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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Pubblica Amministrazione

Lug
31
2012
I Servizi pubblici locali (Spl) sono stati l’espediente di una partitocrazia corrotta e clientelare, per creare contenitori dentro cui immettere dipendenti, amministratori e revisori, amici degli amici. Con questo espediente hanno saltato il blocco del turn over dei dipendenti pubblici e quello dei concorsi perché, formalmente, le società che gestiscono tali servizi sono di diritto privato. Nulla vieta loro di comportarsi come tali, anche se controllati o posseduti dall’ente pubblico.
Il triangolo (ente pubblico-società figlia-ente pubblico) è micidiale, perché oltre a consentire i comportamenti clientelari prima richiamati, ottiene l’ottimo risultato di produrre servizi pubblici scadenti con contestuali gravi perdite di gestione, che poi l’ente proprietario deve risanare.
La demagogia di una certa parte della sinistra non riformista, insieme al portabandiera Di Pietro, ha promosso il referendum, ponendo al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un falso quesito: se l’acqua potesse essere privatizzata o meno.

Il popolo bue ha bevuto la panzana e si è riversato a votare contro la supposta privatizzazione dell’acqua.
In verità, il referendum poneva altre questioni: se i servizi pubblici locali dovessero essere gestiti in maniera efficiente, facendo aumentare nettamente la qualità, diminuire il costo e promuovere gli investimenti necessari. Contro questo ha votato il popolo, ripetiamo, bue e ignorante, senza accorgersi del danno che faceva.
Tale danno consiste nel fatto che viene continuato lo sperpero del denaro pubblico, nel pagamento di compensi a perdere di circa sessantamila persone, oltre a centinaia di migliaia di dipendenti delle società di gestione che producono solo perdite, salvo casi di efficienza piuttosto rari.
Di fronte al risultato referendario, la Corte Costituzionale, con la sentenza 199/2012, ha dovuto confermare che non potessero esservi norme contrarie alla volontà popolare. Fra esse l’art. 4 del Dl 138/2011 e l’art. 25 del decreto sulle liberalizzazioni. Tuttavia non è stato soppresso l’art. 3/bis del predetto decreto, per cui indirettamente la Consulta ha dato un assist al Governo, nel senso che il legislatore conserva il potere di intervenire nella materia oggetto del referendum.
 
Restano in piedi le regole europee sulla materia, che sono a maglie larghe. Il legislatore sottopone l’esistenza delle società in house a tre condizioni: la società affidataria dev’essere pubblica, deve svolgere la maggior parte della propria attività a favore dell’ente affidante e, terzo, deve garantire un controllo analogo a quello che ha il dovere di esercitare sui propri uffici.
Sono, come si capisce, vincoli elastici e ci vuole ben altro per ricondurre al buon senso presidenti di Regione e sindaci, che ora dovrebbero procedere, autonomamente e senza il cappio delle norme dichiarate incostituzionali, a razionalizzare le proprie società di gestione dei servizi pubblici locali.
Se questo atto di resipiscenza fosse affidato alla valutazione di quei rappresentanti delle Istituzioni, non avremmo speranza di cambiamento. Ma così non è, perché i soldi sono finiti, la santa crisi stringe ogni giorno di più il cappio al loro collo.
Volere o volare, presidenti di Regione e sindaci saranno costretti a tagliare questi filoni clientelari e, qualora rinsavissero, sciogliere le società per affidare i servizi a dipartimenti interni agli enti.

Così operando, otterrebbero un risparmio secco delle società che andrebbero liquidate ed utilizzerebbero il personale interno,che comunque pagano, eccessivo rispetto al fabbisogno.
Resterebbe il problema non secondario della qualità dei servizi prodotti e prestati ai cittadini. Ma questo è un problema più grande e rientra nella questione generale di far funzionare tutti i servizi di Regione e Comuni sui valori di merito e responsabilità.
Questo risultato si potrebbe ottenere se i politici preposti al governo di Regione e Comuni fossero persone oneste e capaci e, secondo, se esse scegliessero dirigenti e dipendenti che si ricordassero in ogni momento dell’articolo 98 della Costituzione, i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione.
Ma questo concetto si è perso per strada negli ultimi vent’anni, per colpa di una partitocrazia che ha continuato a fare clientelismo e favoritismo. La Santa crisi costringerà gli stolti a rientrare sulla retta via della gestione della Cosa pubblica nell’interesse comune. Oppure saranno cacciati a furor di popolo.
Apr
19
2012
Il colosso svedese Ikea ha imposto nel mondo un rapporto eccellente fra la qualità dei prodotti e i prezzi. I consumatori delle diverse nazioni hanno imparato a capire il metodo, secondo il quale si può spendere relativamente poco per comprare prodotti di buona qualità.
Dietro questo risultato c’è un lavoro di organizzazione della filiera produttiva, che la rende estremamente efficiente e consente di abbassare i prezzi di più dei concorrenti, ovviamente a pari qualità.
Ikea ha mollato l’Asia ed è venuta in Italia per farsi costruire i mobili e la rubinetteria da diverse nostre imprese. Una di queste, la Paini, è stata selezionata, dopo un complesso iter di studi durato quasi tre anni, per fornire prodotti in tutto il mondo. Infatti Ikea si propone di vendere anche in Cina ove, notoriamente, il costo del lavoro è più basso, come anche la qualità.
Gli esaminatori sono stati dei manager svedesi inflessibili, che hanno controllato, misurato, valutato ogni segmento della produzione dell’aspirante fornitore, tagliando ogni possibile spreco.

“Lavorare con loro - dice Marco Paini, amministratore dell’azienda - è stato tanto bello quanto molto difficile”.
I manager di Ikea sono attentissimi al costo dei semilavorati, tanto che valutano i fornitori del fornitore e limano i prezzi all’osso, obbligando quello principale a comprare dove i prezzi sono più bassi, a parità di qualità.
La multinazionale controlla tutti i costi di produzione fino al più piccolo particolare ed ogni parola del conto economico. Determina i margini del fornitore che, con l’avviamento e l’ampliamento della produzione, devono essere ridotti, seppure compensati dal volume.
I fornitori di Ikea devono essere superefficienti; solo in questo modo possono avere margini estremamente ridotti.
Tutto quello che vi abbiamo raccontato è frutto di grande professionalità, d’intelligenza e di capacità imprenditoriale. Il risultato è che vengono favoriti i cittadini-clienti, che così possono acquistare prodotti convenienti. Il modello Ikea è adottato da altre imprese, ma non sempre con lo stesso successo.
 
Telecom, Wind e altri fabbricano servizi. Ma il metodo organizzativo, basato sull’efficienza, è il medesimo. Ogni lavoratore al posto giusto, ogni passaggio di prodotto e di servizio precisamente determinato, ogni tempo previsto, un controllo di gestione ferreo che faccia sempre stare tutti i passaggi nel binario previsto, con il Piano industriale rigorosissimo.
Il metodo Ikea andrebbe applicato alla Pubblica amministrazione di tutti i livelli. Siamo fra i sostenitori che i servizi pubblici possano essere prodotti da imprese private o da enti pubblici, a condizione che fra le due categorie vi sia una sana competizione che porti a ridurre i costi per unità di servizio prodotta.
Il termovalorizzatore di Bellinzona (Stato di Canton Ticino, Svizzera), di cui scriveremo tra qualche giorno, è gestito da una società pubblica che produce energia elettrica e gas dalla trasformazione di rifiuti solidi urbani. Ha emissioni vicini allo zero e nel 2011 ha avuto un avanzo di gestione di mezzo milione di franchi svizzeri su quaranta milioni di fatturato.

La Renault francese è controllata dallo Stato. è socia di riferimento della Nissan giapponese e chiude i bilanci in attivo. Lo stesso dicasi per le italiane Eni, Enel e Terna. Il comune denominatore dei casi prima indicati riguarda la professionalità e la capacità con cui si effettua la gestione.
Nulla impedirebbe alle varie branche amministrative (statali, regionali e locali) di essere gestite con la stessa professionalità ed efficienza, in modo da tagliare la spesa improduttiva ed ottenere risultati socialmente ed economicamente vantaggiosi per i cittadini. Ovviamente, le diverse amministrazioni dovrebbero partire, come noiosamente ripetiamo, dal Piano aziendale, che consente di fissare gli obiettivi da raggiungere con le minori risorse possibili.
Cosa impedisce che ciò accada? Un ceto politico che non fa l’interesse generale, ma quello proprio e sceglie i dirigenti più per fedeltà che non per capacità. Ecco perché la spesa pubblica è arrivata al cinquanta per cento del Pil e la pressione fiscale, pure. Un fatto indecoroso
Nov
10
2011
Sono stati accertati 60 miliardi di crediti delle imprese nei confronti della Pubblica amministrazione. Di questi, oltre 4 miliardi riguardano la Pubblica amministrazione siciliana. Il fatto è grave perchè le imprese sono costrette a utilizzare affidamenti bancari per sopperire ai crediti che non vengono pagati dalle Pa siciliane, se non con ritardi notevoli.
Questo ritardo provoca un danno anche alle stesse Pa, perchè sono onerate di un interesse passivo pari a 8 punti più il tasso di riferimento Bce che è di 1,25.
Quando arriva il momento di pagare, molte Pubbliche amministrazioni tentano una transazione sugli stessi interessi, ma il più delle volte non vi riescono e, strette dai decreti ingiuntivi che si moltiplicano sui pagamenti ritardati, sono costrette a riportare come debiti fuori bilancio gli stessi interessi più onorari e spese legali.

Governo regionale e sindaci attribuiscono la loro deficienza di cassa ai tagli che hanno ricevuto dal Governo centrale. Mentono con consapevolezza perchè tacciono la verità. Essa riguarda l’enorme spesa corrente di ogni ente, inutile e dannosa, per la produzione dei servizi che, per ragioni clientelari, continuano a mantenere in vita, sperando di tramutare i favoriti in galoppini elettorali, cosa che poi magari non si verifica.
Se Governo regionale e sindaci seguissero l’esempio di Regioni e Comuni virtuosi, ricaverebbero dai loro bilanci molte risorse con le quali pagare regolarmente i debiti contratti. Se poi i sindaci procedessero, altresì, ad attivare le entrate, inserendovi un forte efficientamento, troverebbero ulteriori risorse per essere onorevoli pagatori. Ricordiamo che la recente manovra 148/11, all’articolo 1, comma 12 ter, prevede che tutte le imposte trovate a carico di evasori, per mezzo di Nuclei tributari locali, vengono stornate a favore dei Comuni stessi.
Come vedete, gli amministratori, se fossero onesti, capaci e professionali, potrebbero tranquillamente riequilibrare i propri bilanci ed allinearli a quelli di Regioni e Comuni virtuosi, che in Italia ci sono e sono tanti. Si tratta quindi di avere la volontà e la capacità di invertire l’attuale insana e viziosa amministrazione per virare verso una virtuosa.
Siccome questa virata deve avere a monte un cambiamento culturale, non è prossima.
 
In attesa, sui pagamenti, interviene l’Ue che costringe le Pa a pagare in trenta giorni. Al di là di tale termine scatta, come si accennava, l’interesse del 9,25 per cento. La Direttiva europea 7/11 va in questa direzione e il vice presidente della Commissione europea, Antonio Tajani, ha raccomandato all’Italia di recepirla entro un anno.
In Sicilia, l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha inviato il 14 luglio una lettera di indirizzo al direttore generale del dipartimento  Bilancio, Vincenzo Emanuele, con la quale lo invita a valutare la possibilità di emanare una direttiva che attui immediatamente quella europea. Ma il direttore generale si è guardato bene dall’emettere tale direttiva trincerandosi, secondo informazioni assunte, dietro supposti motivi tecnici legati al Patto di stabilità. Tentando di tradurre dal burocratese, questo significa che non c’è un euro in cassa e, quindi, non si può pensare che la Regione si suicidi emanando una direttiva che faccia pagare la Pa puntualmente.
Però i creditori soffrono, le imprese non possono pagare gli stipendi ai propri dipendenti, mentre Regioni e Comuni inadempienti continuano a pagare regolarmente gli stipendi, come se essi dovessero essere salvaguardati rispetto agli altri.

Risulta che, pur non avendo adottato la direttiva Ue, la Lombardia paghi regolarmente i propri fornitori a 60 giorni, risparmiando cospicui importi per interessi, spese legali e onorari.
Il sistema bancario è stretto da due parti: dal possesso di titoli tossici, cioè quelli dei debiti sovrani di Stati in difficoltà, fra cui il nostro, e da Basilea 3 che costringe a essere più attenti negli affidamenti. Ne fanno le spese le imprese che si trovano in mezzo a questa tenaglia.
Quando si parla di crisi bisogna capire se al suo interno vi sono fattori che non riguardano la stessa, ma che riguardano disfunzioni del sistema economico italiano, pubblico e privato, che è andato avanti con criteri diversi dall’efficienza e dalla sana organizzazione. La svolta delle dimissioni di Berlusconi non cambierà nel breve le cose, ma le disfunzioni  vanno eliminate.
Lug
02
2011
Il cancro della Sicilia, che con le sue metastasi ha violentato le cellule sane, è la burocrazia. È noto che le cellule cancerogene fanno parte del tessuto del corpo, solo che funzionano in modo egoistico, prelevando risorse vitali, anziché in modo altruistico come fanno tutte le altre cellule, che danno al corpo.
Così la burocrazia siciliana e le sue metastasi, succhiano al corpo dei cittadini energie per alimentare sé stessa, anziché darle al corpo dei cittadini, per rivitalizzarlo e farlo funzionare bene.
La responsabilità di questa diagnosi incontroverbile, a prova di smentita, è lo stato comatoso del sistema amministrativo della Regione, dei suoi 20 mila dipendenti ufficiali, di cui 2.000 dirigenti. Tutti costoro percepiscono stipendi e indennità, generano spese incontrollabili e incontrollate, ma non rendono quei servizi indispensabili al buon funzionamento del sistema-Sicilia. è un’amara valutazione che continuiamo a testimoniare.

La più grande riforma che dovrebbe fare il Governo regionale, presidente e Giunta, deve essere intitolata burocrazia zero, invertendo l’attuale situazione di zero alla burocrazia. Il che significa una serie di provvedimenti fondamentali per una vera e propria rivoluzione.
Il primo fra essi è che i direttori generali vengano licenziati qualora non rilascino i provvedimenti richiesti da imprese, cittadini ed enti locali in trenta giorni. Oppure provvedano a comunicare in modo motivato il loro diniego.
Il secondo provvedimento riguarda i dirigenti di area e di servizio, i quali dovrebbero essere coinvolti nello stesso procedimento disciplinare se non sottopongono al dirigente generale i provvedimenti da rilasciare, sempre nel termine di 30 giorni.
Il terzo provvedimento è quello di trasformare tutte le procedure cartacee in procedure informatiche, totalmente digitalizzate, in modo che restino evidenti i tracciati, controllabili a posteriori da chiunque.
Il quarto riguarda l’istituzione di un’Autorità di controllo, esterna e indipendente dalla Regione, la quale verifichi due questioni: la corruzione e l’efficienza. Detta Autorità dev’essere munita di strumenti validi per colpire i parassiti.
 
Un apparato amministrativo a burocrazia zero è indispensabile per mettere in moto l’asfittica economia della Sicilia, che non deve più contare sulle provvidenze e sull’assistenzialismo, ma sugli incentivi che la rendano autonoma. Perché questo avvenga, bisogna che cessi la logica del favore  e subentri quella del servizio, tagliando senza pietà qualunque forma di privilegio, di spreco, di sperpero, molto diffusi negli apparati centrale e periferici della stessa Regione.
La questione riguarda, ovviamente, anche gli Enti locali. I sindaci, quali autentici interpreti e portatori delle istanze dei propri cittadini, devono diventare gli attori principali della rinascita della Sicilia, attuando la sana e diligente amministrazione del pater familias, secondo i principi di corretto comportamento, di migliore utilizzazione delle entrate e di uscite parsimoniose.
Nelle pagine, più volte pubblicate su questo foglio, sono indicati nel dettaglio tutti i provvedimenti che i sindaci devono prendere in materia di entrate e di uscite.

Le azioni degli Enti locali, però, sarebbero del tutto inefficaci se non venisse digitalizzato tutto il sistema interno e quello per la produzione dei servizi da rendere ai propri cittadini. Un servizio digitalizzato, ovviamente connesso con quello della Regione e degli altri Comuni, in modo da poter realizzare i progetti in tempo reale. Anche in questo caso, il sistema così realizzato consentirebbe di rilevare le tracce di ogni provvedimento e quindi di verificare la loro efficacia.
Anche nei confronti degli Enti locali dovrebbe agire l’Autorità di cui prima si scriveva, in modo da poter controllare il buon funzionamento dell’apparato, facendo emergere i focolai di corruzione che inevitabilmente possono nascere quando si amministra la Cosa pubblica.
Tracciato il metodo, nel merito Regione e Comuni debbono percorrere due grandi autostrade: la prima, fare i progetti e aprire i cantieri; la seconda, attrarre investimenti nazionali e internazionali, mettendo in vetrina i propri gioielli di famiglia e assistendo gli interessati con le proprie competenze.
Ott
09
2010
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha dimenticato che è il Presidente di tutti i siciliani, non dei privilegiati che sono stati chiamati all’interno dell’amministrazione regionale su raccomandazione di questo o quell’uomo politico. La delibera di Giunta 271/10 del 29 luglio ha stabilito di procedere all’assunzione con contratto a tempo indeterminato dei raccomandati. Con ciò escludendo i 236 mila disoccupati che hanno pari diritto a essere valutati per entrare nell’amministrazione regionale. Si tratta di una violenza civile, priva di ogni riferimento etico, in quanto favorisce 5 mila privilegiati e discrimina 236 mila disoccupati che hanno pari diritti.
Si fermi, Lombardo. Subito, prima che sia troppo tardi e consenta a chi ritenga di avere i requisiti di partecipare alle selezioni, e se è proprio necessario (ma non lo è) assumere ex novo altri 5 mila dipendenti in una Regione che ne ha in esubero altrettanti.

Il Lombardo quater è stato approvato informalmente con 46 voti (alla Regione non è prevista la fiducia). Una maggioranza esigua, debole e fragile. Tuttavia, volere o volare, la Giunta Lombardo deve innestare la quarta e procedere speditamente con il Piano di riforme alla base del suo quarto programma.
L’abolizione della incostituzionale lr 9/86 sulle Province, che vanno trasformate in Consorzi di Comuni ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto siciliano, è un inizio. Ma occorre impostare la finanziaria 2011 tagliando 2,9 miliardi di sprechi, più volte elencati in queste pagine. è poi urgente la riforma della Pubblica amministrazione, affidando ai 28 dirigenti generali il compito di coordinare i 430 direttori di servizi e i 66 direttori d’area all’interno di un Piano aziendale della Regione, in atto inesistente. Ai dirigenti generali vanno affidati obiettivi precisi cui collegare i loro premi, senza sconti. Chi non raggiunge gli obiettivi non solo non deve avere il premio, ma gli si deve rescindere il contratto. Un modo serio per fare politica.
è poi indispensabile attivare le procedure di spesa per immettere liquidità nel mercato siciliano. Ci riferiamo, beninteso, alla spesa per investimenti e non a quella corrente che, ripetiamo, va tagliata con l’accetta. Occore quindi il Piano regionale delle infrastrutture che deve collegarsi ai Parchi progetto dei 390 Comuni.
 
L’insieme di progetti cantierabili deve ottenere in tempi rapidissimi i finanziamenti previsti da Ue, Stato e dalla stessa Regione, in modo che in pochi mesi si possano aprire migliaia di cantieri in Sicilia e con essi si possano offrire decine di migliaia di posti di lavoro. Ricordiamo che per ogni miliardo investito si aprono 8-10 mila opportunità di lavoro.
Vi è poi da rivedere con la massima urgenza il Pears (Piano energetico ambientale Regione Sicilia) che preveda la bonifica di quei territori fortemente inquinati a causa della produzione di raffinato fossile o di energia elettrica che utilizza ancora l’olio combustibile o pet coke, nonché la produzione di sostanze chimiche e fertilizzanti.
Assume particolare importanza la bonifica del Triangolo della morte ove, ancora oggi, vi è un indice quadriplicato, rispetto alla media nazionale, di morti per cancro e di nascite di bambini malformati. Tutto quel territorio va messo a norma, anche di sicurezza, senza pensare all’insano progetto del rigassificatore, che può essere approvato solo dopo che si sia provveduto a mettere in ordine il territorio, cioè fra dieci anni. Il nuovo assessore al ramo si legga bene le carte e faccia un sopralluogo personale prima di entrare nell’infernale strada che porterebbe a una dissennata approvazione del rigassificatore.

Altro capitolo urgente è quello della messa in sicurezza, dal punto di vista idrogeologico, di tutto il territorio montano nel quale insistono Comuni e frazioni. Non occorre aspettare tragedie come quella di Giampilieri per mettere in atto un programma di opere, con le quali si possono fare investimenti che aprirebbero tantissimi cantieri, in cui troverebbero lavoro molti degli attuali disoccupati.
Vi sono altre questioni importanti, più volte citate, che qui omettiamo. Ma una non possiamo sottacerla: a monte di tutto c’è l’urgenza che presidente e assessori governino ed esigano concretamente che i dirigenti generali escano dall’immobilismo. Anche loro innestino la quarta per velocizzare tutte le procedure, fare camminare i files (pardon, le carte), ottenere risultati. Di ciò ha bisogno la Sicilia: risultati, risultati, risultati. Ora.
Ago
31
2010
I quotidiani hanno fatto un can-can sulla vicenda giudiziaria di Raffaele Lombardo, preannunciando, non si sa in base a quali fonti, che egli sarebbe stato incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Quando ai primi di agosto è trapelata la notizia che il procuratore capo di Catania, Enzo D’Agata, non abbia chiesto al Gip alcunchè a carico del presidente della Regione, la notizia è stata pubblicata come fatto di ordinaria amministrazione.
Invece, no. Sarebbe stato opportuno dare la stessa evidenza e lo stesso spazio alla notizia che non coinvolge il presidente della Regione, come quella che l’avrebbe coinvolto.
La questione è rilevante e alla ripresa dell’attività politica vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che la Sicilia, passata  (almeno per ora) la bufera, deve ricominciare il suo percorso di rinascita, abbandonando il piattume e l’immobilismo che la tengono inchiodata in uno stato di depressione continua, che dura da 64 anni.

Ora Lombardo si occupi urgentemente di sviluppo e di riforme, abbandonando definitivamente la strada sbarrata dall’euro, dal patto di stabilità e dalle manovre 2008 (L. 133/08) e 2010 (L. 122/2010) dell’assistenzialismo e dell’utilizzo delle risorse finanziarie della Regione come ammortizzatori sociali.
Il presidente della Regione deve tagliare gli sprechi e la spesa corrente, clientelare ed inutile. Bene ha fatto nell’annunciare l’abrogazione della legge 9 del 1986 sulle incostituzionali Province regionali siciliane, ma sottolineiamo il suo silenzio assordante sulla legge 44 del 1965 che equipara l’Ars al Senato mentre dovrebbe essere equiparata al Consiglio regionale della Lombardia. Il presidente della Regione abbandoni la strada dell’assunzione a tempo indeterminato, senza concorso e perciò illegittima, dei precari regionali e comunali. Se continuasse, commetterebbe una grave violazione all’equità tra i cittadini perchè farebbe entrare nella Pubblica amministrazione i privilegiati, perchè raccomandati, lasciando fuori tutti gli altri siciliani che non hanno avuto il privilegio della raccomandazione.
Le pubbliche amministrazioni, regionale e comunali, non hanno bisogno di altro personale perchè tutte (salvo eccezioni) fuori dai limiti del patto di stabilità.
 
Di cosa si deve occupare Lombardo? Di investimenti in attività produttive e di investimenti in infrastrutture. Per questi ultimi è necessario redigere il Piano regionale delle infrastrutture che assommi l’elenco generale dei 390 Parchi progetto comunali. Tutti i progetti regionali e comunali, se redatti in conformità alle rigorose procedure europee, vanno fatti approvare dall’Ue con assoluta celerità, chiedendo il massimo sforzo all’Ufficio regionale di Bruxelles, diretto da Francesco Attaguile. Bisogna aprire subito il Cantiere Sicilia per immettere liquidità nel mercato siciliano e puntare almeno all’aumento di un punto del Pil Sicilia, pari a 850 milioni di euro.
Per quanto concerne le attività produttive, l’assessore alle Politiche agricole Titti Bufardeci solo nei giorni scorsi è intervenuto sulla questione dei 6 mila chilometri quadrati (su 25 mila) di terreni incolti in Sicilia. Le nostre inchieste già da qualche anno hanno puntato il dito contro questa situazione, l’ultima è del 16 aprile 2010.

Abbiamo suggerito alla Regione di redigere un Piano agricolo dell’energia verde che favorisca la coltura di iatropha, canna da zucchero, barbabietola, legno per bio masse e via enumerando,  per la produzione di carburante verde. Contestualmente, in collaborazione con l’assessorato alle Attività produttive, bisogna attivare una trattativa con i produttori di gasolio perchè utilizzino una parte di materia prima verde, il che costituirebbe uno sbocco naturale per la produzione.
Altro filone. Le attività economiche siciliane non riescono ad andare in massa sui mercati per ragioni ataviche di individualismo, ma anche perchè manca un progetto che riunisca tutte le risorse imprenditoriali, professionali ed economiche per convogliarle come un laser sui mercati nazionali ed internazionali. Ecco di cosa si deve occupare la Regione.
Ulteriore iniziativa urgente è quella di mettere a reddito il territorio siciliano, fatto di tesori e ricchezze (borghi, siti archeologici, parchi naturali, riserve marine, musei e via cantando) che non hanno la concorrenza cinese, ma che debbono essere fruiti dai flussi turistici di tutto il mondo che qui verranno quando i servizi e le infrastrutture di trasporto saranno competitivi.
Forza Lombardo, occupati di competitività e concorrenza, ne abbiamo bisogno.
Lug
21
2010
Quando riceviamo per i nostri forum i responsabili politici e burocratici delle pubbliche amministrazioni, statali, regionali e locali, la prima domanda che poniamo è se l’ente di cui hanno la responsabilità abbia redatto il Piano industriale. Esso non è obbligatorio per legge, ma un bravo professionista preposto al funzionamento dell’ente, deve fare scelte strategiche e di breve periodo, per indicare le linee programmatiche a chi, soggetto amministrativo, le deve eseguire.
Entrambi i soggetti, politico e burocratico, non possono realizzare il progetto di funzionamento se non redigono il Piano industriale. Come è noto ai professionisti, soprattutto a quelli che hanno fatto i master esteri e nazionali in organizzazione, esso si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo.
Ognuna delle quattro parti è autonoma, ma contemporaneamente è collegata alle altre in un quadro sinergico, di modo che costituisca un tutt’uno funzionale volto al raggiungimento degli obiettivi del medesimo Piano. è proprio da questi ultimi che si parte per redigerlo. Gli obiettivi devono essere concreti e raggiungibili, anche se presentano difficoltà. E devono essere compatibili col mandato che il soggetto politico ha ricevuto dagli elettori e che quello burocratico ha ricevuto dal soggetto politico.

Programmare significa mettere nelle giusta posizione ogni atto o azione che deve essere compiuta. Organizzare è l’azione conseguente, per attribuire a tutti i soggetti che devono attuare il Piano una funzione precisa, assegnando responsabilità che comportano premi o sanzioni. Gestire vuol dire fare l’ordinaria amministrazione in conformità all’organizzazione. Sembra riduttivo parlare di ordinaria amministrazione. In effetti sarebbe la più grande rivoluzione per la nostra burocrazia statale e meridionale che tutto fa tranne l’ordinaria ammministrazione.
E infine Controllare. Questa è una parte delicatissima del Piano industriale perché essa non deve avere una forma meramente burocratica, bensì sostanziale, in quanto deve mettere a raffronto ciò che via via si è realizzato con quanto programmato.
 
Sgombriamo subito il campo. Il Piano industriale non è una prerogativa delle imprese, ma di qualunque soggetto collettivo voglia realizzare degli obiettivi. Esso è indispensabile non solo all’interno delle imprese e degli enti pubblici, ma anche all’interno di quei soggetti che svolgono una attività sociale o di pubblica utilità.
Nel settore pubblico il Piano industriale si può chiamare Piano organizzativo per la produzione dei servizi (Pops). Ma qui è inutile legarsi alle parole. Contano i comportamenti e i fatti. Quando i nostri ospiti, di fronte alla domanda posta all’inizio sgranano gli occhi, ci domandiamo come possano gestire il loro apparato fatto di ambienti, persone, strumenti e mezzi finanziari, senza che essi facciano parte di un unico sistema. Quando ci rendiamo conto che il sistema non c’è, deduciamo facilmente le ragioni dello scasso della pubblica amministrazione.

Le questioni che andiamo scrivendo da decenni devono essere ripetute fino a quando il ceto politico e quello burocratico non pensino che sia arrivato il momento di inserire nel loro funzionamento un metodo. Al riguardo sarebbe opportuno che si leggessero l’operetta di René Descartes Le discours de la méthode. Nel Piano  è previsto il rendiconto, cioè quel momento in cui ognuno deve riportare ai suoi mandanti i risultati ottenuti. Dalla comparazione di questi ultimi con gli obiettivi, si deduce la validità dell’operatività.
Qui non si tratta di fare dei ragionamenti, sempre utili ad inizio di un processo. Qui si tratta di stabilire che nella pubblica amministrazione vi debba essere a tutti i livelli un piano di funzionamento, indipendentemente da quell’insieme di norme e subnorme che burocrati incompetenti hanno scritto, perdendo di vista la necessità di far funzionare gli enti pubblici secondo criteri di efficienza e di efficacia. Due parole di cui tutti si riempiono la bocca ma di cui spesso non conoscono il significato. Naturalmente contro la piattezza dei contratti di lavoro pubblici sarebbe prevista una scala di remunerazione in base ai risultati conseguiti.
Apr
20
2010
Il guaio della Sicilia è continuare a mettere culi sulle sedie in tutte le pubbliche amministrazioni. Personale, cioè, di cui nessuno ha bisogno anche perché non possiede competenze. È a tutti noto che ogni investimento di un miliardo di euro mette in moto 10-15 mila posti di lavoro. Si tratta, quindi, di stornare spese clientelari e inutili dai bilanci della Regione e dei Comuni, adoperati per pagare inutili stipendi, consulenze e simili, e finanziare progetti cantierabili preparati con sapienza, appunto da Enti locali e dalla stessa Regione.
Tali progetti dovrebbero essere messi in gare pubbliche con immediatezza dagli stessi enti o dagli Urega provinciali in modo da motorizzare una macchina economica che produca ricchezza sia per le imprese che per tutti i lavoratori, con un conseguente aumento dei consumi e del volume d’affari per il terziario.
In Sicilia non mancano le opere da realizzare, nè borghi e immobili da ristrutturare, partendo dalla viabilità ferroviaria e proseguendo per quella autostradale e stradale, nonché per la messa in sicurezza del territorio.

Il bello è che non mancano nemmeno le risorse finanziarie, cospicue, provenienti da Stato e Unione, che insieme a quelle regionali ottenute dai risparmi prima indicati potrebbero trovare subito spendibilità. La dissenata politica della Regione in questi 64 anni, di assorbire manodopera inutile, non qualificata e inservibile ha portato all’elefantiasi e al blocco della propria macchina amministrativa e di quella degli Enti locali. Mentre la Regione avrebbe dovuto seguire una linea di sviluppo basata sul sostegno delle attività produttive e sulla costruzione delle infrastrutture, volano per altre attività quali quelle turistiche e dei servizi.
Se i presidenti della Regione succedutisi dal 1975 in avanti avessero avuto la cultura e la lungimiranza di osservare il modello di sviluppo di Baviera e Catalogna avrebbero potuto costruire un modello analogo e oggi il Pil prodotto dalla Sicilia sarebbe ben maggiore di quel misero 5,5 per cento pari a circa 83,6 miliardi, di cui poca cosa è il Pil derivato dal turismo: una contraddizione.
 
La Regione ha un carico di 50 mila circa fra stipendi e indennità. Di essi, solo circa 10 mila sono necessari, anche tenendo presente la smaterializzazione dell’amministrazione. Gli altri 40 mila costituiscono un peso morto per tutta la Sicilia e il Governo regionale dovrebbe dire ai siciliani, chiaro e forte, che non potendoli licenziare deve pagare centinaia di milioni a titolo di ammortizzatori sociali, non necessari alla produzione di servizi pubblici. Quindi una spesa che strangola ogni iniziativa utile a creare sviluppo, valore e ricchezza.
Noi sosteniamo con forza i primi aneliti di autonomia che vedono collegati Mpa, Pdl Sicilia e Pd, perché c’è bisogno di tutti, per cui auspichiamo che anche Pdl e Udc vogliano concorrere al progetto autonomista, raffreddando i loro collegamenti con i padroni di Roma. è tempo che anche qui da noi si alzino le barriere contro gli ordini che pervengono dai ras della Capitale, quando essi sono contrari ai nostri interessi.
è tanto se la Sicilia riuscirà a risollevarsi senza dare ulteriore tributo alle finanze centrali e meno che mai a quelle della Padania.

Il progetto di Lombardo, Miccichè e Cracolici è importante e tutti i siciliani di buona volontà dovrebbero sostenerlo. Il banco di prova sarà l’approvazione della legge Finanziaria e del Bilancio regionale. Dalla politica in essi contenuta si capirà se c’è una svolta oppure se governo e maggioranza continueranno a traccheggiare dicendo di riformare ma senza riformare nulla, insomma il solito gattopardismo.
Non culi sulle sedie, ma rotaie e infrastrutture: questa deve essere la bandiera che sta avanti alle truppe autonomiste formate dai tre partiti indicati, cui chiunque può aggregarsi. C’è bisogno di far aumentare di alcuni punti percentuali il Pil della Sicilia su quello nazionale.
Se Lombardo e alleati, alla scadenza del 2013, non saranno in condizioni di presentare un progresso di quel 5,5 per cento, dovranno essere bocciati. Se invece sposteranno in alto l’asticella, la promozione è assicurata.
Ott
08
2009
Il buco di un miliardo nel bilancio consuntivo 2008, che il Governo regionale sta tentando di recuperare, è l’evidente sintomo di una cattiva gestione del denaro pubblico. Non solo la Sicilia ha bisogno di recuperare, ma si auto affossa perché perde come un colabrodo, in quanto spende le risorse per alimentare il clientelismo e non per destinarle ad investimenti e attività produttive necessarie per fare aumentare il Pil.
La questione riguarda la politica di basso livello, diversa da quella di alto profilo fondata su progetti. Ma riguarda anche la capacità di organizzare la macchina amministrativa con criteri di efficienza tali da impedire sprechi. Poi c’è una terza questione non meno importante, e riguarda la capacità di tutti i rami amministrativi della Regione di controllare assiduamente tutto il territorio mediante propri nuclei ispettivi, dotati dei più moderni terminali informatici, per evitare abusi in tutti i campi, primi fra i quali quello edilizio e del lavoro nero.

Il governo dovrebbe insediare una task force composta dai più valorosi dirigenti regionali, insieme ad esperti internazionali in organizzazione, per redigere il Piano industriale ovvero il Piano organizzativo della produzione dei servizi, in modo che essi siano efficienti e utilizzino al meglio le scarse risorse finanziarie.
Senza il Piano industriale la Regione non sa di quali figure professionali ha bisogno, mantenendo così uno squilibrio fra le varie branche amministrative e fra gli uffici centrali e periferici, dal momento che, senza una norma rigorosa, è difficile attuare la mobilità indispensabile per riequilibrare gli uffici.
 
Si capisce che la burocrazia faccia muro contro questa informatizzazione generalizzata, perché si attuerebbe una trasparenza generale che non consentirebbe più nessuna forma di corruzione morale e materiale. La trasparenza farebbe emergere il valore di dirigenti e dipendenti che così potrebbero meritare i premi contrattuali perché hanno ben lavorato.
Così sarebbero emarginati i cattivi dirigenti e dipendenti che non fanno il loro dovere e per ciò stesso non solo non debbono percepire premi, ma vanno licenziati. La questione che poniamo da decenni è semplice: mettere il punto fermo e definitivo a tutti gli abusi che si perpetrano giornalmente negli ambienti regionali e in genere nelle pubbliche amministrazioni locali.

Serve subito una Regione low cost, cioè un sistema organizzativo che riduca all’osso il costo dei servizi. Per ottenere questo risultato è indispensabile che, ripetiamo, vengano aboliti i fascicoli cartacei sostituiti subito da quelli informatici. è necessario che i dirigenti generali si sbraccino e abbiano la facoltà di valorizzare i migliori collaboratori, indipendentemente dai loro padrini politici. Questi ultimi devono smetterla di intervenire per falsare le regole del merito, piazzando incapaci nei posti ove invece occorrono professionisti di primo livello.
Lo sviluppo non è una chimera, né una vuota parola che i politici di basso rango promettono di raggiungere, dimenticandosene regolarmente dopo ogni votazione. Lo sviluppo è un sistema fatto di regole precise e conosciute e di un metodo generale che abbia come cardini i valori di merito e responsabilità, unitamente a un alto livello di professionalità.
I soldi sono finiti, i debiti sono tanti, i costi del personale che gravitano intorno alla Regione enormi, le difficoltà politiche del governo senza maggioranza non sono da meno.
Tuttavia la classe dirigente siciliana, nel suo complesso, non può ulteriormente rinviare la sfida che è stata ulteriormente tracciata dalla crisi del 2008, da considerarsi positivamente come esplosivo per scardinare un sistema asfittico e clientelare che non regge più.
Vi è ancora la questione che potrebbe essere definita con uno slogan: “Guerra alla carta”. Costa 2,5 milioni all’anno e di essa si potrebbe fare a meno se tutti i fascicoli fossero informatizzati. Vi sarebbe un ulteriore vantaggio e cioè che tutti coloro che formulano istanze alla Regione (enti pubblici, imprese e cittadini) potrebbero dialogare esclusivamente con e per via telematica e, mediante un click, far pervenire direttamente nel proprio fascicolo, in qualunque ufficio della Regione, la documentazione richiesta ottenendo risposte con la stessa via telematica.