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Quotidiano di Sicilia

Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Pil

Giu
09
2012
Qualche giorno fa abbiamo fatto appello al morente governo della Regione perché, in un sussulto di dignità, promuova un progetto di sviluppo della Sicilia per la prossima legislatura quinquennale, che abbia al centro l’aumento del Pil dal 5,6 all’8% di quello nazionale cioè da circa 85 miliardi a 125.
Un’impresa poderosa, tuttavia realizzabile, sol che si mettano insieme le forze sane dell’Isola, pilotate da un ceto politico totalmente rinnovato non solo nelle persone, ma soprattutto nella mentalità: passare dall’interesse personale all’interesse generale, dalla cultura del favore alla cultura del servizio.
Abbiamo anche suggerito al presidente Lombardo d’interpellare, ed eventualmente assumere, i migliori professionisti del mondo, tra cui quelli della McKenzie, per redigere questo progetto che deve riguardare soprattutto un riordino della pubblica amministrazione siciliana.
Alla base di esso c’è l’inversione dell’attuale malfunzionamento dell’insieme delle attività pubbliche e private, trasformando lo stipendificio regionale e locale in un locomotore delle attività economiche innovative, che abbia al centro l’apertura dei cantieri per le opere pubbliche di cui la Sicilia ha fame.

Il Pil della Sicilia non può dipendere dal settore pubblico, il quale istituzionalmente ha il compito di formulare regole eque e fatte rispettare da tutti, di promuovere le attività economiche finanziando aspetti marginali e di redistribuire la ricchezza in base ad un principio di equità sociale. è del tutto evidente che se non c’è ricchezza non si può distribuire niente. Ne consegue che il primo bersaglio di un’istituzione regionale deve essere quello di produrre ricchezza.
Ma la ricchezza non si produce distribuendo stipendi a destra e a manca, né consulenze, né appalti di favore. In altri termini, la ricchezza non si forma alimentando la corruzione, ma combattendola.
Occorre valorizzare le tante professionalità che ci sono in Sicilia e che vengono regolarmente accantonate, per far posto a dei cialtroni che hanno il solo merito di appartenere a questo o a quel partitocrate o di essere amico degli amici.
Basta, non se ne può più di questo vergognoso andazzo. è indispensabile che chi abbia responsabilità istituzionali cerchi i talenti, che in Sicilia ci sono, e li metta a capo delle branche amministrative e delle attività istituzionali.
 
I talenti possiedono i due requisiti principali del professionista: il merito e la responsabilità. Forse proprio per queste qualità vengono combattuti da quelli che sarebbero danneggiati qualora i due valori prendessero il sopravvento sulla mediocrità e su quei soggetti che, invece, dovrebbero primeggiare.
In questo quadro e nell’ambito del progetto prima indicato, la Regione dovrebbe mettere mano alla revisione della spesa, anticipando i tagli che arriveranno ancora dal governo centrale, in modo da liberare risorse indispensabili a fare gli investimenti.
Senza dei quali, qualunque piano resta sulla carta, anche perché ostruito da una burocrazia becera che ha dimenticato totalmente la sua funzione. La burocrazia non c’è per ostruire i procedimenti, non c’è per danneggiare cittadini e imprese, ritardando oltre ogni limite l’emissione o il diniego di provvedimenti amministrativi.
La burocrazia regionale c’è per servire e per motivare i ricchi compensi che percepisce, che sono ben più alti di quelli dei dipendenti statali e locali e, come ha dimostrato la recente nostra inchiesta sulla Catalogna, molto superiori a quei dipendenti pubblici.

Come si sa, se il pesce è fresco o stantio, si desume dalla testa. La testa è costituita dalle istituzioni, cioè presidenza e Ars, esecutivo e legislativo. Se i due vertici non si ritengono al servizio dei siciliani, come hanno dimostrato in questi quattro anni, non sono degni di stare al loro posto e i siciliani li cacceranno alle prossime elezioni, in qualunque data siano fissate.
È incredibile rilevare come tutta questa gente non ha capito che la crisi morde fortemente la carne dei siciliani. Un solo dato, minore ma significativo: in giro vi sono meno veicoli e spesso gli stalli blu della città sono vuoti.
Tutto questo non resterà senza conseguenze per chi ha portato al disastro la Sicilia. Un disastro che la stragrande maggioranza di noi rifiuta. Per questo saranno attivate iniziative e procedure, per cacciare i sacerdoti dal tempio, quei sacerdoti che per autoconservarsi, hanno allontanato le persone oneste e capaci e continuano a perseguire la linea della loro perdizione, cui non vogliamo partecipare.
Mag
19
2012
Di diagnosi si può morire. Il più sapiente o il più ignorante ne spara una dopo l’altra. Pochissimi sono quelli che, valutati i problemi, pensano alle soluzioni migliori. è una questione di metodo, scriveva René Decartes (1596/1650), ma di metodo i Senzamestiere che fanno politica ne hanno poco, forse non ne conoscono neanche il vero significato. Solo chi ha esercitato nella propria vita un vero mestiere, con i rischi connessi, è abituato a essere esaminato in base ai risultati cui perviene. Sono infatti essi che impongono comportamenti e pesano le persone e il loro percorso.
La politica è una cosa seria, serissima. Non può essere improvvisata da gente che non ha letto almeno mille libri nella propria vita: una condizione imprescindibile per avere un minimo di conoscenza dei meccanismi della società nel suo complesso.
E tuttavia, nonostante tanti parlamentari nazionali non avevano un mestiere effettivo prima di essere eletti, una volta finito il mandato percepiscono un’indennità chiamata reinserimento, una specie di risarcimento per il periodo in cui non avrebbero lavorato.

Il reinserimento è una vera e propria truffa a danno dei cittadini per almeno due motivi: il primo perché vi sono tanti deputati e senatori che durante il mandato esercitano le loro professioni (pensiamo alla Bongiorno o a Ghedini) e quindi non avrebbero bisogno di questa specie di risarcimento per la poltrona perduta; secondo, se non avevano mestiere prima non si capisce perché debba essere indennizzato il ritorno a un mestiere che non hanno mai avuto. Per esempio, sono stati dati 307 mila euro a Clemente Mastella, 345 mila ad Armando Cossutta, 271 mila a Luciano Violante.
Nessun Senzamestiere dovrebbe essere candidato, perché non può rappresentare i cittadini, non avendo cognizione di come funziona la società moderna, mentre dovrebbero avere i calli virtuali nel cervello e/o quelli fisici nelle mani.
C’è poi la questione del rinnovamento del ceto politico: gente che soggiorna in Parlamento da decine di anni, occupando posti di responsabilità, che non ha intenzione di ritornare al proprio mestiere. Per favorire il turn-over basterebbe un articolo unico che stabilisce come nessun incarico istituzionale ai livelli nazionale, regionali e locali possa essere ripetuto dopo due mandati consecutivi.
 
In altri termini, un’alta politica dovrebbe avere un comportamento lineare che consenta una vera rotazione a chi è consecutivamente in carica per non oltre due mandati, utilizzati per perseguire obiettivi di interesse generale, non di parte o privati.
La questione non è di poco conto se ricordiamo che, per esempio, nelle ultime elezione di un’importante città come Palermo vi sono stati ben 1.300 candidati al Consiglio comunale e 2.200 ai Consigli circoscrizionali. Se non vi fossero le indennità, si candiderebbe solo chi intendesse esercitare la politica come servizio e non come mestiere.
Il commissario straordinario alla tosatura della spesa, mani di forbice Enrico Bondi, nominato in base al decreto legge 52/2012, ha appena iniziato il suo lavoro di ricognizione. Siamo convinti che presto presenterà proposte al Governo. Ma Camera, Senato e Quirinale hanno fatto sapere che non accettano nessun tipo di revisione.

La Casta non si tocca, i miliardi che spendono le tre istituzioni sono quasi tre. Occupano decine e decine di palazzi nel centro storico di Roma, pagando canoni di locazione molto superiori a quelli di mercato, per favorire i loro amici, riservano suite di 3-4 stanze con terrazza su Montecitorio agli ex presidenti della Camera (Casini e Bertinotti solo per fare due esempi) e via continuando con sprechi di ogni genere. è insopportabile constatare quanti privilegi abbiano gli ex di vario tipo, i quali sono veri e propri parassiti che consumano risorse dei cittadini, da indirizzarsi, invece, verso attività produttive e investimenti.
Un’ulteriore questione dovrebbe essere posta all’ordine del giorno delle riforme: legare l’attività di parlamentare, consigliere regionale e comunale, nonché Governo, giunte regionali e comunali alla capacità di far aumentare il Pil della propria amministrazione, in un certo periodo. Si tratterebbe di responsabilizzare i vertici istituzionali sull’elemento essenziale dell’equità di una Comunità. Produrre ricchezza per distribuirla adeguatamente in proporzione ai bisogni del ceto sociale più debole.
Gen
20
2012
Secondo il Cebr (Centre for economics and business research), istituto inglese indipendente, nel 2011 la Cina ha avuto un incremento del Pil del 9,2% sorpassando il Giappone, con 6.988 mld di dollari nella classifica mondiale. Il Brasile ha superato il Regno unito piazzandosi al 6° posto, con 2.518 mld di dollari ed un incremento del 4%, gli Stati Uniti sono da sempre al primo posto con 15.065 mld di dollari e un incremento del Pil di circa il 3%. Infine Singapore, grande quanto la Sicilia, con 237 miliardi di dollari contro i circa 125 mld di dollari della Sicilia. L’Italia ha perso la sesta e la settima posizione ed è ora l’ottava nazione per Pil prodotto con 2.246 miliardi di dollari.
Il fenomeno cinese sembra inspiegabile, mentre è chiaro che sta funzionando molto bene perché un popolo di 1,3 miliardi di abitanti è governato, con mano ferma e con grande sapienza orientale, da sole 3 mila persone che prendono decisioni anche impopolari, ma sicuramente utili a fare marciare quella locomotiva.
La Cina è un Paese in forte espansione, ma anche con una grande crescita interna perché, mentre prima si occupava di produrre manufatti a basso prezzo, oggi è stata data grande forza alla formazione universitaria e alla ricerca, per cui sta diventando competitiva nei due versanti che producono, direttamente o indirettamente, un alto valore aggiunto. 

I suoi figli, in tutto il mondo, sembra ammontino ad oltre 100 milioni e drenano risorse da ogni Paese ove sono insediati, risorse che arrivano cospicue alla madrepatria.
Il Brasile con l’intervento di Luiz Inácio Lula Da Silva, in 10 anni, ha capovolto la sua situazione. Massicci investimenti in opere pubbliche hanno prodotto 15 milioni di posti di lavoro e fatto aumentare il Pil, come prima si scriveva, portandolo al sesto posto nel mondo. La delfina di Lula, Dilma Rousseff, sta continuando l’opera del suo mentore con enorme investimenti, fra cui spicca quello energetico.
Non è un caso che trasporti su ferro e su gomma e centrali elettriche funzionano con carburanti vegetali, mentre il petrolio estratto dalle viscere di quella terra non viene usato in house, bensì esportato nel mondo. Un esempio da imitare.
 
La politica di Obama, tanto criticata dai conservatori del Partito repubblicano, sta dando i suoi frutti. Il salvataggio del sistema bancario, ad eccezione di Lehman Brothers, e quello delle tre grandi case automobilistiche (Gm, Ford e Chrysler), ha ribaltato la crisi del 2008, rimesso in  moto l’economia e sta producendo centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, in un ambiente ove i rapporti tra datore e prestatore sono liberi, senza i vincoli stupidi che ancora vi sono in Italia e che impediscono la crescita. In Usa, l’economia ha ricominciato a tirare e la Borsa ne ha risentito favorevolmente.
Per inciso, dobbiamo sottolineare come le agenzie di rating (le americane Standard & Poor’s e Moody’s), non sono obiettive nei loro giudizi, perché i soci (fra cui lo speculatore Warren Buffett), sono interessati a quelle valutazioni, in un palese conflitto d’interessi. Sarebbe opportuno che anche in Europa, oltre alla francese Fitch, si costituissero altre agenzie di rating, per bilanciare lo strapotere di quelle americane. Per fortuna i mercati non hanno ascoltato le indicazioni di tali agenzie.

Infine, Singapore, un’isola che la Sicilia dovrebbe prendere a modello per la sua capacità, in poco più di 35 anni, di trasformarsi da selvaggia, nella quale insisteva una fitta foresta, in un polo economico, avanposto del terziario avanzato e di alta managerialità capace di produrre il doppio del Pil della Sicilia.
Abbiamo più volte descritto in queste pagine la genesi di quell’isola e i punti di forza e quindi non staremo a ripeterci. Però, non comprendiamo perché, anziché cincischiare e pagare stipendi inutili, la Regione non mandi una squadra di bravi dirigenti per andare a vedere come funziona quel meccanismo, e ove possibile, con gli aggiustamenti del caso, importarlo noi in Sicilia.
Le quattro locomotive che abbiamo indicato continuano a crescere, mentre l’Italia balbetta sulle liberalizzazioni, sulla riforma dei rapporti di lavoro, sulla capacità di attrarre investimenti internazionali, per quel blocco enorme di una Pa inefficiente e corrotta. è ora di compiere una svolta, o  saremo perduti.
Dic
01
2011
Le partite Iva sono 5,5 milioni e costituiscono le gambe su cui il corpo della Nazione cammina per produrre ricchezza. Sull’altro piatto della bilancia si trova la Pubblica amministrazione che assorbe circa metà del Pil. Essa impiega la massima parte per la spesa corrente improduttiva e solo una minore parte per investimenti in opere pubbliche, in innovazione tecnologica, in ricerca e attività produttive.
Questa situazione rende fortemente scontenti i cittadini sottoposti ad una pressione fiscale elevata e, quindi, soggetti a sacrifici, senza vedere dall’altra parte l’erogazione di servizi pubblici efficienti, nè da parte dello Stato, nè da quella di Regioni e Comuni.
È proprio il filo rotto fra imposte e qualità della spesa che fa inferocire gli italiani, i quali ancora non chiedono conto e ragione ai propri amministratori in modo violento. Ma l’indignazione sta montando, giorno dopo giorno, per stretta conseguenza ai tagli che il pareggio di bilancio 2013 ha imposto, impone ed imporrà.

Le partite Iva, dunque, sono le gambe della crescita. Uno Stato moderno dovrebbe mettere sul piatto sostegni per il loro sviluppo ed il loro moltiplicarsi e, invece, mette ostacoli alla loro attività sotto forma di lentezze burocratiche inaccettabili, di ritardi della Pubblica amministrazione, su cui ridono i nostri partners europei, di privilegi della casta politica, che assorbono risorse, da destinare, per contro, ad attività utili.
Le partite Iva sono assegnate a società di vario tipo o a persone fisiche che rischiano in proprio e producono. Quando vanno male portano i libri in Tribunale. Quindi sono soggette al severo esame del Mercato, a quello della Concorrenza, usando le uniche armi di cui dispongono: merito, professionalità, responsabilità.
È vero che nei confronti del mondo aziendale lo Stato prevede agevolazioni per circa 60 miliardi l’anno, ma è anche vero che preleva dallo stesso mondo, per quella tassa iniqua e ingiusta che si chiama Irap, quasi 35 miliardi. Logica vorrebbe che si facesse una compensazione fra le due partite, contemporaneamente ad una riclassificazione delle agevolazioni destinate esclusivamente a piani industriali di crescita e di sviluppo, soprattutto nel settore dell’innovazione tecnologica.
 
Non si capisce perchè la problematica appena accennata non debba essere oggetto di attenta analisi nell’altro piatto della bilancia, quello del settore pubblico. Non si capisce perchè in esso non debbano essere presenti i tre valori citati di merito, professionalità e responsabilità. Non si capisce perchè le imposte che i cittadini pagano, tanto faticosamente, debbano essere dilapidate a favore di questa o di quella corporazione, di questa o di quella casta. Non si capisce perchè il ceto politico non mette il guinzaglio ad una burocrazia lassista, che non risponde per quello che fa, bene o male, o che non fa.
Ovvero, si capisce perfettamente: questi comportamenti nascondono favoritismi, clientelismi e corruzione. Insomma un ambiente marcio, nel quale pescano malfattori, egoisti e irresponsabili. Tutto ciò, ripetiamo, a carico dei cittadini che faticosamente pagano le imposte.
Naturalmente sono anche malfattori e disonesti quei cittadini che non pagano le imposte. Ma anche qui vi è una precisa responsabilità del legislatore, che non approva leggi stringenti e tassative, e della burocrazia, nel suo complesso, che non riesce a scovarli e metterli al bando.

Per fortuna, l’informatizzazione e l’accesso semplicato ai conti bancari hanno consentito ad Agenzia delle entrate, Guardia di Finanza e Inps di ottenere vistosi successi. Ma siamo ancora lontani dal portare a casa i 120 miliardi di evasione che mancano all’appello.
Vi è una carenza del ceto politico che impedisce ad ogni cittadino di verificare la dichiarazione dei redditi del proprio vicino, perchè egli non può leggere nome cognome e reddito imponibile sul sito internet del proprio Comune.
Se ciò fosse possibile, il cittadino potrebbe compiere un atto di sano comportamento, facendo presente al 117 anomalie riscontrate tra il tenore di vita e i redditi dichiarati. Questo non sarebbe Stato di polizia, ma un modo capillare per scovare gli evasori.
Anche le associazioni imprenditoriali dovrebbero inserire nel codice etico l’anatema verso i propri iscritti-evasori. Attendiamo con pazienza.
Nov
26
2011
La questione degli Eurobond è semplicissima: la Bce dovrebbe emettere dei titoli europei che via via sostituiscano quelli dei 17 Paesi partner dell’Unione europea.
L’idea è buona ma manca delle gambe per camminare. Infatti è impensabile la realizzazione di questo progetto se prima non vi sia un’armonizzazione dei sistemi fiscali di tutti i Paesi che hanno refluenze finanziarie e delle regole che debbono governare in maniera tassativa i bilanci pubblici di ogni partner.
È vero che il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992) ha stabilito tre parametri per l’adesione: l’inflazione di ogni Paese nella media europea, il debito non superiore al 60% del Pil; il disavanzo (o deficit) annuale non superiore al 3% tra entrate e uscite a condizione che esso non faccia sforare il parametro precedente.
Ma questi parametri non sono stati supportati da sanzioni, per cui i partner meno avveduti li hanno allegramente sforati fino ad arrivare a livelli incontrollabili del debito pubblico, in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e Irlanda.

La Grecia ha falsificato i bilanci inviati all’Unione e quest’ultima non ha mandato i suoi ispettori per verificarli alla fonte.
Ma anche l’Italia ha manipolato i propri bilanci facendo apparire disavanzi annuali inferiori a quelli veri e comunque facendo aumentare il debito pubblico da mille miliardi del 1992 a 1.900 miliardi di quest’anno, quasi il doppio.
Le regole che dovrebbero essere imposte coattivamente ai 17 partner sono già rispettate dalla Germania e, in parte, da altri Paesi. Ma il meccanismo del contenimento non può essere affidato alla buona volontà. Il rigore deve essere una regola applicata da tutti, vogliano o non vogliano.
È in atto in gestazione un provvedimento sanzionatorio, secondo il quale il Paese che non osserva il pareggio di bilancio perde tutti i finanziamenti europei. Non sappiamo quando esso diventerà una direttiva cogente.
Il proposito dell’ex governo Berlusconi d’inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio (la golden rule) è del tutto inutile: infatti, se vi fosse una direttiva in questo senso, l’Italia dovrebbe stare nei limiti senza bisogno di una norma costituzionale.
 
La Germania è come la formica. Ha una spesa pubblica essenziale, non cede ai clientelismi e ai favoritismi, investe molto in attività produttive e in opere pubbliche con la conseguenza che non ha deficit e che il suo debito rispetta il parametro di Maastricht.
La conseguenza più vistosa di tutto ciò è che paga bassi interessi al proprio debito pubblico, addirittura inferiori al 2%. I 500 punti di differenza dei Bpt italiani fanno costare al nostro Erario interessi in misura del 7%, pari a oltre 80 miliardi l’anno, un peso insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania, dunque, non intende approvare l’emissione degli Eurobond se tutti i Paesi non rispettano la regola del pareggio di bilancio e, per coloro che hanno un debito sproporzionato (in Italia è doppio rispetto al parametro di Maastricht), un piano per abbatterlo entro 20 anni. Così è stato stabilito nel patto di stabilità del 25 marzo 2011 che non contiene sanzioni molto pressanti. 

La Lega è un partito territoriale che si è espanso in diverse regioni denominate da esso Padania, una località inesistente che ha il solo scopo di generare in quegli abitanti una sorta di amor patrio. Ma anche egoismi e violazioni: per esempio, quel 10% di agricoltori che non vuole pagare le quote latte nonostante il 90% lo abbia pagato, o quel 65% di pensionandi di anzianità che non vogliono sottostare alle regole europee e cioè andare in quiescienza a 67 anni.
Ma su una questione ha perfettamente ragione: la spesa pubblica per abitante deve essere uguale in tutta Italia, in qualunque regione e in qualunque comune. Ancora ragione ha la Lega quando afferma che loro non sono disposti a praticare una politica di rigore quando le regioni del Sud praticano una politica della spesa inutile e improduttiva.
È tutto qua il nocciolo della questione: le regioni del Sud, e qualcuna del Centronord, devono mettersi le carte in regola, cioè spendere solo ciò che serve per produrre i servizi, abbandonando la strada delle assunzioni clientelari e di tutti quei costi che non servono ai cittadini, ma a coloro che non hanno senso di responsabilità e valori etici. Una volta si diceva: “Mandateli al confine”.
Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Mag
13
2011
Quando sento giovani che vorrebbero trovare occupazione vicino al proprio uscio, mi spiego come la Sicilia possa essere in queste pietose condizioni economiche e sociali. C’è una mentalità diffusa secondo la quale i nostri diritti devono essere soddisfatti a nostro piacimento, ma con il contributo personale limitato al minimo.
Invece, no. Il lavoro c’è, in Sicilia, in Italia e nel mondo. Bisogna afferrarlo dovunque si trovi, bisogna essere disposti a fare qualunque sacrificio per acquisire esperienze. Nel mondo anglosassone e Nord-europeo, ma anche in Germania, c’è l’abitudine di andare fuori di casa, giovani maschi e femmine, a 18 anni, possibilmente senza chiedere il sussidio al papà o alla nonna. I giovani diciottenni sono ansiosi di essere autonomi e perciò disponibili a fare qualunque lavoro, dall’inserviente al puliziere, al pony-express, al giardiniere, al muratore. Tutto purché possa entrare nella logica dell’autonomia e in quella dell’apprendimento continuo e dell’esperienza di vita.

In questi ultimi decenni, non sono più gli Stati Uniti d’America il luogo del desiderio ove andare a lavorare. Sono prepotentemente venute fuori le nazioni il cui acronimo è Bric (Brasile, Russia, India e Cina). In questi Paesi, cosiddetti emergenti, il tasso di sviluppo è impetuoso, la crescita del Pil è a due cifre, il tasso di infrastrutture, materiali e immateriali, cresce velocemente. Le fonti di energia non fossile si moltiplicano senza sosta.
In questi quattro Paesi vi è un’immensa quantità di lavoro ben retribuito, che consente a chi ha capacità di affermarsi anche rapidamente. Fra essi, quello che va più veloce è la Cina, un mercato di un miliardo e trecentomila abitanti, nel quale vi sono oltre cento milioni di nuovi ricchi.
Oltre Pechino, vi sono le due megalopoli di Shanghai e Shenzhen e quella perla del mercato mondiale, soprattutto finanziario, che è Hong Kong ove i cinesi, dopo il ritorno a casa dell’Isola, hanno avuto il buon senso di non toccare il sistema istituzionale ed economico, portandola solamente sotto il cappello politico. Hong Kong ha continuato a prosperare e ad attirare capitali e investimenti senza sosta.
 
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista fatta a Daniele Morano, un giovane trentenne che risiede a Shanghai. Raccontava che, partito dalla natia città di Cittanova (Rc) e arrivato a Napoli, si è incuriosito presso quella Università ed ha cominciato a frequentare lezioni di cinese, approfittando della capacità di una bravissima insegnante. Da lì si è trasferito appunto a Shanghai ove ha cominciato a consolidare la lingua e a lavorare come interprete.
Dopodiché gli è venuta l’idea di importare alimenti italiani e di iniziare l’attività di ristoratore. Ha chiamato colà suo fratello, altri suoi parenti e ora ha più imprese invidiabili e affermate, che gli danno tante soddisfazioni e che gli fanno dire che almeno per i prossimi vent’anni non tornerà in Italia.
A questo giovane ha arriso la fortuna che premia gli audaci. Egli ha avuto una grande intraprendenza e forte spirito di iniziativa. Non si è preoccupato di affrontare le enormi difficoltà dell’apprendimento della lingua cinese, né di andare a vivere in una città con oltre 18 milioni di abitanti, ove usi e costumi sono lontanissimi dal pensiero occidentale.

Non consigliamo a tutti i giovani siciliani di andare in Cina, questo è certo, anche se là vi sarebbe lavoro a volontà, ma l’esempio di Morano dovrebbe insegnare che bisogna avere ampia disponibilità ad avere per scenario il mondo e a fare tutte le esperienze possibili per incrementare la nostra capacità e la nostra competenza.
Questo può accadere solo se siamo dotati di quel comportamento semplice che è l’iniziativa, cioè la decisione cosciente e responsabile di intraprendere e promuovere un’azione volta a un fine determinato. Quindi, essere decisi, responsabili, intraprendenti e capaci di fissare un obiettivo che si ha l’alta volontà di raggiungere, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano normalmente sul percorso.
In una parola, essere liberi dal bisogno, dalla dipendenza di altri, in modo da poter utilizzare al meglio le proprie risorse, essendo disposti a lavorare duramente anche per lunghi periodi, posponendo in avanti i nostri desideri.
Apr
22
2011
Il Consiglio dei ministri del 13 aprile ha approvato il Documento di economia e finanza (Def) che da quest’anno ha assorbito la Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef). I principali elementi di valutazione sono i seguenti: il Pil nominale dovrebbe ammontare a 1.593 miliardi; la spesa complessiva prevista è di 725 mld, le entrate di 739 miliardi. Per la prima volta da qualche anno vi è un saldo o avanzo primario di 14 miliardi. Tutto bene? No, perché il documento prevede di pagare interessi sul debito sovrano per 76,1 miliardi. In base a queste previsioni, il deficit dell’anno ammonterà a 64,9 miliardi che dovrà essere finanziato con l’aumento e l’emissione di nuovi titoli di Stato.
La sfilza di numeri indicati non deve confondere il padre di famiglia perché, in estrema sintesi, rappresentano i numeri di un bilancio domestico. Le previsioni arrivano quando l’anno si è consumato per quattro mesi, quindi rimangono gli altri otto per tentare di stare dentro i binari.

Emergono dal Def 2011 due elementi positivi: l’aumento delle entrate rispetto al 2010 di 15 miliardi e il taglio delle spese di 9 miliardi. Tuttavia questa inversione rispetto agli anni precedenti è palesemente insufficiente in base all’ultimo accordo dei capi di Stato e di Governo dell’Ue dello scorso 25 marzo.
Esso stabilisce che il debito debba essere portato entro i limiti del 60% del Pil entro 20 anni. L’Italia, per conseguenza, deve tagliare, secondo la Banca d’Italia, spese vive per 35 miliardi l’anno in modo da raggiungere il pareggio di bilancio, interessi sul debito compresi, già nel 2014. Infatti, il deficit previsto quest’anno, come già scritto, di 64,9 miliardi, il 2012 e il 2013 deve essere azzerato. Appunto con un sacrificio di circa 35 miliardi per anno.
Il debito pubblico che a fine anno supererà i 1.900 miliardi dovrà essere dimezzato entro 20 anni ad una media di 40 miliardi l’anno. Ecco che i conti tornano con quanto prevede la Banca d’Italia. Naturalmente un ruolo importante avrà il recupero dell’evasione fiscale che viene stimata in 120 miliardi l’anno e che potrebbe essere destinata all’abbattimento del debito. Tutto ciò si potrà realizzare se il governo terrà la barra al centro, sordo alle cicale, per i prossimi anni, compreso quello della tornata elettorale, cioè  il 2013.
 
La prima questione, dunque, è tagliare. Bisognerà farlo con senso dello Stato, cioè a cominciare dagli sprechi, dai privilegi di tutti coloro che percepiscono pensioni d’oro, emolumenti d’oro, o che godono di servizi come segreterie, auto blu, rimborsi, viaggi, indennità e via cantando. Il primo taglio dovrà essere dato a quello che si chiama costo della politica cioè a dire a quell’insieme di spese abnormi rispetto alla media europea che costituisce un privilegio ormai fuori dai tempi.
Poi, bisognerà intervenire sulla qualità della spesa, costringendo tutte le amministrazioni a redigere un Piano aziendale e obbligandole a farsi certificare i bilanci, generali o sezionali, da società iscritte alla Consob, altro che da revisori compiacenti e corruttibili. Infine, una sana amministrazione dovrà privilegiare gli investimenti tagliando ancor di più la spesa corrente, da limitare allo stretto necessario, il che non significa ridurre i servizi sociali o quelli per la cultura, ma il clientelismo che si nasconde dietro queste due macrovoci di spesa.

In questo quadro, la Sicilia dovrà mettere nel conto una riduzione di trasferimenti da parte dello Stato. Anch’essa dovrà tagliare nel suo bilancio tutte le spese clientelari a cominciare da quelle sanitarie. Anche tagliando in questo caso i costi della politica, con l’abrogazione della legge 65/44 che equipara i deputati regionali ai senatori, e potando tutti i capitoli di bilancio che costituiscono vero e proprio assistenzialismo e collusione fra ceto politico e ceto imprenditoriale.
Un governo regionale che voglia riformare deve essere capace di stornare i risparmi ottenuti dai tagli alla spesa corrente verso le opere pubbliche e gli investimenti. Un governo che voglia farsi ricordare per un’azione positiva deve essere capace di mettere sotto pressione la burocrazia regionale affinché spenda nei tempi previsti, e anche prima, tutti i fondi europei a disposizione.
Non sappiamo se Lombardo sarà capace di questa svolta. Attendiamo di vedere fra 8 giorni se il bilancio della Regione sarà approvato e con quali numeri
Mar
25
2011
L’Istat ci fa sapere che le otto regioni del Nord producono il 54 per cento del Prodotto interno lordo, mentre le restanti 14 regioni solo il 46 per cento. Come si può pensare che l’Italia sia unita da un collante e da un ideale quando i propri abitanti si trovano su livelli sociali ed economici molto diversi?
Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è stato perfino commovente nel tentare con ogni mezzo di trasmettere un’emozione, che probabilmente provava, a tutti i cittadini. Ma una Nazione non si governa con le emozioni bensì con un valore comune che trova espressione puntuale nell’art. 3 della Costituzione.
Quel valore è l’equità, che rende tutti i cittadini uguali, non solo di fronte alla legge. I discorsi e le argomentazioni pronunziati o scritti dai massimi vertici dello Stato erano pieni di retorica e qualcuno ha dato fondo anche ad una buona oratoria. Ma si tratta di forma non di sostanza.
 
Volendo guardare con realismo lo stato di salute delle popolazioni di ogni regione ci accorgiamo che il divario è ampio e, peggio ancora, si amplia ogni giorno di più. Vi sono degli economisti che barano con i dati perchè si esprimono con percentuali vere che rappresentano valori assoluti completamente opposti.
Facciamo un esempio: se il Pil del Nord Italia, stimato in circa 820 miliardi, aumenta dell’uno per cento, in valore assoluto sarà pari a un aumento di 8,2 miliardi. Se contemporaneamente il Pil del Centro-Sud, stimato in circa 700 miliardi, aumenta dell’uno per cento, in valore assoluto esso sarà pari a sette miliardi. Per cui, a parità di incremento, il divario aumenta (differenza tra 8,2 e 7 mld).
Occorre, dunque, che il Pil percentuale aumenti di più nel Centro-Sud per pareggiare l’incremento del Nord; ma se si vuole ridurre il divario, è necessario che la differenza a favore del Centro-Sud sia nettamente superiore. Quanto scriviamo è elementare. Solo i rappresentanti delle istituzioni statali non lo capiscono o non vogliono capirlo. Occorre qualcuno, cioè il popolo del Centro-Sud, che si faccia sentire in modo forte e chiaro, per pareggiare i conti, sturando loro le orecchie con ogni mezzo lecito e civile.
 
Napolitano, che abbiamo stimato come comunista migliorista, cioè riformatore, non ha detto una parola sul riequilibrio dello stato economico sociale fra Nord e Centro-Sud, con ciò tacendo la causa di dissolvimento piuttosto che di consolidamento dell’Unità d’Italia. Non si può infatti pensare di stare insieme se alcuni vivono nei piani alti e altri nelle cantine. Parliamo sempre di italiani, non di extracomunitari.
Su sessanta milioni di abitanti ufficiali i non italiani sono circa cinque milioni. Ma tutti dovrebbero essere uguali, far fronte ai propri doveri ed ottenere i propri diritti. Perchè ciò si compia è indispensabile che la macchina pubblica eroghi servizi di qualità, i quali aiutino i meno abbienti perchè, si sa, chi ha disponibilità finanziarie può comprarsi quei servizi che gli enti pubblici non erogano in misura e qualità sufficiente.
Ribadiamo le gravi responsabilità della classe politica del Centro-Sud, ma esse non sono disgiunte da quelle della classe politica del Nord che è fortemente condizionata dalle corporazioni economiche, sociali e religiose, quelle che comunemente si chiamano poteri forti.

Altro silenzio assordante nei discorsi di Napolitano sulla mancanza di equità riguarda il cappio asfissiante che i nuovi feudatari hanno messo al collo dell’economia italiana. Feudatari che sfruttano la Cosa pubblica a loro uso e consumo, corrompendo a destra e a manca pubblici funzionari che in qualche caso resistono e in altri sono ben lieti di aderire alle proposte oscene.
Il silenzio assordante del Presidente della Repubblica sulla corruzione pubblica ci ha colpito perchè essa è un elemento distorsivo della parità fra i cittadini. Pagare per ottenere quanto non gli compete è un danno per coloro che sono esclusi o superati in graduatoria e, quindi, di fatto, emarginati.
Dispiace rilevare quanto precede, ma sfidiamo chiunque a scriverci contestando i fatti che abbiamo elencato prima. Se qualcuno è miope, si metta gli occhiali. Se qualcuno è sordo si compri l’apparecchio, ma basta barare.
Dic
21
2010
La Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef)  aveva previsto 10 miliardi di disavanzo primario per il 2010 (differenza tra entrate e uscite) e 74,7 miliardi per interessi sul debito sovrano. Già al 31  ottobre, secondo Bankitalia, il complessivo disavanzo è arrivato a 107 miliardi e verosimilmente negli ultimi due mesi aumenterà ancora. Ciò deriva dalla crescita della spesa pubblica e dalla diminuzione delle entrate fiscali stimate in circa 5,2 miliardi, conseguente alla crisi economica.
Per fortuna, l’interesse primario europeo è fermo intorno all’1%, il che consente di mantenere l’interesse sul debito (portato dai titoli di Stato) ad una misura intorno al 3-4%. Quella effettiva, però, deriva dalla risposta del mercato che fa oscillare l’interesse in funzione della domanda. Al riguardo bisogna tener conto che nei prossimi mesi lo Stato italiano deve piazzare sui mercati nazionale e internazionale 150 miliardi di titoli pubblici. Quando il mercato risponde poco l’interesse sale, quando il sistema economico del Paese non funziona, la differenza fra l’interesse pagato sul debito nazionale e l’interesse pagato dallo Stato tedesco per i propri Bund (termine di riferimento) aumenta cospicuamente anche fino a due punti percentuali.

Le cause principali del cattivo andamento dell’economia nazionale sono cinque: 1. Eccesso di spesa pubblica dominata da quella per la politica e l’altra per la pubblica amministrazione. 2. Deficienza endemica della Pa che è infarcita da dipendenti inutili e costosi, non è innovata e digitalizzata, usa procedure arcaiche, lunghe e volutamente farraginose per consentire la sottostante corruzione. 3. Enorme costo di energia, superiore a quello della media europea, stimabile tra il 30 e il 50% che fa aumentare i costi di prodotti e servizi. 4. Modesta diffusione di infrastrutture logistiche, di reti ferroviarie e di autostrade, soprattutto nel Mezzogiorno, che aggrava i costi di filiera della distribuzione. 5. Presenza di forti corporazioni (banche, assicurazioni, energia) che funzionano in regime di oligopolio, contro cui l’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, si batte continuamente con le leggi a sua disposizione. Ma queste sono carenti e più volte l’Autorità ha fatto richiesta al Governo e al Parlamento di fornirgli strumenti più efficaci.
 
Il debito pubblico si raffronta col Pil. Se questo aumenta, il rapporto diventa più favorevole, se diminuisce, più sfavorevole. Al 31 di ottobre  tale rapporto era del 120,1% ma è probabile che aumenti ancora raggiungendo il primato negativo del debito più alto del mondo.
Il Governo si è rifugiato dietro la recessione che ha colpito tutti i Paesi progrediti ma non competitivi, mentre quelli emergenti hanno continuato la loro corsa in maniera egregia. Fra essi ricordiamo la crescita a due cifre della Cina e quelle abbastanza vicine di India e Brasile.
Questi Paesi hanno un debito sovrano basso e, per venire all’Europa, i Paesi fondatori dell’Unione insieme all’Italia, sono quasi sempre dentro il parametro previsto dall’accordo di Maastricht (rapporto Pil/debito del 60%).
Voi capite come avere un debito del 60% o del 120% sul Pil faccia un’enorme differenza perché nel nostro caso comporta un maggior esborso d’interessi stimati tra i 40 e i 45 miliardi. Se questa cifra si potesse utilizzare per costruire infrastrutture, fra cui essenziali le centrali atomiche di quarta generazione, sicurissime, il Paese diventerebbe più competitivo e la sua economia comincerebbe a crescere, come sta accadendo in Germania, tre volte di più.

Da qualunque parti si giri, la questione del debito pubblico italiano è centrale. Dal 1994 non si è mai affrontato in maniera costruttiva. Nella migliore delle ipotesi, per qualche anno vi è stato un avanzo primario (più entrate che spese) ma con gli interessi sul debito quest’ultimo è comunque aumentato.
Se si vuole veramente spingere il Paese verso la crescita è indispensabile ridurre il debito pubblico, non con la finzione del rapporto che c’è fra esso e il Pil, ma in valore assoluto, cioè come fare perché l’enorme ammontare di 1867 miliardi al 31 ottobre 2010 possa diminuire al 31 dicembre 2011.
Le soluzioni ai cinque punti prima indicati, messe in rete, costituirebbero la piattaforma per tentare l’inversione di tendenza che abbatta gradualmente, ripetiamo, in valore assoluto, il debito pubblico. Ma non vediamo all’orizzonte chi abbia gli attributi adatti per invertire tale tendenza.
Ott
27
2010
In occasione della visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rimbalzano le informazioni dalla Cina, soprattutto quelle economiche. Il Paese orientale viaggia con un convoglio ad alta velocità che supera quasi ogni anno il 10 per cento di crescita del Pil. Con questo incremento annuale, l’economia cinese è in fase di superamento di quella giapponese.
Per fare un quadro semplice del Pil mondiale, citiamo gli Usa con 13 mila miliardi, l’Ue dei 27 Paesi con circa 12 mila miliardi di dollari, terzo il Giappone con poco più di 4 mila miliardi di dollari e la Cina appunto in fase di superamento.
Perchè la Cina cresce in misura così grande? Paradossalmente, risponde qualcuno, perchè è un regime totalitario. Il vertice è formato da circa 3 mila persone, un’inezia rispetto a 1,3 miliardi di abitanti. Però questo vertice riesce a mantenere la velocità del convoglio, anche se non alimenta la democrazia interna e quindi priva i cittadini dei diritti naturali. Persegue lo sviluppo e tralascia la democrazia.

Se la crisi di tutti i Paesi occidentali non ha impedito la crescita del Pil mondiale lo si deve al grande Paese orientale ed anche all’India. Lì vi è una democrazia parziale perchè c’è una grande influenza di casati, gerarchie, corporazioni, feudatari. Tuttavia anche quel Paese, con i suoi 700 milioni di abitanti, cresce ad un tasso ben maggiore di quello dei Paesi industrializzati.
In Cina, le distanze tra le grandi città (Pechino, Shanghai, Shenzhen) e l’interno sono molto elevate. Nelle province vi è ancora un’agricoltura arretrata e una pastorizia primordiale, anche se in qualche modo lo Stato tenta di offrire dei servizi sociali. Ma quando la democrazia è assente, dilaga un cancro che è quello della corruzione, la quale permette la prevaricazione di pochi soggetti su molti e la tendenza dell’interesse privato a prevalere sull’interesse generale.
Nonostante tutto, però, il Paese cresce perchè mette in atto alcuni atout per rendere appetibile il proprio mercato ai potenziali investitori stranieri. Non è un caso che le industrie più importanti del mondo si sono insediate nella Repubblica popolare cinese.
 
L’Expò di Shanghai 2010 è un’enorme passerella, ove tutti i Paesi del mondo sono rappresentati. Lì la concorrenza è palese perchè prodotti e servizi esprimono il meglio di ciascuna impresa a livello mondiale.
L’immissione di tecnologie, processi produttivi avanzati, tecniche di ultima generazione sta facendo evolvere rapidamente la qualità dei lavoratori che divengono sempre più competitivi. I cinesi sono abituati a lavorare molte ore al giorno, più che gli europei, e con un’intensità più forte che consente loro di ottenere risultati migliori. Ecco la dimostrazione palese e inconfutabile che, ove le istituzioni e la Pa funzionano molto bene, costituiscono un motore per la produzione di ricchezza. In questo processo gioca un ruolo la tradizione di cinquemila anni, in cui è stato innestato il processo di crescita economico cui prima si accennava.
La migliore qualità della formazione dei lavoratori cinesi aumenta la potenzialità del Paese a livello mondiale. In questo decennio, che va a concludersi, i cinesi hanno sparso per il mondo i loro prodotti, che sono stati comprati ad un prezzo molto basso. La Cina ha inviato per il mondo molti milioni dei suoi figli.

L’etnia cinese sta per diventare la terza negli Stati uniti, dopo quella anglosassone e l’altra spagnola. Ma anche in Italia, città come Prato sono diventate cinesi; piazza Vittorio, a Roma, è già tutta cinese, e qui, a Catania, il mercato è stato acquistato in gran parte dai cinesi. I quali lavorano tanto, parlano poco e cercano di rendersi quasi invisibili. Questo consente loro una penetrazione, di cui le comunità non si rendono conto, salvo poi a trovarsi invase.
In Cina, il miglioramento della qualità del lavoro farà elevare la qualità dei prodotti. Per conseguenza la preoccupazione dei prossimi anni è che nel mondo occidentale arriveranno prodotti di buona qualità a prezzi bassi. La concorrenza è inarrestabile, perciò il mondo occidentale deve fare ciò che sa fare per reggerla: prodotti e servizi ad alto valore aggiunto e ad alta tecnologia; utilizzazione degli immensi tesori paesaggistici, ambientali, marini, archeologici e culturali; alta formazione e innovazione tecnologica.
Set
09
2010
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.

A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
 
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.

La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Set
07
2010
È noto a molti l’esperimento della rana cinese: dentro una pentola d’acqua fredda si accende un fuoco leggero, che la riscalda lentamente; la rana non si accorge del surriscaldamento e muore bollita. Se, invece, viene gettata nell’acqua calda, si scotta, reagisce e balza fuori dalla pentola salvandosi.
L’economia della Sicilia è già bollita e sta morendo, perchè cotta al fuoco lento dell’incapacità di farla svegliare, reagire e salvarsi. La questione non riguarda solo il dopoguerra, tuttavia ci limitiamo ad osservare quanto è successo in questi 63 anni, in cui il Pil prodotto, su quello nazionale, è rimasto inchiodato a poco più del 5 per cento, mentre dovrebbe essere fra l’8 e il 9 per cento, cioè dagli 85 miliardi attuali a circa 130. 
è mancata la programmazione dello sviluppo, sono mancati investimenti in infrastrutture, che costituiscono il fondamento per il movimento di beni e persone e quindi per l’agilità dell’economia. è mancato soprattutto un quadro di condizioni per attirare investimenti nazionali e internazionali.

I governi regionali che si sono succeduti in questi 63 anni - il primo (1947/1949) presieduto da Giuseppe Alessi (Dc) - si sono preoccupati di creare bacini di voti da alimentare col clientelismo e col favore. Quasi mai hanno realizzato e messo in atto un progetto di sviluppo alto che utilizzasse in pieno tutte le risorse dell’Isola, cospicue e di alto valore. Cosicchè non solo non sono arrivati nuovi investimenti, ma molti di quelli presenti hanno preso la fuga.
Il rischio è permanente perchè ancor oggi altri gruppi stanno decidendo di andarsene dalla Sicilia: dalla Fiat alla Keller, all’Eni di Gela. Mentre il Governo regionale attuale, presieduto da Raffaele Lombardo, dovrebbe smetterla di cincischiare su alleanze e quadri politici, peraltro essenziali per governare, e votarsi a stimolare fortemente le tre attività prima indicate: programmazione dello sviluppo, investimenti in infrastrutture e  attrazione di  capitali.
Il macigno dell’economia siciliana è la perenne questione dei precari, ovverosia impegnare il tempo per trovare risorse a perdere che sono gli ammortizzatori sociali per questi siciliani, privilegiati perché raccomandati, i quali, anziché formarsi le competenze per cercare un lavoro che c’è, aspettano il favore di un’indennità regionale o comunale.
 
Il Governo deve porsi la questione di creare lavoro in attività che producano valore e non in passività a perdere, come gli ammortizzatori sociali, in modo che tutti i siciliani che abbiano competenze e voglia, possano trovare le mansioni che sono capaci di svolgere.
L’attrazione degli investimenti nazionali ed esteri passa attraverso una burocrazia snella ed al servizio del progetto alto, pronta a collaborare con procedure istantanee per chiunque faccia richieste di autorizzazioni, senza ovviamente danneggiare il territorio. Non si capisce perché, per esempio, la burocrazia regionale si sia messa di traverso con comportamenti dilatori per far partire la superstrada Ragusa-Catania o perché non collabori pienamente con l’Eni per attivare investimenti di 500 milioni che il colosso energetico vuole fare a Gela. O perché abbia tardato alcuni anni a rilasciare la concessione al gruppo Forte per il Resort Verdura di Sciacca.

Potremmo fare centinaia di esempi di mala-amministrazione ma non servirebbero ad aumentare l’informazione su un fatto che è già di dominio pubblico. Dirigenti e dipendenti regionali ci costano 18 volte in più di quelli della Lombardia, come abbiamo pubblicato nell’inchiesta di mercoledì scorso, ma rendono forse 18 volte in meno. Il Governo continua ad assumere, non preoccupandosi di tagliare, invece, l’enorme ed ingiustificata spesa per i propri dipendenti.
Purtroppo Lombardo sta seguendo la via della rana cinese e lo invitiamo a comunicarci se intenda fare aumentare il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura e di quanti punti percentuali. Oppure la rana bollita potrà essere solo sotterrata.
Non vogliamo credere che questo sia l’intendimento dell’attuale Governo, ma aspettiamo atti concreti che abbiano la finalità di immettere liquidità sul mercato siciliano utilizzando tutte le risorse europee e statali su progetti cantierabili ed immediatamente finanziabili. Dal numero dei bandi di gara si potrà misurare l’andamento e la volontà del fare.
Occorre rendersi conto che Autonomia vuol dire qualità oppure è una parola senza senso.
Lug
27
2010
Singapore è uno Stato insulare costituito da 63 isole con una superficie di poco più di 600 km quadrati e una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, posto sulla punta meridionale della penisola malese.
La Repubblica di Singapore è diventata indipendente il 9 agosto del 1965 dopo essere stata federata con la Malesia per i due anni precedenti. Autore della rinascita politica ed economica della nuova Singapore è stato Lee Kuan Yew, laureato a Cambridge, che vinse le elezioni del 1959 guidando il Partito d’azione popolare. Diventato primo ministro, ha trasformato uno Stato quasi tribale in uno Stato modernissimo, in soli 45 anni.
Nel 2009 il Pil di quel Paese è stato di 257 miliardi di dollari di Singapore, pari a circa 142 miliardi di euro e nel 2010 è prevista una crescita del 14 per cento.
Il cuore della potente macchina che fa crescere vorticosamente l’economia è la Pubblica amministrazione, nella quale il fondatore ha inserito un metodo di selezione dei talenti a cominciare dai ragazzi di 10 anni.

I giovani talenti vengono selezionati e inseriti in un percorso formativo che si completa con laurea e master in giro in diverse parti del mondo, per cui quando essi ritornano apportano all’organizzazione dello Stato e dell’economia grande innovazione ed efficienza, che consente di migliorare rapidamente le performance.
Lee Kuan Yew è stato al potere per 31 anni. Pur essendo considerato il padre della patria dette spontanee dimissioni e, in base a una riforma costituzionale, il successore Goh Chok Tong, fu eletto nel 1993 con il sistema presidenziale. Oggi è presidente Sellapan Ramanatan, eletto nell’agosto del 1999 e successivamente confermato.
A Singapore l’economia è molto sviluppata nei settori dell’elettronica e della finanza, mentre l’agricoltura ha un’importanza minima. La politica del premier ha fortemente incentivato gli investimenti stranieri, che hanno insediato industrie chimiche, di raffinazione e farmaceutiche. Il Paese, sito nell’Oceano Indiano, è al centro di traffici commerciali intensi per favorire i quali esso è una sorta di grande zona franca: possono entrare semilavorati e uscire prodotti finiti senza imposte.
 
L’inno nazionale di Singapore è Majulah Singapura (Avanti Sigapore). Vorremmo urlare, parimenti: Avanti, Sicilia.
Ci chiediamo, i lettori non ce ne vogliano per la noiosa ripetizione, che cosa abbiamo, noi siciliani, meno di un popolo multietnico come quello di Singapore - composto in maggioranza da cinesi, ma anche da malesi e indiani - per cui non abbiamo avuto nello stesso periodo (45 anni) un pari sviluppo pur essendo partiti da una soglia ben più alta di quella dell’ex colonia inglese.
Fra Singapore e la Sicilia vi sono almeno due dati in comune: ambedue sono isole, ambedue hanno 5 milioni di abitanti. Mentre l’isola orientale viveva in uno stato primordiale fino a 45 anni fa, la Sicilia ha un passato luminoso il cui periodo eccelso fu quello federiciano. Quell’isola non ha beni culturali come la nostra, ma ha un popolo che lavora intensamente con efficienza e professionalità. Potremmo citare molti dati che differenziano le due isole (anche la Sicilia è circondata da 15 di esse).

Il Pil della Sicilia è di poco più della metà, attestandosi sugli 85 miliardi di euro contro i 142 di Singapore. La nostra disoccupazione è oltre il 15 per cento, là inferiore al 3 per cento. La capacità di attrarre investimenti da noi è molto vicina allo zero perché non abbiamo condizioni competitive, dal momento che la macchina pubblica ostruisce anziché agevolare. Qui da noi il ceto politico, anziché occuparsi di realizzare un alto progetto di sviluppo, amplifica con un insano clientelismo gli organici della Pubblica amministrazione.
Se possiamo permetterci un sommesso suggerimento, vorremmo consigliare al presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, di mandare a scuola a Singapore i più alti vertici delle Regione, parecchi suoi assessori e suggerire al presidente dell’Ars, Francesco Cascio, di organizzare una delegazione di parlamentari che risiedano a Singapore per almeno un mese, per capire come si fà.
Non c’è da inventare nulla, basta copiare processi di sviluppo virtuosi che altri hanno realizzato, come regioni europee (Baviera, Catalogna e Lorena) che hanno ribaltato il loro stato sociale ed economico.
Giu
24
2010
In base all’andamento dell’economia, gli Stati Uniti prevedono una crescita del Prodotto interno lordo superiore al tre per cento nell’anno corrente. Sembra una percentuale incredibile commisurata a quella dell’Italia. Ma il Paese nordamericano ha una notevole flessibilità economica, il mercato del lavoro estremamente elastico, la propensione al rischio delle imprese, le rapide decisioni del Governo che provvedono a immettere liquidità nel mercato quando servono per sostenere le attività economiche.
Un Paese vivace che quest’anno supererà i 14.000 miliardi di dollari di Pil, anche se il debito pubblico, in conseguenza della crisi finanziaria, arriva a circa 13.000 miliardi di dollari, pari al 92,8 per cento.
La Cina è in ottima salute. Quest’anno avrà ancora una volta l’aumento del Pil a due cifre, le esportazioni aumentano del 48 per cento. Semmai il governo dell’economia cinese sta frenando per evitare il surriscaldamento e l’aumento dell’inflazione.

Nonostante l’apertura sulle oscillazioni dello yuan, richieste a gran voce dall’economia mondiale, la moneta cinese, che si riteneva sopravvalutata, contrariamente ad ogni previsione si è rivalutata di circa il 4 per cento.
Il governo del Paese asiatico sta avviando delle riforme molto difficili, tenuto conto dell’immensità del territorio e di un popolo di oltre 1,3 miliardi di esseri umani. Gli imprenditori di tutto il mondo investono in Cina perchè quel governo mette in atto ogni possibile attrattiva: dalla semplicità del rilascio di autorizzazioni alla remunerazione degli investimenti, alla rivalutazione dei capitali, alla disponibilità ad agevolare l’aumento dei consumi.
L’Expo 2010 di Shanghai è una vetrina mondiale di quanto si sta facendo in Cina. Quasi tutti gli imprenditori del Nord Italia più importanti hanno esposto. Dalla Sicilia solo qualcuno. Un’altra occasione perduta. Il ministro Brunetta nell’ambito del progetto “L’Italia degli innovatori” ha portato in mostra a Shanghai 258 progetti selezionati da tutte le regioni d’Italia. Di questi solo sei sono siciliani. Dalla Lombardia, invece, 50 progetti per l’innovazione.
 
La Germania, sotto la ferma guida di Angela Merkel, ha preso due iniziative molto efficaci: ha tagliato la spesa pubblica di oltre 80 miliardi di euro in quattro anni ed ha immesso liquidità nel sistema delle attività produttive e della costruzione di infrastrutture, in modo da far riprendere velocità alla ruota dello sviluppo.
L’azione combinata di risparmi di spesa inutile e di accelerazione di spesa utile sta creando le premesse per una ripresa più che buona, tenuto conto dello scenario generale dell’Europa. Essa potrebbe attestarsi intorno al 2 per cento del Pil tedesco. Un ottimo risultato che fa capire come siano serie le iniziative della Cancelliera tedesca.
La stessa, al vertice dei leader dell'Unione europea a Bruxelles, ha fatto votare all’unanimità un impegno affinchè la Commissione europea prepari una direttiva per tassare le banche. Berlusconi ha smentito di avere votato quell’ordine del giorno, ma da Berlino è arrivata una conferma. Attendiamo di vedere le carte,  che pubblicheremo nei prossimi giorni, per informare i lettori se ha mentito la Merkel o Berlusconi. Infatti entrambi non possono aver detto la verità.

E veniamo all’Italietta, bloccata dalle corporazioni. Qui si continua a cincischiare su tutto e non si prendono decisioni.
Secondo la Ruef (Relazione unificata sull’economia e finanza pubblica), le spese previste per il 2010 ammonteranno a 734 miliardi. La manovra prevede una riduzione dell’1,6 per cento per arrivare a questa cifra. Ma essa non intacca le cinque macrovoci di spesa pubblica.
1. Riduzione di stipendi pubblici e di indennità a tutti gli apparati politici (statali, regionali e locali).
2. L’allungamento dell’età pensionabile rimasto inalterato nonostante in Europa i livelli siano più  elevati.
3. I fondi perduti verso il mondo delle imprese che ammontano a 44 miliardi.
4. L’insieme degli acquisti di beni e servizi delle Pubbliche amministrazioni che ammontano a 137 miliardi.
5. Gli interessi sul debito pubblico, previsti in 71 miliardi, che non potranno diminuire ma aumenteranno.
Apr
15
2010
Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) il primo Paese per Pil 2008 sono gli Usa con 14.196 mld di dollari, segue Eurolandia con 13.535, il Giappone con 4.908 e la Cina con 4.342. Ma nel 2010 è previsto che quest’ultimo Paese superi per Pil il Giappone e vada in terza posizione.
La Cina è uno degli ultimi quattro paesi comunisti (gli altri sono Cuba, Corea del Nord, Vietman). Ma si tratta di un regime sui generis perché fondato su una cultura che ha 5 mila anni, su tradizioni radicate, su una storia che ha visto i cinesi attraversare millenni in cui hanno accumulato esperienze diverse. Fatto sta che il gruppo dirigente, che si chiama comunista, ha un ricambio importante al suo interno ed un tasso di modernizzazione tra i più elevati del mondo, tenuto conto dell’arretratezza di quella economia. Nessuno si scandalizzi se paragoniamo il regime cinese alla democrazia ateniese, ove esistevano libere elezioni ma solo nell’ambito di un quinto della popolazione, segnatamente quella aristocratica.

Il gruppo dirigente cinese ha puntato la sua espansione economica sulla formazione e sull’energia. Sono state attivate decine di Università in tutto il Paese e una dozzina di centrali nucleari. Sono state messe in funzione riforme importanti che stanno portando a una crescita del Pil quasi sempre a due cifre per ogni anno. Si stima che dal 2030 in avanti il Paese asiatico possa superare per ricchezza prodotta gli Stati Uniti, seppure è vero che la sua popolazione è quattro volte superiore.
La Cina ha messo in moto una sorta di calamita con la quale attira investimenti da tutto il mondo. Non vi è Paese sviluppato che non abbia investito ed impiantato direttamente, o mediante joint venture, proprie filiali nell’immenso territorio. L’esposizione universale di Shangai, che sarà inaugurata il 1° maggio, è un immenso palcoscenico delle opportunità di crescita che vi sono in loco.
Vi sono altre due importanti strade su cui si espande l’economia cinese: la prima riguarda i milioni di propri figli sparsi per il mondo che vengono alimentati finanziariamente e che conquistano spazi commerciali e interi territori.
 
La seconda, la quantità immensa di risorse finanziarie con le quali sta comprando industrie in tutto il mondo occidentale e negozia da un punto di forza con gli Stati Uniti, di cui è il maggior creditore, detenendo migliaia di miliardi di dollari di buoni del tesoro americani.
Pechino non tocca l’utile che si accumula nelle sue partecipate, le quali si capitalizzano sempre di più. Per fare un esempio la sola China mobile con 33,7 miliardi di dollari potrebbe comprarsi in contanti l’intera telefonia italiana senza far ricorso all’indebitamento. Così nel settore dell’alluminio, della raffinazione, della finanza e via elencando. Per ultimo la Geely ha comprato dalla Ford la Volvo svedese per 1,8 miliardi di dollari, un’inezia.
La Cina ha messo in moto un piano ambizioso di costruzione della nuova rete ferroviaria ad alta velocità che dovrebbe essere completata entro il 2025. La rete è destinata a collegare il Celeste impero con una ventina di Paesi stranieri, verso Sud (Vietnam), verso l’Asia centrale e l’Europa per raggiungere Mosca e Madrid.

Il Brasile è, fra le economie emergenti, quella più solida. Il suo Pil 2008 è stato di 1.538 miliardi di dollari ma quel che più conta è la crescita a due cifre. Il presidente Lula da Silva, che non potrà essere confermato avendo esaurito i suoi due mandati, è riuscito a mettere sotto controllo l’inflazione, a rendere il Paese autonomo dal punto di vista energetico con la coltura e la produzione dell’etanolo, a sviluppare i commerci con tutto il mondo, a rendere forte il Real che oggi è una moneta estremamente appetibile.
Con i suoi 8,5 milioni di chilometri quadrati il Paese sudamericano è grande 28 volte l’Italia, ha una popolazione di quasi 200 milioni di abitanti e una forma di governo federale composta da 26 stati. La capitale politica è Brasilia, con 2,6 milioni di abitanti, ma la vera capitale è Rio de Janeiro. Anche nel Paese sudamericano i punti di forza sono l’energia e la formazione con la ricerca, senza delle quali nessun programma può essere attuato. I Paesi avanzati dovranno tener conto di questi due competitori, veri diamanti dell’economia.
Mar
23
2010
Sono passati quarant’anni e il Pil della Sicilia è inchiodato al 5,5 di quello nazionale, nonostante i proclami, i propositi, i programmi e le buone intenzioni di tanti presidenti e governi regionali. Si sa, la strada dell’inferno è cosparsa di buone intenzioni, come dire che le parole non approdano a nessun risultato. Nella vita politica, ma anche in quella sociale, contano i fatti, gli atti concreti ed i risultati.
Il ceto politico siciliano in questi ultimi quarant’anni ha dato fiato alla bocca e sfidiamo anche uno solo degli appartenenti ad esso a dimostrarci con i dati che la situazione sociale ed economica si è evoluta.
Se scriviamo che si tratta di un fallimento colossale, non esageriamo. Il fallimento del fallimento è quello del settore pubblico, ove si sono innestati privilegi a catena del ceto burocratico, costituendo una casta di siciliani che ha visssuto parassitariamente sulle spalle della stragrande maggioranza degli isolani che affrontano le asprezze della situazione senza copertura.

Non ripetiamo, per non annoiare, i privilegi dei regionali. L’inchiesta pubblicata a pagina dieci ve ne riporta alcuni clamorosi, peraltro già richiamati da altre pubblicate negli anni precedenti.
In una Regione dove milioni di cittadini vivono sulla soglia della povertà è uno sfregio all’umanità che vi siano dirigenti che vanno a riposo con una pensione di 1369 euro al giorno, 500 mila euro l’anno, lordi bene inteso. Tutta la nostra solidarietà al poveretto destinatario di quest’elemosina.
In  Sicilia, vi sono circa 15 mila pensionati che costano quasi 600 milioni di euro, frutto dell’incapacità della Regione siciliana, unica in tutta Italia a non aver accantonato, di anno in anno, i contributi necessari per costituire la riserva matematica dalla quale trarre gli assegni pensionistici.
Peraltro l’attività viene svolta normalmente dall’Istituto nazionale di previdenza dei dipendenti pubblici, l’Inpdap, che svolge l’attività anche per tutti i dipendenti regionali salvo quelli della Regione siciliana, l’unica a fare eccezione.
 
Per mettere una pezza, l’attuale Governo ha istitutito il Fondo Pensioni Sicilia, per gestire il quale occorreranno personale e mezzi per un costo annuo stimato di circa 10 milioni. Si tratta di uno spreco, perchè se i pensionati fossero gestiti dall’Inpdap costerebbero zero euro. Ripetiamo,  zero euro.
La Regione fa come il cane che si morde la coda perchè mette in pancia altro personale con la denominazione di precari, che poi un giorno andrà in pensione. Un circuito vizioso che non ha fine e che costa enormemente distraendo le risorse da un impiego produttivo ad una sorta di ammortizzatore sociale.
Con gli ammortizzatori sociali non andremo da nessuna parte, nel senso che non potremo intraprendere la strada dello sviluppo per mancanza di risorse e continueremo a mettere pezze sugli strappi giornalieri senza un progeto di ampio respiro e di lungo sguardo.
Non si vede, allo stato dei fatti, una svolta, che sarebbe urgente ed essenziale. Essa dovrebbe partire dalla virata delle utilizzazioni delle magre risorse finanziarie della Regione, una virata, ripetiamo, che le sposti dalla spesa corrente cattiva e clientelare a quella in conto capitale per investimenti in infrastrutture, che metterebbero in moto decine di migliaia di posti di lavoro.

In questi giorni è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il Piano Casa, una buona legge che può attivare i cantieri.
Ci auguriamo che venga anche approvata la ristrutturazione delle Ato, una vergogna siciliana, ma soprattutto che nel Bilancio da approvare tassativamente entro il 31 marzo (un plauso a Francesco Cascio per aver messo i deputati in una sorta di tour de force) siano inseriti i requisiti essenziali per trasformarlo da uno strumento passivo, con funzione notarile, ad altro attivo che abbia in sé il propellente per mettere in moto investimenti atti ad attrarre imprenditori non siciliani e mettere in moto tutte le attività necessarie a rendere produttivi ed economici borghi, siti, parchi e altri beni di cui la Sicilia è  molto ricca.
Mar
05
2010
Dice il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che la spesa pubblica non si può tagliare, per evitare di fare macelleria sociale. La sua dichiarazione sottintende che, se fosse costretto a tagliare la spesa pubblica, dovrebbe partire da quella sociale. Il che è una pura e semplice menzogna. Infatti, il suo ammontare complessivo di oltre 800 miliardi di euro, più del 50 per cento del Pil, ha in pancia una serie di sprechi, di spese inutili, di compensi superflui che hanno il solo scopo di favorire i clientes.
Non solo, ma quello che si chiama il costo della politica, cioè compensi per consiglieri regionali, provinciali e comunali, rimborsi spese, diarie e altre voci costituiscono vere e proprie spese superflue, che dovrebbero essere tagliate senza alcuna esitazione.
Vi è poi tutto il comparto della sanità, la cui spesa supera un ottavo di quella pubblica, cioè 108 miliardi che, se tagliata del 3 per cento, porterebbe a un risparmio di oltre tre miliardi.

Nel bilancio dello Stato, sol che vi si guardi dentro con competenza e professionalità, le spese dannose da amputare sono tante, ma bisogna avere il prestigio morale e la forza politica per procedere a eliminare le spese clientelari e quelle parassitarie, che soddisfano solo la famelicità di politici e corporazioni.
Ritorniamo sul taglio della spesa pubblica, perché è da lì che bisogna partire, per procedere conseguentemente a due operazioni strategiche: investire in infrastrutture una parte dei risparmi  e portare a diminuzione del debito pubblico l’altra parte.
In qualunque bilancio, l’intervento tecnico-professionale, quando si vuole razionalizzare la spesa, è possibile, con accorta  manovra, che non tagli con una linea, bensì con una sinusoide: si può abbassare mediamente il totale di almeno il cinque per cento. Tradotto in cifre, significa un risparmio di 40 miliardi, quanto servirebbe, per altri versi, per abolire l’Irap.  Non si capisce perché questo Governo e Berlusconi in prima persona, che hanno promesso con il loro programma elettorale del 2008 di fare le riforme, non le stiano facendo. Fra le riforme, quella primaria riguarda il riordino della spesa che per alcuni versi può anche essere impopolare.
 
L’altra grande riforma è il riordino delle norme, dei diversi livelli. è stato creato apposta il ministero per la Semplificazione normativa, che però ancora ha partorito il classico topolino, perché la legge denominata taglia leggi di fatto ha operato solo su alcuni rami secchi ma non su norme che sono attive. Il ministero, a distanza di quasi due anni, non ha messo mano al riordino di norme per materia, in modo da evitare il caos, che consenta poi a enti, imprese e cittadini di rivolgersi al Tar, il quale ha la grande difficoltà di muoversi in meandri confusi, per cui le sentenze oscillano fra un punto e il suo opposto.
Non è chiaro per quale motivo il Governo non si muova decisamente nella direzione delle riforme strutturali, se non perché è vincolato e attanagliato dal democristianismo, cioè dalla pessima abitudine della cattiva politica di accontentare tutti per non perdere neanche un voto. L a buona politica, invece, disegna e realizza grandi progetti strategici e chiede il consenso sui risultati della propria attività. Risultati che arrivano.

Nel nostro Paese, vi è un sistema istituzionale complesso, per cui i progetti strategici del Governo debono essere confrontati con la conferenza delle Regioni, l’Anci (associazione dei Comuni) e l’Upi (associazione delle Province). Confronti che allungano in modo pernicioso i tempi e impediscono lo svolgimento di un’azione politica di interesse generale.
È giusto che il Governo ascolti  Regioni ed enti locali, ma alla fine ha il dovere di decidere con la prerogativa della legislazione esclusiva all’Esecutivo, seppur dando ascolto ai suggerimenti che arrivano dai territori. Per contro, poi, il Governo non intervenga in materie che invece sono di competenza di Regioni ed enti locali, creando problemi e rinviando le soluzioni.
Con l’attuazione del federalismo, se mai vedrà la luce, i limiti di intervento del Governo e quelli di Regioni ed enti locali dovrebbero essere marcati, secondo il noto principio della sussidiarietà, che è il fondamento dell’azione dell’Unione Europea.
Feb
09
2010
Nell’ultimo trimestre 2009 l’economia Usa ha avuto la crescita più alta degli ultimi  sei anni: + 5,7 per cento. Nello stesso periodo l’economia italiana ha avuto una crescita di un misero 0,6%. Bisogna tener conto che gli Usa hanno una popolazione di 300 milioni di abitanti contro 60 milioni di italiani, ma il Pil della prima economia del mondo è di oltre 13 mila miliardi di dollari contro poco più di 1.500 miliardi di euro della Penisola.
Sono due pianeti diversi ove nel primo il lavoro è dinamico, si entra e si esce con rapidità, nessuno cerca il posto fisso ma tutti vogliono crescere e, per crescere, diventano competitivi. Negli Stati Uniti è molto diffuso il venture capital, cioè il finanziamento di progetti ad alto rischio, sapendo in partenza che solo due su dieci hanno successo. Ma gli utili che producono questi ultimi coprono ampiamente le perdite degli altri otto che vanno in malora.
Questo meccanismo ha prodotto una serie di campioni a livello mondiale quali Steve Jobs (Apple), Bill Gates (Microsoft), Jimmy Wales (Wikipedia), Larry Page e Sergey Brin (Google)

Barack Obama è stato capace di ribaltare una situazione tragica dando ascolto alla mente acuta del presidente della Federal Reserve (l’Istituto di emissione) Ben Bernanke, che, proprio nelle ultime settimane, è stato riconfermato nella carica per altri quattro anni.
La politica del governo americano è stata quella di intervenire massicciamente nel settore dell’economia, principalmente in quello bancario e in quello dell’automobile, mediante prestiti e non contributi a fondo perduto, che già quest’anno incominciano a essere restituiti sia dalle banche che dalle case automobilistiche.
Ford sta riassumendo, General Motors non ha venduto l’Opel tedesca, la Chrysler, terza big americana sotto la cura di Sergio Marchionne sta riprendendo terreno. In Usa la tendenza si è ribaltata rapidamente.
La Cina, dal canto suo, continua a correre con una crescita del Pil di oltre il 10 per cento l’anno e non distante vi è l’India. Sembra incredibile accertare la capacità del popolo americano nel ribaltare una situazione che, a metà 2009, sembrava disastrosa.
 
Nel pianeta Italia l’economia, invece, langue perché soffocata da tante corporazioni che attingono alla greppia pubblica senza pudore. Quando si pensa che il bilancio pubblico è tuttora composto per il 93 per cento da oneri inderogabili, si capisce come la libertà di manovra sia ridotta all’osso.
Tale spesa rigida è conseguente ad un quadro normativo e procedurale che impedisce l’attuazione di una flessibilità efficace. Nel 2010, la spesa pubblica sarà pari al 51 per cento del Pil, più di 800 miliardi di euro, cioè in crescita rispetto al quinquennio precedente. Una spesa senza controllo perché i ministri fanno una politica clientelare e tirano il lenzuolo dal loro lato, non essendo statisti.
La spesa è senza controllo anche perché le amministrazioni non la legano ai risultati. Solo la verifica degli indicatori di performance consentirebbe di valutare la validità della spesa e, per conseguenza, le competenze e la professionalità dei dirigenti che la effettuano. L’ulteriore conseguenza sarebbe il rapporto tra performance e merito, da cui deriva poi la responsabilità di attuare una missione.

In Spagna, l’economia ha subìto più danni dalla crisi perché si era sviluppata di più. Ma Zapatero è corso ai risparmi del bilancio statale varando un piano di austerità che prevede un taglio di 50 miliardi di euro e l’aumento dell’età pensionabile per uomini e donne da 65 a 67 anni.
La strada dello sviluppo di qualunque nazione passa per una riduzione della spesa corrente (cattiva). Se i governanti italiani fossero virtuosi, potrebbero tranquillamente tagliare la spesa pubblica del 5 per cento, pari a una quarantina di miliardi, e destinare l’esubero finanziario in parte alla riduzione dell’enorme debito pubblico e, per l’altra parte, a investimenti in infrastrutture e modernizzazione dello Stato. Tutto ciò senza ridurre le spese sociali, ma tagliando sprechi, apparati, costo della politica.
Il quadro è chiaro, le soluzioni ci sono. Basta avere forza morale e politica, ed onestà per adottarle.
Ott
28
2009
Deve esser chiaro che per potere distribuire risorse ai più deboli e bisognosi, bisogna prima produrre ricchezza, diversamente si può solo distribuire povertà. La produzione di ricchezza, inoltre, libera ognuno di noi dai bisogni, almeno da quelli essenziali e quindi consente libertà d’azione e di pensiero. Chi ha bisogno del tozzo di pane è umano che ceda a qualunque ricatto di chi può darglielo. Per questa ragione i padri della Costituzione hanno inserito al primo articolo il diritto al lavoro e l’obbligo dello Stato di rimuovere ogni impedimento.
La ricchezza non si genera da sola, ci vogliono capacità, competenze, professionalità, tenacia e intelligenza. Tutti requisiti che ognuno di noi può acquisire con forte auto-addestramento, sacrifici e olio di gomito. Non c’è bisogno di essere geni per avere successo nella vita come persone, non solo nel proprio lavoro ma anche nella vita sociale.

La Sicilia produce un Pil intorno al 5 per cento di quello nazionale, per un ammontare di circa 80 miliardi (2008). Questo dato è rimasto fermo per gli ultimi quarant’anni, come abbiamo pubblicato il 6 giugno 2009. Si tratta di un dato di sintesi estremamente significativo perché indica la stasi, la decrescita o la crescita in relazione alla disfunzione o al funzionamento del sistema collettivo. Un governo, ci riferiamo a quello regionale, dovrebbe mettere al primo punto del suo programma la crescita del Pil come obiettivo di legislatura e, dal raggiungimento o meno di tale obiettivo, ogni elettore capirebbe se quel governo ha funzionato bene o male.
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, non ha inserito nelle sue dichiarazioni programmatiche, rese all’Ars il 18 giugno 2008, questo obiettivo, ma è sempre in tempo a farlo e noi glielo chiediamo con forza. Se indicherà ai siciliani la percentuale di Pil che intende raggiungere a fine legislatura (2013) rispetto al punto in cui è partito (2008) e l’obiettivo verrà raggiunto, in tutto o in parte, non vi è dubbio che gli sarà facile avere il consenso della maggioranza dei siciliani.
 
Allinearsi alla media nazionale, significa portare il Pil della Sicilia poco sopra l’otto per cento e cioè passare da 80 a 120 miliardi, con una crescita del 50 per cento in cinque anni, il che significa una crescita di 10 miliardi per anno. Non è un traguardo difficile ma sicuramente impegnativo. Se fosse comunicato a chiare lettere ai siciliani, comporterebbe mettere la camicia di forza a tutte le amministrazioni regionali e locali che sarebbero vincolate ad ottenere solidalmente questo risultato, indipendentemente dal loro colore politico.
Anche l’opposizione non potrebbe che convenire con questo obiettivo e conseguentemente sarebbe facile coinvolgerla, pur nel rispetto dei ruoli, per arrivare insieme al traguardo.
L’enorme gap della Sicilia rispetto alla media nazionale - per il momento omettiamo il raffronto con la Lombardia, con la Catalogna e con la Baviera - obbliga tutta la classe dirigente siciliana a unirsi accantonando le diversità, le beghe da comari, gli interessi personali e quelli delle corporazioni.

Dobbiamo tutti insieme portare il Pil della Sicilia a 120 miliardi nel 2013, ma questo risultato è irraggiungibile se non si batte il chiodo tutti i giorni, per informare e convincere l’opinione pubblica di questa imprescindibile necessità. A questo servono quotidiani e televisioni regionali,Tgr compresa. Tutti insieme i mezzi di comunicazione devono sostenere questo fondamentale obiettivo.
Nell’ambito del dato relativo alla produzione di ricchezza, vi è un secondo e non meno importante obiettivo che riguarda la sua stessa ripartizione: una parte deve essere destinata alla solidarietà nei confronti di deboli e bisognosi, non certo nei confronti di pelandroni che cercano uno stipendio qualunque indipendentemente dal suo collegamento con un lavoro produttivo.
Anche questo obiettivo deve essere indicato dal presidente Lombardo tagliando senza esitazione, invece, quella pioggia di contributi assistenziali della famigerata tabella H, che compare e scompare a ondate come se al posto dell’assessore alle Finanze ci fosse Mandrake.
Ott
20
2009
Le cifre maledette: 1757 miliardi di debito pubblico, 116 per cento del debito sul Pil e conseguente Pil 2009 stimato in 1510 miliardi. Con queste cifre, salta il banco del bilancio dello Stato. L’Unione europea, estremamente preoccupata, ha acceso i fari sulla situazione finanziaria dello Stato italiano, insieme ad altri quattro partner (Francia, Ungheria, Polonia e Portogallo). Però questi ultimi non hanno la montagna del debito italiano. Il debito comporta un onere per il bilancio dello Stato di circa 80 mld, mentre gli altri quattro partner hanno oneri dimezzati.
La conseguenza è che i 40 mld di oneri finanziari che non pagano vengono destinati a infrastrutture, le quali a loro volta aumentano la competitività del Paese. L’Italia corre con le pietre nelle tasche e la zavorra ai piedi. Evidentemente, non può che perdere.

La questione va affrontata di petto e spiegata bene ai cittadini dal Governo in carica, ma anche dall’opposizione. Il 25 ottobre non è lontano. Finalmente il 26 sapremo chi sarà il nuovo capo del Pd, il quale dovrà inserire nella scena italiana un suo programma per: a) ripristinare in tutto il settore pubblico l’ordinaria amministrazione, poggiata su fattori di efficienza ed efficacia, in base ai valori di merito e responsabilità; b) proporre un piano di stabilizzazione dei conti pubblici per ridurre anno dopo anno, l’enorme macigno del debito pubblico e quindi la sua incidenza sul Pil annuo; c) definire il piano delle infrastrutture, fra cui la sistemazione idrogeologica del territorio, per la quale la Protezione civile ha stimato un fabbisogno di 40 mld €.
Tale piano deve prevedere un forte potenziamento del trasporto su ferro, abbattendo drasticamente quello su gomma, sia nella dorsale nazionale che nelle aree esterne delle città. E anche al loro interno mediante sistemi di mobilità metropolitane.
 
Intanto, chi ha attuali responsabilità di governo ha il primario compito di indicare ai cittadini il piano di rientro del debito pubblico da qui a dieci anni, per riportarlo al coefficiente massimo previsto dal Trattato di Maastricht del 1992 e cioè al 60% del Pil. Nell’enormità di questo debito, l’attuale crisi c’entra poco, perché non sono certo dieci miliardi in più o in meno che ne cambiano la dimensione. C’entra, invece, il malgoverno di democristiani e socialisti, con la connivenza dei comunisti, di dodici anni (dal 1980 al 1992) e l’incapacità dei Governi di centrosinistra e di centrodestra a rimettere in linea i conti, dal 1994 ad oggi.
Sentiamo subito gli incompetenti a gridare che l’abbattimento del debito pubblico non è primario, perché sarebbe conseguente della diminuzione di servizi che si rendono ai cittadini. Costoro sono in malafede perché la diminuzione del debito e il mantenimento dei servizi sociali non sono in contrasto. Basterebbe infatti che si tagliassero sprechi e privilegi a livello statale, regionale e locale per abbattere di 20 mld € l’anno il debito.

Secondo il principio di sussidiarietà previsto dall’art. 118 della Costituzione, anche senza federalismo, i Comuni costituiscono le cellule principali dell’ossatura dello Stato. Quindi, la buona amministrazione degli Enti locali è alla base della riduzione del debito. I Comuni virtuosi avrebbero meno bisogno di trasferimenti dallo Stato, alleggerendone il peso.
Anche le Regioni possono operare facendo dimagrire e prosciugando le spese inutili e avrebbero quindi meno bisogno di trasferimenti da parte dello Stato. E infine quest’ultimo, dai minori trasferimenti a Regioni ed EE.LL. e da un dimagrimento forte della propria burocrazia, potrebbe diminuire le spese e creare un forte avanzo, comprensivo degli interessi sul debito pubblico, indispensabile per abbatterlo.
Insomma, si tratta di riportare la pubblica amministrazione, guidata da un ceto politico lungimirante, in un alveo di ordinaria e sana gestione della Cosa pubblica, evitando doppiopesismo, tagliando privilegi e utilizzando risorse umane e finanziarie strettamente necessarie alla produzione dei servizi e nulla di più. Un particolare premio dovrebbe essere dato a sindaci e presidenti di Regioni capaci di amministrare con la diligenza del pater familias.
Ott
02
2009
La legge prescrive che i clandestini vadano identificati, condannati ed espulsi. La legge non può essere disattesa, neanche con espedienti temporali, come accade per esempio nella Procura della Repubblica di Torino, ove i relativi processi sembrano siano messi in coda. La legge è legge e va applicata. Dura lex sed lex.
I centri di identificazione ed espulsione (Cie) sono stati istituiti per la bisogna, mentre non è possibile, in uno Stato moderno e ordinato, che vivano persone non identificate e non inserite nell’anagrafe.
È del tutto logico che la legge preveda il respingimento di coloro che abusivamente vogliono entrare nel nostro territorio nazionale senza passare per il vaglio delle agenzie dell’Onu, dislocate nei territori di partenza e abilitate a ricevere le richieste di asilo politico.

Quindi, Sì ai respingimenti e Sì all’integrazione. Vale a dire che tutti gli immigrati regolari hanno il diritto di partecipare alla vita della Comunità esprimendo anche il voto amministrativo, seppur dopo un periodo di permanenza in Italia di cinque o dieci anni. Certo, devono anche dimostrare di conoscere discretamente l’italiano e un minimo delle regole costituzionali e civiche.
Anche se dobbiamo rilevare come esse non siano conosciute dalla maggioranza dei cittadini italiani: un grave demerito della scuola, deputata a dare i rudimenti minimi di convivenza civile ai giovani che la frequentano. Un punto di disdoro di tanti insegnanti che sono capaci di protestare, ma quando è il momento di esercitare nobilmente la loro professione, non sempre dimostrano di averne i requisiti.
La scuola è il motore della cultura e del civismo. I docenti  non possono dimenticarlo, anche se quelli bravi sono pagati poco.
 
Secondo il Dpef, alla fine del 2009, il rapporto debito-pil sarà del 115,2%, il deficit 2009 balzerà al 5,3%, mentre il Pil avrà un calo del 4,8%. Dati disastrosi, ma poteva andare peggio. Nel caso dell’Italia, sono disastrosi perché si caricano su un enorme debito pubblico che, a luglio 2009, ammontava a 1.753,5 miliardi di euro.
Che c’entra tutto ciò con l’integrazione degli immigrati regolari e i respingimenti dei clandestini? C’entra, perché i costi dello Stato, sostenuti per i servizi ai cittadini, sono talmente elevati che non ci possiamo permettere di aumentarli ulteriormente offrendo solidarietà a chi è entrato nel nostro Paese di straforo. Mentre chi ha un contratto di lavoro, paga previdenza e imposte, nel tempo deve tendere a diventare cittadino italiano, con annessi e connessi.
Un poco di chiarezza sulla materia è indispensabile per evitare parole al vento. I fatti sono inoppugnabili, il resto è pura propaganda.

Il felice avviamento dei respingimenti, che, tradotto, significa evitare il lercio mercato di carne umana da parte di banditi, viene esercitato soprattutto in prossimità delle coste libiche, perché a detta di alcuni ministri tunisini, da noi interpellati personalmente, da quella terra nessuno parte. Chi prova a organizzare i barconi della morte viene messo subito in galera. Né barconi partono dall’Egitto, ove il regime di Hosni Mubarak ha fatto capire che quel Paese non consente questo tipo di disordine.
Respingimenti significa anche intercettare i barconi all’altezza di Malta o, comunque, in acque internazionali, prendere a bordo delle navi italiane i poveretti, rifocillarli, rimetterli in sesto e riaccompagnarli alle sponde d’origine.
L’Unione europea dei 27 Paesi non può lasciar soli i propri membri che si affacciano sul Mediterraneo e devono affrontare l’immigrazione clandestina. Però la Commissione e il Consiglio d’Europa hanno difficoltà a prendere in esame provvedimenti cui i partner del Mediterraneo dovrebbero attenersi.
L’Italia sta facendo pressione per ottenere una direttiva uguale per tutti, ma fino a oggi, né la sua politica estera, né i propri rappresentanti del Parlamento di Strasburgo hanno ottenuto qualche risultato. In attesa del quale è bene che i clandestini vengano ricondotti da dove sono partiti.

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