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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Renato Brunetta

Apr
01
2010
La L. 102/2009, art. 23, comma 13, ha istituito la Comunicazione Unica. Si tratta della semplificazione introdotta dal vulcanico ministro Renato Brunetta, decisiva per chi voglia iniziare un’attività imprenditoriale.
Com’è noto, in Italia, il lavoro autonomo è stato sempre penalizzato. Come dire che sono stati soggetti a vessazioni tutti coloro che non cercavano il posto fisso, ma volevano andare sul mercato per procurarsi quanto necessario per attivare un’impresa.
Fino a ieri, chi voleva cominciare doveva fare il giro delle sette chiese, per comunicare urbi et orbi la propria voglia d’impresa. Da oggi la situazione viene ribaltata perché il cittadino, che volesse intraprendere  un’attività economica qualsivoglia, ha l’obbligo di effettuare una pratica digitale chiamata Comunicazione Unica e nel file inserire tutte le informazioni richieste, da inviare alla Camera di commercio provinciale. Una semplificazione quasi incredibile per il modo farraginoso di formulare le leggi in Italia.

C’è una carenza, e cioè che il cittadino che voglia iniziare una attività imprenditoriale e chiede la fornitura del servizio di energia elettrica, di quello telefonico, di acqua o di gas, non ha l’obbligo di inserirlo nella Comunicazione Unica. Dall’altra parte, gli enti e le società erogatrici dei servizi richiamati non hanno l’obbligo di effettuare la comunicazione alle Camere di commercio. Si tratta di un pericoloso vuoto, colmato il quale si eviterebbero tanti buchi neri che si trasformano in evasione totale di imposte e contributi. Sembra quasi che l’evasione non si voglia combattere perché non è pensabile che il legislatore non sappia quali siano i vuoti da colmare.
In ogni caso è stato fatto un grosso passo avanti che andrebbe comunicato al mondo economico formato da piccoli potenziali imprenditori, i quali devono essere agevolati e  spinti alle attività economiche alternative al lavoro dipendente. Non agevolare, soprattutto in Sicilia, tale attività è un comportamento irresponsabile d’ascriversi al ceto politico che ha il compito di progettare lo sviluppo dell’Isola.
 
Nell’inchiesta di servizio pubblicata oggi troverete le informazioni necessarie per utilizzare il nuovo canale ed in particolar modo il taglio delle vecchie procedure che da oggi non si devono più adoperare. Intendiamoci, non vogliamo fare una valutazione premiale di questa legge, parzialmente incompleta, però va sottolineata la svolta sottostante alla sua compilazione .
Strana coincidenza, l’entrata in vigore è prevista per oggi, ma vi assicuriamo che non si tratta di un pesce d’aprile, bensì di una nuova opportunità operante in Sicilia, come ci confermano dall’assessorato regionale delle Attività produttive.
Ci risulta che le Camere di commercio siano già abilitate a ricevere in via telematica le richieste, che auguriamo siano copiose, perché la Sicilia ha bisogno di tanti nuovi imprenditori che si consolidino professionalmente. Essi devono crescere con la mira di andare sia verso Nord che verso Sud, in modo particolare verso Tunisia e Marocco, due nazioni in forte sviluppo, nelle quali manca il ceto imprenditoriale siciliano, nonostante si trovino solo a un centinaio di miglia di distanza.

Il piccolo imprenditore va ulteriormente agevolato tagliando tante altre procedure amministrative che servono alla sua attività: regionali e comunali, presso Questura, Asp ed altri enti.
È vero che la Comunicazione Unica assolve una serie di adempimenti nel momento iniziale dell’impresa, ma è anche vero che nel corso della vita della stessa ve ne sono tanti altri che rimangono complicati volutamente, in modo che il richiedente sia costretto a chiedere il favore per ottenere quanto è suo diritto.
In questi decenni, il ceto politico e quello burocratico hanno fatto in modo di diffondere la cultura del favore per ottenerne obbrobriosi vantaggi da chiedere in cambio: il consenso e il voto. Una pratica che deve essere debellata e carcerata perché incivile.
Mar
25
2010
E così Barack Obama ce l’ha fatta. La prima vera riforma della sua presidenza è stata varata, nonostante la compatta opposizione dei repubblicani e il contrasto di ben 32 democratici. L’attività alla Camera dei deputati è stata guidata dalla lady di ferro Nancy Pelosi, un’italo-americana, madre di quattro figli, ancora di bell’aspetto, che dietro un’apparente mitezza nasconde una volontà d’acciaio.
Non solo la riforma della sanità introduce il principio avversato dal 60% dell’elettorato americano e cioè che anche la minoranza dei bisognosi ha diritto all’assistenza; ma ha sfondato la corporazione delle assicurazioni americane che del finanziamento al sistema sanitario ne ha fatto un baluardo finora insormontabile.
Il presidente degli Stati Uniti ha messo in gioco il suo prestigio e il suo avvenire, perché ha dichiarato che non aveva interesse al secondo mandato se non fosse stato nelle condizioni di riformare i rapporti tra i diversi strati della popolazione.

Obama ora dovrà affrontare altre due riforme importanti: quella del sistema finanziario e l’altra relativa all’immigrazione. Anche in questi due casi, vi sono in gioco enormi interessi e potentissime lobby, per cui l’Hawaiano dovrà esercitare grosse pressioni per cambiare i rapporti di forza nei due settori prima indicati.
Il sistema bancario americano, privo di sostanziali controlli, ha creato due mostri: i derivati e le stock option degli amministratori. I primi  costituiscono una sorta di finanza fantasma, perché non sono supportati dalla finanza reale. I secondi sono un abuso: l’autoliquidazione di ricchi compensi anche quando le banche amministrate perdevano come colabrodi.
L’altra riforma urgente riguarda l’immigrazione, per regolamentare in maniera rigorosa i flussi e la presenza delle comunità numerosissime che ormai sono stabilizzate all’interno degli Usa. Quella di lingua spagnola è la seconda etnia, ma anche i cinesi stanno diventando una forte aggregazione. La più ricca è sicuramente quella ebrea, capace di ogni sorta di pressione sul presidente per favorire le relazioni con Israele.
 
Mentre Obama riforma, Berlusoni pontifica. Ha sferrato una lotta senza quartiere ai magistrati comunisti, al Csm, alla Corte costituzionale, al Consiglio di Stato, anch’essi comunisti. Manca solo che riesumi un vecchio spauracchio: i comunisti mangiano i bambini.
Berlusconi è una grande delusione per l’elettorato moderato, perché da lui ci si aspettavano alcune riforme fondamentali, da farsi immediatamente, mentre ha bruciato quasi due anni di legislatura, inseguendo leggi utili alla propria protezione.
Tra le riforme urgenti, ne citiamo qualcuna: a) riorganizzazione e informatizzazione della Pubblica amministrazione, con l’inserimento dei valori di merito e responsabilità. Renato Brunetta ha fatto fino ad oggi l’impossibile con i vari decreti legislativi, ma ricevendo freni dalla propria maggiroanza e da altri membri del Governo, non è riuscito a renderli efficaci sul terreno; b) riforma delle leggi e formazione dei testi unici. Il ministro Robero Calderoli ha tentato di far varare una norma taglialeggi, ma via via essa è stata depotenziata, ridotta ad eliminare delle norme in disuso, ma non quelle che con la loro farraginosità danneggiano la vita dei cittadini.

c) Umberto Bossi ha fatto approvare la prima norma sul federalismo, ma essa è un’enunciazione di princìpi, totalmente inefficace sul piano pratico; d) nessuna legge è stata attuata per combattere la corruzione nella Cosa pubblca, anzi sono emersi molteplici casi di vergognose azioni affaristiche; e) nessuna riforma è stata varata per tagliare la spesa pubblica, con in testa quella relativa all’abolizione delle Province, né, per conseguenza, alcuna azione è stata possibile per ridurre la pressione fiscale: la spesa corrente, cattiva, fatta di sprechi, che stringe l’economia e non consente lo sviluppo.
Ultima riforma non fatta è quella relativa al Mezzogiorno verso il quale non sono state destinate le risorse finanziarie necessarie all’inizio di una diminuzione del divario con il Nord.
Ma l’ottimismo è l’ultimo a morire. Il Cavaliere ha ancora tre anni per fare quanto non ha fatto.
Gen
29
2010
Col nuovo disegno delle tredici branche amministrative (Presidenza e dodici assessorati), la nomina e le deleghe agli assessori, la nomina dei pletorici Gabinetti e quella dei direttori generali di Dipartimento e degli Uffici speciali, si è completata la mappa di coloro che hanno la responsabilità politica e burocratica di guidare la Sicilia verso il futuro.
La polemica degli oltre 2.200 dirigenti, molti dei quali promossi graziosamente in base al clientelismo, ha una sua ragion d’essere nei confronti dei nove dirigenti esterni. Ma la legge consente di nominarne fino al trenta per cento degli interni, e così è stato.
Le polemiche vanno accantonate, ora bisogna lavorare, lavorare e lavorare, con professionalità, profitto e disinteresse personale. Il presidente della Regione, eletto dai siciliani e non dai novanta deputati, ha le mani libere per la sua attività di Governo perché deve attuare il programma che ha proposto agli elettori e solo ad essi risponde.

In questo nuovo disegno, ogni assessore-delegato ha grande responsabilità, ma due di essi hanno una particolare importanza.
Michele Cimino, oltre che vice presidente della Regione, è il Tremonti siciliano, avendo la responsabilità dell’assessorato all’Economia, le cui competenze riguardano le finanze della Regione nonché la formazione dei bilanci, preventivo e consuntivo e la loro puntuale esecuzione. Cimino deve badare, da un canto, a tagliare le spese correnti, ma non le spese sociali, fra cui per prime quelle che riguardano i costi della politica, attuando il disposto dell’articolo 2, commi 183-184 della Finanziaria 2010 (riduzione del 20 per cento di consiglieri), comma 185 (riduzione degli assessori a un quarto del numero dei consiglieri comunali, e a un quinto di quelli provinciali) e controllare l’attuazione della l.r. 22/08.
E ancora, tagliare tutti quegli sprechi che ammontano a diversi miliardi di euro. Ne citiamo uno solo, a titolo di esempio: 1,1 miliardi di euro per le Province, così come sono in base alla legge incostituzionale n. 9/1986, in quanto in conflitto con l’art. 15 dello Statuto. Cimino ha poi il compito di trasformare i risparmi ottenuti dalla spesa corrente in investimenti produttivi o in investimenti per infrastrutture, sapendo che per ogni miliardo si mettono in moto migliaia di  posti di lavoro.
 
L’altro importante assessore è Caterina Chinnici, magistrato integerrimo e rigorosissimo, che si sta facendo un’esperienza nei meandri di una burocrazia piena di buchi, favoritismi, clientele e perfino corrotta. La Chinnici, con l’assunzione del suo assessorato del fondamentale settore della Funzione pubblica, può considerarsi il Brunetta siciliano. Che deve fare l’assessore? Deve inserire nel funzionamento della Pa regionale i valori di merito e responsabilità attraverso nuove norme e la modifica degli attuali contratti collettivi che consentono vergogne come l’ultima: la riassunzione di un dipendente condannato, che però l’amministrazione ha sospeso.
La sua azione è quindi trasversale e può inserire elementi di efficienza, in atto inesistenti, desunti in modo scientifico in base a modelli matematici di organizzazione esistenti, che vengono regolarmente applicati in tutti i settori dei servizi.
L’assessore può e deve chiedere a ciascun suo collega che gli facciano pervenire i piani industriali, Dipartimento per Dipartimento, in base ai quali viene determinato il fabbisogno di figure professionali, nonché di risorse necessarie alla produzione dei servizi. Dalla sua azione dipende l’acquisizione di un comportamento virtuoso da parte di tutta l’amministrazione.

Michele Cimino, storico editorialista di questa testata, e Caterina Chinnici, per la sua storia e per la sua professionalità, meritano ampia fiducia. I risultati dimostreranno che la carta di credito rilasciata nei loro confronti è pienamente meritata.
Ribadiamo: non basta che la Sicilia sia amministrata in maniera sufficiente, occorre che vengano perseguite eccellenza e qualità, due requisiti senza dei quali non può avvicinarsi la faticosa risalita.
Dic
28
2009
Pec e Cec-pac, due acronimi che significano rispettivamente: Posta elettronica certificata e Comunicazione elettronica certificata tra Pa e cittadino. Il tutto ruota intorno alla indispensabile e improrogabile necessità che i cittadini possano dialogare telematicamente con le diverse burocrazie e chiedere ed ottenere dalle stesse qualunque provvedimento amministrativo direttamente dal proprio desk.
Quando il sistema andrà a regime, si risparmieranno letteralmente centinaia di milioni di euro tenuto conto del tempo guadagnato, del risparmio sui mezzi di locomozione, sulla riduzione del personale della Pa e, soprattutto, su un forte calo della corruzione pubblica, materiale e morale, che oggi inquina tutta la Comunità.
è vero un certo ritardo da parte di imprese e professionisti nel dotarsi della Pec, ma essi saranno puniti dal mercato perché perderanno competitività. Proprio questo rischio di punizione li indurrà a dotarsi di quelle innovazioni indispensabili per essere collegati col mondo in tempo reale, dal vicino di casa a chi abita in Cina.

La Pa, invece, in atto non corre pericoli perché i dirigenti, che non hanno attrezzato per tempo le proprie strutture, non sono sanzionati nei loro compensi.
è ormai convinzione unanime che l’arretratezza del Paese, e quella ben maggiore del Mezzogiorno, ricade sulle spalle di un ceto politico non qualificato ed anche su un ceto dirigenziale che è stato al servizio del primo, lasciando correre l’acqua sotto i ponti senza fare nulla. Per fortuna le cose stanno cambiando, anche se lentamente, e cominciano a prendere forma le varie norme che prevedono direttamente responsabilità dei dirigenti.
Il pesce puzza dalla testa. Se i dirigenti puzzano, tutti i loro dipendenti non potranno fare odore di gelsomino. Perciò è necessario che tutti i cittadini facciano sentire l’esigenza di modernizzare immediatamente l’organizzazione della Pa, dotandola non solo di Pc, che in quanto tali sono del tutto inutili, quanto dei loro collegamenti in tutte le reti, in modo da dare e ottenere informazioni e procedere a effettuare i provvedimenti amministrativi richiesti.
 
Brunetta dice che quei dipendenti pubblici richiedenti ai cittadini il codice fiscale sono criminali. Come qualunque altra richiesta di dati in possesso della Pa di qualunque branca non deve più essere fatta ai cittadini. Naturalmente tra il dire e il fare…
Il meccanismo comincerà a funzionare solo nel momento in cui i dirigenti che non ottengono risultati adeguati al loro contratto, perderanno non solo il premio-obiettivo, ma anche parte del loro stipendio e in più verranno sanzionati con una cattiva reputazione e trattati adeguatamente alle loro capacità (o incapacità).
Nessuno può dubitare che si tratti di un vergognoso ritardo: ben quattro anni (1 gennaio 2006/10) trascorsi e la Pa continua a non avere la Pec. Com’è noto, con questo mezzo si eliminano le raccomandate con i conseguenti costi materiali e di tempo, evitando file alle Poste e dispersione di carta.

Sono decenni che sentiamo parlare di e-government. Si sono fatti alcuni passi avanti, ma non c’è ancora un sistema integrato di informazione telematica, soprattutto nei rapporti tra enti locali e di questi ultimi verso Regione e Stato. Una grande carenza si nota inoltre nella opacità dei comportamenti pubblici, in quanto enti e dipartimenti dotati di portale spesso non lo aggiornano e più spesso non vi inseriscono tutte quelle norme che farebbero guardare dentro l’amministrazione come attraverso dei vetri trasparenti.
Lo sforzo di digitalizzazione, che sulla carta si sta compiendo, trova una feroce opposizione da parte dei burocrati, perché sanno di perdere gli scudi dei pesanti tendaggi che li mettevano al riparo dalla pubblica opinione.
La strenua resistenza però si assottiglia perché il progresso non si può fermare. Ma resta un forte divario tra il funzionamento della Pa meridionale e quella settentrionale.
Anche su questo versante bisognerà intervenire oggi e non domani, perché mantenere lo status quo significa allontanare ancora di più il Sud dal Nord. La classifica del quotidiano confindustriale sulla qualità delle 107 province la dice lunga. Tutte quelle siciliane sono classificate fra l’83° e il 107° posto.
Dic
18
2009
Abbiamo atteso qualche giorno prima di commentare lo scontro fra Roberto Calderoli e Dionigi Tettamanzi. Il cardinale di Milano ha difeso a spada tratta, come fa tutto il Vaticano, l’ingresso ad libitum di immigrati da qualunque parte provengano. Essi chiedono, ovviamente, asilo politico. Con ciò creando un’immissione di persone al di fuori dell’ordinamento giuridico e di ogni regola di un’ordinata comunità.
Il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha preso la palla al balzo e ha definito il cardinale “L’imam di Milano”, ovvero colui che si occupa dei poveri che vengono dall’estero, mentre dovrebbe occuparsi dei nostri poveri.
La questione è seria: perché, da un canto, vi è la necessità religiosa di dare ospitalità a tutti, dall’altro c’è un ministro dello Stato che richiama alla realtà, fatta di numeri e di risorse finanziarie.

Tutti leggiamo delle antipatie e delle inimicizie che si sta attirando il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel dire no a tanti ministri e ad altri che chiedono risorse finanziarie. D’altra parte, con un buco nel Pil che si può già stimare in 75 miliardi c’è poco da scherzare. Non possiamo certo ridurci come la Grecia, che dopo sessant’anni dalla guerra è sull’orlo del fallimento per i dissennati comportamenti dei governi di centrodestra e centrosinistra, che hanno allargato i cordoni della borsa senza limitazioni.
In Italia, la spesa pubblica è attestata su circa 800 miliardi di euro, oltre la metà del Pil. Solo la Pubblica amministrazione, secondo il ministro Renato Brunetta, costa ben 300 miliardi. Non c’è dubbio che le due cifre possano essere potate e subire un dimagrimento che, anche solo nella misura del 5 per cento, comporterebbe rispettivamente una diminuzione di 40 miliardi della spesa complessiva e di 15 miliardi della spesa della Pa.
I paletti della spesa pubblica non possono essere spostati in avanti, anche per restare all’interno del Patto europeo di stabilità. La capacità del Governo viene dimostrata se, all’interno di esso, saprà razionalizzare l’organizzazione della Pa, risparmiare e girare le risorse agli investimenti.
 
In Italia, l’Istat ha stimato la presenza di circa 6-7 milioni di poveri, che vivono con redditi talmente bassi da richiedere l’intervento pubblico a carico della fiscalità generale. Le famiglie povere sono tante e occorre intervenire in loro soccorso. Il Governo ha distribuito 450 mila social card le quali dovrebbero essere ricaricate con 40 euro al bimestre, cioè poco meno di 250 euro all’anno, ma basterebbe una ricarica per spendere qualche centinaio di milioni di euro. Somme ben spese, ma che vanno reperite nel bilancio dello Stato. Tali spese hanno la precedenza rispetto a quelle necessarie per l’accoglienza di immigrati.
La solidarietà deve essere manifestata concretamente prima in casa nostra e poi, se vi sono ancora risorse, nei confronti dei terzi. Semmai, la solidarietà internazionale deve manifestarsi inviando nei Paesi poveri risorse finanziarie e non già aiutare gli immigrati nel nostro Paese, ove creano disordine in quanto la loro presenza è soprattutto clandestina.

Un Paese non si governa con la carità, ma con un insieme di regole eque che tengano conto di meriti e bisogni. Due valori che non si contrappongono ma si affiancano perché riguardano diverse categorie di persone umane.
I bisogni dei deboli, di tutti i cittadini – italiani e non – iscritti all’anagrafe, debbono essere soddisfatti anche parzialmente. Gli altri bisogni devono essere messi in coda se rimangono residuali possibilità di soddisfarli.
La questione che commentiamo è semplice, non c’è da girarci intorno: si tratta di formare una scala di priorità che chi governa deve soddisfare, in un ordine rigoroso, senza mollezze e considerazioni del tipo: Tutti tengono famiglia.
Il pietismo non porta da nessuna parte, salvo che alla disgregazione della società, la quale deve far fronte alle esigenze dei propri cittadini in proporzione alla loro capacità di reddito: più sono autosufficienti, meno lo Stato deve intervenire; meno sono autosufficienti e più lo Stato deve aiutare.
Regole chiare e trasparenti sulle quali nessuno deve azzardarsi a giocare.
Ott
23
2009
Il decreto legislativo che Renato Brunetta ci aveva anticipato direttamente nel forum pubblicato il 9 maggio 2009, è stato approvato dal Consiglio dei ministri nella sua riunione del 9 ottobre scorso. Poi, con l’approvazione preliminare da parte del Cdm del 15 ottobre della class action, si completa il quadro della riforma della pubblica amministrazione. Da un canto è inserita nel funzionamento di dirigenti e dipendenti pubblici la bilancia premi/sanzioni, dall’altro viene data in mano ai cittadini la possibilità di ricorrere ai tribunali, all’uopo abilitati, contro la disfunzione della pubblica amministrazione.
Il bravo ministro Brunetta, però, non ha osato inserire le sanzioni conseguenti all’azione collettiva e questo sicuramente depotenzia la forza e la pressione dei cittadini e preserva dirigenti e dipendenti pubblici dal rispondere patrimonialmente delle loro insufficienze.

Gli obiettivi della riforma riguardano una migliore organizzazione del lavoro, il miglioramento della qualità dei servizi e ottenere adeguati livelli di produttività del pubblico lavoro.
La riforma inserisce i concetti di trasparenza e integrità della Pa, quello di valutazione della performance, l’emersione di merito o demerito.
Il decreto legislativo ovviamente supera le blande condizioni dei contratti (Ccnl) di dirigenti e dipendenti pubblici essendo cogente ed applicabile erga omnes. Né, nel futuro, gli stessi Ccnl potranno debordare dai limiti imposti da esso. Elemento importante è la valutazione della performance. Nella precedente situazione erano i dirigenti generali a misurare la qualità dei propri dipendenti, cui erano collegati i premi. Ma i dirigenti irresponsabili hanno messo 10/10 a tutti i propri dipendenti indipendentemente da merito e demerito.
Da oggi in avanti, invece, la valutazione delle attività è effettuata da un organismo indipendente, cioè da un’Autorità esterna, accreditato da un’apposita Commissione che emana le linee guida per adottare i modelli di valutazione sulla base dei requisiti minimi. I dirigenti sono responsabili della valutazione del personale.
I premi al merito si attribuiscono mediante una logica comparativa che è basata su sistemi di valutazione certificati. Non più di un quarto dei dipendenti di ciascuna amministrazione potrà beneficiare della misura massima di tali premi e non più della metà potrà goderne della misura ridotta alla metà. Il restante 25 per cento che non è capace di entrare nella fascia A (massima) o nella fascia B (ridotta), non riceverà alcun incentivo. Vi è poi una fascia di eccellenza cui possono competere i migliori dipendenti, che comporta il premio aumentato del 5 per cento.
Finalmente il dirigente è chiamato datore di lavoro pubblico. Egli gestisce le risorse umane e, prima ancora, individua i profili professionali necessari al raggiungimento degli obiettivi. Tradotto significa che le figure professionali devono essere adeguate alla produzione di servizi.

Ne consegue che prima di determinare le figure professionali, ogni branca amministrativa di qualunque ente dovrà redigere il Piano organizzativo di produzione dei servizi (Pops), quello che nelle imprese si chiama Piano industriale. Il dirigente ha il potere di valutare il personale sulla base degli indicatori di efficienza e di efficacia, predisposti dall’organismo indipendente di valutazione della performance. Egli ha la responsabilità per l’omessa vigilanza sull’effettiva produttività delle risorse umane a lui assegnate, affinché la struttura sia efficiente e gli obiettivi vengano raggiunti. La culpa in vigilando non solo comporta la non liquidazione del premio, ma il dirigente avrà anche una decurtazione di una parte del trattamento economico.
Il dirigente non potrà distribuire premi in mancanza delle verifiche e attestazioni, né potrà ricevere l’indennità di risultato se non avrà ottenuto il documento valutativo rilasciato dall’Autorità indipendente prima richiamata.
Il decreto legislativo è applicabile alle pubbliche amministrazioni siciliane (Regione ed Enti locali) anche se sembra opportuno che l’assessore alla Presidenza, Gaetano Armao, dato il bravo amministrativista che è, emetta subito una circolare di conferma in questo senso, in modo che l’esercito dei dirigenti pubblici siciliani si metta il cuore in pace e si avvii ad un rapporto di lavoro produttivo, al servizio dei cittadini.