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Direttore Carlo Alberto Tregua
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Raffaele Lombardo

Ago
02
2012
E così Raffaele Lombardo ha mantenuto il suo impegno. Ieri si è dimesso e il suo gesto ha fatto scattare l’obbligo di convocare le elezioni entro 90 giorni. Ciò non toglie che Lombardo, qualora non si assenti o sia impedito (art. 9 comma 2 dello Statuto) possa continuare a gestire l’ordinaria amministrazione fino alla proclamazione, da parte della Corte di Appello, del nuovo presidente.
Ma tutti i problemi della Sicilia rimangono sul tappeto, irrisolti. In altri termini, il sistema di potere sulla Regione rimane inalterato. Non si tratta del dovere-potere, bensì di potere puro e semplice, che mira ad arricchire i propri componenti, gravando sempre di più sui siciliani. è notizia di questi giorni che l’addizionale Irpef regionale potrà passare dallo 0,8 all’1,1 per cento.
La campagna mediatica lanciata da tutti i quotidiani nazionali contro la Sicilia ha pienamente giustificazione perché questa nostra è una delle peggiori  amministrazioni del Paese. Vittorio Feltri, con la sua solita brutalità, ha detto cose condivisibili e cioè che i nostri problemi li dobbiamo risolvere da soli e con i conti in ordine possiamo chiedere la sussidiarietà dello Stato.

Ma i giornali hanno sbagliato alcuni dati. Per esempio che il totale dei dipendenti del sistema burocratico siciliano ammonta a 28.796, in effetti chi gravita attorno alla Regione è un numero ben più elevato superiore a 60 mila. Il quotidiano “la Repubblica” ha affermato che la Regione è indebitata per oltre 17 miliardi, quando invece il debito è di 5,5 miliardi. “Il Sole 24 Ore” ha parlato di 15,7 miliardi di residui attivi, mentre essi sono riportati nella voce avanzo di amministrazione per circa dieci miliardi. Tuttavia, questi aspetti mediatici interessano poco lo scenario.
All’assessorato regionale Economia vi sono tre funzionari statali, inviati dal ministro Barca, che stanno rivedendo le entrate e le uscite del bilancio, in modo da eliminare, fra le prime, quelle fasulle e, fra le seconde, quelle clientelari e improduttive. Fra le prime vi è la misteriosa posta denominata avanzo di amministrazione, già citata, di cui buona parte non più riscuotibile. Fra le seconde vi sono quelle da noi indicate sin da agosto 2011, per un totale di 3,6 miliardi. Il punto di non ritorno è vicino. Le spese della Regione sono approvate mediante legge, per tagliarle occorrono leggi.
 
Questa deputazione regionale, che è coinvolta pienamente nel disastro economico-sociale, non è nelle condizioni di approvare leggi taglia-leggi, perché rappresenta interessi corporativi fortissimi, il primo fra i quali è l’alta burocrazia della Regione che non vuole assolutamente farla diventare normale. La ragione è deducibile: quando vi è l’ordinaria amministrazione nessun dipendente regionale può chiedere favori o tangenti. Quando i fascicoli restano volutamente incagliati, anche per motivi di inefficienza, ne consegue una pressione per farli camminare che spesso sfocia nella corruzione.
A questo proposito, una Regione ordinaria avrebbe il Nucleo investigativo affari interni, composto da elementi indipendenti, con il compito di indagare, 365 giorni all’anno, tutti i casi di corruzione e di inefficienza che porta la corruzione. Dunque, la questione è riportare legislativo ed esecutivo in una condizione ordinaria.

Questo obiettivo non si può raggiungere con l’attuale personale politico. Nella sedicesima legislatura, la prossima, la società siciliana, anche guidata dalla parte onesta della borghesia, sarà chiamata a eleggere cittadini probi e onesti, come deputati regionali, ed un presidente che non abbia ombre di sorta, né presenti né passate.
Il nuovo presidente, oltre che onesto, dovrà essere capace e competente e dovrà impegnarsi ad osservare almeno i dieci punti del decalogo che pubblichiamo nelle pagine interne, con l’obiettivo sintetico di portare il Pil della Sicilia dal 5,6 per cento (85 mld) all’8 per cento (125 mld) del Pil nazionale.
Il presidente eletto, inoltre, dovrà impegnarsi a lavorare gratis per 5 anni, chiedendo ai suoi assessori di lavorare percependo solo il rimborso delle spese.
Ai deputati regionali proporremo un ulteriore decalogo, in cui al primo punto vi è l’abrogazione della legge 44/65, in modo che i deputati percepiscano quanto i consiglieri della Toscana o della Lombardia e i dipendenti dell’Ars quanto i loro colleghi delle suddette regioni.
Per fare quanto precede occorre un eccezionale sforzo dei tre quotidiani generalisti, oltre che del nostro, e delle tv regionali.
Lug
12
2012
In una regione dove ci sono oltre 200 mila disoccupati e c’è urgenza di dar loro qualche opportunità di lavoro, l’assessore e il direttore generale al ramo si permettono il lusso di non emettere, nella data di scadenza tassativa, cioè il 30 giugno di quest’anno, il Decreto dirigenziale che darebbe una grande boccata d’ossigeno al settore. Di che si tratta?
La legge 106/2011 ha previsto una serie di agevolazioni per le assunzioni di dipendenti nel Mezzogiorno entro un anno, cioè luglio 2012. La successiva legge 35/2012 ha esteso questo termine al luglio 2013. La prima legge ha subordinato la sua concretizzazione a un decreto interministeriale, pubblicato sulla Guri del primo giugno 2012, in cui si legge che: Ciascuna Regione adotta, nel rispetto delle proprie procedure, entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del presente decreto, il pertinente provvedimento con cui stabilisce le modalità e le procedure per la concessione del credito d’imposta. Ricordiamo che la legge ha assegnato alla Sicilia 65 milioni di euro.
Ebbene, anziché occuparsi di realizzare tale agevolazione nei confronti di persone che vanno assunte nel biennio 2011/2013, a costo zero per la Regione, essa si occupa di tutt’altro.

Raffaele Lombardo ci ha dato molte aspettative quando fu eletto presidente della Regione. Abbiamo stima di lui come persona, ma come figura istituzionale ci ha molto deluso.
Comprendiamo perfettamente il suo disegno di vecchio democristiano impastato di democristianismo, secondo il quale il consenso non è fondato sui grandi progetti sociali di sviluppo e di crescita, bensì su una rete clientelare fatta di favori e controllata a vista da fedelissimi, messi nei gangli che disciplinano questi meccanismi.
Le oltre cento nomine nei nodi dell’amministrazione regionale, i cambi degli assessori di questi mesi e, per ultimo, la nomina (poi stoppata dal Tar) del commissario alla Camera di Commercio di Catania sono i fatti su cui basiamo la nostra descrizione. Per inciso ricordiamo che la Camera di Commercio etnea, essendo l’azionista di riferimento, con il 37,35% delle azioni, della Società aeroporto Catania Spa, ha un peso rilevante nella nomina del nuovo Cda Sac.
 
In questo ultimissimo scorcio di legislatura, se Lombardo si dimetterà, come si è impegnato a fare, il 28 luglio, le citate nomine hanno un preciso significato: stendere la rete sull’elettorato in modo da tentare di riportare quel 13,8%, pari a 371.418 voti, del 2008. Non sappiamo se in questo clima tale disegno vedrà la luce, perché la gente non crede più alle inutili promesse che, con il cruento taglio di risorse, non possono essere mantenute del tutto.
Se Lombardo avesse puntato, invece, la sua azione politica, fin dall’inizio, sui grandi progetti di sviluppo (energia verde, agricoltura innovativa, turismo d’elite e di massa, servizi avanzati e, soprattutto, apertura di tutti i cantieri per opere pubbliche) e sulla profonda ristrutturazione della burocrazia regionale, mettendo da canto 10 mila dipendenti anziché assumerne 5 mila; se avesse fatto questo, oggi il consenso per la sua azione ci sarebbe stato senza bisogno di fare questa marcata azione clientelare di vecchio stampo.

La Regione è in piena abulia, non ha un euro in cassa e ha persino negato il finanziamento corrente all’Assemblea regionale di ben 15 milioni di euro. Ma dal canto suo il presidente, Francesco Cascio, poteva dare un segnale ai siciliani mettendo all’ordine del giorno l’abrogazione della legge 44/1965, che la equipara al Senato, in modo da sforbiciare del 50% compensi di deputati, dipendenti e dirigenti, omologandoli a quelli del Consiglio regionale della Lombardia. Ricordiamo che questo spende 67 milioni in un anno contro i 167 dell’Ars.
Non solo alla Regione c’è abulia, ma c’è anche anarchia. Nessuno prende decisioni, perché tutti temono qualcosa, mentre incassano regolarmente i compensi mensili dei circa 20 mila cedolini emessi regolarmente ogni mese e puntualmente pagati.
Di fronte a questo scenario, idilliaco per i dipendenti regionali, che guadagnano il 37% in più di statali e comunali, vi sono migliaia di siciliani alla fame e disperati. Evidentemente a Lombardo importa tutelare i privilegiati ma fottersene di tutti gli altri siciliani. Un bel modo di fare una politica bulimica.
Giu
07
2012
Il lunedì della scorsa settimana ho visto il presidente della Regione all’Infedele (La7). Raffaele Lombardo non ha fatto una bella figura quando ha enumerato tutti i clientes cui deve trovare un’indennità: 26.000 forestali, 10.000 formatori, 22.500 precari degli enti locali, qualche migliaio appartenenti a sigle astruse, circa 500 parcheggiati nella Resais, eccetera. Poi ha dato due notizie vecchie e cioè che è sua intenzione dimettersi il 28 luglio e non candidarsi come presidente della Regione nella tornata del 28 e 29 ottobre.
Abbiamo stima dell’uomo, ma come presidente della Regione ci ha fatto fare una figuraccia, perché ha riproposto quei temi clientelari che sono stati la rovina della Sicilia il cui supremo ente, la Regione, è stato e continua ad essere uno stipendificio, che spreca risorse pervenute attraverso le imposte faticosamente pagate dai siciliani.
Avremmo voluto sentire da Lombardo un progetto strategico di sviluppo della Sicilia, forgiato su gambe moderne quali l’energia, l’ambiente, l’agricoltura innovativa, il turismo esteso, l’utilizzazione economica dell’immenso tesoro archeologico-paesaggistico-marino e così via.

I siciliani che reggono ancora l’economia non sono né come Lombardo né come la genia di partitocrati che ci ha rovinato. Quei siciliani hanno detto basta da diversi anni a questo malcostume, che affossa sempre di più l’economia dell’Isola, ed esigono una svolta nei comportamenti. Ma ogni botte dà il vino che ha e il bottaro dice sempre che il suo vino è il migliore. Così fa questo ceto partitocratico, che è incapace di avere una visione strategica di sviluppo basata su piani poliennali.
Quello che accade è gravissimo, perché non c’è la scusa della carenza di denaro. Infatti i fondi europei sono cospicui se miscelati a quelli statali, che la Regione dovrebbe co-finanziare. In tutto 18 miliardi per il PO 2007-2013. La vergogna delle vergogne è che su tale importo, dopo sei anni la Regione ha speso meno del 10 per cento.
Basta pagare stipendi, bisogna dirlo forte e chiaro come dovranno fare i prossimi candidati alla Presidenza della Regione. Se non hanno capito che lo scenario è profondamente cambiato, sono degli stupidi.
 
La Russia, attraverso il suo colosso Gazprom, e la Germania hanno firmato un importante contratto energetico. Verrà costruito un gasdotto di 1.224 chilometri che parte dalla Siberia, arriva nei pressi di San Pietroburgo, attraversa il mar Baltico e approda sulle coste dell’ex Ddr.
La Germania così si affrancherà dal cappio energetico, sostituendo l’energia delle centrali atomiche che ha deciso di dismettere. Ma il governo Merkel ha anche deciso di investire nell’energia verde, in modo da sostituire, via via, il carburante fossile con quello proveniente dalle piante.
Perché vi citiamo questo fatto? Perché la Regione potrebbe lanciare un piano straordinario per la produzione di energia verde, utilizzando oltre 4.000 chilometri quadrati di terreno incolto non montagnoso. Una Regione moderna, governata da uomini politici e non da partitocrati, dovrebbe mettere a disposizione dell’imprenditoria locale, nazionale e internazionale, almeno tre strumenti, senza dei quali resta morente.

Il primo riguarda un accordo con i tre poli siciliani di raffinazione per sostituire, in testa al processo produttivo, il prodotto vegetale a quello fossile. Non c’è limite quantitativo su questo versante.
Il secondo: agevolare gli investimenti in agricoltura energetica, prendendo a proprio carico gli interessi dei finanziamenti necessari agli impianti e agli esercizi. In tal modo si eviterebbe la corruzione e l’inefficacia della famigerata legge 488. In altri termini, sono le banche che devono finanziare valutando il progetto, e non il denaro pubblico.
Il terzo: agevolare gli investimenti mediante il credito d’imposta, che è uno strumento agile e sicuro nonché veloce, che funziona quando c’è fatturato, da cui non può prescindere.
Naturalmente questo progetto dovrebbe vedere coinvolti le imprese e i lavoratori siciliani ed anche quell’elenco prima indicato di gente che, umiliandosi, continua a percepire l’obiettivo del posto pubblico e non quello del lavoro.
Mag
23
2012
Il ministro per lo Sviluppo economico e per le Infrastrutture, Corrado Passera, ha annunciato che il suo dicastero sta completando un piano per sbloccare 100 miliardi di euro, tutti destinati alle opere pubbliche, precisando che è stato ridotto l’iter procedurale di approvazione da 12 a 3 mesi.
Come è noto, non è importante quanti soldi siano a disposizione sulla carta, ma in quanto tempo essi possano essere immessi sul mercato attraverso i bandi di gara e l’esecuzione delle opere. In altre parole, l’apertura dei cantieri. 
Non sappiamo se i buoni propositi del ministro saranno resi esecutivi in tempi brevissimi, ma lo stesso si è impegnato a fare alcuni bandi per 27 miliardi di euro entro fine giugno. Staremo a vedere se Passera è un uomo d’onore o un quaquaraquà, come tutti quelli che l’hanno preceduto, quando hanno promesso l’apertura di cantieri dovunque, disattendendo regolarmente tali promesse.

La questione è fondamentale, perché il mercato è oppresso dalla recessione che ha colpito i consumi, in quanto dalle tasche degli italiani escono sempre più soldi per pagare le tasse di questo Stato onnivoro. A questo punto non c’è più scelta, dal momento che la pressione fiscale non può ulteriormente aumentare, è indispensabile tagliare la spesa pubblica improduttiva e gli sprechi in tempi brevissimi in modo da far emergere risorse per far aumentare gli investimenti.
La soluzione è chiara e lampante, ma un ceto politico sordo e cieco non vuole vederla perché non vuole rinunciare a quella quantità immensa di privilegi che succhiano i soldi di noi contribuenti, creando di fatto una Casta ingorda e parassitaria che mangia cibo che non le appartiene.
Passera ha fatto degli esempi citando il finanziamento dell’autostrada tirrenica per completare l’Aurelia, per finanziare la Jonica e altre opere che sono quasi tutte nel Centro-nord dell’Italia. Il ministro ha dimenticato il Ponte sullo Stretto, che abbisogna di una relativamente modesta somma pubblica (circa 2 miliardi di euro) senza la quale la concessionaria fatta da 24 istituti bancari di tutto il mondo non può attivare il project financing.
 
Mentre Passera intende aprire i cantieri, Lombardo li chiude, anzi li ha chiusi in tutta la Sicilia, facendo crollare gli appalti di oltre due terzi negli ultimi due anni. Con ciò ha contribuito a far chiudere migliaia di aziende che dal settore prendevano linfa produttiva, perché creatrice di ricchezza, e aumentato la disoccupazione di decine di migliaia di persone. Un comportamento inspiegabile alla luce della decrescita del Pil siciliano che, invece, avrebbe bisogno di forti iniezioni di liquidità per fermare la discesa e cominciare la crescita.
Invece, Lombardo ha continuato a finanziare la spesa improduttiva e clientelare, lasciando in vita enti e partecipate inefficienti e inutili, che pagano stipendi a persone che non producono niente, lasciando in vita la Resais, un contenitore vuoto che non solo paga stipendi a gente che non lavora, ma paga stipendi a coloro che la debbono gestire: un doppio danno di inaudita stupidità. Per ultimo, l’assorbimento degli ex dipendenti della Fiera di Palermo.

Quando questo presidente della Regione è stato eletto, il 14 aprile 2008, noi l’abbiamo sostenuto perché il suo programma, depositato alla Corte d’Appello di Palermo il 28 febbraio dello stesso anno, aveva obiettivi importanti.
Man mano che gli anni sono passati, la delusione è stata cocente nel vedere che non uno di tali suoi obiettivi è stato realizzato ma, anzi, è aumentata a dismisura la spesa inutile e clientelare. Infatti sono stati assunti ben cinquemila nuovi dipendenti alla Regione con contratto a tempo indeterminato, in quanto quello a tempo determinato era cessato, facendo diventare l’organico superiore a 20 mila unità, quando la Lombardia, con 10 milioni di abitanti, ne ha appena 3.300 e la Puglia, con 4 milioni di abitanti, ne ha 2.500.
Si tratta di una vergogna su cui puntano il dito i presidenti delle Regioni virtuose. Vergogna ulteriormente aumentata dal fatto che quando tutti tengono bloccati gli stipendi, Lombardo ha concesso un aumento a questi regionali del 2,50 per cento, che si somma al 37% in più degli statali.
Auguriamo al nostro conterraneo che da qui al 28 luglio (dimissioni) s’illumini d’immenso.
Mag
15
2012
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, si è molto arrabbiato quando il commissario dello Stato (e non del Governo), prefetto Carmelo Aronica, ha impugnato l’ultima leggina cercasoldi approvata dall’Ars, con cui si autorizzava la Giunta regionale a stipulare un mutuo di 500 milioni per pagare stipendi improduttivi.
Dispiace che un uomo intelligente e colto come Lombardo non abbia capito ancora che i tempi dell’assistenzialismo e del clientelismo politico sono finiti, per la semplice ragione che sono finiti i soldi. La sua insistenza nel volere foraggiare stipendi inutili si può capire ma non condividere.
È tempo di mettere in ordine i conti della Regione tagliando quelle uscite che non trovano corrispondenza in effettivi servizi da rendere a cittadini e imprese.
Questo foglio pubblica da oltre un anno quali possono essere tali spese, entrando nel dettaglio, ma da quest’orecchio l’assessore all’Economia non ci sente, anche se bisogna dargli atto che qualche riduzione d’uscita l’ha fatta, obtorto collo.

Comprendiamo perfettamente l’aspetto umano della vicenda quando 50 mila famiglie aspettano un’indennità, indipendentemente dal lavoro inutile che non fanno, ma la soluzione non è quella di continuare a pagare tali indennità: impossibile data la carenza di denaro.
La vera soluzione è aprire i cantieri per opere pubbliche e ristrutturazioni, e sostenere investimenti delle imprese siciliane, nazionali e internazionali nel nostro territorio, in modo da trasferire tutte queste persone in attività produttive di ricchezza.
Comprendiamo anche che questa soluzione comporta la voglia di nuova formazione e di acquisizione di nuove competenze, ma non si può continuare a pensare che 50 mila persone vengano assistite con indennità di varia natura e vivano come parassiti della società. Per quanto agli sgoccioli, Lombardo dovrebbe dare un segnale forte affinché la necessità di creare lavoro produttivo prenda forma in un progetto vero, strategico, di lungo periodo. Per attuarlo ci vogliono teste d’uovo, non burocrati da strapazzo. Anche se tra i burocrati vi sono tante teste d’uovo. Si tratta di valorizzarli indipendentemente dall’appartenenza a questo o a quel clan.
 
 
Un gesto di tal fatta nobiliterebbe la parte finale dell’esperienza Lombardo e costringerebbe i nuovi aspiranti alla Presidenza della Regione a imboccare la via virtuosa dei conti in ordine e dell’emersione di risorse, conseguente al taglio delle spese improduttive.
In questo filone, si inserisce la nota dolente dell’enorme quantità di dipendenti regionali che onerano la Sicilia su due versanti: sul primo perché percepiscono oltre un terzo in più dei loro colleghi statali e locali; sul secondo perché ve ne sono in esubero almeno 10 mila. Ricordando che la Regione Puglia, per quanto abbia un minor numero di abitanti (4 milioni) ha solamente 2.500 dipendenti, la Regione Sicilia, con 10 mila, avrebbe un organico più che sufficiente, a condizione che tutti siano preparati, qualificati e motivati.
Che farsene di quelli che esuberano? La risposta proviene dal settore privato: quando un’azienda deve ridurre la produzione o l’attività mette i propri dipendenti in Cassa integrazione. Per capire quanti di essi siano destinati alla Cig, l’azienda aggiorna il proprio Piano industriale.

La Regione non può fare altrettanto perché non ha un Piano aziendale (l’equivalente). Perciò dovrebbe elaborarlo e approvarlo. Da esso emergerebbero quali funzioni vanno eliminate, quali accorpate, quali sintetizzate, con la determinazione dei 10 mila dipendenti che esuberano. La stima che precede deriva dalla comparazione con altre regioni tra cui la Lombardia che, con il doppio della popolazione della Sicilia, ha solo 3.300 dipendenti, pur con qualche funzione in meno.
Le recenti elezioni amministrative in Sicilia, che hanno coinvolto il 40% degli elettori, hanno dimostrato senza ombra di dubbio che i siciliani non ne possono più di tutte le Giunte regionali che hanno malgovernato almeno negli ultimi vent’anni.
Ormai la crisi morde le carni vive dei cittadini e c’è bisogno di un’inversione a U di questo nefando processo che ha esteso la mano pubblica, incapace e inefficiente, in settori ove ha dimostrato tutta la sua disfunzione.
L’ora è fuggita, io muoio disperato. Non accada per la Sicilia.
Mar
16
2012
La data del redde rationem si sta avvicinando. Entro il 31 marzo dovrebbe essere approvato il bilancio della Regione del 2012, ma sicuramente la data sarà ulteriormente postergata all’ultima possibile, cioè il 30 aprile.
Qualora il bilancio non fosse approvato dall’Assemblea regionale, ovvero una volta approvato fosse impugnato dal commissario dello Stato, prefetto Carmelo Aronica, la Regione entrerebbe in crisi e scatterebbero le sanzioni previste dell’art. 8 dello Statuto e cioè lo scioglimento dell’Assemblea con la conseguente decadenza del presidente della Regione. Ulteriore conseguenza sarebbe la nomina di tre commissari straordinari da parte del Parlamento.
Non si tratta di una previsione fantasiosa, ma molto concreta, perché né dai partiti dell’attuale coalizione, né dall’assessore all’Economia, né dalla giunta di Governo nel suo insieme, arrivano seri segnali di tagli della spesa pubblica. Tali tagli, ripetiamo monotonamente, debbono essere dell’ordine di 3,6 miliardi (come pubblicato dettagliatamente nella pagina interna).

Invece, le notizie che arrivano dall’assessorato puntano ad un taglio di 2,3 miliardi, totalmente insufficiente per far quadrare il bilancio.
Vi è poi un secondo ma più importante aspetto della politica economica della Regione: il mancato recupero di risorse per procedere al cofinanziamento dei fondi Ue e, più in generale, al finanziamento delle migliaia di opere pubbliche indispensabili alla Sicilia.
Tutto ciò accade perché, in modo dissennato, i governi regionali negli ultimi decenni hanno aperto i cordoni della borsa della spesa pubblica improduttiva, sottraendo le risorse agli investimenti.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la Sicilia arretra nel Pil, la disoccupazione aumenta, i servizi pubblici sono disastrati, l’economia è impaludata, non vi sono prospettive di crescita.
Vi è un’altra questione da sottolineare monotonamente: l’endemica inefficienza dell’amministrazione regionale e delle amministrazioni locali. Ancora alla Regione circola la carta con tempi biblici, mentre se circolassero i file, il tempo sarebbe istantaneo.
In 4 anni di Governo, seppure con maggioranze diverse, Lombardo non è riuscito a mettere in moto neanche una piccola riforma dell’amministrazione da lui governata e di questo ne ha una palese responsabilità oggettiva.
 
Il presidente della Regione ci sembra impotente di fronte al muro di gomma della sua burocrazia. Egli infatti ha emanato, in questi anni, più direttive abbastanza precise (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 13 marzo 2011) puntualmente disattese da tutto l’apparato, il che comporta una  precisa responsabilità dei dirigenti generali. Ma nessuno di essi è stato revocato e tutti continuano a prendere regolarmente il loro ricco emolumento.
L’assessore all’Economia, Armao, è intervenuto, con una recente circolare del 13 febbraio, assegnando ai dipartimenti i limiti di spesa, ma, verosimilmente, tale indirizzo sarà regolarmente ignorato dai dirigenti generali e dagli altri dirigenti perché, come sempre accade, non sono previste sanzioni.
Ed è proprio l’assenza di sanzioni una delle cause del malfunzionamento della Pa. Non licenziando i fannulloni, non mandando a casa i dirigenti incapaci la Regione assiste impotente allo sfascio della propria amministrazione.
Il caso degli enti di assistenza oberati dai debiti per la cattiva gestione è emblematico dell’incapacità di raggiungere un seppur minimo grado di efficienza.

L’articolo 23 ter del Dl Salva-Italia, convertito in legge, prevede l’emissione di un Dpcm che ne precisi i dettagli, in via di emanazione.
Intanto le commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato hanno chiesto di modificare la norma sui tetti agli stipendi pubblici, estendendola a Regioni e Authority, fra cui Asl, scuole, Università, Comuni, Province e Regioni. Per queste ultime, non potendo intervenire nel caso di quelle che abbiano lo Statuto speciale, il decreto prevede un termine per l’adeguamento della loro legislazione ai limiti di cui al Dl citato.
Oltre al limite di 304 mila euro annui lordi, equivalenti allo stipendio del primo presidente di Corte di Cassazione, è vietata l’aggiunta di gettoni o indennità diverse, anche in caso d’incarichi supplementari (la ragione è semplice: se un dirigente svolge più incarichi, il tempo a disposizione è il medesimo. Non si capisce perchè debba guadagnare di più).
Il ddl citato ha avuto il parere favorevole unanime delle commissioni Affari istituzionali di Camera e Senato. Se ne attende l’approvazione. E l’adeguamento immediato della Regione.
Dic
07
2011
Ancora una volta il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, fa l’elemosinante e chiede al Governo Monti 600 milioni per fare quadrare la legge di stabilità 2012 (ossia il vecchio bilancio). Si tratta di una richiesta che umilia i siciliani. Noi abbiamo l’orgoglio di volerci gestire in maniera professionale, perché non abbiamo nulla di meno dei nostri concittadini lombardi. Questa incapacità di autogestirci con le risorse che abbiamo è diventata veramente intollerabile. Ancora più intollerabile di fronte al decreto Monti “salva-Italia”, nel quale sono previsti tagli per oltre 13 miliardi di euro.
Con la Corte dei Conti Sicilia, che indica in 3,6 miliardi i tagli della spesa improduttiva del 2012/13/14, e il QdS che chiede il taglio di 3,6 miliardi nel 2012, questo Governo non onora la gloriosa storia della Sicilia continuando a spendere al di sopra delle proprie possibilità.

Chiediamo che Governo e maggioranza regionali recepiscano, con un articolo unico, tutte la parti del decreto Monti che riguardano i criteri di riduzione della spesa. Fra essi, l’abolizione del sistema pensionistico siciliano, portando l’età pensionabile di tutti i dipendenti secondo le regole del decreto Monti. Vi è poi da mettere in stato di disponibilità (art. 13 della L. 148/11) diecimila dipendenti regionali in esubero, con lo stipendio ridotto all’80 per cento. Il calcolo del numero di dipendenti che esuberano è presto fatto. La Regione Lombardia ha tremila dipendenti e tanti ne deve avere la Regione siciliana. Le funzioni che lo Stato svolge in Lombardia, eseguite in Sicilia dalla Regione, necessitano di altri settemila dipendenti, per un totale di diecimila. La Regione ne ha in organico oltre ventimila, dunque diecimila sono in esubero.
Va allineato il contratto di lavoro dei regionali a quello dei regionali della Lombardia e parimenti gli assegni pensionistici, calcolati finalmente col sistema contributivo (cioè in base ai contributi versati) e non più col sistema retributivo (cioè in base all’ultimo stipendio).
Con queste due manovre si può risparmiare circa un miliardo. Il resto lo rimandiamo al dettaglio pubblicato a pagina 6. Se si effettuano questi risparmi, nessuno piangerà.
 
Il presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, ha detto che gli stipendi dei deputati non si toccano. Ma essi sono circa la metà del compenso che ogni deputato percepisce ogni mese. Non ha precisato se intende tagliare questa metà. Né ha precisato se intende tagliare gli stipendi dei dipendenti e dirigenti portandoli allo stesso livello dei dipendenti e dirigenti del Consiglio regionale della Lombardia, che non hanno meno dignità e meno capacità di quelli siciliani.
Non ci rendiamo conto di come la massima istituzione della Sicilia, appunto l’Assemblea, non capisca che è venuto il momento di dare l’esempio sul piano dei risparmi, tenendo presente che la Regione non è più una vacca da mungere, da parte di parassiti e privilegiati di tipo vario.
Non si capisce come i politici siciliani di tutti i partiti, soprattutto quelli che rivestono incarichi istituzionali, si possano presentare in pubblico essendo portatori di indennità macroscopiche rispetto a disoccupati e a chi guadagna mille euro al mese.

Mettersi le carte in regola, ecco il precetto cui devono uniformarsi, ora e subito, Presidente e Giunta di governo, nonché Assemblea regionale. Vorremmo vedere che l’assessore all’Economia, Armao, modificasse la bozza di legge di stabilità 2012, non solo eliminando il disavanzo finanziario di 600 milioni, ma risparmiando almeno un altro miliardo con cui finanziare la realizzazione dei progetti di opere pubbliche, per i quali sono disponibili i finanziamenti europei e quelli statali.
è attraverso l’apertura dei cantieri e il sostegno delle imprese che si può intraprendere, seppur lentamente, la crescita del Pil.
Armao deve tenere presente che la deduzione integrale dell’Irap da Ires e Irpef ridurrà il gettito e quindi dovrà riclassificare le spese in base alle minori entrate, ottenendo il pareggio di bilancio e un esubero di risorse per finanziare gli investimenti.
Ci rendiamo conto di essere monotonamente ripetitivi, ma lo saremo fino a quando lor signori non capiranno che la festa è finita.
Nov
19
2011
Lombardo e Armao hanno la massima responsabilità di mettere in ordine i conti della Regione e degli Enti locali, tagliando le spese improduttive, in modo da recuperare risorse da destinare allo sviluppo e alla crescita. Questa è la loro missione. Questo è il mandato affidato loro dai siciliani. Questo è quanto non hanno fatto e non stanno facendo.
Richiamiamo l’attenzione su Lombardo e Armao non in quanto persone fisiche, ma in quanto massimi responsabili delle istituzioni regionali, il primo eletto a suffragio universale e a maggioranza, il secondo delegato dal presidente.
Le osservazioni che questo foglio fa dal 2008 riguardano fatti che tutti i siciliani vedono. Senza nulla aggiungere o togliere. Fotografie di una situazione disastrata, lungo un percorso vizioso che non vuole essere abbandonato per mero calcolo clientelare, supponendo che, continuando a spendere inutilmente le imposte che tanto faticosamente pagano i siciliani, ne venga un tornaconto in termini di consenso elettorale.

Lombardo e Armao, politici sensibili, sanno che la stretta finanziaria, successiva alla strabenedetta crisi, li costringe a stringere la cinghia. Perché ciò accada è necessario tagliare la spesa pubblica improduttiva, e quindi dannosa, nonché i privilegi che non possono essere più sopportati dai siciliani.
Li abbiamo elencati più volte e continueremo a farlo nei prossimi giorni. Il più odioso è quello dei deputati regionali, che si sono votati la legge 44/65 con la quale i compensi per deputati e dipendenti sono equiparati a quelli del Senato, col risultato che l’Assemblea regionale costa 172 milioni di euro contro i 72 milioni del Consiglio regionale della Lombardia. E un usciere, con quindici anni di anzianità, ha uno stipendio lordo di oltre centomila euro l’anno.
I privilegi continuano con gli stipendi dei regionali, superiori a quelli degli statali del trenta per cento e con gli assegni dei pensionati, anch’essi superiori del trenta per cento a quelli degli statali. L’elenco è lungo e citiamo altri due sprechi: la spesa farmaceutica, disallineata dalla media nazionale per quattrocento milioni, nonché una disfunzione del servizio sanitario pari ad altri quattrocento milioni.
 
La Corte dei Conti ha bacchettato il bilancio preventivo 2012 della Regione, facendo presente che se si continua a disattendere la legge di stabilità e l’obbligo del pareggio senza debito, rischia di non essere parificato. Ma, per raggiungere il pareggio, Lombardo e Armao devono tagliare alcuni miliardi di euro.
La bozza di tale bilancio preventivo non fa alcuna previsione di razionalizzazione della spesa col taglio di quella improduttiva. Anzi, prevede settecentocinquanta assunzioni (una vergogna siciliana!) e non fa alcun cenno al taglio del costo della politica, anche in quello degli Enti locali.
Peraltro l’assessore Chinnici, probabilmente in accordo col governo, ha stoppato dal 1° gennaio 2011 la riduzione delle indennità dei consiglieri degli Enti locali siciliani, che ora percepiscono ben di più dei loro colleghi dallo Stretto in su.
Inoltre il legislatore è impenitente, perché continua ad approvare leggi che il bravo commissario dello Stato, Aronica, boccia regolarmente perché non coperte finanziariamente.

Qui non si tratta di toccare questo o quel punto dolente ma, come ha chiarito il neo presidente del Consiglio, Mario Monti, per il Governo nazionale, bisogna rivedere la situazione del bilancio siciliano secondo principi di equità, di crescita e di riduzione della spesa. Su quest’ultimo versante, resta fondamentale l’attivazione di meccanismi efficienti per spendere tutti i fondi europei del Po 2007-13 che, insieme ai fondi statali e al co-finanziamento regionale, ammontano a 18 miliardi e il cui dettaglio è stato più volte qui pubblicato.
Occorre, poi, mettere in disponibilità, ai sensi dell’art. 16 della recente legge 183/11, diecimila dipendenti regionali in esubero, con un risparmio di oltre quattrocento milioni. Occorre che i dirigenti regionali rilascino o neghino autorizzazioni e concessioni in trenta giorni, a pena di decandenza dal loro incarico. Occorre che gli assessori diano l’indirizzo politico per un forte efficientamento della loro branca amministrativa.
In definitiva, serve un progetto complessivo che faccia digerire ai siciliani i sacrifici, con una vera prospettiva di  crescita.
Set
21
2011
Abbiamo letto che la Regione ha bloccato la trattativa per l’aumento di stipendio ai propri dipendenti e dirigenti, che sono già fortemente privilegiati. Come abbiamo più volte pubblicato in inchieste precise, mai smentite o contestate da chicchessia, mediamente i dipendenti di questa Regione guadagnano il 49% in più rispetto ai ministeriali e il 44,5% in più rispetto ai dipendenti delle altre Regioni e degli Enti locali.
Altro che aumenti, bisogna tagliare, anzi allineare questi stipendi a quelli degli altri italiani. Non c’è più trippa per gatti non ci sono più risorse. Ai siciliani si chiedono sacrifici pesanti. Non è possibile che in questa situazione di grave difficoltà vi siano ventimila persone che guadagnano molto di più di quanto dovrebbero e migliaia di altre persone inserite mediante raccomandazione nelle partecipate regionali e locali che, anch’esse, guadagnano molto di più di quelli che lavorano.
Diciamo di quelli che lavorano perchè intendiamo dire con chiarezza che mediamente tutti costoro non lavorano. Nessuno controlla infatti quali risultati raggiungano e se tali risultati siano in linea con gli obiettivi che dovrebbero essere fissati dai dirigenti.

I privilegi non si fermano qua. è quasi noioso ricordare tutti gli altri: dall’Assemblea regionale alla Sanità, dal Consorzio autostrade alle Ato spa e così via. Ovunque si trovi la mano regionale, corrispondono disservizi e sprechi, perchè non sono presenti i valori di merito e responsabilità. Nessuno risponde per i propri incarichi e, comunque vadano le cose, continua ad incassare puntualmente i propri compensi che vengono corrisposti anche non pagando i fornitori, che a loro volta hanno difficoltà coi propri dipendenti. Una discriminazione stridente fra i dipendenti pubblici e quelli privati che Mamma Regione tratta in maniera difforme secondo la regola di figli e figliastri.
La grave crisi che sta attanagliando il popolo siciliano non è effetto solo dei privilegi, ma dell’inefficienza di una dirigenza che costa decine di milioni di euro e che non perviene ai risultati, peraltro ben chiari e ben descritti in molteplici direttive presidenziali di cui ne citiamo quattro: 15 settembre 2008; 6 marzo 2009; 6 ottobre 2010; 2 settembre 2011.
 
Delle due l’una: o il presidente Lombardo abbaia alla luna e parla al vento per cui i dirigenti se ne fregano del suo ripetuto e preciso indirizzo, oppure tali dirigenti non hanno le cognizioni professionali sufficienti per far fronte alle onerose e importanti incombenze che gravano sulle loro spalle.
Sia come sia, il risultato di questo marasma è che la Regione si trova con le casse vuote, fatto più volte dichiarato urbi et orbi dall’assessore all’Economia Gaetano Armao. Vi è un altro risvolto gravissimo da quanto scriviamo e cioè che senza risorse finanziarie la Regione non può cofinanziare i progetti approvati dall’Unione europea, con l’ulteriore danno di non creare: nuovi posti di lavoro, Prodotto interno lordo e ricchezza tassabile.
Una situazione insostenibile per il popolo siciliano. Ma sembra che i responsabili delle istituzioni, cioè i deputati regionali, la Giunta di governo e la dirigenza non la colgano perchè hanno continuato a fare regolarmente le proprie ferie distraendosi dall’incendio che sta avvolgendo la Sicilia.

L’assessore Armao sta attrezzandosi per tagliare 2,7 miliardi in tre anni. Sbaglia i conti. Egli deve tagliare 3,6 miliardi nel bilancio preventivo 2012 della Regione, che andrebbe approvato tassativamente entro il 31 dicembre di quest’anno, in modo da far capire a tutte le amministrazioni locali che è arrivato il tempo di funzionare secondo i principi di organizzazione ed efficienza. Basta con questuanti che tendono la mano continuamente, basta con la richiesta di favori, bisogna virare su un percorso virtuoso nel quale ognuno riceve per quello che dà.
La situazione peggiora di ora in ora. La stretta del Governo centrale non è finita, essa costringerà tutti a diventare virtuosi loro malgrado e a organizzare servizi efficienti, che costino poco in relazione a quello che danno. La questione è tutta qui. Occorre che gli amministratori diventino virtuosi, lavorino per obiettivi con la consapevolezza che se non li dovessero raggiungere dovranno lasciare il posto a chi sa fare più e meglio.
Ago
25
2011
Abbiamo finito di scherzare. Lo tsunami del Patto di stabilità, dei decreti legislativi attuativi del federalismo e le pesantissime manovre, (la prima L . 98 del 6 luglio, la seconda L. 111 del 15 luglio, la terza dl n. 138 del 13 agosto) costringeranno Lombardo, la sua maggioranza e l’opposizione a trovare un accordo immediato per allineare i conti della Regione al nuovo rigore dal quale non si può prescindere.
Il rigore significa tagliare, senza guardare in faccia nessuno, i privilegi, le indennità, le spese parassitarie e quant’altro ma non eliminando le spese per i servizi sociali. Giù gli apparati, su i servizi per i cittadini, questa dev’essere la nuova filosofia di Lombardo e dei 90 deputati.
A proposito dei quali, ribadiamo per l’ennesima volta che essi debbano riunirsi e cominciare a lavorare alacremente da subito. In questo senso rivolgiamo un pressante invito a Francesco Cascio, presidente, e a tutti i capigruppo dell’Ars, perchè capiscano che la situazione è gravissima e occorre somministrare immediatamente le adeguate medicine.

Tagliate le spese inutili, più volte elencate dettagliatamente e puntigliosamente sulle pagine del QdS, per un risparmio complessivo di 3,6 miliardi di euro, il passo successivo è quello di progettare la crescita economica e la creazione di 100 mila posti di lavoro nei 24 mesi residui della presente legislatura.
Perché ciò avvenga, occorre mettere la Sicilia a sistema, vale a dire sfruttarne tutte le potenzialità, che sono enormi, vendere tutte le possibilità di investimento all’estero, magari facendo una rapida presentazione nelle principali Piazze economiche del mondo (con roadshow a Pechino, Tokyo, New York, Berlino, Oslo, Singapore, Hong Kong, Nuova Delhi, Boston e via elencando) con una delegazione pilotata da Lombardo e affiancata da manager nazionali e internazionali di altissimo livello, che debbono realizzare in Sicilia tutte le condizioni di snellezza e rapidità burocratica che si andrebbero a reclamizzare nel corso delle presentazioni nelle Piazze.
Questo è il nodo della questione. Se Lombardo non è in condizione di impegnarsi personalmente affinché la burocrazia regionale evada le richieste degli investitori in 30 giorni e non in 30 mesi, è meglio che se ne stia in vacanza e faccia bruciare la Sicilia.
 
Non è solo l’ente Regione a doversi mettere le carte in regola, ma tutti i 390 Comuni che, secondo l’impegno del Presidente, dovranno riunirsi in pochi mesi in Consorzi di Comuni, trasformando la scellerata legge 9/86 che ha istituito incostituzionalmente le Province regionali come enti politici.
Anche i 390 Comuni debbono sistemare i propri conti, tagliando spesa corrente e indennità e girando le risorse così recuperate ad investimenti, soprattutto in opere pubbliche, in modo da utilizzare subito e in toto i fondi europei.
Perché accada quanto precede sono necessarie tre condizioni strutturali: l’istituzione del Piano aziendale, la certificazione delle procedure da parte dell’Unione europea e il controllo eseguito da società di certificazione, iscritte alla Consob, non più da revisori nominati perché espressione di questo o di quel partito politico quindi, inevitabilmente, non obiettivi e non responsabili. Senza queste tre condizioni, il sistema Sicilia non parte.

Lombardo deve mettere sotto pressione i quattro dirigenti generali che gestiscono i corrispondenti centri di spesa Ue, perché è inaccettabile che dopo quattro anni di Po (2007/10) la spesa che doveva essere effettuata per il 60 per cento è ancora bloccata a un decimo. Un’autentica vergogna per i dirigenti generali che si sono succeduti e per i Governi regionali che hanno dato loro copertura.
In una regione che ha bisogno di liquidità finanziaria come i viventi hanno bisogno dell’ossigeno, è un delitto politico e burocratico non dare questa liquidità (ossigeno) e mantenere in una condizione di semi-asfissia l’economia siciliana e gli oltre 230 mila disoccupati (in parte non veri) che comunque chiedono solo di lavorare.
Su questo punto, tuttavia, confermiamo le nostre perplessità. Infatti, molti di essi cercano uno stipendio e non un lavoro, non fanno nulla per formarsi le necessarie competenze utili al mercato siciliano e, in questo versante, ha ulteriore gravissima colpa ha la formazione regionale, un’autentica macchina che ha dilapidato i nostri soldi.
Lug
08
2011
Ricordate i lamenti del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe (1749 - 1832), la cui consapevolezza di non poter arrivare all’amata Lotte, produce in lui sconforto e continuo malumore? Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e il suo assessore Gaetano Armao, hanno urlato contro la Manovra che massacra gli enti locali, che costituisce una stangata sull’Isola, ma che di fatto impedisce ancora quel clientelismo sfrenato e l’uso improprio delle istituzioni.
Finalmente, ci sentiamo di dire ad alta voce, la camicia di forza del Patto di stabilità europeo del 25 marzo sta cominciando a calare sulla Sicilia nel settore della Regione e degli Enti locali. Purtroppo la stretta, peraltro insufficiente, avrà effetti anche nel settore economico delle imprese, almeno di quelle che forniscono beni e servizi alle pubbliche amministrazioni della Sicilia.
I lamenti di Lombardo e Armao sono incomprensibili se mettiamo a fuoco le enormi risorse di cui dispone la Regione e che regolarmente non spende. Ricordiamo, per l’ennesima volta, che il Po europeo 2007/13 mette a disposizione della Sicilia ben 18 miliardi, altro che i 7 di tagli. 

Se Lombardo e Armao, dal 2008, avessero tagliato la spesa corrente, dimezzato il personale pubblico, digitalizzato la pubblica ammministrazione regionale e locale, utilizzato in pieno le risorse di cui prima si scriveva per aprire i cantieri, la Sicilia oggi avrebbe una crescita del Pil  su quello nazionale dell’1% e si sarebbero creati almeno 100 mila posti di lavoro produttivo.
Per fare questo, naturalmente, bisognava rivoluzionare la burocrazia regionale e locale inserendo quei valori essenziali quali merito, competitività, concorrenza ed entusiasmo. Com’è invece noto, nelle Pa siciliane vi sono i valori negativi opposti. Ecco come si spiega la disfunzione cronica e forse irreversibile di tutte le macchine pubbliche.
Manca, poi, un altro valore: quello delle responsabilità. Secondo lo stesso, chi ha un compito e un obiettivo da realizzare e non ce la fa, merita la revoca del suo incarico. Qui da noi la lotta ai fannulloni ha fatto flop, negli uffici vi è un boom di assenze e permessi. Milioni depauperati per pagare stipendi a gente che non va a lavorare. Altro che assumere ulteriore personale.
 
Leggendo i quotidiani regionali, e qualche volta quelli nazionali, vi sono articoli che riguardano stipendi arretrati non pagati, super stipendi che non si tagliano, sprechi di ogni genere, assunzioni, assunzioni e assunzioni.
Il primo messaggio che ha lanciato Lino Leanza, molto vicino a Lombardo, è stato: Con il blocco del turn over rischiano i precari. Rispettiamo il suo pensiero, ma siamo in totale disaccordo perché i precari non rischiano nulla. Infatti, se possedessero le competenze di mercato, troverebbero il lavoro che in Sicilia c’è. Ma essi cercano uno stipendio sganciato dall’attività lavorativa e da ogni obiettivo. Insomma, una mentalità che è la maledizione della Sicilia, dove tutti vogliono percepire somme senza prima aver fatto il loro dovere, quello della prestazione puntuale e professionale.
Al danno si aggiunge la beffa, quando la Regione è costretta a risarcire imprese per il ritardo di autorizzazioni per effetto, appunto, dei disvalori che a Palermo regnano sovrani. 

Intendiamoci, ribadiamo con forza, fra i dipendenti regionali ve n’è una cospicua parte che fa più del proprio dovere, che ha competenze e che fa sacrifici. La categoria non deve essere criminalizzata, ma gestita da professionisti capaci e responsabili che agiscano in base ad un piano aziendale con i suoi cardini nell’organigramma, nel funzionigramma e nel bilancio generale e sezionale. 
Basta sprechi e spesa clientelare. Basta assunzioni, basta lamenti sulla stretta finanziaria. Essa è doverosa e ancora insufficiente. Invece occorre attivare una politica di crescita basata sulle opere pubbliche e sulle attività produttive, sui macroprogetti (Sicilialand, produzione di energia da rifiuti ed altri), da mettere all’asta pubblica, per attrarre gruppi internazionali che spendono in project financing.
In questi 24 mesi, fino alle prossime elezioni, la classe politica regionale e locale deve dimostrare di avere gli attributi capendo una volta per tutte che la festa del clientelismo è finita definitivamente.
Lug
05
2011
Con un’esemplare delibera (27/11) la Corte dei Conti a sezioni riunite ha chiarito la portata dell’art. 14 della legge 122/10 (terza Manovra estiva di Tremonti) con il quale è stato definitivamente stabilito che gli Enti locali non possano spendere più del 40 per cento per il personale in rapporto alle uscite. La Corte ha chiarito che nel 40 per cento va calcolato tutto il costo del lavoro, includendo Irap, spese per collaborazioni e lavoratori flessibili, incrementi contrattuali e ogni altra voce.
La Corte ha poi fissato un secondo criterio e cioè che, nel computo del 40 per cento, va inserito il costo di tutto il personale delle società partecipate dell’Ente stesso. Ciò al fine, dice la delibera, di evitare manovre e operazioni elusive che, davanti al blocco delle assunzioni, aggirano i vincoli gonfiando l’organico delle società partecipate. Questo scandaloso comportamento è stato messo in atto anche per eludere l’art. 97 della Costituzione, il quale obbliga l’Amministrazione pubblica ad assumere dopo apposita selezione concorsuale.

L’elusione delle norme, da parte degli Enti locali meridionali, e siciliani in particolare, è stata sistematica perché ha risolto un problema per un ceto politico di infimo ordine: quello di dar sfogo a uno sfrenato clientelismo in quanto le società partecipate hanno assunto per chiamata diretta solo le persone raccomandate e perciò privilegiate.
Agrigento (51,1), Enna (44,9), Palermo (44,7), Caltanissetta (42,1), sono le città fuori dal vincolo legale mentre Catania (38,2), Ragusa (35), Trapani (34), Messina (32,9) e Siracusa (31,8) rientrano nel limite del 40 per cento. Tuttavia, le loro entrate sono insufficienti, quasi per tutte tali città, a coprire le uscite, nonostante alcune di esse siano fittizie.
La questione è molto più grave per la Regione, ove le uscite per personale e pensionati superano i due miliardi. Il Decreto sviluppo ultimamente approvato in via definitiva ha anche stabilito un rafforzamento del principio che vuole puntare al dimagrimento degli organici. Si tratta del divieto di anticipare i Fondi per le aree sottoutilizzate per le assunzioni. La Regione siciliana ha un organico enorme (21 mila dipendenti e dirigenti contro 3 mila della Lombardia) ma nonostante ciò continua a pensare a nuove assunzioni senza sapere come pagarle.
 
Il Governo nazionale ha risolto la questione tagliando tutti i contratti a tempo determinato, anche in osservanza di un’altra Manovra estiva (133/2008) che ha vietato di rinnovare i contratti a coloro che ne avevano già usufruito per tre anni nell’ultimo quinquennio.
Si deve capire una volta per tutte che le risorse finanziarie sono finite e che occorre recuperarle dai risparmi della spesa corrente, per utilizzarle verso la spesa per investimenti e per la costruzione di opere pubbliche.
Ecco la vera svolta che dovrebbe fare la Regione, anche con un atto di indirizzo nei confronti dei 390 Comuni siciliani. Indicare la via del risparmio, tagliando sprechi, sperperi, privilegi, bramosie delle corporazioni e altre spese pazze che hanno depauperato un patrimonio di possibilità, almeno fino a oggi.
Bisogna aprire i cantieri, lo ripetiamo in modo noioso, altro che chiuderli. Bisogna utilizzare tutte le risorse europee, congelate da un ceto politico regionale e locale che, a braccetto con un ceto burocratico inutile alla sua funzione, ha impedito di metterle in campo con la massima tempestività.

La cancrena della Regione sono le partecipate e tutti i diversi Enti che dovevano essere cancellati e che rimangono ancora in piedi perché non sanno cosa farsene del personale. Qualche mese fa avevamo lanciato l’idea di istituire una Cassa integrazione per i dipendenti pubblici, che in sostanza c’è ed è la Resais Spa, ove trasferire il personale inutile continuando a corrispondergli uno stipendio pari al 60 per cento di quello ricevuto in attesa che possa essere assorbito negli organici normali. Questa proposta è stata ripresa dall’assessore Mario Centorrino, ma sembra che abbia trovato sordi i suoi colleghi di Giunta e il presidente Lombardo.
In Sicilia, c’è carenza di attività produttive, i cantieri sono chiusi, c’è mancanza di liquidità. Col che le imprese sono alle corde. Le soluzioni drastiche ci sono, le abbiamo più volte elencate, e continuiamo a testimoniare che il Governo regionale fa il contrario di ciò che dovrebbe.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Giu
16
2011
Che il nodo della formazione arrivasse al pettine, non c’era dubbio. Centinaia di milioni l’anno elargiti a enti fantasma e ad altri che non hanno mai prodotto un formato pronto per il mercato del lavoro, sono stati un prezzo altissimo che i siciliani hanno pagato per l’inqualificabile comportamento di un ceto politico che ha occupato in modo immeritevole i vertici istituzionali in questi decenni.
Il Governo regionale ha preso una posizione netta: ridurre progressivamente la spesa eliminando gli enti parassiti che hanno speculato sulle casse regionali. Lombardo ha scelto una persona onesta e integerrima come Mario Centorrino per un compito difficile e impopolare.
Il professore di Messina ha messo mano alla riorganizzazione e ha tagliato i primi 60 milioni di euro di sprechi. Apriti cielo: i parassiti hanno reagito. Al contrario, i sindacati si sono dimostrati responsabili e alcuni di essi hanno prontamente dichiarato che avrebbero chiuso il loro ente di formazione, consapevoli che in un momento di difficoltà ognuno deve mettere una porzione di sacrificio.

Sorpresa ha destato la giravolta del Presidente dei siciliani quando ha detto che avrebbe trovato i 60 mln € per foraggiare gli incapaci, gli inetti e persino i disonesti, perché chi fa un lavoro senza alcun risultato danneggia la collettività. Si tratta quindi di disonestà etica.
Lombardo, con questo suo annuncio peraltro non trasformato in provvedimento amministrativo, ha commesso due errori: il primo, consistente nello smentire la corretta posizione del suo assessore; il secondo, consistente nel far capire agli approfittatori che la festa non è finita e possono continuare nella loro nefanda azione.
Esprimiamo la nostra solidarietà a Centorrino e invitiamo il Presidente a ritornare sulla sua decisione che dimostri come l’autonomia dal Governo nazionale voglia significare buona e sana amministrazione, non sperpero di risorse com’è accaduto fino ad oggi.
Il Presidente è persona intelligente e deve capire, una volta per tutte, che non può più continuare nel solco dei suo predecessori, uno dei quali è in galera.
 
Lombardo deve tagliare tutti gli sprechi più volte elencati con due obiettivi: primo, risanare il bilancio eliminando la necessità di ricorrere ancora a un mutuo per il corrente anno e rinegoziando i tassi dei mutui esistenti; secondo, tagliare dal bilancio 2011 tre miliardi di spesa corrente, il cui elenco è stato più volte da noi pubblicato e, con le somme risparmiate, cofinanziare i progetti con fondi europei, utilizzare i Fas e, con bando internazionale, chiedere l’intervento di gruppi imprenditoriali internazionali mediante il project financing.
La Sicilia deve diventare, subito, un cantiere aperto che costruisca tutte le infrastrutture necessarie, per rendere l’economia dell’Isola competitiva. Lombardo, in questi ultimi due anni che gli restano per completare la legislatura, deve rimediare al malfatto del precedente triennio consistente in un vivacchiare senza respiro, asfittico, che ha mantenuto inchiodato il Pil dell’Isola senza alcuna crescita, con riflesso nell’aumentata disoccupazione.

Quando i sindacati chiedono lavoro, commettono un errore di percorso: il lavoro è un effetto, non una causa. La causa, cioè la fonte, è l’insieme degli investimenti in opere pubbliche e in attività produttive che aprono le porte al lavoro produttivo. La capacità di attivare questo meccanismo virtuoso consentirebbe lo sbocco naturale non solo per i disoccupati, ma anche per i formatori che finalmente potrebbero andare a lavorare anziché far nulla (non tutti) ricevendo un compenso, per i dipendenti della Resais che non fanno nulla ricevendo un compenso e per altre migliaia di pubblici dipendenti che continuano a non fare nulla ricevendo uno stipendio.
Lombardo ha concordato con il ministro Fitto finanziamenti per oltre due miliardi di euro, indirizzati alle opere pubbliche. Se rinunzia alla folle idea di destinare i Fas alla spesa corrente e punta i piedi per ottenere le risorse indirizzate ad attività produttive e opere pubbliche, il Governo nazionale sarà messo in mora. Ma deve avere la forza di tagliare gli sprechi e i parassitismi. Se lo farà, noi lo sosterremo con convinzione. Se continuasse a cincischiare, noi continueremo a testimoniarlo.
Giu
09
2011
Ricordate il divino Giulio numero uno (il secondo è Tremonti)? Andreotti affermava che ogni uomo debba poter comprare il pane in due forni, in modo da scegliere il migliore. Egli sosteneva che bisogna mettersi al centro del crocicchio e restarci, in modo da scegliere ciò che più conviene.
In coerenza con questa posizione mentale, ovviamente opportunistica, soleva ripetere a chi gli ricordava come fosse inopportuno tirare a campare: Meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Questo comportamento deprecabile costituì la parte peggiore della Democrazia cristiana, definita democristianismo. Ve ne era una migliore, ove allocavano i veri statisti, quelli che facevano l’interesse del Paese e degli italiani e non quello proprio e dei propri amici e familiari. Ulteriore degenerazione del pensiero andreottiano fu realizzata da Bettino Craxi, pluricondannato e morto latitante, che della corruzione fece l’asse portante della sua politica.

Il presidente del Governo siciliano, impropriamente chiamato governatore, ha rilasciato una dichiarazione che ci ricorda l’andreottismo: ritornare col Centrodestra? Perchè no? Ma egli era già alleato del Cavaliere, anzi, fu eletto proprio con l’apporto decisivo del Pdl, nonchè dell’Udc. Poi i rapporti si guastarono e Lombardo ha cominciato a comprare il pane nell’altro forno, quello del Pd. Ora mezzo Pd regionale e nazionale vuole staccarsi da questa alleanza ed ecco che Lombardo fa intravedere all’altro fornaio la possibilità di comprare il suo pane.
Questo traccheggio potrebbe sembrare intelligente se non avesse un gravissimo difetto: è fatto sulla pelle dei siciliani. Infatti il Governo regionale si preoccupa di favorire i probabili galoppini che portino voti alla santa alleanza e quindi li assume, li favorisce, paga indennità, emolumenti. La cosa più grave è che non ha proceduto ai necessari tagli di spese improduttive, di sprechi, di sperperi che sono inseriti, invece, nel bilancio 2011.
Lombardo si era impegnato, nel programma elettorale, a procedere alla trasformazione delle Province regionali - istituite dalla l.r. n. 9/1986, incostituzionale perché vìola l’articolo 15 dello Statuto - in Consorzi di Comuni. Sono proprio i consorzi di Comuni che dovrebbero costituire l’ente provinciale con lo scopo di organizzare meglio i servizi degli stessi Comuni.
 
Il taglio delle Province, così come ora organizzate, comporterebbe un risparmio secco di 500 milioni perchè i Consorzi statutari potrebbero tranquillamente utilizzare il personale sovrabbondante che c’è nei Comuni.
Il governo Lombardo non ha tagliato ulteriormente la spesa sanitaria di circa 700 milioni con una drastica riduzione della spesa farmaceutica di 400 mln e con un riordino di Asp e Ao per un risparmio di almeno 300 milioni.
Vi è poi la dissennata spesa per le pensioni dei regionali. La l.r. n. 104 del 2000 ha stabilito che possono andare in pensione gli uomini con 25 anni di servizio e le donne con 20. Lombardo si era impegnato ad allineare il sistema pensionistico siciliano a quello nazionale, ma non lo ha ancora fatto.
Il suo assessore Chinnici improvvidamente, con la sua prima circolare del 2011, ha deciso che la L. 122/2010 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica” non si applicasse in Sicilia. La circolare assessoriale ha impedito il taglio di indennità per consiglieri comunali, provinciali e circoscrizionali comportando il mantenimento di privilegi che costerà alla Regione 17,6 milioni.

Vi è poi l’altro privilegio dei dipendenti regionali, Lombardo si era impegnato ad allineare il loro contratto con quello dei dipendenti statali, eliminando l’inutile Aran Sicilia. Il che avrebbe comportato risparmi per altre decine di milioni. Vi è poi il grosso bubbone relativo all’Assemblea regionale che è di competenza dei deputati. Consiste nel maggior costo di cento milioni rispetto a quello del Consiglio regionale della Lombardia. Un altro privilegio da tagliare senza riguardi.
L’elenco dei risparmi è lungo e l’abbiamo più volte elencato nelle nostre inchieste. L’insensibilità e la sordità del ceto politico regionale, volto a soddisfare la famelicità delle corporazioni e ad ignorare del tutto i bisogni dei siciliani, non fa desistere la nostra azione, che continuerà con puntualità perchè siamo certi che anche i peggiori sordi alla fine avranno la grazia dell’udito. Ad ogni siciliano è indispensabile dare almeno un’opportunità.
Mag
20
2011
Il Governo regionale, formato da Giunta e presidente della Regione, ai sensi dell’articolo 2 dello Statuto, ha deliberato di ricorrere alla Corte Costituzionale contro gli articoli 2 e 14 del Decreto legislativo 23/2011 in materia di federalismo fiscale municipale.
Da un canto tale Dlgs disciplina in maniera equa la materia, fissando il principio secondo il quale ogni ente locale non riceve più i trasferimenti in base alla spesa storica bensì in base ai costi standard. Dall’altro, vìola gli articoli 36 e 37 dello Statuto, peraltro rimasti non osservati da oltre sessant’anni. La questione è quale attenzione presterà la Suprema Corte ai ricorsi della Regione Siciliana, atteso che essa ha il dovere di fare gli interessi della Nazione, subordinandovi quelli della Sicilia.
Ma questo comportamento vìola il Patto fra Italia e Sicilia, tutelato dall’istituzione dell’Alta Corte ai sensi dell’art. 24 dello Statuto, che ha una composizione paritetica dei suoi membri eletti dall’Assemblea regionale e dal Parlamento nazionale.

Per conseguenza, risulta del tutto evidente che le sentenze dell’Alta Corte sarebbero molto diverse dalle sentenze della Corte costituzionale. Sembra incredibile come tutti i presidenti della Regione, dal 1957 in avanti, quando la Corte Costituzionale arbitrariamente assorbì le funzioni dell’Alta Corte, non abbiano fatto ricorso alla Corte di giustizia europea, alla stessa Corte Costituzionale, né messo in atto iniziative politiche per annullare quell’arbitrio.
Se, da un canto, l’articolo 36 prevede che le imposte di produzione (accise) siano riservate allo Stato, dall’altro la Regione ha la leva della tutela del territorio per revocare le autorizzazioni alla produzione di carburanti fossili in Sicilia. Usando la quale si poteva arrivare a una soluzione meno dannosa per l’Isola.
Lo stesso dicasi per l’articolo 37 il quale non fissa la quota di reddito da attribuire agli stabilimenti e agli impianti di produzione in Sicilia, di competenza della Regione. In atto sarebbero persi più di dieci miliardi.
Approfittiamo dell’analisi per ricordare che non è stato attuato l’articolo 38 dello Statuto in base al quale lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in base ad un piano economico nell’esecuzione dei lavori pubblici.
 
La somma indicata è stata irrisoria fin’oggi, con l’ulteriore violazione grave del Patto del 1946. Lombardo, quindi, non solo deve attivare una task force di giuristi anche internazionali per contrastare le violazioni dello Stato nei confronti della Sicilia, ma effettuare ulteriori azioni, come prima scrivevamo, sia a livello europeo che di natura politica.
Quanto precede è sacrosanto, ma esso deve essere basato sul principio morale che chi reclama i propri diritti deve prima adempiere ai propri doveri. Il dovere del Governo regionale è quello di far prevalere l’interesse dei siciliani su quello dei pubblici dipendenti, delle corporazioni di sindacati, professionisti e imprenditori e di qualunque altra lobby che succhia il sangue dei contribuenti italiani. In altre parole, il presidente Lombardo e la sua Giunta dovrebbero avere le carte in regola per spingere verso l’alto il benessere dei propri cittadini, eliminando nei limiti del possibile, disparità e iniquità.

Tutto questo Lombardo non lo fa, anzi discrimina i 236 mila disoccupati privilegiando quei raccomandati cui sta facendo i contratti a tempo indeterminato, senza che essi siano stati selezionati in modo pubblico e trasparente e comparati con gli stessi disoccupati.
Cinquemila privilegiati regionali contro 236 mila disoccupati a cui non è stata data l’opportunità di partecipare alle selezioni. Una profonda iniquità, testimoniata da un dissenso popolare che farà sentire la propria voce alle prossime regionali del 2013, qualora l’Assemblea regionale siciliana non si sciolga prima, cosa improbabile.
Supportiamo il presidente della Regione quando contrasta la prepotenza dello Stato, lo incitiamo a che quest’azione divenga una costante e lo stimoliamo ad affrontare con coraggio la questione dell’Alta Corte. Restano intatte le nostre critiche sulla gestione clientelare delle assunzioni e sull’immobilismo dominante, causa della debâcle di Berlusconi alle ultime elezioni amministrative.
Mag
07
2011
Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, e l’assessore al ramo, Caterina Chinnici, stanno spendendo risorse pubbliche per comunicare ai siciliani, mediante pagine su alcuni quotidiani, scelti violando l’articolo 97 della Costituzione sul buon andamento e l’imparzialità e l’articolo 23 bis della legge 133/08 sull’economicità e sulla parità di trattamento della Pubblica amministrazione. La legge regionale sulla trasparenza, così com’è, è un bluff vero e proprio e, come è nostro costume, lo scriviamo senza giri di parole, spiegandovi il perchè.
In primo luogo si tratta di una norma cornice che non ha alcun effetto per i siciliani. Per assumere qualche operatività dovranno essere pubblicati decreti e regolamenti attuativi, cosa che, coi tempi che corrono, prenderanno mesi se non anni.
In secondo luogo, la legge non prevede tempi certi per la sua attuazione, come invece ha fatto puntualmente il decreto legislativo n. 235/2010, detto Cad 2.
In terzo luogo non è stato inserito il meccanismo premi/sanzioni relativo a dirigenti e dipendenti e cioè il valore del merito o del demerito.

Le tre omissioni prima descritte faranno fallire miseramente questa legge, che è stata approvata così - priva di contenuti effettivi - proprio per renderla inattuabile. Se avesse inciso sul sistema della Pubblica amministrazione, la corporazione dei dirigenti e dei dipendenti regionali avrebbe fatto in modo che essa non venisse approvata.
Vanno aggiunte altre osservazioni che ci sono state fatte da Francesco Beltrame, presidente dell’Ente nazionale per la digitalizzazione della pubblica amministrazione (DigitPA), che si possono leggere nel forum pubblicato nelle pagine interne.
Vi è un quadro normativo che stringe la Pa in una morsa e comincia a costringerla a fare il proprio dovere. Precisamente: 1. La legge n. 196/99 sulla Contabilità di Stato, che passa dai capitoli al full cost; 2. La legge n. 203/08 che istituisce le performance e i dividendi di efficienza; 3. Il Dlgs n. 150/10, detto riforma Brunetta, che trasforma i dividendi di efficienza in tre fasce; 4. Il già citato Dlgs 235/10 che contiene il nuovo Cad. Dall’insieme delle norme citate doveva essere preso spunto per redigere il testo di questa cosiddetta legge sulla trasparenza. Non ve ne è traccia.
 
L’assessore Chinnici dovrebbe dire all’opinione pubblica perchè non ha controllato se i 390 Comuni, affidati alle sue cure, abbiano o meno attivato la Pec nel protocollo e in tutti gli uffici interni, obbligatoriamente in funzione dal 25 aprile scorso.
Dovrebbe anche informare se ha messo in atto percorsi formativi per dirigenti e dipendenti atti a realizzare tempestivamente le norme nazionali più che l’inutile canovaccio di questa norma, da cui non traspare nulla.
Dovrebbe anche informare se e quali provvedimenti abbia preso nei confronti dei Comuni inadempienti, che continuano illegittimamente a usare procedure fuori legge facendo uso di carta anziché di files. Dovrebbe ancora informare l’opinione pubblica se ha inviato gli ispettori o i commissari ad acta negli uffici della Regione e dei Comuni per accertare le violazioni delle leggi di cui sopra.
Dispiace fare queste fotografie che sottoponiamo all’opinione pubblica, ancora di più perchè l’assessore è un esimio magistrato degno di fede e di prestigio. Ma qui non discutiamo nè la persona, nè il professionista, bensì il responsabile istituzionale che non fa il proprio dovere.

Paradossalmente, la mastodontica macchina dello Stato si sta innovando, anche con l’approvazione delle leggi sul federalismo che aiutano collateralmente la modernizzazione dello Stato. Mentre la nostra Regione, che dovrebbe essere la prima per innovazione, continua a fare la Cenerentola ignorando, per incapacità dei suoi rappresentanti politici e burocratici, il mondo dell’Ict (Information and communication technology).
Come può diventare competitiva una Regione lentissima di fronte ad altre che corrono? La lentezza sta nel disbrigo delle procedure burocratiche di ogni iniziativa pubblica e privata, alla quale molti dirigenti regionali, sadici o ignavi, hanno il gusto di dire sempre di no. Di fronte ai “signor no” gli assessori restano anch’essi pavidi e ignavi, mentre potrebbero scegliere, tra i duemila dirigenti, quelli bravi, volenterosi e capaci che, invece, vengono emarginati.
Apr
12
2011
Quell’ossesso di Di Pietro, in tutte le sedi, chiede agli italiani di andare alle urne il 12 e 13 giugno, per rispondere Sì ai quattro quesiti referendari (legittimo impedimento, nucleare, privatizzazione dell’acqua, tariffa del servizio idrico integrato) proposti dal suo partito e che hanno superato la raccolta delle firme ed il vaglio della Cassazione e della Corte Costituzionale.
Indipendentemente dalla valutazione, votare Sì o No, Di Pietro ha ragione quando invita la gente ad andare alle urne. Infatti se non fosse raggiunto il quorum costitutivo - la metà più uno degli aventi diritto al voto - la tornata elettorale non produrrebbe alcun risultato. Ricordiamo che ogni tornata elettorale costa all’erario oltre 300 milioni, quindi non averla accorpata alle elezioni amministrative, significa un danno di pari importo. Governi di centrodestra e di centrosinistra, in questi ultimi 10 anni, hanno fatto ricorso all’escamotage di non accorpare le tornate referendarie a quelle elettorali quando avevano interesse che l’iniziativa fallisse.

L’astensione è diventata una manifestazione politica equivalente al No, con la differenza che è naturale per tanta gente non andare alle urne, anche per il senso di sfiducia che questo ceto politico ha meritato col suo comportamento dilatorio e non efficiente, non puntato ai risultati.
Quei grandi politici quali democristiani, socialisti e satelliti, inventarono nel 1970 la legge istitutiva del referendum, che può essere solo abrogativo, ma dentro il quale inserirono la trappola del quorum costitutivo, oltre la soglia del 50%. Il retropensiero di quegli eccelsi politici ha prodotto lo squallore di tantissimi referendum costati prima miliardi di lire e dopo centinaia di milioni di euro, andati in fumo perché non vi è stato un sufficiente numero di elettori a raggiungere la metà più uno.
Con ciò si è svuotato il principio democratico secondo il quale ha ragione chi partecipa e non chi si assenta, indipendentemente dalla sua espressione di voto. Questa precisa norma sul quorum costitutivo è al limite dell’incostituzionalità e certamente viola le norme di democrazia che si basano appunto sulla partecipazione. Una ignominia che continua da 41 anni.
 
In nessun Paese del mondo il referendum contiene questa norma assassina dei diritti dei cittadini che intendono partecipare. Nella più avanzata democrazia, quella degli Stati Uniti, si svolgono referendum continuamente, sempre accorpati con le votazioni elettorali a livello di Stato, di contea o di città.
Nella più antica democrazia del mondo, la Confederazione elvetica, costituitasi nel 1291, si svolgono referendum continuamente a livello nazionale, di cantoni o di città. In queste ultime, qualche volta, anche per spostare un albero dalla pubblica via. Insomma la democrazia è una cosa seria e non una commedia all’italiana come a suo tempo hanno approvato i soloni della prima Repubblica.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ormai traghettato nel centrosinistra, ha invece correttamente accorpato il secondo turno delle elezioni amministrative in Sicilia alla data del referendum. Con ciò volendo dare un piccolo contributo al raggiungimento del quorum che verosimilmente anche questa volta  non sarà raggiunto.

Questo foglio, come fanno i quotidiani anglosassoni, prende sempre posizioni chiare e limpide sulle tornate elettorali e referendarie. Anche in questo caso indichiamo con chiarezza ai nostri lettori le ragioni per le quali bisogna andare a votare No ai quesiti referendari. Dal che si deduce che avremmo tutto l’interesse a che il quorum non si raggiungesse, perché in questo modo si avrebbe il medesimo risultato. Invece, no.
La democrazia è al di sopra di tutti gli interessi. La democrazia impegna tutti ad andare a votare. Ognuno si esprima in quella sede secondo la propria sensibilità e la propria coscienza se le possiede. Certo, ci dispiacerebbe se, superato il quorum, vincessero le tesi di Di Pietro, Vendola e compagni. Ma accetteremmo il verdetto espresso dai cittadini.
Perché No ai quattro quesiti? Lo abbiamo già scritto e lo ripeteremo con l’approssimarsi della scadenza referendaria quando l’opinione pubblica sarà investita dalle tesi dei promotori e da quelli che spingono per l’astensionismo.
Apr
01
2011
L’Unione europea è stata tacciata di egoismo quando non si è messa sulla scia italiana dell’ipocrito buonismo: accogliere i bisognosi extracomunitari. Un monito che proviene dalla Chiesa di oltreTevere il cui Stato del Vaticano, ovviamente per coerenza, non ha accolto neanche uno di questi bisognosi. Come dire: predicar bene e razzolar male.
La Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia, che circondano i confini nord dell’Italia, hanno detto a chiare lettere, e agito di conseguenza: dalle nostre frontiere non passa neanche un clandestino, comprendendo nella categoria anche gli eventuali profughi. Bossi ha aggiunto in modo spiccio e in dialetto lombardo: “Via dalle palle”.
Appena saputa la posizione dei Paesi confinanti con l’Italia, Francia in testa, i clandestini non si sono più ammassati a Ventimiglia, a Bardonecchia, a Chiasso, al Brennero o a Tarvisio e, anzi, hanno cominciato a ritornare sui loro passi. Dove? Naturalmente in Italia.

Il ridicolo della questione dei clandestini è che, da oltre un mese, autorevoli esponenti del governo Berlusconi ed altri esponenti di partiti di opposizione avevano previsto l’ondata di immigrazione, sbagliando però l’origine.
Infatti, loro pensavano che sarebbero arrivati libici, somali, eritrei ed egiziani. Sono arrivati pochi di essi, mentre c’è stata la valanga di tunisini. I quali non sono minacciati di morte né di restrizione della loro libertà. Quindi, non hanno nessuna ragione per lasciare il loro Paese.
Un governo energico, responsabile e tempestivo, avrebbe dovuto immediatamente predisporre una catena di navi militari al confine delle nostre acque territoriali, in modo da intercettare, salvare, identificare ed espellere subito i clandestini. Le navi militari potevano essere spostate dai porti ove sono ancorate in attesa di missioni.
Insomma, bisognava difendere il territorio italiano, di cui Lampedusa e la Sicilia fanno parte, da chi illegalmente lo ha aggredito. L’azione dianzi descritta sarebbe stata un deterrente e avrebbe sconsigliato i tunisini a partire dal loro territorio, vanificando la mercificazione umana della mafia di quel Paese.
 
Il Governo non ha messo in atto tempestivamente un’azione utile a prevenire quanto è accaduto e, per contro, ha messo in atto due provvedimenti dissennati: chiudere l’aeroporto civile di Trapani-Birgi e aprire il Villaggio di Mineo. Con un colpo solo, ha messo in ginocchio la comunità delle isole Pelagie, tutta la provincia di Trapani, comprese le isole Egadi ed il calatino, oltre ad avere creato un danno d’immagine a tutta la Sicilia.
Così si è attivato un processo di disdetta delle prenotazioni, anche nell’altra parte della Sicilia, nelle isole Eolie e persino a Taormina. Un vero disastro, che ci auguriamo sia contenuto in termini economici, ma il cui danno dovrà essere quantificato dalla Giunta regionale in termini monetari, con relativa richiesta di risarcimento al Governo centrale.
Com’è noto agli economisti, gli eventi, positivi o negativi, creano l’effetto domino. Se il processo è virtuoso, i benefici si moltiplicano. Se il processo è vizioso, i danni aumentano notevolmente.

Poi, mercoledì, è arrivato Berlusconi a Lampedusa. Ancora una volta: “Faccio tutto io”. Poteva farlo un mese fa, ma non è mai troppo tardi. Neanche il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, è stato tempestivo. Da poco ha fatto la voce grossa. Ma egli non ha messo in atto quelle iniziative giudiziarie contro il governo nazionale, che Costituzione e leggi ordinarie gli avrebbero consentito.
Inattivo anche Gianfranco Miccichè, leader di Forza del Sud, che parla di autonomia, ma non agisce di conseguenza. Questa sarebbe stata un’ottima occasione per spiegare che la Sicilia è stufa di restare bocconi.
Non se ne può più di questa falsa autonomia, peraltro spesso usata dal ceto politico siciliano per difendere i propri privilegi. Serve la vera autonomia. Il popolo siciliano può gestirsi da solo con una classe politica onesta e capace, utilizzando bene tutte le risorse proprie. Basta rinvii e scuse banali per non fare.
Feb
03
2011
Gianfranco Miccichè ha fondato un nuovo movimento, Forza del Sud, il 30 ottobre 2010, nell’assemblea generale tenutasi al Politeama di Palermo. Si tratta del secondo partito autonomista dopo l’Mpa di Raffaele Lombardo, fondato nel 2005.
Il presidente della Regione ha trasferito il suo movimento con armi e bagagli nel cosiddetto Terzo polo, affiancandosi a Fini, Casini, Rutelli ed altri. Il Terzo polo per il momento gravita nell’area di Centro-sinistra.
Miccichè invece resta accasato nel Popolo della libertà e attende di avere in prestito, dallo stesso partito, senatori e deputati per costituire i gruppi parlamentari.
Cosicchè la Sicilia e l’Italia meridionale si ritrovano altri due partiti autonomisti che in realtà vivono sotto la protezione di raggruppamenti nazionali. Per conseguenza non potranno mai fare completamente l’interesse della Sicilia nè quello delle altre sette regioni del Meridione, essendo soggetti alle decisioni dei capi partito che risiedono a Roma.

Tuttavia essi ci sono e, pur con i limiti anzidetti, possono attivare un progetto di sviluppo per il Sud e più marcatamente per la nostra Isola.
Per la verità, per quanto attenti lettori, non siamo riusciti a entrare in possesso del progetto di FdS nè di quello dell’Mpa. Ci chiediamo come possano sperare di acquisire i consensi degli elettori, partiti che non abbiano un progetto e che non lo divulghino adeguatamente.
Intendiamoci, quando ci riferiamo al progetto non parliamo del programma, perchè esso è una sezione del primo. Il quale contiene la descrizione dei mezzi, dei modi, dei tempi per fare arrivare il messaggio politico ai cittadini e, quindi, stimolarne il consenso.
In assenza del progetto rimane il vecchio modo clientelare di raccogliere il consenso, basato sullo scambio fra voto e favore. Un modo superato dai tempi e in via di estinzione perchè, esaurendosi le risorse pubbliche, diverrà difficile dispensare favori. Certo l’alta corruzione che si annida nella Cosa pubblica e nella Pubblica amministrazione consente imbrogli e depauperamento delle risorse pubbliche, ma questo è un discorso che dipende dalla volontà politica di mantenere lo status quo.
 
Il progetto di FdS, quando sarà elaborato, dovrà prevedere due mezzi principali: le gambe economiche e le gambe mediatiche. Le prime devono essere formate dalla raccolta di fondi ufficiali e consentiti dalla legge, per i quali nei paesi anglosassoni vi sono apposite figure denominate fundraisers, che ricevono compensi. Va da sè che una volta eletti i parlamentari, i partiti ricevono un ricco rimborso per le campagne elettorali che è di un euro per ogni voto. Sorvoliamo sulle altre forme di finanziamento legale come cene a pagamento ed ulteriori eventi simili.
Se il progetto è alto non ha bisogno di cospicue risorse finanziarie, perchè deve avere la forza di penetrare il cervello dei cittadini con compiutezza ed energia, senza di che neanche le somme più rilevanti potrebbero ottenere questo risultato. Non sappiamo se FdS e Mpa, al di là di azioni clientelari, siano in condizioni di autofinanziarsi, ma auguriamo che lo facciano perchè la loro presenza è in ogni caso importante per la Sicilia e per il Sud.

Occorrono poi le gambe mediatiche per ottenere il consenso. La capacità di entrare nella pubblica opinione attraverso quotidiani, periodici,  radio e televisioni è fondamentale, per far pervenire il messaggio relativo al programma. Solo le gambe mediatiche possono sottolineare la validità di un progetto, illustrandolo in tutte le sue parti. La presenza nei talk-show dovrebbe essere frequente e rappresentata da persone dotate di vasta cultura e ottima comunicazione.
Ma lo strumento-principe per tenere legati tutti gli amministratori aderenti ed i simpatizzanti è il Quotidiano del Sud. Si tratta di un giornale formato da un tomo con argomenti riguardanti le otto regioni e con il tomo della regione nella quale è distributo. Un quotidiano di partito che può vedere la luce se sottoscritto da rappresentanti dei gruppi parlamentari. Ovviamente i contributi pubblici non sono sufficienti a reggere il bilancio annuale. Occorrono capacità organizzative della società editoriale e dello stesso quotidiano, nonchè un sistema informativo incentrato sulle grandi questioni meridionali.
Gen
20
2011
Il burocratese è un linguaggio usato apposta per confondere i cittadini con lo specifico obiettivo di nascondere la verità. La premessa è necessaria per informarvi della circolare n. 1 del 13/01/2011 dell’assessore delle Autonomie locali e della funzione pubblica, Caterina Chinnici, la quale sembra abbia il compito precipuo di salvaguardare i privilegi dei parassiti che vivono sui faticati contributi erariali, pagati dai siciliani.
Riepiloghiamo la questione. La finanziaria 191/2009 ha previsto di: a) sopprimere la figura del difensore civico; b) sopprimere le circoscrizioni comunali, salvo i Comuni con più di 250 mila abitanti; c) sopprimere la figura del direttore generale salvo che nei Comuni con popolazione superiore a 100 mila abitanti; d) sopprimere i consorzi fra enti locali. La successiva legge 122/2010, nel proseguire la politica di riduzione dei costi degli apparati politici e amministrativi, ha individuato ulteriori tagli: a) i titolari di cariche elettive o incaricati di partecipare ad organi collegiali possono avere solo rimborsi spese e gettoni di presenza non superiori a 30 euro per seduta; b) la soppressione di indennità ai consiglieri circoscrizionali; c) la riduzione delle indennità dei consiglieri comunali; d) l’eliminazione di qualsiasi emolumento ad amministratori di comunità montane e unioni di Comuni aventi per oggetto la gestione dei servizi e pubbliche funzioni.

Ancora, il divieto di cumulo di emolumenti per parlamentari nazionali, europei e regionali; la soppressione delle indennità di missione degli amministratori locali, il divieto di rimborso delle spese diverse da quelle di viaggio dovute agli amministratori e così via.
Il governo Lombardo, anzicchè esultare per questa politica di rigore che gli viene a fagiolo, tenuto conto del buco di bilancio di due miliardi, continua nella sua dissennata politica di sperpero delle risorse pubbliche siciliane. Il suo assessore al ramo, con una sottile disquisizione giuridica nella quale non entriamo, perchè non riguarda la sostanza della questione, sostiene che la normativa nazionale non si applichi nella Regione siciliana e che in virtù dello Statuto autonomista privilegi e sprechi che vengono tagliati nelle altre regioni italiane qui resteranno.
 
Sentite cosa scrive l’assessore nel penultimo capoverso: “Gli enti locali continueranno ad applicare, in realazione agli istituti oggetto delle sopraindicate norme statali, in atto non recepite dal legislatore regionale, la normativa vigente nella Regione siciliana”.
Cari lettori, vi rendete conto dell’inaudito comportamento di lor signori, che fa il paio con l’altro attuato per i cinquemila neoassunti alla Regione siciliana, discriminando pesantemente tutti coloro che a suo tempo non sono stati chiamati per raccomandazione. E si accorda con il mantenimento dell’altro privilegio, quello dei deputati regionali, i quali per effetto della l.r. n. 44/1965 hanno gli stipendi equiparati a quelli dei senatori. Ma, quando il Senato ha elevato da metà all’intera legislatura il tempo necessario per maturare il diritto alla pensione di ex parlamentare, l’Assemblea regionale lo ha lasciato a due anni sei mesi e un giorno.
Altro privilegio che rimane inalterato è dato dagli stipendi maggiorati dei dipendenti regionali, in ordine al 30 per cento rispetto ai dipendenti ministeriali, e dalle pensioni elargite con munificenza a dipendenti, anche con soli 25 anni di servizio e, in media, pari al doppio dell’importo delle pensioni dei dipendenti di altre Regioni.

Potremmo continuare il lungo elenco, ma ci sembra che i punti toccati siano sufficienti per fotografare una Regione che pensa a se stessa in un clima di auto-referenzialità distruttrice di attività positive. La politica di questa eterogenea maggioranza è contraria agli interessi dei siciliani perchè non ha un progetto nè la capacità di idearlo e realizzarlo. Ci dispiacciono queste obiettive considerazioni. Vorremmo tessere le lodi di un governo che tagli rigorosamente i privilegi, che emargini i parassiti, che riordini il sistema pubblico, immettendo forti dosi di auto-propulsione, che combatta la corruzione penale e morale, per imboccare la via dello sviluppo.
Purtroppo non possiamo farlo perchè non c’è un solo atto che vada in questa direzione, mentre il Governo o sta immobile oppure compie atti dannosi all’economia e contrari all’equità che avrebbe il dovere di diffondere nella Comunità siciliana.
Gen
18
2011
La Procura di Catania ha concluso le indagini sulle assunzioni facili dell’amministrazione etnea. Si aspetta che la Procura formuli le richieste al Gip relativamente ai tre principali inquisiti: Raffaele Lombardo, Raffaele Stancanelli e Umberto Scapagnini. La Procura ha rilevato due ipotesi di reato: abuso d’ufficio e falso ideologico. Essi derivano dal fatto che il Comune abbia assunto indebitamente dei dipendenti, abbia trasformato contratti da tempo determinato a tempo indeterminato e  promosso indebitamente pubblici impiegati.
Tutto ciò dimostra, almeno allo stato dell’inchiesta, un fatto notorio, e cioè che i responsabili delle istituzioni non amministrano secondo l’interesse generale, bensì seguendo il proprio interesse, che è quello di favorire gli amici e gli amici degli amici, con ciò smentendo chi afferma (Stancanelli) che quanto precede è stato fatto nell’interesse del Comune.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. L’assessore regionale alle Politiche sociali, Andrea Piraino, con un atto di democristianismo, ha emesso un decreto con cui intende distribuire a 700 stagisti un assegno di 6 mila euro per anno, impegnando una spesa di 6,5 milioni di euro. In prima battuta aveva comunicato che gli stagisti beneficiari sarebbero stati 8.400. Accortosi dell’enormità della bufala ha rettificato. Piraino si è giustificato dicendo che ha concordato questa elemosina con la Caritas, come dire: Regione o Caritas, sempre elemosina è.
Ma la Regione non ha il compito di fare elemosina, bensì di ideare e realizzare un progetto di sviluppo dell’intera comunità che produca valore e ricchezza. Contro il dissennato decreto clientelare hanno protestato le parti sociali (sindacati e imprenditori) per cui il presidente della Regione, Lombardo, è stato costretto a dichiarare che avrebbe ritirato il provvedimento elargitorio. Ma il ritiro non è ancora avvenuto.
Come sempre, Piraino e Lombardo sperano che la gente dimentichi, per poter eseguire un atto indecoroso, quello di privilegiare 700 siciliani contro 236 mila disoccupati che non sono raccomandati, neanche dalla Caritas.
 
Errare umanum est, sembra invece che Lombardo voglia perseverare nel clamoroso errore che sta danneggiando la residua immagine della Sicilia in campo nazionale. Quotidiani e televisioni si stanno occupando dell’amministrazione regionale evidenziando questa bulimia di assunzioni e spese folli, mentre essa ha un buco di 2 miliardi nel bilancio che non sa come colmare.
Questa è la strada dell’inferno, che diffonde iniquità, diseducazione e malessere in tutta la popolazione siciliana, la quale riceve il messaggio che bisogna affollare le segreterie politiche per avere l’elemosina di qualunque indennità. Una vergogna che subiamo quando ci troviamo in consessi milanesi, torinesi o europei, perché non possiamo in nessun modo motivare questa politica dissennata, iniqua e contraria agli interessi dei siciliani.
Ci rendiamo conto che è più facile venire incontro a 700 persone che dire di no a 70 mila. Ma lo statista deve avere l’altezza morale per affrontare le difficoltà, spiegando come i benefici di un progetto alto arrivino per tutti dopo il periodo di avviamento.

Il guaio della Sicilia è che non ha un progetto alto e non ha neanche un progetto. Il guaio della Sicilia è che vi sono tanti gnomi che occupano ignobilmente posti di responsabilità. Il guaio della Sicilia è che non rispolvera l’orgoglio di una razza composita, ma che ha avuto i germi di tanti popoli fra cui i normanni e dimentica l’epoca d’oro di Federico II, che ebbe la ventura di insediare il primo Parlamento del mondo.
Il guaio della Sicilia è che vi è una classe di indigeni che sembrano aborigeni, che raccolgono noccioline sugli alberi, quando dovrebbero valorizzare i beni paesaggistici, archeologici e culturali abbandonati. Il guaio della Sicilia è che non mette al primo punto lo sviluppo del turismo, dei servizi avanzati e dell’agricoltura innovativa, restando asfissiata dalle industrie di raffinazione che uccidono tanti siciliani e fanno nascere bambini malformati.
Non è facendo l’elenco dei guai che risolviamo i problemi. Per questo noi proponiamo soluzioni, soluzioni e soluzioni.
 
Gen
15
2011
Abbiamo notizie che la Ionio gas, di proprietà del gruppo ligure Erg e dell’anglo-olandese Shell, si stia muovendo in via informale per tentare di far cambiare parere alla Regione in ordine al rigassificatore di Priolo-Melilli.
Riassumiamo brevemente la vicenda. Circa sette anni fa, la compagine citata ha fatto richiesta di installare un impianto per la gassificazione di gas naturale liquefatto, importato con apposite navi gasiere. Naturalmente, ha pensato di realizzare il nuovo impianto in una zona ad altissimo inquinamento quale quello del Triangolo della morte, probabilmente per sfruttare sinergie con gli impianti  esistenti e di proprietà e, quindi, con consistenti benefici economici.
Il gruppo Garrone ha, tra l’altro, anche depositi ed oleodotti in Liguria, ma quando ha chiesto l’autorizzazione per installare un rigassificatore in quella regione, ha ricevuto un rifiuto. Hanno pensato, lor signori, che i siciliani hanno l’anello al naso e che da noi ciò che era stato rifiutato altrove, potesse essere consentito.

Il governo regionale dell’epoca, presieduto da Salvatore Cuffaro, era stato possibilista, trascurando il danno ambientale. Nel 2008, il presidente Lombardo e il suo assessore al ramo capirono subito che l’iniziativa era da bocciare. Non tanto in quanto tale, ma in quanto quel territorio non aveva di per sé le caratteristiche di sicurezza già per gli impianti insediati, che nel corso dei decenni erano diventati colabrodo. La posizione del governo regionale fu diametralmente opposta nell’approvare il rigassificatore Enel di Porto Empedocle, perché colà non vi sono problemi di sicurezza. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’impianto di per sé ha una sua validità, ma non si può fare dentro il Triangolo della morte.
Nulla contro i Garrone, ma solo una tutela di quei sessantamila siciliani cui si debbono aggiungere tutti gli altri della provincia aretusea, che lì vivono. Ma i liguri, si sa, sono capatosta e buoni amministratori, anche se egoisti, ed hanno adottato una tattica bifronte: da un canto, facendo gridare altri (industriali, sindacalisti, giornalisti, politici) su questa grande opportunità di lavoro (quasi inesistente), mentre il proprio ufficio stampa dichiarava che il gruppo era pronto ad andarsene. Una finzione stomachevole.
 
La Regione ha condotto in modo esemplare l’iter burocratico. Ha raccolto i pareri sulla sicurezza di tutti gli attori ed infine una Conferenza di servizi del 12 aprile 2010 ha emesso una decisione limpida: prima di occuparsi delle autorizzazioni per le installazioni del rigassificatore, occorre mettere inn sicurezza il territorio. Ed ha puntualmente elencato dieci prescrizioni tassative che vanno fatte in ogni caso. Solo dopo potrà prendere in esame la richiesta di Ionio Gas.
Abbiamo ulteriori notizie sulle notevoli pressioni che vengono fatte al presidente della Regione e ai suoi assessori, ancora una volta per ottenere ciò che non si può ottenere, in violazione di norme di legge e saltando a piè pari le prescrizioni della Conferenza di servizi. Questo non è possibile e occorre che la società proponente si metta il cuore in pace una volta per tutte. Guai a pensare che l’intervento politico, foss’anche quello di un ministro, possa danneggiare i siciliani e favorire gli interessi di un gruppo privato.

La questione che ci preoccupa è che ancora la Regione non ha attivato i procedimenti coattivi per fare realizzare le prescrizioni di messa in sicurezza del territorio, riportate nell’inchiesta che trovate nelle pagine interne. L’assessore al ramo e il dirigente generale dell’assessorato rischiano di commettere omissioni di atti d’ufficio, perché non fanno adempiere le imprese del territorio a fare quanto sono obbligate. Ricordiamo che la sentenza della Corte di giustizia europea n. 378/2010 è stata lapidaria al riguardo: “Chi  ha inquinato deve dinsinquinare a proprie spese”. Tocca alla Regione e al ministero dell’Ambiente fare eseguire questa sentenza. Purtroppo, non abbiamo notizie sull’attivazione dei procedimenti relativi.
È importante che anche la testata giornalistica regionale della Rai si occupi della ritardata bonifica nel Triangolo della morte proprio oggi. Occorrerebbe che anche gli altri quotidiani se ne occupassero, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica che spesso appare cloroformizzata. E, invece, deve reagire.
Gen
12
2011
Sembra una coincidenza, ma in quest’ultimo periodo il ministero delle Infrastrutture guidato da Altero Matteoli ha proceduto direttamente alla revoca del commissario governativo della Ferrovia circumetnea, avvocato Gaetano Tafuri, e alla revoca della concessione, attraverso l’Istituto di vigilanza dell’Anas, al Consorzio per le autostrade siciliane, in ordine alla gestione e manutenzione delle autostrade Messina-Palermo e Messina-Catania-Gela (in esercizio fino a Rosolini). 
I maligni sostengono che si sia trattato di una dichiarazione di guerra contro il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, avendo di fatto colpito due suoi esponenti, secondo loro in modo  ingiustificato.
Il Tar di Catania è intervenuto sulle due controversie, emettendo un provvedimento cautelare che ha sospeso la revoca di Tafuri e, in seconda battuta, con provvedimento d’urgenza monocratico, ha sospeso il provvedimento di revoca di concessione al Cas.
 
Proprio oggi il Tar deciderà in Camera di consiglio se confermare o meno il provvedimento cautelare citato. Domani, lo stesso Tar si pronuncerà sull’altra controversia riguardante Tafuri. Dall’esito di queste due sentenze capiremo se la battaglia si volge a favore del ministro o del Presidente della Regione. 
Non vogliamo entrare nel merito delle questioni, affidate al Tribunale amministrativo. Tuttavia, non possiamo non fotografare delle circostanze chiarissime. 
Per quanto riguarda la Fce, nel decreto ministeriale del 26 novembre scorso, poi notificato il 3 dicembre successivo, vi è contenuto l’avvicendamento tra Tafuri (commissario uscente) e Virgilio Di Giambattista. Provvedimento che dal ministero, ufficialmente, hanno motivato con la necessità di traghettare la Fce, affidandola alla guida del proprio più alto dirigente tecnico, verso la regionalizzazione dell’ente, prevista da tempo. Nella realtà la lettura politica, a due settimane di distanza dal voto che avrebbe poi premiato Berlusconi con la prosecuzione del Governo, assume il sapore di un’ulteriore resa dei conti tra Pdl ed Mpa, allorquando Lombardo aveva annunciato il voto contrario al Cavaliere.
 
Per  quanto riguarda le autostrade siciliane, dobbiamo rilevare che l’Anas non ha concesso gli aumenti dei pedaggi negli ultimi anni proprio perché il Cas non aveva provveduto ad effettuare le indispensabili manutenzioni alle autostrade. Peraltro, è sotto gli occhi di tutti lo stato di precarietà in cui si trovano le due arterie. Citiamo il restringimento di una carreggiata appena fuori il raccordo di Giarre, in quelle condizioni da anni. 
L’Istituto di vigilanza dell’Anas  ha mosso in questi anni ben 473 contestazioni. La cosa sorprendente è che il Consorzio anziché contestarle, ha cercato di spiegare maldestramente il perché si erano verificate quelle inadempienze, con ciò ammettendole pienamente. Un segno di colpevolezza.
Vi è un altro dato incontrovertibile: il tasso di incidentalità nelle autostrade italiane è diminuito nell’ultimo anno del 7%; nelle autostrade siciliane è invece aumentato del 31,7%. 
Vi è un terzo dato, anch’esso incontrovertibile: il Consorzio non ha speso per manutenzioni la percentuale degli incassi prevista in convenzione, non avendo avviato i lavori, in conseguenza del non avere presentato i progetti: una gravissima responsabilità.
 
Vi è un quarto elemento incontrovertibile: il personale del Consorzio è in numero estremamente elevato rispetto a quello delle altre concessionarie autostradali. Sprechi e spese inaccettabili sono stati effettuati in maniera abnorme. I conti e i bilanci sono apparsi all’Istituto di vigilanza estremamente confusi e poco chiari, quasi a volere nascondere una conduzione allegra. 
L’abbiamo scritto nelle nostre inchieste: il Consorzio ha dato più volte prova di essere un ente che non ha le carte in regola. Sbaglia Lombardo quando in nome di una sicilianità opportuna vuole difendere chi si comporta in modo pessimo e dilapida i soldi dei contribuenti siciliani. 
Basta col clientelismo e col favoritismo. Avanti merito e responsabilità.
Dic
07
2010
È di questi giorni l’inaugurazione del primo villaggio Outlet della Sicilia, nella Valle del Dittaino, ove un gruppo privato ha investito 120 milioni senza contributi pubblici e ha aperto le porte del lavoro per mille persone fra diretto e indotto. Ecco cosa si deve fare in Sicilia: nuovi investimenti dei privati che usano la finanza di progetto oltre alle risorse europee, statali e regionali.
Dieci, cento, mille di questi investimenti, ricordando che ogni miliardo investito in opere - pubbliche o private - apre le porte a circa diecimila nuovi posti di lavoro. Altro che assumere inutili dipendenti nelle Pubbliche amministrazioni e onerare i relativi bilanci di stipendi non produttivi e dannosi, con l’aggravante di diffondere nell’opinione pubblica il principio che si perpetua il privilegio di chi viene assunto per raccomandazione e senza concorso, lavora poco e male, non ha responsabilità, non può essere licenziato. Insomma, un’operazione solo negativa.

Valmontone è una città a trenta chilometri da Roma. In quell’area si stanno sviluppanto attività notevoli. Esiste già un Outlet tre volte più grande di quello del Dittaino ed è in fase di costruzione Rainbow magicLand, il primo parco dei divertimenti a tema di Roma, che sarà aperto in aprile 2011.
Si tratta di una sorta di EuroDisney parigina all’italiana, che prevede un investimento di trecento milioni di euro, tre milioni di visitatori l’anno a regime e insiste su un’area di seicentomila metri quadrati che, sommata al citato Fashion district Valmontone Outlet, che ha oltre sei milioni di visitatori, insisterà su un’area complessiva di un milione e mezzo di metri quadrati.
Il gruppo che ha in corso questo investimento è quello di Iginio Straffi, cui concorre un contributo europeo e un altro della Regione Lazio. Il Parco occuperà circa duemila addetti e metterà in moto un volano di alberghi, ristoranti, attrazioni turistiche della zona, valorizzazione di siti archeologici e paesaggistici che moltiplicherà l’effetto positivo.
È del tutto evidente come un investimento di questo genere sia un carburante formidabile per un’economia in sviluppo come quella del Lazio.
 
C’è di più. Per servire bene il Polo economico saranno potenziati i caselli dell’autostrada Roma-Napoli di Valmontone e Colleferro e costruita una fermata ferroviaria all’interno del Polo turistico integrato. Ecco come si fa a sviluppare un’economia coniugando le iniziative imprenditoriali con il necessario contributo pubblico, indirizzato verso attività produttive. Nello stesso Polo, il patron della Lazio, Claudio Lotito, sta progettando la costruzione di un complesso articolato di servizi e turismo dentro il quale dovrebbe sorgere lo stadio per la sua squadra. Naturalmente uno stadio non solo adibito agli spettacoli sportivi ma anche a quelli di intrattenimento.
Gli immensi parcheggi anche per gli autobus e le linee ferroviarie dedicate costituiranno un modo per portare la gente in questo grandissimo Polo.

Presidente Lombardo, guarda quello che accade nel mondo, in Europa e ora anche in Italia. Mettere in campo un’iniziativa costituita da un bando di gara per un progetto di idee denominato SiciliaLand e avente per oggetto la costruzione di un parco giochi a tema nello stesso territorio dov’è sorto l’Outlet, in modo da sfruttare le sinergie. Così bisogna pensare, in grande, e studiando modelli che esistono, che funzionano e producono ricchezza, con modesto impiego di risorse pubbliche.
La Regione deve mettere in moto un meccanismo-calamita per cui i gruppi imprenditoriali del settore turistico, dei servizi avanzati e di altri settori ad alto valore aggiunto verrebbero qui. Ma perché ciò avvenga è necessaria una precondizione: alla Regione dev’essere costituito un Ufficio unico con un dirigente di alto valore, in possesso di master internazionale e Ph.D. in condizione di rilasciare tutte le autorizzazioni, nessuna esclusa, in trenta giorni e non in tre anni. Insomma, occorre inserire nel sistema elementi competitivi che facciano funzionare la macchina economica senza intoppi, in modo da assistere chiunque voglia investire con una collaborazione totale. Pensaci, Lombardo, pensaci.
Dic
03
2010
La legge elettorale per l’elezione diretta del Presidente della Regione (l.r. 7/2005) prevede che egli sia espressione di una coalizione, ma senza tenere uniti il voto per il candidato e quello per i deputati regionali. La legge attribuisce al candidato il cosiddetto listino, vale a dire la possibilità che la sua elezione traini quella di altri nove soggetti inseriti nello stesso, che diventano automaticamente deputati senza passare per i voti. Dal meccanismo indicato, si evince con chiarezza che il Presidente è scollegato dalla maggioranza che l’ha indicato, tant’è vero che egli la può modificare senza doversi dimettere.
Lo Statuto (art. 9) prevede che il Presidente della Regione nomini gli assessori e successivamente affidi loro le deleghe per la gestione delle branche amministrative. Ciò rafforza il principio che il presidente è il deus ex machina di tutto l’andamento politico e amministrativo della Regione. Ovviamente dovrà raccordarsi con una maggioranza legislativa se vorrà fare approvare i disegni di legge che propone all’Assemblea regionale.

La Giunta di governo (art. 12 dello Statuto) approva come organo collegiale sia i disegni di legge che tutti i provvedimenti amministrativi e di indirizzo del Governo, indirizzo che può esser dato anche direttamente dal Presidente.
Questo impianto ha consentito a Raffaele Lombardo di cambiare quattro Giunte e la maggioranza che lo sorregge. Tutto ciò fino a quando all’Assemblea regionale non si dovesse coagulare un gruppo di 46 deputati che lo sfiduciassero. Solo in questo caso il Presidente decadrebbe dal suo ufficio e, contestualmente, l’Assemblea si scioglierebbe indicendo nuove elezioni.
Spiegare questi meccanismi è indispensabile perché l’opinione pubblica non si faccia infinocchiare da pubblici mentitori i quali, prescindendo dalle leggi, affermano il contrario di quello che abbiamo testé descritto.
Il legislatore ha voluto dare molto potere al Presidente della Regione, eletto per consentirgli di governare veramente nell’interesse non solo dei propri elettori, ma anche in quello dei siciliani che non lo hanno eletto. Così dovrebbe agire il presidente, con l’intelligenza e il buonsenso del pater familias.
 
Dunque, è legittimo il comportamento di Raffaele Lombardo che ha cambiato quattro Giunte, sul piano della legalità, ma la nostra analisi si vuole spostare sul piano dell’effettività della sua azione, che dovrebbe avere come principale obiettivo un ribaltamento di vecchi comportamenti negativi che hanno affossato la Sicilia per innestare nuovi atteggiamenti virtuosi, tendenti a creare ricchezza e posti di lavoro veri, non assistenzialistici come quelli dei galoppini elettorali che la Regione sta assumendo.
Sotto questo profilo, la fotografia di quanto accaduto in due anni e mezzo di questa XV legislatura ci fa vedere zone d’ombra e piattume perché, come abbiamo più volte scritto, dei dieci punti programmatici depositati da Lombardo il 4 febbraio 2008 in Corte d’Appello a Palermo, se n’è realizzato mezzo, anche se molto importante: la riforma sanitaria. Essa è ancora parziale e lacunosa, perché non taglia 400 milioni di farmaci e 500 milioni di inefficienze. Tuttavia, qualche risultato positivo l’ha raggiunto.

La magagna più grave di Lombardo è quella di non aver costretto il suo apparato a spendere i finanziamenti europei e statali, cofinanziati dalla Regione stessa. Una colpa grave che può essere sanata solo con la messa in moto di tutti i meccanismi che consentano di aprire migliaia di cantieri in Sicilia con i soldi, che ci sono, e di immettere subito alcuni miliardi di liquidità.
Altra colpa grave è quella di perseguire l’obiettivo vizioso di assumere personale inutile alla Regione senza selezionare i siciliani esterni, mettendo così in moto un secondo filone vizioso: le rivendicazioni dei precari comunali (22.500), dei forestali (28.000) e di tante altre categorie per un numero complessivo, stando ai nostri elenchi, di 81.357. Vorremmo sapere da Lombardo con quali soldi potrà assumerli tutti quanti.
Forse egli non ha capito che i soldi per l’assistenzialismo e il clientelismo sono finiti, che occorre razionalizzare il funzionamento di tutte le strutture amministrative, le quali si debbono dotare di un Piano aziendale fondamentale per avere punti di riferimento. E non continuare alla sans façon.
Nov
27
2010
L’assessore al Personale, Caterina Chinnici, avrà ricevuto pressioni fortissime dai sindacati che rappresentano i dipendenti regionali, per aprire la trattativa tendente ad aumentare gli emolumenti dei privilegiati. Non comprendiamo come l’assessore possa avere accettato di discutere su un punto dopo che il presidente Lombardo aveva comunicato all’opinione pubblica: a) che si sarebbe applicato l’articolo 30 del disegno di legge n. 631 del 29 ottobre 2010 sulla finanziaria 2011 e cioè che l’Aran Sicilia viene soppressa; b) che la trattativa relativamente al contratto di comparto e dirigenti regionali sarebbe passata all’Aran nazionale; c) che, per conseguenza, tali emolumenti si sarebbero bloccati in attesa che quelli degli statali li raggiungessero, essendo oggi inferiori mediamente del 37 per cento.
In violazione dell’indirizzo politico del Governo, trasfuso nel ddl citato, la Chinnici ha aperto la trattativa (cosa che non poteva fare) e ha concordato di massima ulteriori aumenti da aggiungere agli stipendi già molto elevati dei regionali.

Si tratta di comportamento incomprensibile. Delle due, l’una: o la Chinnici ha il consenso sotto banco di Lombardo, o agisce in totale disaccordo col Governo di cui fa parte, tradendo in modo visibile la delega fiduciaria che gli ha assegnato il presidente sia come assessore che come attribuzione del ramo amministrativo. Riteniamo la dottoressa Chinnici persona molto intelligente e capace, perciò l’unica spiegazione che troviamo è che il suo comportamento si debba attribuire alle forti pressioni della corporazione privilegiata dei dipendenti, rappresentata dall’altrettanto forte corporazione del sindacato.
L’assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha grosse difficoltà nel tentare di coprire il buco finanziario di due miliardi, stipulando un nuovo mutuo di 850 milioni che si addiziona ai circa 4 miliardi di debiti che sono già sul groppone regionale. Egli dovrà procedere con l’accetta per disboscare il mare magnum di sprechi e sperperi che si annidano in tutti i capitoli del bilancio regionale. In questo quadro è da incoscienti e da irresponsabili pensare di assumere ulteriori oneri finanziari sul versante dei dipendenti. In particolare, l’assunzione a tempo indeterminato di cinquemila precari, in corso di contrattualizzazione contro l’interesse dei 236 mila disoccupati siciliani.
 
Non solo, Lombardo deve dire un “no” grande e chiaro all’iniziativa della Chinnici bloccando la trattativa, e, come si è impegnato a fare nel disegno di legge citato, deve rinviare il tutto all’Aran nazionale: in questo modo si toglie dalle mani la patata bollente perchè tutti i dipendenti regionali saranno equiparati a quelli delle altre regioni e ai dipendenti statali, con ciò mettendo una pietra tombale sui privilegi.
Ma i privilegi rimangono perchè comunque questi dipendenti guadagnano, come si scriveva prima, il 37 per cento in più. Lombardo dovrebbe anche bloccare la contrattualizzazione dei cinquemila dipendenti nuovi, in quanto del tutto inutili, con ciò dimostrando all’opinione pubblica che egli non persegue una politica clientelare tale qual è l’assunzione di  futuri galoppini elettorali. Non c’è altra spiegazione perchè è troppo stridente il contrasto fra la mancanza di risorse e, dall’altra parte, l’accollo di nuovi oneri. Solo un comportamento schizofrenico può indurre a questo. E siccome Lombardo è uno psichiatra e non può avere un comportamento schizofrenico, non può che essere coerente con l’indirizzo politico del suo Governo e bloccare aumenti ed assunzioni.

La questione che descriviamo rientra nella programmazione generale di politica economica che non può essere attuata se la macchina amministrativa non è funzionante. Non solo c’è il danno di cinquemila dipendenti ordinari in più, non solo c’è l’ulteriore danno di altri cinquemila dipendenti assumendi inutili, non solo c’è il danno degli stipendi esorbitanti, ma quello superiore a tutti è che queste persone tengono la macchina amministrativa bloccata.
Una dimostrazione per tutte: la Regione avrebbe dovuto spendere alla fine di quest’anno dieci miliardi di fondi Ue, statali e regionali, mentre ha speso la miseria di qualche centinaio di milioni. La conseguenza è che al sistema regionale manca l’immissione di liquidità, con la difficoltà comprensibile che la ruota dell’economia ha rallentato fino a quasi fermarsi. Una responsabilità primaria dell’attuale Governo che sta contribuendo a impoverire i siciliani.
Nov
18
2010
Il Consiglio di giustizia amministrativa ha depositato, il 4 novembre scorso, una sentenza clamorosa contro l’immobilismo e l’irresponsabilità della burocrazia regionale. Tale sentenza deve essere eseguita entro 60 giorni. Essa è innovativa perchè determina un forte risarcimento del danno causato dai burocrati regionali a una società che per colpa dello stesso ritardo ha perso contributi dell’Ue per ben 13 milioni di euro. La società che ha ottenuto questo giusto compenso, per l’ignavia della Regione, è la New Energy srl che, a causa del ritardo di un’autorizzazione che è stata bloccata  per tre anni ha perso, abbiamo detto, 13 milioni di contributi.
La società aveva iniziato l’iter amministrativo con un ricorso al Tar, che nel settembre 2009 gli aveva dato ragione, valutando il danno in 7 milioni di euro. Il ricorso della Regione al Cga le è stato fatale perchè la sentenza non è più appellabile e perchè ha addizionato ai 7 milioni di risarcimento, determitato dal Tar, gli altri tredici per mancata percezione del contributo europeo a causa del ritardo.

Il pagamento deve essere effettuato dalla Regione, prontamente, per evitare l’inizio di una procedura esecutiva che aggraverebbe la cifra di interessi, spese legali e onorari. Vi è da dire che il risarcimento ottenuto dall’impresa è al netto di spese e onorari che sono liquidati a parte.
Il regolamento europeo prevede che il procedimento unico debba concludersi entro 180 giorni e non dopo anni e anni di attesa. Si tratta di una sentenza esemplare, una pietra miliare che costituisce l’apertura di una nuova via che le imprese possono  imboccare, per cui il nostro consiglio è che le richieste per ottenere il risarcimento del danno, per gli ingiustificati ritardi della Regione, siano presentate a tappeto, in modo da costringere chi ha responsabilità dirigenziali a emettere le autorizzazioni (o negarle se non conformi alla legge) negli stretti tempi previsti.
Ha ragione Gianfranco Miccichè quando ha urlato che la Regione debba essere derattizzata, togliendo dai piedi tutti i roditori, cioè tutti i dirigenti che per abitudine dicono di no. Più precisamente si tratta di dare un indirizzo fermo affinchè la macchina burocratica cominci a funzionare.
Un blando comunicato della Presidenza della Regione ha informato che sarà aperta un’inchiesta interna.
 
L’inchiesta interna, come sempre, si concluderà con un nulla di fatto, mentre essa dovrebbe appurare le responsabilità, perchè non è possibile che noi siciliani rimettiamo di tasca ben venti milioni di euro (con questi chiari di luna) per colpa di chi non ha provveduto a mettere le firme e i bolli nel tempo previsto. è vero che il comunicato precisa che il fascicolo sarà trasmesso alla Corte dei conti, la quale può iniziare un’inchiesta per proprio conto.Ma tutto questo lascia il tempo che trova, di fronte al fatto che, intanto, la Regione deve pagare il risarcimento.
Se tutte le imprese che non ottengono, nei tempi stretti dei procedimenti, le autorizzazioni richeste cominciassero a fare ricorsi al Tar e questo Tribunale ripetesse a ciclostile la sentenza prima richiamata, peraltro confermata dal Cga, la Regione potrebbe chiudere per dissesto, in quanto non avrebbe le risorse necessarie a fronteggiare la marea di risarcimenti.

Non sappiamo se il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che ha una responsabilità oggettiva per quanto accaduto, vorrà imprimere un nuovo modo di agire, con opportuna disposizione ai suoi assessori delegati, i quali non essendo politici possono agire in piena autonomia. Agire come? Mettendo sotto pressione i dirigenti generali e obbligandoli a far funzionare Dipartimenti, Aree e Servizi a regime, senza sbavature e senza omissioni.
La questione è centrale al futuro della Sicilia, nè di destra, nè di centro, nè di sinistra. Se non si capisce che la cancrena e la mafia si annidano nella burocrazia regionale che ha almeno cinquemila dipendenti e 1500 dirigenti in più; se tutta questa gente inutile non viene mandata in cassa integrazione, la Resais per intenderci; se non si dà l’esempio che paga non solo chi sbaglia ma anche chi non agisce in relazione al proprio mandato, siamo perduti.
Solo qualche giorno fa l’assessore all’Economia, Armao, ha aperto i rubinetti delle casse regionali per le imprese, mentre li aveva lasciati sempre aperti per gli stipendi dei propri dirigenti e parlamentari: un’iniquità colossale.
Nov
04
2010
È evidente a tutti che il proclama di Raffaele Lombardo di mirare alla Secessione dall’Italia è un espediente (ottimo e iniziato tardivamente) per ottenere dallo Stato-padrone l’integrale riconoscimento e la relativa attuazione dello Statuto siciliano, legge di rango costituzionale, quindi uguale alla Suprema carta.
Questo espediente è stato usato 35 anni fa da Jordi Puyol, padre della Catalogna, oggi ottantenne, il quale con suo partito, Convergenza democratica di Catalogna, è riuscito a condizionare sempre il Governo centrale, riuscendo ad avere piena Autonomia.
L’Autonomia della Catalogna ha consentito a quella Regione, che era la più povera, di diventare la più ricca della Spagna, in funzione della gestione dei tributi prodotti, della capacità di utilizzare presto e bene il 100 per cento dei fondi europei e dalla forza del popolo di esprimere un’unità nei confronti dello Stato centrale, unendo trasversalmente tutte le forze politiche.

La stessa cosa ha fatto Umberto Bossi, cominciando a premere fin dall’inizio sul tasto della Secessione, inventandosi un territorio politico inesistente, la Padania, e reclamando a gran voce che i soldi dei leghisti devono restare ai leghisti. Con ciò infischiandosene altamente di ogni principio di solidarietà.
Forse Bossi non ha letto la vera storia d’Italia. Se l’avesse fatto, avrebbe capito come l’attuale stato dell’economia del Nord è una coseguenza della sistematica spoliazione di tesori, denari, beni e opere d’arte che il Nord fece a cominciare da quel fatidico 15 marzo 1861. Non solo, ma lo Stato piemontese differenziò le imposte in modo da tartassare le popolazioni meridionali, spossessandole di tutto, mentre tenne basse quelle del Nord consentendo, in tal modo, l’accumulazione di ricchezza. Le popolazioni del Sud, così impoverite, furono costrette a emigrare a Nord lasciando un territorio sempre più stremato, senza alcuna speranza di sviluppo.
Ma tutto questo Bossi non l’ha letto e ora reclama che le ricchezze del Nord rimangano al Nord. Egli, però, non è uno stupido e pian piano ha allentato la pressione sulla Secessione, passando all’Autonomia.
 
Lombardo, dunque, si è accorto con molto ritardo di dover battere sul tasto della Secessione, obiettivo massimo e non vero. Con questo tema, che è quello dell’autonoma gestione di tutti i tributi, comprese le accise sulla raffinazione per 10 miliardi di euro, dovrebbe riuscire ad avere un consenso popolare vasto per fare diventare l’Mpa il primo partito dell’Isola, né più e né meno come ha fatto Bossi nel Nord.
Ma per sensibilizzare i siciliani su questi temi ci vogliono le gambe mediatiche. La più importante è quella di un quotidiano che informi costantemente i siciliani, non tanto sulla filosofia del partito, ma sugli atti concreti che sviluppano l’ambizioso progetto. Gambe mediatiche che raggiungano ognuno dei 390 comuni dell’Isola e quindi il massimo numero di elettori.
Lombardo deve temere l’iniziativa di Gianfranco Micciché che, proprio sabato 30 ottobre, ha inaugurato il suo nuovo partito autonomista, Forza del Sud.

Miccichè è un ottimo organizzatore, anzi un professionista dell’organizzazione. Ha dietro di sé un uomo potente come Marcello Dell’Utri e la benedizione di Silvio Berlusconi, promettendo al Presidente del Consiglio eterna fedeltà. Quindi, l’autonomia del suo nuovo partito troverà dei limiti nel Governo centrale e un potente nemico qual è Giulio Temonti, ormai assoldato a tempo pieno dalla Lega.
Si vedrà subito se i due partiti autonomisti, Mpa e FdS vorranno praticare l’Autonomia. Come? Attivando immediatamente un contenzioso davanti la Corte di Giustizia europea perché ordini allo Stato italiano, cosa che può fare, di attuare quella legge costituzionale che è lo Statuto della Sicilia. Senza tutto ciò la strada diventa lunga, perché occorrerà avere un forte gruppo di parlamentari autonomisti (Mpa e FdS) per condizionare il Governo centrale e obbligarlo a rispettare lo Statuto, a cominciare dall’ottenimento delle accise sul raffinato cui prima si accennava.
Le chiacchere stanno a zero. Attendiamo i due partiti alla prova dei fatti.
Nov
03
2010
Ritorniamo ancora sulla questione perché, pur passando decenni, non arriva la soluzione, com’è accaduto in Lombardia, Toscana ed altre regioni del Nord. La questione di fondo riguarda la malnata gestione dei rifiuti solidi urbani (Rsu) considerati come materie da bruciare, inquinando l’ambiente, e non materie prime per la produzione di energia (gas ed elettricità), con scarichi vicini allo zero. 
La questione dei termovalorizzatori di vecchia generazione, che alcune industrie del Nord volevano piazzare in Sicilia, è stata ben risolta dal presidente Lombardo, rescindendo i relativi contratti. Quei termovalorizzatori erano molto costosi, producevano un forte inquinamento ambientale ed erano molto grandi. Tre molto che giustificano pienamente la chiusura di Lombardo.
Ma il non fare non risolve il problema, che rimane tutto intero. Qual è? Quello di utilizzare i rifiuti come materie prime, in modo che nello stesso periodo (giorno) si producono e si distruggono.

In Sicilia vi sono quattordici discariche. Qualche dissennato responsabile delle istituzioni parla di individuarne altre, come se questa fosse la soluzione del problema. Mentre la legge 9/2010, che ha istituito le dieci nuove Ato e soppresso le vecchie ventisette (ancora tutto sulla carta), prevede una filiera dei rifiuti che parta dall’immagazzinamento in apposite aree e che prosegua attraverso un processo produttivo di gas ed energia, con un residuo molto basso. Il che significa che ogni provincia dovrebbe avere il suo impianto, dotato di discarica che, a ciclo continuo, smaltisca gli Rsu. Dunque, non solo non si devono creare nuove discariche, ma occorre chiuderne quattro per lasciarne solo dieci, tante quante sono le nuove Ato Spa.
Impianti industriali di ultima generazione per la produzione di energia che utilizzino come materia prima gli Rsu  ve ne sono diversi  e contano su brevetti internazionali. Si tratta ora di attivare subito le Ato Spa provinciali, in modo che si dotino immediatamente di tali impianti. In questo quadro rientra anche la raccolta differenziata, perché prima di portare i rifiuti nel magazzino dell’impianto di produzione di energia vengano recuperate le diverse materie prime.
 
Vi è una variante alla soluzione prospettata prima e riguarda la possibilità di insediare più impianti industriali di piccola dimensione a stella intorno al magazzino (ex discarica) dei rifiuti, in modo da creare alternative in caso di guasto di qualcuno degli impianti stessi. L’esempio negativo del termovalorizzatore di Acerra dimostra due cose: la prima che quell’impianto è molto inquinante, in quanto di vecchia generazione; la seconda che non riesce ad andare a regime, perché di grandi dimensioni.
Folle è l’idea di mandare i rifiuti in altre nazioni d’Europa con un costo di trasporto enorme (si parla di oltre 500 euro per tonnellata via treno e di oltre 250 euro per tonnellata via mare). Attualmente il conferimento nelle discariche arriva anche a un massimo di 109 euro, mentre se il conferimento avvenisse nel magazzino potrebbe scendere sotto i 50 euro per tonnellata.

Quanto precede, presenta un ulteriore vantaggio: mettere a gara di evidenza pubblica di livello europeo gli impianti industriali da connettere con i magazzini (ex discariche) di Rsu, in modo da assegnare l’impianto a chi offra minore impatto ambientale ed al prezzo più basso, per l’utilizzazione della materia prima (Rsu).
Il magazzino potrebbe essere gestito dalla stessa industria o da altra società che otterrebbe l’appalto mediante gara pubblica, fondata su due requisiti: il prezzo più basso nel ricevere gli Rsu ed il prezzo più basso per trasferire tali Rsu agli impianti industriali.
Come si vede da quanto andiamo scrivendo, la soluzione c’è, è economica e funzionale. Si tratta di copiare il modello già funzionante che esiste in diverse città d’Europa (Berlino, Monaco di  Baviera, Rotterdam).
Vogliamo ulteriormente precisare che nel mondo mediatico occorre trasformare la denominazione di termovalorizzatore o inceneritore in impianto industriale per la produzione di energia con materia prima (rifiuti).
Siamo convinti che così com’è impostato il problema tanti comuni ambirebbero ad avere un impianto industriale di questo tipo, perché porterebbe ossigeno alle casse dell’amministrazione e nessun danno ambientale per i cittadini.
Ott
21
2010
Il commissario delegato dal Governo, Raffaele Lombardo, avrebbe dovuto presentare il Piano regionale dei rifiuti entro il 21 settembre. Sarebbe stato opportuno però che lo avesse anticipato, data l’urgenza del problema.
La maledizione della Sicilia è proprio questa: chi ha responsabilità non tiene assolutamente in conto del grande valore del tempo. Chi occupa i pesi e contrappesi del teatrino politico, non affronta e risolve con decisione i gravi problemi che pesano sui siciliani.
Il commissario delegato, come presidente della Regione, è inadempiente perché non ha ancora reso operativa la legge 9/2010 che ha riformato le Ato Spa, ponendo in liquidazione le elefantiache società preesistenti, 27, e non costituendo le 10 nuove.
È evidente che il Piano regionale debba tener conto di tale legge e, contemporaneamente, delle indicazioni della Protezione civile nazionale.

Vi è anche da tenere presente che in base all’ordinanza del Presidente del Cdm del 6 luglio scorso tale piano dovrà essere approvato dal ministero dell’Ambiente e solo dopo alla Regione sarà assegnato il fondo di 200 milioni di euro previsti. è pertanto infondata la scusa secondo la quale il Piano non è stato redatto perché mancavano i fondi. Si è trattato, invece, di una grave omissione e di una disfunzione dei vertici politici e burocratici, che devono risponderne all’opinione pubblica.
Dietro tutta questa vicenda vi è l’annosa questione dei termovalorizzatori, cioè quegli impianti di vecchia generazione che bruciano i rifiuti con un forte inquinamento dell’ambiente. Bene ha fatto Lombardo a rescindere i contratti, male fa il ministro dell’Ambiente a difendere questi impianti obsoleti.
La citata legge 9/2010 è ben costruita (di questo si deve dare atto al Lombardo ter), perché prevede che i comuni di ogni provincia si autogestiscano con il consorzio Ato. In questa legge è prevista la costruzione di un impianto industriale avente la funzione di produrre energia e biogas, con un ciclo produttivo che abbia come materia prima gli Rsu. Così si ribalta l’attuale situazione, trasformando i rifiuti in risorsa energetica.
 
Responsabilità dei governi Lombardo terzo e quarto è di non avere attivato immediatamente la legge 9, sembra ideata da Pier Carmelo Russo, valido assessore. L’organizzazione relativa ai rifiuti per provincia ha non solo il pregio di rendere autonomi i nove territori ma, anche, di non fare circolare i rifiuti da una provincia all’altra. Insomma, ognuna pensa per sé e non subisce la vergogna di ricevere i rifiuti di un’altra provincia. Questa è vera autononia e responsabilizzazione.
Non vorremmo che l’insufficienza ed il grave ritardo nell’attuazione della legge 9/2010 e del Piano regionale dei rifiuti fossero utilizzati come una clava dall’onnipotente Guido Bertolaso, il quale ha già minacciato di sostituirsi al commissario delegato per la sua carenza. Quando l’assessore all’Economia, Gaetano Armao, dice che la Sicilia deve mettersi le carte in regola, confligge fortemente con la realtà, perché il governo di cui fa parte non ha le carte in regola, in quanto non fa il proprio dovere, che è quello di operare con tempestività per fare funzionare i servizi e l’economia della Sicilia.

Lo strangolamento delle imprese, con la chiusura per ben un mese della cassa regionale, è una situazione indegna. Se il governo fosse obiettivo, dovrebbe bloccare per un mese gli stipendi dei propri dipendenti, l’indennità dei parlamentari e ogni altra spesa. O siamo tutti nella stessa barca, oppure ci sono cittadini privilegiati (i soliti noti) e cittadini discriminati. Questo non è assolutamente tollerabile. Aspettiamo con urgenza che l’assessore Armao confermi come il blocco valga per tutti, ma proprio per tutti.
Attendiamo anche che il presidente della Regione, in qualità di commissario delegato ai rifiuti, proceda immediatamente all’attivazione della più volte citata legge regionale 9/2010, dopo la stesura del Piano dei rifiuti, avvenuta pochi giorni fa.
Non c’è più tempo per le chiacchiere, occorrono atti concreti per dare risposte certe ai siciliani.
Ott
07
2010
L’economia siciliana è asfissiata dalla mancanza di liquidità, sia perché Regione e Comuni non pagano i fornitori (o li pagano con un ritardo sanzionato dall’Ue) sia perché i lavori pubblici sono precipitati in questi ultimi anni. Eppure, c’è tanta disponibilità di risorse finanziarie che aspettano solo di essere spese. Un vero e proprio delitto compiuto dai responsabili delle istituzioni, i quali si perdono in mezzo a beghe da cortile e non capiscono che la ragione per la quale il popolo li ha eletti è quella di promuovere lo sviluppo della regione (per quanto riguarda il Governo) e dei territori (per quanto riguarda i Sindaci).
La carenza di liquidità, per la mancanza di pagamenti e dell’apertura dei cantieri, sta strangolando l’economia dell’Isola e con essa i consumi, perché viene meno la disponibilità di quattrini nelle tasche dei cittadini.
La gravità della questione non è ben compresa da assessori, direttori generali e sindaci, che restano immobili senza prendere provvedimenti urgenti e tempestivi che rompano l’involucro dell’immobilismo.

Occorre che immediatamente Regione e Comuni aprano i cantieri e contestualmente si accingano a redigere la prima il Piano regionale delle infrastrutture, i secondi il parco-progetti del territorio di propria competenza.
Sentiamo una risibile osservazione: i Comuni non hanno i soldi per pagare i professionisti. Invece hanno i soldi per pagare gli innumerevoli sprechi più volte elencati nelle pagine di questo quotidiano. Anche in questo caso bisogna smentire una clamorosa bugia e, cioè, che i sindaci non abbiano quattrini. è vero con le presenti condizioni. è falso se esse si ribaltano. Come? Andando a caccia degli evasori, che sono tantissimi, mediante un apposito gruppo di Polizia municipale tributaria e colpendo inesorabilmente i morosi dei tributi comunali che sono oltre un terzo.
Aumentando le entrate e incassando le somme dovute dai cittadini, tagliando senza guardare in faccia nessuno le spese, i Comuni potrebbero trovare l’equilibrio di bilancio e con esso le risorse per fare i progetti finanziabili e cantierabili.
 
Lo stesso ragionamento vale per la Regione, anche se su dimensioni diverse. Il suo bilancio è di circa 29,6 miliardi di euro, pressappoco come quello della Lombardia. Ma a differenza del primo, quasi tutte le uscite sono ingessate. Dunque, la Giunta ha scarse possibilità di manovra.
Nell’impostare la Finanziaria 2011, il neo assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha l’improbo compito di tagliare fortemente la spesa corrente per rendere disponibili le risorse finanziarie recuperate, da destinare alle opere pubbliche. La Regione non può continuare a fare l’ammortizzatore sociale, cioè a pagare stipendi e indennità improduttivi perché corrisposti a persone che non rendono. Ma, con sapienza, deve creare opportunità di lavoro in modo che chi voglia possa trovare sfogo in attività produttive di ricchezza, qual è appunto la costruzione di opere pubbliche.
Per questa ragione, il presidente  dei siciliani, Raffaele Lombardo, deve insediare presso la direzione generale delle opere pubbliche una task force per fare l’inventario di tutte le opere incompiute e un Piano di opere nuove.

Non scriviamo nulla di nuovo. Ricordiamo il grande economista John Maynard Keynes (1883-1946) il quale consigliava agli Stati in depressione economica anche di indebitarsi per rimettere in moto l’economia attraverso la costruzione di infrastrutture.
Lo ribadiamo per l’ennesima volta. La Sicilia ha bisogno di robuste iniezioni di liquidità e non di chiacchiere a vanvera, come sono quelle di tanti politici e dirigenti regionali che continuano a riferire che cosa loro stiano facendo, non che cosa abbiano già fatto e quanti milioni o miliardi abbiano immesso nell’economia regionale.
Lo stesso presidente Lombardo ha più volte emanato decreti, direttive e circolari ai propri dirigenti, invitandoli perentoriamente a spendere, ma ha trovato un muro di gomma. Avrebbe dovuto trarne le conseguenze e destituire quei dirigenti regionali sordi. Qui, ora, o si fa la Sicilia o si muore. Non c’è più tempo per vuote e inutili parole.
Ott
06
2010
Berlusconi ha avuto il pregio di fare chiarezza: sapere cioè di quanti voti è composta la sua compagine. Alla Camera dei deputati gli mancano sette/otto voti , al Senato è in parità. Così stando le cose, di fatto, Silvio Berlusconi non può fare quasi nulla. Non può soprattutto fare approvare una legge qualsiasi che lo metta al sicuro dai processi. Rimane sulla graticola ed in balìa di Gianfranco Fini. Il quale, a nostro sommesso avviso, conoscendo i numeri, ha messo in atto una tattica che gli consente di uscire smacchiato dalla vicenda Tulliani.
Nel suo messaggio web il presidente della Camera ha precisato di non sapere come siano andate le cose sulla vicenda di Montecarlo, ma che, se dovesse risultare che la campagna de il Giornale fosse vera, non esiterebbe a dimettersi dall’incarico. Questa circostanza sembra si stia consolidando e forse lo stesso Fini sapeva qualcosa di più di quanto ha ammesso.
Quale sarebbe il retroscena? Sarebbe che Fini coalizza una maggioranza parlamentare per cambiare la legge elettorale, subito dopo dimettersi e andare ad elezioni come leader di Futuro e libertà.

Berlusconi, dal suo canto, spinto da Bossi, sta preparando il terreno per arrivare allo stesso risultato: le elezioni. Ma spera di cristallizzare la situazione fino a gennaio 2011, in modo che non ci sia più il tempo di cambiare la legge elettorale, la porcata, e andare ad elezioni col potere intatto di nomina dei candidati. Il che assicurerebbe allo stesso Bossi, ma anche a tutti gli altri capipartito, un enorme potere su tutti coloro che vogliono essere rimessi in lista, secondo un ordine di precedenza che assicuri l’elezione.
I fatti diranno se questo scenario è fondato, ma ci vorrà poco perchè, intanto, ci sarà l’immediato scontro su una delle leggi ad personam e poi quello sulla Finanziaria 2011.
In questo quadro, a perdere sono gli italiani, perchè il Governo e la maggioranza non affrontano la questione di fondo: lo sviluppo, la crescita di ricchezza, l’aumento dell’occupazione.
La presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha tuonato contro l’immobilismo del Governo. Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne hanno preso a cannoneggiare da un altro versante. La Chiesa martella Berlusconi. Gli ebrei sono in rivolta.
 
Il Cavaliere è riuscito nell’impresa di farsi nemici tanti poteri forti, ma egli spera nel suo appeal personale per rivincere le ormai inevitabili elezioni. Non sappiamo se la sua forza mediatica sarà più forte della realtà. Quel che sappiamo è che il Paese langue, il debito pubblico è arrivato all’enorme cifra di 1.838,3 miliardi (il 118,2 per cento sul Pil), la disoccupazione aumenta, le opere pubbliche sono bloccate, la Pubblica amministrazione è nel disastro più completo: tutto questo equivale al  blocco dell’economia.
Il guaio è che questa situazione peggiorerà nei prossimi otto mesi perchè non si vede come questo Governo riesca a fare il suo mestiere, con qualche voto di maggioranza, se ce l’ha. A meno che Berlusconi, con un coupe de theatre non rinunzi alle leggi ad personam e si preoccupi della sorte degli italiani, soprattutto di quelli più deboli: impossibile.

Se Roma piange, Palermo non ride. Neanche Raffaele Lombardo può pensare di fare le importanti riforme che ha promesso col suo quarto Governo di tecnici, contando su una maggioranza effettiva di trentasette voti: tredici dell’Mpa e 24 del Pd (Giovanni Barbagallo, Bernardo Mattarella e Michele Donegani hanno votato contro), poi riesce a raccogliere altri nove voti sulla base di uno scambio. Trattandosi di voti marginali, il prezzo da pagare sarà altissimo.
Come sempre, è abitudine della nostra linea editoriale dare fiducia a chi si accinge a un’impresa anche disperata, come quella di Lombardo. Diamo fiducia perchè è indispensabile che la Sicilia cominci a crescere per fare aumentare il proprio Pil.
Abbiamo più volte elencato le cose da fare, ma due hanno la precedenza: il Piano regionale delle opere pubbliche ed i Parchi progetto dei 390 Comuni per aprire i cantieri e immettere liquidità. Secondo: tagliare 2,9 miliardi dal Bilancio (abbiamo più volte indicato come) per trasferire i risparmi agli investimenti e alla riduzione o cancellazione dell’Irap a carico delle imprese.
Finalmente Lombardo si è accorto che trasformando le Province in Consorzi di Comuni (art. 15 dello Statuto) si risparmiano 400 milioni (ma noi abbiamo conteggiato 500 mln). Meglio tardi che mai.
Set
18
2010
Il fatto: la Regione siciliana non ha mai preparato nei tempi andati, né nei tempi recenti, il Piano aziendale, quello che nelle imprese private si chiama Piano industriale. Il presidente della Regione, Raffaele Lombardo, con la sua direttiva del 7 agosto 2009 ha dato degli indirizzi alle 12 branche amministrative, alias assessorati. Ma a distanza di 13 mesi non vi è traccia di un Piano aziendale, come si desume dalle domande che i nostri redattori hanno posto (e pongono) ai dirigenti generali e ai capi di gabinetto di ogni assessorato.
Se un ente pubblico di qualunque livello, territoriale e non territoriale, non ha redatto un Piano aziendale non è in condizione di sapere quali e quante risorse umane e strumentali abbia bisogno per raggiungere i propri obiettivi, cioè i servizi da rendere a cittadini e imprese.
Com’è noto ai veri professionisti, il Piano aziendale si divide in quattro parti: programmazione, organizzazione, gestione e controllo. Ognuna di esse è essenziale per comprendere alla fine di ogni esercizio la percentuale di risultati sugli obiettivi prefissati.

Se la Regione, nei suoi sessantaquattro anni, avesse redatto il Piano aziendale, avrebbe fissato, di volta in volta come obiettivo primario da raggiungere, l’incremento del Pil su quello nazionale. Com’è noto, il Pil è il dato sintetico che misura la ricchezza prodotta da un territorio. I 57 governi regionali, di cui ben 54 prima della riforma elettorale, a cominciare dal primo presieduto da Giuseppe Alessi (1947) hanno governato alla sans façon, cioè a casaccio. E ancora oggi il governo Lombardo non ha fissato l’incremento del Pil nei cinque anni di legislatura per farlo elevare dal misero 5,6% in cui è relegato. Neanche il documento di programmazione economico-finanziaria (l’ultimo approvato è quello del 2009-2013, perché quello successivo non è stato votato dall’Ars) contiene tali obiettivi.
Se i Governi regionali avessero avuto il Piano aziendale, ne sarebbe scaturito il numero esatto di dirigenti e dipendenti occorrenti alla sua realizzazione. Non essendovi, risulta del tutto arbitrario il numero di 15.600 dipendenti fissato nella legge regionale 11/2010 (art. 51 della Finanziaria).
 
Secondo la nostra stima professionale e comparando le attività con quelle della Regione Lombardia e con il relativo numero che quella istituzione ha alle proprie dipendenze (3.251 dipendenti e 207 dirigenti), la Regione siciliana potrebbe funzionare con soli 10.000 dipendenti e 496 dirigenti, il cui numero è stato fissato con decreto del presidente della Regione del 28 giugno 2010, ripartiti tra 430 dirigenti di area e 66 dirigenti di servizio.
Non appena le singole branche amministrative ci forniranno l’elenco completo dei servizi prodotti (tipologia e quantità), saremo nelle condizioni di determinare il fabbisogno di risorse umane, branca per branca e nel suo complesso. Non vogliamo pensare che i dirigenti generali siano reticenti o che, per non farsi fare i conti in casa, non ci forniscano le informazioni necessarie al conteggio.

In questo quadro si pongono due questioni: una quantitativa e l’altra qualitativa. Quella quantitativa: un esubero stimato di 5.600 dipendenti e 1.704 dirigenti.
Che fare di questi esuberi? La risposta è semplice: metterli in cassa integrazione. Obiezione: la cassa integrazione per i dipendenti regionali non è prevista.
Ma è meglio non prenderci in giro. Se c’è un esubero di personale rispetto alle esigenze, chiamiamolo come vogliamo, ma il proprio status è quello di cassaintegrati con la conseguente riduzione dello stipendio. Eppoi, la cassa integrazione regionale esiste già: si tratta della Resais Spa, nella quale vi è qualche migliaio di inutili dipendenti pubblici. Nulla vieterebbe di mandarvi gli esuberi sopra indicati. Meglio lasciarli a casa che farli venire in Regione.
La seconda questione, quella qualitativa: riguarda l’aggancio dei salari alla produttività. Il Governo dovrebbe impartire disposizioni all’Aran per riformare i contratti, fissando una cospicua parte variabile e quindi collegata ai risultati. Se così sarà, ne vedremo delle belle.
Set
15
2010
Berlusconi sostiene di aver avuto assicurazione dal repubblicano Francesco Nucara, violentemente attaccato da Giorgio La Malfa, che la legione straniera formata da venti deputati sarebbe pronta a soccorrere il Governo. Vedremo dopo il discorso di fine mese i numeri dei votanti a favore e sapremo finalmente la verità.
A noi siciliani interessa, però, il comportamento dell’Mpa e del Pdl Sicilia, i cui leader hanno dichiarato che daranno fiducia al Governo Berlusconi. Sembra che la contropartita sia la firma immediata del decreto dell’Economia per trasferire i 4,3 mld € di Fas (Fondi per le aree sottoutilizzate) alle casse regionali. Questa promessa è stata infranta numerose volte dal ministro Tremonti, il quale firma con estrema rapidità i provvedimenti a favore della Padania, ma fa il duro con quelli a favore del Sud e della Sicilia in particolare. Due pesi e due misure che indicano come l’avvocato di Pavia non sia uno statista super partes.

Le casse regionali hanno disperato bisogno di quella liquidità. Però essa sarà destinata, almeno secondo le dichiarazioni del Governo Lombardo, a obiettivi distorti e, cioè, come spesa corrente, pessimo elemento che non aiuta per nulla lo sviluppo.
La stessa denominazione Fas indica che le somme vanno destinate tutte, e non in parte, per far risalire la china alle aree sottoutilizzate. Fra esse vi è la Sicilia. Ma non a finanziare indennità e stipendi a inutili dipendenti perché non servono alla produzione dei servizi.
Ricordiamo ancora una volta che tutti i siciliani che non si trovano all’interno delle pubbliche amministrazioni, ove invece si trovano i raccomandati, hanno lo stesso diritto di questi ultimi, con la qualifica da loro assegnata dal Consiglio di Stato con ben tre sentenze, che è: aspiranti. è in corso una campagna di mobilitazione affinché tutti gli aspiranti facciano domanda in massa con acclusi i loro curricula sia ai Comuni che alla Regione, per chiedere di essere assunti al pari dei precari raccomandati che già vi sono all’interno.
Il Movimento per le Autonomie è nato per difendere le prerogative dello Statuto e quindi di tutti i siciliani. Non può difendere i precari e ghettizzare gli aspiranti.
 
Dunque, Lombardo ha promesso la fiducia a Berlusconi a fronte della firma del decreto sui Fas. Ci soccorre la vecchia frase “Prima vedere cammelli”. Questa volta Lombardo non si potrà fidare del Cavaliere, se non dopo aver visto coi propri occhi il succitato decreto sui Fas.
Jordi Pujol è riuscito a trasformare la Catalogna dalla più povera alla più ricca regione di Spagna in soli 35 anni, quadruplicando il Pil. I 54 Governi regionali e gli ultimi tre post-riforma non sono riusciti a far aumentare il Pil neanche di un punto in 63 anni (1947-2010). Una fotografia che dovrebbe costituire la gogna per tutti i 57 presidenti della Regione e le maggioranze che li hanno sostenuti. Una gogna per i 90 deputati che costano, come potrete leggere nell’inchiesta pubblicata oggi, ben 28 milioni di euro l’anno contro i 17,4 dei consiglieri della Lombardia.

Solo se Lombardo metterà in atto un piano di sviluppo fondato sulle opere pubbliche, prima fra le quali la sistemazione idrogeologica del territorio; solo se Lombardo punterà sui sostegni alle imprese, esclusivamente mediante il credito d’imposta; solo se Lombardo riuscirà a scambiare parte delle azioni possedute dalla Regione di Unicredit con il controllo di Irfis, da trasformare in banca regionale con l’intervento di un grande manager internazionale; solo se Lombardo si ricorderà che i siciliani sono tutti uguali, non privilegiando più i precari a danno degli aspiranti; solo se Lombardo taglierà il bilancio 2011 di quattro miliardi di euro di spesa corrente per destinarli agli investimenti; solo se Lombardo metterà sotto pressione la macchina regionale perchè spenda immediatamente tutti i fondi europei e statali, cofinanziati dalla Regione; solo se Lombardo farà tutto questo e altre azioni più volte indicate su queste pagine, potrà ragionevolmente impegnarsi con i siciliani per far aumentare il Pil nella sua legislatura, (fino al 2013) dal 5,6 al 7,6 per cento, cioè 20 miliardi in più con la creazione contestuale di oltre 100 mila posti di lavoro.
Sviluppo e lavoro devono essere le stelle polari di Lombardo.
Ago
31
2010
I quotidiani hanno fatto un can-can sulla vicenda giudiziaria di Raffaele Lombardo, preannunciando, non si sa in base a quali fonti, che egli sarebbe stato incriminato per concorso esterno in associazione mafiosa. Quando ai primi di agosto è trapelata la notizia che il procuratore capo di Catania, Enzo D’Agata, non abbia chiesto al Gip alcunchè a carico del presidente della Regione, la notizia è stata pubblicata come fatto di ordinaria amministrazione.
Invece, no. Sarebbe stato opportuno dare la stessa evidenza e lo stesso spazio alla notizia che non coinvolge il presidente della Regione, come quella che l’avrebbe coinvolto.
La questione è rilevante e alla ripresa dell’attività politica vogliamo richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che la Sicilia, passata  (almeno per ora) la bufera, deve ricominciare il suo percorso di rinascita, abbandonando il piattume e l’immobilismo che la tengono inchiodata in uno stato di depressione continua, che dura da 64 anni.

Ora Lombardo si occupi urgentemente di sviluppo e di riforme, abbandonando definitivamente la strada sbarrata dall’euro, dal patto di stabilità e dalle manovre 2008 (L. 133/08) e 2010 (L. 122/2010) dell’assistenzialismo e dell’utilizzo delle risorse finanziarie della Regione come ammortizzatori sociali.
Il presidente della Regione deve tagliare gli sprechi e la spesa corrente, clientelare ed inutile. Bene ha fatto nell’annunciare l’abrogazione della legge 9 del 1986 sulle incostituzionali Province regionali siciliane, ma sottolineiamo il suo silenzio assordante sulla legge 44 del 1965 che equipara l’Ars al Senato mentre dovrebbe essere equiparata al Consiglio regionale della Lombardia. Il presidente della Regione abbandoni la strada dell’assunzione a tempo indeterminato, senza concorso e perciò illegittima, dei precari regionali e comunali. Se continuasse, commetterebbe una grave violazione all’equità tra i cittadini perchè farebbe entrare nella Pubblica amministrazione i privilegiati, perchè raccomandati, lasciando fuori tutti gli altri siciliani che non hanno avuto il privilegio della raccomandazione.
Le pubbliche amministrazioni, regionale e comunali, non hanno bisogno di altro personale perchè tutte (salvo eccezioni) fuori dai limiti del patto di stabilità.
 
Di cosa si deve occupare Lombardo? Di investimenti in attività produttive e di investimenti in infrastrutture. Per questi ultimi è necessario redigere il Piano regionale delle infrastrutture che assommi l’elenco generale dei 390 Parchi progetto comunali. Tutti i progetti regionali e comunali, se redatti in conformità alle rigorose procedure europee, vanno fatti approvare dall’Ue con assoluta celerità, chiedendo il massimo sforzo all’Ufficio regionale di Bruxelles, diretto da Francesco Attaguile. Bisogna aprire subito il Cantiere Sicilia per immettere liquidità nel mercato siciliano e puntare almeno all’aumento di un punto del Pil Sicilia, pari a 850 milioni di euro.
Per quanto concerne le attività produttive, l’assessore alle Politiche agricole Titti Bufardeci solo nei giorni scorsi è intervenuto sulla questione dei 6 mila chilometri quadrati (su 25 mila) di terreni incolti in Sicilia. Le nostre inchieste già da qualche anno hanno puntato il dito contro questa situazione, l’ultima è del 16 aprile 2010.

Abbiamo suggerito alla Regione di redigere un Piano agricolo dell’energia verde che favorisca la coltura di iatropha, canna da zucchero, barbabietola, legno per bio masse e via enumerando,  per la produzione di carburante verde. Contestualmente, in collaborazione con l’assessorato alle Attività produttive, bisogna attivare una trattativa con i produttori di gasolio perchè utilizzino una parte di materia prima verde, il che costituirebbe uno sbocco naturale per la produzione.
Altro filone. Le attività economiche siciliane non riescono ad andare in massa sui mercati per ragioni ataviche di individualismo, ma anche perchè manca un progetto che riunisca tutte le risorse imprenditoriali, professionali ed economiche per convogliarle come un laser sui mercati nazionali ed internazionali. Ecco di cosa si deve occupare la Regione.
Ulteriore iniziativa urgente è quella di mettere a reddito il territorio siciliano, fatto di tesori e ricchezze (borghi, siti archeologici, parchi naturali, riserve marine, musei e via cantando) che non hanno la concorrenza cinese, ma che debbono essere fruiti dai flussi turistici di tutto il mondo che qui verranno quando i servizi e le infrastrutture di trasporto saranno competitivi.
Forza Lombardo, occupati di competitività e concorrenza, ne abbiamo bisogno.
Ago
26
2010
È veramente un cattivo esempio, dopo 64 anni di malgoverno, sentire che ancora oggi la Regione intende violare la Legge pur di assumere dei dipendenti senza che la loro professionalità sia stata validata da concorsi pubblici, ai sensi dell’art. 97 della Costituzione.
Se così facesse la Regione commetterebbe anche una violazione del principio etico di equità sociale, in cima a ogni azione pubblica, e del principio economico di concorrenza. I due principi prevedono che tutti i siciliani debbano avere pari opportunità. Non vi possono essere siciliani più siciliani degli altri. In altre parole, non vi possono essere i raccomandati da un becero ceto politico, entrati nella Pubblica amministrazione, e gli altri rimasti fuori non perché sono incapaci, ma perché è stata loro negata la possibilità di competere ad armi pari in pubblici concorsi.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è presidente di tutti i siciliani, anche se è stato eletto dal 65 per cento dei votanti. Non può e non deve continuare a mantenere il privilegio di chi è stato raccomandato e tenere fuori dalla Pa regionale e locale tanti altri bravi siciliani che, vincendo i concorsi, potrebbero andare a occupare posizioni oggi indebitamente occupate da altri.

Abbiamo espresso più volte solidarietà umana a tanti siciliani che, da anni o da decenni, si trovano nelle Pubbliche amministrazioni senza un contratto a tempo indeterminato. Ma nessuno li ha obbligati a entrarvi, né nessuno obbliga un siciliano a fare il precario.
Si dirà: non c’è lavoro e dunque si è costretti a fare ressa davanti alle segreterie dei cattivi uomini politici che promettono uno straccio di indennità pubblica. Si tratta di una pura falsità, che nessuno fino a oggi ci ha smentito in anni e anni in cui lo scriviamo. La verità è che in Sicilia vi sono decine di migliaia di opportunità di lavoro, ma solo per i competenti e coloro che possiedono professionalità.
Poi, la Regione dovrebbe spiegare ai siciliani in base a quale Piano industriale ha determinato in 15.600 i propri dipendenti contro i poco più di 3.200 della Regione Lombardia. Trascuriamo, ovviamente, la bufala che la Sicilia fa molte più cose della Lombardia.
 
La Legge 42/09 sul federalismo e i quattro decreti legislativi di attuazione (Demanio, Costi standard, Fabbisogni standard, Autonomie locali) stanno stringendo il collare sulle amministrazioni viziose e, nel calcolo dei fabbisogni, peserà anche il personale. Dal 2012 scattano gli standard per gli Enti locali, ma già dal 2011 il forte taglio alle Regioni della legge 122/10 (Manovra) costringerà quelle viziose a ridurre la deleteria spesa corrente.
Vi è poi lo scandalo delle partecipate, che l’assessore regionale all’Economia, Michele Cimino, sta tentando faticosamente e con ogni mezzo di ridurre o abolire. Col decreto firmato, ma non ancora pubblicato sulla Gurs, la riduzione è da 30 a 14. Cimino ha annunciato la cessione della quota Irfis e questo è un errore, perché essa dovrebbe essere scambiata in parte con la quota di Unicredit per formare il Mediocredito regionale.

Abbiamo appreso con soddisfazione che Fintecna ha annullato la gara per la cessione di Tirrenia e Siremar alla Mediterranea holding, un’operazione al di fuori dei compiti istituzionali della Regione che si deve preoccupare di mobilitare le risorse per fare sviluppo, affidato a imprese regionali, italiane o internazionali.
La notizia che l’Ars stia discutendo un ddl per assumere i parenti delle vittime del nubifragio del messinese è stupefacente, prima perché si presume che tali parenti siano disoccupati, e secondo perché è un vizio cronico quello di pensare che la Pubblica amministrazione debba essere considerata un ammortizzatore sociale. Sappiamo che è scomodo farsi il nodo della cravatta con la proboscide di un elefante, ma tentare di far entrare dalla finestra quello che non entra dalla porta è altrettanto scomodo. Piuttosto che far diventare precari altri siciliani, se inabili al lavoro, si dia loro un’indennità qualsivoglia e li si lasci a casa. Oppure la Regione faccia opportuni investimenti per sistemare il territorio, obbligando le imprese ad assumere tali parenti delle vittime. Insomma, si deve cambiare mentalità: dall’assistenzialismo alla produttività e alla ricchezza per i capaci.
Ago
25
2010
Ricordate l’attacco della vecchia canzone “Amore vuol dir gelosia”?  Una bella melodia che esprimeva il concetto secondo il quale nell’amore di coppia debba essere presente il sentimento della gelosia. Noi dissentiamo perché riteniamo che l’amore vuol dire dare e chi dà non può pretendere. Ergo, non c’è spazio per la gelosia. Questo non significa che il rapporto non debba essere giornalmente nutrito da attenzioni, gesti e comportamenti che alimentano la sua esistenza.
Parafrasando quell’attacco, vorremmo dire autonomia vuol dir qualità. Questo non vale solo per la Sicilia ma per qualunque dimensione di territorio ove vive una Comunità che intenda autogestirsi. La sua autogestione deve essere basata sulla qualità e non sulla gelosia o sull’invidia o altri sentimenti negativi.
Ma per venire alla nostra Isola, dobbiamo rilevare che quasi tutti i commentatori che hanno studiato la storia e la politica siciliane, sono arrivati alla conclusione che qui autonomia dei comportamenti e istituzionale non ve ne siano state.

Peggio, dietro il supposto paravento dell’autonomia, il ceto politico e quello burocratico (vogliamo aggiungere le corporazioni di imprenditori, professionisti e sindacati) hanno compiuto nefandezze, sperperando il denaro pubblico della Regione e quello del Governo centrale, attraverso finanziamenti falsi che non sono mai arrivati. Controprova: se in Sicilia fossero state spese veramente in infrastrutture le centinaia di miliardi stanziate dalla Cassa per il Mezzogiorno, la nostra Isola sarebbe la più infrastrutturata d’Italia. Invece, si trova agli ultimi posti della classifica, il che dimostra che il fiume di denaro è andato ad arricchire i faccendieri delle categorie prima indicate.
Il Movimento per l’autonomia, fondato da Raffaele Lombardo, con molto ritardo solo nel 2005, ha colto l’anelito di cambiamento dei comportamenti voluto dai siciliani, ribaltando il principio becero che l’autonomia servisse a creare e mantenere privilegi. L’Mpa si è posto invece l’obiettivo di far camminare la Sicilia con le proprie gambe, abolendo la mano tesa da elemosinanti e cominciando a comportarci da persone serie e professionali.
 
Noi ci siamo sempre rifiutati di pensare che i siciliani siano cittadini di serie B, ma, invece, ci riteniamo soggetti competitivi e in grado di affrontare qualunque circostanza al pari di chiunque altro. Lo dimostrano i nostri conterranei sparsi per il mondo che hanno raggiunto i vertici delle rispettive professioni.
Noi dobbiamo agire con qualità e cioè con le migliori armi professionali, senza ritenerci secondi a nessuno, ma non con comportamento arrogante e presuntuoso, bensì basato sulla nostra attività che intende raggiungere tassativamente obiettivi prefissati.
In questo quadro generale, il Governo regionale ha la primaria responsabilità di guidare una burocrazia regionale elefantiaca, nonchè di dare indirizzi precisi ai 390 sindaci, che poi sono liberi di fare buona o cattiva amministrazione. La Regione deve esercitare la sua funzione fondamentale di controllo, senza consentire che i bilanci preventivi e consuntivi vengano approvati con vistosi ritardi e quindi privando gli Enti locali del loro strumento principale di governo che è appunto il bilancio.
A riguardo, il Governo regionale dovrebbe preparare un ddl col quale si stabilisca, pena la decadenza delle amministrazioni locali, il termine del 31 dicembre di ogni anno per approvare il bilancio preventivo dell’anno successivo ed il termine del 31 maggio per approvare il consuntivo dell’anno precedente, da pubblicare in immediata successione sul sito dell’ente.

Autonomia vuol dir qualità. Qualità significa fissare gli obiettivi concreti e controllare, mese per mese, che essi vengano raggiunti dai dirigenti generali, pena la loro decadenza dall’incarico.
Sì, il punto nodale è quello dei controlli e delle sanzioni. Senza la sezione del controllo - ricordiamo che le precedenti sono programmazione, organizzazione e gestione - l’amministrazione pubblica (e quella privata) non può raggiungere gli obiettivi prefissati. Quando gli obiettivi si raggiungono, essi si chiamano risultati ed è proprio la comparazione tra questi ultimi ed i primi che determina il livello di qualità di chi dirige, che deve ricevere premi o sanzioni in proporzione.
Ago
24
2010
Secondo Tom Barrock, figlio di un ex fruttivendolo, che oggi possiede un patrimonio stimato in 30 miliardi di dollari: “Il debito diventa capitale se si trasformano le inefficienze in opportunità”. Infatti, chi ha capacità e professionalità trasforma le perdite in valore. Chi non ha capacità trasforma il valore in perdite. Tutta questa la differenza fra chi è dotato e ha voglia e passione per quello che fa e chi invece aspetta che qualcun altro gli risolva i problemi.
Parlando con amici (professionisti, imprenditori, professori e altri), ho scoperto che fra essi ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis per la Regione, senza pretendere un euro di compenso. Non si tratta di pensionati o nullafacenti, certamente brava gente, ma di persone di qualità che hanno raggiunto i massimi livelli, ciascuno nella propria attività. Di questi ha bisogno la Regione, non di altri che accedono all’amministrazione per fare i propri interessi. Non si tratta di persone che hanno voglia di mostrarsi o l’ambizione di fare i primi della classe, bensì di gente disponibile a lavorare in silenzio ma concretamente per fare.

Che cosa? Contribuire a stendere il Piano industriale della Regione e a stendere il Piano industriale standard dei Comuni per fasce d’abitanti in modo da determinare con precisione servizi (quantità e qualità) addetti (figure professionali) risorse strutturali, risorse finanziarie. Il tutto secondo lo schema insegnato negli Mba (Master in business administration) per ottenere dai fattori impiegati il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qualche ignorante obietterà che questo metodo organizzativo è proprio delle imprese private. Non è vero. Qualunque organismo che deve produrre servizi si deve dotare del Piano industriale. Diversamente non riesce a fissare gli obiettivi e non capisce se poteva fare di più e di meglio.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è accusato di abuso di spoil system, quel procedimento anglosassone secondo il quale i vertici delle amministrazioni devono godere della fiducia del loro capo. Lombardo l’ha applicato in Sicilia e dunque non si può criticare per questo indirizzo, che vuole una sintonia fra presidente e chi governa la macchina pubblica regionale.
 
Un appunto, però, per obiettività, bisogna farlo a Lombardo. Non se ne voglia se scriviamo con grande trasparenza. Non sempre, fra i professionisti con cui è in sintonia, ha scelto i migliori per qualità e curricula. Spesso ha fatto prevalere la fedeltà sulla capacità. Questo gli nuoce perché chi è preposto a guidare una branca amministrativa non consegue risultati se non ha la stoffa adatta.
In tempi di tagli i risparmi devono essere oculati, non già operando sui servizi ma ribaltando l’organizzazione inefficiente in organizzazione efficiente, per ottenere migliori e maggiori risultati con minori risorse umane e finanziarie impiegate.
Per ribaltare questa situazione di inefficienza generale, la Regione ha bisogno dei migliori cervelli siciliani e fra questi, come prima scrivevamo, ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis perché ormai ha raggiunto i massimi obiettivi della propria attività professionale. A condizione tassativa che abbiano carta bianca per elaborare e realizzare il Piano industriale della macchina regionale, che si trasformi da un antro oscuro e melmoso in un salotto luminoso e radioso capace di attrarre investimenti e di sostenere le attività produttive.

Quelle che scriviamo non sono riflessioni agostane, né oggetto di un colpo di sole, che peraltro io non prendo, ma la maturazione di una linea editoriale che non si rassegna a vedere la nostra Isola penalizzata per sviluppo, povertà, disoccupazione, tasso infrastrutturale, qualità dei servizi.
Una parte di noi siciliani non si sente seconda a nessuno ed è pronta a misurarsi e a competere con qualunque professionista, italiano o estero, per un fare di qualità, capace di raggiungere risultati concreti.
Siamo stufi di sentire chiacchiere da corridoio, nel teatrino della politica, ove attori e comparse recitano la farsa, mentre i siciliani vivono in una condizione di disagio e di impotenza, constatando un vilipendio dell’onestà: ci sono i soldi ma non vengono spesi. Vergogna.
Ago
20
2010
In vernacolo si dice quando una persona scampa un pericolo: è uscita da sotto un tram. Parafrasando, possiamo dire che Raffaele Lombardo, presidente della Regione siciliana, è uscito da  sotto una nave.
I quotidiani regionali hanno riportato la sua ira perché Fintecna ha rinunziato all’offerta di Mediterranea Holding, di cui la Regione è azionista di riferimento col 37%, per l’acquisizione della Tirrenia.
Conoscendo il personaggio, siamo convinti che non si fa mai prendere dall’ira, ma che ragiona sempre a mente fredda. Avrà capito che la rinunzia (per inadempienza della Mediterranea Holding che non si è presentata alla firma del contratto di acquisizione) l’ha fatto scampare dal grave pericolo di imbarcarsi in un’avventura che poteva portare alla Sicilia solo danni. Non si capisce, infatti, come una Regione che ha un debito di 4,5 miliardi di euro, inchiodata da ammortizzatori sociali, con il Pil rispetto a quello nazionale in calo dal 1980 di oltre mezzo punto, poteva mettersi sulla schiena un baraccone pubblico.

Definirlo baraccone è poco. Si tratta, infatti, di un’altra figlia di governi clientelari che hanno ripetuto con Tirrenia quanto avevano fatto con Alitalia. Un baraccone elefantiaco, che pagava super stipendi, con un eccesso di personale (2.200 dipendenti, il cui costo è superiore del 24,6% a quello dei concorrenti privati), assunto in modo clientelare, con un fatturato di appena 250 milioni di euro, che ha prodotto debiti per 700 milioni. Questo, nonostante abbia ricevuto contributi pubblici per 1,2 miliardi.
Con questa gravissima situazione, quale poteva essere l’interesse della Regione ad imbarcarsi sulla Tirrenia? Lombardo non ha spiegato una sola ragione di convenienza ed economicità per un’operazione di tal genere, citando invece ragioni storiche (Florio), la sede sociale a Palermo (ma se non produce utili, non produce imposte) e, ultimo argomento, i cantieri di Palermo avrebbero ricevuto commesse per manutenzione. Quest’ultima è risibile perché, delle due l’una: o i cantieri di Palermo sono competitivi a livello internazionale (in questo caso avrebbero comunque ricevuto le commesse); oppure non sono competitivi e in questo caso non meriterebbero comunque le commesse.
 
Per fortuna della Regione, e di Lombardo,  l’affare è andato a monte e vane sono tutte le minacce di eventuali ricorsi che si assopiscono nel caldo agostano. Così si liberano energie affinché il Presidente possa dedicarsi allo sviluppo dell’economia siciliana e alla creazione di 100 mila nuove opportunità di lavoro, col che dare sfogo a precari e disoccupati siciliani: quest’ultimi non hanno avuto il privilegio  di essere stati chiamati direttamente mediante la raccomandazione.
Dispiace il continuo teatrino palermitano nel quale Lombardo progetta la formazione del suo quarto esecutivo, mentre il suo maggiore alleato, Gianfranco Micciché, dice che le cose come stanno vanno bene e non meritano di essere modificate.
Un teatrino gravissimo, mentre la legge 122/10, entrata in vigore il 31 luglio scorso, impone una manovra durissima alla Regione ed ai Comuni siciliani.

Sosteniamo in pieno Lombardo nel suo programma di abrogare la legge 9/86 relativa alle attuali Province istituite in modo incostituzionale, in quanto violano l’art. 15 dello Statuto siciliano (legge di rango costituzionale). E lo sosteniamo, perché tale legge venga sostituita con un’altra che deleghi ai Comuni la costituzione dei Consorzi per la gestione dei servizi territoriali.
Lo sosterremo ancor di più se vorrà aprire il contenzioso dinnanzi alla Corte costituzionale e alla Corte di giustizia Ue, per la riattivazione dell’Alta Corte (art. 24 dello Statuto), senza la quale sono state compiute vessazioni di ogni genere nei confronti della nostra Isola.
I precari sono in festa, perché il Consiglio di Stato, con decisione n. 4495/2010, ha stabilito che i soggetti che abbiano svolto rapporti a tempo determinato con la propria amministrazione, possono essere assunti a tempo indeterminato, in deroga all’obbligo costituzionale del concorso pubblico previsto dall’art. 97. Il presidente dei siciliani non segua la strada facile di stabilizzare i precari, perché così vìola il principio di eguaglianza tra tutti i cittadini, previsto dall’art. 3 della Costituzione: i precari verrebbero assunti, mentre i disoccupati resterebbero fuori dalla porta. Un’iniquità stridente ed indigesta, da evitare ad ogni costo.
Ago
10
2010
La Lega Nord è il più grande partito autonomista d’Italia, anche perché è riuscito ad allargarsi in un territorio formato da almeno tre Regioni (Piemonte, Lombardia e Veneto). Essa si è anche incuneata in Emilia e Toscana, facendo breccia perfino a Lampedusa, dove una sua concittadina, Angela Maraventano, è stata eletta senatrice del partito.
Bossi, in diverse interviste, ha precisato correttamente che la Lega non è di destra né di sinistra, ma un partito autonomista dei cittadini per i cittadini: un’affermazione che si può sottoscrivere senza alcuna remora.
Il Movimento per l’Autonomia di  Lombardo - costituito solo nel 2005, mentre noi lo avevamo auspicato negli anni Novanta - si muove nell’agone politico senza le tradizionali barriere. Per cui, correttamente, può allearsi con qualunque partito, con l’unica condizione di seguire la rotta nell’interesse esclusivo dei siciliani. Così come ha fatto Jordi Puyol, nel 1974 in Catalogna, e Lee Kuan Yew, nel 1965 a Singapore.

Però, a Lombardo manca la cinghia di trasmissione dell’attività dei dirigenti che li colleghi ai quadri e agli elettori, per cui non ha quei canali di comunicazione indispensabili per dimostrare l’efficacia della propria linea politica.
Le vessazioni che ha subìto la Sicilia, in questi 64 anni di Autonomia, hanno una precisa responsabilità nella classe politica isolana, che ha sempre anteposto agli interessi del nostro popolo la propria carriera. Si sono pronati servilmente quando c’erano da difendere i nostri interessi e accettando colonizzazioni e danni ambientali in nome di un’occupazone che è stata alternativa al benessere delle popolazioni. Con i risultati che possiamo constatare, purtroppo, nella aree di Milazzo, Priolo, Gela e Termini Imerese.
Gianfranco Micciché, che ho conoscuito quando era giovane dipendente dell’Irfis, ha capito che non è più tempo, per la Sicilia, di stare aggregati a un carro che non ne cura gli interessi e, coraggiosamente, ha creato il partito autonomista, denominato provvisoriamente Pdl Sicilia.
Giovedì 29 luglio si è consumata la frattura fra Fini e Berlusconi, un chiarimento indispensabile perché non era più possibile assistere a litigi continui che hanno bloccato Parlamento e Governo.
 
Fini in Sicilia ha quattro deputati all’Ars, con i quali può costituire un altro gruppo autonomista, fuori dal contesto di destra o sinistra.
Anche l’Udc di Saverio Romano, con la sua forza che è preponderante nel partito nazionale, può decidere di diventare un partito autonomista, per uscire dalla logica romanocentrica e collaborare a un progetto di cui la Sicilia ha indispensabile bisogno e le cui parti sono state più volte elencate su questo giornale.
Ultimo, ma non ultimo, il Partito democratico. Abbiamo sentito da tanti esponenti primari la necessità che esso si costituisca in organismo autonomo da federarsi con quello nazionale. è ovvio che Bersani e i maggiorenti centrali dicano di no. Ma qui, in tutti e cinque i partiti, deve essere compreso che la sensibilità dei siciliani si è risvegliata e, per la forte stretta di risorse pubbliche, ambisce che la classe politica sostituisca il becerume della sua condotta con la qualità.

In questa rassegna abbiamo lasciato per ultimo il Pdl lealista di Giuseppe Castiglione, il cui gruppo all’Ars è presieduto da Innocenzo Leontini. Anche loro si sono resi conto che non si può più essere considerati vagone di coda di un Governo che ha spostato il cuore della sua attività al Nord, attratto inesorabilmente da quella calamita che è la Lega.
Qui non si tratta di tirare il lenzuolo dal nostro lato, ma di fare in modo che esso copra ragionevolmente tutte le regioni d’Italia. Il metro dev’essere quello della virtù e della capacità di amministrare bene le risorse pubbliche, stimolando quelle private con  attrazioni e convenienze.
Si è parlato della staffetta presidenziale Lombardo-Micciché del 2013. Può darsi che così sarà, ma nei prossimi tre anni può succedere di tutto con il nuovo scenario politico che si è delineato in questo scorcio dell’estate ante-ferie.
Una cosa, però, è auspicabile: che i partiti operanti in Sicilia abbiano al centro dei loro valori quello dell’Autonomia e la prevalenza degli interessi della Sicilia su altri interessi. E abbiano al centro l’attuazione dello Statuto, che è il cuore dell’Autonomia stessa.
Lug
31
2010
“Montalbano, sono”, è la classica risposta al telefono dell’ormai arcinoto personaggio inventato a tarda età da Andrea Camilleri. Il Nostro, per l’acutezza dei ragionamenti giallistici può essere paragonato a Leonardo Sciascia, per esempio in Unicuique suum un piccolo giallo di meno di 100 pagine. Paradossalmente, il Commissario di Vigata sbroglia le sue matasse con facilità e perviene entro circa due ore alla soluzione del caso.
Non altrettanto fortunato può dirsi Raffaele Lombardo, presidente dei siciliani, perché nel caso che trattiamo (la monnezza) avrà bisogno di tempi ben più lunghi. Venerdì 9 luglio il Consiglio dei ministri lo ha nominato “Commissario delegato per il superamento della situazione di emergenza nel settore della gestione dei rifiuti...”.
Come sempre la burocrazia non ha il dono della sintesi. Rileviamo subito l’errore in cui è incorsa la stampa nel denominare Lombardo Commissario straordinario mentre egli è un Commissario delegato a “predisporre entro 60 giorni dalla data di pubblicazione dell’ordinanza nella Guri - avvenuta il 23 luglio scorso - gli adeguamenti al Piano regionale di gestione dei rifiuti.

Nel secondo comma dell’art. 1 vi sono due gravi violazioni al principio di autonomia della Regione, inspiegabilmente accettate dal presidente Lombardo: la prima riguarda l’intesa obbligatoria con il dipartimento della Protezione civile della Presidenza del Consiglio dei ministri; la seconda è che “il piano è sottoposto all’approvazione del ministro dell’Ambiente...”.
Sappiamo che queste due vessazioni sono state accettate perché hanno costituito condicio sine qua non per ottenere un finanziamento di 200 mln di euro (articolo 7).
Il fatto è che non si tratta di un finanziamento supplementare, bensì di una parte delle risorse Fas 2007/2013, assegnate alla Regione siciliana con delibera Cipe 1/09. Quindi, cornuti e mazziati: sotto la tutela della Protezione civile e del ministro dell’Ambiente per utilizzare risorse che dovevano già essere a disposizione della Regione.
 
Ma vi è un ulteriore fatto grave inserito nell’ordinanza, e cioè che il Piano può essere predisposto “in deroga dell’articolo 9, c. 1 della L.r. 9/10, quella che ha ridisegnato le Ato Spa riducendole a 10, una per ogni provincia e una per le isole.
Quella legge è ben fatta e, se si attuasse rapidamente, non avrebbe bisogno di interventi straordinari, delegati fittiziamente con i nostri soldi dal Governo centrale. Un unico vantaggio procedurale presenta l’ordinanza, e cioè che il Commissario delegato può “tagliare tutte le procedure in presenza di urgenza e indifferibilità dei lavori”.
Cosicché, per legge, viene accantonato il sacrosanto principio di concorrenza che impone la messa al bando di evidenza pubblica di tutti gli appalti per la produzione di servizi pubblici. L’ordinanza che vuole fronteggiare la situazione di emergenza del settore degli Rsu della Regione siciliana non fa altro che ingarbugliare la situazione creando uno strumento amministrativo parallelo alla L.r. sulle Ato Spa, con l’effetto malefico che su questo versante non si potrà raggiungere la tanto sospirata ordinaria amministrazione.

Naturalmente, non è difficile immaginare che - come nel caso del sottosegretario e capo dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso, che ha emesso innumerevoli provvedimenti amministrativi d’urgenza ma che ora è nella bufera - anche Lombardo potrà incappare in situazioni spiacevoli. Sappiamo tutti benissimo che dietro l’immonda questione degli Rsu vi sono loschi affari, vi è l’inserimento prepotente della criminalità organizzata, che lucra parassitariamente, approfittando del bisogno di pulizia dei cittadini.
La criminalità organizzata non si combatte con i provvedimenti di urgenza, che tagliano i controlli di legge e quelli successivi della Corte dei conti. Ma, ribadiamo, si combatte facendo funzionare in modo ordinario la macchina pubblica.
Le 10 Ato spa possono risolvere il problema in tal modo. L’ordinanza della PCM doveva avere solo la funzione di appoggiare la riforma, non di ostruirla
Lug
15
2010
Dobbiamo smetterla di reagire in modo errato quando veniamo colti sul fallo. La questione del Consorzio autostradale siciliano è diventata stucchevole, oltre che gravissima. Ricordiamo brevemente lo scandalo dei cinquecento inutili cantonieri, il personale amministrativo incompetente e litigioso, gli appalti scandalosi, la manutenzione zero.
Una situazione insostenibile che è durata per decenni . Sbaglia Lombardo a parlare “di scippo alla Sicilia” quando la situazione si è incancrenita, mentre doveva intervenire non appena la malattia avesse fatto capolino. Peraltro, il ministro Altero Matteoli, titolare della revoca della concessione, ci aveva preannunciato, già nel nostro forum pubblicato il 3 ottobre 2009, che la situazione non poteva continuare, anche perché le autostrade gestite dal Cas si trovavano (e si trovano) in condizioni di pericolo per gli utenti. 
Anche Pietro Ciucci, presidente dell’Anas, avvertì, nel nostro forum pubblicato il 27 marzo scorso, che la situazione siciliana andava affrontata con rapidità  per  evitare la revoca.

La Sicilia ha l’arduo compito non solo di mettersi le carte in regola, ma di diventare competitiva, in modo da utilizzare ogni centesimo di euro al meglio per costruire infrastrutture e produrre servizi di qualità europea.
Bisogna finirla di piagnucolare e di chiedere l’elemosina. Occorre mettersi nelle condizioni che i costi delle nostre pubbliche amministrazioni, a livello regionale e locale, siano virtuosi, tagliando senza alcuna preoccupazione tutte le spese superflue, non indispensabili a promuovere lo sviluppo.
Per questo è necessario che ogni soggetto - pubblico, o economico controllato dal pubblico - dell’Isola si doti di un Piano industriale che deve portare a conoscenza dei cittadini, pubblicandolo sul proprio sito, procedendo di conseguenza ad un controllo, tappa per tappa, per constatarne la realizzazione nei tempi previsti.
Questo è un modo moderno per amministrare una Regione che ha un finto bilancio di 28 miliardi, oltre che 390 bilanci dei Comuni nei quali la stragrande maggioranza della spesa non è indirizzata agli indispensabili investimenti.
 
I sindaci dei Comuni siciliani sono i protagonisti del benessere dei propri cittadini. Essi dovrebbero essere dei buoni amministratori, competenti e presenti 365 giorni l’anno, mentre si occupano spesso di ben altre faccende.
Nessuno impone ai primi cittadini di fare quel mestiere, ma quando assumono tale impegno bisogna onorarlo con tutte le proprie forze e capacità.
Se noi siciliani non abbiamo le carte in regola, non possiamo chiedere allo Stato di darci risorse, anche perché il nostro bilancio è in condizione di fare fronte a tante necessità, a condizione che la pubblica amministrazione, preposta alla gestione, funzioni come un orologio, con attribuzione di precise responsabilità.
Nessuno impedisce al presidente della Regione di chiedere che le autostrade siciliane siano amministrate da una concessionaria isolana. Ma egli si deve impegnare affinché tale eventuale concesionaria funzioni, né più e né meno, delle concessionarie private che gestiscono gli oltre sei mila chilometri di autostrade italiane. 

Avere l’orgoglio di dimostrare pari o superiori capacità gestionali, rispetto ad altri soggetti nazionali ed esteri, deve diventare un punto di forza della Regione, delle amministrazioni locali ed intermedie. Non sono più tollerabili lo spreco, il clientelismo e la corruzione.
La Sicilia deve diventare nel suo complesso una regione orgogliosa delle sue tradizioni e dimostrare tutte le proprie qualità con comportamenti ineccepibili.
In questa visione sono coinvolti tutti i soggetti primari, da quello politico a quello burocratico, dagli imprenditori ai professionisti, ai sindacati, ognuno per la propria parte.
è inutile lo scaricabarile. C’è bisogno di tutte le forze e le intelligenze capaci, sane e oneste, per imboccare la strada che cominci a diminuire il divario accumulato negli ultimi 64 anni.
Se continuiamo a cincischiare sulle piccole questioni di una piccola politica, anziché avvicinarci all’Europa, ci avvicineremo al dirupo. Punto.
Lug
13
2010
Abbiamo avuto ospite gradito il presidente dell’Unione delle Province italiane, Giuseppe Castiglione, il quale ha sostenuto in maniera impeccabile l’utilità della Provincia come istituzione intermedia tra Regione e Comuni, con importanti compiti: coordinare e rendere funzionali i servizi sovracomunali di ogni genere e tipo, coordinare i finanziamenti per le infrastrutture dei comuni, rendere efficiente il territorio con un’adeguata manuntenzione delle strade provinciali che si interconnettono con quelle comunali, promuovere il turismo della provincia geografica, riordinare il sistema e lo smaltimento dei rifituti solidi urbani e via enumerando.
Conveniamo con Castiglione su tutto quanto precede e conveniamo anche che l’articolo 114 della Costituzione prevede per il territorio nazionale tre livelli: Regioni, Province e Comuni.
Tuttavia l’articolo 15 dello Statuto siciliano, di pari rango costituzionale della Magna carta, prevede che in Sicilia l’istituzione intermedia assuma la fisionomia di un Consorzio di Comuni, gestito da un’assemblea di sindaci, che portano in quel luogo le istanze e le necessità prime del territorio. Sono loro a scegliersi un presidente fra essi o esterno.

Come si vede, da quanto scriviamo da trent’anni, non è in discussione l’istituzione sovracomunale, bensì che essa assuma una forma contraria allo Statuto, come ha fatto illegittimanente l’Assemblea regionale con legge 9 del 1986.
Siamo ben contenti che, finalmente, a forza di battere questo tasto in tanti decenni, sia il presidente regionale Raffaele Lombardo, che i colleghi di altri quotidiani regionali siano arrivati sul punto, per ripristinare correttamente il suo dettato statutario.
L’aspetto più importante della trasformazione delle province da istituzioni autonome a istituzioni sovracomunali è l’abbattimento dei costi per un apparato, che abbiamo più volte quantificato in circa 500 milioni di euro, secondo il seguente semplice conteggio: le nove Province costano alla Regione all’incirca 1,1 miliardi. Dell’ammontare circa 600 milioni sono destinati alle manutenzioni, spese che comunque si dovrebbero fare, il resto invece potrebbe essere risparmiato.
 
La trasformazione della forma non intaccherebbe minimamente la validità della sostanza. Qui vogliamo dare atto a Castiglione che ha effettuato nella Provincia regionale di Catania delle buone innovazioni, oltre ad aver tagliato i costi riducendo il numero degli assessori, previsto i concorsi a dirigenti per le promozioni, ridotto il numero dei precari, attivato il sito per aumentare il tasso di trasparenza.
Tutte cose che possono essere ulteriormente sviluppate e potenziate, oltre che estese alle altre province geografiche della Sicilia, anche se la forma sarà quella di Consorzi di Comuni.
Ci vuole buon senso per fare le cose, basato sull’interesse di tutti e non di pochi. L’amministrazione del territorio non può esser fatta sull’interesse delle parti, interesse di tipo privatistico, che deve essere sempre subordinato a quello dei cittadini. Rispondere alla domanda “Che cosa è meglio per tutti?” è il modo più sicuro per esercitare il vero servizio pubblico.

Dunque, si coniuga perfettamente l’intenzione di Lombardo di ripristinare la legalità costituzionale dello Statuto, con l’esigenza di risparmiare, ripetiamo, 500 milioni di euro (mille miliardi di lire), con la proficua attività di Castiglione, quale presidente della Provincia regionale di Catania e dell’Unione delle Province italiane. Quello che conta non è l’intenzione ma il comportamento, di cui bisogna abituarsi a dar conto continuamente senza sotterfugi nè imbrogli.
è difficile che qualcuno ci possa accusare di partigianeria perchè gli argomenti che andiamo scrivendo risalgono a tempi non sospetti. In ogni caso non ci interessa se qualche sprovveduto usi argomenti scorretti,  perchè quanto precede è tutto scritto, nero su salmone. Ora si tratta di far presto. Portare il ddl di riforma all’Ars e ottenerne il consenso di almeno 46 deputati che abbiano a cuore l’interesse dei siciliani e che capiscano che è venuta l’ora in cui la Sicilia metta le carte in regola anche in questo versante.
Giu
25
2010
Quando, verso la fine degli anni Novanta, parlavo con Raffaele Lombardo sulla necessità che in Sicilia si costituisse un partito autonomista, gli ricordavo la brillante storia della Catalogna e del suo fondatore Jordi Pujol che, dal 1976, ha condotto quella regione dall’essere la più povera della Spagna a diventare la più ricca del Paese iberico. Lombardo ascoltò e non disse niente. Ma poi, qualche anno dopo, mise mano al Partito autonomista che, nel volgere di qualche anno, ha raccolto consensi per circa il 16% (elezioni europee del 2009).
In questi anni si è svegliato anche Gianfranco Micciché il quale ha di fatto staccato un pezzo del Pdl in Sicilia, all’incirca il 50%, per costituire  un embrione di Partito autonomista. Per ultimo, il capogruppo del Pd all’Ars, Antonello Cracolici, insieme a Giuseppe Lumia, componente della Commissione parlamentare antimafia, sta progettando di statuire il Pd autonomo della Sicilia.
C’è un movimento generale che sta cercando di cogliere lo stato di grave insoddisfazione della popolazione siciliana.

Micciché, di fatto, si sta muovendo sotto la copertura non ufficiale di Berlusconi, il quale ha interesse che nella sua coalizione vi siano tante anime che agiscano autonomamente, pur facendo riferimento a lui medesimo.
è interesse del Cavaliere che, a fronte del primo partito autonomista d’Italia, la Lega nord, ve ne sia anche uno in Sicilia e forse anche in qualche altra regione. Quando si apre un mercato gli altri soggetti, se vogliono restare competitivi, devono adeguarsi. Ecco spiegata l’iniziativa di Cracolici e compagni. è un bene o un male che vi siano questi movimenti che puntano verso una sorta di cambiamento della stagnazione della politica regionale?
A nostro avviso si tratta di iniziative positive. Lo dimostra il fatto che in 40 anni, dal 1970 al 2010, il Pil della Sicilia sia rimasto a quel misero 5,6% del Pil nazionale. Il che significa che in termini reali nel 2010 la Sicilia non produce circa 47 mld di ricchezza.
 
Autonomia dal centro non significa portare nella Regione gli stessi difetti dei Ministeri, ma ribaltare il modo di amministrare, tagliando sprechi, privilegi, rendite di posizione e soprattutto mettendo il bavaglio alle corporazioni che distruggono ricchezza e assorbono in modo parassitario attività che dovrebbero essere utilizzate in  maniera ben diversa nell’interesse di tutti i siciliani.
Abbiamo più volte pubblicato con le nostre inchieste, le differenze abissali delle spese per branca amministrativa tra la Sicilia e la Lombardia. Il dato macroscopico è che la Sicilia ha un organico di 15.600 dipendenti a tempo indeterminato e oltre 6.000 a tempo determinato contro i 3.417 della Regione Lombardia. La Sicilia è riuscita a collezionare circa 2.065 dirigenti contro i 226 della Lombardia.
In Sicilia l’Ars costa 170 milioni contro i 72 del Consiglio regionale della Lombardia. Un deputato regionale percepisce circa 26 mila euro al mese lordi, un consigliere regionale della Lombardia ne percepisce 18.000.

Occorre quindi fare buona amministrazione, questo vuol dire fare autonomia. Altrimenti si fa un’operazione di solo maquillage, di illusionismo. Che è un ulteriore becero modo per prendere in giro i siciliani, i quali, invece, hanno bisogno di una classe dirigente meticolosa che impronti la propria azione ai valori etici.
Infatti non vi può essere politica senza etica, non vi può essere politica senza lavoro, non vi può essere un’azione correttiva che imbocchi la strada dello sviluppo, se non si tengono presenti i tre valori principali delle istituzioni: equità, merito e responsabilità. Questi valori non sono di proprietà di alcuna parte politica, nè Destra, nè Centro, nè Sinistra, ma solo di chi ha buon senso e agisce nell’interesse generale. L’interesse generale è che il bilancio della Regione, approvato il 30 di aprile con entrate e uscite in pareggio fittizio di circa 28 mld, è un bilancio ingessato, perchè quasi tutto destinato alle spese correnti. Con questo strumento non si va da nessuna parte.
Giu
05
2010
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha assunto il movimento di protesta dei 22.500 privilegiati e raccomandati (definiti precari) che affollano inutilmente i Comuni della Sicilia. Spieghiamo per l’ennesima volta l’avverbio inutilmente nel senso che non esiste alcun Piano industriale di Comune che abbia determinato quali e quante figure professionali servano per produrre i servizi essenziali ai propri cittadini.
Se sono inutili, nel senso sopraindicato, non si capisce perché con i nostri soldi debbano essere pagati i loro stipendi, visti come ammortizzatori sociali e non come necessari alle attività istituzionali. Si tratta di una palese distorsione degli equilibri di una comunità ove vi sono tanti siciliani che cercano lavoro (e se hanno competenze lo trovano) e tanti altri privilegiati e raccomandati (ripetiamo) che si trovano dentro l’ambiente pubblico indipendentemente dalle loro competenze e dalle necessità dell’ente.

Non è solo Lombardo colpevole di questa iniziativa. I rappresentanti di tutti i partiti che operano in Sicilia gli sono solidali e alimentano un coro di proteste dannoso allo sviluppo dell’Isola, perché qui bisogna smetterla di pagare stipendi senza alcun risvolto produttivo. è ben comprensibile l’aspetto umano delle richieste di questi privilegiati e raccomandati (chiamati precari pubblici). Ma deve essere altrettanto comprensibile l’amarezza di altri centinaia di migliaia di siciliani che, non essendo stati raccomandati, non sono entrati nelle amministrazioni pubbliche.
Allora, delle due l’una: o Regione e Comuni pagano un’indennità indistintamente a tutti i disoccupati siciliani, oppure a nessuno di essi. In Sicilia, non possono più coesistere figli e figliastri. Tutti i siciliani devono avere pari doveri, diritti e opportunità. Il metodo del favore scambiato con il voto è una vergogna meridionale che in Sicilia i movimenti autonomisti devono cancellare. Se basassero il loro irrompere sullo scenario politico siciliano sullo stesso clientelismo, avrebbero fallito in partenza il loro scopo. C’è bisogno che Lombardo, per primo, faccia imboccare all’Isola la strada dello sviluppo.
 
Questa strada è fatta di investimenti, attrazione di imprese estere e nazionali sul nostro territorio, appeal con cui rivestire tutti i beni culturali, paesaggistici e ambientali che possediamo, mettendoli su un grande supermercato qual è internet, in modo che tutto il mondo possa vederli, desiderarli per poi venire qui a toccarli con mano.
è indecente che Regione e Comuni tardino tanto a mettere i propri siti web in condizione di essere visitati da chiunque ne abbia interesse; è indecente che Regione e Comuni non abbiano ancora attivato tutti i processi telematici perché le procedure comincino a correre; è indecente che ancora oggi si discuta tanto e si produca poco non attuando le leggi che via via l’Ars ha attivato e che restano lettera morta per l’incapacità di renderle operative telematicamente.
Basta con i privilegiati e raccomandati (precari pubblici) che si annidano nel bilancio regionale; basta con i privilegi di corporazioni che succhiano danaro pubblico; basta con i parassiti che assorbono risorse; basta con gli evasori fiscali e contributivi che danneggiano la collettività e la concorrenza; basta con l’opacità che impedisce ai cittadini di guardare dentro il Palazzo.

Ecco cosa deve fare il Governo regionale: dire basta a questa incredibile serie di anomalie che tiene inchiodata la Sicilia a quel misero 5,6 per cento del Pil nazionale. Questo è il dato centrale, tutto quello che vi gira attorno è fatto di vuote chiacchiere da Bar dello Sport.
Sfidiamo qualunque responsabile istituzionale, a cominciare dal presidente della Regione, per seguire con gli assessori regionali, i deputati regionali, i dipendenti dell’Ars, i sindaci e via enumerando, a smentire queste argomentazioni e a scriverci per comunicarci quale sarebbe la loro linea di politica economica e di taglio delle spese che vada nella direzione dello sviluppo, misurato con l’aumento del Pil.
Sfidiamo qualunque privilegiato e raccomandato (precario pubblico) a smentire che si trova in quel posto perché qualcuno abbia fatto il suo nome e non per eventuali proprie capacità.
Scriveteci. Pubblicheremo qualunque lettera argomentativa.
Mag
21
2010
L’opinione pubblica siciliana si sta interrogando sul retroscena che ha scatenato il quotidiano Repubblica contro Lombardo, senza che vi fosse alcuna accusa penale o addirittura alcun avviso di garanzia di indagini in corso.
Dagli indizi cosparsi sullo scenario politico, possiamo dedurre che la guerra è partita da chi vuole tenere la Sicilia sotto il tacco e, precisamente, da quei poteri forti che non sopportano la ribellione di chi si sente asfissiato da prepotenze e vessazioni. La questione non è nuova. In passato chi ha tentato di fare emergere una forma di vera Autonomia è stato ucciso politicamente.
La Sicilia è stata sempre considerata una colonia, sin dai tempi dell’Impero romano, figuriamoci dopo la conquista da parte della famiglia sabauda. Garibaldi è stato uno strumento della potente massoneria inglese, ma egli stesso, quando si accorse che gli impegni nei confronti della Sicilia venivano sistematicamente disattesi, tuonò fortemente nel Parlamento piemontese, seppure senza esito alcuno.

I proconsoli di chi vuole tenere sotto il giogo la nostra Isola, non sopportano che la Sicilia stia con la schiena dritta. Mentre dovrebbero vergognarsi di stare genuflessi di fronte ai loro padroni, di destra e di sinistra, per trarne esclusivamente vantaggi personali.
In questo maledetto momento di crisi economica, vogliamo rendere pubblico apprezzamento nei confronti di tre uomini politici che stanno mostrando di avere attributi adeguati per opporsi alla schiavizzazione del popolo siciliano. Essi sono, in ordine alfabetico: Antonello Cracolici, Raffaele Lombardo e Gianfranco Micciché, coraggiosi, intuitivi e sensibili alle esigenze di chi ha patito 150 anni di sottomissione e di sottosviluppo.
Ricordiamo per l’ennesima volta che la Sicilia, prima dell’Unità, produceva un Pil pari a quello del Piemonte e della Lombardia. Oggi è quattro volte inferiore. Il resto è fatto solo di chiacchiere da caminetto. Quelle chiacchiere che consentono di dar fiato alla bocca di minuscoli personaggi che non hanno niente da offrire a chi combatte nel nostro territorio.
 
Dei tre personaggi indicati, solo uno poteva essere coinvolto in indagini giudiziarie: Raffaele Lombardo. è il solito tentativo che prescinde dall’indagine stessa, nella quale i magistrati debbono andare fino in fondo, ma dirci presto a quali conclusioni sono arrivati.
Il blocco che Lombardo ha messo nei settori di rifiuti ed energia, per alcuni gruppi imprenditoriali del Nord è intollerabile. Noi scriviamo da anni come si trattasse di uno scandalo annunciato la proliferazione delle concessioni in materia di energia eolica, come è emerso in Sardegna, e della vergognosa iniziativa riguardante il rigassificatore di Priolo, un’autentica bomba che conquistatori vogliono inserire in un ambiente devastato, ad altissima pericolosità, con tasso di mortalità per carcinoma quattro volte superiore a quello nazionale e con un identico record in materia di nati malformati e di aborti terapeutici.
Il blocco di Lombardo sui termovalorizzatori è stata un’altra mossa che gli ha attirato le ire di altri imprenditori del Nord, che ritenevano la Sicilia un luogo ove potessero spadroneggiare come avevano fatto nel passato, complici tanti presidenti della Regione.

Siamo a un punto di svolta. La guerra ha raggiunto alti livelli ed è molto difficile che si risolva con un armistizio, perché stanno di fronte due intendimenti contrapposti. C’è chi vuole che la Sicilia rimanga soggiogata ai poteri forti, c’è chi, invece, intende il rispetto integrale del nostro Statuto, Carta costituzionale fondamentale alla base del Patto sottoscritto con il popolo italiano.
Comprendiamo la tecnica secondo cui bisogna colpirne uno perché altri cento capiscano, ma è ora di dire basta a questi comportamenti mafiosi che quaquaraquà usano vilmente senza por freno alla loro ingordigia.
Tutto quello che scriviamo, tuttavia, non giustifica per niente il fatto che non abbiamo le carte in regola sul piano della buona amministrazione e del Piano strategico per lo sviluppo autonomo. Anche su questo versante, occorre una sterzata decisiva.
Mag
18
2010
Non è da Paese civile apprendere dai giornali che un cittadino potrebbe essere arrestato. Ci riferiamo al caso del presidente della Regione, Raffaele Lombardo, del quale il quotidiano La Repubblica ha anticipato con paginate la restrizione cautelare. La smentita del procuratore capo, Enzo D’Agata, della richiesta di arresto al Gip, non è estesa al fatto che l’indagine non sia in corso, che la stessa sia già conclusa e quale sarà il prossimo passo della Procura di Catania.
Tenere in sospensione una vicenda che riguarda non tanto il cittadino Raffaele Lombardo quanto tutti i siciliani che l’hanno eletto, e con esso Governo e maggioranza, è pericoloso, perché crea un’impasse politica più dannosa del far male. La Sicilia è nelle condizioni disperate di dovere a tutti i costi fare le riforme che ne aumentino competitività, concorrenza, efficienza, in modo da attivare il processo virtuoso composto da investimenti in infrastrutture e attività produttive.

Non si tratta di fare cose straordinarie, ma di redigere un Piano industriale per la Sicilia nel quale siano equilibrate le risorse per le diverse esigenze, tagliando fortemente la spesa corrente e spostandola su quella strutturale. Non è più accettabile, per esempio, come abbiamo pubblicato nella nostra inchiesta di giovedi 13 maggio, che l’Assemblea regionale costi 171 mln contro i 72 della Lombardia, che un suo commesso percepisca più di 80 mila euro l’anno contro la metà del suo collega lombardo. O che i Comuni spendano largamente  in inutili consulenze, come risulta dall’inchiesta di oggi.
Questo è il significato dei costi standard: lo stesso servizio deve costare la medesima cifra sia a Milano come a Palermo. Bisogna che si rassegnino legislatori e pubblici amministratori siciliani a questa realtà, che non consente ulteriori ritardi nel rientrare dentro l’alveo di una corretta amministrazione del denaro pubblico.
Proprio queste riforme deve fare la maggioranza che regge il governo siciliano, gettando dietro le spalle con senso di responsabilità i diversi contrasti, gli interessi personali e quelli di parte, per lavorare tutti insieme nell’unico, superiore interesse dei siciliani. In questa direzione devono sostenere l’azione i quattro quotidiani siciliani. Noi lo facciamo.
 
Lo scenario che si dovesse presentare in caso che la supposta richiesta d’arresto del Presidente della Regione venga accolta è devastante. Non perché qualsiasi cittadino, qualunque incarico pubblico rivesta, non debba essere giudicato dal suo tribunale naturale, ma ora, a fine legislatura, quando cioè si possono fare riforme impopolari, un cambio della guida della Regione sarebbe traumatico perché comporterebbe bruciare molto del tempo che ci resta.
Con ciò non vogliamo dire che i magistrati non debbano fare il loro lavoro. Tutt’altro. Ma è interesse di tutti che lo facciano non solo in modo approfondito, senza interventi di nessuno, ma che lo facciano presto. L’opinione pubblica deve sapere come intendano agire in modo che si possa affrontare il prossimo futuro in modo tempestivo.

La Regione è chiamata ad una forte azione politica e giudiziaria, per ripristinare il patto fra il popolo siciliano e quello italiano, condensato nello Statuto di cui il 15 maggio si è celebrato il 64° anno. Lo Statuto è stato stracciato e calpestato non solo da governi e maggioranze nazionali, ma anche da tutta la classe politica siciliana che: o non l’ha difeso con tutti i mezzi, oppure addirittura, l’ha usato per fare i propri interessi privati.
Per far valere le ragioni del nostro Statuto è indispensabile una forte maggioranza, indipendentemente dal fatto che essa sia collegata a partiti nazionali, perché si deve capire, ora e subito, che la situazione è molto grave e peggiorerà non appena il ministero per la Semplificazione pubblicherà l’elenco dei costi standard e degli standard di efficienza.
Se da un canto, quindi, bisognerà ridurre le spese, dall’altro dobbiamo necessariamente ottenere quanto ci spetta nella puntuale osservanza degli articoli 36, 37 e 38 dello Statuto. Per ottenerne l’adempimento è necessario che si ripristini l’attività dell’Alta Corte (art. 24) e che tutti i beni demaniali vengano trasferiti alla Regione (art. 32), perché la Sicilia possa portare davanti all’alto Consesso le leggi dello Stato che confliggono con quelle della Regione. Cioè deve ripristinarsi il fondamentale principio della reciprocità.
Mar
20
2010
Il presidente dei siciliani ha dichiarato , parafrasando una celebre frase di Winston Churchill, che “il bilancio 2010 sarà lacrime e sangue”. Una dichiarazione molto impegnativa. Significa un progetto di bilancio che taglia fortemente la spesa corrente e, noi aggiungiamo, la parte cattiva, cioè gli sprechi e le spese parassitarie.
Non è impossibile, su un bilancio teorico di circa 27 miliardi, tagliarne 2 o 3. Non ripeteremo, per non annoiare gli affezionati lettori, l’elenco dei tagli. Ne ricordiamo quattro: a) trasformare le Province in Consorzi di Comuni, ai sensi dell’art. 15 dello Statuto autonomo, con un taglio di 1 miliardo e 100 milioni; b) riportare la spesa per i farmaci alla media nazionale, con un taglio di 500 milioni; c) dimezzare la spesa per la formazione, con un taglio di 125 milioni; d) annullare la famigerata tabella “H”, con un taglio di 100 milioni. Oltre al taglio del costo della politica (consiglieri e assessori locali, auto blu, consulenti, indennità e stipendi ai deputati dell’Ars e così via), con un risparmio di 300 milioni.

È evidente che siamo tutti d’accordo quando le lacrime e il sangue sono degli altri, mentre cominciamo a strepitare quando sono nostri. La difficoltà di un’operazione di questo genere sta proprio nell’avere il coraggio di scontentare le categorie privilegiate, che hanno lucrato sul denaro pubblico per arricchirsi personalmente.
Il che può voler dire anche perdita di consenso elettorale. Ma il Governo e la maggioranza non devono essere timorosi, se in contrapposizione realizzano progetti di alto profilo sui quali  gli astensionisti daranno il loro consenso.
Ormai la scelta è inequivocabile: scontentare i clientes, negando i favori privati o servire la collettività con un miglioramento sensibile di strutture e servizi pubblici.
Per ottenere questo risultato è indispensabile la riforma della Pubblica amministrazione, recependo immediatamente tutta la legislazione prodotta da Brunetta, in particolare, l’ultima versione del Cad (Codice dell’amministrazione digitale).
 
Sacrificando corporazioni e clientes e risparmiando i 2 o 3 miliardi cui prima si accennava, il Governo può fare un piano di infrastrutture regionali insieme ai parchi-progetto degli Enti locali. Da precisare che tali parchi-progetto devono essere cantierabili e non avere la forma di inutili intenzioni.
Attraverso l’apertura di centinaia di cantieri in tutta l’Isola, si possono mettere in moto decine di migliaia di posti di lavoro e dare così una risposta concreta e immediata alla richiesta di occupazione. Si può anche dare una risposta concreta ai precari della Pubblica amministrazione, ai dipendenti della SicilFiat, ai forestali e a tanti altri che finalmente, dopo opportuna riqualificazione professionale, possono fare un lavoro produttivo e non parassitario, come oggi. Il quadro è chiaro, l’indirizzo è preciso. Nessuno cerchi scuse, perché quanto precede è cristallino.

La chiave per realizzare le cose che precedono sta in una serie di procedure semplici e agevolate dalle burocrazie regionale e locali, che devono assistere con forte collaborazione tutte le imprese destinate alla realizzazione di opere. Il ceto politico deve intervenire con rigore e tempestività sui direttori generali dei dipartimenti quando questi non ottemperano al loro preciso obbligo di rilasciare le autorizzazioni in tempo reale, da contarsi in giorni e non più in mesi o anni.
L’azione della Pubblica amministrazione deve essere supportata dalla informatizzazione generale, in modo che i rapporti vengano gestiti esclusivamente per via telematica, cosicché ne resti traccia e si sconfigga l’estesa corruzione consistente nei favori di chi li chiede e di chi li concede: un comportamente incivile da colpire con l’esecrazione dell’opinione pubblica.
Lacrime e sangue sì, ma finalizzati all’obiettivo di fare crescere il Pil della Sicilia. Ora, non fra dieci anni. L’attuale classe dirigente siciliana dev’essere consapevole della propria responsabilità, in modo da non far ricadere le proprie colpe sulle successive generazioni.
Mar
06
2010
L’Assemblea regionale deve approvare questo mese il bilancio preventivo 2010, per far rientrare l’attività dell’amministrazione nella normalità. In atto, funziona  in via provvisoria.
Com’è noto, il bilancio di un ente è lo strumento finanziario per attuare la politica del Governo, politica fatta di scelte secondo le quali si decide un’azione piuttosto che un’altra, quindi qualcuno si accontenta e qualche altro si scontenta.
Ma la questione non è questa: accontentare o scontentare. La questione è mettere il bilancio della Regione al servizio del programma politico che il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha depositato presso la Corte d’Appello di Palermo il 4 febbraio antecedente alle elezioni regionali del 13 e 14 aprile 2008. In quel programma sono scritti gli obiettivi che lo stesso presidente ha fissato e ha sottoposto al vaglio dell’elettorato.
Il sessantacinque per cento dei siciliani, cioè una vistosa maggioranza, l’ha confermato e pertanto il contratto è stato sottoscritto. Ora Raffaele Lombardo ha l’obbligo di onorarlo senza tentennamenti e senza cedere a ricatti o pressioni.

È noto, finalmente, che il presidente dei siciliani non è eletto dai deputati dell’Assemblea e, dunque, ha il dovere e il diritto di governare indipendentemente dai mal di pancia degli stessi deputati regionali. La Sicilia ha bisogno di riforme profonde per imboccare la crescita del Pil che, come sanno gli economisti, è il dato sintetico di tutto quello che si fa. Se il Pil della Sicilia rimane inchiodato al 5,5 per cento, com’è da 40 anni, dimostra in modo inequivocabile e senza alcuna attenuante che tutti i governi regionali sono stati inefficienti e hanno fallito la missione loro affidata dai siciliani.
Il Pil non può crescere se l’amministrazione regionale non funziona in modo ordinario, con una efficienza ordinaria e con la capacità di realizzare gli obiettivi che il Governo le affida. I 26 dirigenti generali, che gestiscono 28 dipartimenti regionali, e i 17 dirigenti generali della Sanità, hanno il compito di spendere al meglio le risorse loro affidate, coniugando il raggiungimento degli obiettivi con l’inserimento della massima qualità possibile nei servizi da loro prodotti.
 
Il bilancio regionale dev’essere composto in modo tale da prevedere cospicui risparmi sulla spesa corrente, girandoli alla spesa per investimenti, di cui la Sicilia ha estremo bisogno. Investimenti che servano a riqualificare, per esempio, il territorio, in modo da attrarre gruppi economici da tutto il mondo sulla nostra terra, per sfruttare il grande patrimonio di ricchezze e metterle a reddito.
È proprio in questo mese che si capisce se la politica economica della Regione vira dall’inefficienza più nera degli anni precedenti a un’efficienza fatta di possibili risultati. I tre gruppi che sostengono il Governo Lombardo (Mpa, Pdl-Sicilia e Pd) devono trovare un accordo omogeneo per spendere i quattrini dei siciliani verso attività produttive di ricchezza. Se, invece, approvassero il solito bilancio pasticciato e pieno di favoritismi, con contributi a pioggia a favore dei clientes, il mantenimento di società partecipate inutili, ammortizzatori sociali che violentano il buon senso o altro, anche il 2010 sarebbe destinato a essere utilizzato in modo piatto.

Abbiamo esperienza di quello che accade all’Assemblea regionale e sappiamo come molti deputati - denominati consiglieri nelle altre Regioni, che costano ai siciliani il doppio di qualunque altro consigliere perché i loro compensi sono equiparati a quelli dei senatori (l.r. 44/65) - dovrebbero avere la forza morale e il buon senso per capire che l’era dei clientelismi è finita. Anche i soldi sono finiti. E, d’altra parte, la Sicilia ha l’indispensabile necessità di rialzarsi. Ora e non domani. Sprecare anche il 2010 sarebbe un ulteriore fallimento di una classe politica che ha profondamente deluso gli isolani in questi 60 anni e soprattutto in questi ultimi 20.
Immettere ancora dirigenti, anche sotto forma di vice, in una struttura regionale elefantiaca, dove ve ne sono già oltre 2000, contro i 200 della Lombardia, è un comportamento criminogeno, perché significa aumentare ulteriormente la spesa corrente.
Attenzione, Governo e deputati: non potete fallire anche questa occasione. Approvate il bilancio 2010 in modo saggio, efficace e produttivo.
Feb
19
2010
L’amministratore delegato di Unicredit, la banca multinazionale che ha assorbito anche il glorioso Banco di Sicilia, ha comunicato che dal prossimo 1° novembre cesseranno le funzioni sia il consiglio di amministrazione, in atto presieduto da Ivan Lo Bello, sia la direzione generale. Si tratta di due strutture costose, che sarebbero state utili se avessero goduto di autonomia, ma inutili nella logica di un gruppo internazionale che può gestire specificità, ma solo nell’ambito di una visione sovranazionale.
Al posto di queste due strutture ci sarà una direzione regionale, analoga a quella di altre banche nazionali, che risponderà all’istituto di piazza Cordusio dell’andamento degli affari in Sicilia.
In questa semplificazione è da augurarsi che il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, si attivi subito per scambiare una parte delle azioni di Unicredit, possedute dalla Regione, con il pacchetto di azioni di controllo dell’Irfis, in modo da acquisire l’istituto e trasformarlo, come più volte sollecitato da questo foglio, insieme a Crias e Ircac, in un istituto di credito regionale.

In Sicilia, è indispensabile che esista una banca capace di fare interventi nel capitale di rischio delle piccole e medie imprese (il 96 per cento del tessuto economico), nell’ordine di uno o due milioni di euro, con l’apporto di risorse professionali da fornire in ogni azienda, in modo da aiutare gli imprenditori a stendere e ben gestire i relativi business plan in aderenza al mercato.
La questione di fondo è proprio questa: le imprese siciliane devono essere capaci di stare sul mercato, offrendo prodotti e servizi competitivi non solo a livello nazionale ma anche internazionale. Perché ciò accada, è necessario che gli imprenditori abbiano una qualificata preparazione (l’intuito è indispensabile ma non basta) e che possano contare su un insieme di regole istituzionali cristalline, osservate e fatte osservare da tutti, le quali consentano di basarsi sull’equità e sulla trasparenza, valori che produrrebbero la competitività. Senza questi due valori, il sistema istituzionale-economico si imballa e non funziona.
 
Il modello Unicredit-BdS dovrebbe essere preso seriamente in esame dalla Regione per sbaraccare sovrastrutture e incrostazioni che non consentono la snellezza e la velocità di esecuzione delle linee politiche stabilite dal governo.
Fra qualche giorno pubblicheremo una pagina promemoria per il Governo regionale (esecutivo) e un promemoria per l’Assemblea regionale (per favore, non chiamamola parlamento, parola che non esiste nello Statuto), su questioni legislative e ispettive.
Il disegno dei 12 assessorati più la Presidenza sembra funzionale. Deve essere reso effettivamente efficace, facendo redigere ai 26 dirigenti generali i 28 Piani industriali (uno per ogni Dipartimento, tenuto conto che due sono in gestione ad interim). I professionisti dell’organizzazione sanno quali sono gli elementi dei Piani industriali che qui non elenchiamo. Senza di essi il Governo non ha la possibilità di controllare che i Dg raggiungano gli obiettivi, perché mancano i tempi, i modi e le risorse umane ed economiche descritti.

Dopo aver sbaraccato tante infrastrutture inutili, il Governo regionale deve inserire i valori di merito e responsabilità, più volte richiamati da queste colonne. Senza di essi è perfettamente inutile pensare che la Pubblica amministrazione regionale e, a caduta, quelle degli Enti locali, vengano riformate e rese funzionali, in modo da raggiungere le mete indicate, indispensabili per rimettere in moto l’economia.
Il Governo Lombardo si preoccupa di tacitare i precari, i dipendenti della Fiat, i forestali, gli inutili formatori e tanta altra gente che vive in modo parassitario sui soldi dei contribuenti.
Un grande piano dell’industria blu, dell’industria verde, delle infrastrutture e delle attività produttive nelle quali investire alcuni miliardi di euro, risparmiati dal parassitismo, metterebbe in moto tanta di quell’occupazione produttiva di ricchezza che assorbirebbe totalmente precariato e disoccupazione esistente. A una condizione: che si dica alla gente che deve riqualificarsi, mettersi a lavorare sul serio, perché facente parte della comunità siciliana che ha bisogno di tutti.
Gen
30
2010
Da notizie assunte negli ambienti risulta che la Jonio Gas, società del gruppo Erg-Shell, abbia rinunciato alla costruzione del rigassificatore dentro il Triangolo della morte per il “no” deciso del Governo Lombardo. La ovvia rinunzia poteva essere supportata da motivazioni ambientali, fornendo risposte circa l’estrema pericolosità dei trasporti ferroviari di materiale pesante all’interno dell’area, ove insistono complessivamente 232 serbatoi di greggio e raffinato, per una capacità di circa tre milioni di tonnellate di metri cubi. Ad ogni modo, la partita sembra chiusa e ci auguriamo che non ci si ritorni ancora una volta.
Sembra chiusa anche la partita del possibile insediamento di una centrale nucleare in Sicilia, superproduttrice  di energia, in conseguenza dell’odg votato all’unanimità dall’Ars e appoggiato senza remore dal Governo regionale. Attendiamo che lo stesso formalizzi il no con ricorso alla Corte costituzionale, come hanno fatto già 13 Regioni.

Ora poniamo all’attenzione del Governo regionale un’altra e non meno importante questione dell’inquinamanto ambientale in Sicilia. Ci sono, infatti, circa la metà delle centrali termoelettriche alimentate ancora oggi con olio combustibile, derivato dal petrolio. Sembra incredibile che nella nostra Isola, attraversata in lungo e in largo dai tubi di gas provenienti dal Nord Africa, si utilizzi ancora il petrolio per produrre energia elettrica.
Le termocentrali fanno orecchie da mercante rispetto alla necessità di trasformare l’alimentazione delle turbine da petrolio a gas. Certo, occorrono investimenti, ma la salute dei siciliani prevale sull’interesse di imprese che inquinano.
Nell’inchiesta all’interno potrete leggere di quali strumenti legali dispone la Regione per indurre le imprese che gestiscono le termocentrali ad effettuare la trasformazione in parola.
Nella comunità siciliana deve cessare la prevalenza degli interessi privati su quelli generali. Il Governo Lombardo ha il dovere di procedere a ribaltare l’insana questione.
L’epoca delle raccomandazioni, dei famigli e degli amici è definitivamente tramontata, perché d’ora in avanti le Istituzioni regionali devono utilizzare tutte le risorse disponibili (europee, statali e regionali) per investimenti in attività produttive o in infrastrutture.
 
Si ricorda ancora una volta  che per ogni miliardo investito utilmente, si mettono in moto migliaia di posti di lavoro che producono ricchezza e non passività, come quelle della Pubblica amministrazione ove molti  dipendenti sono del tutto superflui. è questa l’autostrada che deve percorrere il Governo, se vuole ribaltare il discusso clientelismo che genera spreco, parassitismo e mantiene l’attuale sottosviluppo.
L’iniziativa del Governo volta all’utilizzazione del gas anziché dell’olio combustibile nelle termocentrali della Sicilia, non solo avrebbe il risultato di abbattere di dieci volte l’inquinamento nelle rispettive aree, ma darebbe un segnale che chi lavora qui deve rispettare le stesse regole di chi lavora in Lombardia o in qualunque altra regione d’Europa.
Così come abbattere lo sfruttamento colonizzatore dell’Isola e promuovere investimenti dall’estero verso l’industria blu (turistica) e verso l’industria verde (ambientale). Sappiamo bene che questa linea di politica economica cozza contro interessi di corporazioni consolidate, ma non c’è alternativa.

La Sicilia è una delle cinque regioni italiane a più alto tasso d’inquinamento perché circa la metà dell’energia elettrica è prodotta utilizzando olio combustibile. L’attivazione della centrale Archimede a Priolo, costruita dall’Enel, è una svolta positiva nel settore. L’annunciata costruzione di una fabbrica di pannelli solari a catania da una joint-venture Stm-Sharp - Enel, nonché l’avvenuta inaugurazione della fabbrica di Casteltermini dell’imprenditore Moncada sono altri due fattori positivi che vanno sottolineati.
La Regione dovrebbe promuovere l’utilizzazione dei pannelli solari istituendo un iter autorizzativo totalmente informatizzato, in modo che chiunque voglia procedere a installare un impianto solare possa farlo senza difficoltà, anche utilizzando le facilitazioni e gli sgravi previsti dalla legge.
Anche questa attività, se ben guidata, mette in moto migliaia di posti di lavoro produttivi di ricchezza, scaricando i posti di lavoro passivi che si trovano nella Pubblica amministrazione.
Gen
27
2010
È nota la nostra posizione secondo la quale la decisione della Fiat del 2007 di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese era irrevocabile. Male hanno fatto i Governi Cuffaro e Lombardo a pietire un’inutile sopravvivenza di una struttura fatiscente, non competitiva e senza alcun futuro.
Comprendiamo perfettamente le ragioni umanitarie, secondo le quali bisogna salvare il reddito dei dipendenti e delle loro famiglie, non solo, ma anche quello di tutti i lavoratori dell’indotto, per un totale di circa 2000 unità che con i loro familiari possono arrivare a sei o settemila persone.
La soluzione è già esistente, basta utilizzare per questa vicenda la legge Alitalia, che è stata approvata modificando la legge Marzano e altre precedenti. Ricordiamo che cosa essa prevede: corrispondere l’ottanta per cento dello stipendio ai cinquemila dipendenti che dall’operazione sono risultati in esubero, per condurli fino alla soglia della pensione.

I più giovani, che comunque con questo percorso non vi arrivano, avranno avuto abbondante tempo per trovare altre soluzioni lavorative. Dunque, il caso Termini è risolvibile senza umiliarsi. Il Governo Lombardo chieda con forza l’applicazione della legge Alitalia per risolvere il giustissimo problema dei dipendenti diretti e indiretti, ma pensi con grande determinazione a un progetto di ampio respiro e di alto profilo, come abbiamo più volte suggerito, per trasformare il territorio verso l’industria blu (turismo), nel quale si potrebbero convertire professionalmente i lavoratori di Termini.
Vorremmo non sentire più parlare di questa vicenda, nè della disperazione di tanti dipendenti che si arrampicano sui tetti e sulle gru, giustamente, per proteggere la sopravvivenza loro e dei propri cari. Non è tentando inutilmente di forzare la mano a Marchionne che il problema si risolve.
La strada delle cordate per costruire ipotetiche auto ecologiche in collaborazione con ipotetici costruttori indiani (o pellerossa) è abbastanza lontana dalla concretezza, mentre tutti i dipendenti continuano a sopravvivere a malapena con le loro buste paga dimezzate, lavorando due settimane al mese, anche se la differenza viene compensata dalla Cassa integrazione.
 
Ancora una volta dobbiamo sottolineare l’insufficienza della fantasia e della attività concreta di chi ha responsabilità istituzionali. Abbiamo salutato positivamente la rapidità con cui il presidente eletto direttamente dai siciliani e non dai deputati (finalmente questo concetto è entrato nell’opinione pubblica dopo che vi abbiamo battuto per moltissimo tempo) ha risolto la crisi mediante la nomina di assessori cui ha dato la delega in base al nuovo disegno delle 13 branche amministrative della Regione (presidenza più 12 assessorati).
Abbiamo sottolineato positivamente anche la rapidità con cui prima il Lombardo-bis ha nominato i 17 Dg di Asp e Aziende ospedaliere e poi il Lombardo-ter con la nomina di 26 Dg (due, Gelardi ed Emanuele, hanno un doppio incarico), nonché i Dg degli Uffici speciali. La macchina politico-amministrativa è pronta per far fare alla sua azione un balzo di qualità indispensabile per intraprendere finalmente la strada della crescita. 

Interpelliamo direttamente l’assessore al Turismo, Nino Strano, affinché insedi una task-force per lo studio e la realizzazione in tre mesi di un progetto complessivo relativo a insediamenti turistici nel territorio di Termini Imerese, tenuto conto che colà può essere realizzato anche un porto turistico. Il progetto ovviamente deve prevedere anche campi da golf e villaggi e dev’essere portato in giro per il mondo in una road-show che attiri concretamente l’interesse di investitori, senza escludere quelli italiani. Chi offre di più, vince.
Resta il nodo della proprietà Fiat. Su questo punto il Governo regionale deve mostrare i muscoli, chiedendo che tutto il territorio venga messo a disposizione del progetto turistico a un prezzo simbolico, tenuto conto degli innumerevoli finanziamenti che la fabbrica ha ottenuto nel corso dei decenni. E siamo convinti che di fronte a una richiesta ragionevole, Montezemolo e Marchionne non farebbero gli avari. La soluzione prospettata è cristallina. Attendiamo risposte o una soluzione migliore, purché sia produttiva di ricchezza e non di lamenti umilianti.
Gen
16
2010
Quando vedo dialogare il presidente eletto dai siciliani, Raffaele Lombardo, col presidente del gruppo del Pd all’Ars, Antonello Cracolici, mi sembra di tornare indietro di oltre 20 anni, quando vedevo dialogare il presidente eletto dai deputati regionali, Rino Nicolosi, col presidente del Gruppo comunista all’Ars, Michelangelo Russo. Io stesso, qualche volta, nella qualità di consigliere della Presidenza, ero portatore di messaggi in andata e ritorno fra i due. Non si trattava di un inciucio, bensì della necessità di un serrato dialogo fra il presidente della Regione e il potente capo dell’opposizione, che proprio in quegli anni (1986) mi offrì, mediante Vasco Giannotti, la candidatura sicura come indipendente a un seggio dell’Ars. Candidatura che io, onorato, non accettai.

Si è ripristinato questo raccordo, fra Lombardo e Cracolici, ma con alcune differenze. La prima riguarda la modalità di elezione del presidente della Regione sopra indicata. La seconda è la posizione autonomista del presidente, che ha il dovere di dialogare con tutti quelli che ci stanno a fare le riforme indispensabili per la Sicilia. È inutile che ancora una volta le enumeriamo perché sono state più volte elencate nelle pagine di questo giornale. Il dialogo con tutte le parti politiche è indispensabile, anche perché bisogna offrire all’opinione pubblica, in modo trasparente e nitido, la posizione di ogni gruppo politico sui singoli provvedimenti, i quali non devono essere confusionari ma riportare con chiarezza il mezzo al fine.
Il presidente della Regione deve altresì dialogare con il Governo centrale con fermezza, spiegando all’opinione pubblica nazionale le motivazioni della propria autonomia e quelle ancor più forti, che obbligano qualunque governante della Sicilia a mettere in atto tutti i mezzi a propria disposizione per cominciare il processo di sviluppo e di avvicinamento dei parametri macroeconomici a quelli della Lombardia.
In tutto l’anno appena cominciato, proporremo continuamente il benchmark fra Sicilia e Lombardia, cioè il raffronto continuo dei dati delle due Regioni che parlano da soli, senza bisogno di commento.
 
Così Jordi Pujol ha arricchito la Catalogna. In 35 anni, giostrando a livello regionale con il Partito popolare e quello Socialista, e contemporaneamente con il Governo centrale, ha ottenuto risorse finanziarie straordinarie con le quali ha effettuato investimenti senza sosta e ha fatto diventare Barcellona una delle più belle, ordinate e attrezzate capitali d’Europa.
La regione catalana ha la propria lingua ufficiale, i propri ambasciatori ed è orgogliosa di essere la prima di Spagna, capovolgendo il concetto di Sud. Nel caso della nazione iberica, il Sud è in testa alla classifica delle regioni.
Sorge la domanda: cosa abbiamo noi siciliani meno dei catalani? La nostra storia è millenaria, l’intelligenza di tutti gli isolani fulge quando vanno per il mondo. Forse abbiamo un peso che la Catalogna non ha: la mafia. Ma la mafia è diventato un alibi, perché ogni cosa che non funziona nel ceto politico e in quello burocratico si attribuisce alla malavita organizzata.

Non possiamo escludere che essa influenzi elettori, candidati, dirigenti regionali, sindaci, Giunte, consiglieri, burocrati locali e via elencando, ma siamo fortemente convinti che se i responsabili delle istituzioni funzionassero con professionalità, onestà e rettitudine, la mafia sarebbe respinta dagli anticorpi di una sana amministrazione.
Quando ognuno, invece, pesca nel torbido e cerca di soddisfare famelici interessi personali, è chiaro che non può opporsi con successo a richieste malavitose perché gli scheletri conservati nei propri armadi glielo impediscono.
Un pubblico amministratore non si sporcava mai le mani e lo diceva ai quattro venti. Ma non diceva che indossava i guanti quando prendeva le buste. Se è questa la coscienza che agisce nella Cosa pubblica risulta conseguente che essa non può funzionare al servizio dei cittadini.
Non si tratta di una questione personale, ma di una questione di metodo indispensabile per innestare il processo di sviluppo che avvicini la Sicilia a Lombardia e Catalogna.
Gen
13
2010
L’etica nella politica è un optional. Diversamente, prima di spendere i soldi dei cittadini, i responsabili (o irresponsabili) delle Istituzioni dovrebbero essere accorti e parsimoniosi. Invece, continuano a spendere ed approvarsi leggi per finanziare una politica inconcludente, piena di privilegi,  sprechi e spese ingiustificate.
È notizia di questi giorni  che ai partiti sono stati rimborsati ben cinquecentotre milioni per le elezioni politiche del 2008. La Corte dei Conti ha precisato che in quindici anni lo Stato ha versato agli stessi ben 2,2 miliardi di euro. Desta scandalo che i rimborsi siano molto superiori alla spesa dichiarata, spesso gonfiata.
Facciamo alcuni esempi: il Pdl ha dichiarato una spesa di 69 milioni, accertata per 54 milioni, i rimborsi sono saliti a 206 milioni. Il Pd ha dichiarato 18 milioni di spesa, accertata 18 milioni, rimborsati 180 milioni, dieci volte di più. L’Mpa ha dichiarato ottocentomila euro di spesa, accertata 800 mila euro, il rimborso ha sfiorato i cinque milioni.

Destano più scandalo gli emolumenti annui che vengono corrisposti a vertici amministrativi e politici. Per esempio, i segretari generali di Senato e Camera con quattrocentottantamila euro, il presidente della Rai con quattrocentocinquantamila, il dg del Comune di Torino con quattrocentoseimila  euro.
La Regione siciliana è munifica con i propri dirigenti generali che percepiscono compensi complessivi per duecentocinquantamila euro. Uno di essi, nel governo Lombardo bis, percepiva ben 1,5 milioni di euro, sempre con riferimenti all’anno ed al lordo di imposte.
Perché il ceto politico è sordo alla crisi che attanaglia tanti italiani e tanti siciliani? Perché mette i paraocchi e i tappi alle orecchie per non udire i lamenti dei sei milioni di poveri e più, che circolano nel territorio nazionale? Come fanno a dormire la notte, sapendo che tanti concittadini sfortunati non hanno l’indispensabile per sopravvivere, mentre loro percepiscono compensi enormi?
 
Qualcuno potrebbe accusare queste argomentazioni di demagogia. Come se fosse un’accusa alla ricchezza. Infondata. La questione non riguarda coloro che producono ricchezza, dalla quale traggono i loro giusti compensi. Ma chi percepisce un emolumento molto superiore in rapporto a quanto produce. Il rapporto consiste nel confronto fra soggetti che hanno pari responsabilità e compiti, ma percepiscono compensi fortemente differenziati.
Il presidente della Provincia di Bolzano, con trecentoventiquattromila euro, ha un emolumento ingiustificato se confrontato a qualunque altro presidente delle 106 province italiane. Il compenso di quattrocentottantacinquemila euro del segretario generale dell’Assemblea regionale siciliana è incommensurabilmente più alto di quello dei colleghi delle 19 Regioni.
Potremmo fare altri esempi, tutti con questa stessa sproporzione.
 
Barack Obama, presidente degli Stati Uniti - la più grande economia del mondo, con i suoi 13 mila miliardi di dollari di Pil contro i circa dieci di tutti i 27 Stati dell’Ue - percepisce un compenso annuo di duecentottantatremila dollari. Si tratta di un esempio di modestia e sobrietà che i nostri politici e burocrati non vogliono lontanamente vedere, tanto il cittadino paga tutto.
La differenza fra una vera e grande democrazia, che ha tante colpe, e la nostra piccola democrazia, sta nel fatto che vi sono infiniti privilegi difesi con le unghie e con i denti dalle corporazioni della spesa pubblica. La quale ha superato, nel 2009, gli ottocento miliardi euro contro un Pil che sarà di  millecinquecento  miliardi.
Come è nostra abitudine diamo i numeri perché indicano con immediatezza situazioni di fatto che le parole possono confondere.
La politica è servizio, una frase che riempie la bocca di tanti uomini politici. Bisognerebbe aggiungere: di se stessi. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Bisognerebbe aggiungere: degli altri. Lo stivale è la Patria del diritto. Il compianto Enzo Biagi aggiungeva: e del rovescio, ricordando che gli italiani corrono sempre in soccorso dei vincitori.
Gen
09
2010
Il ministro Luca Zaia, appena designato candidato presidente del Veneto, ha subito dichiarato: “Il mio primo obiettivo è quello di scollare i culi dalle sedie”. Traduce il ministro: tagliare rendite di posizione, privilegi, azioni parassitarie. In altri termini, la questione verte sulle indispensabili riforme di cui anche quella Regione ha bisogno per fare funzionare bene i servizi pubblici, intesi come servizio a quei cittadini.
Mutatis mutandis la situazione in Sicilia non è diversa, anzi di gran lunga peggiore, perché il Pil del Veneto nel 2008 è stato il doppio rispetto a quello della Sicilia. L’amministrazione regionale, per quanto asfittica, pesa meno in una regione ricca e pesa molto di più in una regione povera. E pensare che nel 1859 la Sicilia era terra di eccellenze, come potete leggere a pagina sei, con un Pil uguale a quello di Veneto e Lombardia.

Culo è una parola volgare, seppur entrata ormai nel lessico comune, non solo dei giovani. Più che rappresentare una parte del corpo, ha un significato metaforico, di fortuna, di imbroglio, di fallimento, ma anche di attaccamento alle poltrone. Ed è proprio in quest’ultima accezione che abbiamo titolato questo editoriale: forte ma efficace.
Si potrebbe subito osservare che Lombardo abbia svitato tante viti dai sederi di gente, assisa ai propri posti. In effetti il turn-over è stato molto ampio, con l’inserimento di risorse professionali esterne e l’utilizzazione di quelle interne.
La questione riguarda i dirigenti generali dei dipartimenti assessoriali e quelli delle Aziende sanitarie provinciali e Aziende ospedaliere. Ma vi è la rete del cosiddetto sottogoverno nel quale si trovano centinaia e centinaia di persone, che non hanno alcuna ragione di stare sedute su quelle sedie, troppo numerose e troppo costose.
La situazione della qualità professionale di dirigenti e vertici di enti e società regionali e comunali, può essere riassunta in tre parole: merito, responsabilità e trasparenza.
 
Tutti i neo-dirigenti generali sono stati contrattualizzati in base al merito, dimostrato dai loro curricula e dai risultati inoppugnabili raggiunti nella loro carriera? Quanti di loro parlano almeno due lingue, hanno conseguito PhD (Doctor of Philosophy, il più alto titolo accademico riconosciuto internazionalmente) in Università americane o europee, e master in Organizzazione? Vorremmo leggere tutti questi dati, che, per la verità, non abbiamo trovato consultando i loro curricula sui siti.
Dalle nomine per merito, ne consegue l’obbligo di raggiungere tassativamente i risultati e, ove questi non fossero raggiunti in tutto o in parte, scattano le responsabilità che devono giungere fino alla rescissione del contratto. Per tutti, basta lo sforamento anche di un solo mese delle spese inserite nel bilancio preventivo, che va controllato dal dipartimento regionale del Bilancio in tempo reale. Va da sé che ogni dipartimento e ogni Azienda sanitaria provinciale e ospedaliera ha il proprio bilancio fondato sul Piano industriale, che enumera la qualità e la quantità dei servizi da erogare.

E arriviamo alla terza parola chiave del nuovo corso, se ci sarà: trasparenza. Trasparenza significa che il cittadino-siciliano debba poter leggere qualunque regola, giuridica, amministrativa, procedurale o di simile natura, sui siti delle diverse branche amministrative.
Il cittadino-siciliano deve sapere quale sia il curriculum professionale di qualunque vertice, ivi compreso quello dei primari degli ospedali. Bene inteso, non la parte riguardante la professione vera e propria del medico, ma quella che fa riferimento alle capacità organizzative per rendere efficienti le persone affidate ad ognuno di essi.
Il cittadino-siciliano deve poter leggere in tempo reale bilanci e attività di ogni società partecipata da Regione ed Enti locali, i curricula e compensi di ciascun membro del consiglio di amministrazione, presidente e amministratore delegato compresi.
Attraverso la trasparenza si possono comparare i risultati di chiunque agisca nella Pubblica amministrazione, che ha l’obbligo del rendiconto ma non più a distanza di mesi, bensì in tempo reale, cioè tutte le sere. La trasparenza crea competizione essenziale per l’innovazione ed il miglioramento dei servizi pubblici.
Dic
30
2009
Parte il terzo governo Lombardo, in virtù della legge elettorale vigente in Sicilia (l. r. n. 7/2005). Infatti essa prevede che i siciliani eleggano separatamente il presidente della Regione a suffragio universale e i deputati regionali. Volontà del legislatore è stata, quindi, quella di separare il consenso e sganciare la vita politica del presidente da quella della sua maggioranza.
Errano coloro che vorrebbero applicare in Sicilia il concetto che quando una maggioranza cambia, deve cambiare pure il presidente. Il legislatore, nel calibrare il bilanciamento dei poteri, ha stabilito che le due parti in causa, esecutivo e legislativo, possano elidersi a vicenda. Il presidente può dimettersi e mandare a casa i legislatori. Quarantasei legislatori possono votare la sfiducia al presidente, mandarlo a casa e, con esso,  loro stessi.
Sembra strano che il presidente del Senato, Renato Schifani, che è anche un avvocato, non conosca (o faccia finta di non conoscere) il senso e la natura della legge citata.

Qualche ignorante e in malafede ci fa sapere che la linea editoriale di questo giornale è pro Lombardo. Costui (o costoro) è ignorante perché non conosce la storia della Sicilia e in malafede perché afferma falsità. Da quando è nata questa testata, 30 anni orsono, ribadiamo senza stancarci l’indispensabilità dell’attuazione integrale di quella legge costituzionale che è lo Statuto siciliano. Abbiamo altresì sottolineato che occorreva dare le gambe all’attuazione e occorreva quindi un partito autonomista sul modello del partito Convergenza Democratica di Catalogna, fondato da Jordi Pujol nel 1974. Quella regione, poverissima, in 35 anni è diventata la più ricca di Spagna e una delle più ricche dell’Europa. Se Lombardo avesse fondato il partito dell’Autonomia in quello stesso anno, la Sicilia sarebbe in ben altre condizioni. Ma non è mai troppo tardi.
Parlavamo col medico-politico catanese di queste cose negli anni Novanta e in qualche modo lo stimolavamo a prendere l’iniziativa che lui decise solo nel 2005. Essendo venuto nel solco da noi tracciato, finalmente, non potevamo che sostenere questa iniziativa e vogliamo continuare a sostenerla con forza.
 
Abbiamo salutato positivamente anche la svolta di Gianfranco Miccichè, da me conosciuto fin dagli anni Ottanta in Irfis,  che, sulle prime, per tattica, ha sventolato la bandiera del Partito del Sud. Ma poi si è accorto, strada facendo, che l’autonomia era un vento che spirava nelle regioni del Sud e soprattutto in Sicilia. Per cui rileviamo che la sua mossa di costituire il Pdl-Sicilia va nella logica della quale è permeata la linea della Lega di Bossi. Bene.
Nessuno si illuda che la svolta di Miccichè sia separata dal pensiero del Cavaliere. Quando il presidente del Consiglio riceve nella villa di Arcore Miccichè, che gli porta i cannoli di cui è ghiotto e lo intrattiene per un paio di ore, è del tutto evidente che non ha bollato in senso contrario l’iniziativa del sottosegretario.
Anche Alfano, attuale ministro della Giustizia, che conosco da ragazzo, ha intuito che era inutile tenere al carro del governo regionale l’Udc, perché questo è un partito trasformista e opportunista che approfitta di ogni situazione per trarne vantaggio.
Risulta in modo cristallino all’opinione pubblica quanto precede, dopo aver preso atto delle decisioni di Casini che si allea col centrodestra e col centrosinistra per la prossima campagna elettorale regionale, del 28 e 29 marzo, in modo da trarre il massimo profitto dal suo trasformismo.

In questo quadro entrano di forza Gianfranco Fini - ben rappresentato da Fabio Granata, altro giovane intelligente che conosco da tempo - e Massimo D’Alema, baffino, spesso sarcastico e impudente, ma certamente dotato di un cervello fino.
Quest’ultimo ha fatto in modo che il Pd della Sicilia, attraverso Antonello Cracolici, capogruppo all’Ars e Giuseppe Lupo, segretario regionale, fosse stipulato un accordo per fare le riforme indispensabili alla Sicilia, che l’ex presidente Totò Cuffaro non ha fatto in ben 17 anni in cui, di riffa o di raffa, ha governato la Sicilia.
L’ingresso in Giunta di un capace galantuomo come Mario Centorrino e di un cerbero come Pier Carmelo Russo dà più qualità alla squadra di governo.
Auguri. Per il fare. Oggi e non domani.
Dic
08
2009
Domani dovrebbe essere annunciato l’accordo che rimette in pista la coalizione che si era dissolta qualche settimana fa. Alla resa dei conti, nessuna delle parti se l’è sentita di buttare a mare un accordo, sostituendolo con un altro appoggiato in qualche maniera dal Pd. Questo fatto avrebbe creato non pochi problemi al governo Berlusconi, il quale indirettamente ha fatto sapere che non l’avrebbe gradito.
Un segnale inequivocabile sotto l’ufficiale disinteresse apparente. Fatto sta che Schifani-Alfano con i loro proconsoli Castiglione e Nania da un canto e Miccichè-Lombardo, dall’altro, sono stati costretti a ricompattare la maggioranza trovando delle mediazioni sui diversi punti di contrasto. Il nuovo accordo è basato sul programma sottoposto agli elettori il 14 aprile 2008 sintetizzato nei dieci punti che il Presidente della Regione ha elencato nel suo intervento all’Ars di mercoledì 2 dicembre. L’accordo prevede l’esclusione dell’Udc e pertanto la maggioranza che sosterrà il Lombardo ter potrà contare solo  su 48 deputati, Cascio compreso.

Gli equilibri così raggiunti si riverberano nella nuova Giunta che Lombardo nominerà dopo il primo gennaio e i cui assessori riceveranno le deleghe in immediata successione. Da indiscrezioni, sembra che del nuovo Governo entreranno l’attuale capogruppo Pdl Innocenzo Leontini, in rappresentanza della vecchia Forza Italia e Santi Formica in rappresentanza della vecchia An non Finiana. Non abbiamo la palla di vetro e per il momento ci fermiamo qua. Indipendentemente dalla soluzione, plaudiamo al ritorno in carreggiata di un governo che si era scompaginato, perché è indispensabile alla Sicilia bruciare i tempi per cominciare a risalire l’impervia strada dello sviluppo, tentando di fermare l’abisso che separa l’Isola dalla Lombardia e dalle altre regioni del Nord e dell’Europa.
Dispiace che nella crisi che attanaglia la Sicilia, non congiunturale ma strutturale, non partecipi anche il Partito democratico. Ma comprendiamo le ragioni politiche di ogni parte che si attesta sul consenso del proprio elettorato. Adesso al Pd si associerà nell’opposizione l’Udc. Insieme conteranno su 42 deputati.
 
Nel terzo governo, Lombardo dovrebbe puntare agli obiettivi primari: 1) riorganizzare la Pa, con la nomina di direttori generali selezionati da società di ricerca di livello internazionale; 2) redigere il Pops (Piano organizzativo per la produzione dei servizi) che elenchi, dipartimento per dipartimento, quali servizi erogare; 3) informatizzare tutti gli uffici; 4) ristrutturare gran parte degli 829 borghi, catalogati dall’assessorato dei Beni culturali; 5) rendere fruibili i quattro Parchi della Sicilia (Madonie, Nebrodi, Etna e Alcantara) e le riserve naturali e marine; 6) consentire l’accesso a tutti i beni archeologici, culturali, museali; 7) redigere il Piano delle energie alternative; 8) preparare il Parco progetti regionale e raccogliere quelli degli enti locali; 9) collaborare con le Università siciliane per preparare i giovani a fare; 10) ribaltare il malfunzionamento della formazione regionale.

All’attività interna va associata un’attività internazionale, come fa la Catalogna, che si collega direttamente con gruppi economici e imprenditoriali internazionali, cui offre la possibilità di investire in quella ricca regione. In questo senso i diversi uffici regionali nel mondo, se ben strutturati, potrebbero essere dei punti di catalizzazione di investitori internazionali.
Nell’attività internazionale, il governo della Regione dovrebbe creare stabili collegamenti con i Paesi del Nord Africa, primi fra i quali Marocco, Tunisia, Libia e Egitto, i quali hanno bisogno di attività che le imprese siciliane, almeno quelle competitive, sono in grado di effettuare. Non tutti sanno che vi sono risorse finanziarie messe a disposizione dall’Unione europea per i programmi di cooperazione euro-africana. Risorse che servono proprio per gli investimenti. Fino ad ora le imprese siciliane non ne hanno approfittato, ma è venuto il momento in cui si cominci a pensare di portare le proprie competenze nel Nord-Africa.
Auspichiamo la realizzazione del programma previsto, volto a costruire e non a distruggere.
Nov
20
2009
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ha comunicato innumerevoli volte che il rigassificatore di Priolo non doveva vedere la luce in quanto non avrebbe portato utilità ai siciliani. L’affermazione è conseguente alla presa d’atto che la Sicilia è regione esportatrice di energia, subendo però le gravi conseguenze dell’inquinamento. Che soprattutto nel Triangolo della morte (Augusta, Priolo e Melilli) vi sono riflessi gravissimi per la salute degli abitanti e tutto questo non è nell’interesse dei siciliani.
Contrariamente a questo impegno pubblico e formale abbiamo notizia che l’assessore al ramo, Marco Venturi, ha convocato una conferenza di servizio per emettere il provvedimento autorizzativo all’installazione di questo rigassificatore.
Non sappiamo come e perché l’assessore prenda un’iniziativa opposta a quella del presidente, il che denota che non vi è un’unica linea all’interno della politica del Governo.

Non solo. Non spiega, eventualmente, quali possano essere  i vantaggi per quel territorio e, invece, quali sono gli svantaggi ambientali, primo fra i quali l’enorme pericolosità di insediare ulteriori serbatoi in mezzo e insieme ad altre centinaia di serbatoi di petrolio e di raffinato.
Tutta l’area è potenzialmente una bomba e non sappiamo quali immani conseguenze potrebbe causare in caso di un serio terremoto o, peggio, di incendi soprattutto nella fatiscente raffineria ex Agip.
L’assessore non può evadere la richiesta di un gruppo industriale non siciliano, misto, della famiglia genovese Garrone (Erg) e Lukoil (russo), del cui gruppo fa parte la Ionio Gas che vorrebbe costruire il rigassificatore in partecipazione fra Erg e Shell. Anzi, l’assessore dovrebbe comunicare che è interesse della Sicilia una diminuzione della produzione di raffinato che fa enormi danni in termini di diffusione di Co2 per km quadrato e che nel Triangolo della morte raggiunge gravi quantità insopportabili, con conseguenze per la salute.
La colonizzazione della Sicilia deve cessare. Subito. Non siamo più disponibili ad accettare insediamenti di industrie pesanti.
 
I giochi e i giochini dentro le stanze dei signori, che vogliono comandare sulla pelle dei siciliani, sono stati scoperti. L’opinione pubblica, che trova espressione nella classe dirigente (politica, imprenditoriale, economica, sociale), ormai reagisce con determinazione, respingendo prevaricazioni e soverchierie, sopportate troppo a lungo in questi decenni.
Chi non si rendesse conto che non è più possibile danneggiarci impunemente, troverà una ferma e forte reazione anche in quel ceto politico che ha capito come non si possano più ottenere consensi uccidendo la gente. Nell’inchiesta pubblicata all’interno vi sono dati di morti per cancro, di nati malformati, di aumento di aborti terapeutici per feti malformati ed altri orrori che sono inoppugnabili. L’assessore deve spiegare all’opinione pubblica come possa rilasciare autorizzazioni per insediare industrie pesanti che aggravano questo stato di cose.
In quello che scriviamo, ovviamente, non c’è nulla di personale. Riportiamo dati e i dati parlano da soli. Naturalmente siamo disposti a pubblicare spiegazioni supportate da altri dati. Le chiacchiere stanno a zero. 

Il Governo regionale, comunque e da chiunque formato, ha il preciso compito di far salire il Pil della Sicilia senza danneggiare l’ambiente e i siciliani, ma puntando a quelle attività (verdi o blu) che creino occupazione produttiva.
Rileviamo il silenzio assordante di ambientalisti, verdi e opposizione. Silente è anche il sindacato che dovrebbe difendere il lavoro pulito e non quello inquinante.
Non sappiamo se questa linea editoriale possa essere condivisa da chi abbia interessi di parte e, per la verità, non ce ne importa molto. Sappiamo solo che quando passiamo attraverso il Triangolo della morte spesso l’aria è irrespirabile, con odori velenosi che fanno morti e ammalati. Non comprendiamo perché l’Asp di Siracusa e l’assessorato regionale al Territorio e Ambiente, più volte sollecitati, non comunichino quali interventi intendano mettere in campo per riportare i dati sulla sanità di quella popolazione alla media della Sicilia. Quello che non è più sopportabile è il disprezzo per la vita, dopo avere disprezzato i morti.
Nov
18
2009
Ieri abbiamo proposto all’attenzione politica, civile e sociale l’ipotesi della Grosse Koalition, sostenuta da sindacati e Confindustria nonché da quella parte dell’opinione pubblica che vorrebbe si affrontassero i problemi con tempestività. Ipotesi che avrebbe dovuto avere in ogni caso la sanzione dell’elettorato, il prossimo 26 marzo, per togliere l’alibi a chi sostiene che non si possono cambiare le maggioranze senza consultare i cittadini.
Non sembra però che l’ipotesi attecchisca, perché gli ambasciatori stanno trovando le soluzioni per ricompattare la maggioranza che è stata eletta nelle elezioni del 14  aprile 2008.
L’abilità politica e dialettale di Giuseppe Castiglione, che in questa vicenda ha sempre mantenuto toni morbidi, pare che trovi consenso nel momento in cui si sono chiuse le porte del Pd al governo Lombardo (a nostro avviso sbagliando). Si sa che la politica è l’arte del possibile ed il possibile fa muovere quella sorta di caleidoscopio degli interessi (anche personali) di tutte le parti in gioco.

Questi comportamenti non sono utili ad un periodo di grave difficoltà della Sicilia, peraltro non contingente, perché si carica su una crisi strutturale che dura da quarant’anni. Oggi ci vorrebbe un esecutivo snello e compatto che facesse approvare da una propria maggioranza una serie di riforme di cui abbiamo formulato l’elenco nell’editoriale di ieri. E invece c’è una palude di giochi e giochetti in cui la situazione imputridisce e di cui si sentono anche a distanza olezzi non gradevoli.
Dalle prime avvisaglie di questo avvicinamento tra l’ala di Castiglione e quella di Miccichè-Lombardo lo scoglio più grosso è la riammissione dell’Udc nella maggioranza. Ora, sappiamo che l’Udc è strettamente controllata da Cuffaro, il quale come assessore e presidente ha governato per diciassette anni. Ha quindi una grave responsabilità dello stato di malattia economica, sociale e infrastrutturale della nostra Isola.
 
Invece qui ci vuole una svolta a centottanta gradi del modo di governare. Farebbero bene le parti, prima di sottoscrivere un nuovo accordo ad indicare i sei punti essenziali del programma (a. Pubblica amministrazione; b. Piano regionale di infrastrutture; c. Investimenti nell’ambiente e nei tesori archeologici; d. Rinnovo degli impianti inquinanti  di energia e produzione di raffinato; e. Collaborazione con le Università siciliane perché preparino i giovani a fare; f. Ribaltamento del malfunzionamento della formazione regionale puntando ad insegnare competenze). E, cosa più importante, modi e tempi per raggiungerli.
Il piano infrastrutturale e di rinnovamento dispone di ampie risorse finanziarie, europee,  statali e regionali. È notizia di questi giorni che la Giunta di Governo abbia deliberato di restituire all’Ue circa 200 mln di euro sui 356 disponibili nell’anno 2007. Come è noto, infatti, le spese devono essere effettuate nel tempo denominato N+2, per cui quelle relative al 2007 devono essere effettuate entro l’8 dicembre del 2009 e certificate entro il 31 dicembre dello stesso anno. Si tratta di un’autentica vergogna a disdoro dei direttori generali che non hanno speso queste somme . Anche solo per questo dovrebbero vedere il loro contratto disdetto con effetto immediato e non al 31 dicembre 2009.

Alla vergogna si somma l’imbroglio e cioè l’aver comunicato che le somme rese non si perdono. Non è vero. Le somme rese, infatti, finiscono alla Banca europea degli investimenti (Bei) la quale li incamera in due fondi “Jessica” (Joint European Support for Sustainable Investment in City Areas) e “Jeremie” (Joint Resources for Micro to Medium Enterprises). L’imbroglio sta nel fatto che queste risorse non saranno a disposizione della Regione, ma potranno finanziare progetti provenienti dalla Sicilia, ma anche da altre regioni. Che tutti i cattivi politici, sindaci compresi, continuino a strepitare perché non hanno risorse anziché procedere a una massiccia riorganizzazione delle branche amministrative loro affidate, è un ulteriore imbroglio,  perché allo stato di degrado della nostra Isola si è aggiunta la cattiva amministrazione.
Nov
17
2009
La Germania ha dato un esempio di buon senso quando nella passata legislatura ha formato la Grosse koalition mettendo insieme centrodestra e centrosinistra, ossia democristiani (Cdu/Csu) e socialdemocratici (Spd). Ha affrontato i marosi della crisi 2008/09 ed è approdata alle elezioni del 27 settembre 2009. Dopo di che Angela Merkel ha abbandonato l’Spd e ha imbarcato i liberali (Fdp) in un assemblamento di centrodestra.
Nei momenti difficili il buon senso ed il realismo devono prevalere ed è per questo che indichiamo all’opinione pubblica la necessità di fare una sorta di Grosse koalition, in Sicilia, mettendo insieme chi ci sta su un programma di forte rinnovamento, basato sul taglio di clientelismi e favoritismi, nonché di sprechi.
Gianfranco Miccichè, con la costituzione del Pdl Sicilia, ha dato un forte segnale in questa direzione, ma anche Massimo D’Alema, nel suo intervento di questi giorni a Palermo, ha fatto capire che un’ipotesi di questo genere sarebbe praticabile.

Qui non si tratta di mettere fuori questa o quella parte politica, bensì di contarsi attorno ad un programma concreto e serio di cui prima scrivevamo.
Così non si può andare avanti, con l’Assemblea regionale di fatto divisa in tre blocchi di circa trenta deputati: Mpa e Pdl Sicilia; Pdl Alfano-Schifani e Udc; Pd. L’immobilismo che ne consegue è insopportabile e si vede con difficoltà una soluzione a bocce ferme.
Se non ci fosse altro da fare, cioè se le parti non fanno macchina indietro, ovvero se il Pd non intende dare l’appoggio esterno a Lombardo (o almeno l’astensione) non resta che il progetto di Grosse koalition da sottoporre agli elettori il 26 marzo prossimo. Un progetto che metta fuori causa quanti hanno governato male la Sicilia in questi decenni e soprattutto uccida la mentalità parassitaria e clientelare che mantiene l’Isola in uno stato di sottosviluppo.
Bisogna smetterla di tirare il lenzuolo da ogni lato perché esso è corto. Ma bisogna anche smetterla di continuare il lamento che non ci sono risorse.La verità è sotto gli occhi di tutti. Le risorse europee, statali e regionali ci sono ed anche in abbondanza, ma il ceto politico e quello burocratico non sono capaci di spenderle con immediatezza per come sarebbe necessario.
 
Il programma dovrebbe basarsi sui seguenti fattori : a) Pubblica amministrazione totalmente informatizzata che funzioni in tempo reale e senza carta; b) Piano regionale di infrastrutture; c) Investimenti nell’ambiente e nei tesori archeologici; d) Rinnovo degli impianti inquinanti  di energia e produzione di raffinato; e) Intensa collaborazione con le Università siciliane perché preparino i giovani a fare; f) Ribaltamento del malfunzionamento della formazione regionale puntando ad insegnare competenze.
Il tutto condito dall’introduzione in tutti i settori del merito e della responsabilità. Lo ribadiamo fino alla noia: non deve andare avanti il figlioccio o il cliente del cattivo uomo politico, bensì la persona capace di produrre risultati, che debbono costituire l’unico metro di valutazione.

Il progetto comprende un quadro di indirizzo e di misure per convertire i trecentonovanta Comuni siciliani alle stesse regole. Ognuno di essi dovrebbe destinare per legge una parte rilevante delle proprie risorse ai Parchi progetti e al cofinanziamento di infrastrutture, nonché alla buona manutenzione di tutte le strutture di propria competenza.
Quanto alle Province, costituite con la legge n. 9/1986, che fondatamente sembra incostituzionale perché cozza con l’articolo 15 dello Statuto, dovrebbero essere trasformate in Consorzi di Comuni a costo zero, perché i costi sarebbero a carico degli stessi. Le Province consortili diventerebbero il luogo di programmazione e di realizzazione di piani sinergici di servizi fra i propri Comuni. Risparmio: un miliardo.
Da sola la Regione non ce la farebbe. Nel progetto devono essere coinvolti, appunto, gli Enti locali, ma anche tutta la classe dirigente siciliana che deve capire come sia interesse generale fare crescere la nostra Isola per offrire opportunità di lavoro interne ed esterne.
Nov
13
2009
Da anni, prima ancora del governo Lombardo, abbiamo affrontato di petto la questione dell’eolico in Sicilia sottolineando: a) che la nostra Isola è superproduttrice di energia e non ha bisogno di ulteriori impianti inquinanti; b) che i parchi eolici non apportano alcun beneficio né in termini di investimento, perché i materiali provengono da fuori Sicilia, né in termini di occupazione, perché basta un solo operatore per gestire 30 aerogeneratori. Per contro, è assicurata la deturpazione dell’ambiente; c) che dietro le facili autorizzazioni rilasciate si potevano nascondere infiltrazioni mafiose.
Il governo Cuffaro fu sordo alle nostre argomentazioni e continuò a rilasciare autorizzazioni. Raffaele Lombardo, invece, fin dal suo insediamento, disse no all’eolico e di fatto le autorizzazioni sono state bloccate. Per altro il giovane e valente assessore Marco Venturi, pur non potendo apertamente schierarsi contro alcuni suoi colleghi imprenditori, ha di fatto mantenuto il blocco, in aderenza alla linea del governo regionale.

In questi giorni è arrivata la stangata definitiva, cioè il sequestro di ben sei parchi eolici in Sicilia (nei comuni di Militello Val di catania, Mineo, Vizzini, Camporeale, Partinico e Monreale) per inquinamento mafioso, disposto dalla Procura di Avellino. L’operazione vede coinvolti l’imprenditore alcamese Vito Nicastri e Vincenzo Dongarrà, in quanto secondo la predetta Procura sarebbero esponenti di affari non leciti.
Con ciò la partita è chiusa e coloro che hanno presentato domande per ottenere le autorizzazioni dovrebbero avere la dignità di ritirarle silenziosamente per non essere esposti al pubblico ludibrio.
Scriviamo ora della seconda linea di questo giornale, attivata da molti anni: quella che riguarda il comprensorio di Termini Imerese. Da molto tempo evidenziamo una verità, che il Governo regionale non vuol vedere. Dal momento in cui la Fiat ha firmato l’accordo con la Zastava di Kragujevac in Serbia, la sorte del polo siciliano è stata segnata. Non si capisce perché l’assessore si intestardisca a voler mettere a disposizione 300 o 400 milioni di euro (che non ha) per mantenere in vita un’industria pesante che qui non ha quei requisiti di competitività indispensabili per funzionare.
 
La Fiat ha più volte comunicato che la fabbrica di Termini ha un costo per unità di prodotto superiore a un terzo a quella di Melfi, in Basilicata. L’espediente di pensare alla produzione di componenti è destituito di ogni fondamento industriale perché qui non siamo in Polonia, né in Serbia, in quanto la manodopera ha il costo medio nazionale che è quattro volte superiore a quello delle due nazioni citate. E allora il governo regionale abbia un altro impulso coraggioso, come quello dell’eolico: affronti la questione di petto e cioè il cambiamento radicale della destinazione di tutto quel comprensorio dall’industria pesante all’industria del turismo.
L’interesse per la Sicilia dimostrato dal sultano dell’Oman Qabus Bin Said - che nel 2008 venne a Palermo col suo megayacht “El Said” e col suo megaseguito e distribuì Rolex d’oro a diversi vertici istituzionali della Regione, che li accettarono - dimostra l’appetibilità del nostro territorio. Il recente acquisto del complesso turistico Perla Jonica di Acireale da parte di Hamed Al Hamed (appartenente alla famiglia reale di Abu Dabi) è un ulteriore conferma di tale interesse.

Se il Resort Verdura golf di Sciacca di Charles Rocco Forte, ha consentito l’utilizzazione di circa 400 unità di personale, se la ristrutturazione della Perla Jonica porterà l’assunzione di altre 500 unità, non vi è dubbio che la trasformazione del comprensorio di Termini, meraviglioso dal punto di vista paesaggistico, in attività turistiche,  comporterà l’assunzione di altrettanto personale, permettendo ai 1400 della Fiat di riconvertirsi in professioni più utili per il territorio e favorendo l’arrivo di migliaia di turisti di cui beneficerà l’economia dell’intera Isola.
Fa specie il silenzio del sottosegretario Gianfranco Micciché,  come vice sindaco di Termini Imerese, mentre anche lui dovrebbe spingere nella direzione di questo progetto di conversione comprensoriale.
L’azione del governo Lombardo, per essere efficace, deve essere fondata su progetti innovativi di lungo periodo, evitando di mettere inutili pezze sulle falle di ogni giorno.
Ott
28
2009
Deve esser chiaro che per potere distribuire risorse ai più deboli e bisognosi, bisogna prima produrre ricchezza, diversamente si può solo distribuire povertà. La produzione di ricchezza, inoltre, libera ognuno di noi dai bisogni, almeno da quelli essenziali e quindi consente libertà d’azione e di pensiero. Chi ha bisogno del tozzo di pane è umano che ceda a qualunque ricatto di chi può darglielo. Per questa ragione i padri della Costituzione hanno inserito al primo articolo il diritto al lavoro e l’obbligo dello Stato di rimuovere ogni impedimento.
La ricchezza non si genera da sola, ci vogliono capacità, competenze, professionalità, tenacia e intelligenza. Tutti requisiti che ognuno di noi può acquisire con forte auto-addestramento, sacrifici e olio di gomito. Non c’è bisogno di essere geni per avere successo nella vita come persone, non solo nel proprio lavoro ma anche nella vita sociale.

La Sicilia produce un Pil intorno al 5 per cento di quello nazionale, per un ammontare di circa 80 miliardi (2008). Questo dato è rimasto fermo per gli ultimi quarant’anni, come abbiamo pubblicato il 6 giugno 2009. Si tratta di un dato di sintesi estremamente significativo perché indica la stasi, la decrescita o la crescita in relazione alla disfunzione o al funzionamento del sistema collettivo. Un governo, ci riferiamo a quello regionale, dovrebbe mettere al primo punto del suo programma la crescita del Pil come obiettivo di legislatura e, dal raggiungimento o meno di tale obiettivo, ogni elettore capirebbe se quel governo ha funzionato bene o male.
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, non ha inserito nelle sue dichiarazioni programmatiche, rese all’Ars il 18 giugno 2008, questo obiettivo, ma è sempre in tempo a farlo e noi glielo chiediamo con forza. Se indicherà ai siciliani la percentuale di Pil che intende raggiungere a fine legislatura (2013) rispetto al punto in cui è partito (2008) e l’obiettivo verrà raggiunto, in tutto o in parte, non vi è dubbio che gli sarà facile avere il consenso della maggioranza dei siciliani.
 
Allinearsi alla media nazionale, significa portare il Pil della Sicilia poco sopra l’otto per cento e cioè passare da 80 a 120 miliardi, con una crescita del 50 per cento in cinque anni, il che significa una crescita di 10 miliardi per anno. Non è un traguardo difficile ma sicuramente impegnativo. Se fosse comunicato a chiare lettere ai siciliani, comporterebbe mettere la camicia di forza a tutte le amministrazioni regionali e locali che sarebbero vincolate ad ottenere solidalmente questo risultato, indipendentemente dal loro colore politico.
Anche l’opposizione non potrebbe che convenire con questo obiettivo e conseguentemente sarebbe facile coinvolgerla, pur nel rispetto dei ruoli, per arrivare insieme al traguardo.
L’enorme gap della Sicilia rispetto alla media nazionale - per il momento omettiamo il raffronto con la Lombardia, con la Catalogna e con la Baviera - obbliga tutta la classe dirigente siciliana a unirsi accantonando le diversità, le beghe da comari, gli interessi personali e quelli delle corporazioni.

Dobbiamo tutti insieme portare il Pil della Sicilia a 120 miliardi nel 2013, ma questo risultato è irraggiungibile se non si batte il chiodo tutti i giorni, per informare e convincere l’opinione pubblica di questa imprescindibile necessità. A questo servono quotidiani e televisioni regionali,Tgr compresa. Tutti insieme i mezzi di comunicazione devono sostenere questo fondamentale obiettivo.
Nell’ambito del dato relativo alla produzione di ricchezza, vi è un secondo e non meno importante obiettivo che riguarda la sua stessa ripartizione: una parte deve essere destinata alla solidarietà nei confronti di deboli e bisognosi, non certo nei confronti di pelandroni che cercano uno stipendio qualunque indipendentemente dal suo collegamento con un lavoro produttivo.
Anche questo obiettivo deve essere indicato dal presidente Lombardo tagliando senza esitazione, invece, quella pioggia di contributi assistenziali della famigerata tabella H, che compare e scompare a ondate come se al posto dell’assessore alle Finanze ci fosse Mandrake.

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