evoluta.
Se scriviamo che si tratta di un fallimento colossale, non esageriamo. Il fallimento del fallimento è quello del settore pubblico, ove si sono innestati privilegi a catena del ceto burocratico, costituendo una casta di siciliani che ha visssuto parassitariamente sulle spalle della stragrande maggioranza degli isolani che affrontano le asprezze della situazione senza copertura.

Non ripetiamo, per non annoiare, i privilegi dei regionali. L’inchiesta pubblicata a pagina dieci ve ne riporta alcuni clamorosi, peraltro già richiamati da altre pubblicate negli anni precedenti.
In una Regione dove milioni di cittadini vivono sulla soglia della povertà è uno sfregio all’umanità che vi siano dirigenti che vanno a riposo con una pensione di 1369 euro al giorno, 500 mila euro l’anno, lordi bene inteso. Tutta la nostra solidarietà al poveretto destinatario di quest’elemosina.
In  Sicilia, vi sono circa 15 mila pensionati che costano quasi 600 milioni di euro, frutto dell’incapacità della Regione siciliana, unica in tutta Italia a non aver accantonato, di anno in anno, i contributi necessari per costituire la riserva matematica dalla quale trarre gli assegni pensionistici.
Peraltro l’attività viene svolta normalmente dall’Istituto nazionale di previdenza dei dipendenti pubblici, l’Inpdap, che svolge l’attività anche per tutti i dipendenti regionali salvo quelli della Regione siciliana, l’unica a fare eccezione.
 
Per mettere una pezza, l’attuale Governo ha istitutito il Fondo Pensioni Sicilia, per gestire il quale occorreranno personale e mezzi per un costo annuo stimato di circa 10 milioni. Si tratta di uno spreco, perchè se i pensionati fossero gestiti dall’Inpdap costerebbero zero euro. Ripetiamo,  zero euro.
La Regione fa come il cane che si morde la coda perchè mette in pancia altro personale con la denominazione di precari, che poi un giorno andrà in pensione. Un circuito vizioso che non ha fine e che costa enormemente distraendo le risorse da un impiego produttivo ad una sorta di ammortizzatore sociale.
Con gli ammortizzatori sociali non andremo da nessuna parte, nel senso che non potremo intraprendere la strada dello sviluppo per mancanza di risorse e continueremo a mettere pezze sugli strappi giornalieri senza un progeto di ampio respiro e di lungo sguardo.
Non si vede, allo stato dei fatti, una svolta, che sarebbe urgente ed essenziale. Essa dovrebbe partire dalla virata delle utilizzazioni delle magre risorse finanziarie della Regione, una virata, ripetiamo, che le sposti dalla spesa corrente cattiva e clientelare a quella in conto capitale per investimenti in infrastrutture, che metterebbero in moto decine di migliaia di posti di lavoro.

In questi giorni è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il Piano Casa, una buona legge che può attivare i cantieri.
Ci auguriamo che venga anche approvata la ristrutturazione delle Ato, una vergogna siciliana, ma soprattutto che nel Bilancio da approvare tassativamente entro il 31 marzo (un plauso a Francesco Cascio per aver messo i deputati in una sorta di tour de force) siano inseriti i requisiti essenziali per trasformarlo da uno strumento passivo, con funzione notarile, ad altro attivo che abbia in sé il propellente per mettere in moto investimenti atti ad attrarre imprenditori non siciliani e mettere in moto tutte le attività necessarie a rendere produttivi ed economici borghi, siti, parchi e altri beni di cui la Sicilia è  molto ricca.