Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia è su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Piero Giarda

Mag
29
2012
Massimo D’Alema, allora segretario dei Ds, fu nominato nel 1997 presidente della Commissione Bicamerale per la Riforma delle istituzioni. Pose all’ordine del giorno la sua idea di riforma del sistema costituzionale-elettorale proprio in salsa francese: elezione diretta del presidente della Repubblica, che nomina un primo ministro, ed elezione dei parlamentari in collegi uninominali a doppio turno.
La riforma aveva un triplice obiettivo: consentire agli elettori di scegliere un candidato ben identificato; avere una legislatura sicura, della durata di cinque anni; e permettere agli elettori di eleggere il proprio deputato in collegi relativamente piccoli, in modo che fra le due parti, attiva e passiva, vi fosse una congiunzione ravvicinata.
Naturalmente i partitini e i vecchi democristiani mascherati da nuovi bocciarono la proposta e bocciarono la Bicamerale che, quindi, si sciolse senza aver concluso nulla, ma avendo impiegato molto tempo dei parlamentari, pagati coi soldi dei contribuenti.

Guarda, guarda! In maggio del 2012 Silvio Berlusconi riprende quasi totalmente la Riforma D’Alema e la ripropone pari pari all’attenzione del ceto politico. Anche in questo caso i partitini e gli ex democristiani, come Casini, si sono messi di traverso, insieme a quella parte del Pd che proviene dalla Democrazia cristiana.
Cosicché Bersani è stato costretto a prendere tempo e a non esprimersi. Salvo, furbescamente, dire che questa proposta costituzionale-elettorale è fatta per allungare il brodo e per non fare nessuna riforma.
Quanto al tempo, per le prossime elezioni vi sono 12 mesi pieni. Considerato che le riforme costituzionali abbisognano di doppia lettura con un intervallo minimo di tre mesi, ecco che in sei mesi la riforma D’Alema-Berlusconi potrebbe essere approvata da due dei tre poli che sostengono Monti e da altri partiti minori che non si spaventano dell’elettorato.
Non si era mai verificata, dal dopoguerra, una visione concorde fra due leader di primo piano della destra e della sinistra. Sprecare oggi questa occasione sarebbe un vero peccato e aumenterebbe la fascia dei delusi e degli astensionisti, accrescendo il distacco fra la popolazione e la politica italiana.
 
La legge sui sindaci ha funzionato e funziona. Nei Comuni c’è stabilità e, salvo eccezioni, la consiliatura dura cinque anni. La legge per l’elezione dei presidenti di Regione è invece a turno unico, il che obbliga i cittadini a scegliere immediatamente il cavallo su cui puntare. Sarebbe logico che anche questa fosse trasformata sul modello di quella dei sindaci.
Il sistema elettorale francese, ma anche quello egiziano, prevede l’elezione del sindaco del Paese e consente un’opportuna riflessione all’elettorato fra il primo e il secondo turno. Non si capisce perché bisogna ancora ricorrere alle alchimie democristiane che vogliono, come hanno fatto per quarant’anni, far eleggere i deputati e lasciare agli accordi del caminetto la costituzione di coalizioni e Governi.
Anzi, si capisce benissimo: questo perverso meccanismo, che ha rovinato l’Italia, serve per alimentare la corruzione, il clientelismo e il favoritismo e per mantenere sempre in primo piano gli elefanti che invece dovrebbero recarsi virtualmente al loro cimitero e scomparire definitivamente dalla scena politica.

La questione è tutta qui: voltare pagina e dare ai cittadini l’ultima parola sulla scelta del presidente. Fatto ciò, la riforma costituzionale deve dare maggiori poteri al medesimo, in modo da consentirgli agevolmente di nominare e revocare ministri e, quando lo ritenga opportuno, sciogliere le Camere, come avviene nei sistemi britannico e tedesco.
Il sistema elettorale, da solo, non consente una svolta istituzionale, se non accompagnata da una Riforma costizionale, cioè una struttura che consenta di prendere decisioni ponderate ma rapide e di immettere nel sistema dello Stato ordine ed efficienza.
Monti sta tentando di rivedere tutta la spesa pubblica. Le parole del ministro Piero Giarda sono musica per le nostre orecchie. Ha detto che è sotto osservazione una prima tranche di 100 miliardi, ma si revisionerà, in immediata successione, una fetta più grossa di 300 miliardi. Se Enrico Bondi, mani di forbice, sarà lasciato fare, la revisione della spesa partirà bene. Un modo per avviare la riforma costituzionale elettorale.
Gen
18
2012
Il ministro Piero Giarda, nella sua funzione dei Rapporti con il Parlamento, ha messo in cantiere la revisione della spesa dello Stato. Il che significa rivedere, capitolo per capitolo, se gli importi stanziati siano eccessivi rispetto agli obiettivi fissati. Il Ministero non ha comunicato quale sia il metodo di controllo e di raffronto fra spesa e obiettivi, in assenza di un Piano aziendale, branca per branca amministrativa, nella quale sono previste le quattro fasi relative.
L’assessore all’Economia della Sicilia, Gaetano Armao, ha chiesto al presidente della Regione se intenda attivare una revisione della spesa, assessorato per assessorato, sull’esempio di quella nazionale indicando un taglio della spesa di 1,4 miliardi nel 2012 mentre noi abbiamo più volte indicato in 3,6 la misura dello stesso taglio.
Mentre quello proposto da Armao serve solo a far quadrare i conti, quello proposto da noi serve per liberare risorse per investimenti e finanziare opere pubbliche, con l’obiettivo di mettere in moto un processo di crescita, inesistente in questo momento.

Spending review, una frase magica che non vuol dire solo monitorare l’insieme delle uscite, ma più propriamente valutare le stesse spese per commisurarle ai servizi che devono essere prodotti. Il monitoraggio è essenziale, ma è una fase preliminare per sapere in qual misura si debba adoperare l’accetta. E serve anche per graduare i tagli in relazione ai bisogni dei cittadini. Serve anche per calibrare il fabbisogno finanziario in funzione dell’organizzazione dei settori amministrativi.
L’assessore chiede anche iniziative per fissare il Patto di Stabilità regionale in funzione di quello nazionale, il quale, a sua volta, si basa sul Patto di stabilità europeo del 25 marzo 2011.
È vero, il professor Monti sta tentando di ammorbidirlo, per arrivare al risultato di non dover fare una manovra di 45/48 miliardi l’anno per i prossimi venti, in modo da riportare il rapporto fra debito e Pil al 60 per cento, che è uno dei tre pilastri del Trattato di Maastricht del ‘92. Monti sta tentando di ammorbidire la rigorosa posizione tedesca facendo uscire fuori dal Patto di stabilità le spese per investimenti, oggi incluse.
 
In Regione, vi è quest’iniziativa positiva dell’assessore all’Economia, ma non c’è alcuna prospettiva analoga nei 390 Comuni. In questa direzione manca un’iniziativa dell’assessore per le Autonomie locali, che, mediante propria circolare di indirizzo, dovrebbe invitare i sindaci ad iniziare questa opera di revisione per fare dimagrire le uscite di ogni ente in maniera adeguata, sopprimendo in tutto o in parte la spesa improduttiva.
Certo, i sindaci più diligenti potrebbero iniziare questo riequilibrio fra entrate e uscite. Riequilibrio che passa non solo per la diminuzione delle stesse, ma anche per l’aumento delle prime. Sol che mettesse mano alla ricerca dell’evasione sui tributi dello Stato e sui propri tributi, ogni Comune potrebbe introitare risorse, naturalmente in proporzione al numero degli abitanti che amministra.
La crisi sta obbligando tutti i pubblici amministratori a diventare virtuosi. Coloro che non lo faranno, saranno bocciati alle prossime elezioni.

Il mistero dell’avanzo finanziario, come posta di pareggio tra entrate e uscite nel Bilancio della Regione, ancora non è stato risolto. Attendiamo che l’assessore e il dirigente generale ci forniscano queste informazioni perchè l’opinione pubblica ha il diritto di sapere se il bilancio vero della Regione è fatto di 17,7 miliardi di entrate e di uscite o di 27,7. Non vi possono essere dieci miliardi che ballano, senza sapere a cosa si riferiscano. Questo non è serio.
Naturalmente riporteremo le risposte più volte chieste, pari pari, e ci auguriamo che esse siano esaurienti. Anche dalla conoscenza della composizione e della natura dell’avanzo, l’assessore all’Economia dovrebbe partire per spingere la revisione della spesa nella Regione e nei Comuni. Il risparmio nello spendere corrisponde a una minore entrata, il che significa una minore necessità di indebitarsi.
L’indebitamento è vietato dal Patto di stabilità. Tuttavia la Regione ha firmato un nuovo mutuo di 954 milioni  da destinarsi esclusivamente ad investimenti. Ma cosi non è.