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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Processo Breve

Apr
16
2011
La  giustizia italiana è stata più volte sanzionata dall’Unione europea per la sua inefficienza e incapacità di dare risposte ai cittadini in un ragionevole lasso di tempo, con ciò violando l’art. 111 della Costituzione che al secondo comma recita: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. Questo articolo è stato continuamente violato nei decenni passati, continua a essere violato ai tempi nostri e lo sarà ancora se l’organizzazione della giustizia non sarà diventata efficiente ed efficace.
L’Unione ha sanzionato continuamente l’Italia, tanto che il Parlamento ha dovuto approvare in fretta una legge, la Pinto (n. 89/2001) con la quale ha stabilito, appunto, che la ragionevole durata del processo fosse un periodo di tre anni, oltre il quale convenuto e attore hanno diritto a un risarcimento medio di circa mille euro all’anno cadauno. Dal 2002 al 2010 lo Stato ha pagato oltre cento milioni di risarcimenti.

Gli attori responsabili del disastro della giustizia sono almeno quattro: Parlamento, ministero della Giustizia, avvocati e magistrati.
La prima causa dell’anomala lunghezza dei processi, civili e penali, è la procedura. Quando essa prevede passaggi inutili, ripetuti solo per dilatare i tempi, contravviene al principio della durata ragionevole. Dunque, il Parlamento in primis ha il dovere di tagliare i percorsi delle cause civili e penali di almeno il 50 per cento per ridurre il tempo necessario all’emanazione della sentenza.
Il secondo colpevole è il ministero della Giustizia, perché non riorganizza in maniera efficiente le strutture amministrative, in modo tale che con le attività digitalizzate l’attuale personale diventi più che sufficiente e forse esuberante, con notevoli risparmi di spesa. Naturalmente, la riorganizzazione dovrebbe essere fatta con un Piano aziendale.
Il terzo soggetto che contribuisce alla lunghezza dei processi è il corpo degli avvocati, che guadagnano secondo il principio che il processo più pende e più rende. Naturalmente all’interno della corporazione, ci sono tantissimi professionisti che vorrebbero concludere presto i processi.
 
Il quarto soggetto sono i magistrati, la cui funzione è quella di governare le procedure con imparzialità, terzietà e di emettere sentenze che sono l’atto finale con cui si rende giustizia alle parti. Conosciamo tantissimi magistrati, veri stakanovisti del lavoro, che emettono sentenze con una frequenza e una qualità, anche se sintetiche, veramente notevoli. è opinione di quasi tutti gli alti magistrati che abbiamo interpellato che le sentenze non debbano essere compendi, bensì sintesi, che centrino il cuore di ogni controversia senza dilungarsi in questioni accessorie e di minima importanza.
Il risultato di una generale riorganizzazione che veda protagonisti i quattro soggetti citati può avvenire se ognuno di essi vuole veramente risolvere il problema, almeno in prospettiva. Se, invece, ognuno tira il lenzuolo dalla propria parte, ovvero resta inerte senza produrre un opportuno slancio, la situazione finirà per incancrenirsi ulteriormente.

Prescrizione breve: ma mi faccia il piacere, direbbe Antonio De Curtis, perché il disegno di legge approvato dalla Camera e passato al Senato, se approvato in via definitiva, manterrebbe lo stesso i processi di una lunghezza incostituzionale e continuerebbe a violare le norme europee.
La prescrizione approvata per i processi penali dovrà essere un vincolo perché il Parlamento riduca drasticamente i tempi. Purtroppo, nel processo civile, la prescrizione non c’è, ma anche in questo caso il Parlamento deve introdurre vincoli cogenti per tutti gli attori (amministrazione, avvocati, magistrati) in modo da portare a sentenza in tempi certi ed europei ogni controversia.
Tutto il teatrino che si svolge da decenni al riguardo serve a far capire amaramente ai cittadini, cioè alle vittime di una giustizia lenta e farraginosa, che i legislatori non hanno alcun rispetto per loro e non gli importa se la giustizia rimanga una parola senza contenuto. Anche in questo versante viene violato il principio di equità che sta alla base del buon funzionamento di una Comunità, con la conseguenza che vince la ragione della forza e non la forza della ragione.
Set
02
2010
Il bailamme agostano ha dimostrato ancora una volta che la politica italiana è basata su un teatrino indecoroso, oggetto di sarcasmo da parte delle democrazie avanzate e di lazzi da parte dei giornali. In nessun quotidiano europeo o statunitense vi è questa continua rappresentazione dei leader politici che si parlano addosso e parlano addosso agli altri. In nessun quotidiano europeo o statunitense c’è questa spasmodica ricerca dei retroscena fatti di pizzini, allusioni, insinuazioni e consimili attività perniciose.
Certo, questa manfrina fa vendere più copie, anche perché alimenta la voglia dei cittadini di scagliarsi contro questo o quel rappresentante istituzionale, che normalmente non fa il proprio dovere. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha giustamente posto alla propria maggioranza, ma segnatamente al gruppo Fli (Futuro e libertà per l’Italia) di approvare o non approvare cinque punti: Fisco, Mezzogiorno, Giustizia, Federalismo e Sicurezza.

A ben guardare, la giustizia sarà il tema caldo, perché contiene la riforma del processo penale con l’inserimento di vincoli temporali nei diversi gradi, per costringere i giudici ad arrivare a sentenza in tempi contingentati, ma sicuramente non brevi.
Questo provvedimento non si trova nel programma di governo, ma ha la funzione di tagliare i processi (Mills, Mediaset, Mediatrade) a carico del Cavaliere. Inutile nascondere questa verità. è opinione diffusa che questo provvedimento è l’ultima spiaggia per salvare Berlusconi dalle condanne che potrebbero provocargli la decadenza dai pubblici uffici, ritenuto che la Corte Costituzionale, nella seduta del 14 dicembre, dichiarerà incostituzionale l’ultimo provvedimento di protezione dei quattro vertici dello Stato.
Dunque, è corretto stabilire un cronoprogramma dei processi perché essi si concludano con sentenza entro un certo tempo e non in qualunque tempo. è iniquo, invece, che nulla sia previsto sulla certezza dei tempi nel processo civile. Il ministro Alfano ha proposto una nuova figura (il mediatore) che dovrebbe intervenire prima del giudice per far conciliare le parti. Non sembra che questo rimedio sia appropriato.
 
La legge Pinto (89/01) consente a qualunque parte coinvolta in un processo di chiedere un risarcimento, per ogni anno di ritardo rispetto al primo triennio, periodo che si ritiene equo per lo svolgimento di un processo civile o penale. Nella citata legge è già indicato il giusto periodo di un giusto processo. Tant’è che, per ogni anno successivo, l’attore e il convenuto possono chiedere il giusto risarcimento per il ritardo, facendo ricorso alla Corte d’Appello del distretto giudiziario, ritardo che viene liquidato in circa mille euro per ogni anno.
Sembra che nel 2009 lo Stato abbia sborsato per il risarcimento 500 milioni di euro. Se i processi si chiudessero nel tempo previsto, tale somma potrebbe essere destinata a finanziare la macchina della giustizia.
Ma c’è un altro elemento che va messo in luce. L’Italia è un Paese europeo nel quale la giustizia funziona solo dieci mesi e mezzo. Non si capisce perché dal 1° agosto al 15 settembre essa si paralizzi, salvo i casi urgenti.

Vi è un altro elemento di valutazione. Le procedure, civile e penale, sono farraginose e complicate. Sotto l’etichetta delle garanzie si nascondono una serie di passaggi inutili e dannosi che hanno l’unico scopo di alimentare un’attività giudiziaria che danneggia coloro che chiedono giustizia (a torto o a ragione) e favorisce la categoria professionale dei difensori secondo il principio che il processo più pende e più rende. Le commissioni che si occupano di preparare le riforme dovrebbero prevedere la presenza di ingegneri e professori universitari esperti di organizzazione, oltre che dei giuristi.
Solo trovando un giusto punto di equilibrio fra la necessità di una giustizia equa e quella di chiudere i processi in un tempo predeterminato, non molto superiore a quello previsto dalla citata legge Pinto, vi può essere una vera innovazione, che non serva a discettare di aria fritta.
Di questo oggi si tratta: discutere del nulla per interesse di bottega. è ora di finirla, per occuparci di questioni serie.
Nov
24
2009
Il disegno di legge sul processo breve è una barzelletta nel titolo. Come si può dire breve un processo che dura sei anni? Certo, abituati ai tempi odierni più che doppi, si può affermare che esso si riduca, ma resta pur sempre di una lunghezza non europea.
Nel disegno di legge è inserita una norma che prevede la responsabilità personale del giudice qualora i tempi non siano rispettati. Bisognerà vedere con quali strumenti e in base a quali elementi potrà essere determinata tale responsabilità.
La materia è nebulosa, perché all’obiettivo sacrosanto di ridurre il tempo dei processi sottosta il vizio che in effetti la legge serva per tutelare Berlusconi piuttosto che i cittadini normali. Questo continuo equivoco fra gli interessi privati e quelli generali è un presupposto per non fare buone leggi. 
A questo marasma si aggiungano le fibrillazioni in seno al Pdl e gli scontri malcelati fra finiani e berlusconiani, senza contare tutte le anime del centrosinistra tentennanti fra un’astensione e un’opposizione dura.

Lo strepito più alto che sentiamo, con riferimento alla lunghezza dei processi, è che non vi sono risorse. Questo è parzialmente vero. La verità maggiore è che la procedura non è diritta come un rettilineo, ma oscilla come una sinusoide. Essa è cosparsa di moltissime e inutili fermate, che consentono a chiunque abbia interesse di rallentare il convoglio che, fra la prima e l’ultima udienza, dovrebbe marciare a tappe predeterminate.
Ecco che cosa manca al processo medesimo: il cronoprogramma. Vale a dire quello strumento che stabilisca con precisione tutti i tempi che intercorrono fra l’inizio e la fine e, senza consentire ad alcuno azioni dilatorie, sancisca con responsabilità personali tutti i tentativi di allungamento.
Certo, le cancellerie dichiarano carenza di personale. Ma dov’è il Piano industriale o Piano organizzativo per la produzione dei servizi (Pops) che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per unità di servizio? Questo è il buco più grosso.
 
Se non viene realizzato il cronoprogramma dei processi civile, (civile, penale, amministrativo e tributario), la situazione non può cambiare. Per fare un cronoprogramma efficace non bastano i giuristi (magistrati, professori universitari e avvocati). Occorrono ingegneri e organizzatori, i quali conoscono la materia e sanno come fare per realizzarlo.
In questo quadro, una forte accelerazione verrebbe dalla totale informatizzazione dei processi, per cui non ci sarebbe più bisogno né di giganteschi archivi cartacei difficilmente consultabili, né dei tempi per archiviare e prendere carte e neppure dei viaggi della speranza che gli avvocati debbono effettuare per andare a visionare e a depositare documenti presso le varie cancellerie. Difficoltà che aumentano quando l’attività forense viene svolta in sezioni staccate dei Tribunali, poste in altre città, diverse da quelle del Tribunale principale. Tutto questo è noto e sembra folle che non se ne parli.

Dunque, è il cronoprogramma della procedura il nocciolo della questione. Ma di esso non vi è alcun accenno nel Ddl sul processo breve. Ecco che cosa fa sospettare che, non essendo una vera soluzione per i difetti che esistono, si ritiene che esso serva solo a Berlusconi. E questo è male, perché con questi espedienti i suoi avvocati difensori stanno affossando il premier, il quale ancora miracolosamente ha consenso ma, continuando a commettere errori di comunicazione e di comportamenti, andrà via via perdendo il suo appeal. Il tentativo di mandare tutto all’aria dev’essere passato più volte nella mente del Cavaliere, che si sente tradito da tante persone a lui vicine e, soprattutto, vulnerabile da questi due processi le cui sentenze, è inutile nasconderlo, sono di fatto già scritte.
La situazione istituzionale è difficile ma, dal punto di vista democratico, è un vero peccato che una maggioranza così ampia, come mai ha avuto il Parlamento italiano, ad inizio legislatura non faccia quelle riforme essenziali e incisive che sono nel suo programma e che rimetterebbero in navigazione il vascello-Italia.
Tutti si aspettano il colpo d’ala, anche brutale, perché non sopportano questo parlare a vuoto.