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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Politica

Lug
28
2012
 Chi mi legge da decenni sa che non sono mai stato tenero con il ceto politico perché essendo un attore primario, ha anche la responsabilità primaria di gestire l’intera società. 
Tuttavia, ho sempre sottolineato come una responsabilità non secondaria abbiano la classe dirigente e la borghesia tutta. Sia l’una che l’altra hanno avuto il torto di non indicare al ceto politico l’obbligo di ottenere il consenso su progetti alti che pensassero alle generazioni future piuttosto che sul clientelismo di basso rango, fondato sul favore e sullo scambio tra voto e bisogno. 
La parte peggiore della classe dirigente e della borghesia ha fatto patti scellerati con il ceto politico, per spartirsi le risorse pubbliche tanto faticosamente pagate da noi tutti contribuenti siciliani. Non è un caso che la Regione applichi la massima aliquota dell’Irap (4,82%), la massima aliquota dell’addizionale Irpef (1,73%) mentre i Comuni viziosi applicano anch’essi la massima aliquota dell’addizionale Irpef (0,8%).
Parti importanti della classe dirigente sono imprenditori e sindacalisti. Alcuni fra i primi hanno lucrato su contributi e agevolazioni (anche non meritati). Altri dei secondi (quelli che rappresentano i pubblici dipendenti) non hanno portato avanti un processo di equiparazione fra pubblici e privati, in modo da evitare che i primi fossero privilegiati rispetto ai secondi.  
 
 
La santa crisi, ormai lo scriviamo da molti anni, ha cominciato a costringere i responsabili delle istituzioni nazionali regionali e locali a tagliare gli sprechi, i favoritismi e i clientelismi. Ma il grosso dei tagli deve ancora arrivare. 
In base al patto fiscale, definitivamente approvato dal nostro Parlamento il 19 luglio scorso, molte Regioni ed enti locali sono da considerarsi in stato prefallimentare e quindi dovranno chiedere aiuto allo Stato centrale, il quale imporrà delle ferree regole di bilancio per rimettere in equilibrio i conti e ripianare le perdite con ulteriori sacrifici di bilancio.
Per questa operazione ci vogliono persone di grande capacità e professionalità, ma anche oneste, che taglino il grasso senza tagliare i servizi. Il grasso sarebbe l’apparato inutile che è servito solo per assumere personale, altrettanto inutile. è ora di cambiare radicalmente il modo di amministrare.
 
I sindacalisti regionali e provinciali, fra i quali ne conosciamo tanti molto bravi e onesti, devono guardare avanti e chiedere ai propri iscritti regionali di rinunziare alla quota di maggiore stipendio rispetto a quello degli statali. Devono chiedere ai pensionati iscritti di rinunziare a quella parte di assegno superiore a quello percepito dagli statali. Le imprese, dal loro canto, devono rinunziare a tutta quella massa di contributi che servono solo a mantenere in vita quelle che non hanno futuro, mentre vanno bene gli altri contributi che servono a sviluppare i progetti aziendali.
I politici veri facciano la loro parte rinunziando alla Legge 44/65 che equipara l’Ars al Senato, riportando le indennità dei consiglieri regionali (deputati) e di tutti i dipendenti a quelle dei consiglieri della Toscana o della Lombardia, con un risparmio secco di 100 milioni. 
Questi tagli, ed altri da noi elencati nelle pagine interne, comportano risparmi per 3,6 miliardi rispetto al bilancio preventivo 2012, con i quali si può riequilibrare la cassa e, cosa più importante, cofinanziare i fondi europei e statali, in modo tale da spendere subito tutti i 18 miliardi previsti dal Po 2007/13.
*** 
Nessuna parte economica, sociale e politica deve tirarsi indietro in questa situazione di gravissima crisi in cui verte la Regione. Gli ordini professionali devono dare un valido contributo alla risistemazione dei conti. Le banche che operano in Sicilia debbono fare opportuna e costante informazione, per indurre le imprese ad indirizzarsi verso settori d’avanguardia come la green economy, l’agricoltura innovativa e i servizi avanzati.
Rimettendo in equilibrio i conti della Regione, tocca ai Comuni inserire nei propri bilanci elementi di riqualificazione della spesa, tagliando tutta quella improduttiva, come abbiamo più volte pubblicato, in modo da recuperare risorse da destinare a cantieri, opere pubbliche e attrazione di investimenti nazionali e internazionali. 
Quanto precede non è esaustivo ma sarebbe un buon inizio. Metteteci testa. Ora, non domani. 
 
Lug
07
2012
Le elezioni primarie inventate dal Partito democratico non possono essere considerate delle vere e proprie elezioni, tant’è vero che legittimi sospetti hanno fatto pensare al voto interessato di partiti concorrenti, a favore di questo o di quel candidato. In Italia, le primarie sono un indegno teatrino, perché non governate da una legge che rende le norme uguali per tutti, mentre, così come sono, consentono arbitrii e distrazioni per favorire questo o quello.
Negli Stati Uniti, le primarie vi sono da decenni. Tutte disciplinate con una legge ferrea che consente a ogni Stato di eleggere i delegati alla Convention di agosto con il sistema maggioritario.
In altre parole, ognuno dei due o tre contendenti prende tutti i delegati di ogni stato. Quando si supera la fatidica soglia di 1.144 delegati, il candidato ha altissime probabilità di essere nominato per concorrere all’incarico di Presidente degli Stati Uniti, nel turno elettorale che si svolge sempre il secondo martedì di novembre, per poi procedere all’insediamento del neo presidente che si svolge sempre il 20 gennaio dell’anno dopo, che è dispari.

In Italia, si parla molto di approvare una legge che regoli le primarie, ma, in effetti, non c’è la volontà di procedere in questo senso, perché così tutti possono pestare l’acqua nel mortaio e prendere in giro i cittadini.
Io stesso, per provare la falsità di questo meccanismo, ho più volte partecipato alle primarie, pur non appartenendo né allo stesso partito, né ad altri partiti, in quanto sono un uomo libero. Tuttavia, votare è un diritto ma anche un dovere, a condizione che il proprio voto consenta un’innovazione della politica e, soprattutto, una pulizia rispetto a tanti collusi, corrotti, evasori e perfino condannati che ancora siedono in Parlamento e percepiscono regolarmente 20 mila euro al mese, oltre a trafficare, diffondendo corruzione.
Le primarie dovrebbero servire per eleggere i migliori soggetti della società (chiamarla civile è anacronistico perché non esiste la società incivile, a meno che non si intenda quella partitocratica), ma i migliori soggetti si possono selezionare se i senzamestiere fanno un passo indietro e non cerchino, invece, di arraffare posti, incarichi e altro.
 
Una legge che disciplini le primarie dovrebbe anche disciplinare il funzionamento dei partiti, lasciati liberi dall’attuale definizione dell’art. 49 della Costituzione. Tale articolo, però, ricorda che i partiti sono associazioni di cittadini e non di delinquenti che hanno lo scopo di derubare e di saccheggiare le casse pubbliche.
Intendiamoci, conosciamo moltissimi senatori e deputati onesti e capaci, molti consiglieri regionali onesti e capaci, molti consiglieri comunali onesti e capaci. Non bisogna mai sparare nel mucchio né prendere le persone come categoria.
I gruppi sono fatti da singole persone e ognuna di esse può essere altamente onesta e capace o altamente disonesta e incapace. Si tratta proprio di distinguere fra il grano e il loglio (Mt 13, 24-43).
Una legge sulle primarie che consentisse questa distinzione sarebbe utile ai cittadini. Essa dovrebbe prescrivere una reiscrizione ai partiti cui vogliano esprimere il proprio suffragio, in base ai certificati elettorali.

La farsa delle primarie ove tutti si iscrivono a prescindere del possesso dei certificati elettorali porta a risultati fuorvianti che non corrispondono alla situazione reale, con il risultato di far emergere candidati che la maggioranza dei simpatizzanti di un partito, magari, non vorrebbe.
Il disegno di legge prima richiamato che disciplinasse i partiti dovrebbe contenere i tre noti requisiti: statuto democratico standard, elenco delle entrate e delle uscite in un bilancio tipo e certificazione, da parte di società di revisione, dello stesso bilancio.
È inutile che Pd e Pdl continuino a parlare di primarie: si tratta di un imbroglio e di un inganno nei confronti dei cittadini. Dovrebbero, invece, promuovere la legge e approvarla in tempi brevi.
Questo e altro dovrebbero fare gli attuali partiti. Ma i loro dirigenti sono accecati e lontani dai cittadini, non accorgendosi di un suicidio che va avanti giorno dopo giorno nel crescere di un’indignazione non contro la politica, che è arte alta e nobile, ma contro la partitocrazia parassita, che succhia il sangue dei cittadini.
Mag
31
2012
Un recente rapporto della Uil ha evidenziato come nel settore dei politici a tutti i livelli (statale, regionale e locale) gravitino 1,3 milioni di persone, la maggioranza delle quali sono senzamestiere e dalle indennità percepiscono di che vivere, non sapendo fare altro.
Tutti costoro bruciano ben 24 miliardi di euro, tanto faticosamente pagati dai contribuenti onesti e per ciò stesso tartassati. L’indignazione popolare deve portare questo Governo a tagliare senza pietà questa uscita almeno del 50 per cento, con un risparmio netto di 12 miliardi. 
Per la verità, la Legge n. 191/2009 e la Legge 148/2011 avevano previsto tagli di assessori e consiglieri comunali e circoscrizionali, nonchè di una parte delle loro indennità, ma le Regioni a Statuto speciale, fra cui la Sicilia, non sempre le hanno recepite, perchè la pressione clientelare di chi pascola nel torbido prato della partitocrazia è talmente forte che i vertici sono ricattati e cedono alle richieste abnormi dei suddetti senzamestiere.

Per difendere l’esistente, la Pubblica amministrazione dei tre livelli, che costa centinaia di miliardi, adotta il classico metodo del muro di gomma in modo da non dare notizie a quei giornalisti che fanno il proprio mestiere e chiedono informazioni sulle spese, sull’organizzazione, sui risultati eventualmente raggiunti e su sanzioni o premi che si danno ai cattivi o ai bravi dirigenti.
I burocrati di tutti i livelli non capiscono che la trasparenza è un bene pubblico e ad essa corrisponde la democrazia. Senza trasparenza i cittadini non sanno cosa facciano i loro mandatari, i quali si sentono autorizzati a commettere ogni tipo di arbitrio a favore proprio, delle proprie tasche e di propri amici e parenti, in danno dei loro mandanti.
Quelli che precedono sono principi elementari ma, vedi caso, bisogna ripeterli continuamente per tentare di penetrare la voluta sordità di chi deve prendere decisioni a riguardo.
Oramai è noto a tutti che la Pubblica amministrazione è diventata la palla al piede dell’economia italiana, non solo perchè consuma risorse in modo ingiustificato, ma soprattutto perchè essa è permeata dalla cultura del favore, secondo la quale per fare camminare lungo procedimenti volutamente farraginosi i fascicoli, occorre la telefonata di questo e di quello.
 
La cultura del favore è frutto della voglia di corruzione che ha fatto tanti ricchi ed evasori e che danneggia la comunità nazionale, la quale è piegata da almeno tre immensi macigni: 130 miliardi di mancati introiti fiscali, 70 miliardi di corruzione, 100 miliardi almeno di attività illecite della criminalità organizzata. Trecento miliardi che, se recuperati in parte, risanerebbero le finanze.
Bisogna tener conto che Europlus del 25 marzo 2011 e Fiscal compact del 7 marzo 2012 obbligheranno l’Italia a tagliare 50 miliardi di debito pubblico per anno, per i prossimi 20 anni, in modo da riportarlo entro il limite massimo del 60 per cento del Pil.
Abbiamo sentito politicanti da strapazzo dire che seguire questo percorso è disastroso. Invece, va fatto, vendendo anno per anno una cifra corrispondente di patrimonio pubblico che comprende anche quote di società controllate dal ministero dell’Economia, per cui il rientro nel primo parametro di Maastricht potrebbe essere indolore.

Altra funzione ha invece la revisione della spesa pubblica sui primi cento miliardi di acquisto di beni e servizi (ogni prodotto deve costare la stessa cifra ad Aosta come a Pozzallo). In questo è stata coinvolta la Consip, ma manca ancora l’obbligo di legge di conformare tutti gli acquisti da parte di tutte le amministrazioni, ma proprio tutte, ai prezzi indicati nel sito della stessa Consip.
Il ministro Giarda ha detto che, dopo questo primo step, verranno aggredite spese pubbliche per altri 300 miliardi. Chi ha esperienza come il tagliatore di spesa e risanatore di bilanci, Enrico Bondi, sa che da questo lavoro si potrebbero ricavare 40 o 50 miliardi di risparmi, da destinare ad investimenti ed apertura di cantieri per opere pubbliche.
È noto agli economisti che 50 miliardi di opere pubbliche mettono in moto fra 300 e 400 mila posti di lavoro e accelerano un volano di fatturato di otto/dieci volte. Questa è la strada che il Governo deve percorrere: attivare tutti i canali moltiplicatori di produzione di ricchezza, oltre a immettere massicce dosi di fiducia nel Paese e nei cittadini. Tutti insieme per lo sviluppo.
Mag
30
2012
Gli attuali partiti, così come sono e come li hanno ridotti i partitocrati dei loro apparati, sono ormai dei cadaveri istituzionali. Il furore che cresce fra le gente comune nei loro confronti e di coloro che li rappresentano, aumenta di giorno in giorno, perché i cittadini si sono accorti che i comportamenti disonesti e clientelari hanno raggiunto vertici elevati, quasi come ai tempi delle coalizioni nefaste tra Dc, Psi, Pci e satelliti vari.
Dunque, questi partiti sono morti, ma come si diceva ai tempi del regno di Francia del XVII secolo: Morto il re, viva il re. Sì, viva i partiti perché c’è bisogno di essi se mantengono l’assetto costituzionale previsto dall’articolo 49 come libere associazioni di cittadini.
La loro degenerazione è conseguenza al fatto che i propri dirigenti se ne sentono padroni fino a disporre delle indebite risorse che la Comunità loro conferisce sotto forma di finanziamenti, rimborsi o altro, com’è accaduto ai nostri giorni alla Margherita (Lusi), alla Lega (Belsito) e ad altri.

La riforma dei partiti e la loro regolamentazione è assolutamente urgente, come l’altra riforma elettorale-costituzionale di cui abbiamo scritto ieri. Attraverso la cinghia di trasmissione, che sono appunto i partiti, i cittadini possono indirizzare la politica nazionale, regionale e locale. Ma essi devono essere espressione degli stessi cittadini, i loro quadri e dirigenti devono essere cittadini che fanno già il loro mestiere e che dedicano il loro tempo libero  alla politica come attività di servizio.
Comportamenti accaduti: ne sono stati esempi i radicali e ora i grillini. Fare cioè le campagne elettorali senza soldi e quindi tagliare drasticamente qualunque forma di finanziamento pubblico, salvo i rimborsi delle spese vive di cui dev’essere fatto un elenco tassativo.
Affinché i nuovi partiti ricavino un qualsivoglia finanziamento che pesi sui contribuenti ci vogliono diverse condizioni, più volte pubblicate su questo foglio: a) l’elenco delle spese ammissibili dianzi citato; b) un bilancio il cui schema sia obbligatorio; c) la certificazione di società di revisione iscritte alla Consob del medesimo bilancio; d) uno statuto di tipo obbligatorio che non sfugga alle regole di democrazia interna.
 
Tutto semplice? Neanche per sogno. Perché quanto enunciato trova il contrasto palese o occulto di tanta marmaglia che dell’attività partitocratica fa il proprio mestiere. Gente che non saprebbe cos’altro fare se fosse costretta a lavorare seriamente. E trova altrettanto forte contrasto, da parte di tante cariatidi che da 20 o 30 anni sono rimaste sulla scena politica ricevendone benefici finanziari e di potere di ogni genere, i quali non sono disponibili a ritornare nel loro stato di privati cittadini e lasciare campo a facce nuove.
Sulla novità dei nuovi dirigenti dei partiti molti hanno speculativamente impostato una falsa questione: largo ai giovani. Si tratta di pura idiozia. Non importa che un dirigente di partito sia giovane, importa che non abbia mai fatto politica, se non per servizio, che sia onesto e capace, che abbia letto almeno 1.000 libri.
Quest’ultima affermazione non sembri una provocazione, ma una condizione essenziale, senza della quale nessuno può fare politica. Infatti, sono necessarie una vasta conoscenza, un’approfondita cultura e la cognizione dei meccanismi in base ai quali la Comunità vive senza equità. 

Invito a leggere il Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau (1712 - 1778). Non è vangelo, ma indica direttrici importanti in base alle quali si capisce come la Comunità abbia necessità di regole chiare e trasparenti e altrettanta necessità di farle rispettare senza tentennamenti di sorta.
Sarebbe altrettanto interessante leggersi un volumetto di Thomas Moore (1779 - 1852), Utòpia, una immaginaria Comunità dove tutti danno senza nulla trattenere e prendono in base ai loro bisogni. Naturalmente è un’immagine filosofica non realistica, cui per altro tende la Bibbia, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, che non è fatto solo dai 4 vangeli ufficiali (Marco, Luca, Giovanni e Matteo) ma da ben altri otto che però la chiesa di Roma considera apocrifi. Morti i partiti, dunque, viva i partiti. Gli accenni che precedono inseriscono un altro valore indispensabile: l’Etica. Invito a leggere sulla materia il memorabile volume di Benedetto Spinoza (1632 - 1677).
Mag
22
2012
C’era da aspettarselo. Federico Pizzarotti ha preso 6 voti su 10 degli elettori di Parma. Qualcuno maliziosamente dice che il Pdl ha votato per lui, in modo da contrastare il candidato del Pd, Vincenzo Bernazzoli. Noi crediamo, invece, che quegli elettori abbiano voluto dare un segnale preciso non tanto nell’eleggere una persona nuova, al di fuori degli scadenti rituali, ma soprattutto contro i partitocrati che hanno rovinato l’Italia, agendo come feudatari dell’800.
Due dichiarazioni di Pizzarotti, fra le prime rilasciate, ci fanno capire che, almeno in potenza, la scelta è stata felice. La prima riguarda il fatto che egli sceglierà alcuni assessori e dirigenti in base alle competenze, anche fra persone che non conosce direttamente, purché i loro curricula siano di alto profilo professionale. La seconda riguarda l’opportunità che l’amministrazione comunale redigga un bilancio consolidato che riguardi la stessa e tutti i suoi enti e partecipate.

L’inizio è buono. Si tratta ora di vedere se Pizzarotti sarà capace di trasformare i suoi intendimenti in atti concreti. Il suo capo, il comico genovese Beppe Grillo, vorrà invece mettere in atto le castronerie che ha detto in campagna elettorale, tra cui che le banche debbono fallire, che il debito pubblico non debba essere pagato e che l’Italia debba uscire dall’euro.
Amministrare un Comune è una cosa serissima e ci vogliono competenze e professionalità. Staremo a vedere se il primo atto che disporrà Pizzarotti sarà quello di ordinare la stesura del Piano aziendale, cioè il percorso lungo il quale deve muoversi il convoglio di quell’amministrazione locale, stabilendo in partenza le fermate, il numero delle stesse, il tempo occorrente per raggiungere ciascuna di esse e, infine, la stazione finale.
Oltre al Piano aziendale Pizzarotti dovrà stabilire, se vorrà essere un bravo amministratore, le figure professionali di tutti i livelli, necessarie alla realizzazione del suo progetto, in base al Piano aziendale prima richiamato.
Dovrà inoltre occuparsi di un piano finanziario per risollevare la situazione tragica di quel Comune, anche con l’istituzione del Nucleo di polizia tributaria nonché del Nucleo investigativo affari interni in funzione anti corruzione.
 
A Genova, ha prevalso un uomo  appoggiato dalla Sinistra ma che proviene dalla società civile: Marco Doria. I problemi della città ligure sono enormi e fra essi il primo che citiamo è l’instabilità del territorio al quale dovrebbero essere dedicate molte risorse per metterlo in sicurezza.
A Palermo, sembra che abbia vinto il vecchio, cioè quello che incarna Leoluca Orlando, essendo già stato sindaco del capoluogo isolano due volte. Ricordo che quando venne al nostro forum, era il 3 novembre 1990, ci annunciò la sua fuoriuscita dalla Democrazia cristiana e la costituzione del suo partito La Rete. Quella fu un’effettiva novità, anche se, successivamente Leonardo Sciascia lo definì insieme ad altri, professionista dell’antimafia, proprio per questo eletto.
Fu un periodo buono nel quale la città rifiorì. Oggi i tempi sono molto più difficili perché sono finite le risorse e perché l’amministrazione comunale gode di oltre 8.000 dipendenti, quando invece con la metà potrebbe tranquillamente produrre i servizi per i palermitani.

Staremo a vedere se Orlando vorrà imprimere un percorso professionale alla sua attività seguendo le linee indicate prima a proposito di Pizzarotti. Staremo a vedere se Orlando, come prima mossa, predisporrà la richiesta di adesione all’Associazione nazionale dei Comuni virtuosi, per ottenere la quale dovrà ribaltare l’attuale situazione basata sul clientelismo più sfrenato che ha prodotto danni incommensurabili.
Orlando è stato eletto perché il Partito democratico, che fa riferimento a Cracolici e Lumia ha perso, in quanto ha voluto sostenere un governo regionale che del clientelismo ha fatto la sua linea conduttrice. Non  hanno capito che i siciliani sono stanchi di subire una linea partitocratica che favorisce una piccola parte di privilegiati e danneggia la stragrande maggioranza dei cittadini.
Chissà se Enzo Bianco abbia preso coraggio e si prepari alla contesa come candidato sindaco di Catania, che verosimilmente lo vedrà opposto a Nello Musumeci.
Mag
19
2012
Di diagnosi si può morire. Il più sapiente o il più ignorante ne spara una dopo l’altra. Pochissimi sono quelli che, valutati i problemi, pensano alle soluzioni migliori. è una questione di metodo, scriveva René Decartes (1596/1650), ma di metodo i Senzamestiere che fanno politica ne hanno poco, forse non ne conoscono neanche il vero significato. Solo chi ha esercitato nella propria vita un vero mestiere, con i rischi connessi, è abituato a essere esaminato in base ai risultati cui perviene. Sono infatti essi che impongono comportamenti e pesano le persone e il loro percorso.
La politica è una cosa seria, serissima. Non può essere improvvisata da gente che non ha letto almeno mille libri nella propria vita: una condizione imprescindibile per avere un minimo di conoscenza dei meccanismi della società nel suo complesso.
E tuttavia, nonostante tanti parlamentari nazionali non avevano un mestiere effettivo prima di essere eletti, una volta finito il mandato percepiscono un’indennità chiamata reinserimento, una specie di risarcimento per il periodo in cui non avrebbero lavorato.

Il reinserimento è una vera e propria truffa a danno dei cittadini per almeno due motivi: il primo perché vi sono tanti deputati e senatori che durante il mandato esercitano le loro professioni (pensiamo alla Bongiorno o a Ghedini) e quindi non avrebbero bisogno di questa specie di risarcimento per la poltrona perduta; secondo, se non avevano mestiere prima non si capisce perché debba essere indennizzato il ritorno a un mestiere che non hanno mai avuto. Per esempio, sono stati dati 307 mila euro a Clemente Mastella, 345 mila ad Armando Cossutta, 271 mila a Luciano Violante.
Nessun Senzamestiere dovrebbe essere candidato, perché non può rappresentare i cittadini, non avendo cognizione di come funziona la società moderna, mentre dovrebbero avere i calli virtuali nel cervello e/o quelli fisici nelle mani.
C’è poi la questione del rinnovamento del ceto politico: gente che soggiorna in Parlamento da decine di anni, occupando posti di responsabilità, che non ha intenzione di ritornare al proprio mestiere. Per favorire il turn-over basterebbe un articolo unico che stabilisce come nessun incarico istituzionale ai livelli nazionale, regionali e locali possa essere ripetuto dopo due mandati consecutivi.
 
In altri termini, un’alta politica dovrebbe avere un comportamento lineare che consenta una vera rotazione a chi è consecutivamente in carica per non oltre due mandati, utilizzati per perseguire obiettivi di interesse generale, non di parte o privati.
La questione non è di poco conto se ricordiamo che, per esempio, nelle ultime elezione di un’importante città come Palermo vi sono stati ben 1.300 candidati al Consiglio comunale e 2.200 ai Consigli circoscrizionali. Se non vi fossero le indennità, si candiderebbe solo chi intendesse esercitare la politica come servizio e non come mestiere.
Il commissario straordinario alla tosatura della spesa, mani di forbice Enrico Bondi, nominato in base al decreto legge 52/2012, ha appena iniziato il suo lavoro di ricognizione. Siamo convinti che presto presenterà proposte al Governo. Ma Camera, Senato e Quirinale hanno fatto sapere che non accettano nessun tipo di revisione.

La Casta non si tocca, i miliardi che spendono le tre istituzioni sono quasi tre. Occupano decine e decine di palazzi nel centro storico di Roma, pagando canoni di locazione molto superiori a quelli di mercato, per favorire i loro amici, riservano suite di 3-4 stanze con terrazza su Montecitorio agli ex presidenti della Camera (Casini e Bertinotti solo per fare due esempi) e via continuando con sprechi di ogni genere. è insopportabile constatare quanti privilegi abbiano gli ex di vario tipo, i quali sono veri e propri parassiti che consumano risorse dei cittadini, da indirizzarsi, invece, verso attività produttive e investimenti.
Un’ulteriore questione dovrebbe essere posta all’ordine del giorno delle riforme: legare l’attività di parlamentare, consigliere regionale e comunale, nonché Governo, giunte regionali e comunali alla capacità di far aumentare il Pil della propria amministrazione, in un certo periodo. Si tratterebbe di responsabilizzare i vertici istituzionali sull’elemento essenziale dell’equità di una Comunità. Produrre ricchezza per distribuirla adeguatamente in proporzione ai bisogni del ceto sociale più debole.
Mag
12
2012
Secondo gli ultimi sondaggi, i partiti godono della preferenza degli elettori nella misura del due per cento, gli astenuti e gli indecisi al voto oscillano tra il cinquanta e sessanta per cento, in tutti i programmi radio-televisivi, ove si dibattono i problemi dei cittadini, vi è un unanime coro di proteste contro i privilegi del ceto politico e di quello burocratico, nonché contro l’enorme spesa pubblica fatta lievitare in questi ultimi venti anni.
Il Documento di economia e finanza (Def) prevede per il 2012 una spesa di 725 miliardi, oltre ad interessi sul debito per 84 mld. Di fronte ai complessivi 809 mld di uscite, lo stesso Documento iscrive entrate per 782 mld. A bocce ferme, quest’anno il debito pubblico aumenterà, dunque, di ben 27 miliardi.
La situazione è grave ma non irrimediabile. Perché, da un canto, non è possibile aumentare le imposte e, dall’altro, c’è urgenza di reperire risorse per infrastrutture, opere pubbliche e sostegno alle imprese, esclusivamente per nuovi investimenti.

Ridotta all’osso, la questione riguarda l’assoluta esigenza di tagliare la spesa pubblica ed improduttiva, per aumentare quella produttiva di ricchezza. è perciò necessario tagliare tutti i rami secchi, ovunque essi si trovino, senza guardare in faccia nessuno.
Al riguardo, è stata felice la nomina di Enrico Bondi, il risanatore di Montedison e Parmalat, chiamato mani di forbice, per tagliare appunto la spesa pubblica improduttiva.
Bondi (da non confondersi con l’omonimo mellifluo ex ministro della Cultura), non ha voluto un euro di compenso, neanche a titolo di rimborso spese, in modo da avere le mani libere per operare nell’interesse del Paese. Siamo certi che qualcuno si metterà di traverso sulla sua strada:  verrà travolto o indurrà lo stesso Bondi a rinunziare all’incarico.
Altrettanto felice è stata la scelta del presidente del Consiglio nel nominare Francesco Giavazzi super tecnico nella revisione del mare magnum di agevolazioni alle imprese ed a terzi, col compito di tagliare quelle improduttive e qualificare quelle utili per sostenere i processi della produzione di ricchezza.
 
Terza nomina qualificata, quella di Giuliano Amato (detto Topolino o anche il dottor Sottile), persona di grande spessore culturale e di navigata esperienza, alla quale è stato affidato il compito di rivedere la spinosissima attuazione dell’art. 49 della Costituzione riguardante i partiti e precisamente: statuti standard e democratici per legge, bilanci preordinati, contributi e finanziamenti limitati e defiscalizzati, certificazioni di entrate e uscite, ammontare del contributo pubblico.
Non sappiamo quale dei tre incarichi sia quello più difficile, ma è da credere che sono tutti e tre molto delicati. Anche da essi dipende il futuro di questo Paese.
Però, il futuro di questo Paese dipende soprattutto dalla vera politica, non dall’attività partitocratica che lo ha rovinato. E neanche dall’attività clownesca di Beppe Grillo e neanche dall’attività conservatrice di tanti partiti di destra e di sinistra, i quali vogliono che tutto resti com’è per continuare nella loro azione parassitaria che beve il sangue dei cittadini.

Quando i cittadini protestano contro i privilegi del ceto politico-burocratico (ribadiamo che i dipendenti pubblici non vengono messi in cassa integrazione), si dice che facciano anti-politica. Si tratta di una comoda difesa di una situazione cristallizzata, che ha portato il Paese al fallimento. I tempi delle vacche grasse sono terminati da molto. Non è più possibile continuare in queste condizioni. è urgente una svolta.
Ha fatto bene Mario Monti ad uscire dall’angolo e a dire a chiare note ciò che va fatto, senza più mediare tra le esigenze corporative dei tre gruppi politici che lo sostengono, ma agendo nell’esclusivo interesse superiore dei cittadini.
Monti è stato accusato di timidezza, quando è stato il momento di tagliare la spesa, ma la nomina dei tre personaggi prima elencati ha fatto capire a tutti che il tempo delle chiacchiere, al riguardo, è terminato ed è cominciato quello dei fatti, senza se e senza ma. La verifica entro 60 giorni confermerà o meno questa aspettativa.
Mag
09
2012
Come previsto, gli italiani hanno calato la mannaia sulla partitocrazia. Di fatto, gli elettori hanno disgregato i tre poli, votando con estrema chiarezza contro i privilegi che dissennati partitocrati si sono riservati in questi ultimi vent’anni, facendo aumentare a dismisura la spesa pubblica che quest’anno, salvo imprevisti, toccherà la cifra record di 809 miliardi (interessi sul debito compreso), più del 51 per cento del Pil nominale (1588 mld).
La grave responsabiltà del Governo Monti di non aver messo mano al taglio della spesa pubblica e dei relativi privilegi è grande. Appare del tutto insignificante il primo taglio di 2,1 mld annunciato dal supercommissario mani di forbice, Enrico Bondi, entro il 31 maggio.
Oltre a tagliare i costi della politica (indennità ai parlamentari, bilanci di Camera, Senato e Quirinale, ministeri), bisogna tagliare i trasferimenti a Regioni e Comuni, in modo che essi siano costretti ad eliminare le partecipate (con Consigli di amministrazione e revisori dei conti), le indennità ai consiglieri regionali e comunali e mettere in Cassa integrazione, al 60 per cento dello stipendio, 1 milione di dipendenti pubblici dei tre livelli, esuberanti rispetto ai servizi da erogare ai cittadini.

Nel Nord Italia, vi è stato il previsto consenso al Movimento 5 Stelle del comico Beppe Grillo, che tale rimane. Il movimento si è ufficializzato ed è dunque diventato parte integrante dello scenario politico. Esso non è la soluzione della grave malattia che ha preso l’Italia per colpa dei partitocrati, ma è un anticorpo benefico per fare capire a costoro che la festa è finita, per la semplice ragione che i soldi sono finiti.
Non c’è più spazio per corruzione, sprechi, evasione fiscale e quant’altre storture hanno infierito sul nostro Paese e sulla stragrande maggioranza dei cittadini. Per esempio, la copertura della corruzione che si nasconde dietro gli acquisti di beni e servizi a prezzi superiori di quelli indicati sul sito della Consip (Concessionaria servizi informativi pubblici).
Un articolo unico dovrebbe essere inserito sul prossimo Decreto legge: nessun ente pubblico può acquistare beni e servizi a prezzi superiori a quelli indicati dal listino della Consip, pubblicati sul sito internet.
 
Altra nota di protesta è l’aumento dei non votanti, che raggiunge il terzo degli elettori (67,6 per cento), anche se si paventava che l’astensionismo avrebbe potuto superare il 40 per cento. L’astensionismo non è la soluzione dei problemi nazionali, perché chi si assenta ha sempre torto. Il cittadino deve sempre esprimere democraticamente la sua volontà. La protesta deve però manifestarsi dentro le urne e non fuori, esprimendo un voto nullo.
Il 20 maggio prossimo, con i ballottaggi, si completerà il quadro dei nuovi sindaci, ma i Consigli comunali sono già stati eletti e, quindi, i partiti, ormai poco rappresentati in quei consessi, hanno avuto la punizione che si meritano: la disgregazione, di fatto, dei tre poli.
Il Pdl è stato il più penalizzato, ma neanche Pd e Terzo Polo possono rallegrarsi. La situazione è chiara, bisogna voltar pagina domattina stessa.

Altro squillo di trombe contro la partitocrazia è arrivato dalla Sardegna, dove si è svolta una consultazione popolare con ben dieci quesiti referendari. Si paventava che essi non raggiungessero il quorum costitutivo (33,4 per cento), mentre esso è stato superato seppur di poco con il 35, 5 per cento: una vera iattura per i partiti.
Con quattro referendum sono state tagliate senza pietà altrettante Province, in via definitiva. Col quinto referendum sono state cancellate le indennità dei consiglieri regionali. Ben il 97 per cento ha scritto sì.
Poi vi sono stati cinque referendum consultivi che denotano una forte volontà politica di condanna per la partitocrazia: abolizione delle restanti quattro Province (Cagliari, Sassari, Nuoro ed Oristano), riduzione del numero dei consiglieri regionali da 80 a 50, riscrizione dello Statuto, abolizione dei Consigli d’amministrazione di enti e aziende regionali, primarie obbligatorie prima dell’elezione del presidente della Regione. Tutte indicazioni contro la partitocrazia.
Ora, urge promuovere analoghi referendum in Sicilia, che trovate  elencati in ultima pagina, per dare voce ai siciliani incazzati. Che dicono basta ai privilegi.
Mag
05
2012
L’osteoporosi è una malattia grave delle ossa che esteriormente tengono ancora ma, spesso, senza avvertire sintomi nè dolore, si rarefanno e si indeboliscono per la riduzione della loro sostanza e della loro struttura.
Come è noto ostéon vuol dire ossa e pòros vuol dire apertura, poro, tufo. Traslando quanto scritto prima, si può dire che si sta verificando per il nostro Paese l’osteoporosi del sistema partiti. Una sorta di atrofia e di debolezza di queste associazioni private, che non sono più in condizione di rappresentare i bisogni dei cittadini cui non sanno dare risposte, come previsto dall’art. 49 della Costituzione.
È questa la grave carenza dei partiti. Ciò accade perché i loro rappresentanti badano più agli affari propri e dei propri amici, dimenticando che, invece, sono al servizio dei cittadini.
e così, di scandalo in scandalo, di défaillance in défaillance, questi involucri apparentemente integri si stanno disfacendo al loro interno, vittime di questa particolare specie di osteoporosi.

Ormai tutti concordano che i partiti sono necessari, ma vanno regolati per legge con i tre strumenti più volte elencati: statuto democratico, contributi trasparenti, bilanci certi e certificati. Senza questi tre strumenti, i partiti saranno azzerati dai cittadini, disgustati di tutte le porcherie che avvengono al loro interno. Porcherie peraltro non nuove, se solo vogliamo ricordare i loro misfatti, dal dopoguerra in avanti con scandali a ripetizione, quinquennio per quinquennio, che sarebbe lungo riportare in questa sede.
Anzicché prendere atto di questo disfacimento, molti partitocrati stupidi dicono che l’ondata di indignazione, che si solleva ogni giorno di più dai cittadini, è antipolitica. Una mera stupidaggine detta da stupidi dei quali la madre è sempre gravida.
Il crinale fra utilità e danneggiamento dei partiti è limpido: se essi seguono e servono l’interesse generale sono utili; se danneggiano l’interesse generale vanno cassati dallo scenario politico e sostituiti da altri soggetti, che vivono per servire e non per servirsi dei cittadini.
Chi fa confusione su questa materia o non è dotato di intelligenza o è in malafede. La situazione è chiarissima, i danni che hanno fatto i partiti in questi ultimi vent’anni (e non solo) sono enormi. è il momento di dire basta.
 
Domani si svolgeranno le elezioni per 147 Comuni siciliani su 390, mentre quelle per alcune Province regionali sono state rinviate in attesa della riforma. A proposito della quale va ricordato che la legge Salva-Italia (L. 214/11, art. 23) ha svuotato le Province di tutti gli organi elettivi, cambiando le funzioni e le destinazioni delle loro attività. Ma tale legge sembra non sia applicabile in Sicilia, ove il preannunciato ddl di riforma giace nei cassetti delle istituzioni.
Nelle elezioni di domani, gli elettori siciliani si troveranno di fronte a una grave scelta: continuare a votare per i partitocrati, cioè quelli che fanno i loro interessi, o cercare candidati che non siano mai stati inquinati dalla politica e, quindi, come neofiti potrebbero fare gli interessi generali.
Questo foglio raccomanda di non votare i partitocrati, anche se fra essi ve ne sono alcuni intelligenti, capaci e onesti. Non votare i partitocrati perché sono proprio loro che uccidono la politica. è il minimo che si debba fare.

Quali sono gli elementi di valutazione per dare il proprio suffragio? Per quanto riguarda gli uscenti, verificare che cosa hanno realizzato concretamente nel periodo della loro gestione, senza farsi imbonire dalle mille giustificazioni quasi sempre fasulle. Insomma, restare esclusivamente sui fatti e sulle azioni compiute. Più precisamente sui risultati conseguiti.
Se le risorse sono state spese bene, se i servizi sono migliorati, se l’evasione e la morosità sono state debellate, se è stato redatto un Piano aziendale fatto delle sue quattro sezioni tipiche (programmazione, organizzazione, gestione e controllo) e così via.
Chi non avesse realizzato in tutto o in parte quanto precede, deve sparire dall’agone politico. Chi avesse approfittato delle partecipate che gestiscono i servizi locali o altri enti, per infarcirli di trombati e amici, va spazzato via.
Nel versante dei neofiti, bisogna verificare i curricula professionali, in modo da evidenziare se hanno realizzato progetti e conseguito risultati anche nella loro vita sociale e privata. Ci rendiamo conto che scegliere non sarà facile, ma l’Alta Politica merita attenzione, capacità e sforzo.
Apr
12
2012
La Corte dei Conti ha fotografato un dato che la gente conosceva già: il dilagare della corruzione nella Cosa pubblica, che sta infettando sempre di più le sue parti e finirà col distruggerne definitivamente la credibilità.
La credibilità di chi? Ovviamente di chi la gestisce, e cioè il ceto politico e quello burocratico. La legge anticorruzione, in applicazione della Direttiva europea 173/1999, dopo ben 13 anni non ha visto ancora la luce. Pare che l’attuale ministro della Giustizia, Paola Severino, abbia messo mano a un apposito disegno di legge che integra e corregge quello depositato alla Camera da oltre due anni, cercando di ottenere il consenso dei tre poli che sostengono il Governo Monti.
Il Pdl è il partito che ha mostrato maggiore ritrosia, forse perché teme dalla nuova legge una falcidia di molti dei propri aderenti, probabilmente invischiati in atti corruttivi. Neanche la Lega si sente fuori da questi possibili riflessi.
Nemmeno la parte del Partito democratico che fa riferimento all’ex Margherita riesce a non temere le sanzioni penali. E neppure quella parte del Partito democratico coinvolta negli scandali della Puglia e della Lombardia con Tedesco e Penati.

Perché la corruzione si è estesa a macchia d’olio, in misura superiore al 1992-1993? Probabilmente perché non sono state semplificate le procedure burocratiche, non sono state inserite vigorose sanzioni a carico dei dirigenti pubblici e non sono stati previsti tassativi controlli.
Com’è noto, le procedure volutamente tortuose e farraginose inducono gli aventi interesse a oliare le ruote.
C’è stata una diffusione della cultura del favore senza la quale non si può ottenere una concessione o un’autorizzazione in tempi europei. C’è stato un continuo calpestare le più elementari regole etiche che devono soprassiedere a ogni attività pubblica. C’è stata una diffusa deresponsabilizzazione di tutti coloro che avevano l’obbligo di raggiungere obiettivi e, pur in assenza di risultati, hanno ricevuto premi o non sono stati opportunamente puniti.
In ogni caso, 60 o 70 miliardi dovuti alla corruzione, come ha certificato la Corte dei Conti, sono una cifra molto grande e, peggio, propedeutica di ulteriori nefasti danni. Primo fra i quali il sostegno a privilegiati contro comuni cittadini.
 
Non sono indenni da colpe professionisti e imprese che gravitano attorno al mondo degli appalti di opere e forniture di servizi pubblici. Gli arresti di queste settimane dimostrano, qualora ce ne fosse stato bisogno, come il malaffare sia diffuso nel sistema delle opere pubbliche.
I leghisti, che lo scandalo Belsito ha relegato nella Bolgia dei ladri, non hanno più titolo per invocare la morale pubblica, anche se dalle amministrazioni locali controllate dal partito di Bossi non sono ancora emersi casi di corruzione. Mentre il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni, è a pieno titolo all’interno dell’inchiesta sulla corruzione che ha colpito il vertice politico-istituzionale della Lombardia, salvo il presidente Formigoni.
La corruzione ha un ulteriore aspetto negativo: fa spendere risorse pubbliche senza la finalità dell’interesse generale che esse debbono avere perché finiscono nelle tasche di privati cittadini anziché in quelle di chi effettua servizi o costruisce opere.

Tutto questo accade perché, come prima si scriveva, non è stata ancora approvata una legge sulla corruzione, ferma ed efficace, per punire tutti gli attori di questo desolante spettacolo. E accade perché le sanzioni sul ceto burocratico di carattere civilistico e funzionale sono inesistenti e mai applicate, in quanto non è stata ancora istituita l’Autorità di valutazione dell’efficienza e dell’efficacia di ogni dirigente pubblico. è infatti impensabile che sia un dirigente a sanzionare un altro dirigente per la nota regola che cane non mangia cane.
Le sanzioni, comunque, non bastano. Per capire se un dirigente si comporta adeguatamente al suo incarico è necessario che a monte di un’organizzazione della branca amministrativa o di un Ente pubblico vi sia un Piano aziendale con le sue quattro sezioni: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Senza di esso la burocrazia cammina priva di meta e quindi priva di punti di riferimento.
Il quadro è chiaro, solo i finti orbi fanno finta di non vederlo.
Apr
07
2012
Il leader di Fli, Gianfranco Fini, non sapeva che il cognato Tulliani avesse comprato casa a Montecarlo coi soldi del partito avuti in lascito da una signora.
L’ex ministro Claudio Scajola non sapeva che la sua abitazione “vista colosseo” fosse stata pagata da altri.
L’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha raccontato la bufala che l’affitto di 4 mila euro al mese dell’immobile lo pagava non già 4 mila euro in una sola volta, ma mille euro in contanti a settimana.
L’ex ministro Rutelli non sapeva nulla delle appropriazioni di Lusi, tesoriere della Margherita.
Per ultimo, in ordine cronologico, scopriamo che l’adamantino Umberto Bossi non sapeva che: a) la sua residenza di Gemonio fosse stata ristrutturata coi soldi del partito; b) che suo figlio Riccardo amasse girare in Porsche, effettuare viaggi con ricchi alloggi e altre spese coi soldi del partito; c) che la moglie Manuela Marrone avesse chiesto un milione dal partito per la sua scuola di formazione; d) che l’altro figlio Renzo, il “Trota”, avesse utilizzato denari del partito anche per il suo diploma.

Partito democratico e Sinistra ecologia e libertà non sapevano di tutte le porcherie che aveva combinato il senatore Alberto Tedesco, ex assessore alla Sanità in Puglia. Il Pd non sapeva delle porcherie che aveva combinato Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano.
La Lega non sapeva nulla del malaffare di cui è accusato il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Davide Boni. Il Movimento per l’autonomia non sapeva nulla delle relazioni fra il suo leader e settori non qualificanti della società siciliana. L’elenco potrebbe continuare fino alla fine di questo editoriale. Perciò ci fermiamo.
Il comune denominatore fra i soggetti elencati è il disprezzo verso i cittadini e le imposte che tanto faticosamente pagano. Il disprezzo per le istituzioni e il disprezzo per gli elettori che hanno dato il voto come espressione di fiducia. Una sporcizia generalizzata, nefanda e maleodorante che pérmea tutti gli strati della società.
Ovviamente l’opinione pubblica non crede che nessuno sapesse, ma crede che tanti partitocrati abbiano agito consapevolmente, ritenendosi al di sopra della legge e, quindi, impunibili. Ovvero hanno ritenuto che non sarebbero stati mai puniti.
 
Per fortuna ci sono i giudici che stanno facendo emergere la nuova stagione di mani sporche. I procuratori della Repubblica ed i loro sostituti fanno un lavoro encomiabile, salvo alcuni eccessi, e vanno sostenuti dalla gente perbene fino in fondo, come si fece nel 1992.
Solo loro possono aprire il vaso di Pandora per fare uscire quel verminaio da partiti e partitocrati, con i loro interessi privati che hanno bloccato la crescita dell’Italia in questi vent’anni, di destra, di centro e di sinistra.
Ribadiamo ancora che quello che scriviamo non è antipolitica: i partiti sono indispensabili cinghie di trasmissione tra cittadini e istituzioni, ma debbono essere puliti e i loro responsabili avere il senso dell’onore, del dovere e del servizio, senza di che sono semplicemente dei mentecatti che sfruttano il mandato ricevuto. Un’ignominia politica che va stigmatizzata con forza affinché cessi.

Sia ben chiaro che le accuse non sono condanne. In molti casi esse si sono rivelate prive di fondamento. Ma è altrettanto chiaro che esiste un comune denominatore che fa capire come molti partitocrati abbiano perso contatto con la realtà e si ritengano al di sopra di tutti.
ABC (Alfano, Bersani, Casini) hanno detto prontamente che presenteranno un disegno di legge contro il finanziamento occulto dei partiti e contro la corruzione insita in essi. Attendiamo di leggerne il testo per capire se è efficace oppure se si tratti della solita presa in giro. Attendiamo anche di vedere se il Parlamento, cioè i partiti di ABC, approvino in tempo reale la legge anticorruzione, anche in esecuzione della Convenzione di Strasburgo del 1999.
Ancora, attendiamo ABC al varco, se depositino un disegno di legge, da fare approvare tempestivamente, in attuazione dell’art. 49 della Costituzione, avente come pilastri: statuto standard dei partiti, bilancio standard, obbligo di certificazione dei bilanci, rimborsi spese a piè di lista.
L’opinione pubblica è indignata ed esacerbata anche perchè i sacrifici stanno mordendo le carni e imponendo lacrime e sangue. I cittadini non ne possono più di vedere questi abusi. è ora di smetterla. Sul serio.
Mar
07
2012
La falsa distinzione tra società civile e politica ha nauseato, perché la società è una sola e in essa interagiscono le varie parti, tra cui quella politica. La vera distinzione andrebbe fatta tra società e partitocrazia, un corpo estraneo che, approfittando della vaghezza dell’articolo 49 della Costituzione, è diventato un parassita onnivoro che vive a spese della Comunità, senza nulla dare in cambio.
I partiti dovrebbero essere regolati per legge, almeno su due punti fondamentali: lo statuto interno che assicuri un’effettiva democrazia; la certificazione dei bilanci da società di revisione quotate in Borsa. Solo in presenza di questi due elementi, si potrebbe consentire il finanziamento dei partiti da parte della fiscalità generale. E così non è.
Vi è un terzo punto che andrebbe disciplinato: quello delle Primarie, diventate una burletta perché nessuno è in condizione di dire quanto esse siano vere e quanto false.

Le primarie sono alternative ad una legge elettorale sul modello di quella dei sindaci, perché il primo turno, di fatto, è una selezione di tutti i candidati presentati da coalizioni caleidoscopiche e trasversali.
Il Partito democratico è stato colpito duramente dalle Primarie. Il suo candidato ufficiale è stato abbattuto nella Regione Puglia, con la vittoria di Vendola; a Bari, con la vittoria di Emiliano; a Genova con la vittoria di Doria e, per ultimo, a Palermo, con la vittoria di Ferrandelli.
Se anche gli altri partiti facessero svolgere le Primarie, emergerebbe un dato comune, ormai chiarissmo: i cittadini non sopportano più la dittatura dei partitocrati che occupano senza alcun titolo i vertici di queste associazioni di cittadini.
Non li tollerano, perché sono sempre lì da venti o trent’anni, contrariamente a quanto accade in tutti gli altri Paesi europei, ove i leader hanno tra i quaranta e i cinquant’anni di età.
L’unica ribellione dei cittadini è quella di abbattere i candidati ufficiali, cosa che sta accadendo. Se anche gli altri partiti ricorressero a queste Primarie, non disciplinate per legge, emergerebbe con chiarezza il dato che abbiamo registrato. La questione è chiara e non la vede solo chi non vuole vederla.
 
I partitocrati sono una casta aggrappata ai privilegi di ogni genere, tutti a spese dei cittadini. In tempi di vacche magre, non hanno avuto la dignità di tagliare del cinquanta per cento i propri emolumenti e quella parte di spesa improduttiva che serve solo ad alimentare, direttamente e indirettamente, la loro attività egoistica.
I partiti sono necessari, ma solo se divengono strumenti dei cittadini e non, invece, usino i cittadini come loro servi. I partiti devono concorrere alla politica nazionale, purché non significhi piegarla ai loro interessi, com’è accaduto almeno negli ultimi trent’anni.
Così agendo vincono gli outsiders, perché è un modo per manifestare protesta contro chi fa prevalere l’interesse di parte su quel valore fondamentale che è l’interesse generale. 
I partitocrati sono sordi perché non vogliono sentire. Così facendo, s’isoleranno sempre di più e verranno inesorabilmente emarginati.

Se il Pd piange, il Pdl non ride. In calo vertiginoso di consensi, prossimo alla soglia del venti per cento. Anche in quel partito lo statuto è antidemocratico e quando designa i candidati, perde. La vicenda siciliana del 2001, quando vi fu il 61 a 0, è irripetibile, anche perché l’artefice di quel successo, Gianfranco Miccichè, ha fondato un suo partito che flirta ora con Lombardo, ora con Cracolici, ora con Alfano, ora con D’Alia.
Lo stesso Casini, un vecchio democristiano di tipo andreottiano, è sempre pronto a comprare il pane nel forno a lui più conveniente. Altro che l’interesse generale.
I tre poli si devono profondamente rinnovare, perché dopo l’era Monti, ai cittadini martoriati dalle tasse interesserà sapere chi li porterà sulla strada della crescita, dello sviluppo e dell’occupazione. Il processo inaugurato da questo governo potrà dare frutti nel medio periodo, a condizione che la sua azione sia proseguita nella prossima legislatura, su cui dovrà vegliare un presidente della Repubblica carismatico, come Napolitano, perché no?, riconfermato.
Feb
21
2012
L’articolo 49 della Costituzione recita che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti..., ma non prevede che essi possano essere finanziati col denaro pubblico. Nel momento in cui il ceto politico ha deciso di finanziarli, nel corso di questi oltre sessant’anni, non ha contestualmente previsto la loro regolamentazione per legge su due punti fondamentali: il funzionamento democratico interno e l’obbligo di redazione del bilancio, sottoposto a certificazione.
Tutto è stato lasciato al libero arbitrio di un ceto politico che nel tempo ha perso la via dell’etica per percorrere quella del malaffare e del parassitismo.
Venerdì 17 è scaduto il ventesimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, sorpreso con una tangente di sette milioni di lire. Da lì è nata l’ondata di sdegno dei cittadini, che ha supportato la benemerita azione del pool della Procura di Milano, azzerando la classe politica dominante, seppur risparmiando in parte il Partito comunista.

La questione non è finita lì, perché con un’opera di trasformismo, dopo un po’ e nonostante il referendum del 1993 che ha abrogato la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, il Parlamento si è approvato diverse leggi, tra cui la n. 51 del 23 febbraio 2006, con la quale è stato stabilito un rimborso ai partiti nella misura di 5 euro per il numero di voti raccolti.
Ai partitocrati premeva ottenere il finanziamento, ma non hanno colto l’occasione per moralizzare i loro organismi, inserendo nella legge i due obblighi prima citati: norme democratiche e bilancio certificato. L’assenza delle predette norme, che avrebbero bilanciato il finanziamento, può fare affermare che i partiti si sono messi in uno stato di illeceità politica, pur protetti dalla loro legge. 
Tale assenza denota la malafede dei partitocrati, i quali hanno stabilito di succhiare il sangue dei cittadini come veri parassiti, ma non di dare loro conto né del funzionamento democratico interno e neanche di come spendono i loro soldi.
Una vera porcheria che il professore Monti deve affrontare, non già sostituendosi al Parlamento, ma riportando nello spending review un deciso taglio a tale rimborso, per evitare  l’arbitrio fino ad oggi perpetrato.
 
Senza i controlli interni e i bilanci certificati si sono verificati quegli episodi di malaffare, tra cui la recente appropriazione di ben tredici milioni di euro di fondi della Margherita da parte di tale Lusi, ovvero la distrazione delle somme dell’ex Msi per acquistare un immobile a Montecarlo, o anche la guerra senza esclusioni di colpi per il patrimonio immobiliare e la liquidità dell’ex An, confluiti in una fondazione, la cui gestione è del tutto incontrollata.
Insomma porcherie su porcherie, distrazioni su distrazioni, abusi su abusi, tutti a spese dei cittadini. Una situazione del genere va sbloccata e cambiata radicalmente, perché non è più possibile consentire un’ulteriore porcheria che è quella di pagare i contributi per ogni voto, anche quando la legislazione si conclude prematuramente. Con l’effetto che, nel 2009 e 2010, le casse pubbliche hanno pagato ai partiti sia i contributi della tornata elettorale del 2006, conclusasi nel 2008, che quelli della tornata elettorale del 2008, ancora viva.

Del peggio c’è il peggiore. I rimborsi di cui alla legge citata, in effetti, diventano guadagni, perché sono molto superiori alle spese effettivamente sostenute. Ecco il trucco che pochi conoscono. Per esempio il Pdl ha incassato 206 mln a fronte di spese per 54 milioni, cioè quasi il quadruplo. Il Pd ha incassato la cifra di 180 milioni, a fronte di spese effettive per 18 milioni, dieci volte di più. Tralasciamo gli altri partiti che hanno goduto di vantaggi similari, per non tediarvi.
Dal quadro che abbiamo disegnato, si capisce perfettamente che i parlamentari sono in gran parte privi di un codice etico, che fanno politica per interessi propri o di parte, che di fatto esercitano un mestiere e non una nobile arte che dovrebbe concretizzarsi in un servizio ai cittadini.
La conseguenza dell’assenza del codice etico nella coscienza di gran parte dei parlamentari, dei consiglieri regionali e comunali, è che non agiscono secondo il principio di equità, ma secondo quello della prevaricazione sui ceti più deboli.
Per fortuna, vi sono ancora uomini politici onesti e capaci, anche se in minoranza. In essi è riposta la speranza di un cambiamento radicale. Ora, non domani.
Gen
11
2012
Qualche giorno fa ho detto a Zapping: “Sono d’accordo nel tagliare il 50 per cento del numero dei parlamentari e dei consiglieri regionali, il 50 per cento degli stipendi e indennità, il 100 per cento dei vitalizi e delle indennità di fine mandato. Riduciamo i costi della politica. Inviate le vostre adesioni a zapping@rai.it”
Con me, decine di altre persone hanno ripetuto l’invito e, quel che più conta, moltissimi radioascoltatori, parlando con Aldo Forbice, inventore e conduttore del programma, hanno ribadito l’impellenza di tagliare i costi della politica, inutili e improduttivi.
Di fronte a questo corum populi, il ceto politico fa orecchie da mercante e resiste in una posizione insostenibile, non accorgendosi della valanga che sta per arrivare loro addosso, travolgendoli.
L’impudenza del ceto politico è arrivata alle stelle. Viaggiando sugli autobus, sui treni, frequentando il barbiere, il salumiere, il supermercato, si sente in maniera diffusa lo stato d’animo del popolo che, dice qualcuno, ragiona più con la pancia che con la testa.

Quel che più conta è la diffusione in quasi tutti i quotidiani, settimanali e mensili, di questo stato d’animo.  Non si sa mai se la stampa sia portavoce degli umori della popolazione ovvero ne sia la guida. In ogni caso, questa sensibilità, contraria a un ceto politico che ha accentrato in questi decenni innumerevoli privilegi, c’è tutta e nessuno la può smentire.
Quando un parlamentare porta a casa oltre ventimila euro al mese - più le indennità per incarichi interni, come quello di questore, segretario, presidente e vicepresidente di commissione, cui si aggiungono benefit sotto forma di ampi uffici, portaborse, auto, autisti, telefoni e viaggi gratis - come può pensare che chi porta a casa, invece, 1300 euro al mese e deve mantenere una famiglia di quattro persone possa sopportare questo stato di cose?
I privilegi dei parlamentari nazionali, purtroppo, sono stati mutuati dalla Regione siciliana, che è l’esempio del malcostume a livello nazionale, col presidente che percepisce 28 mila euro al mese e gli assessori venti mila euro al mese. è una situazione insostenibile che va radicalmente cambiata. Ora!
 
Sarà saggio il ceto politico italiano nell’autoridursi gli enormi privilegi? Sarà capace di eliminare il finanziamento pubblico dei partiti che, ricordiamolo, non è un rimborso delle spese vive sostenute, ma una dazione superiore nettamente alle spese della campagna elettorale. Per cui il rimborso si trasforma in un guadagno al netto di tasse e, quel che è peggio, non controllato da nessuno, in quanto non c’è obbligo per i partiti di formulare bilanci certificati?
Miliardi e miliardi vengono spesi dallo Stato per finanziare parassiti, gente che, senza alcuna dignità, specula sulle fasce medie e basse della popolazione che vive, magari, si fa per dire, con 500 euro al mese.
Faccia di tolla! Si dice in genovese. Faccia di bronzo, in italiano, su cui si possono accendere i fiammiferi! Non è il caso di accentuare i toni perchè la questione è di per sé oggettivamente grave. Però è necessario che l’opinione pubblica non molli la presa e continui a battere sul ceto politico, per arrivare all’indispensabile obiettivo di tagliare i costi relativi.

Poi c’è l’altra questione dei tagli al ceto burocratico. Anche qui è insopportabile continuare a pagare stipendi senza alcuna finalità che è quella di produrre servizi di qualità, con i costi più bassi. Se in tutte le branche amministrative dello Stato mancano i piani aziendali non è perchè non vi siano adeguate professionalità, bensì perchè i piani aziendali irregimenterebbero come una camicia di forza tutte le attività.
Così facendo nessuno potrebbe andare fuori dai binari o, come si dice per i bambini, potrebbe fare la pipì fuori dal vasino.
Il governo Monti, con la sua legge Salva Italia ha trasformato le Province istituzionali in Province consortili, mutuando una nostra vecchia proposta, non perchè Monti abbia letto i nostri editoriali, ma perchè si tratta di una questione di buon senso.
Le Province sono utili purchè non servano come posti di lavoro per i senza mestiere. I Consigli formati dai sindaci non costeranno nulla; presidente e assessori, formati sempre da sindaci, non costeranno nulla. I dipendenti, prestati dai Comuni, non costeranno nulla.Un risparmio sicuro e netto.
Ott
11
2011
Il decreto sullo sviluppo, indispensabile per l’Italia, slitta ancora fino al 20 di ottobre. Un ritardo deplorevole e dannoso, perché c’è bisogno di una svolta immediata nella conduzione economica del Paese. Il gioco delle tre carte che in atto esiste fra Berlusconi e Tremonti è falso. Secondo autorevoli quotidiani, il presidente del Consiglio vuole risorse per finanziare la crescita e Tremonti non vuole aprire i cordoni della borsa per mantenere inalterati i saldi che condurranno al pareggio di bilancio, nel 2013.
Il problema è falso per la semplice ragione che è impossibile, a questo punto, variare il percorso per la golden rule, mentre servono urgentemente risorse per finanziare i piani di sviluppo, sia di opere pubbliche che di sostegno all’imprenditoria, soprattutto quella che esporta.
Dove prendere tali risorse? La risposta è facile: prenderle dai risparmi sulla spesa corrente. Ma per risparmiare occorre tagliare gli stipendi abnormi ai pubblici dipendenti e tagliare il loro numero. Tagliare le pensioni di anzianità e altri privilegi.

Occorre anche eliminare tutte quelle forme assistenziali che il ceto politico si è autovotato e che è inutile elencare perché sono ben note ai lettori. Occorre tagliare la dotazione del Servizio sanitario, che spende oltre 106 miliardi, procedendo alla sua riorganizzazione che dovrebbe dare efficientamento a un sistema che attualmente non lo possiede, con l’adozione dei costi standard.
Vi sono centinaia di capitoli di spesa corrente, nel bilancio pubblico, che possono essere ridimensionati cospicuamente ottenendo altrettanto cospicuo risparmio. Un Governo fatto di statisti procederebbe senza indugio in questa direzione, recuperando immediatamente tutte le risorse necessarie agli investimenti.
Vi è poi l’altra gamba su cui potrebbe camminare lo sviluppo e cioé quella delle liberalizzazioni. Anche in questo caso un Governo di statisti andrebbe diritto allo scopo, senza preoccuparsi delle lamentele di questa o quella categoria. Il primo provvedimento dovrebbe essere quello di eliminare il monopolio dei servizi delle società locali, create appositamente da Regioni e Comuni per metterci dentro tutti i propri raccomandati, alias galoppini elettorali.
 
Anche da questo taglio vi sarebbero cospicui risparmi, che potrebbero essere girati a investimenti, soprattutto in opere pubbliche, delle quali il Paese ha una fame atavica.
Come vedete, la questione è semplice. Fa specie che i grandi quotidiani e tanti giornalisti competenti non facciano trapelare questa fotografia lampante e si trastullino alimentando il diverbio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, senza individuare la causa di questo scontro. Il primo non vuole scontentare le fameliche corporazioni, il secondo non può aprire i cordoni della borsa, ma potrebbe girare i risparmi della spesa corrente in investimenti, sol che Berlusconi avesse il coraggio di tagliare i privilegi delle diverse Caste.
Non sappiamo cosa il Governo porterà all’attenzione dell’opinione pubblica il 20 ottobre prossimo, ma abbiamo l’impressione che non avrà il coraggio di fare barba e capelli a quelli che stanno bene e che non hanno alcuna intenzione di fare sacrifici come li sta facendo tre quarti della popolazione.

Sembra incredibile che una questione così elementare non venga all’attenzione per quella che è. Così non si informa l’opinione pubblica, così non si procede verso l’essenziale aumento della ricchezza, cioè del Pil. Quest’ultimo rimarrà inchiodato sullo 0,2 o 0,3 per cento nel 2012, a bocce ferme. Mentre un cambio di passo in questi ultimi due mesi potrebbe costituire un’efficace premessa per portarlo sopra l’1 per cento.
Certo, occorrerebbero Governo e maggioranza molto forti per resistere alle reazioni della piazza, ove vanno quelli che stanno bene, non quelli che stanno male, perché purtroppo il ceto medio e quello più debole non riescono ad avere voce. Nelle manifestazioni, infatti, vediamo solamente organizzazioni di questo o di quel colore i cui rappresentanti parlano con la testa degli altri, dopo aver imparato a memoria slogan e argomenti che nulla hanno a che fare con la realtà.
La democrazia è meravigliosa perché consente anche queste inutili manifestazioni, ma la classe dirigente ha il compito di governare nell’interesse di tutti.
Ott
08
2011
Gesù cacciò i mercanti dal tempio (Gv 2,13-25). I farisei si meravigliarono di tanto coraggio. Fariseo indica uomo falso, ipocrita, che guarda più alla forma che alla sostanza delle azioni, e Gesù rivolgendosi a loro: Guai a voi scribi e farisei ipocriti...poichè siete simili a sepolcri imbiancati (Mt, 23, 1 e seguenti).
Nel ceto politico vi sono tante persone oneste e capaci, ma tante altre disoneste, trafficone, corrotte ed incapaci, che danneggiano la comunità. Secondo la nota legge di Gresham la moneta cattiva scaccia quella buona, sono proprio i cattivi politici, detti anche politicanti, senza mestiere, i quali diffondono una diseducazione che viene emulata e che mette in dubbio i principi morali cui ogni rappresentante istituzionale di qualunque livello dovrebbe ispirarsi.
L’estesa corruzione che una magistratura intelligente e silenziosa scopre ogni giorno nei diversi gangli della Pubblica amministrazione è una testimonianza che, dal parlamentare nazionale al consigliere regionale fino all’assessore comunale, vi è la diffusa convinzione che la Cosa pubblica è cosa propria.

Da più di un anno alla Camera giace un disegno di legge sulla corruzione, ma i deputati non hanno nessuna voglia di valutarlo in Commissione e portarlo con immediatezza all’Aula. Questo perchè in quell’ambiente vi sono tanti corrotti che si mettono di traverso per evitare una legge esemplare contro la corruzione.
Peraltro non si può mettere una volpe a guardia del pollaio, nè pretendere che il tacchino aspetti con ansia il Natale. Occorre un forte senso civico che spinga gli uomini politici perbene a inserire nell’ordinamento regole tese ad impedire che vengano realizzati reati contro la Pubblica amministrazione.
Lo stesso ceto politico perbene dovrebbe tendere ad espellere dalle proprie compagini tutti quei soggetti che sono sotto processo o per i quali sia stata richiesta un’incarcerazione, o una condanna. La questione dovrebbe essere valutata e confermata a monte, cioè nel momento della scelta dei candidati, i quali dovrebbero esibire non solo la fedina penale bianca ma anche il certificato dei carichi pendenti. Solo così, almeno in partenza, si può essere sicuri della buona fede dei candidati, magari successivamente eletti.
 
Vi è poi un’altra questione non da poco: l’esclusività dell’attività parlamentare. Non è possibile che deputati-professionisti approvino leggi che poi possano utilizzare nell’esercizio del loro lavoro privato. Chiunque eletto al Parlamento dovrebbe obbligatoriamente sospendere l’attività professionale per tutta la durata del mandato, se così gli conviene, oppure rinunziare al mandato.
Lo stesso dicasi per i doppi incarichi dei parlamentari e per tutte le indennità che ogni incarico comporta. Chi è parlamentare, qualunque cosa faccia, da presidente della Camera a membro di Commissione, non dovrebbe avere nessun altro compenso se non quello delle indennità mensili.
Vi è un’ulteriore questione e cioè che i parlamentari hanno una serie di rimborsi spese (diaria, collaboratore, viaggi e trasporti e via elencando) che prescindono dalle effettive spese sostenute, in altre parole non sono rimborsi con giustificativi a piè di lista. Ovviamente tutti questi rimborsi figurativi non sono soggetti ad Irpef.

La questione delle pensioni è uno scandalo nello scandalo perchè il Parlamento ha votato una serie di leggi che consente a chi abbia fatto appena una legislatura di ricevere un vitalizio fino a quando campa. Un privilegio tutto italiano che ci fa sgridare dall’Europa. è difficile che deputati e senatori possano abolire il privilegio della pensione per anzianità per la quale comunque occorrono 35 anni di attiv ità e un’età non inferiore a 59 anni.
Ma torniamo ai politicanti, cioè a quella parte negativa del ceto politico che inquina pure quella positiva. Che non facciano l’interesse generale, è sotto gli occhi di tutti. L’interesse generale sarebbe quello di fare le riforme, di liberalizzare il mercato (società pubbliche per i servizi locali, ordini professionali e così via), eliminare i privilegi prima descritti. In altre parole diffondere principi di equità fra i cittadini, senza di che l’Italia continuerà a zoppicare. Essi vanno cacciati dal tempio. Questa non è antipolitica.
Ott
04
2011
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è diventato l’oracolo dell’Italia. Non è una connotazione negativa. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che la sua funzione di indirizzo morale si è trasformata in funzione di indirizzo materiale. Prova ne è che fonti bene informate comunicano l’accordo fra Trichet, Draghi e lo stesso Napolitano relativo al contenuto della famosa lettera del 5 agosto 2011 che la Banca centrale europea ha mandato al Governo italiano.
Solo gli incompetenti possono dire che questa lettera ha commissariato l’Italia. Si tratta di ben altro. La Banca europea si comporta come qualunque altra banca, seppure sovranazionale. Deve erogare un credito e  vuole avere impegni precisi dal debitore cui deve erogarlo. Non è che la Bce abbia detto al Governo italiano cosa dovesse fare, ma più semplicemente che se voleva credito sotto forma di acquisto dei Buoni del Tesoro dovevano essere date garanzie precise. E così è stato.

La Bce non ha detto in profondità quali dovessero essere gli atti del Governo italiano, come invece ha fatto con il Governo greco, ma che dovesse essere raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013, lasciando ampia facoltà fra il taglio di spese e l’aumento di tasse. È stata una improvvida responsabilità del Governo Berlusconi quella di avere scelto la strada di aumentare la pressione fiscale per due terzi della Manovra e con solo un terzo di tagli. Fra i tagli, stona fortemente l’omissione di quelli relativi alla Casta della politica.
Anche su questo versante, a nostro avviso, il Presidente Napolitano ha cercato di fare di tutta l’erba un fascio. Chi come noi da trent’anni evidenzia i privilegi e gli interessi privati di una parte del ceto politico e di quello burocratico non ha mai fatto antipolitica.
L’appello di Diego Della Valle, il patron di Tod’s, è pienamente da sottoscrivere. Anche in questo caso non si tratta di antipolitica, ma al contrario vi è una precisa richiesta di fare finalmente politica alta, cioè di prendere decisioni immediate nell’interesse di tutti i cittadini, tagliando gli interessi particolari delle varie Caste. è troppo comodo rifugiarsi nell’antipolitica quando si chiede l’eliminazione dei privilegi.
 
Il referendum contro la legge elettorale porcata è sacrosanto e legittimo. Noi siamo vecchi referendari, a partire dagli anni ‘70, ‘80 e ‘90, quando abbiamo sostenuto con forza tutti i referendum perché sono la più alta espressione della democrazia. è vero, essi sono imperfetti, perché hanno la funzione di taglio e cucito di norme esistenti.
Spesso accade che da questa operazione sartoriale non rimanga un testo ordinato, però, dato che il meglio è nemico del buono, riteniamo indispensabile chiamare il popolo ad esprimersi al di sopra del volere del Parlamento ove, ricordiamo, sono radunati dei mandatari, cioè coloro che ricevono un incarico e che poi debbono espletarlo nell’interesse del mandante, cioè del popolo medesimo.
Verosimilmente questo referendum passerà il vaglio della Cassazione che è limitato alla validità delle schede sottoscritte, superiori a 500 mila. Poi passerà al vaglio della Consulta che, altrettanto verosimilmente, darà via liberà.

Cosicchè, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012, il referendum si farà. A meno che questa maggioranza non restituisca il mandato al Capo dello Stato il quale, dopo consultazione, non troverà altra maggioranza nelle Camere, per cui le scioglierà.
Oppure, il Parlamento approverà una legge elettorale sostitutiva di quella esistente, ma sempre nella direzione voluta dai referendari. Sia come sia, non è più accettabile avere Camere ove risiedono i Nominati e non gli Eletti. Anche se potrebbe essere probabile che con un atto di disperazione l’attuale maggioranza, pur di non fare svolgere il referendum con relativa modifica della legge elettorale, chiedesse le elezioni anticipate con questo porcellum. Tutto ciò mentre l’Italia si è fermata con una crescita misera, prevista nella misura dello 0,2 per cento, mentre gli Usa viaggiano verso il 2 per cento e la Germania verso il 3 per cento.
C’è di che arrossire profondamente, ma il nostro ceto politico non arrossisce per niente. Altro che antipolitica. Bisogna abbattere i politicanti, mostri partoriti dalla partitocrazia.
Ago
20
2011
La crisi del 2008 è nata perché i governi dei Paesi avanzati non hanno stabilito le regole che dovevano imbrigliare i prodotti finanziari. Questi sono nella maggior parte prodotti virtuali, cioè inesistenti. Per esempio i futures e i derivati predispongono a termine l’acquisto o la vendita di determinati titoli. La scommessa del trader sta nel fatto che alla scadenza, se le circostanze saranno conformi alle sue previsioni, avrà guadagnato la differenza tra il prezzo iniziale e quello finale.
Voi capite che quando si commercia il nulla sul nulla, la probabilità del fallimento è altissima ed è proprio quello che è accaduto nel 2008, in base al meccanismo che ho appena descritto, seppur ridotto all’osso. Il risultato di questa colossale operazione, che hanno adoperato le banche più e meno grandi di tantissimi Stati, è che quando i titoli di riferimento sono crollati, tutti i relativi impegni a termine non sono stati onorati. Ed ecco le massicce immissioni di liquidità per assorbire tali debiti da parte degli Stati.

L’ulteriore conseguenza è stata un taglio drastico delle attività e la refluenza della stretta bancaria sull’economia reale. Gli istituti di credito, quando si è scoperto il lato delle operazioni virtuali, sono stati costretti a stringere quello delle operazioni reali, perché nel sistema bancario tutto funziona a vasi comunicanti. La stretta nell’economia reale ha comportato il blocco degli investimenti e da lì il blocco della crescita.
Le spiegazioni che hanno dato i macroeconomisti e gli esperti di finanza non sempre sono stati leali con la pubblica opinione mondiale, poiché bastava scoprire il vaso di Pandora perché la gente capisse. Ma la volontà di far capire non sempre c’è stata.
Nonostante i disastri che hanno combinato le banche, i Ceo (Chief executive officer) e presidenti e componenti dei consigli di amministrazione si sono liquidati compensi sempre maggiori perché quello che a loro importava era dimostrare che i conti economici avessero utili a breve (le trimestrali e le semestrali) indipendentemente dalla struttura finanziaria e patrimoniale di ogni istituto di credito. Tutti costoro hanno lavorato senza controlli dimenticando l’aspetto etico.
 
Molti governi hanno tentato di mettere una pezza, istituendo regole meno larghe, sia per quanto concerne le operazioni allo scoperto che per i compensi degli amministratori di banche. Tuttavia i provvedimenti sono stati (e sono) del tutto insufficienti per risolvere la questione di fondo che consiste in un semplice divieto: non fare più operazioni allo scoperto se non nel giusto rapporto fra prodotti e impegni e in relazione alla struttura patrimoniale delle banche.
Non sempre i governi hanno la forza di mettere il cappio al sistema bancario perché esso è una lobby formidabile, ramificata, infiltrata in tutti i gangli del potere e quindi riesce a bloccare ogni iniziativa che tenda a limitare la sua sfera d’azione.
Ma non si può prescindere dallo stabilire un giusto equilibrio fra le attività del sistema bancario e l’interesse generale. Quest’ultimo, è ovvio, deve sempre prevalere. Guai se continuasse ad avvenire il contrario come in passato ed in particolare dal 2008 in avanti.

E veniamo al nostro Paese. Per fortuna il nostro sistema bancario è solido perché alimentato da un popolo di formichine che risparmiano molto rispetto agli altri popoli, che è prudente e si indebita cum grano salis. Si dirà che questa propensione a un basso indebitamento ha una controindicazione: bassi consumi. Non si può negare. E tuttavia proprio questa capacità di risparmiare ha salvato l’Italia parzialmente da una bufera tragica come quella che ha colpito la Grecia.
Nonostante ciò, l’Italia ha perso 5 punti di Pil che non ha ancora recuperato, mentre la Germania ha superato il gap ed è in piena fase di sviluppo.
Perché ci riferiamo sempre al Paese centroeuropeo? Perché è ovvio che esso, per noi, costituisce un benchmark, cioè un punto di riferimento al quale dobbiamo tendere. Come, per quello che riguarda le nostre inchieste, esse hanno come benchmark la Lombardia, il Veneto o il Piemonte, perché in quelle regioni si produce una ricchezza straordinaria rispetto alla media nazionale e a quella della nostra Isola. Dobbiamo ribaltare la nostra mentalità. Funzionare con merito e responsabilità.
Lug
27
2011
Di fronte alla drammatica situazione, non ancora percepita dai cittadini perché i tagli effettuati dalla Manovra non hanno prodotto effetti, la casta politica è sorda e non vuole procedere al taglio dei privilegi di cui gode per qualità e quantità. Quando in un’azienda le cose non vanno, l’assemblea degli azionisti comincia la potatura dei costi dai vertici, cioè dal consiglio di amministrazione. Quando il Cda si accorge che le cose non vanno comincia a potare i manager. Nel primo e nel secondo caso, mai l’assemblea dei soci e il Cda cominciano a potare dall’ultimo dei dipendenti.
Nel versante politico, invece, coloro che costituiscono i vertici e hanno le più alte responsabilità istituzionali, invertono questo processo e con fare dispotico cominciano a tagliare le spese per i ceti meno abbienti, fatta eccezione della leggera potatura delle pensioni d’oro al di sopra di 90.000 euro annui.
L’intervento sui vertici è indispensabile per due ragioni: dare l’esempio che chi più guadagna più deve contribuire ai risparmi e, secondo, chi sta ai vertici dà l’esempio di maggiore responsabilità e maggiore dovere.

In Italia, ci sono centinaia di migliaia di persone che vivono parassitariamente a spese degli enti pubblici, fra cariche elettive, componenti dei Cda di società pubbliche statali, regionali e locali, revisori dei conti di enti pubblici, società pubbliche ed altri che lucrano nella greppia della finanza pubblica. Sette decimi di tali persone vanno restituite ai loro mestieri, eliminando strutture e riducendo all’osso quelle sopravvissute.
Come si misura l’utilità di un ente o società pubblica? In base alla sua capacità di produrre i migliori servizi con le spese minori possibili (il rapporto costi/benefici). Quando non si adotta il metodo della massima efficienza significa che c’è il marcio, che può essere dato sia dal clientelismo che dalla corruzione.
Sappiamo bene che essa insieme al sommerso, all’evasione fiscale, ai traffici della malavita organizzata, è pari a un terzo del Pil. Se l’Italia fosse un Paese serio, se l’Italia avesse una classe politica seria, capace e onesta (mentre un decimo dei parlamentari è sotto inchiesta) si occuperebbe di avere un sistema istituzionale e una Pa degne di un Paese civilizzato, mentre oggi entrambe sono degne di un Paese del terzo mondo.
 
Questa classe dirigente sta facendo harakiri. Pensa di potere procrastinare ancora il suo stato di privilegio ed ha dimenticato quello che successe a Bettino Craxi, nel 1993, quando uscì dall’hotel Raphael di Roma  sommerso da un getto denso e significativo di monetine.
Vi era stata la proposta in Parlamento di abolire le Province, iniziativa fra le più importanti di questo governo Berlusconi. Anche il Pd aveva questo punto al suo ordine del giorno. Però, quando è arrivato il momento di votarlo, si è tirato indietro, con ciò dimostrando che non ha quella capacità riformista che lo distinguerebbe dal Pdl e dalla Lega.
La corruzione è l’altro elemento che sta emergendo con prepotenza investendo i parlamentari. Da Papa a Milanese, a Penati. Tante Procure si stanno muovendo per scoperchiare i vasi di Pandora. Vi sono ovviamente inchieste efficaci ed altre con pochi requisiti. Tuttavia il dato da rilevare è che la corruzione c’è, è estesa e favorita dai vertici politici che non solo sottraggono risorse ai cittadini, in base alle leggi che si autovotano, ma anche rubano a piene mani con la connivenza di burocrati e imprenditori disonesti.

Non se ne può più di leggere e riportare l’elenco dei privilegi e l’elenco degli atti di corruzione. L’indignazione dei cittadini monta ogni giorno di più perché essi sono esasperati da una montante asfissia dovuta a due principali cause: la mancanza di sviluppo e la sottrazione di risorse anche mediante aumento di tasse e prezzi dei servizi pubblici.
Del peggio c’è il peggiore, vale a dire che la manovra testè approvata dal Parlamento, che a regime vale 70 miliardi di euro, non è sufficiente per stare nel solco tracciato dal Patto di stabilità di quest’anno. Quanto prima, il ministro dell’Economia, Tremonti o un altro, dovrà preparare per gli italiani un ulteriore intruglio tossico consistente in un taglio di almeno 50/60 miliardi. Il fatto è ineluttabile. Chi non lo capisce è ignorante o in malafede.
Noi abbiamo il dovere di scriverlo a chiare lettere. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo.
Lug
26
2011
L’art. 49 della Costituzione ricorda che tutti i cittadini  hanno diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il precetto costituzionale in questi 63 anni (1948-2011) si è trasformato in arbitrio, perché di proposito non è stata approvata alcuna legge che regolasse il funzionamento di questi contenitori. I quali hanno bisogno di finanziamenti per consentire anche ai cittadini che non hanno disponibilità finanziaria di esercitare un ruolo attivo nella politica nazionale e locale.
Ma, come si sa, la carne è debole, col risultato che i partiti hanno cominciato a derubare la Cosa pubblica non già e non solo per autofinanziarsi, bensì per fare arricchire i loro maggiorenti.
La bufera giudiziaria di Mani pulite del 1992 cominciò il 7 febbraio di quell’anno, quando Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, fu arrestato in flagrante con una mazzetta di sette milioni. Era un uomo di Craxi, il quale esclamò: “Si tratta di un mariuolo”.

Invece, i mariuoli erano tanti.  Molti finirono in galera, giustamente, altri ingiustamente. Quell’epoca fu la fortuna di Antonio Di Pietro, che intuì uno spazio politico nel quale si gettò a capofitto. Il finanziamento illecito dei partiti non cessò come sarebbe dovuto accadere. Venne approvata una legge (n. 515/93) con la quale si stabilì che i partiti avrebbero ricevuto un rimborso spese fisso per ciascun voto ricevuto: una contraddizione nei termini, perché è giusto rimborsare le spese, ma non è giusto che le casse pubbliche paghino un cachet di un euro al voto (somma stabilita nel 2002).
Il risultato di questa scellerata legge, autovotata dai beneficiari, è che i partiti non solo incassano le spese effettuate nelle campagne elettorali, ma ci lucrano perché i rimborsi sono ben superiori ad esse. Inoltre, si sono autovotati il privilegio che tali rimborsi vengano effettuati anche quando la legislatura cessa prematuramente. Per cui, negli anni 2008, 2009 e 2010 il denaro pubblico sta rimborsando contemporaneamente i partiti per i voti ottenuti nella campagna elettorale 2006 e per gli altri della campagna 2008. Un’autentica vergogna di cui nessun uomo politico si vergogna.
 
Il peggio della questione è che non si ha il controllo di questi denari. I partiti incassano, ma non hanno obbligo di rendiconto, né di pubblicare i loro bilanci, se non in maniera sommaria, per cui è possibile nascondere indebite uscite, estranee all’attività propria dei partiti. 
Ma vi è di più. Il metodo democratico del richiamato articolo 49 della Costituzione non esiste all’interno dei partiti, i quali possono avere uno statuto qualsivoglia, anche non democratico. Essi possono continuare la loro attività indipendentemente dal funzionamento delle loro assemblee elettive ed alla rappresentanza degli elettori, sostituite da nomine che provengono dall’alto. Anche la questione delle primarie è tutta una buffonata, perché non vi è alcuna garanzia né certezza del loro espletamento.
Sarebbe urgente e indispensabile una legge sul funzionamento dei partiti, che regolasse le elezioni democratiche interne, le primarie e le norme sui bilanci da far certificare a società iscritte alla Consob.

Si parla di riforma della legge-porcata con la quale deputati e senatori vengono nominati dalle segreterie dei loro partiti. Dopo 47 anni dalla perversa legge elettorale proporzionale (1948-1993) il Parlamento, a seguito del referendum promosso da Mariotto Segni, approvò il Mattarellum, cioè l’elezione dei deputati in collegi, restando in piedi il proporzionale per il 25 per cento. Il proporzionale ha rovinato l’Italia perché ha consentito la formazione di qualsivoglia governo dopo le elezioni, esautorando i cittadini da una precisa indicazione.
L’attuale legge-porcata ha un vantaggio, e cioè il premio di maggioranza, secondo il quale il partito o la coalizione che riceve un voto più dei concorrenti guadagna 340 seggi alla Camera. Ma questo non basta per governare, perché il Senato ha una legge elettorale diversa, per cui si è verificato il disastro del 2006 col governo Prodi.
Invece, il modello francese con collegi uninominali, a due turni, risponderebbe alla nostra odierna esigenza. Riflettiamoci.
Lug
21
2011
Il Friuli, con 1,2 mln di cittadini produce il 2,5% del reddito nazionale. La Sicilia con quattro volte gli abitanti (5 milioni) produce solo poco più del 5,6% del Pil nazionale. In queste semplici cifre si racchiude il disastro della Sicilia e la gravissima responsabilità della sua classe dirigente a partire da quella politica.
Fino ad oggi il ceto politico siciliano ha potuto vivere in base ad un parassitismo diffuso, dispensando favori, promettendo posti pubblici, favorendo imprese non competitive, distribuendo consulenze inutili agli amici, foraggiando formatori incompetenti. Insomma, il peggio del peggio che una gloriosa e antica regione come la nostra non si meriterebbe.
Mentre noi abbiamo bisogno di guide coraggiose e virtuose che antepongano gli interessi dei siciliani a quelli propri e della propria famiglia. Ed ora che le risorse finanziarie sono tagliate senza pietà, c’è bisogno ancor di più di illustri siciliani, integerrimi, disposti a lavorare gratis pur di dare un contributo decisivo alla nostra Isola. e ve ne sono tanti: abbiamo pronto l’elenco.

L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha fatto due conti e si è accorto che la manovra obbligherà a tagliare fra i 5 e i 7 miliardi di spesa dal bilancio regionale. Armao ha confermato quello che le nostre inchieste pubblicano da anni ma, a Palermo, non ci credevano. Per facilitare il compito all’assessore all’Economia pubblichiamo una pagina indicando quali debbano essere i tagli immediati, da effettuare in agosto 2011, dando l’esempio che i deputati regionali, di fronte alla gravissima crisi, non vadano in ferie, se non per qualche giorno, ma vogliano prendere di petto la situazione e varare una Finanziaria bis per la Sicilia che comprenda i tagli indicato più volte.
i siciliani non si sono ancora resi conto dello tsunami che ci sta investendo e pensano che tutto possa continuare come se nulla fosse. Non è così. i soldi sono finiti sul serio, nessun becero uomo politico potrà più promettere posti o privilegi, nè potrà approvare sprechi e sperperi perchè i cittadini stanno provando sulla propria pelle gli effetti della morsa europea che strangola alla gola il Paese e di riflesso Regioni ed Enti locali. Attenti a non raggiungere uno stato comatoso.
 
Se così accadesse, l’indignazione dei siciliani monterebbe rapidamente ancor di più e travolgerebbe i parassiti che continuano a percepire ventimila euro al mese a vario titolo, sia nel settore politico che in quello burocratico. Gente che non si vergogna di girare con le auto blu da 60 o 80 mila euro che, fra l’altro, consumano più di una Ferrari (sigh!). La vergogna delle vergogne è rappresentata dal massimo organo legislativo, cioè l’Assemblea regionale, che costa ai siciliani 172 milioni all’anno mentre il Consiglio regionale della Lombardia, preposto al doppio della popolazione, costa 101 milioni in meno, cioè 71 milioni.
Senza contare le indennità degli assessori, dei consiglieri comunali, provinciali e circoscrizionali, dei direttori generali, degli assistenti parlamentari (uscieri) e di tanti altri che se ne fottono dei disoccupati, di centinaia di migliaia di piccoli imprenditori e degli artigiani in difficoltà, dei pensionati a 400 euro al mese e di tutti gli altri siciliani che vivono in stato di povertà.

Se la situazione nazionale è grave, quella siciliana è gravissima. Qui, da noi, è molto urgente imboccare la strada dello sviluppo. Per far ciò, bisogna cofinanziare i fondi europei liberando le risorse con i tagli che indichiamo nella pagina interna. Pubblicheremo, altresì, una pagina degli investimenti da fare utilizzando le risorse prima richiamate, attraverso i quattro centri di spesa regionali, cui sono preposti direttori generali che hanno gli obiettivi di spendere tutto, bene e in fretta.
I circa 18 miliardi di risorse del Po 2007/13 vanno riversati con immediatezza, negli anni previsti, sul mercato siciliano, per dare ossigeno all’economia asfissiata dall’insipienza di un sistema politico e amministrativo che la sta distruggendo.
Abbiamo più volte indicato i versanti degli investimenti di cui due sono preponderanti: opere pubbliche, aprendo subito i cantieri regionali e locali, e attrazione di investimenti produttivi da tutto il Mondo soprattutto per valorizzare e mettere a profitto i beni culturali paesaggistici e archeologici che la Sicilia possiede in cospicua quantità.
Lug
16
2011
La Manovra approvata ha travolto il contenuto del decreto 98 del 7 luglio 2011. è antipatico ricordare che avevamo previsto l’insufficienza dei tagli e il loro spostamento negli anni a venire. Puntualmente i mercati hanno visto tale insufficienza e hanno aggredito azioni e titoli italiani.
A questo punto, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha preso in mano la situazione, in modo silenzioso com’è suo costume, ed ha agito da vero e proprio gestore e massimo responsabile della Cosa pubblica. Ha indotto maggioranza e opposizione alla rielaborazione della Manovra in tre giorni. Ma con un correttivo fondamentale rispetto alla precedente: l’ammontare complessivo aumenta di oltre il 50%.
Appena leggeremo il nuovo testo, vi faremo il commento sulle varie parti. Per una volta il Parlamento si è comportato in maniera adeguata anche nel modo con cui è stato condotto l’iter parlamentare, vale a dire la discussione di pochissimi emendamenti, pare solo 10 della maggioranza e 10 dell’opposizione nella commissione e quindi il passaggio all’aula del Senato e successivamente il voto blindato della  Camera.

Nonostante il cospicuo aumento di tagli e prelievi, il governatore della  Banca d’Italia e prossimo presidente della Bce, Mario Draghi, ha detto che, nel breve, occorra fare la seconda parte, decidendo se tagliare la spesa pubblica, come sarebbe opportuno, o aumentare le tasse, per ottenere il risultato finale di avere il pareggio di bilancio e cominciare la decurtazione del debito pubblico.
A proposito del quale ricordiamo le tre date fondamentali: 1980, 200 mila miliardi di lire; 1992, 2 milioni di miliardi di lire, cioè dieci volte, pari a circa 1.000 miliardi di euro; 2010, 1843 miliardi di euro; 2013, 2 mila miliardi di euro. Una progressione impressionante in 30 anni, denunciata dall’aridità delle cifre, per la grande responsabilità di democristiani, socialisti, comunisti e satelliti prima, e di Centrodestra e Centrosinistra, dal 1994 ad oggi. La sequenza dei dati indica anche la grave responsabilità del ceto politico, delle corporazioni, della Pa e di tutti coloro che hanno attinto a piene mani nella greppia pubblica ottenendo vantaggi personali e privati contro l’interesse degli italiani.
 
Da oltre un anno scriviamo su queste colonne che il redde rationem sarebbe arrivato per la semplice ragione che l’euro costituiva un collare d’acciaio intorno al collo di chi continuava nelle spese pazze.
Ha pagato duramente la Grecia, sono sotto pressione Irlanda e Portogallo, la Spagna ha evitato l’aggressione al proprio debito sovrano facendo una manovra preventiva. Per ultima, l’Italia che, con la lentezza delle decisioni e con la filosofia che è meglio fare domani ciò che si dovrebbe fare oggi, si è trovata improvvisamente col coltello alla gola.
Il coltello è il Patto di stabilità del 25 marzo 2011 firmato a Bruxelles dai Capi di Stato e di Consiglio. Anche in questo caso lo abbiamo scritto il giorno dopo che la mannaia si era abbattuta sul nostro Paese e soprattuto sul Meridione ammalato di due patologie: la mancanza di sviluppo e il clientelismo esasperato e diffuso che fa sperperare le risorse pubbliche.

E venne il tempo dei politici virtuosi. Non conta la loro età, ma che siano onesti e capaci. I cittadini di un comune non perdoneranno al loro sindaco la cattiva amministrazione, non gli perdoneranno più il clientelismo, il favoritismo, l’assunzione di parenti ed amici; lo penalizzeranno quando vedranno che egli si occupa degli affari propri piuttosto che degli affari generali.
I Comuni del Sud, e in particolare i 390 siciliani, sono destinati a ribaltare la loro linea amministrativa aumentando le entrate proprie, senza aumentare la pressione fiscale e abbattendo con un machete la spesa corrente. Mentre dovrà essere aumentata cospicuamente la spesa per investimenti in opere pubbliche e attività produttive di vario genere (green economy, ristrutturazione di siti archeologici, turistici e paesaggistici, creazione di reti motrici dell’economia, organizzazione e trasparenza del sistema della pubblica amministrazione).
Per quanto riguarda le Province siciliane, sono morte e decotte e il ceto politico dovrà attuare l’articolo 15 dello Statuto, trasformandole in Consorzi dei Comuni e risparmiando circa 600 milioni.
Lug
12
2011
Ventisette deputati su novanta costituiscono circa un terzo della massima rappresentanza dei siciliani. Molti di loro saranno innocenti, ma altri avranno combinato i reati di cui sono accusati. Quello che preoccupa è il dato complessivo che certifica l’estensione della corruzione in politica.
Ma il fenomeno non è solo nostro. Tra i novecentoquarantacinque deputati e senatori, decine sono indagati e sotto processo. Per parecchi di essi è stata chiesta l’autorizzazione all’arresto, ma fino ad oggi quasi nessuna è stata rilasciata. Pendono le due richieste per Milanese e Papa, sulle quali Giunta ed Aula dovranno pronunciarsi.
Vi sono poi i casi, numerosi ed estesi, in aziende ed Enti pubblici. Consiglieri di amministrazione, componenti di comitati direttivi, consulenti di questo o quell’uomo politico, persino ministri in carica poi dimessisi,  confermano la estesa corruzione in tutti gli ambienti dove si maneggiano soldi pubblici.

Dalla corruzione materiale alla corruzione etica. Finalmente quotidiani e settimanali nazionali stanno tirando fuori i privilegi che la casta politica, in questi decenni, ha alimentato senza sosta: i privilegi degli ex, peraltro da noi indicati in diverse puntate; i privilegi di quelli che sono in carica, totalmente ingiustificati.
L’Italia è l’unico Paese d’Europa nel quale vi sono ben nove livelli elettivi delle Istituzioni dentro le quali vanno a collocarsi, per un verso o per l’altro, ben centoquarantacinque mila soggetti che percepiscono indennità, premi, gettoni di presenza letteralmente inventati e senza alcun collegamento con il servizio che dovrebbero rendere ai cittadini.
Centoquarantacinquemila privilegiati, parassiti e possibili corruttori, di cui faremmo a meno, almeno in buona parte. Fra essi vi sono persone perbene, oneste e corrette. Ma è l’insieme che desta viva preoccupazione.
La corruzione è un elemento distorsivo del funzionamento delle Istituzioni e del mercato, al di là dell’aspetto materiale e di quello morale. Chi prende un appalto che non dovrebbe perché è incapace; chi acquisisce una consulenza senza avere le qualità professionali; chi viene nominato in un Consiglio d’amministrazione senza i requisiti: danneggiano le Istituzioni.
 
Per tamponare questa gravissima situazione basterebbe una leggina formata da un articolo unico: Coloro che intendono essere nominati in Consigli di amministrazione o in Comitati direttivi di Enti pubblici o di qualunque società di proprietà di Enti pubblici, devono avere requisiti di professionalità specifici e referenze adeguate, risultanti da un apposito albo cui si accede per concorso; i bilanci di società ed Enti pubblici di ogni genere e grado devono essere certificati da società iscritte alla Consob; compensi, emolumenti, indennità e simili non possono superare quelli corrispondenti per incarichi alla media europea.
Occorrono quindi limitazioni quantitative e possesso di requisiti di idoneità per rivestire incarichi o a certificare bilanci. Tutto questo comporta una maggiore selezione, perché il campo si restringe con l’esclusione di tanti trombati politici e soggetti che non hanno i requisiti per amministrare e controllare.

Vi è poi un’altra questione che abbiamo più volte segnalato: scoprire la corruzione strisciante negli Enti pubblici e nelle società a controllo pubblico. Non è pensabile che essa venga fatta emergere e investigata solo dalla Procura della Repubblica di ogni Tribunale e dalle Forze dell’Ordine.
Anche in questo caso, basta fissare per legge che ogni Ente pubblico istituisca il Nucleo investigativo affari interni (Niai), col compito di controllare la correttezza e l’efficienza di tutte le proprie strutture, evidenziando i casi di insufficienza o di corruzione, che vanno poi girati alle Procure. Questo costituirebbe un deterrente contro le malversazioni, contro le appropriazioni indebite o quant’altre azioni illegali si compiono giornalmente nella Pubblica amministrazione, a vario livello.
Com’era prevedibile, la mannaia sulla spesa corrente è arrivata, ma ancora non se ne sentono gli effetti che verranno prodotti nel 2013 e nel 2014. Si renderà indispensabile, per conseguenza, approdare ad una buona amministrazione, che elimini gli sprechi e spenda solo quanto necessario per avere efficienti servizi.
Mag
25
2011
La Sicilia si prepara a una tornata di elezioni amministrative piccola ma probabilmente significativa. Siamo facili profeti nel prevedere un’astensione superiore alla tornata precedente perché si avverte nell’aria il distacco e il disgusto dei cittadini che si accorgono come il ceto politico e quello amministrativo siano autoreferenziali e si occupino dei loro problemi piuttosto che di quelli di tutti.
Questo distacco s’incrementa continuamente perché la gente non vede nella classe politica un cambiamento di rotta deciso, consistente nella messa in moto di un piano di opere pubbliche per finanziare le quali sono pronte le risorse europee, statali e regionali, liberate dalla spesa corrente.
La gente non vede una Regione snella, moderna, digitalizzata, pronta a recepire per via informatica tutte le istanze d’imprese e cittadini cui dar riscontro per la stessa via in tempi europei e non biblici.
La gente non vede assessori e dirigenti generali che assumono responsabilità per prendere decisioni, anche impopolari, nella direzione di tagliare la spesa corrente ed investire in attività produttive ed apertura dei cantieri.

Non c’è un’altra strada. Il ceto politico e quello burocratico regionale devono invertire il loro modo di funzionare, darsi strumenti organizzativi essenziali - primo fra i quali il Piano aziendale - tagliare sprechi, sperperi, spese inutili e privilegi e rendere i servizi richiesti rapidamente.
Il ceto politico, cioè il legislatore, deve procedere all’elaborazione di disegni di legge che abbiano nell’interesse generale il fulcro e la loro ragion d’essere. Non è possibile che si facciano leggi tortuose, nascoste, illeggibili, apposta per dare potere ai sacerdoti i quali sono gli unici che le possono interpretare.
L’ottimo assessore Pier Carmelo Russo mi diceva qualche giorno fa che disegni di legge o emendamenti che facciano riferimento a norme precedenti, citando commi e articoli, non saranno da lui presi in considerazione. Ci siamo trovati perfettamente d’accordo anche perché la Costituzione impone che le leggi dello Stato e delle Regioni siano leggibili da tutti, perfino dagli analfabeti. Questo è un principio di trasparenza dal quale non si può prescindere.
 
Chiunque nasconda il vero senso dei testi legislativi, vìola la Costituzione, ma soprattutto deride i cittadini ai quali indirizza il disprezzo per la loro incapacità di leggere, dimenticando che scrivere le leggi in modo tortuoso è un difetto e non un pregio.
Per fortuna fra i politici siciliani e fra i dirigenti generali della Regione ve ne sono molti che hanno il decoro del rispetto dei valori, che sono onesti e capaci e che vogliono lavorare nell’interesse dei siciliani. A loro rivolgiamo il nostro appello affinché, indipendentemente dal partito cui appartengono e indipendentemente dalla parte politica che li ha nominati  (nel caso dei dg), si comportino seguendo un codice etico che viene prima di ogni altra cosa.
Il codice etico impone di servire i siciliani nella loro globalità e di emarginare quella parte di siciliani che hanno un carattere delinquenziale, che poggiano le loro azioni sulla corruzione, sulle malversazioni e sulle connivenze criminali.

Noi conosciamo bene tantissimi dirigenti regionali che sono venuti ai nostri forum, tanti assessori regionali e la gran parte dei deputati. Possiamo dire quindi, con cognizione di causa, che esiste questa parte di persone per bene. Rinnoviamo ancora l’appello affinché essi vogliano battersi per fare prevalere il buon senso e con esso il valore dell’equità, che deve guidare l’azione di chi assume responsabilità istituzionali.
L’equità impone che la spesa sia effettuata a fronte di sostanziali servizi, secondo i principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità.
Per la terza volta rinnoviamo l’appello in queste note ai bravi politici e ai bravi dirigenti, che abbiano la forza morale di mettere fuori causa i loro colleghi che, nella corruzione morale e materiale, poggiano la loro attività scorretta. Li invitiamo a comunicare all’opinione pubblica in un clima di grande trasparenza quanto loro fanno per condurre in porto questa battaglia morale che viene prima di ogni altra di natura politica,  economica e sociale.
Mag
20
2011
Il Governo regionale, formato da Giunta e presidente della Regione, ai sensi dell’articolo 2 dello Statuto, ha deliberato di ricorrere alla Corte Costituzionale contro gli articoli 2 e 14 del Decreto legislativo 23/2011 in materia di federalismo fiscale municipale.
Da un canto tale Dlgs disciplina in maniera equa la materia, fissando il principio secondo il quale ogni ente locale non riceve più i trasferimenti in base alla spesa storica bensì in base ai costi standard. Dall’altro, vìola gli articoli 36 e 37 dello Statuto, peraltro rimasti non osservati da oltre sessant’anni. La questione è quale attenzione presterà la Suprema Corte ai ricorsi della Regione Siciliana, atteso che essa ha il dovere di fare gli interessi della Nazione, subordinandovi quelli della Sicilia.
Ma questo comportamento vìola il Patto fra Italia e Sicilia, tutelato dall’istituzione dell’Alta Corte ai sensi dell’art. 24 dello Statuto, che ha una composizione paritetica dei suoi membri eletti dall’Assemblea regionale e dal Parlamento nazionale.

Per conseguenza, risulta del tutto evidente che le sentenze dell’Alta Corte sarebbero molto diverse dalle sentenze della Corte costituzionale. Sembra incredibile come tutti i presidenti della Regione, dal 1957 in avanti, quando la Corte Costituzionale arbitrariamente assorbì le funzioni dell’Alta Corte, non abbiano fatto ricorso alla Corte di giustizia europea, alla stessa Corte Costituzionale, né messo in atto iniziative politiche per annullare quell’arbitrio.
Se, da un canto, l’articolo 36 prevede che le imposte di produzione (accise) siano riservate allo Stato, dall’altro la Regione ha la leva della tutela del territorio per revocare le autorizzazioni alla produzione di carburanti fossili in Sicilia. Usando la quale si poteva arrivare a una soluzione meno dannosa per l’Isola.
Lo stesso dicasi per l’articolo 37 il quale non fissa la quota di reddito da attribuire agli stabilimenti e agli impianti di produzione in Sicilia, di competenza della Regione. In atto sarebbero persi più di dieci miliardi.
Approfittiamo dell’analisi per ricordare che non è stato attuato l’articolo 38 dello Statuto in base al quale lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in base ad un piano economico nell’esecuzione dei lavori pubblici.
 
La somma indicata è stata irrisoria fin’oggi, con l’ulteriore violazione grave del Patto del 1946. Lombardo, quindi, non solo deve attivare una task force di giuristi anche internazionali per contrastare le violazioni dello Stato nei confronti della Sicilia, ma effettuare ulteriori azioni, come prima scrivevamo, sia a livello europeo che di natura politica.
Quanto precede è sacrosanto, ma esso deve essere basato sul principio morale che chi reclama i propri diritti deve prima adempiere ai propri doveri. Il dovere del Governo regionale è quello di far prevalere l’interesse dei siciliani su quello dei pubblici dipendenti, delle corporazioni di sindacati, professionisti e imprenditori e di qualunque altra lobby che succhia il sangue dei contribuenti italiani. In altre parole, il presidente Lombardo e la sua Giunta dovrebbero avere le carte in regola per spingere verso l’alto il benessere dei propri cittadini, eliminando nei limiti del possibile, disparità e iniquità.

Tutto questo Lombardo non lo fa, anzi discrimina i 236 mila disoccupati privilegiando quei raccomandati cui sta facendo i contratti a tempo indeterminato, senza che essi siano stati selezionati in modo pubblico e trasparente e comparati con gli stessi disoccupati.
Cinquemila privilegiati regionali contro 236 mila disoccupati a cui non è stata data l’opportunità di partecipare alle selezioni. Una profonda iniquità, testimoniata da un dissenso popolare che farà sentire la propria voce alle prossime regionali del 2013, qualora l’Assemblea regionale siciliana non si sciolga prima, cosa improbabile.
Supportiamo il presidente della Regione quando contrasta la prepotenza dello Stato, lo incitiamo a che quest’azione divenga una costante e lo stimoliamo ad affrontare con coraggio la questione dell’Alta Corte. Restano intatte le nostre critiche sulla gestione clientelare delle assunzioni e sull’immobilismo dominante, causa della debâcle di Berlusconi alle ultime elezioni amministrative.
Apr
23
2011
Il 40 per cento degli elettori si è allontanato dai partiti perchè ha una grande sfiducia nel continuo blaterare di un ceto politico che parla o straparla, promettendo che domani farà e dimenticando di informare su quello che non ha fatto prima.
Il ceto politico è sordo e non capisce che questa nausea montante va fermata cambiando radicalmente modo di fare. In primo luogo dimostrando che intende partecipare ai sacrifici di tutti tagliando i propri privilegi, a partire dagli emolumenti, dalle indennità e soprattutto dal rimborso per le tornate elettorali.
Per queste, la vergogna raggiunge limiti intollerabili. Infatti, i partiti ricevono più di quanto spendono, quindi lucrando la differenza. Inoltre, “udite udite”, se una legislatura si interrompe prima del tempo, i rimborsi continuano ad essere pagati per cinque anni. Cosicché, per esempio, quando la XV legilastura 2006-2008 si è interrotta, i rimborsi per la tornata elettorale di quell’anno sono continuati per i due anni successivi.

L’ulteriore conseguenza è che negli anni 2008-2009 e 2010 le casse pubbliche hanno pagato ai partiti i rimborsi delle elezioni del 2006, più i rimborsi delle elezioni del 2008. La vergogna ha raggiunto i vertici quando 56 deputati bipartisan hanno avuto la tracotanza di presentare un disegno di legge per aumentare ulteriormente questi rimborsi.
I privilegi del ceto politico sono infiniti, vanno dai viaggi ai pedaggi autostradali gratuiti, a indennità di presenza, di ristorante, di parrucchiere; allo stipendio dei collaboratori, detti portaborse, che spesso non sono assunti perchè il rimborso non è a piè di lista; agli abbonamenti ai giornali, ai rimborsi vitto e alloggio, chilometrici, e chi più ne ha più ne metta. Nessuno naturalmente controlla, per cui le spese della Camera dei deputati e del Senato sono sempre in aumento contrariamente per quanto accade per il Quirinale che ha ridotto quest’anno di 15 milioni di euro la spesa.
Cosa fare per richiamare di nuovo l’attenzione degli elettori? Cambiare modo di fare politica cioè di governare le istituzioni nell’interesse dei più, tagliando l’interesse dei pochi. Facile a dirsi, difficile a farsi. Eppure ormai non c’è più scelta.
 
Le parti in competizione nell’agone politico devono smetterla di insultarsi e di fare personalismi. Devono smetterla preliminarmente di dichiarare che sono di destra, di centro o di sinistra. Ma proporre ai cittadini progetti politici articolati in pochi punti, che si occupino di concretizzare percorsi con l’obiettivo di sviluppare l’economia e di diffondere equità fra le parti sociali, privilegiando le fasce più deboli, i cui bisogni non possono soddisfare autonomamente per carenza di risorse finanziarie.
Nell’attuale scenario vi è stata un’esasperazione dei personalismi e il tentativo di abbattere Berlusconi da parte di soggetti che non agiscono nella politica. Ma Berlusconi va battuto nelle urne non nelle piazze o nei tribunali, come dice il giovane sindaco di Firenze, Matteo Renzi. E Renzi è uomo d’onore.

Io sono normale perchè non di destra, né di centro, né di sinistra. Sono un cittadino che vorrebbe vedere il Paese crescere e competere in modo efficiente con gli altri 26 partner dell’Europa e con le nazioni progredite ed emergenti quali Brasile, Russia, India e Cina (Bric) e vorrei vedere la nostra regione competere con le altre 314 regioni d’Europa, ad armi pari.
La Sicilia non ha nulla da invidiare ed ha tutti gli strumenti per svilupparsi adeguatamente. Gli manca solo un ceto politico disinteressato verso se stesso, ma interessato verso i cittadini che dovrebbe servire, ma di cui non si dovrebbe servire. Ai cittadini normali non interessa questa becera collocazione, di destra, di centro o di sinistra, ma interessa che il benessere cresca poggiato sul lavoro a porte mobili e in cui solidarietà ed equità siano il treno su cui viaggia la società.
Questo dovrebbe capire il ceto politico. Pulirsi bene le orecchie con un adeguato cotton fioc e ascoltare i veri bisogni della gente, sulla base dei quali intervenire con tempestività per trovare soluzioni adeguate che risolvano i problemi. Basta chiacchiere. Si vogliono azioni oneste che si svolgano con capacità e trasparenza, tagliando lacci e lacciuoli e tagliando le unghie alle tante corporazioni.
Dic
15
2010
Il risultato sulla fiducia al Senato era scontato: 162 a favore, 135 contrari. Alla Camera, invece, era incerto, ma Berlusconi ha vinto: 314 voti contro la sfiducia, 311 a favore, 2 astenuti. La maggioranza era di 313 voti.
Berlusconi ha vinto una battaglia ma in queste condizioni non governerebbe e, quindi, perderebbe la guerra. Ragione di più per continuare il percorso verso le elezioni del 27 marzo 2011, il che non sarebbe male perché esse rappresenterebbero una sorta di referendum pro o contro il Cavaliere e, quindi, contro o pro l’iniziativa di Fini. La questione delle elezioni è positiva con una grande negatività: l’impossibilità per gli elettori di scegliersi i parlamentari, mentre saranno poche persone a compilare le liste dei candidati secondo le proprie convenienze e i propri interessi. I risultati di ieri fanno slittare ogni decisione a dopo le feste. Verosimilmente, i parlamentari si prenderanno una meritata vacanza, talmente sono stanchi da questo nauseante teatrino.

Mentre tutte le parti si dilettavano a scambiarsi accuse e insulti, l’Italia ha continuato a peggiorare il suo stato di salute e il Mezzogiorno molto di più. Non parliamo della Sicilia, inchiodata in un immobilismo in cui si pensa solo ad assumere persone nella pubblica amministrazione.
Berlusconi, nelle sue dichiarazioni, ha esposto l’intenzione di allargare la maggioranza a Casini e Fini, per completare la legislatura, ma crediamo si sia trattato di una finta, perché egli non ha nessuna convenienza ad avere due alleati che lo odiano sul piano personale e che, al di là di ogni apparenza, minerebbero ogni centimetro della sua strada. Questa situazione nuocerebbe ancora di più al Paese ed è quindi bene che venga risolta con un ritorno al volere del popolo.
I risultati di ieri hanno affermato un’altra verità: alla Camera dei deputati non c’è una maggioranza alternativa a quella attuale; meno che mai al Senato; col che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non potrebbe in nessun caso affidare incarichi ad altri, neanche quelli di tipo esplorativo. Una cosa è certa: in questa vicenda ha perso il democristianismo.
 
Cos’è il democristianismo? è quel comportamento deleterio della peggior parte della Democrazia cristiana, subito assunto dai socialisti di Craxi, mediante il quale si mediava su tutto, dalle cose grandi alle cose piccole, purtroppo anche sui valori, per cui chi entrava in questo gioco si barcamenava perché l’obiettivo non era scegliere il meglio per i cittadini, bensì restare a galla il più a lungo possibile. Si trattava di una scelta di campo fra la moralità e l’immoralità: il democristianismo sceglieva costantemente quest’ultima.
Se Berlusconi, anziché fingere di volere Casini, lo volesse sul serio come alleato, commetterebbe un grave errore, perché il democristianismo  è una malattia contagiosa. Chi la contrae corre seri pericoli sul piano morale, mentre accettarla sarebbe come volerla.
Il democristianismo è durato in Italia per molti decenni. Anche se ora  sono passati solo 16 anni (1994-2010)  non dobbiamo dimenticare i seri danni che esso ha prodotto.

Attendendo le elezioni, il Cavaliere non deve starsene con le mani in mano, ma può tentare di fare approvare alcune leggi urgenti. Soprattutto potrebbe dare una forte accelerata agli appalti di opere pubbliche in modo da velocizzare il processo di  costruzione e di consegna delle opere finite. Ancor più urgente sarebbe il piano delle infrastrutture al Sud che consentisse una seppur minima riduzione del divario che c’è fra i due tassi infrastrutturali, Nord e Sud.
In pochi mesi non c’è molto da fare, anche perché le opposizioni e lo stesso Fli faranno di tutto per non fare approvare neanche una legge della maggioranza. Proprio per questo la stessa maggioranza dovrebbe dimostrarsi capace di fare il proprio lavoro, cioè legiferare e fare le ispezioni sul funzionamento della macchina pubblica.
La matassa non si è sbrogliata, i voti della Camera dimostrano che le due parti sono sostanzialmente in parità. è vero che con qualche voto in più non si governa, ma è anche vero che Berlusconi non ha governato anche con una forte maggioranza. Perciò, alle urne.
Dic
11
2010
Fra qualche giorno questo nauseante periodo politico, nel quale ognuno tira il lenzuolo dal proprio lato avrà un primo, provvisorio, epilogo. Il 14 dicembre, infatti, il Senato, alle ore 9, voterà la fiducia al Governo Berlusconi e nello stesso giorno la Camera ne voterà la sfiducia. A meno che il Cavaliere, forte della fiducia al Senato, non si rechi dal Presidente della Repubblica per mettere nelle sue mani lo sviluppo della crisi.
Se, invece, il percorso sarà completato, si sarà fotografato uno stallo: né Berlusconi potrà governare, né potrà sorgere un nuovo governo terzopolista con l’appoggio del Pd e di altri. Se questo sarà il fatto, lo stallo vale anche per il suo rovescio, nel senso che il Presidente della Repubblica non potrà affidare ad altri il mandato perché l’incaricato riceverebbe la fiducia alla Camera e la sfiducia al Senato. A questo punto, al Capo dello Stato, non resterebbe che scegliere chi dovesse gestire il periodo transitorio fino alle successive elezioni che, nell’interesse di tutti, dovrebbero essere svolte nei primi mesi del 2011.

Ovviamente si andrebbe al voto con questa legge elettorale, che ha il gravissimo difetto di consentire la nomina dei candidati e di impedire ai cittadini di scegliere i propri parlamentari. Non certamente con il vecchio metodo delle preferenze ma con un sistema maggioritario a due turni. Però questa legge ha il pregio di assegnare il premio di maggioranza e quindi di consentire al popolo di scegliere, prima delle elezioni, la compagine governativa e il suo presidente del Consiglio che dovrebbero governare per tutta la legislatura. Naturalmente è sempre vigente l’art. 67 della Costituzione che dà ampia libertà al parlamentare eletto di cambiare partito, in quanto esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.
È importante la scelta del Capo dello Stato. Nella precedente crisi lasciò il compito al presidente del Consiglio dimissionario, Romano Prodi, di gestire l’ordinaria amministrazione. Anche in questo caso, Napolitano dovrebbe lasciare a Berlusconi questo compito. La questione non è di poco conto, perché gestire una campagna elettorale come premier assicura dei vantaggi, peraltro bilanciati dal fatto che anche Fini la gestirebbe come presidente della Camera.
 
Il terzo polo è una iattura, perché è un ritorno al democristianismo, cioè a quel metodo infame secondo il quale i cittadini erano privati del diritto di indicare chi dovesse governarli, mentre correnti, partiti, lobby e corporazioni, vicino al caminetto, si mettevano d’accordo su come spartirsi il potere e conseguentemente le risorse economiche.
Abbiamo subito per 46 anni (1948-1994) questo perverso meccanismo e non vorremmo rivederlo all’opera. Anche perché esso prevede una variabilità di chi compone i governi e una vita molto breve di ciascuno di essi. Ricordiamo infatti che all’epoca della Balena bianca un presidente del Consiglio restava in carica mediamente solo un anno.
In tempi in cui è indispensabile estremo rigore nei conti pubblici, riforme impopolari perché tagliano privilegi, eliminazione di sprechi e di vantaggi delle corporazioni, l’ultima cosa di cui il Paese ha bisogno è l’instabilità. Il democristianismo è instabilità. E siccome i suoi fautori sono proprio Casini, Fini e Rutelli bisogna ricordare all’opinione pubblica che i danni del passato col trio delle Sorelle bandiera (ricordate Indietro tutta) diventerebbero di nuovo di attualità.

Scriviamo questa nota non già perché il trio dei neodemocristiani sia formato da Fini, Rutelli e Casini, perché è la cosa in sé a essere sbagliata, non le persone che la interpretano. Scriveremmo le stesse cose su chiunque altro. Dopo 16 anni di faticoso bipolarismo che non ha, per la verità, espresso la sua potenzialità, ritornare al passato sarebbe un male peggiore.
In ogni caso, la situazione di stallo prima descritta impedirà di eliminare, da questa legge elettorale, la porcata delle nomine dei parlamentari. Oltre 300 di essi sono combattuti fra la paura di perdere la pensione (cui non hanno diritto senza il completamento della legislatura) e la promessa di essere rieletti. Molti di questi peones saranno determinanti per la soluzione di questa crisi.
Infine, non bisogna dimenticare il mercato finanziario, severo censore sul piazzamento di centinaia di miliardi di titoli di Stato.
Dic
04
2010
Il comune di Desio della provincia lombarda di Monza e della Brianza è stato commissariato a causa delle inchieste su infiltrazioni mafiose come fosse Niscemi o qualche altro Comune del casertano. L’amministrazione di centro-destra era retta dal sindaco pidiellino Giampiero Mariano e il fatto dimostra che l’infiltrazione mafiosa si è già estesa nelle floride regioni del Nord ove c’è la ricchezza. è proprio là che la criminalità organizzata ha spostato da decenni il proprio centro operativo, tenuto conto che Sicilia e Calabria si sono impoverite nello stesso periodo.
Il giro d’affari della mafia è stimato in 120 miliardi, l’evasione fiscale in 275 miliardi, la corruzione nella Pubblica amministrazione in altri 115 miliardi. Il che significa che circa un terzo del Pil è nascosto ed il carico della spesa pubblica grava sulle spalle di due terzi della popolazione, mentre l’altro terzo gode di privilegi e vive di parassitismo. Ma anche questo terzo di popolazione vota ed ecco che vi sono partiti grandi e piccoli che, indifferenti all’onestà pubblica, sotto banco tentano di avere i voti anche di questi disonesti, diventando altrettanto disonesti.

La corruzione della Pubblica amministrazione è una gravissima circostanza che inquina tutti i rapporti sociali ed economici. La cupola nei lavori pubblici con gli arrestati eccellenti, le ordinanze della Protezione civile che saltano tutti i controlli e favoriscono gli amici, il nascente scandalo di Finmeccanica con mariti e mogli coinvolti ed altre centinaia di casi che la magistratura sta portando all’evidenza pubblica sono una piaga purulenta che avrebbe bisogno di forti anticorpi.
Tali anticorpi dovrebbero essere forniti dal ceto politico e dirigenziale che ha la responsabilità di tutelare la salute pubblica. Cosa che non avviene. Anzi il ceto politico e quello amministrativo (non tutto per fortuna) tengono il sacco alla corruzione praticata anche da imprenditori e professionisti disonesti.
L’opinione pubblica guarda attonita allo svolgersi di questi eventi sui quali un’opposizione vigorosa e forte dovrebbe puntare per ribaltare la maggioranza. Mentre assistiamo al gioco delle parti, un nauseante teatrino che si occupa di questioni personali piuttosto che dei grandi problemi che interessano i cittadini e più ancora le fasce deboli.
 
La questione che riportiamo ancora alla vostra attenzione è trasversale a chi fa della politica una professione. Attività indegna se chi la esercita non ha svolto prima un’altra qualunque attività e se non sia disposto a ritornarvi, una volta cessato il mandato popolare a qualunque livello.
Sono proprio i professionisti della politica, gli inamovibili, i rieccoli, i dinosauri, i fantasmi, tutti costoro che dovrebbero ritirarsi prudentemente anzicchè oltraggiare con la loro immagine i cittadini che non ne possono più di vederli davanti ai propri occhi. In politica si resiste solo perchè si è corrotti. i politici onesti entrano ed escono con l’onore delle armi. Non sono aggrappati alle poltrone, fanno politica per servire i cittadini e non se stessi.
Il presidente del Partito socialista catalano, José Montilla, in questi giorni ha perso le elezioni e si è subito dimesso. Il segretario del Partito socialista francese, François Hollande, quando la sua candidata Ségolène Royal ha perso le elezioni presidenziali contro Nicolas Sarkozy si è subito dimesso. Da noi chi perde non si dimette, anzi briga per riciclarsi.

I consigli di amministrazione delle società pubbliche sono pieni di trombati alle elezioni e di cadaveri politici. Gente inutile che non solo divora in modo parassitario risorse pubbliche, ma fa danno all’organismo cui partecipa perchè esercita il clientelismo e la corruzione. Non sappiamo se il danno maggiore alla comunità nazionale provenga dai mafiosi o dai politici corrotti.
Gli anticorpi: ecco cosa serve per fronteggiare l’invadenza delle due categorie. Gli anticorpi devono provenire dai due terzi della popolazione onesta che lavora, che produce ricchezza, che fa sacrifici e che paga le tasse. Male fa una parte di essa che, schifata, non va più a votare, mentre dovrebbe partecipare attivamente a protestare contro il malaffare e l’iniquità, fra cui lo strapotere di una Pubblica amministrazione corporativa e zeppa di privilegi.
La criminalità organizzata sta trovando fertile terreno per le proprie attività lucrative. Occorre che cittadini e responsabili istituzionali onesti comincino a usare i più potenti diserbanti, per togliere la mala pianta.
Nov
12
2010
In queste ultime settimane il termometro politico ha la febbre alta. Nonostante i tatticismi dei vari protagonisti, le elezioni politiche sembrano prossime. Il che significa che a meno di tre anni dalle precedenti si torna a votare pro o contro Berlusconi e non a favore di questo o quel programma. Tutto ciò, dopo un anno di blocco delle attività parlamentari che hanno risentito dell’inefficienza del Governo in carica e del presidente Fini, divenuto capo partito.
La situazione è grave anche perché l’opposizione è variegata e frantumata, non ha una sola voce e un solo programma, un testo basato su dieci attività e non di più. Non c’è in vista una situazione del tipo anglosassone o francese o tedesca, per cui si sa, prima di votare, che chi vince governa davvero e chi fa opposizione critica in modo costruttivo. 
Quando il vertice di un Paese come il nostro non funziona, è miracoloso che parti della società civile ed economica funzionino per proprio conto. Ma è evidente che la mancanza di un coordinamento comporta l’impossibilità di utilizzare sinergie essenziali per moltiplicare la creazione di valore.

Il valore che si crea non deve essere necessariamente economico, può essere anche sociale. L’importante è che esso aumenti costantemente. Ma chi è capace di creare valore? Solo chi è dotato professionalmente e moralmente, cioè chi è onesto e capace. Coloro che non possiedono questi due requisiti creano disvalore, che si sottrae al valore. La società italiana non è capace di separare nettamente valori da disvalori e, secondo la regola che tutti hanno famiglia, confonde colpevolmente gli uni con gli altri.
I partiti ricevono i rimborsi elettorali anche in caso di scioglimento anticipato delle Camere. Ancora oggi lo Stato sta pagando con i nostri  soldi i rimborsi elettorali della tornata che vide Prodi vincente per 24 mila voti nel 2006. Infatti, tali rimborsi saranno completati nel 2011. Ma intanto dal 2008 sono partiti i rimborsi per la campagna elettorale che vide vincere il Cavaliere. Si tratta di centinaia di milioni di euro, non di bruscolini (1 euro per voto, moltiplicato per il numero di anni).
Il finanziamento pubblico dei partiti fu abolito a furor di popolo dopo il ciclone Mani Pulite, ma poi ripristinato con una denominazione diversa, cioè il rimborso elettorale.
 
I partiti ne inventano una più del diavolo per arraffare i nostri soldi.
A qualcuno potrebbe sembrare che noi siamo contro i partiti. Non è così. Innanzitutto perché sono previsti dall’art. 49 della Costituzione, il quale prevede: Tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti, per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.
I partiti, dunque, possono concorrere. Non sono i decisori, i quali restano i cittadini. I partiti devono usare il metodo democratico, cioè devono avere degli statuti che consentano di eleggere i propri organi, senza far prevalere fazioni e prepotenze e, in nome della trasparenza e del diritto dei cittadini, compilare bilanci veri e certificati, in modo da giustificare la percezione del pubblico denaro che finanzia la politica, ma quella giusta e corretta, non i loschi affari.

Dal metodo democratico previsto in Costituzione, questi partiti hanno ribaltato l’indirizzo della Magna Carta e, con una tracotanza senza limiti, si sono approvati una legge elettorale detta porcellum che ha di fatto incentrato il potere di nomina di tutti i membri del Parlamento nelle mani di quattro o cinque persone. Altro che democrazia! Si tratta di una oligarchia conclamata.
Com’è noto, il partito che prende anche un solo voto più degli altri si aggiudica 340 seggi alla Camera su 630. Ecco perché Berlusconi lotterà con qualunque mezzo per evitare di cambiare questa legge.
Invece, essa va sostituita con un’altra. Noi pensiamo al maggioritario con il doppio turno alla francese che nel Paese transalpino funziona bene, seppur accoppiato a un regime presidenziale, cioè con l’elezione diretta a suffragio universale del presidente della Repubblica che ha compiti di gestione del Paese. Peraltro, il modello del doppio turno esiste già in Italia per l’elezione dei sindaci e funziona molto bene.
Attendersi reminiscenza dai responsabili dei partiti è illusorio. Solo l’opinione pubblica e i quotidiani che la rappresentano possono spingere al profondo cambiamento urgente e indifferibile.
Set
23
2010
Sessant’anni di cattiva politica di matrice democristiana, emulata dai partiti satelliti, ha abituato i candidati a cercarsi i voti uno ad uno, non su un progetto politico di interesse generale, bensì sui bisogni di ogni potenziale elettore e della sua famiglia.
Siccome al Sud, per una voluta politica discriminatoria dei governi, la popolazione è stata mantenuta in uno stato di bisogno, il clientelismo ha avuto (ed ha) il suo massimo fulgore. I cattivi politici hanno usato lo stesso metodo con gli imprenditori, distribuendo appalti non già in base al merito e alle capacità di costruire a prezzi più bassi, ma in relazione alle tangenti che essi avrebbero pagato, naturalmente maggiorando fortemente i costi.
La parentesi di Mani pulite, nel principio degli anni Novanta, è servita a dare una scossa a quel sistema di partiti che fondava il proprio potere sulla legge proporzionale. Poi, la cosiddetta Seconda Repubblica (non vera), cominciata con la legge elettorale detta Mattarellum, dopo un periodo di quiete ha ricominciato con la corruzione nella Cosa pubblica.

Oggi essa è grande, toccando gangli dello Stato come la Protezione civile. è anche estesa a livello regionale e comunale. Il gran lavoro delle Forze dell’ordine, soprattutto della Guardia di Finanza, scopre una parte di questa corruzione, perché l’incultura accoppiata alla famelicità di tanti consiglieri regionali e locali genera nuova corruzione.
L’indebito arricchimento di parlamentari, che incassano 26 mila euro lordi al mese, di cui un terzo non tassato, o burocrati, che guadagnano anche 20-25 mila euro lordi al mese senza rispondere dei risultati, è un’ingiustizia lamentata da tutta quella popolazione che ha difficoltà ad arrivare alla quarta settimana.
È sotto accusa l’amministrazione della Cosa pubblica, nella quale nessuno compie l’ordinaria amministrazione, perché ognuno tira il lenzuolo dal proprio lato. L’accusa di negligenza, incapacità, mancanza di professionalità è pienamente giustificata dalla constatazione che non si riesce ad invertire il percorso perverso e imboccare la strada della virtù. Una situazione disastrosa nella quale la carenza di risorse sta strangolando la popolazione siciliana.
 
Il patto di stabilità Ue e quelli a valle tra Stato e Regioni, e Regioni e Comuni stanno imponendo dei severi paletti alla gestione della Cosa pubblica. Questi paletti sono portati anche dalle manovre estive (133/08, 102/09 e 122/10). Altri paletti sono inseriti nei decreti legislativi sul federalismo ed in particolare quello sui costi standard e l’altro sui fabbisogni standard.
Sono state individuate quattro Regioni (Lombardia, Toscana, Marche e Umbria) benchmark, che costituiscono punti di riferimento per le altre sedici. Di esse, vengono presi a modello i costi virtuosi dei singoli servizi, cui si devono adeguare i servizi di tutte le altre Regioni.
Nei decreti legislativi in approvazione vi sono anche costi e fabbisogni standard dei comuni, scelti tra quelli virtuosi. Anche in questo caso tutti gli altri comuni, viziosi, dovranno adeguarsi, in modo da spendere quanto è necessario e non di più. Da quanto precede, appare chiaro che, finiti i soldi, il clientelismo verrà azzoppato, perché, checché se ne pensi, è il denaro, gestito in maniera disonesta, che crea corruzione e disparità tra i cittadini.

Il cattivo politico non potrà più permettersi di promettere alcunché (il posto di lavoro, la commessa, l’appalto, la consulenza, l’incarico professionale), perché non avrà più la possibilità di disporre di risorse finanziarie.
 Chi soffre non è disponibile a compatire o tollerare chi commette soprusi. Il problema della classe politica è esattamente il contrario di quello che ha fatto fino ad oggi: mettere ordine nelle Pubbliche amministrazioni, renderle efficienti, inserire un progetto di sviluppo di alto profilo per il benessere di tutti i cittadini e non delle corporazioni e delle classi privilegiate.
Quando le risorse finanziarie diminuiscono bisogna spendere bene per ottenere i migliori risultati. Le risorse sono spese al meglio se chi ha responsabilità politiche e gestionali, rende efficiente l’apparato affinché possa svolgere l’ordinaria amministrazione. La raccolta del consenso basata sul favore non serve più. Vince, invece, se è basata sull’interesse di tutti.
Set
09
2010
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.

A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
 
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.

La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Giu
25
2010
Quando, verso la fine degli anni Novanta, parlavo con Raffaele Lombardo sulla necessità che in Sicilia si costituisse un partito autonomista, gli ricordavo la brillante storia della Catalogna e del suo fondatore Jordi Pujol che, dal 1976, ha condotto quella regione dall’essere la più povera della Spagna a diventare la più ricca del Paese iberico. Lombardo ascoltò e non disse niente. Ma poi, qualche anno dopo, mise mano al Partito autonomista che, nel volgere di qualche anno, ha raccolto consensi per circa il 16% (elezioni europee del 2009).
In questi anni si è svegliato anche Gianfranco Micciché il quale ha di fatto staccato un pezzo del Pdl in Sicilia, all’incirca il 50%, per costituire  un embrione di Partito autonomista. Per ultimo, il capogruppo del Pd all’Ars, Antonello Cracolici, insieme a Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia, sta progettando di statuire il Pd autonomo della Sicilia.
C’è un movimento generale che sta cercando di cogliere lo stato di grave insoddisfazione della popolazione siciliana.

Micciché, di fatto, si sta muovendo sotto la copertura non ufficiale di Berlusconi, il quale ha interesse che nella sua coalizione vi siano tante anime che agiscano autonomamente, pur facendo riferimento a lui medesimo.
è interesse del Cavaliere che, a fronte del primo partito autonomista d’Italia, la Lega nord, ve ne sia anche uno in Sicilia e forse anche in qualche altra regione. Quando si apre un mercato gli altri soggetti, se vogliono restare competitivi, devono adeguarsi. Ecco spiegata l’iniziativa di Cracolici e compagni. è un bene o un male che vi siano questi movimenti che puntano verso una sorta di cambiamento della stagnazione della politica regionale?
A nostro avviso si tratta di iniziative positive. Lo dimostra il fatto che in 40 anni, dal 1970 al 2010, il Pil della Sicilia sia rimasto a quel misero 5,6% del Pil nazionale. Il che significa che in termini reali nel 2010 la Sicilia non produce circa 47 mld di ricchezza.
 
Autonomia dal centro non significa portare nella Regione gli stessi difetti dei Ministeri, ma ribaltare il modo di amministrare, tagliando sprechi, privilegi, rendite di posizione e soprattutto mettendo il bavaglio alle corporazioni che distruggono ricchezza e assorbono in modo parassitario attività che dovrebbero essere utilizzate in  maniera ben diversa nell’interesse di tutti i siciliani.
Abbiamo più volte pubblicato con le nostre inchieste, le differenze abissali delle spese per branca amministrativa tra la Sicilia e la Lombardia. Il dato macroscopico è che la Sicilia ha un organico di 15.600 dipendenti a tempo indeterminato e oltre 6.000 a tempo determinato contro i 3.417 della Regione Lombardia. La Sicilia è riuscita a collezionare circa 2.065 dirigenti contro i 226 della Lombardia.
In Sicilia l’Ars costa 170 milioni contro i 72 del Consiglio regionale della Lombardia. Un deputato regionale percepisce circa 26 mila euro al mese lordi, un consigliere regionale della Lombardia ne percepisce 18.000.

Occorre quindi fare buona amministrazione, questo vuol dire fare autonomia. Altrimenti si fa un’operazione di solo maquillage, di illusionismo. Che è un ulteriore becero modo per prendere in giro i siciliani, i quali, invece, hanno bisogno di una classe dirigente meticolosa che impronti la propria azione ai valori etici.
Infatti non vi può essere politica senza etica, non vi può essere politica senza lavoro, non vi può essere un’azione correttiva che imbocchi la strada dello sviluppo, se non si tengono presenti i tre valori principali delle istituzioni: equità, merito e responsabilità. Questi valori non sono di proprietà di alcuna parte politica, nè Destra, nè Centro, nè Sinistra, ma solo di chi ha buon senso e agisce nell’interesse generale. L’interesse generale è che il bilancio della Regione, approvato il 30 di aprile con entrate e uscite in pareggio fittizio di circa 28 mld, è un bilancio ingessato, perchè quasi tutto destinato alle spese correnti. Con questo strumento non si va da nessuna parte.
Feb
12
2010
La bulimia degli incarichi cresce a ritmi esponenziali. Nel passato raramente un parlamentare diventava sindaco, oggi anche i ministri vogliono diventarlo. Presidenti di Provincia che fanno gli eurodeputati (ma quando trovano il tempo per fare bene i due mestieri?),  deputati inseriti in consigli di amministrazione con palese conflitto di interesse fra controllante e controllato. Mogli e amanti con incarichi pubblici, veline inserite in liste elettorali e poi elette. Un lungo elenco che la dice lunga su una classe politica incapace di seguire esempi cristallini di chi ha senso dello Stato, dignità e responsabilità.
I famigli, gli amici degli amici, i parenti dilagano fra i ceti dirigenziali amministrativi, nei gabinetti degli assessori, nei consigli di amministrazione di società partecipate. A nessuno dell’entourage si nega un incarico ed il relativo compenso. Le consulenze si moltiplicano e fanno moltiplicare i costi in tutti quegli enti pubblici ove non ve ne sarebbe bisogno.

Il malcostume dilagante non tiene in alcun conto la necessità di gestire i soldi dei contribuenti in maniera corretta, in modo che la spesa sia efficiente e raggiunga gli obiettivi dei programmi che la politica stabilisce.
Come si misura l’efficienza della spesa? Attraverso il conseguimento dei risultati. Solo essi dicono la verità sulla competenza e sulla capacità dei dirigenti di organizzare bene i dipartimenti loro affidati col giusto impiego di figure professionali. Occorre un quadro equilibrato e dotato di strumenti anche informatici, soggetto ad un rigoroso controllo di gestione, che verifichi ogni sera se sia stata raggiunta quella porzione di risultato che sommata alle seguenti, dà il risultato finale.
Lo Stato non deve gestire, ma fissare le regole generali, che tutti i membri della comunità devono osservare, per demandare alle Regioni l’amministrazione dei territori e queste ultime alle istituzioni primarie che in uno stato moderno sono i Comuni.
Proprio gli enti locali sono i sensori del territorio, conoscono bene le esigenze dei propri cittadini e, in un quadro di interessi generali, devono prendere decisioni per tutelare coloro che vi abitano.
 
Gli 8.091 comuni d’Italia sono una enormità se paragonati ai 3.000 della Francia. Si comprende benissimo l’esigenza di piccole comunità di montagna di tutelare la loro specificità. Non è giustificata, invece, l’esistenza di comuni di qualche centinaio di abitanti dove sindaco, pochi assessori e consiglieri sono tutti parenti.
In questo scenario non si comprende neanche la presenza nell’attuale forma delle Province regionali che tutti, a parole, vogliono abolire. In Sicilia, poi, vi è il grande scandalo di una legge regionale (L.r. 9/86) che ha istituito le Province regionali in una forma non prevista dall’articolo 15 dello Statuto costituzionale.
Infatti, il secondo comma precisa che “L’ordinamento degli enti locali si basa nella Regione stessa sui Comuni e sui liberi consorzi comunali...”. In nessuna parte di esso è menzionata la parola province. Tagliare le province siciliane, così come istituite, significa eliminare uno spreco di 1,1 miliardi di euro e semplificare la gestionedel territorio. 

La recente legge sul federalismo (42/09) ha impostato il decentramento delle funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e ai Comuni. Un modo per avvicinare il controllo dei cittadini sulle istituzioni locali e sulle loro spese, in modo che essi siano nelle condizioni di controllare il rapporto fra imposte pagate e qualità dei servizi resi.
Non sappiamo se, in parallelo con questa importante riforma istituzionale, governo e maggioranza, anche con l’ausilio dell’opposizione, procedano ad un forte dimagrimento dell’apparato centrale. Diversamente, la spesa pubblica è destinata a gonfiarsi per il raddoppio delle funzioni.
Portare verso il territorio l’amministrazione delle spese dovrebbe, in via parallela, tagliare la famelicità di tanti soggetti politici nell’accumulare doppi incarichi o incarichi familiari, in modo che siano separate le responsabilità ai diversi livelli.
Attendiamo la seconda legge sul federalismo che dovrebbe essere basata su costi standard e sugli standard di efficienza.
Dic
15
2009
Comprendiamo le motivazioni di chi urla in politica, perché intende così attirare l’attenzione e, possibilmente, più consensi. Tuttavia non possiamo sottacere che  questi comportamenti da urlatori sono volgari e maleducati. Non è alzando la voce che si dimostra la validità delle proprie ragioni, bensì portando argomenti fondati e riscontrati. Il clima della politica italiana, in questi ultimi sei mesi, si è fortemente deteriorato. A nulla sono valsi i più che ragionevoli richiami del Capo dello Stato alla moderazione ed al rispetto reciproco fra le parti in tenzone.
Da un canto, gli attacchi al presidente del Consiglio in quanto Berlusconi, sono andati sopra le righe da parte di Di Pietro e di una Sinistra estrema che proprio perché non è in Parlamento, cerca di farsi sentire. D’altra parte, il Cavaliere ha reagito con veemenza dando ascolto ai falchi tra i suoi consiglieri.
Occorre rispetto per chi ricopre incarichi istituzionali, indipendentemente dalla persona fisica che in un determinato momento storico li ricopre. D’altra parte si devono mantenere le proprie argomentazioni e il proprio modo di fare entro i limiti dell’educazione istituzionale che sono propri di una democrazia matura, se tale.

Aizzare l’opinione pubblica è un comportamento sbagliato, anche perché tra i cittadini vi è una frangia di esaltati e facinorosi i quali, non possedendo equilibrio psico-fisico, possono compiere gesti inconsulti. Vi è una colpa oggettiva in chi esaspera i toni, in qualunque parte stia nell’agone politico nazionale.
Non entriamo nel merito delle questioni che contrappongono l’opposizione e la magistratura da un canto, al centro-destra e a Berlusconi dall’altro. Né entriamo nel merito del conflitto che separa, sembra irrimediabilmente, Fini da Berlusconi.
Tutti i conflitti possono nascere, dare torto o ragione con più o meno credibilità, ma ogni parte deve avere il senso della misura. Quando esso deborda dai limiti consentiti in una comunità, indipendentemente da ciò che dice o ciò che fa, va condannato senza mezzi termini e additato all’esecrazione della pubblica opinione.
 
Ha ragione Casini, leader politico di cui non approviamo quasi niente perché abituato ai giochini della parte peggiore della Democrazia Cristiana, quando dice che Berlusconi ha il dovere di governare, cioè di proporre leggi alla sua maggioranza che le deve approvare e di compiere tutti quegli atti amministrativi necessari al buon funzionamento della comunità.
In questo quadro, Berlusconi si sente accerchiato, dall’interno per le prese di posizione di Fini, anche se può contare sulla solidarietà incondizionata della Lega; dall’esterno, per una aggressività verbale di coloro che intendono la democrazia in modo anomalo.
Bersani, nuovo leader del Pd, sta usando, invece, toni misurati anche se non ha realizzato lo scopo principale di un’opposizione. Esso consiste in un programma alternativo di governo, fondato su pochi ma qualificati punti, in modo da chiedere all’opinione pubblica il consenso futuro su soluzioni utili rispetto a quelle che propone  l’attuale maggioranza.

Quest’ultima ha un compito difficilissimo, ma essenziale, previsto dal suo programma elettorale. Si tratta di quella serie di riforme che devono ribaltare iniquità e disfunzioni, soprattutto nei servizi pubblici, in modo da renderli funzionali, con la stessa efficienza ed efficacia di quelli privati.
Non è un caso che la crisi sia stata sopportata interamente dai dipendenti privati, con cassa integrazione e licenziamenti, mentre tutti i dipendenti pubblici hanno continuato a prendere con puntualità il loro stipendio. Iniquità insopportabili che il sindacato evita accuratamente di portare all’attenzione dell’opinione pubblica. 
La maschera insanguinata di Berlusconi era impressionante. Non si capisce, però, perché il premier dopo essere salito in macchina, ne sia ridisceso. Alcuni suppongono che l’abbia fatto per rassicurare i suoi estimatori sul fatto che tutto sommato stava bene. Altri, invece, maliziosamente, perché voleva farsi vedere in quelle condizioni. In ogni caso, l’episodio lo ha sicuramente agevolato sul piano dei consensi ed è giusto che sia così.
Dunque, basta odio contro Berlusconi. Il Parlamento approvi le leggi che diano serenità ed educazione alla politica, mettendo davanti a tutti i comportamenti l’interesse  generale.

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