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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Referendum

Nov
03
2011
Prendiamo una famiglia, nella quale il padre e la madre lavorando procurano le risorse finanziarie necessarie al buon andamento della stessa. Per un errore di educazione,  quattro figli, che hanno sempre vissuto nel benessere, spendono più di quanto i genitori incassano.
Accortisi dello squilibrio, i genitori decidono di tagliare le spese fra cui quelle dei figli. I quali non solo dovranno rinunziare al superfluo, ma anche ad altro non più compatibile col bilancio.
Se i genitori facessero un referendum fra gli stessi figli sul taglio delle spese essi sarebbero favorevoli o contrari? Verosimilmente contrari. La stessa mossa ha fatto George Papandreou, annunciando il referendum per sottoporre la politica dei tagli a coloro che sono colpiti dai tagli medesimi. Come chiedere se al tacchino piace il Natale.
La questione non ha alcuna logica politica e sociale, vi sono altre questioni dietro.  

Innanzitutto, secondo la legislazione greca, il referendum non può essere proposto dal presidente del Consiglio, bensì dal Governo, cosa che non è avvenuta. Poi, deve seguire una procedura non breve per arrivare alla consultazione. Ma in un periodo di alcuni mesi la Grecia cadrebbe nel precipizio, andando in default e uscendo dall’euro con conseguenze disastrose.
La strada del referendum è verosimilmente sbarrata per cui si deve supporre che Papandreou abbia contato sull’effetto annuncio, con un’azzardata mossa di poker per fare pressione (o ricatto) sull’Unione europea. Perchè pressione? Per ottenere i prestiti necessari al salvataggio della nazione ellenica, senza che il Governo e il Parlamento siano costretti ad ulteriori sanguinosi tagli della spesa pubblica.
Vi è anche una questione interna alla Grecia e cioè che la maggioranza perde pezzi e forse non è più maggioranza. Un Papandreou debole di fatto ha bisogno dell’appoggio dell’Ue, ma non può ottenerlo se non fa ulteriori tagli. Sembra un circolo vizioso senza uscita. Ma la soluzione verrà trovata oggi stesso, giovedi, nella riunione del G 20.
Non è in gioco la sopravvivenza della Grecia nè la crisi dell’Italia, bensì l’Unione monetaria.
 
In questo quadro, l’Italia non è in cattive condizioni. Ha un risparmio elevato, la disoccupazione media nazionale migliore di quella di Germania e Francia, il Pil in leggera crescita, ma non in decrescita, le imprese che incrementano l’esportazione, i consumi stabili anche se non crescono. Cos’è che non va? Quel mostro del debito pubblico, cumulato da governi, che si costituivano dopo le elezioni col maledetto sistema elettorale proporzionale, per cui i cittadini non decidevano mai prima chi dovesse governarli. Tuttavia, in questi diciassette anni di sistema elettorale maggioritario, il debito pubblico si è incrementato ancora.
Con l’ultima versione del Patto di stabilità (25 marzo 2011), la questione dell’aumento del debito sovrano si è chiusa perchè i mercati e gli speculatori hanno capito che potevano guadagnare molto, sfruttando questa situazione.

Berlusconi ha continuato a sottovalutare la gravità della situazione e a rinviare le riforme richieste nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. Anche lui, come Papandreou, ha scherzato col fuoco ed ora rischia di restarne bruciato.
Per fortuna, il capo dello Stato, con la sua autorevolezza morale, sta costringendo lo stesso Cavaliere, il riottoso Bossi e la parte riformista dell’opposizione, a convergere sulle immediate misure che blocchino la speculazione. In questo tragico momento non importa chi faccia il proprio dovere. Importa che lo si faccia.
È insulso continuare a chiedere le dimissioni di Berlusconi quando il Parlamento deve votare a giro di posta la trasformazione degli impegni calendarizzati dal Governo e che vanno anticipati oggi e non domani.
Berlusconi è alla stretta finale: prendere o lasciare. Se prende, dovrà approvare la più grande serie di riforme del dopoguerra. Se lascia, passerà allla storia come uno gnomo che sa raccontare barzellette, tutta apparenza e niente sostanza. Papandreou e Berlusconi: due personaggi che la storia ci dirà di che pasta siano fatti.
Ott
04
2011
Il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è diventato l’oracolo dell’Italia. Non è una connotazione negativa. Tuttavia, dobbiamo sottolineare che la sua funzione di indirizzo morale si è trasformata in funzione di indirizzo materiale. Prova ne è che fonti bene informate comunicano l’accordo fra Trichet, Draghi e lo stesso Napolitano relativo al contenuto della famosa lettera del 5 agosto 2011 che la Banca centrale europea ha mandato al Governo italiano.
Solo gli incompetenti possono dire che questa lettera ha commissariato l’Italia. Si tratta di ben altro. La Banca europea si comporta come qualunque altra banca, seppure sovranazionale. Deve erogare un credito e  vuole avere impegni precisi dal debitore cui deve erogarlo. Non è che la Bce abbia detto al Governo italiano cosa dovesse fare, ma più semplicemente che se voleva credito sotto forma di acquisto dei Buoni del Tesoro dovevano essere date garanzie precise. E così è stato.

La Bce non ha detto in profondità quali dovessero essere gli atti del Governo italiano, come invece ha fatto con il Governo greco, ma che dovesse essere raggiunto il pareggio di bilancio nel 2013, lasciando ampia facoltà fra il taglio di spese e l’aumento di tasse. È stata una improvvida responsabilità del Governo Berlusconi quella di avere scelto la strada di aumentare la pressione fiscale per due terzi della Manovra e con solo un terzo di tagli. Fra i tagli, stona fortemente l’omissione di quelli relativi alla Casta della politica.
Anche su questo versante, a nostro avviso, il Presidente Napolitano ha cercato di fare di tutta l’erba un fascio. Chi come noi da trent’anni evidenzia i privilegi e gli interessi privati di una parte del ceto politico e di quello burocratico non ha mai fatto antipolitica.
L’appello di Diego Della Valle, il patron di Tod’s, è pienamente da sottoscrivere. Anche in questo caso non si tratta di antipolitica, ma al contrario vi è una precisa richiesta di fare finalmente politica alta, cioè di prendere decisioni immediate nell’interesse di tutti i cittadini, tagliando gli interessi particolari delle varie Caste. è troppo comodo rifugiarsi nell’antipolitica quando si chiede l’eliminazione dei privilegi.
 
Il referendum contro la legge elettorale porcata è sacrosanto e legittimo. Noi siamo vecchi referendari, a partire dagli anni ‘70, ‘80 e ‘90, quando abbiamo sostenuto con forza tutti i referendum perché sono la più alta espressione della democrazia. è vero, essi sono imperfetti, perché hanno la funzione di taglio e cucito di norme esistenti.
Spesso accade che da questa operazione sartoriale non rimanga un testo ordinato, però, dato che il meglio è nemico del buono, riteniamo indispensabile chiamare il popolo ad esprimersi al di sopra del volere del Parlamento ove, ricordiamo, sono radunati dei mandatari, cioè coloro che ricevono un incarico e che poi debbono espletarlo nell’interesse del mandante, cioè del popolo medesimo.
Verosimilmente questo referendum passerà il vaglio della Cassazione che è limitato alla validità delle schede sottoscritte, superiori a 500 mila. Poi passerà al vaglio della Consulta che, altrettanto verosimilmente, darà via liberà.

Cosicchè, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2012, il referendum si farà. A meno che questa maggioranza non restituisca il mandato al Capo dello Stato il quale, dopo consultazione, non troverà altra maggioranza nelle Camere, per cui le scioglierà.
Oppure, il Parlamento approverà una legge elettorale sostitutiva di quella esistente, ma sempre nella direzione voluta dai referendari. Sia come sia, non è più accettabile avere Camere ove risiedono i Nominati e non gli Eletti. Anche se potrebbe essere probabile che con un atto di disperazione l’attuale maggioranza, pur di non fare svolgere il referendum con relativa modifica della legge elettorale, chiedesse le elezioni anticipate con questo porcellum. Tutto ciò mentre l’Italia si è fermata con una crescita misera, prevista nella misura dello 0,2 per cento, mentre gli Usa viaggiano verso il 2 per cento e la Germania verso il 3 per cento.
C’è di che arrossire profondamente, ma il nostro ceto politico non arrossisce per niente. Altro che antipolitica. Bisogna abbattere i politicanti, mostri partoriti dalla partitocrazia.
Giu
14
2011
Com’era prevedibile i quattro referendum sono passati positivamente, secondo i promotori. Si è ripetuta l’ondata emotiva del 1987 quando quel referendum abolì la possibilità di utilizzare l’energia nucleare, col risultato che l’Italia in questi 24 anni ha subito un maggior costo di energia per ben 192 miliardi (8 miliardi per anno). Nello stesso periodo nessun governo democristianocentrico o di Centro-destra o di Centro-sinistra ha messo sul campo un piano energetico per ridurre di un terzo il relativo costo in capo ad imprese e cittadini. Il secondo danno che ha procurato il referendum riguarda la questione dei servizi pubblici locali, perchè vogliamo ricordare che le leggi abrogate non riguardavano solo il servizio idrico, ma anche altri.
In breve, cosa ha deciso il popolo sovrano, bue ed ignorante, opportunamente disinformato da gente che vuole continuare a mangiare nella greppia pubblica; ha deciso che i servizi pubblici locali debbano essere gestiti da società-figlie degli enti locali alle quali gli stessi affidano in concessione diretta i medesimi.

Ho contribuito alla vittoria dei Sì andando a votare quattro No, perchè ritengo un dovere democratico partecipare ad ogni competizione elettorale, anche se i padri costituenti, all’articolo 75, hanno inserito l’opzione dell’astensione oltre a quella di votare Sì o No. Perciò, opino
Dare in concessione diretta i servizi pubblici locali significa evitare gli esami del mercato che si fanno attraverso le gare pubbliche; significa che tali servizi così gestiti possono costare qualunque prezzo per i cittadini e possono essere inefficienti in tutto o in parte, perchè nessuno ha il controllo del conto economico, in quanto non vi è l’obbligo di stendere a monte il piano aziendale.
Nel panorama italiano, oltre ai circa 3,3 milioni di dipendenti pubblici ve ne sono forse altrettanti parapubblici, cioè dipendenti delle società costituite ad hoc da Stato, Regioni ed Enti locali. Tali società hanno lo scopo di dare sfogo al più becero clientelismo perché possono entrare i raccomandati, i clienti e tanti altri che gravitano come parassiti nelle segreterie degli uomini politici. La giurisprudenza (vedi in particolare la sentenza n. 72/09 Corte dei Conti Puglia, sezione di controllo) ha affermato la pariteticità fra enti pubblici e società pubbliche-figlie, per cui l’assunzione deve passare attraverso i concorsi.
 
I responsabili istituzionali a tutti i livelli hanno fatto orecchie da mercante e continuano ad assumere nelle Spa pubbliche, senza concorsi. E continuano a sforare i bilanci, tanto poi l’ente-mamma ripiana le perdite.
Ritornando al referendum, i promotori hanno dimenticato che esistono due norme: una europea e una nazionale. La prima (art. 106 Trattato Ue) stabilisce in modo inderogabile che le imprese che gestiscono servizi di interesse economico generale devono rispettare le regole di concorrenza. Quella nazionale (L. 133 del 2008) conferma la norma europea e consente la deroga in pochissimi ed eccezionali casi.
Dal che consegue che permane il divieto per gli enti pubblici di affidare in concessione diretta, senza gara, i servizi di loro competenza, mentre,  sempre secondo le norme europee e il codice degli appalti, possono partecipare alle gare le società di diritto privato, indipendentemente dal fatto che il loro capitale sia in mano pubblica o privata.

Dunque, lo Stato ha organizzato un referendum inutile, per quanto concerne i due quesiti relativi al servizio idrico, perché la situazione non cambia. Anzi, si presenta l’occasione per questo Governo di regolare meglio tutta la materia con una legge quadro che recepisca in toto la normativa europea e che costringa, di conseguenza, a mettere in gara i servizi pubblici locali ed anche quelli statali.
Il nostro Paese, fatto di corporazioni di privilegiati e di parassiti, non ne può più di vedere un continuo arretramento competitivo del sistema Italia perché la voracità del ceto politico e di quello amministrativo pubblico è aumentata a dismisura, divora risorse, mentre i cittadini stanno male.
Tremonti dice che non ha denaro per fare la riforma fiscale. Mente, la riforma fiscale si può fare a saldi invariati. E mente perchè sa benissimo che può recuperare le risorse tagliando le rendite di posizione sotto forma di agevolazioni indebite ed inutili.
Sia serio ed operi bene, anzicché pontificare.
Giu
11
2011
L’articolo 75 della Costituzione,  che ha istituito il Referendum abrogativo, racchiude al suo interno un grosso problema: quello del quorum costitutivo. Vale a dire che se non si raggiunge il quorum della metà più uno degli aventi diritto al voto, il Referendum non vale, gettando al vento 350 milioni, il costo della tornata elettorale.
Caso diverso, invece, quello del Referendum confermativo, previsto dall’art. 138 della Costituzione, che è valido qualunque sia il numero dei partecipanti.
In nessun Paese del mondo i Referendum sono soggetti al passaggio del quorum costitutivo, che di fatto inserisce una terza variabile, oltre al Si o al No: quella dell’astensione. Nella Legge 352/1970, che disciplina il ricorso alle consultazioni referendarie previste dalla Costituzione, è poi inserita una furbata dannosissima per l’erario: non aver previsto l’obbligo di accorpare sempre il Referendum a una tornata elettorale, politica, amministrativa, europea. Ciò per lasciare in mano al Governo del momento la facoltà di far svolgere la tornata anche disgiunta dalle elezioni dell’anno.

Andare a votare è un dovere oltre che un diritto, indipendentemente dalla posizione del cittadino rispetto ai quesiti posti. Questo foglio ha espresso con chiarezza la netta contrarietà ai quattro quesiti referendari ma, nonostante ciò, noi andremo a votare ed esortiamo i cittadini degni di questo nome a esercitare in pieno il loro dovere-diritto. Spieghiamo perché voteremo No sui quattro quesiti, sgombrando il campo da una serie di menzogne.
La prima riguarda il legittimo impedimento: la norma è stata amputata dalla Corte Costituzionale con sentenza n° 23 del 2011, nel senso che ha rimesso alla facoltà del giudice ammettere o non ammettere l’assenza del primo ministro o dei ministri per legittimo impedimento. Dunque, andremo a votare non per cassare il diritto a non presentarsi in aula dei soggetti indicati, ma per la facoltà del giudice di ammettere o meno la richiesta.
La questione del nucleare è permeata da uno stato di emotività che non la fa vedere lucidamente. La prima osservazione riguarda il maggior costo dell’energia che l’Italia sostiene da 24 anni (1987/2011) di ben otto miliardi l’anno. Il che significa che il Paese ha sostenuto un super costo di 192 miliardi.
 
In questi 24 anni i Governi democristiano-socialisti, di centrodestra e di centrosinistra non hanno affrontato l’alternativa al nucleare. Ancora oggi il costo di otto miliardi l’anno in più continua a rimanere.
Vero è che la Germania ha deciso di chiudere le centrali nel 2022, ma da qui a dieci anni, se non riuscirà a sostituire la produzione nucleare di giga watt sarà difficile che possa mantener fede al proprio impegno. Anche la vicina Svizzera ha deciso di chiudere le centrali nucleari, ma già con un lasso di tempo più lungo, cioè nel 2034, sperando di poter sostituire l’energia nucleare prodotta con quella delle fonti rinnovabili. Anch’essa avrà tempo per ripensarci. In ogni caso, l’Italia stava considerando l’ipotesi di costruire centrali di terza e quarta generazione, quasi del tutto sicure.
La fandonia più grossa di questi Referendum è privatizzare l’acqua. In Italia, infatti, la maggioranza delle società che gestisce il servizio idrico è in mano agli Enti locali.

Se chiedessimo ai cittadini la loro soddisfazione o meno con riferimento al servizio e alle tariffe idriche riceveremmo un’unanime negazione. I quesiti referendari vogliono perpetrare questo stato di inefficienza e inorganizzazione con il Si oppure cambiare la situazione, mantendendo in vita l’attuale legge, per cui il servizio si liberalizza. La questione di fondo non è società di gestione pubblica o privata, bensì società di gestione efficiente o inefficiente. Questo elemento si misura attraverso la concorrenza. Le società partecipanti a una gara vengono selezionate, in modo da premiare quella che ha i migliori requisiti professionali e il miglior rapporto fra costo e qualità del servizio.
Nelle società pubbliche di gestione idrica, Cda e dirigenti sono spesso trombati politici, con la conseguenza di una pessima gestione. Tanto, quando le società perdono, c’è sempre l’Ente locale che ripiana con i soldi dei contribuenti. Lo stesso non potrebbe accadere con i privati perché, in caso di fallimento, si portano i libri in tribunale.
Bisogna votare con coscienza conoscendo la verità e i fatti, non guidati da stupide e fantasiose ideologie.
Mag
21
2011
In vista del referendum del 12/13 giugno, il Governo, con una furbata, ha annullato le norme della procedura del progetto nucleare, in modo da renderlo superfluo. Però, restano in piedi gli altri tre quesiti referendari (uno sui servizi idrici, un altro sulla gestione dei servizi pubblici, il terzo sul legittimo impedimento) e, dunque, per giudicarne la morte o la vita saranno chiamati gli elettori che, per l’Italia, avranno solo questa votazione.
In Sicilia, essa è stata accoppiata al ballottaggio delle Amministrative. Ciò è accaduto perché il Governo siciliano, che è di centrosinistra, ha interesse a che si formi il quorum costitutivo. Ma l’espediente non servirà, probabilmente, perché gli italiani in quei giorni andranno al mare, com’è accaduto negli ultimi dieci anni.
Perché definiamo una furbata il rinvio di un anno? Perché l’Italia ha bisogno del nucleare, come delle rinnovabili, in quanto non si può più permettere di pagare l’energia un terzo in più dei competitori europei. Il maggior costo della stessa amplifica l’effetto sui prezzi finali di beni e servizi della filiera produttiva, per cui alla fine del processo essi costano il 50% in più.

I prezzi del gas ricominciano a salire, quelli del petrolio continuano ad oscillare sopra i 100 euro al barile (quasi 159 litri). Si rende quindi urgente una politica energetica che faccia abbassare gradualmente il costo del suo consumo, sia per l’apparato produttivo che per i cittadini.
I governi che si sono succeduti in questi anni non hanno fatto una politica energetica. Si sono limitati a consumare quella prodotta dalle termocentrali, a petrolio o a gas, e importata dall’estero, là prodotta da centrali termonucleari.
Il dissennato referendum del 1987 ha bloccato il processo di costruzione di nuove centrali e ha costretto alla chiusura le altre in costruzione (Caorso e Montalto di Castro). è chiaro che nessuna regione vuole le centrali nucleari dopo il disastro di Fukushima, ma là il danno è stato provocato dal maremoto e non dal cattivo funzionamento dell’impianto, anche se esso doveva essere chiuso nel febbraio 2011.
Comunque, si tratta di un impianto di prima generazione, simile a quello di Chernobyl, mentre oggi gli impianti pronti sono già di terza generazione e, verosimilmente, quando il piano dell’energia sarà pronto, vi saranno gli impianti di quarta generazione.
 
Confagricoltura ha comunicato che vi sono 5 mila posti di lavoro nel settore e non si trovano  gli aspiranti occupati. Questo conferma ancora una volta che in Italia il lavoro c’è, in Sicilia anche, ma non la volontà di impegnarsi.
Un altro rapporto dell’Istat ci comunica che un giovane su cinque non lavora, non studia e non vuole fare niente. Si tratta dei bamboccioni cui si riferiva tempo fa l’allora ministro Padoa Schioppa. è inutile metterci le pezze. Fannulloni in Italia ce ne sono tanti, coperti da una ipocrisia senza limiti e da un mammismo che fa semplicemente vergogna, a chi lo esercita e a chi lo riceve.
Lo studio conferma quanto noi scriviamo da molti anni. E cioè che in Sicilia vi sono 4 mila chilometri di terreni incolti sui quali potrebbero essere coltivati prodotti vegetali (grano, mais, bietola, canna da zucchero, jatropha curcas, biomasse, eccetera) utili per produrre il biocarburante. La Regione, anziché assumere inutilmente dipendenti senza arte né parte, dovrebbe destinare le risorse al piano di investimento in materia, creando posti di lavoro produttivi per i disoccupati veri.

Gerard Mestrallet, numero uno di Gdf-Suez, società francese numero 2 al mondo per produzione di energia dopo Electricité de France, anch’essa transalpina, dichiara la propria disponibilità ad investire in Italia nel nucleare. Ma vi sono anche imprese italiane, come l’Enel che possiede la tecnologia, tanto che sta costruendo una centrale atomica in Slovacchia.
Per indurre una regione italiana ad accettare un impianto, bisogna offrirle adeguate compensazioni, in modo che la cittadinanza goda di un ritorno in termini di minor costo dell’energia e di arricchimento infrastrutturale.
La Sicilia, di fatto, ha la sua centrale atomica nel Triangolo della morte (Priolo, Augusta, Melilli). Se esplodesse, farebbe migliaia di morti. Non ci sarebbe alcun aggravio di pericolo se si estirpassero tutti gli impianti di raffinazione e si impiantasse una centrale nucleare, ma con un inquinamento nettamente inferiore e col dimezzamento del costo dell’energia. 
Ci vuole buon senso e non demagogia per capire queste cose.
Apr
12
2011
Quell’ossesso di Di Pietro, in tutte le sedi, chiede agli italiani di andare alle urne il 12 e 13 giugno, per rispondere Sì ai quattro quesiti referendari (legittimo impedimento, nucleare, privatizzazione dell’acqua, tariffa del servizio idrico integrato) proposti dal suo partito e che hanno superato la raccolta delle firme ed il vaglio della Cassazione e della Corte Costituzionale.
Indipendentemente dalla valutazione, votare Sì o No, Di Pietro ha ragione quando invita la gente ad andare alle urne. Infatti se non fosse raggiunto il quorum costitutivo - la metà più uno degli aventi diritto al voto - la tornata elettorale non produrrebbe alcun risultato. Ricordiamo che ogni tornata elettorale costa all’erario oltre 300 milioni, quindi non averla accorpata alle elezioni amministrative, significa un danno di pari importo. Governi di centrodestra e di centrosinistra, in questi ultimi 10 anni, hanno fatto ricorso all’escamotage di non accorpare le tornate referendarie a quelle elettorali quando avevano interesse che l’iniziativa fallisse.

L’astensione è diventata una manifestazione politica equivalente al No, con la differenza che è naturale per tanta gente non andare alle urne, anche per il senso di sfiducia che questo ceto politico ha meritato col suo comportamento dilatorio e non efficiente, non puntato ai risultati.
Quei grandi politici quali democristiani, socialisti e satelliti, inventarono nel 1970 la legge istitutiva del referendum, che può essere solo abrogativo, ma dentro il quale inserirono la trappola del quorum costitutivo, oltre la soglia del 50%. Il retropensiero di quegli eccelsi politici ha prodotto lo squallore di tantissimi referendum costati prima miliardi di lire e dopo centinaia di milioni di euro, andati in fumo perché non vi è stato un sufficiente numero di elettori a raggiungere la metà più uno.
Con ciò si è svuotato il principio democratico secondo il quale ha ragione chi partecipa e non chi si assenta, indipendentemente dalla sua espressione di voto. Questa precisa norma sul quorum costitutivo è al limite dell’incostituzionalità e certamente viola le norme di democrazia che si basano appunto sulla partecipazione. Una ignominia che continua da 41 anni.
 
In nessun Paese del mondo il referendum contiene questa norma assassina dei diritti dei cittadini che intendono partecipare. Nella più avanzata democrazia, quella degli Stati Uniti, si svolgono referendum continuamente, sempre accorpati con le votazioni elettorali a livello di Stato, di contea o di città.
Nella più antica democrazia del mondo, la Confederazione elvetica, costituitasi nel 1291, si svolgono referendum continuamente a livello nazionale, di cantoni o di città. In queste ultime, qualche volta, anche per spostare un albero dalla pubblica via. Insomma la democrazia è una cosa seria e non una commedia all’italiana come a suo tempo hanno approvato i soloni della prima Repubblica.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, ormai traghettato nel centrosinistra, ha invece correttamente accorpato il secondo turno delle elezioni amministrative in Sicilia alla data del referendum. Con ciò volendo dare un piccolo contributo al raggiungimento del quorum che verosimilmente anche questa volta  non sarà raggiunto.

Questo foglio, come fanno i quotidiani anglosassoni, prende sempre posizioni chiare e limpide sulle tornate elettorali e referendarie. Anche in questo caso indichiamo con chiarezza ai nostri lettori le ragioni per le quali bisogna andare a votare No ai quesiti referendari. Dal che si deduce che avremmo tutto l’interesse a che il quorum non si raggiungesse, perché in questo modo si avrebbe il medesimo risultato. Invece, no.
La democrazia è al di sopra di tutti gli interessi. La democrazia impegna tutti ad andare a votare. Ognuno si esprima in quella sede secondo la propria sensibilità e la propria coscienza se le possiede. Certo, ci dispiacerebbe se, superato il quorum, vincessero le tesi di Di Pietro, Vendola e compagni. Ma accetteremmo il verdetto espresso dai cittadini.
Perché No ai quattro quesiti? Lo abbiamo già scritto e lo ripeteremo con l’approssimarsi della scadenza referendaria quando l’opinione pubblica sarà investita dalle tesi dei promotori e da quelli che spingono per l’astensionismo.