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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Privilegi

Set
20
2011
Nel 2011, Tremonti è stato prodigo di manovre. Ne ha portato a compimento ben tre: la legge 98 del 6 luglio, la legge 111 del 16 luglio e infine la legge 148 del 14 settembre scorso. Nel loro insieme, le tre manovre hanno portato rettifiche nei conti dello Stato per oltre 100 miliardi, almeno in teoria.
In teoria perché può verificarsi che le previsioni basate sulle sabbie mobili siano inferiori alle aspettative, come per esempio il recupero dell’evasione fiscale. Ma in questo caso, è già stato previsto che verrà fatto un taglio lineare ad agevolazioni, detrazioni e deduzioni per fare quadrare in ogni caso i conti e portare all’agognato pareggio di bilancio 2013.
Benedetta sia la crisi che ha costretto i governanti italiani a queste manovre. Certo, potevano evitare di fare tre leggi, mentre se avessero avuto chiaro il quadro della situazione sarebbero potuti intervenire una sola volta, per evitare il disdoro internazionale che ha subìto il Paese.

Benedetta sia la crisi che costringerà gli apparati statali, regionali e locali ad una forte cura dimagrante. Ma non è finita qui perché, necessariamente, nella legge finanziaria cui Governo e maggioranza metteranno mani nelle prossime settimane, verranno introdotti almeno tre ulteriori correttivi: il taglio delle pensioni di anzianità, vergognoso privilegio tutto italiano; la vendita o la cartolarizzazione di una parte del patrimonio immobiliare pubblico per non meno di 200 miliardi (con la conseguenza di una riduzione di interessi per circa 10 miliardi); il taglio degli innumerevoli privilegi cui fanno fronte indennità, compensi ed altre spese inutili; la liberalizzazione di tanti settori, fra cui quello delle società pubbliche locali, in modo da mettere in moto il processo di crescita.
Le liberalizzazioni sono basate su riforme a costo zero, ma che hanno un forte impatto politico perché devono tagliare le unghie ai privilegiati, i quali faranno di tutto per evitarlo.
Non c’è dubbio che i tagli dovranno essere fatti agli apparati e non ai servizi. I sindaci che piangono non lo fanno perché gli mancano meno risorse (anzi), ma perché saranno costretti a tagliare privilegi e clientelismi locali.
 
I sindaci, a cominciare da quel campione di Gianni Alemanno, sanno che i tagli li porteranno a ridimensionare il personale, inutilmente sovrabbondante da Roma in giù, le consulenze, le indennità, i compensi per consiglieri comunali, assessori  ed altri privilegiati. Certo, il Governo non è stato abbastanza coraggioso nello stabilire una regola elementare: chi vuol fare il consigliere comunale e circoscrizionale non deve avere alcun compenso, salvo l’eventuale rimborso spese a pié di lista. Con tale articolo molti dei famelici consiglieri, non avendo più alcun compenso, avrebbero cercato altrove il modo per sbarcare il lunario, scaricando le finanze comunali di un peso insopportabile.
I soldi amministrati dai Comuni sono più che sufficienti per i servizi che producono, solché la gestione dell’amministrazione fosse fatta secondo principi di efficienza ed efficacia. Ma così non è stato, anche se d’ora in avanti così dovrà essere.

In questo quadro, i sindaci e i presidenti di Regioni avranno la convenienza di valorizzare i bravi dirigenti perché sono loro che fanno marciare l’apparato in senso positivo. Certo è che va isolato il grano dal loglio, i cattivi dirigenti vanno messi in condizione di non nuocere, di non alimentare la corruzione ed il lassismo. Solo inserendo i valori di merito e responsabilità, le Regioni ed i Comuni potranno funzionare anche con le risorse finanziarie ridotte che, inevitabilmente, si ridurranno ancora.
Chi non ha capito che la festa clientelare è finita per sempre, perché il cappio del rigore europeo si stringerà ancora di più, o è un illuso o un imbecille.
In altri termini, si tratta di cominciare ora e subito, una buona amministrazione di ogni ente, comunale o regionale, in modo da offrire ai propri cittadini i migliori servizi ai costi più bassi. Occorrerà che tutti i pubblici dipendenti si mettano a lavorare alacremente, evitando la discriminazione tra chi, oggi, lavora molto e bene e chi, invece, si occupa dei propri affari, magari firmando i fogli di presenza falsi.
Lug
16
2010
Un amico mi chiedeva per quale ragione un pensionato di Reggio Calabria (statale, regionale o comunale) debba percepire un assegno molto inferiore di un pensionato regionale che abita di fronte, a tre chilometri, nel territorio di Messina.
Abbiamo preso l’iniziativa di controllare i parametri in base ai quali sono andati in pensione i dipendenti della Regione Siciliana e quelli dei dipendenti della Regione Calabria. In quest’ultimo caso, essi, essendo equiparati ai dipendenti dello Stato e a quelli degli enti locali, ne ricevono lo stesso trattamento, in termini di anzianità di servizio e di percentuale dell’assegno rispetto all’ultimo stipendio.
Per contro, i pensionati della Regione Siciliana hanno condizioni nettamente più favorevoli, perché possono andare in pensione in un tempo ridotto (anche 25 anni per i dipendenti affetti da handicap grave o loro congiunti), perché la percentuale dell’assegno pensionistico rispetto allo stipendio è parecchio più elevata.

Oltre quindicimila pensionati siciliani pesano sul bilancio della Regione per ben 613 mln €, in quanto il ceto politico isolano ha inteso usare l’autonomia per dare ai dipendenti e ai dirigenti una serie di privilegi inauditi che fanno inorridire chiunque ne viene a conoscenza. Come possiamo chiedere al Governo centrale equità quando noi, al nostro interno, l’equità non sappiamo cosa sia?
C’è di più e di peggio. Il ceto politico regionale, in questi 64 anni di autonomia, non ha voluto affidare all’Inpdap la gestione dei propri pensionati, perché in questo caso non poteva concedere loro i privilegi. Quindi, oltre al danno, anche la beffa per il portafogli dei siciliani.
C’è una terza questione gravissima e, cioè, che i pensionati attuali e quelli a venire, non essendo gestiti dall’Inpdap, hanno bisogno di un organo che li gestisca. Ha provveduto l’Assemblea regionale, su impulso di questo Governo, a istituire il Fondo pensioni, che solo di dotazione finanziaria e di risorse umane costa più di otto mln € l’anno.
Man mano che ricostruiamo i privilegi che la Regione ha concesso in tutti questi anni, ci accorgiamo che contemporaneamente essa ha scavato un baratro fra noi e le consorelle del Nord.
 
Considerare le pensioni pubbliche come un ammortizzatore sociale, il cui costo è sopportato dalla comunità siciliana, è un orrore politico e un comportamento indegno perché sparge tra la popolazione iniquità. Gente che ha lavorato (si fa per dire) qualche decennio e prende l’assegno per un periodo di vita più lungo di quello lavorativo è letteralmente uno sconcio.
Del peggio c’è il peggiore. Vale a dire che anche il trattamento di fine rapporto dei regionali siciliani è privilegiato rispetto a quello dei colleghi delle altre regioni. Citiamo un esempio per tutti: quando è andato in pensione il segretario generale dell’Assemblea regionale, Silvio Liotta, il suo assegno è stato di circa un milione di euro, oltre a una ricca pensione di oltre 10 mila euro al mese.
Come possono avere considerazione i poveri precari che prendono indennità da 700 euro al mese o i disoccupati che vivono molto male o i dipendenti con famiglia che guadagnano 1200 euro al mese?

Anche questo privilegio va abbattuto, ora e subito. Il Governo dia mandato all’Aran siciliana di uniformarsi sotto il profilo delle norme contrattuali e dei valori pensionistici e di Tfr al contratto nazionale degli statali, dei regionali e dei comunali. Con ciò eliminando in radice la contrattazione siciliana che non deve essere autonoma, ma deve in questo caso uniformarsi a quella nazionale.
Continuare a chiudere gli occhi su questo vergognoso privilegio non consente di alzare la voce quando lo Stato o le altre Regioni ce lo rinfacciano.
Mettersi le carte in regola significa essere più bravi degli altri, a parità di spesa, perché solo così si può dimostrare di possedere più intelligenza e più conoscenza, nel senso di stabilire chi ha merito nel raffronto continuo che ci dev’essere fra tutte le pubbliche amministrazioni, e fra il settore pubblico e quello privato. 
Non ci stancheremo mai di battere questo tasto e continuiamo a ribadire che la Sicilia deve rinascere all’insegna del merito e della responsabilità, senza stare con la mano tesa per chiedere, ma ribadendo il proprio diritto ad avere ciò che gli compete in base al patto costituzionale scritto nello Statuto, in quanto Regione virtuosa.
Giu
26
2010
Dall’inchiesta pubblicata oggi sull’Ages (Agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali e provinciali) risulta che Comuni e Province pagano ogni anno ben 120 milioni di euro (ma la cifra viene rettificata dal direttore generale Giovanna Marini in 57 milioni, comunque un’enormità) per tenere in piedi un soggetto giuridico pubblico dotato di autonomia organizzativa, gestionale e contabile, istituito con legge 127/97. Questo istituto non serve a nessuno e meno che mai ai cittadini. Solo la Sicilia contribuisce con 2,4 milioni.
Se Tremonti l’avesse depennato, nessuno se ne sarebbe accorto salvo i privilegiati che gestiscono sedi (centrale e regionali) capaci di distribuire emolumenti e gettoni di presenza ai componenti dei consigli di amministrazione. In tutta Italia, i cda dell’Ages sono 18 e nelle varie sedi sono dislocati 155 dipendenti. Insomma, 120 milioni (o 57) che potrebbero essere tranquillamente risparmiati togliendoli alla casta dei segretari degli enti locali che già sono pagati bene per conto proprio.

Se si guarda nelle migliaia di capitoli dei bilancio dello Stato, delle Regioni e degli 8 mila Comuni si potrebbe tranquillamente arrivare a una riduzione di almeno il 5 per cento delle spese. Altro he fare una manovrina da 12 miliardi.
è da trent’anni che scriviamo della mala amministrazione della Sicilia (Regione ed Enti locali), ma la sordità generale ha impedito un cambio di rotta. Ci sono voluti euro e Patto di stabilità per costringere gli amministratori a cominciare a intravedere la buona amministrazione del pater familias.
Lamentarsi o urlare che non ci sono più soldi è una pura stupidaggine. Contestare, invece, l’uniformità dei tagli per tutte le Regioni è sacrosanto. E infatti, le Regioni virtuose debbono ricevere gli stessi trasferimenti dell’anno precedente, mentre quelle viziose - come Campania, Calabria, Lazio, Puglia e Sicilia - devono essere riportate sulla retta via.
Per quanto riguarda la nostra Isola, abbiamo sottolineato da decenni la necessità di mettere le carte in regola sul piano delle uscite.
 
Farlo significa due cose: tagliare sprechi, indennità e stipendi parassitari, i privilegi delle caste (ceto politico e burocratico) e dell’imprenditoria assistita. Secondo, stornare i conseguenti risparmi e indirizzarli verso gli investimenti.
Vi è poi il versante delle entrate, e qui va aperto subito un contenzioso con il Governo centrale che deve basarsi sulla riattivazione dell’Alta corte (art. 24 dello Statuto) e sugli adempimenti degli art. 36, 37 e 38 dello stesso. Al bilancio regionale mancano oltre 10 miliardi. Se arrivassero dovrebbero essere destinati alla costruzione di infrastrutture, al risanamento idrogeologico del territorio e a piani economici per l’attivazione di imprese, soprattutto nel settore dei servizi avanzati e della green economy.
Ma intanto, va riformata urgentemente la macchina burocratica affidando la piena responsabilità ai dirigenti regionali e locali affinché spendano le cospicue risorse messe a disposizione dell’Ue, dallo Stato e dal Bilancio regionale, per il periodo 2007/13 di circa 18 miliardi.

Qualche giorno fa, vi avevamo dato due importi sbagliati relativi alla sanità. La cifra prevista nel bilancio regionale 2010 è di 8,15 miliardi e non di 8,4. La cifra che lo Stato gira alla Sicilia è di 2,4 miliardi e non di 4,1, quindi il bilancio regionale ha un carico di 5,75 miliardi. Questo dato potrebbe essere migliorato in quantità e qualità. La riduzione della spesa farmaceutica al parametro della Toscana comporterebbe un risparmio di oltre 400 milioni, l’accorpamento e la razionalizzazione dei presìdi ospedalieri, un risparmio di altrettanti 400 milioni e il taglio deciso del personale amministrativo, esuberante rispetto alle necessità, che riflette uno sfrenato clientelismo.
La trasformazione delle Province in Consorzi, con la cancellazione degli apparati politici, comporterebbe un risparmio di circa 500 milioni. Il taglio di 250 milioni della formazione non avrebbe conseguenze, lo stesso dicasi di un ulteriore taglio di 500 milioni per i precari. Responsabili istituzionali, abbiate coraggio.