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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Precari

Gen
13
2012
La scure del Commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, si è abbattuta su due norme relative alla stabilizzazione dei precari e al rifinanziamento del credito d’imposta. Il Commissario ha sollevato il velo su quella anomalia del bilancio regionale che noi denunciamo da molto tempo e su cui l’assessore Armao e il ragioniere generale Emanuele non hanno ancora voluto darci i chiarimenti ripetutamente richiesti.
Ci riferiamo all’avanzo di amministrazione e residui attivi, una posta che serve a quadrare i conti, ma che non rappresenta vera finanza. Come dire che il bilancio regionale è truccato da molti anni perché non rappresenta le vere poste fra le entrate.
Non è un caso che assessore e ragioniere generale non vogliano spiegare all’opinione pubblica da cosa sia formato tale avanzo. L’autorevole intervento del Commissario dello Stato ha confermato però che esso rende la situazione finanziaria della Regione ingestibile perché in cassa, spesso, non c’è un euro.

Abbiamo atteso a redigere questo commento perché i deputati infuriati avevano promesso di rivotare la legge a favore dei precari-raccomandati sfidando così apertamente non solo il Commissario dello Stato, ma anche la realtà ed il buon senso.
Come era prevedibile, martedì 10 gennaio, l’Assemblea dei deputati non ha approvato un bel niente, motivando l’inazione con la carenza di risorse finanziarie. Bella scoperta! Si sapeva già, e quindi, il proposito demagogico dei deputati regionali aveva solo lo scopo di gettare fumo negli occhi ai malcapitati precari-raccomandati. La gravità della questione emerge interamente ed è stata evidenziata in decine di inchieste che abbiamo fatto, spiegando come sia stato dissennato questo governo nell’avere assunto a inizio 2011 ben 5.000 dipendenti con contratto a tempo indeterminato, seppure provenienti da precedenti contratti a termine.
Un comportamento dissennato anche per la ragione vera che la Regione siciliana ha un esubero di 10.000 dipendenti, in quanto con gli altri 10.000 potrebbe fare funzionare la sua pubblica amministrazione. Finché Governo e maggioranza continuano a sperperare i nostri soldi pagando inutili stipendi, nessuna azione di sviluppo potrà essere intrapresa.
 
Infatti nessuna azione di sviluppo potrà cominciare se non si taglia la spesa improduttiva, cioè 3,6 miliardi, le cui voci sono dettagliate nelle pagine che abbiamo più volte pubblicato. Il dilemma è: pagare stipendi o cofinanziare l’apertura dei cantieri insieme ai fondi europei e statali? Aprendo i cantieri, i dipendenti regionali in esubero potrebbero andare a trovare colà occupazione.
La ripresa dell’economia siciliana, oltre che con la costruzione di infrastrutture, passa anche attraverso gli appalti per la sistemazione idrogeologica del territorio, ma anche per nuovi progetti nella green economy, che potrebbe dare solo in Sicilia uno sfogo ad oltre 10.000 persone. Passa per un grande progetto di sviluppo del turismo, anche attraverso l’utilizzazione economica dei beni archeologici, paesaggistici e culturali. Passa attraverso l’attrazione d’investimenti di gruppi internazionali a condizione che si garantisca loro il rilascio di autorizzazioni e concessioni in 30 giorni.

Il che ci riporta al punto di partenza, come al gioco dell’oca. Infatti, il peso sull’economia di una pubblica amministrazione inefficiente, incapace di assolvere al proprio compito, qualche volta corrotta, è il primo elemento che impedisce la ripresa e fa peggiorare la disoccupazione.
Vi è poi un’altra questione che ha evidenziato l’assessore Armao e riguarda la riscossione. Da un rapporto del dipartimento Finanze risulta che la metà degli uffici regionali siciliani usa ancora la carta per la gestione della riscossione delle entrate, nonostante Equitalia e Serit spa abbiano fornito software a titolo gratuito.
Il 40 per cento degli uffici non si è ancora uniformato all’informatizzazione. L’assessore all’Economia ha diramato una circolare con la quale rileva un dato pleonastico: la necessità di utilizzare i servizi informatici per raggiungere i piu efficaci standard di efficienza. Ma non ha aggiunto le sanzioni a carico dei dirigenti indolenti, incapaci e incompetenti che non hanno provveduto alle indicazioni. Senza sanzioni qualunque direttiva è solo acqua calda.
Set
17
2011
Ogni venerdì pubblichiamo nuove opportunità di lavoro sperando nel riscontro di almeno il doppio di aspiranti. Delusione. Sono in pochi a proporsi, il che sembra anomalo tenuto conto della diffusa disoccupazione che, secondo l’Istat, ha raggiunto, nel 2010, ben 236 mila unità.
Perché, si chiedono in tanti, i disoccupati non rispondono a opportunità di lavoro? La risposta è nei fatti: non possiedono competenze per proporsi positivamente alle opportunità e, peggio, non hanno alcuna voglia di formarsele.
Trascuriamo, nella nostra valutazione, quell’istituto mangiasoldi della Formazione professionale, perché, in tanti decenni, non ha reso idonei i partecipanti ai corsi se non rilasciando loro inutili pezzi di carta. Tuttavia, tale Formazione ha bruciato miliardi e miliardi di euro nell’ultimo ventennio. Una vergogna senza limiti di cui però ceto politico e formatori stessi non si vergognano affatto.

La questione dei precari, pubblici e privati, è una falsa questione. Tutti costoro, in verità, cercano uno stipendio o un’indennità qualsivoglia, non un lavoro. Se così fosse, si preparerebbero, studierebbero e si aggiornerebbero tutti i giorni e invierebbero i propri curricula a chi offre un lavoro professionale.
Vedete, chi esibisce diplomi, lauree, attestati di partecipazione e altri inutili cartacce non viene valutato, perché quello che conta è il suo saper fare. Quando c’è una selezione per una qualunque mansione, i candidati vengono valutati per quello che sanno fare. Naturalmente, questo discorso non vale (almeno non valeva) per il settore pubblico, nel quale ciò che contava era la raccomandazione.
Vi fu, in qualche decennio del dopoguerra, l’assunzione pubblica per merito, quando si svolgevano i concorsi che costituivano selezioni serie. Poi, un ceto politico improvvido, dagli anni Ottanta in avanti, scoprì che si potevano far entrare nella Pubblica amministrazione i propri raccomandati per chiamata diretta, violando l’articolo 97 della Costituzione. E così le maglie dell’impiego pubblico si allargarono a dismisura, facendo entrare inutili e incompetenti dipendenti e dirigenti. Sono proprio questi ultimi i colpevoli dello sfascio della Pubblica amministrazione.
 
I precari competenti non esistono. Infatti, chi è competente non può essere precario in quanto trova subito collocazione, e chi è precario non può essere competente perché, se lo fosse, troverebbe collocazione. La questione è lineare, non ha controindicazioni e sfidiamo chiunque a provare il contrario.
Naturalmente, non prendiamo in considerazione, in questo ragionamento, né il pietismo siculo secondo cui tutti tengono famiglia, né lo sfrenato clientelismo di alcuni uomini politici di bassa lega che utilizzano i galoppini e neppure chi sostiene che foraggiare gli inutili raccomandati precari costituisca un ammortizzatore sociale.
Se governi e maggioranze regionali, in questi ultimi vent’anni, avessero speso tutte le risorse europee e statali, cofinanziate da quelle regionali, si sarebbero create decine di migliaia di posti di lavoro, produttori di ricchezza, nei quali chi avesse cercato un lavoro l’avrebbe trovato senza alcuna preoccupazione.

Quest’azienda ha più volte comunicato che è disposta ad assumere subito 10 agenti professionisti della vendita, ma non ne trova, se non con difficoltà, perché chi deve agire nel mercato deve essere persona preparata e competente, persona disposta a fare sacrifici per imporsi e per servire bene la propria clientela.
Abbiamo selezionato moltissimi richiedenti che volevano fare i giornalisti, ma non avevano la minima idea di come si facessero le inchieste e di come si potesse approfondire ogni questione informativa. Ma, chi è stato disposto a sacrificarsi, a studiare, ad apprendere le tecniche dell’organizzazione e dell’efficienza per fare bene il nostro mestiere, oggi si trova all’interno del QdS e svolge onorevolmente la propria professione con competenza.
Continuiamo a scrivere, controcorrente, che i precari competenti non esistono. Esistono i precari incapaci, perché non hanno studiato, perché non hanno maturato esperienze, perché non hanno capito che per lavorare ci vogliono competenze, non raccomandazioni del politico di turno. La diseducazione che si è diffusa in Sicilia, ora dovrà essere ribaltata in un processo virtuoso, che ancora, però, non si vede.
Apr
21
2011
Sabato 9 aprile alcune centinaia di precari hanno manifestato a Roma per chiedere il posto fisso. Qualcuno di essi ha dichiarato che rappresentavano quattro milioni di colleghi senza contratto a tempo indeterminato. Una verità costruita perché se da un canto potrebbe essere vero che vi sia qualche milione di aspiranti dipendenti, dall’altro non è dimostrato che i manifestanti ne avessero la rappresentanza. 
La cosa che impressiona dalle dichiarazioni raccolte da alcune televisioni è che tutti protestavano perché non avevano un impiego stabile, non perchè sul mercato non vi fossero opportunità di lavoro. Né hanno spiegato quali fossero le loro competenze professionali in grado di essere valorizzate dalle opportunità. La mentalità tutta italica di cercare il posto fisso è un guaio perché mette in sordina le capacità individuali e in naftalina l’acume e la voglia di trovare soluzioni e risposte alle proprie ambizioni positive.

Una di queste si lamentava che da maestra e da impiegata non aveva avuto il posto fisso per quasi un quarto di secolo. Anch’essa non ha spiegato se avesse tentato di svolgere un lavoro che mettesse in luce le proprie capacità, eventualmente possedute.
Tutti chiedono il posto fisso, ma nessuno spiega quali competenze possieda, e come se le è fatte, per poter aspirare a un lavoro, non a un posto di lavoro. è solo questa la differenza. Lavoro in Italia ve n’è tanto, un po’ meno nel Sud e in Sicilia, eppure non può essere soddisfatto.
La Stretto di Messina Spa sta reclutando 8 mila persone perché a fine anno dovranno cominciare i lavori dei due piloni del Ponte da 400 metri di base sulle due coste. Ebbene, dall’Anas ci dicevano che non riescono a trovare in loco la manodopera necessaria, per cui saranno costretti a far venire gente da altri Paesi d’Europa per soddisfare questa necessità.
Vorremmo consigliare ai disoccupati siciliani e calabresi di farsi sotto e di presentarsi agli uffici della società dello Stretto esibendo referenze sulle proprie competenze professionali. Se le possiedono, saranno assunti per tutto il periodo della costruzione del ponte, che durerà almeno sei anni. Vedremo se vi sarà una folla di richiedenti o se gli uffici resteranno deserti.
 
Se i precari e i disoccupati cercassero un lavoro e non un posto di lavoro, dovrebbero pensare alle centinaia di opportunità che offre l’apertura della Partita Iva, cioè diventare lavoratori autonomi, cioè coloro che assumono rischi, che devono lavorare senza limiti, fare sacrifici in prospettiva di una forte crescita professionale ed economica.
Vi sono centinaia di opportunità nel settore del franchising, nel quale ogni attività può essere iniziata con investimenti ridotti, peraltro finanziabili dalle banche.
Vi sono tante altre attività nel settore dell’artigianato, ove invece vi è la giungla del lavoro in nero e di tanti che si arricchiscono senza pagare le imposte. In Sicilia non sono ancora nate e non si sono ancora diffuse le cooperative di artigiani, che offrono servizi multipli con puntualità e qualità. Ognuno va per la propria strada, col risultato di dimostrare disorganizzazione e di dare risposte negative ai cittadini che chiedono i servizi.

Vi è poi il settore commerciale e delle vendite che ha fame di bravi professionisti. è un settore difficile, nel quale otto persone su dieci non vogliono entrare, dicendo che non sono adatti, mentre in effetti non sono capaci. è un settore nel quale bisogna avere costanza e tenacia, perché le risposte negative alle proprie offerte sono il maggior numero. Solo chi non è capace di metabolizzare il principio che le risposte negative fanno parte del mestiere si scoraggia e abbandona.
L’editore di questo giornale cerca continuamente professionisti della vendita e sales manager, ma non li trova. Eppure il mercato c’è, mancano le persone con le adeguate competenze per inserirsi e utilizzarle al meglio.
In Sicilia il lavoro c’è, ma c’è una mentalità parassitaria e attendista. Manca lo spirito di iniziativa e la voglia di progettare e costruire il proprio futuro. Una voglia che dev’essere insegnata dalle generazioni più avanzate, spiegando che tutto il mondo progredisce perché i cittadini di ogni Paese sono in competizione, cui possono partecipare se adeguatamente addestrati e allenati. Oppure perdono insieme al loro Paese.
Feb
23
2011
Nel Meridione è diffusa la pessima mentalità che i lavori manuali siano socialmente di livello più basso. Chi ha studiato sa che è importante far bene il proprio lavoro qualunque esso sia. L’importante è immettervi professionalità e trarre le adeguate soddisfazioni professionali ed economiche.
Il bravo ebanista, il sapiente idraulico-elettricista, il fabbro, il vetraio e così via, sono figure che possono guadagnare tanto solo se si organizzano bene, possibilmente in cooperative, in modo da offrire un servizio puntuale ed impeccabile ad un prezzo di mercato che è certamente remunerativo.
Ma anche chi lavora nelle opere pubbliche a tutti i livelli può trovare soddisfazione. La mentalità secondo la quale chi sta dietro una scrivania pubblica ha prestigio e chi lavora all’aria aperta no, è una pura ipocrisia, retaggio di tradizioni negative. Peggio ancora, chi consegue una inutile laurea gravando sulle finanze della propria famiglia, ritiene di essersi elevato socialmente, sol perché si può fregiare dell’inutile titolo di dottore. 

Conosco centinaia di persone che non possiedono tale inutile titolo e sono bravi nel loro mestiere e nella loro professione, vivono bene ed hanno un rango sociale adeguato alla stima che la Comunità ha nei loro confronti. Per contro, conosco altre centinaia di laureati incapaci, incompetenti ma supponenti, i quali ritengono, in base al loro titolo, spesso immeritato, di aver diritto ad un lavoro che non c’è.
Mentre il lavoro c’è per i competenti, per coloro che sanno fare veramente, che hanno iniziativa e senso di responsabilità, che non guardano l’orologio, che sono disposti a fare sacrifici per crescere, alimentati da una cultura che si trova sui libri, di cui ognuno di noi ne dovrebbe leggere almeno un migliaio.
Incontro artigiani ed operatori di lavori manuali che hanno più buon senso e più cultura di tanti dottori. Ognuno di essi merita rispetto perché col proprio lavoro onora la comunità cui appartiene e sostiene adeguatamente la propria famiglia.
Tanta gente si lamenta che non trova lavoro, ma continua a restare passiva senza cercare le opportunità che ci sono. Tanto poi c’è mamma o nonno che contribuiscono al loro mantenimento.
 
Si tratta di gente senza dignità umana che dovrebbe imporre loro di liberarsi dal bisogno facendo le esperienze necessarie per acquisire la competenza che è la chiave indispensabile ad aprire la porta, oltre la quale il lavoro si trova.
Quelli che precedono sono concetti che ripetiamo frequentemente, tentando di dare un contributo alla nostra Isola che non ha niente da invidiare alle altre regioni, se non una sorta di rilassatezza endemica, secondo la quale sono gli altri a dover pensare alla soluzione dei nostri problemi.
Così non è perché ognuno di noi deve essere un locomotore e non un vagone. Ognuno di noi deve tirare e non farsi trainare. Ognuno di noi deve aver chiaro l’obiettivo cui puntare e tentare di raggiungerlo facendo tutto quello che può e deve fare. Chi si adagiasse, sperando in tempi migliori, non dovrebbe fare nessuna recriminazione perchè chi è causa del suo mal... . 

In questo quadro, salutiamo con piacere il ritorno al lavoro delle badanti italiane, dal quale si sono assentate per decenni dando libero sfogo a quelle provenienti da altri Paesi dell’Ue ed anche dall’estero.  Si tratta di un rinsavimento sociale o della conseguenza di un bisogno economico? Non sappiamo. Ma ci sembra che il vizio di considerare umile questa attività non sia del tutto passato.
Sarebbe opportuno che questa mentalità retriva fosse cancellata. Le badanti per le persone anziane sono una grande risorsa. Esse sono tutelate da contratti che prevedono la previdenza e l’accantonamento del Tfr, la possibilità di guadagnare straordinari e di vivere presso il domicilio del dante causa spesate di vitto e alloggio. Quindi, tutto sommato, non si tratta di una attività secondaria anche per il benefico effetto sociale.
Aver lasciato campo libero alle donne non italiane (ma ci sono anche uomini) è stato un errore grossolano che ora è difficile da recuperare. Tuttavia, non è mai troppo tardi e queste avvisaglie di ritorno al buon senso lo dimostrano, il che va salutato positivamente. Con ciò si aprono le porte a molte opportunità che le italiane e le siciliane possono cogliere con serenità, non considerandolo un lavoro non qualificato.
Feb
09
2011
Il pietismo italico nei confronti di tanti giovani che non trovano occupazione, li ha diseducati a cercarla. La compassione nei loro confronti è miserevole perché, anziché temprarli ad affrontare le difficoltà, a sbracciarsi, a sudare, a sacrificarsi per raggiungere gli obiettivi della propria vita, fornisce loro giustificazioni per restare inattivi. Solo i talenti sfuggono a questo comportamento perverso. Essi infatti sono locomotive che hanno in sé la forza e la voglia di arrampicarsi sui vetri e di superare le difficoltà di sesto grado.
Dal che ne derivano le litanie di tante inutili persone sul precariato come fosse una maledizione. I responsabili delle istituzioni, i sindacalisti, i politici e tanti altri, dovrebbero invece indicare ai giovani la necessità di acquisire competenze e professionalità (in altre parole il sapere) perché con le stesse il lavoro si trova.
Questo foglio pubblica ogni venerdì le occasioni di lavoro e il mio redattore, in modo sconsolato, mi riferiva che i curricula cui fanno riferimento sono molto meno delle opportunità pubblicate, pari a un quinto. Ma allora non è vero che il lavoro non c’è. Non c’è per chi non sa farlo. 

Io, orgoglioso di essere stato e di essere, a 70 anni e dopo 52 anni di lavoro, un precario incallito. Non voglio annoiarvi raccontandovi come e perché, posso solo testimoniare che ho sempre affrontato da zero una nuova attività (imprenditoriale, industriale, associativa, professionale, sociale d’insegnamento), senza preoccuparmi delle grandi fatiche che avrei dovuto sopportare. Mi ponevo un obiettivo e facevo di tutto per raggiungerlo utilizzando una mentalità assertiva, affermativa, positiva e costruttiva, che teneva conto di tutte le difficoltà come normalità.
È indispensabile che ognuno di noi provi e riprovi a raggiungere l’obiettivo, non si arrenda mai e soprattutto non si scoraggi mai. Riportava una massima sull’edificio principale dell’americana Ibm: Se c’è un problema, c’è la soluzione; se non trovi la soluzione, tu sei il problema.
L’aspetto più deteriore è il cattivo esempio che danno i pubblici dipendenti, i quali sono assunti senza merito e senza necessità, ma solo per raccomandazione salvo quando partecipano ai concorsi. Non lavorano in base ad un Piano aziendale, non hanno tempi di realizzazione dei servizi loro affidati, non hanno controllo sugli obiettivi, ma prendono ugualmente lo stipendio.
 
Anche nel precariato pubblico colpisce il pietismo italico, più precisamente il pietismo meridionale. “Poveretti - dicono alcuni - tengono famiglia, scaldano quelle sedie da molti anni, non possiamo mandarli a casa”. Tutto giusto, ma allora che dire di tutti i disoccupati che non hanno avuto l’opportunità di scaldare le sedie al  coperto di uffici inutili, perché privi di raccomandazione?
Precisiamo per l’ennesima volta che, almeno la metà dei pubblici impiegati, è fatta da gente capace e perbene, gente che ha superato i concorsi e che rende almeno quanto prende. Ma l’altra metà è proprio da mandare via, quella metà raccomandata che non ha fatto i concorsi.
Non è con questo pietismo e con questi mezzucci clientelari che si può risolvere il problema del precariato nel Sud e in Sicilia, ma utilizzando, invece, strumenti di sviluppo che producano ricchezza. Una ricchezza che diventa materia imponibile e, in quanto soggetta alle imposte, ha un valore sociale.

Ribadiamo il principio elementare che sono le attività economiche portate da investimenti a produrre ricchezza. E sono anche i cantieri per la costruzione di opere pubbliche che producono ricchezza. Non certo quei miseri compensi (500 euro al mese) dati a stagisti e simili per starsene a casa a non fare nulla. Anche questo è un comportamento diseducativo perché abitua a chiedere e ricevere un’elemosina. Non è così che si sviluppa una regione, non è così che possiamo pensare di cambiare passo per accorciare l’enorme divario col Nord.
È urgente che le istituzioni siciliane mettano le proprie carte in regola, che acquisiscano comportamenti virtuosi, che utilizzino i migliori professionisti per fare, che scoprano i talenti impedendo loro di andar via in quanto gli forniscono attività competitive in loco.
Bisogna smetterla di continuare a difendere i precari, ma spingerli ad acquisire conoscenze, ad inviare i propri curricula a tutte le opportunità di lavoro, ad essere disponibili a fare esperienze, a crescere intellettualmente e professionalmente. Questo è un modo attivo per dare una svolta a questa situazione non più sopportabile. Una situazione di dispari opportunità.
Dic
24
2010
Di fronte alla voragine di 1,5 mld € che non consente di far quadrare il bilancio 2011, la Regione sta assumendo a tempo indeterminato circa 5.000 nuovi dipendenti senza che siano passati dal vaglio di selezioni, che hanno il compito di mettere tutti i siciliani sullo stesso piano. Invece, nel corso di tanti anni, un ceto politico mediocre ha farcito le pubbliche amministrazioni siciliane di tutti i livelli, comprese le partecipate, dei propri raccomandati, i quali sono entrati per chiamata, impedendo ad altri siciliani di competere e di essere scelti in base al merito.
Ritorniamo continuamente su questa materia, perché la discriminazione fra i siciliani raccomandati e i siciliani normali è odiosa, quasi che i politici abbiano voluto affermare e stiano continuando ad affermare la teoria delle dispari opportunità. La grave situazione finanziaria siciliana parte dalla testa e cioè dalla conduzione della Cosa pubblica da parte del Governo regionale e dei sindaci che non è conforme all’art. 97 della Costituzione.

Che dice tale articolo? I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Sfidiamo i presidenti della Regione, che si sono succeduti in questi decenni, e i sindaci precedenti e in carica a giurare sul loro onore che hanno condotto le proprie amministrazioni secondo il precetto costituzionale testè riportato.
Precetto che si fonda a sua volta sui principi morali che devono governare una comunità. Senza di essi, avviene qualunque arbitrio e qualunque soverchieria perché vige la legge del più forte, mentre i più deboli sono regolarmente penalizzati.
Dare le stesse opportunità a tutti i siciliani è compito del pater familias, figura cui dovrebbe riferirsi costantemente il presidente della Regione. Osserviamo invece che bande di approfittatori e parassiti lucrano continuamente sulle somme che la stessa Regione dovrebbe amministrare per creare ricchezza e posti di lavoro, non per favorire i raccomandati.
Ribadiamo ulteriormente il peccato originale della Regione. Esso consiste nel non aver mai redatto il Piano aziendale.
 
Ai professionisti dell’organizzazione è noto che cosa sia il Piano aziendale. Un Piano che preveda il fabbisogno di risorse finanziarie e professionali per far funzionare la macchina amministrativa. Una macchina amministrativa che debba avere pubblici impiegati determinati per qualità e quantità, necessari alla produzione dei servizi e non di più. Fra l’altro, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, così cita l’art. 98 della Costituzione.
Vediamo invece che essi si considerano al servizio di questo o quell’uomo politico, per trarre benefici personali e tutti insieme formano una corporazione di 3,5 mln di cittadini che non si occupano del bene pubblico. Va da sè che non bisogna sparare nel mucchio. All’interno di questa corporazione vi sono tantissimi pubblici impiegati e dirigenti di grandissimo valore che però non possono estrinsecare le loro competenze e la loro voglia di fare perché sono ingabbiati in una macchina che non funziona.

E non funziona perché non c’è la volontà di farla funzionare e non c’è la volontà in modo che ogni cittadino, quando chieda un servizio, debba anche chiedere il favore per ottenerlo. E il favore si paga con un altro favore. Questa mentalità è molto diffusa nel Centro-sud della Penisola, ma anche al Nord non si scherza.
L’anno prossimo è necessario che le dispari opportunità si trasformino in pari opportunità, che tutti i siciliani abbiano le stesse possibilità, che la concorrenza faccia emergere ovunque e in qualunque settore il merito, valore essenziale per fare funzionare una comunità.
Il Governo regionale ha il problema congiunto di sistemare 80 mila precari e 236 mila disoccupati ufficiali secondo l’Istat. Non può  affrontare la questione solo per i primi, né assumere 300 mila persone. L’alternativa? Aprire i cantieri e spendere subito i dieci miliardi disponibili (Ue, Stato, Regione) che creerebbero 100 mila posti di lavoro. Non seguire questa strada costruttiva è come seguire la strada dell’Inferno. Ma noi vogliamo augurarci che il presidente Lombardo voglia seguire quella del Paradiso.
Dic
23
2010
Due buone notizie splendono da ieri sul cielo della Sicilia. La prima riguarda il processo di conversione del territorio di Termini Imerese, stabilimento Fiat, per il quale vi sono sette progetti, valutati positivamente dal Ministero per lo Sviluppo economico. Tali progetti prevedono investimenti di capitali privati per 880 milioni di euro, e risorse pubbliche per 180 milioni di euro. Gli investimenti delle sette aziende creeranno oltre tremila posti di lavoro, che sostituiranno i circa mille attuali dell’impianto Fiat.
Ecco ancora una volta dimostrato come con modeste risorse finanziarie pubbliche si possa mettere in moto l’economia con l’assorbimento di migliaia di disoccupati. In questo caso il rapporto è addirittura più favorevole perchè i 180 milioni di risorse pubbliche citate consentiranno a tremila siciliani un lavoro a tempo indeterminato. Se la Regione diventasse virtuosa e destinasse tutte le proprie risorse, indirizzate male per la spesa corrente, verso la realizzazione di investimenti e la costruzione di opere pubbliche, potrebbe mettere in moto un meccanismo vantaggioso che darebbe centomila posti di lavoro a centomila disoccupati siciliani opportunamente formati alla bisogna.

L’altra notizia luminosa è la prevista impugnazione da parte del Commissario dello Stato della legge clientelare che 67 deputati in malafede hanno approvato all’unanimità, martedi 14 dicembre. La notizia è luminosa perchè rende giustizia ai 236 mila disoccupati, che si sono sentiti discriminati dai legislatori regionali i quali con la legge approvata avevano dato ragione al clientelismo dei loro colleghi, che nel corso di tanti anni avevano fatto assumere agli enti locali siciliani tante persone munite di un solo merito: quello della raccomandazione.
Vogliamo ringraziare pubblicamente l’ufficio del Commissario dello Stato anche per le efficaci motivazioni dell’impugnativa. Notiamo con soddisfazione che nel ricorso dinnanzi alla Corte costituzionale sono stati inseriti argomenti che noi ampiamente abbiamo illustrato nelle nostre inchieste in questi anni. Il primo di essi è rappresentato dalla condizione non rinunciabile di una selezione trasparente, comparativa, basata esclusivamente sul merito ed aperta a tutti i cittadini in possesso di requisiti previamente e opportunamente definiti.
 
Prosegue il ricorso che il reclutamento dei dipendenti in base al merito si riflette, migliorandolo, sul rendimento delle pubbliche amministrazioni e sulle prestazioni da queste rese ai cittadini. E ciò può avvenire mediante il concorso pubblico precisato dall’articolo 97 e sviluppato dall’articolo 98 della Costituzione. Il ricorso sottolinea ancora che secondo la sentenza della Consulta 453/90 il concorso impedisce che il reclutamento dei pubblici impiegati avvenga in base al criterio di appartenenza politica (leggasi raccomandazione).
È altresì sottolineato che il concorso è necessario anche in caso di inquadramento di dipendenti già in servizio (sentenza n. 1/99) e di trasformazione di rapporti di ruolo in rapporti non di ruolo (sentenza  n. 205/04).
La vergognosa legge approvata in malafede, lo ripetiamo, ha violato anche il principio che le deroghe al pubblico concorso sono ritenute legittime in presenza di peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico ricollegabili alla peculiarità delle funzioni che il personale reclutato è chiamato a svolgere e dalla specifica professionalità maturata da quest’ultimo (sentenza n. 81/06).

Sosteniamo che i deputati erano in malafede perchè non vogliamo pensare che essi fossero ignoranti. Essi conoscevano la giurisprudenza consolidata in materia e, non avendo neanche offerto la copertura finanziaria, sapevano che la legge sarebbe stata demolita dal Commissario.
Perchè l’hanno fatto? Probabilmente per dare un contentino di facciata a tante persone, di cui umanamente comprendiamo l’aspettativa e solidarizziamo con loro, ma che non hanno il diritto di entrare nella pubblica amministrazione a scapito di tutti gli altri siciliani, per effetto dell’odiosa discriminazione del ceto politico che vuole favorire i propri raccomandati, i quali inevitalbimente si trasformeranno in galoppini politici, utili nelle tornate elettorali.
Con queste due luminose notizie, che ci fanno vedere una prospettiva positiva per il 2011, auguriamo che il Governo regionale e la sua maggioranza capiscano che è finito il tempo dei privilegi e indirizzino la loro azione verso lo sviluppo e le attività produttive.
Ott
08
2010
Dobbiamo sgombrare il campo da una menzogna chiamata stabilizzazione. Com’è noto agli studenti di primo anno di Giurisprudenza, i contratti di lavoro possono essere a termine o a tempo indeterminato. Nel primo caso, essi cessano a una certa data; nel secondo continuano fino a che le parti non ritengono di farlo cessare.
I circa 5 mila cosiddetti precari dela Regione, dei gruppi A e B (commessi, uscieri, autisti, ecc...) sono stati assunti per chiamata diretta, senza alcun criterio di merito (e quindi si presume per effetto di segnalazioni) fino a una certa data. Dopo, il rapporto cessa ipso iure.
L’operazione discriminatoria che sta facendo il Governo regionale con sua delibera (271/10 del 29 luglio) ha per oggetto l’assunzione ex novo dei 5 mila ex dipendenti. Tali sono, infatti, coloro il cui contratto a tempo indeterminato è scaduto o sta scadendo.
Gabellare per trasformazione di contratti nuove assunzioni è un’offesa all’intelligenza e alla competenza dei siciliani. Questo lo diciamo a chiare lettere.

L’attuale campagna editoriale vuole la difesa dell’interesse generale, che è quello dei 236 mila disoccupati isolani, che hanno gli identici diritti degli ex dipendenti regionali. Una campagna che difende 236 mila siciliani, ma non è contraria ai 5 mila dipendenti in cessazione. Si vuole mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri, per evitare che i primi siano discriminati e i secondi privilegiati.
Non sappiamo se questa campagna farà ripensare al Governo una delibera discriminatoria; non sappiamo se il Tar di Palermo e il Tar di Catania interverranno per far cessare questa azione non commendevole. Sappiamo solo che per difendere gli interessi generali dei siciliani stiamo ricevendo mail di insulti, di gente che non ragiona e che se ne infischia se vengono accolte richieste di pochi in danno dei diritti di tanti.
A ogni buon conto, noi continuiamo la nostra testimonianza (non abbiamo nessun potere) ritenendo così di aver fatto nient’altro che il nostro dovere: un giornalismo che non piega la schiena, che non sente i richiami delle sirene e che tira dritto pensando che solo così si fa il proprio lavoro.
 
Nelle pagine interne vi è il fac-simile di domanda che ogni disoccupato siciliano, in possesso di terza media, deve inviare alla Regione (con raccomandata A/R e copia al nostro indirizzo internet lavoro@quotidianodisicilia.it), per chiedere di essere assunto, previa selezione. Ci sono già pervenute centinaia di mail dei disoccupati-aspiranti, ma ci auguriamo che l’esercito si ingrossi rapidamente.
Viene anche pubblicata la copertina del ricorso al Tar. Sono in preparazione due ricorsi collettivi, preparati da un’associazione di consumatori a favore dei disoccupati-aspiranti, che potranno firmare senza alcuna spesa, inviando richiesta all’indirizzo di posta elettronica già indicato.
Riteniamo che il buon senso del presidente della Regione, dei suoi assessori e dei dirigenti regionali al ramo, comprenda che questa campagna editoriale non è contro qualcuno, ma a favore di chi non ha voce, di chi non è stato raccomandato, di chi non ha santi in paradiso e, in questo caso, dei 236 mila disoccupati siciliani ufficiali. A favore degli stessi, lo ripetiamo, non contro i dipendenti in uscita.

La parte più stonata di questa faccenda è il fatto che l’assessore al ramo, competente e validissimo magistrato, non ha tenuto conto di tutte le norme sovraordinate e ordinate, di una vastissima giurisprudenza della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia. Non ha tenuto conto della pesante e perentoria requisitoria del procuratore d’appello della Corte dei conti della Sicilia, Giovanni Coppola, riportata integralmente nelle pagine interne. Peggio ancora, non ha tenuto conto della Carta costituzionale, che con ben sei articoli (1, 3, 4, 51, 97, 117) disciplina senza possibilità di equivoci tutta la questione che stiamo trattando.
Si può opinare finché si vuole, ma non si possono violare i principi costituzionali e quelli etici: equità e responsabilità. Chiunque lo facesse dovrà dar conto prima alla propria coscienza e poi al corpo elettorale.
Ott
01
2010
Molti dirigenti regionali, da noi sentiti, sono incazzati per questa vergognosa assunzione di massa di cinquemila persone con la terza media che non servono per niente alla produzione dei servizi. Sostengono, i dirigenti, che hanno dovuto superare concorsi difficili per essere assunti, mentre ancora oggi vi sono vincitori di concorso che non sono stati assunti. Si tratta di una macchia nerissima sul governo Lombardo cui si debbono associare, per responsabilità uguali, i sindacati che dovrebbero occuparsi del lavoro di tutti, non dei privilegiati.
La nostra linea è ferma perchè non è sopportabile che i siciliani siano trattati in maniera difforme, a seconda che essi siano stati raccomandati da un becero ceto politico o non abbiano avuto santi in paradiso. Quanto precede stride con l’inadempienza dell’assessore al ramo nell’avere tardato (e tarda tuttora) la pubblicazione del decreto che consentirebbe di usufruire di agevolazioni per assumere qualche migliaio di disoccupati nel settore privato.

I disoccupati con la terza media hanno pieno diritto di chiedere alla Regione l’assunzione nei gruppi A e B. In questo senso devono inviare la richiesta al Dipartimento regionale della Funzione pubblica. Abbiamo notizia che qualche centinaio di disoccupati ha già inviato la domanda, ma ci auguriamo che il lotto diventi di qualche migliaio.
I siciliani senza lavoro hanno gli stessi diritti dei cosiddetti precari che sono stati raccomandati per entrare negli uffici della Regione. Ma i disoccupati hanno un’altra strada per bloccare quest’iniqua iniziativa: fare ricorso al Tar contro la circolare del dirigente regionale, pubblicata in Gurs il 20 agosto 2010, chiedendo al Tribunale di sospenderne l’efficacia. In questo senso si dovrebbero muovere le associazioni dei consumatori siciliane, che quando devono difendere innominativamente i cittadini tacciono e stanno ferme.
All’interno troverete il facsimile della domanda e la prima pagina del ricorso al Tar (l’intero documento è sul nostro sito www.qds.it). Pubblichiamo anche tutte le sentenze della Corte Costituzionale e del Consiglio di Stato in materia, nonchè le pronunce della Corte dei Conti tutte contrarie alle assunzioni in massa di dipendenti inutili per i servizi regionali.
 
La questione stucchevole è diventata noiosa perchè siamo costretti a ripetere le ragioni dei 236 mila disoccupati siciliani contro i privilegi dei 5 mila precari che il Governo regionale sta tentando di assumere. Noi abbiamo sostenuto, nella vicenda Fini, che un quotidiano non si deve intestare una battaglia politica, chiedendo le dimissioni del vertice. Quindi, in questo caso, non chiediamo le dimissioni del presidente dei siciliani, Lombardo, reo morale di un’iniquità che sta colpendo 236 mila cittadini di quest’Isola (tanti sono i disoccupati). Tuttavia chiediamo, alla sua coscienza e alla sua etica, di valutare se quest’indirizzo governativo sia conforme a chi intenda attuare un programma di sviluppo basato sull’equità e sull’interesse di tutti, e non di piccole corporazioni che potranno essere utili come galoppini elettorali.
Il comportamento di chi continua a fare favori e scambiarli con il voto è deprecabile perchè va contro la morale della politica, che deve essere la  stella polare di chi governa un popolo. Noi abbiamo il dovere di porre la questione e il presidente della Regione ha il dovere di valutarla secondo la sua intelligenza e intuito politico.

Non sappiamo se questa palese ingiustizia verrà fermata immediatamente, mentre non comprendiamo come l’opposizione all’Ars non intervenga decisamente per sottolineare all’opinione pubblica questo gravissimo comportamento. Non comprendiamo neanche come il Partito democratico, che dovrebbe essere vicino alle classi meno abbienti, non intervenga decisamente, visto che fa parte della nuova maggioranza, per stroncare questa situazione intollerabile.
Noi non demordiamo, continueremo affinchè nessuno, in futuro, possa dire che la questione non è stata abbondantemente sviscerata. Tutte le parti della comunità siciliana sono ormai al corrente della vicenda. Quelle che taceranno saranno colpevoli di omissione. Chi interverrà avrà la riconoscenza dei 236 mila disoccupati siciliani che non hanno voce, ma che hanno trovato nel QdS la voce che non avevano.
Set
25
2010
Abbiamo letto la circolare del dirigente generale del personale della Regione n. 8/2010, con la quale attiva la procedura di assunzione in via definitiva di circa cinquemila dipendenti di fascia A e B (autisti, uscieri, commessi ed altri il cui titolo di studio sia non superiore a quello dell’obbligo scolastico, ovvero la terza media). È ben evidente che di questa tipologia di personale la Regione (e nessun’altra Pubblica amministrazione) non ha più bisogno, tenuto conto che la carta va a scomparire sostituita dai files, che gli autisti pensionandi non vanno sostituiti per riduzione di spesa, che non c’è più bisogno di camminatori o uscieri.
Si tratta di un’operazione meramente clientelare, stigmatizzata da importanti quotidiani nazionali e che noi non possiamo non evidenziare. Il comportamento dell’ex assessore al ramo, Caterina Chinnici, è ineccepibile sul piano formale, ma la decisione del Governo di caricarsi i circa cinquemila dipendenti inutili rientra nel vecchio metodo di stampo democristiano che fondava la sua sopravvivenza sul favore individuale.
Non vi è dubbio che questi cinquemila assumendi saranno grati all’attuale maggioranza trasversale (dall’Mpa, ai finiani, al Pd) e dunque alle prossime elezioni si trasformeranno in galoppini.

Se l’azione della Chinnici è formalmente ineccepibile, se l’iniziativa del dirigente generale non è criticabile in quanto anch’essa formalmente ineccepibile, vi sono due questioni in senso contrario che vanno portate all’opinione pubblica e che dimostrano in maniera inoppugnabile come dietro uno schermo legale si nasconda la violazione del principio di equità fra i cittadini. Viene dimostrato che accontentare cinquemila persone ne scontenta 236 mila: tanti sono i disoccupati della Sicilia.
Riportiamo ancora quanto ha affermato il Consiglio di Stato in materia con tre sue decisioni (n. 4495/10; n. 24/04; n. 141/99). L’alto consesso ricorda che la deroga al concorso pubblico (art. 97 della Costituzione) può essere considerata legittima a condizione che non si traduca in un privilegio in danno degli altri aspiranti. Dunque, oltre ai cinquemila precari, con cui illegittimamente si stanno stipulando i contratti a tempo indeterminato, tutti i 236 mila disoccupati siciliani, denominati aspiranti, possono fare domanda per essere assunti al pari di chi è dentro.
 
Proprio il fatto che chi lavora alla Regione anche da vent’anni non ha una particolare qualificazione (basta che sia in possesso della licenza della terza media) rende tutti gli altri siciliani altrettanto legittimati ad aspirarvi. Questi ultimi devono semplicemente fare domanda in massa e chiedere che la Regione tenga conto dei loro diritti. Sembra strano che i sindacati regionali non abbiano attivato le procedure per consentire a tutti i siciliani disoccupati e bisognosi di lavoro di partecipare con pari diritto alle selezioni per essere assunti alla Regione.
Ma i sindacati difendono gli interessi di tutti i lavoratori e i disoccupati o solo quelli dei precari regionali? Se essi non hanno la capacità di capire che un siciliano è uguale all’altro, come possono comparire davanti all’opinione pubblica per difendere la corporazione dei precari, trascurando i diritti di tutti gli altri siciliani? Leggete le risposte pubblicate nell’inchiesta odierna.

In questa vicenda - che comprende anche tutti gli altri precari, dai forestali ai formatori, agli inutili dipendenti della Resais spa ed a quelli delle altre partecipate regionali, che spendono soldi pubblici con fini clientelari - il Governo regionale non si comporta da pater familias, secondo il quale tutti i figli sono uguali, ma continua a dare privilegi ad alcuni (i precari interni), ghettizzando tutti gli altri (i disoccupati).
In Sicilia, da due anni, si dibatte sul quadro politico. Dibattito totalmente inutile perché non produce risultati. Si discute di precari, altro argomento inutile sul piano dello sviluppo, ma stiamo a zero sui piani regionali che dovrebbero innestarlo. L’abbiamo scritto più volte e non lo ripeteremo ancora oggi, ma una richiesta perentoria dobbiamo farla alla Giunta: operate in modo da immettere liquidità nel sistema siciliano ora, senza ulteriori ritardi, o l’asfissia della popolazione e delle imprese vi travolgerà, senza scampo.
Set
24
2010
Questa volta trattiamo il tema del lavoro sul piano etico, cioè tenuto conto della necessaria equità che vi debba essere in una Comunità, nella quale i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge ed hanno prima gli stessi doveri e poi gli stessi diritti.
Dal dopoguerra in avanti, i governi nazionali, con la complicità della classe politica meridionale, hanno  violato un importante principio di equità al quale dovevano ispirarsi come  pater familias: distribuire le risorse su tutto il territorio nazionale, in modo da bilanciare il tasso infrastrutturale in tutte e venti le regioni.
Così non è stato, vanificando tutti i miliardi che, sulla carta, sono stati inviati al Sud, ove non sono mai arrivati, perchè intercettati da banditi, sotto forma di imprenditori, politici e burocrati corrotti. Tant’è che, percorrendo il Sud, delle relative infrastrutture non c’è traccia. Per contro, il becero ceto politico meridionale, anzichè fare investimenti in attività produttive, ha aperto le porte della Pa in modo improvvido e incostituzionale.

Sono stati assunti per chiamata diretta e senza concorso i raccomandati delle segreterie politiche, i quali avrebbero maturato il diritto a vedere trasformato il loro contratto a tempo indeterminato.
In questo modo, il ceto politico, oltre a violare gli articoli 1, 3 e 97 della Costituzione, ha violato il principio etico secondo il quale anche coloro che non erano stati raccomandati avevano pari diritto di entrare nella Pubblica amministrazione.
Questo diritto è stato più volte oggetto di decisioni del Consiglio di Stato che ha coniato il termine aspiranti per coloro che possono essere ammessi al pubblico lavoro al pari di  coloro i quali si sono autodefiniti precari.
“Sono aspirante, la Regione mi assuma. Come tale ho il diritto di inviare una domanda con allegato il mio curriculum alla Regione ed al Comune di mia residenza, nonchè ad altri Comuni, per chiedere che la mia abilità profesionale ed i miei titoli vengano valutati al pari di quelli che già lavorano all’interno della Pubblica amministrazione e che non hanno più diritti di me. Non sono cittadino secondario solo per il fatto di non essere stato raccomandato”.
 
“Sono uno fra i 236 mila disoccupati siciliani. Cerco collocazione nel settore privato, ma non vedo perchè non possa partecipare alle assunzioni nel settore pubblico, ripeto al pari di chi c’è già dentro, entrato senza concorso”. Questo è il ragionamento di un disoccupato che contestualmente è aspirante e che ha il diritto di vedersi valutato.
Dall’altra parte della barricata la Regione e i Comuni hanno il dovere, prima di procedere alle assunzioni, di pubblicare un bando o più di uno, nei quali vengano precisate le figure professionali richieste (che dovrebbero derivare dal Piano aziendale dell’Ente). Così facendo, Regioni e Comuni consentono a tutti gli aspiranti di presentare le domande con curricula, in modo da scegliere i migliori, indipendentemente dal fatto che siano dentro o fuori le amministrazioni.
Il ragionamento che andiamo scrivendo è talmente lapalissiano da non capire come vi possano essere uomini politici e dirigenti pubblici che chiudono gli occhi, ignorando colpevolmente e volutamente la Costituzione, le leggi e la giurisprudenza.

Quello che precede è un comportamento deprecabile che portiamo all’attenzione dell’opinione pubblica, in modo che essa sostenga gli aspiranti, che induca la pubblica amministrazione ad un comportamento equo e non discriminatorio nei confronti di coloro che sono fuori le mura. Si potrebbe osservare che così operando si viola l’articolo 97, terzo comma della Costituzione, che impone l’ingresso nella Pa solo mediante concorso pubblico.
Ma perchè, chiediamo a lor signori, fare i contratti ai precari non viola tale dettato costituzionale? E non viola il principio che i cittadini sono tutti uguali, che si trovino dentro o fuori la Pa?Altra osservazione: chi ha lavorato per molti anni negli uffici pubblici avrebbe acquisito competenze. Domanda: ma chi ha validato tali competenze? E come si può affermare che gli esterni non abbiano competenze maggiori e, quindi più diritto di entrare nella Pa rispetto ai precari?
Ci aspettiamo valutazioni serene, che tengano conto degli stessi doveri e diritti.
Set
14
2010
Il Consiglio di Stato, con ben tre decisioni (n. 4495/2010, n. 24/04 e n. 141/99) ha stabilito il principio della eguaglianza fra i cittadini, prevista dall’art. 3 della Costituzione. Sembra che vi sia stato il bisogno di riaffermare tale principio di eguaglianza perché il cattivo ceto politico statale e regionale se n’è dimenticato. Infatti, in questi decenni, ha fatto entrare nella pubblica amministrazione centinaia di migliaia di cittadini, sottratti alla competizione prevista dall’art. 97, secondo comma della Costituzione, che li mette tutti sullo stesso piano, cioè la partecipazione ai concorsi pubblici.
Non solo tale cattivo ceto politico ha compiuto questo misfatto per pura ragione clientelare, consistente nello scambiare il voto con il favore, ma ha fatto di peggio. Ha approvato una legge nazionale con la quale ha previsto una deroga al citato art. 97 della Costituzione per consentire a tutti coloro che erano entrati nella pubblica amministrazione di procedere alla loro stabilizzazione, cioè trasformare il loro contratto da tempo determinato a tempo indeterminato.

Con i tre pronunciamenti prima richiamati, il Consiglio di Stato ha ribadito il principio che la stabilizzazione è illegittima qualora violi il diritto degli aspiranti che è pari a quello degli stessi stabilizzandi.
Non c’è dubbio che se la Pubblica amministrazione trasforma i contratti compie tale illegittimità perché non ha verificato preliminarmente il diritto degli aspiranti, cioè di tutti quei cittadini che non avendo avuto la raccomandazione non sono entrati nella pubblica amministrazione per chiamata clientelare e quindi sono stati tagliati fuori in violazione del richiamato art. 3 sull’eguaglianza dei cittadini.
Un’autentica vergogna che si perpetua da decenni. In tempi in cui vi è una fortissima disoccupazione nelle categorie di chi non ha mestiere (chi ha competenze trova subito opportunità di lavoro), avere escluso i non raccomandati dalle pubbliche amministrazioni è una colpa grave che i cittadini debbono far pesare quand’è il momento delle elezioni.
Qualcuno ci scrive che sull’argomento siamo ripetitivi. Ma i giornali hanno l’obbligo (non la facoltà) di evidenziare le malversazioni politiche, i casi di corruzione o di favoritismi come quello in esame.
 
Che devono fare gli aspiranti, in questo caso quelli siciliani? Devono inviare la propria domanda, unitamente al curriculum, al proprio Comune di residenza e alla Regione, mediante Pec (Posta elettronica certificata) che ha lo stesso valore della raccomandata A.R., (D. lgs. n. 82/2005) , chiedendo di essere assunti. La richiesta è pienamente legittima perché non vi è alcuna differenza fra il precario che già lavora nell’amministrazione e il siciliano che ci vuole lavorare.
Sulla base delle tre decisioni del Consiglio di Stato, l’amministrazione comunale e l’amministrazione regionale, prima di procedere a fare i contratti a tempo indeterminato ai precari presenti nei loro uffici, hanno l’obbligo di valutare i curricula di tutti gli aspiranti, ripetiamo, quei siciliani che non sono stati chiamati nei decenni dalle amministrazioni per effetto della raccomandazione del politico di turno. È quindi tutelato il diritto dei cittadini non raccomandati.

Gli aspiranti, singolarmente, non hanno peso. Perciò devono riunirsi in comitati per portare la loro voce sotto il municipio della propria città e sotto l’assessorato al Lavoro della Regione, perché essi non debbono essere considerati siciliani di seconda serie. Questo giornale sostiene ampiamente la loro azione perché il principio di equità è un valore morale che nessuno può ledere, meno che mai sindaci o governo regionale.
Quest’ultimo, nel prevedere il cosiddetto piano di stabilizzazione, ha finora escluso tutti gli aspiranti, con ciò non tenendo conto della giurisprudenza, in palese violazione degli art. 3 e 97 della Costituzione e, soprattutto, di quel valore principale che dev’esserci in una comunità, segnatamente quella siciliana, che è il valore dell’equità.
Come può il presidente di tutti i siciliani, Raffaele Lombardo, presentarsi all’opinione pubblica dopo che il suo governo ha privilegiato i raccomandati e ghettizzato tutti i siciliani che, pur in possesso di titoli professionali anche migliori, ma non raccomandati, sono stati tenuti fuori?
Ci pensi, il presidente Lombardo, e dia una saggia risposta.
Ago
26
2010
È veramente un cattivo esempio, dopo 64 anni di malgoverno, sentire che ancora oggi la Regione intende violare la Legge pur di assumere dei dipendenti senza che la loro professionalità sia stata validata da concorsi pubblici, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Se così facesse la Regione commetterebbe anche una violazione del principio etico di equità sociale, in cima a ogni azione pubblica, e del principio economico di concorrenza. I due principi prevedono che tutti i siciliani debbano avere pari opportunità. Non vi possono essere siciliani più siciliani degli altri. In altre parole, non vi possono essere i raccomandati da un becero ceto politico, entrati nella Pubblica amministrazione, e gli altri rimasti fuori non perché sono incapaci, ma perché è stata loro negata la possibilità di competere ad armi pari in pubblici concorsi.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è presidente di tutti i siciliani, anche se è stato eletto dal 65 per cento dei votanti. Non può e non deve continuare a mantenere il privilegio di chi è stato raccomandato e tenere fuori dalla Pa regionale e locale tanti altri bravi siciliani che, vincendo i concorsi, potrebbero andare a occupare posizioni oggi indebitamente occupate da altri.

Abbiamo espresso più volte solidarietà umana a tanti siciliani che, da anni o da decenni, si trovano nelle Pubbliche amministrazioni senza un contratto a tempo indeterminato. Ma nessuno li ha obbligati a entrarvi, né nessuno obbliga un siciliano a fare il precario.
Si dirà: non c’è lavoro e dunque si è costretti a fare ressa davanti alle segreterie dei cattivi uomini politici che promettono uno straccio di indennità pubblica. Si tratta di una pura falsità, che nessuno fino a oggi ci ha smentito in anni e anni in cui lo scriviamo. La verità è che in Sicilia vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro, ma solo per i competenti e coloro che possiedono professionalità.
Poi, la Regione dovrebbe spiegare ai siciliani in base a quale Piano industriale ha determinato in 15.600 i propri dipendenti contro i poco più di 3.200 della Regione Lombardia. Trascuriamo, ovviamente, la bufala che la Sicilia fa molte più cose della Lombardia.
 
La Legge 42/09 sul federalismo e i quattro decreti legislativi di attuazione (Demanio, Costi standard, Fabbisogni standard, Autonomie locali) stanno stringendo il collare sulle amministrazioni viziose e, nel calcolo dei fabbisogni, peserà anche il personale. Dal 2012 scattano gli standard per gli Enti locali, ma già dal 2011 il forte taglio alle Regioni della legge 122/10 (Manovra) costringerà quelle viziose a ridurre la deleteria spesa corrente.
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, che l’assessore regionale all’Economia, Michele Cimino, sta tentando faticosamente e con ogni mezzo di ridurre o abolire. Col decreto firmato, ma non ancora pubblicato sulla Gurs, la riduzione è da 30 a 14. Cimino ha annunciato la cessione della quota Irfis e questo è un errore, perché essa dovrebbe essere scambiata in parte con la quota di Unicredit per formare il Mediocredito regionale.

Abbiamo appreso con soddisfazione che Fintecna ha annullato la gara per la cessione di Tirrenia e Siremar alla Mediterranea holding, un’operazione al di fuori dei compiti istituzionali della Regione che si deve preoccupare di mobilitare le risorse per fare sviluppo, affidato a imprese regionali, italiane o internazionali.
La notizia che l’Ars stia discutendo un ddl per assumere i parenti delle vittime del nubifragio del messinese è stupefacente, prima perché si presume che tali parenti siano disoccupati, e secondo perché è un vizio cronico quello di pensare che la Pubblica amministrazione debba essere considerata un ammortizzatore sociale. Sappiamo che è scomodo farsi il nodo della cravatta con la proboscide di un elefante, ma tentare di far entrare dalla finestra quello che non entra dalla porta è altrettanto scomodo. Piuttosto che far diventare precari altri siciliani, se inabili al lavoro, si dia loro un’indennità qualsivoglia e li si lasci a casa. Oppure la Regione faccia opportuni investimenti per sistemare il territorio, obbligando le imprese ad assumere tali parenti delle vittime. Insomma, si deve cambiare mentalità: dall’assistenzialismo alla produttività e alla ricchezza per i capaci.
Ago
13
2010
C’è un lettore, pressappoco della mia età, che mi invita a dichiararmi precario. Ha azzeccato. è vero, nella mia lunga attività di lavoro, che dura ormai da 52 anni, sono sempre stato precario per mia scelta e continuo ad esserlo. Lo sarò, senza alcuna intenzione di andare in pensione, tanto che ho coniato il mio epitaffio: “Da oggi è in pensione”.
Bisogna precisare che vi sono precari di due tipi: il primo è colui che non possiede adeguate competenze per affrontare il mercato che gliele potrebbe riconoscere, se le possedesse. è colui che ha paura di affrontare i rischi, ha paura di mettersi in gioco, ha paura di confrontarsi con gli altri nella gara della vita. Ha paura di perdere e di cadere credendo di non riuscire a rialzarsi. Insomma precario è l’insicuro secondo la credenza popolare.
Il secondo, è chi crede, invece, che questo stato dia la libertà di decidere cosa fare e come farlo, senza alcuna preoccupazione di sacrifici anche enormi pur di scalare pendenze di sesto grado. Mi vanto di essere stato (ed essere) precario, perchè per me è un godimento affrontare sfide difficili, quasi impossibili.

Mi si è stretto il cuore quando qualche tempo fa un mio collaboratore mi comunicò che il suo figliolo, di circa trent’anni, era stato inserito nell’elenco dei precari di un Comune e la sua aspirazione sarebbe stata quella di diventarne dipendente a mille euro al mese. Non ho ribadito nulla per paura di ferirlo, ma nella mia mente è ritornata la riflessione che questo modo di pensare è la causa dell’arretratezza della Sicilia, la quale ha generato un ceto politico e burocratico di basso livello che non persegue la qualità e l’innovazione, bensì il sopravvivere, indipendentemente da un progetto di crescita.
Abbiamo più volte indicato la vera soluzione per fare lavorare sia i precari che i disoccupati, i quali, lo ribadiamo, non hanno avuto il privilegio della raccomandazione e sono rimasti fuori dal sistema pubblico. Tale soluzione consiste nell’adottare la sempre moderna teoria keynesiana e cioè trasferire le risorse indirizzate alla spesa corrente verso la spesa per investimenti.
 
Basterebbe che i 390 Comuni redigessero i 390 parchi-progetto relativi alla costruzione di nuove opere e alla ristrutturazione di beni esistenti, compresi gli 829 borghi cadenti, per ottenerne i finanziamenti e quindi aprire i cantieri per decine di migliaia di lavoratori.
Gli economisti convengono su un parametro: per ogni miliardo investito in infrastrutture, costruzione o ristrutturazione, si aprono le porte a circa diecimila posti di lavoro. Se la Regione e gli enti locali stornassero dai loro bilanci tre miliardi di spesa corrente verso gli investimenti, otterrebbero altri sei miliardi di finanziamenti (tre dalla Ue e tre dallo Stato). Con i complessivi nove miliardi si metterebbero in moto 90 mila posti di lavoro, dando sfogo così a tutti i precari pubblici di Regione ed Enti locali e a moltissimi disoccupati.
La colpa più grossa dei Governi regionali, mettiamo degli ultimi dieci anni, è avere speso inutilmente somme rilevantissime per la spesa corrente e per il clientelismo precariale, senza aver messo in moto la macchina economica degli investimenti. Colpa ancora più grande non aver speso le risorse del Por 2000/06 di cui ancora nel 2010 dobbiamo rendicontare ben 2,5 miliardi, un’autentica vergogna. Senza contare i circa nove miliardi che la Regione avrebbe dovuto spendere sul Po 2007/2013, di cui è già trascorsa la metà del periodo.

Ecco come si formano i posti di lavoro in una Regione che funzioni a miglior livello. Ecco come potrebbero trovare collocazione definitiva i precari pubblici ed i disoccupati inseriti in attività produttive di reddito e non più considerati come utilizzatori di ammortizzatori sociali.
è vero che nelle Regioni del Nord i cassintegrati delle grandi imprese gravano sulle casse dello Stato. Ma quelle casse sono state alimentate dalle stesse imprese quando le cose andavano bene. In ogni caso due torti non fanno una ragione. Il torto dei cassintegrati del Nord e quello dei precari della Sicilia non fanno sviluppo. Bisogna voltare pagina. Ora e subito. Parola di un eterno precario, libero di esserlo e di cui mi vanto. Meditate cari colleghi precari, meditate e siate liberi di scegliere
Lug
03
2010
Pubblichiamo frequentemente l’elenco dei precari, composto da circa 81 mila persone con un costo stimato in oltre un miliardo di euro. Si tratta di un vero e proprio ammortizzatore sociale che grava come un macigno sull’economia della Regione e impedisce di destinare queste risorse a investimenti in infrastrutture e attività produttive.
Ripetiamo da tempo come si potrebbe raggiungere l’utile e il dilettevole, cioè far lavorare queste persone in modo produttivo.
Una cosa è certa: la Regione non può più sostenere il peso di un grosso ammortizzatore sociale senza prevedere un progetto che consenta di trasformare queste risorse passive in risorse attive.
Si dice che le indennità percepite dai precari comunque aiutano i consumi. Ma, se le stesse indennità fossero stipendi produttivi di ricchezza, i consumi sarebbero ugualmente sostenuti e in più ci sarebbe un moltiplicatore atto a ottenere risultati economici di misura ben maggiore.

C’è, dunque, la soluzione per far lavorare i precari e contemporaneamente togliere l’ingessatura al bilancio regionale. Sembra di vivere nel Terzo mondo quando sentiamo assessori regionali, deputati regionali e altri soggetti che si preoccupano di come fare per mantenere in piedi un impianto clientelare di raccomandati e per ciò stesso privilegiati, senza preoccuparsi minimamente degli oltre centomila siciliani che sono disoccupati, ma non sono stati raccomandati e privilegiati.
Qui non si tratta di mettere gli uni contro gli altri, ma di procedere alla stesura di un progetto che dia soddisfazione ai siciliani privi di lavoro o che si trovano in condizione di precarietà, naturalmente in una rigorosa graduatoria di merito che preveda in cima coloro che possiedono competenze e saperi, oltre che abbiano grande volontà di sacrificio, e gli altri che via via non hanno tali requisiti.
In questo quadro, gioca un ruolo importante la vera formazione regionale, non stupidamente formale o basata su corsi fantasma o che non dà nessuna qualificazione, ma che tenga conto dei bisogni di mercato e che venga pagata in relazione alla capacità di fornire occupati.
 
Comprendiamo che cambiare la mentalità dalla sera alla mattina è quasi impossibile, ma non c’è un’altra strada. La Regione, con i suoi 28 miliardi fittizi inseriti nel bilancio 2010, ha il dovere di utilizzare ogni euro per promuovere investimenti e attività produttive di ricchezza. Deve quindi recuperare le entrate dovute dallo Stato, tagliare in maniera obiettiva gli sprechi e ridurre, semplificandoli, i percorsi delle procedure, in modo da consentire alle risorse finanziarie di arrivare nel mercato siciliano con benefiche iniezioni di liquidità.
È inutile girarci attorno: qui e ora occorre aprire i cantieri e per far ciò ci vogliono i progetti cantierabili. Occorre che tutte le risorse europee e statali vengano spese, occorre eliminare tutte le partecipate sotto forma di società per azioni, che sono servite e servono solo per piazzare altri raccomandati. Dai forum che facciamo con i rappresentanti del ceto politico e burocratico regionale, nonché con i numeri uno degli enti locali, non ci sembra che la strada virtuosa sia stata imboccata.

Non ci possiamo rassegnare a essere l’ultima regione d’Italia, né a essere considerati italiani con l’anello al naso. L’orgoglio dei siciliani deve risaltare attraverso comportamenti efficaci e densi di risultati. Ci dobbiamo misurare con le altre regioni ponendo sul campo le nostre doti di professionalità ed efficienza, in modo da competere ad armi pari. È inconcepibile, come abbiamo pubblicato, che la sola Barcellona (di Spagna) abbia avuto nel 2009 più pernottamenti dell’intera Sicilia. Un fallimento conclamato e dimostrato ad onta di tutti gli assessori al Turismo che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni.
Le risorse europee e quelle statali non spese in questi ultimi tre anni sono più di otto miliardi. Non possiamo rassegnarci alla indolenza e alla impotenza dei responsabili che continuano a restare ai loro posti di fronte a questa conclamata insufficienza.
Non rassegnarci significa che deve scaturire un’indignazione per chi di fronte alle grandi potenzialità mette in campo delle deficienze che non fanno parte della nostra cultura
Giu
29
2010
Il Governo regionale è in trappola perché da un canto riceve la forte pressione di 70 mila precari che vogliono essere sistemati ad ogni costo e dall’altro ha due guardiani insormontabili: il commissario dello Stato che impugna ogni norma di spesa, approvata dall’Ars, e il ministro dell’Economia che non cede di un millimetro sul patto di stabilità.
Nel bilancio 2010 sono registrate le seguenti somme che costituiscono una deviazione rispetto ai servizi che la Regione deve fornire ai cittadini: 314 mln per i 22.500 precari dei Comuni, 242 mln per la Formazione oltre a 100 mln prelevati dal Fondo sociale europeo, 7 mln per i 1.800 dipendenti degli sportelli multifunzionali, 85 mln per i 28 mila forestali, 67 mln per i dipendenti della Resais spa e 26,6 milioni per gli Lsu. A questi si devono aggiungere 6.000 Asu con una spesa prevista di circa 100 milioni e 6.000 precari della Regione con una spesa prevista di oltre 200 milioni. Certamente abbiamo dimenticato qualche altra categoria. Il tutto per lo spaventoso ammontare di oltre 1 miliardo e cento milioni di euro.

Che si faccia beneficenza o come si chiamano oggi “ammortizzatori sociali” è una decisione politica, ma che si gabellino queste spese come necessarie ai servizi da rendere ai cittadini è un inganno che volentieri smascheriamo.
C’è da aggiungere un secondo argomento: se il Governo ritenga equo favorire e pagare indennità ai circa 75 mila precari sopra elencati e lasciare nella disperazione gli oltre 100 mila disoccupati della Sicilia, che non sono stati miracolati e sono rimasti fuori dalle pubbliche amministrazioni. Come si può governare in nome dell’equità trattando in modo così diverso i cittadini, tra fortunati e   sfortunati? Ovvero nella categoria di quelli che gravitano intorno alle segreterie politiche escludendo l’altra categoria di cittadini che non sono stati raccomandati.
Abbiamo più volte rimarcato questa situazione, ma non abbiamo ancora ricevuto una risposta chiara e inequivocabile. Comprendiamo le difficoltà di questo ceto politico che raccoglie l’eredità di malgoverno e clientelismo, ma non è più possibile solcare la strada dell’iniquità.
 
Come è nostro costume, non ci limitiamo a rilevare una situazione disdicevole, ma offriamo la soluzione. Si tratta di trasferire gradualmente,  mediante un piano quinquennale, tutti questi precari verso attività produttive, consentendo nello stesso tempo a tutti gli altri siciliani di competere ad armi pari per utilizzare le opportunità che il mercato presenta.
John Maynard Keynes (1883 - 1946), il grande economista britannico, indicava la strada dello sviluppo di una Comunità, con la costruzione di infrastrutture e l’attivazione di iniziative produttive di ricchezza. Ciò anche indebitandosi. La Regione siciliana in questi anni si è indebitata per finanziare la spesa corrente, gli sprechi, il parassitismo, ma nulla ha fatto verso infrastrutture e attività produttive. Basta andare in giro per i 25 mila kmq della regione e vedere lo stato di abbandono idrogeologico del territorio, gli 829 borghi abbandonati, l’assenza dell’anello autostradale, della Nord-Sud, della Agrigento-Palermo, della Ragusa-Catania, della permanenza di una ferrovia da primi del ‘900.

È venuto il momento di invertire la marcia. È noto agli economisti che per ogni miliardo investito, si creano 8/10 mila posti di lavoro. La Regione, nel settennio 2007/13, ha a disposizione 18 miliardi fra risorse europee, statali e proprie, ma ad esse si possono aggiungere altri 2,1 miliardi di risparmi annui come pubblichiamo nella tabella in prima pagina. Nel complesso, vi sono a disposizione già dal 2007 al 2010 circa 12 miliardi con cui si potrebbero mettere in moto oltre 100 mila posti di lavoro. Non solo, ma gli investimenti farebbero da volano ad altri investimenti, per cui è stimabile che in un triennio o in un quinquennio il cantiere Sicilia potrebbe creare ulteriori 100 mila posti di lavoro.
Qui si tratta di mettere in moto questo progetto, difficile ma realizzabile, su cui far confluire le migliori risorse professionali che vi sono a disposizione. Un ceto politico che impiantasse il grande progetto prima descritto sarebbe abilitato alle prossime elezioni del 2013 a chiedere il consenso che arriverebbe puntuale.
Provare per credere.
Giu
16
2010
Alcuni esempi di inefficienze che creano danno ai cittadini. Le leggi regionali per l’assunzione nelle imprese, rimaste lettera morta. Svariati miliardi dei fondi europei degli anni 2007/08/09 non ancora spesi, cui si aggiungono altre risorse statali e regionali non spese. Procedure informatizzate bloccate, per cui ancora negli assessorati circolano carte anziché files. Carichi di lavoro inesistenti, con la conseguenza che nessuno è responsabile di ciò che deve fare. Dirigenti che prendono i premi anche quando non hanno combinato nulla. Dipendenti che vanno in pensione con 25 anni di attività anziché con la stessa attività dei loro colleghi statali. Opacità di tutte le attività per impedire ai cittadini di guardare dentro il palazzo. Il lungo elenco potrebbe continuare.
Tutto quanto descritto si può riassumere in un’unica parola: disorganizzazione. Questa è il cancro della Sicilia, perché quando la macchina è inceppata qualunque buona legge o qualunque buona iniziativa assessoriale (e ce ne sono tante) si imbuca in un binario morto.

Vi è un gran numero di precari, 22.500 nei Comuni, 10 mila formatori, 6 mila nella Regione, 28 mila forestali, 10 mila di astruse sigle diverse e via contando. La Regione dovrebbe pagare tutti costoro con i nostri soldi, spendendo forse un miliardo di euro, una cifra enorme che non ha e che tiene in ginocchio e prostra l’economia siciliana. Lo sbocco è nelle attività produttive e nella costruzione di infrastrutture, ma di questo abbiamo già scritto e ci torneremo.
Piuttosto, vi sono assunzioni previste nelle Forze dell’Ordine e nell’Esercito. Ai precari siciliani si dovrebbe consigliare di partecipare a quelle selezioni e, se dimostrano di possedere i requisiti, potrebbero trovare una collocazione e una soddisfazione per le loro aspirazioni.
Ci dispiace ricevere decine di email di insulti da parte di molti di loro che si sentono offesi dalla nostra semplice enunciazione dei fatti. Si badi, costoro non argomentano, perché non hanno argomentazioni. Sarebbe invece bene che aprissero gli occhi su una realtà amara e sull’imbroglio causato dal ceto politico.
 
Come fare acquisire efficienza alla pubblica amministrazione regionale e ai Comuni? Basterebbe che tali istituzioni si appropriassero di modelli organizzativi che già esistono in altre branche della pubblica amministrazione e li facessero propri, perché funzionano.
Ci riferiamo, per esempio, alla Guardia di Finanza e alle diverse Agenzie dello Stato. Dai forum con i vertici, che abbiamo via via pubblicato, e dalle nostre inchieste, abbiamo dedotto come ognuno dei preposti ai servizi abbia un compito specifico e un obiettivo da raggiungere. Compito e obiettivo che vengono controllati puntualmente, per verificare se ciascun addetto fa il proprio dovere e il proprio lavoro. Proprio la comparazione fra il carico di lavoro e il suo effettivo svolgimento è la chiave che spiega l’efficienza degli organismi prima indicati.
Non si vede perché Regione e Comuni non debbano chiedere aiuto a Guardia di Finanza e Agenzie statali per mutuarne l’organizzazione.

Sarà perché qualche decennio di insegnamento di organizzazione ha creato in me una sorta di indicazione costante nel rilevare le inefficienze di qualunque struttura. O forse quelle inefficienze ci sono veramente. In ogni caso c’è un modo inoppugnabile per misurare se un servizio è ben organizzato oppure no: la soddisfazione dei destinatari. Brunetta ha inventato le tre faccette: una che sorride quando il cittadino-cliente è soddisfatto, una che resta seria quando il servizio è sufficiente e un ghigno di pianto quando è totalmente insoddisfatto.
La customer satisfaction è la misura della soddisfazione dei cittadini per i servizi ricevuti, ma questa innovazione non è messa in atto, mentre dirigenti e dipendenti la vedono come il fumo negli occhi, anche perché sanno che le loro valutazioni, anche ai fini dei compensi economici, sarebbero proporzionate al grado di soddisfacimento che essi danno ai loro cittadini-clienti.
è venuto il tempo di ribaltare la situazione. Chi non è capace di lavorare in modo organizzato e con efficienza deve smetterla di rubare i soldi dei contribuenti. E andarsene a casa. Punto.
Giu
05
2010
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha assunto il movimento di protesta dei 22.500 privilegiati e raccomandati (definiti precari) che affollano inutilmente i Comuni della Sicilia. Spieghiamo per l’ennesima volta l’avverbio inutilmente nel senso che non esiste alcun Piano industriale di Comune che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per produrre i servizi essenziali ai propri cittadini.
Se sono inutili, nel senso sopraindicato, non si capisce perché con i nostri soldi debbano essere pagati i loro stipendi, visti come ammortizzatori sociali e non come necessari alle attività istituzionali. Si tratta di una palese distorsione degli equilibri di una comunità ove vi sono tanti siciliani che cercano lavoro (e se hanno competenze lo trovano) e tanti altri privilegiati e raccomandati (ripetiamo) che si trovano dentro l’ambiente pubblico indipendentemente dalle loro competenze e dalle necessità dell’ente.

Non è solo Lombardo colpevole di questa iniziativa. I rappresentanti di tutti i partiti che operano in Sicilia gli sono solidali e alimentano un coro di proteste dannoso allo sviluppo dell’Isola, perché qui bisogna smetterla di pagare stipendi senza alcun risvolto produttivo. è ben comprensibile l’aspetto umano delle richieste di questi privilegiati e raccomandati (chiamati precari pubblici). Ma deve essere altrettanto comprensibile l’amarezza di altri centinaia di migliaia di siciliani che, non essendo stati raccomandati, non sono entrati nelle amministrazioni pubbliche.
Allora, delle due l’una: o Regione e Comuni pagano un’indennità indistintamente a tutti i disoccupati siciliani, oppure a nessuno di essi. In Sicilia, non possono più coesistere figli e figliastri. Tutti i siciliani devono avere pari doveri, diritti e opportunità. Il metodo del favore scambiato con il voto è una vergogna meridionale che in Sicilia i movimenti autonomisti devono cancellare. Se basassero il loro irrompere sullo scenario politico siciliano sullo stesso clientelismo, avrebbero fallito in partenza il loro scopo. C’è bisogno che Lombardo, per primo, faccia imboccare all’Isola la strada dello sviluppo.
 
Questa strada è fatta di investimenti, attrazione di imprese estere e nazionali sul nostro territorio, appeal con cui rivestire tutti i beni culturali, paesaggistici e ambientali che possediamo, mettendoli su un grande supermercato qual è internet, in modo che tutto il mondo possa vederli, desiderarli per poi venire qui a toccarli con mano.
è indecente che Regione e Comuni tardino tanto a mettere i propri siti web in condizione di essere visitati da chiunque ne abbia interesse; è indecente che Regione e Comuni non abbiano ancora attivato tutti i processi telematici perché le procedure comincino a correre; è indecente che ancora oggi si discuta tanto e si produca poco non attuando le leggi che via via l’Ars ha attivato e che restano lettera morta per l’incapacità di renderle operative telematicamente.
Basta con i privilegiati e raccomandati (precari pubblici) che si annidano nel bilancio regionale; basta con i privilegi di corporazioni che succhiano danaro pubblico; basta con i parassiti che assorbono risorse; basta con gli evasori fiscali e contributivi che danneggiano la collettività e la concorrenza; basta con l’opacità che impedisce ai cittadini di guardare dentro il Palazzo.

Ecco cosa deve fare il Governo regionale: dire basta a questa incredibile serie di anomalie che tiene inchiodata la Sicilia a quel misero 5,6 per cento del Pil nazionale. Questo è il dato centrale, tutto quello che vi gira attorno è fatto di vuote chiacchiere da Bar dello Sport.
Sfidiamo qualunque responsabile istituzionale, a cominciare dal presidente della Regione, per seguire con gli assessori regionali, i deputati regionali, i dipendenti dell’Ars, i sindaci e via enumerando, a smentire queste argomentazioni e a scriverci per comunicarci quale sarebbe la loro linea di politica economica e di taglio delle spese che vada nella direzione dello sviluppo, misurato con l’aumento del Pil.
Sfidiamo qualunque privilegiato e raccomandato (precario pubblico) a smentire che si trova in quel posto perché qualcuno abbia fatto il suo nome e non per eventuali proprie capacità.
Scriveteci. Pubblicheremo qualunque lettera argomentativa.
Mag
26
2010
La legge 133/08 (articolo 49) aveva stabilito con chiarezza che i contratti a tempo determinato della Pa a qualsiasi livello non potevano essere più rinnovati. Una classe politica approssimativa ha continuato a far credere, invece, che quella legge non esistesse. Ma ora, con lo stringente Patto di stabilità firmato dai 27 partner europei e con la prossima emanazione del decreto legislativo sui costi standard e gli standard di efficienza, la questione è diventata tombale.
Se ne stanno accorgendo i legislatori e gli assessori regionali, i quali tentano disperatamente di fare leggi regolarmente impugnate dal Commissario dello Stato, di chiedere al Governo l’utilizzazione di fondi Fas per usi impropri o deroghe di altra natura che vengono costantemente negate.
Il Governo regionale ha stabilito, senza alcun riferimento alle necessità derivanti da un Piano industriale, che la dotazione organica della Regione debba essere composta da 15.600 unità nel comparto non dirigenziale. Ricordiamo come la Regione Lombardia, che amministra quasi il doppio degli abitanti siciliani abbia un organico di 3.458 dipendenti, dirigenti compresi.

Da aggiungere che in quella Regione il Consiglio costa 72 milioni di euro mentre in Sicilia l’Ars costa 170 milioni. In Lombardia non vi sono precari aggiuntivi. Nella Regione siciliana ve ne sono 6 mila, oltre 28 mila forestali, 7 mila formatori, 22 mila negli Enti locali, diverse migliaia collocati nella Resais Spa e chi più ne ha più ne metta. Qualcuno sosteneva che fare il precario è meglio che lavorare. Non perché non abbia potenzialmente la supposta qualificazione, ma perché è entrato negli uffici pubblici a seguito di raccomandazine, fregando altri siciliani che avrebbero potuto aspirare agli stessi posti, ma privi dei Santi in Paradiso. Una iniquità palese, sotto gli occhi di tutti, che nessun precario ha avuto mai il coraggio di smentire. Da una parte, quindi, i privilegiati perché raccomandati e dall’altra i siciliani non occupati ed esclusi.
Non sappiamo come il Governo regionale potrà affrontare la questione, se non prendendo il coraggio a due mani e trasferendoli in quel guscio vuoto che è la Resais Spa in attesa di una riqualificazione professionale e collocazione sul mercato.
 
C’è bisogno di tecnici, mastri per l’edilizia, idraulici, sarti, ebanisti, fabbri, saldatori, operatori turistici e via enumerando. Figure professionali che possiedano qualificazione e competenze in modo da essere inserite nel mondo del lavoro produttivo.
Le opportunità ci sono e il Quotidiano di Sicilia pubblica periodicamente elenchi con centinaia di esse. Occasioni anche nel lavoro autonomo, ove il franchising consente con poche risorse l’attivazione di iniziative mini-imprenditoriali. Ve ne sono anche nel settore commerciale nel quale sono richiesti centinaia e centinaia di operatori della vendita competenti e professionalizzati, che sappiano fare il loro mestiere.
Smettiamola con questa manfrina del precariato. Precario è chi non ha fiducia in se stesso perché non possiede competenze, perché non ha voglia di sacrificarsi, perché vuole occuparsi di tutt’altro tranne che del proprio lavoro, magari frequentando la segreteria di questo o quell’uomo politico. Chi vuole emergere e consolidare la propria posizione economica ha tutte le opportunità di mercato. Ecco perché alcuni sostengono che non c’è più spazio per chi vuole continuare a fare il precario, lamentandosene, ma c’è tantissimo spazio per chi vuole lavorare.

Sfidiamo chiunque a smentirci o a comunicarci se ha provato a fare un’attività di mercato, autonoma o da dipendente, mettendo a disposizione la propria vera competenza.
In questo quadro, vi sono due vulnus grossolani della Regione. Il primo riguarda la cosiddetta formazione, che non forma nessuno, per la quale sono stati stanziati 200 milioni per il 2010 oltre ad attingere ai fondi europei per altrettanta somma. La seconda riguarda gli uffici regionali, siti nelle nove province, che dovrebbero occuparsi dell’incrocio fra domanda e offerta di lavoro e che non riescono a piazzare neanche uno di coloro che aspiravano a qualche lavoro.
La questione che andiamo scrivendo non riguarda solo gli sprechi ma soprattutto il mancato imbocco della strada dello sviluppo. Questa è essenziale.
Mar
23
2010
Sono passati quarant’anni e il Pil della Sicilia è inchiodato al 5,5 di quello nazionale, nonostante i proclami, i propositi, i programmi e le buone intenzioni di tanti presidenti e governi regionali. Si sa, la strada dell’inferno è cosparsa di buone intenzioni, come dire che le parole non approdano a nessun risultato. Nella vita politica, ma anche in quella sociale, contano i fatti, gli atti concreti ed i risultati.
Il ceto politico siciliano in questi ultimi quarant’anni ha dato fiato alla bocca e sfidiamo anche uno solo degli appartenenti ad esso a dimostrarci con i dati che la situazione sociale ed economica si è evoluta.
Se scriviamo che si tratta di un fallimento colossale, non esageriamo. Il fallimento del fallimento è quello del settore pubblico, ove si sono innestati privilegi a catena del ceto burocratico, costituendo una casta di siciliani che ha visssuto parassitariamente sulle spalle della stragrande maggioranza degli isolani che affrontano le asprezze della situazione senza copertura.

Non ripetiamo, per non annoiare, i privilegi dei regionali. L’inchiesta pubblicata a pagina dieci ve ne riporta alcuni clamorosi, peraltro già richiamati da altre pubblicate negli anni precedenti.
In una Regione dove milioni di cittadini vivono sulla soglia della povertà è uno sfregio all’umanità che vi siano dirigenti che vanno a riposo con una pensione di 1369 euro al giorno, 500 mila euro l’anno, lordi bene inteso. Tutta la nostra solidarietà al poveretto destinatario di quest’elemosina.
In  Sicilia, vi sono circa 15 mila pensionati che costano quasi 600 milioni di euro, frutto dell’incapacità della Regione siciliana, unica in tutta Italia a non aver accantonato, di anno in anno, i contributi necessari per costituire la riserva matematica dalla quale trarre gli assegni pensionistici.
Peraltro l’attività viene svolta normalmente dall’Istituto nazionale di previdenza dei dipendenti pubblici, l’Inpdap, che svolge l’attività anche per tutti i dipendenti regionali salvo quelli della Regione siciliana, l’unica a fare eccezione.
 
Per mettere una pezza, l’attuale Governo ha istitutito il Fondo Pensioni Sicilia, per gestire il quale occorreranno personale e mezzi per un costo annuo stimato di circa 10 milioni. Si tratta di uno spreco, perchè se i pensionati fossero gestiti dall’Inpdap costerebbero zero euro. Ripetiamo,  zero euro.
La Regione fa come il cane che si morde la coda perchè mette in pancia altro personale con la denominazione di precari, che poi un giorno andrà in pensione. Un circuito vizioso che non ha fine e che costa enormemente distraendo le risorse da un impiego produttivo ad una sorta di ammortizzatore sociale.
Con gli ammortizzatori sociali non andremo da nessuna parte, nel senso che non potremo intraprendere la strada dello sviluppo per mancanza di risorse e continueremo a mettere pezze sugli strappi giornalieri senza un progeto di ampio respiro e di lungo sguardo.
Non si vede, allo stato dei fatti, una svolta, che sarebbe urgente ed essenziale. Essa dovrebbe partire dalla virata delle utilizzazioni delle magre risorse finanziarie della Regione, una virata, ripetiamo, che le sposti dalla spesa corrente cattiva e clientelare a quella in conto capitale per investimenti in infrastrutture, che metterebbero in moto decine di migliaia di posti di lavoro.

In questi giorni è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della Regione siciliana il Piano Casa, una buona legge che può attivare i cantieri.
Ci auguriamo che venga anche approvata la ristrutturazione delle Ato, una vergogna siciliana, ma soprattutto che nel Bilancio da approvare tassativamente entro il 31 marzo (un plauso a Francesco Cascio per aver messo i deputati in una sorta di tour de force) siano inseriti i requisiti essenziali per trasformarlo da uno strumento passivo, con funzione notarile, ad altro attivo che abbia in sé il propellente per mettere in moto investimenti atti ad attrarre imprenditori non siciliani e mettere in moto tutte le attività necessarie a rendere produttivi ed economici borghi, siti, parchi e altri beni di cui la Sicilia è  molto ricca.
Ott
17
2009
Non ne possiamo più di sentire la maggioranza dei 390 sindaci siciliani lamentarsi che non hanno soldi e urlare perché la Regione, finalmente, ha dichiarato di tagliare il finanziamento ai precari che i Comuni mantengono inutilmente.
Nel momento in cui i sindaci vengono messi di fronte alle proprie responsabilità e, cioè, devono gestire il loro apparato con minori risorse, vengono messe a nudo le loro insufficienze e incapacità di mantenere gli impegni che hanno preso con i propri cittadini mediante il programma politico.
La loro carenza è talmente grande che omettono l’obbligo di legge di comunicare ai propri mandanti, mediante la relazione semestrale, le tappe dell’attuazione del programma. E per questa omissione, che indica opacità e voglia di nascondere la realtà, nessun sindaco salta o viene revocato dal suo mandato, perché i consiglieri comunali non hanno alcuna voglia di andarsene a casa, coperti come sono da indennità e privilegi di ogni genere e tipo. Tant’è che, in occasione delle elezioni comunali, c’è la corsa fra migliaia e migliaia di cittadini, in maggioranza senza lavoro, che aspirano a una indennità equivalente a uno stipendio. Una vergogna siciliana.

Dunque, i sindaci siciliani che hanno una pletora di dipendenti inutili, possono tagliare quella parte dell’organico che non è necessaria allo svolgimento dei servizi. Ma anche tagliare consulenze, competenze, consigli di amministrazione di partecipate, assessori, gettoni di presenza, auto di servizio, autisti, telefonini e migliaia di scrivanie in più nelle quali si siedono dipendenti che non sanno cosa fare.
Questo è il quadro della disorganizzazione generale, nella quale fanno eccezione tanti Comuni e tanti sindaci virtuosi che, in quanto tali, riescono a chiudere i propri bilanci in pareggio, pur producendo buoni servizi e realizzando infrastrutture innovative. I bravi ci sono e vanno indicati e premiati. I sindaci incapaci vanno invece additati al pubblico ludibrio.
 
Il dirigente generale del Dipartimento Urbanistica dell’assessorato regionale Territorio e Ambiente ci comunicava, nell’ultimo forum, che le pratiche di sanatoria non evase sono circa 500 mila, di cui all’incirca un quarto nella città di Palermo e quasi il 18% a Catania.
Prendiamo il capoluogo etneo. Se il Comune, che si trova in stato di pre-dissesto, mettesse in moto, con una squadra di tecnici, l’evasione di tali istanze di sanatoria, porterebbe a casa l’un per l’altra almeno 3000 euro fra rate e oneri di urbanizzazione, col che incasserebbe all’incirca 240 mln di euro, saldando quasi tutto il “buco” dei bilanci pregressi. Come si possono chiudere gli occhi di fronte a un’opportunità di questo tipo e mantenere la città in uno stato di incertezza del proprio futuro?
I sindaci hanno appurato che nei loro territori vi sono grandi quantità di cartelloni pubblicitari abusivi, forse oltre 10 mila. Se costringessero i gestori a regolarizzarli, con una media di 2000 euro per anno, porterebbero a casa 20 mln di euro.

Per l’evasione dell’Ici la questione è quasi tragicomica. Il direttore generale dell’Agenzia del Territorio, Gabriella Alemanno (incidentalmente sorella del sindaco di Roma), ci diceva, nel forum che sarà pubblicato prossimamente, che ormai tutto il territorio è sotto controllo e inserito nell’archivio totalmente informatizzato, con cui ogni centimetro è monitorato.
L’Agenzia, attraverso i suoi uffici territoriali, è in condizioni di fornire ai Comuni tutte le informazioni necessarie perché essi prelevino l’Ici e vadano a scoprire la relativa evasione. Le abbiamo chiesto perché tale evasione permane. Risposta: perché i Comuni non si sono attrezzati informaticamente per attingere le informazioni all’Agenzia del Territorio e, conseguentemente, ad un sistema di riscossione diretta che può tranquillamente prescindere da Equitalia. Ecco un altro esempio di cattiva amministrazione la cui responsabilità è totalmente in capo ai sindaci, in questo caso quelli siciliani.
Vi sono tante altre tasse (pubblicità, Tosap, Tarsu e così via) che presentano una grossa evasione. D’altro canto, vi sono imposte e tasse comunali accertate ma non riscosse: una notevole morosità, anche questa figlia dell’inefficienza delle amministrazioni comunali e dei loro sindaci, che ne sono responsabili, perché non hanno istituito il Nucleo tributario.
Ott
15
2009
Nessuno si sorprenda se questa volta difendiamo i precari. Non è frutto di schizofrenia, bensì di una logica rigorosa che osserva Costituzioni e leggi ordinarie. Vi sono in Sicilia centinaia di precari dei settori BB.CC., Scuola, ecc., che hanno vinto i concorsi pubblici e hanno quindi tutto il diritto di essere assunti al posto di quelli raccomandati e privilegiati che sono stati chiamati direttamente per impulso di un ceto politico clientelare.
La Regione deve assumerli subito. Non può mantenerli nel limbo, mentre continua a tenere in organico gli altri che non hanno alcun diritto professionale. Il doppiopesismo pubblico non ha alcun fondamento sociale e deve essere aspramente criticato perché iniquo, in quanto colpisce chi ha diritto e favorisce chi non ne ha affatto.
Difendiamo i precari vincitori di concorso che attendono da anni la loro collocazione negli organici. Non comprendiamo come gli assessori al ramo possano chiudere gli occhi sulle legittime aspettative di chi si è impegnato per superare ogni sbarramento con successo.

La questione del precariato in Sicilia non è risolvibile in modo ordinario. Ci vuole un progetto straordinario per spostare migliaia di dipendenti provvisori dalle Pa ai comparti produttivi. Non è infatti mantenendo persone improduttive, cui comunque si pagano stipendi, che si possono risolvere i destini dell’armata dei precari. Gente che ha maturato aspettative, pur essendo stata immessa negli organici, solo perché spinta da questo o quell’uomo politico.
Il Governo regionale ha il dovere di affrontare il toro afferrandolo per le corna, dando una soluzione strutturale dal momento che non è più in condizione di pagare cedolini senza alcuna contropartita in termini di produzione di servizi pubblici.
 
Gli investitori internazionali vengono in Sicilia se trovano le condizioni migliori di un ritorno economico. L’ambiente, nel suo complesso, consente l’insediamento di impianti turistici che danno lavoro a 50 mila persone. La costruzione di reti ferroviarie, di strade, di porti e aeroporti dà lavoro a migliaia e migliaia di persone. La costruzione del Ponte sullo Stretto dà lavoro ad oltre 10 mila persone. Insomma, vi sono le condizioni per girare i precari pubblici al settore privato oltre ad assorbire gran parte dei disoccupati.
Ma, c’è un “ma” grosso come una casa. Queste migliaia di precari e disoccupati non possiedono competenze che li rendano compatibili col mercato, perché né scuola, né Università le hanno loro fornite. Peggio, non hanno loro insegnato il metodo per imparare. Non parliamo dell’enorme sperpero di risorse della formazione regionale per cui la Giunta di governo ha fatto benissimo a tagliare in radice la spesa. Dovrebbe invitare i formatori, che non sono stati capaci di insegnare niente, a riqualificarsi per  andare sul mercato.
 
Ecco cosa deve fare la Regione. Deve dire chiaro e tondo che precari e disoccupati devono riqualificarsi per rendersi pronti alle chiamate, con competenza acquisita e con cambio di mentalità secondo cui: prima rendo e poi incasso.
Il Governo regionale dovrebbe investire qualche risorsa per far capire all’opinione pubblica questa inversione ad U del modo di pensare al lavoro, non al posto di lavoro o allo stipendio. Se da un canto consente agli investitori di ottenere autorizzazioni e concessioni in 30 giorni, i progetti verranno attuati in tempi brevi. Per esempio, lo ripetiamo da tempo, mettere all’asta internazionale il territorio della Fiat di Termini Imerese troverebbe gruppi internazionali pronti ad insediarvi attività turistiche con migliaia di occupati.
Precari e disoccupati devono anche capire che la competenza si acquisisce facendo esperienza, e l’esperienza si fa lavorando anche con bassi compensi, purché l’attività sia produttiva. Meglio tanti occupati anche se pagati poco che molti disoccupati pagati niente.
Ci rendiamo conto che quanto scriviamo può sembrare rivoluzionario, mentre è solo frutto di una proposta positiva di buon senso che è stata realizzata con successo in tante parti del mondo, per esempio nella Repubblica di Singapore, della quale abbiamo più volte scritto.
Set
24
2009
Riceviamo molte email di precari della Regione, di enti locali e della scuola, i cui toni sono risentiti perché a loro avviso noi abbiamo riportato sotto una luce diversa la questione.
Vediamo qual è. Nel corso di decenni, negli enti pubblici siciliani un ceto politico di scarso livello ha fatto entrare decine di migliaia di persone, seppur con contratti a tempo determinato. Nella scuola, a parte le supplenze per le quali vigeva il principio delle raccomandazioni, molti giovani hanno cominciato a racimolare punti e ad approfittare di leggi clientelari approvate dai diversi governi sotto la spinta del sindacato, venendo così incontro alle aspettative di chi voleva entrare in questa branca della Pa. Lo stesso è accaduto  nelle altre regioni meridionali.
Ma dall’Umbria in su non c’è un solo precario, né nelle Pa, né nella scuola. Anzi, in quest’ultima vi sono vistosi buchi nell’organico perché non c’è convenienza economica ad andare ad insegnare.

Nessuna delle mail che riceviamo smentisce i fatti sopra riportati. Dunque, essi costituiscono la realtà.
Fra i giovani che volevano entrare a scuola ve ne erano tantissimi vocati, ma altrettanti che pensavano di sistemarsi con uno stipendio, seppur modesto, indipendentemente dal lavoro e dalla sua qualità. La questione si sposta sui mancati controlli dell’insegnamento e della sua efficacia. Nel nostro Paese, chi entra nella Pa ne esce solo per andare in pensione. In tutti gli altri Paesi, quando non si raggiungono i risultati si viene cacciati.
È ovvio che selezionando il personale in base al merito, chi rimane dentro debba essere pagato di più. Ma rimane dentro solo il personale necessario. Nella scuola italiana invece, a forza di far entrare precari, pur con i concorsi bloccati, al 2008 vi era un esubero di 100.000 buste paga, cioè persone che non servono al Piano organizzativo di produzione dei servizi.
 
Nelle amministrazioni siciliane, regionali e locali, la questione è peggiore, lo abbiamo scritto più volte, perché qui addirittura nessuno dei precari ha racimolato punti, ma è stato chiamato dai responsabili della Pa per impulso di uomini politici che così scambiavano la collocazione di un loro galoppino con il voto suo e dei suoi familiari e amici.
è per questa ragione che abbiamo definito i precari siciliani come privilegiati. Non uno di essi che legge questi editoriali ha mai smentito di essere stato chiamato, uno o 10 anni fa, sol perché il tal uomo politico lo aveva fortemente raccomandato.
Sotto la spinta dell’opinione pubblica è venuta fuori la verità che nessuno di essi osa smentire. è venuto il momento di confessare, perché da questo punto si possa ricostruire un corretto rapporto tra Pa e cittadini, il quale non discrimini tra quelli raccomandati che entrano nella Pa e gli altri che restano impotenti senza partecipare ai concorsi che non vengono più banditi.

Precario, dicci chi ti ha fatto entrare. Comprendiamo le tue aspettative, comprendiamo che pensi di rimanere dove ti trovi. Tutto ciò è umano, ma è fuori dalla realtà siciliana.
Sarebbe molto più logico che ti alzassi dal terreno dei luoghi comuni e ti guardassi in giro per vedere dove è il lavoro in Sicilia, che c’é. Certo, ti porrai il problema di non avere le competenze, che le attività produttive richiedono, ma le competenze si possono accumulare con un percorso formativo serio, (non certo quello proposto dalla Regione) e con la voglia di diventare un professionista capace e desiderato dal mercato stesso.
Spero questa volta di aver fatto emergere l’intento positivo e costruttivo di queste analisi. è chiaro a tutti, ormai, che non uno di questi precari potrà essere stabilizzato, per il semplice motivo che non ci sono più risorse. La strada per risolvere il problema non è chiedere, chiedere e chiedere un posto, ma quella di formarsi per il lavoro che in Sicilia, lo ripetiamo, c’è ed è abbondante. Naturalmente solo per i competenti.
Peraltro, i responsabili delle istituzioni regionale e locali hanno chiaro questa realtà in quanto sono costretti dal patto di stabilità a stare dentro i binari del rigore e, d’altro canto, sanno di avere il doppio del personale di una qualunque analoga amministrazione del Nord Italia. La strada è obbligata. Non c’è scelta.
Set
15
2009
Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri mercoledì 9 settembre, prevede all’articolo 16, per i contratti a tempo determinato dei precari, che “non possono in alcun caso trasformarsi in rapporto di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utili ai fini contributivi…”.
Il divieto che precede, si somma all’art. 49 della L.133/08 che vieta la trasformazione dei contratti a  tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Dopo 30 anni e più di utilizzazione della pubblica amministrazione statale, regionale e locale come sfogo per il clientelismo della bassa politica e ammortizzatore sociale, l’introduzione dell’euro e la crisi del 2008, costringono Governo nazionale, giunte regionali e sindaci, a chiudere definitivamente questo iniquo capitolo che ha visto discriminati i cittadini “normali” da quelli “privilegiati”.  Chi sono stati i cittadini “privilegiati”? Quelli entrati nelle Pa per intervento diretto dei cattivi politici.

Quando i precari della scuola, quelli della Regione e dei Comuni, quasi tutti nel Sud e in Sicilia, si lamentano di essere stati tagliati fuori dal sistema, per esubero di dipendenti, dimenticano che non sono entrati dalla porta principale, cioè per concorso, ma racimolando punti o raccogliendo spintarelle di questo o quel becero uomo politico, sperando un giorno di entrare nei ranghi.
Mal gliene incolse. La loro mancanza di previdenza li ha portati a vedere cessato il rapporto di lavoro nella scuola il 31  agosto scorso e, verosimilmente, nella Regione, il 31 dicembre 2009. Non comprendiamo come questi siciliani “privilegiati” non si siano posto il problema di acquisire competenze per utilizzare il numerosissimo lavoro che c’è nel mercato isolano, ampiamente pubblicizzato nelle pagine del QdS.
Se avessero perseguito lo scopo di trovare un lavoro, l’avrebbero già. La verità è che hanno sperato improvvidamente di entrare nel sistema pubblico, ove si sconosce  meritocrazia e responsabilità. Per cui ognuno fa come vuole e non risponde  a nessuno dei mancati risultati.
 
Paradossalmente la ricerca di sicurezza ha frenato tanti ex giovani dall’uscire da un ambiente senza sbocco per entrare in un altro col futuro. Proprio la paura del futuro è il tallone di Achille di tutti i precari, la paura di mettersi in gioco, la paura di correre rischi, la paura di fallire la propria missione di persone e di professionisti.
Tutti coloro che possiedono competenze sono trovati dal lavoro, altro che cercarlo. E non ci vengano a dire, i precari della scuola o quelli della Pa, che possiedono tali competenze. Nessuno di essi ha ricevuto validazione da un organo esterno di tale possesso. La responsabilità del quadro che deliniamo è sicuramente di un ceto politico di basso livello, nel quale, però, vi sono tante persone intelligenti che lottano per fare emergere disegni alti e strategici.

Occorre guardare avanti con ottimismo, prepararsi non certamente negli inutili corsi di formazione regionale che servono a foraggiare 7.000 inutili formatori, in quanto nessuno dei circa 50 mila frequentatori ha trovato posto nel 2008. Gli inutili attestati non servono neanche come carta straccia.
Riceviamo tante lettere di protesta per quello che scriviamo, ma esse riguardano la forma e non la sostanza. Vuol dire che il quadro è reale e senza possibilità di contestazione. Tanto è vero che il sindacato sulla materia non ha nulla da dirci.
Lo scandalo della formazione regionale è sotto gli occhi di tutti. La Corte dei conti ha accertato una spesa superiore di ben 60 milioni nel 2008 rispetto al 2007. Prendiamo atto che nel bilancio 2009 tale spesa è stata ridotta a circa 200 milioni, che resta comunque una enormità, perché andrebbe carcerata totalmente col pennarello, invitando gli inutili formatori ad acquisire nuove competenze per andare a svolgere un lavoro produttivo che in Sicilia c’è. 
Un invito ai giovani: guardate il mondo e quello che accade nei Paesi più avanzati. Non vi appiattite dietro la gonna della mamma e della nonna. Osate, rischiate. Se siete capaci, il mercato vi renderà merito.