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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Roberto Calderoli

Set
09
2011
Il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, dice spesso cose sbagliate, demagogiche e piene di propaganda. Ma una cosa l’ha detta giusta: bisogna indagare sulla formazione dei patrimoni, per verificare se nel formarsi essi abbiano scontato regolarmente le imposte. L’argomento ha un sottointendimento malizioso e sottile: i patrimoni si sono potuti formare anche con le infiltrazioni di risorse finanziarie provenienti dall’Onorata Società.
Per un momento restiamo alla prima questione. Chi ha cominciato a lavorare da mozzo, come Aristotele Onassis, poi è diventato un armatore di dimensioni planetarie, non ha mai spiegato all’opinione pubblica del suo Paese (la Grecia), né a quella internazionale, quale sia stato il processo di accumulo della ricchezza attraverso meccanismi leciti o illeciti, né se tale ricchezza sia stata sottoposta sistematicamente ad imposte.
Abbiamo citato un signore morto da tempo per evitare che il pensiero del lettore corresse rapidamente a viventi, nazionali o internazionali, che sono diventati straricchi, ma non hanno mai spiegato come.

La questione non è di poco conto, in un momento in cui lo Stato non incassa centoventi miliardi di imposte, di cui la metà da Iva evasa. Se ne incassasse la massima parte potrebbe destinarla all’abbattimento del mostruoso debito superiore a 1.900 miliardi di euro.
La questione dell’evasione in Italia è patologica perché supera enormemente una parte di essa accettabile, stimata comunemente in circa il 5 per cento. La lotta all’evasione che fanno Guardia di finanza e Agenzia delle Entrate non è stata fornita di idonee leggi, almeno fino ad oggi, in grado di chiedere ai contribuenti possessori di straordinari patrimoni il loro processo di formazione.
Gli strumenti inseriti dalle quattro manovre 2011 hanno cominciato a produrre effetti dal 1° luglio di quest’anno, per quanto concerne lo spesometro, e dagli ultimi anni per le imprese, per quanto concerne gli studi di settore. Ma nulla hanno predisposto, tali norme, per attivare le indagini che consentano di retrocedere nel tempo per arrivare a determinare il punto di partenza dei patrimoni posseduti e le successive tappe.
 
I furbetti del quartierino, i palazzinari delle varie città, i finanzieri ed altra brava gente di siffatto tipo, di colpo sono apparsi ricchi, ma non si sa laprovenienza di tale ricchezza, né se da fonte lecita , né se da evasione fiscale e previdenziale.
Noi siamo sempre stati favorevoli a che i cittadini possano diventare ricchi, purché la ricchezza in quanto tale sia frutto di capacità, di intelligenza, di onestà e di saper fare. E tassata. La ricchezza formata in modo delinquenziale o trasformando l’evasione non solo turba le coscienze dei cittadini, ma anche il mercato, le regole della concorrenza e l’etica degli affari.
Scusate se citiamo l’etica degli affari, ma senza di essa ognuno è autorizzato a rubare, a imbrogliare, ad aggredire gli altri: cosa riprorevole, che va emarginata. Va da sé che nessuno si autodenuncia, né si dichiara colpevole di evasione se i controlli non lo mettono alle strette, anche perché in questo versante non esiste  l’inversione dell’onere della prova.

La Sicilia è povera, almeno relativamente. Il reddito procapite è all’incirca la metà di quello dei lombardi. Dovremmo vergognarci di questo stato di inferiorità ed indicare con chiarezza e forza le gravissime responsabilità del ceto politico che ha governato dal dopoguerra ad oggi. Responsabilità molto più grandi sono da addebitare a Governi e maggioranze regionali in questi ultimi vent’anni.
Quando la zona grigia è estesa, i parassiti vivono bene, perché nessuno li disturba e possono tranquillamente accumulare ricchezze, evadendo o utilizzando risorse di provenienza criminale.
Il compianto prefetto Dalla Chiesa, lo ripetiamo continuamente, arrivato a Palermo dispose subito che le indagini esplorassero la via del denaro, in modo da colpire l’accumulo dei patrimoni. Puntando al cuore del problema, fu abbandonato dal ceto politico nazionale, probabilmente su impulso di chi in Sicilia si sentì minacciato dal nuovo corso.
Vi sono patrimoni, nell’Isola, che si sono formati in un quarto di secolo. I siciliani vorrebbero sapere come sia stato possibile e se hanno scontato tutte le imposte.
Lug
20
2011
La quarta manovra estiva di Tremonti, per complessivi 70 miliardi di euro, contiene molte iniquità. La prima riguarda la Casta politica, che ancora una volta è uscita indenne dalla tosatura urgente e indispensabile. Il giochino illusionistico che ha presentato il ministro, Roberto Calderoli, di riforma costituzionale è del tutto ininfluente sulla gravità della situazione finanziaria del Paese, stante che potrebbe produrre gli effetti tra molti anni.
La seconda iniquità è il possibile aumento sulla più odiosa imposta che c’è in Italia, unico Paese al mondo ad averla istituita, e cioè l’Irap. L’imposta è odiosa perché si paga sul costo del lavoro e sul costo della ricerca, con ciò penalizzando il primo e la seconda.
La terza iniquità riguarda quella simpatica definizione contributo di solidarietà. Ma esso colpisce una fascia ridotta di ricchi e precisamente col 5 per cento su pensioni da 90 mila euro e col 10 per cento su pensioni da 150 mila euro, mentre avrebbe dovuto intervenire sulle pensioni da 40 mila euro in su.

È vero che Camera, Senato e Quirinale hanno bilanci autonomi, ma è anche vero che le risorse dei cittadini ad essi destinate possono essere ridotte di una certa percentuale per poi lasciare ai vertici di quelle istituzioni il compito di spalmare i tagli secondo la propria autonomia. Camera, Senato e Quirinale costano oltre due miliardi. Basterebbe diminuire il finanziamento del 25 per cento per risparmiare 500 milioni. Non occorre una legge costituzionale per far ciò.
Trasformare le Province in Consorzi di Comuni significa abbattere altri 7 miliardi circa, dal momento che le spese di manutenzione rimangono. Anche in questo caso non occorre una legge costituzionale perché basta sostituire la vecchia legge istitutiva delle Province, la n. 122/51, cambiando la forma da istituzione elettiva a istituzione consortile, basata sui Comuni che la compongono volontariamente.
Ricordiamo che l’art. 119 della Costituzione mette al primo posto nell’ordine delle istituzioni i Comuni, continua con le Province, le Città metropolitane e le Regioni, secondo il principio generale della sussidiarietà.
 
Prosegue il citato articolo 119 stabilendo che gli enti indicati in sequenza hanno risorse autonome. Stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri... Quindi, ogni Ente locale deve autoamministrarsi e far fronte ai bisogni per la produzione di servizi e la realizzazione di opere pubbliche attraverso le proprie entrate. Tuttavia, recita ancora l’art. 119, per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per promuovere gli squilibri economici e sociali... lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Invece di applicare testualmente la Costituzione, sindaci e presidenti di Regione si sono trasformati in mendicanti che continuano a questuare trasferimenti dallo Stato anziché gestire con capacità professionale e intelligenza il proprio ente, basandosi, in primis, sulle proprie entrate inserite in un Piano aziendale organizzato. Nei prossimi giorni pubblicheremo un Piano aziendale tipo.

Regioni ed Enti locali devono invertire il loro funzionamento. I propri vertici istituzionali devono trasformarsi da viziosi in virtuosi e gestire le proprie amministrazioni con criteri di efficienza nell’esclusivo interesse dei propri cittadini. Guai a coloro che insisteranno pervicacemente su una linea che li porterà nel baratro. Non c’è più spazio per le attività clientelari, non c’è più spazio per la corruzione estesa.
La festa è finita: Governo, maggioranza e opposizione non hanno margini di manovra. Debbono attuare il ferreo Patto di stabilità del 25 marzo 2011 trasferendolo nel Patto di stabilità interno a Regioni e Comuni, ferma restando la salvaguardia nei confronti di quegli enti virtuosi i cui parametri consentono loro di spendere per investimenti.
Tutto il Mezzogiorno dovrà fare un esame di coscienza e abbandonare il comportamento questuante della mano tesa. Campani, pugliesi, siciliani, calabresi, abruzzesi, sardi e lucani dovranno dissotterrare il proprio orgoglio e ricordarsi del glorioso passato, dandosi da fare e non aspettando la manna che non arriverà più.
Giu
11
2010
Secondo l’Istituto Bruno Leoni l’Italia è ultima per libertà d’intrapresa, dietro a Irlanda, Regno Unito, Germania, Spagna, Francia e persino Grecia. In oltre sessant’anni di governi di varia natura la questione non è mai stata affrontata di petto, anzi sul sistema delle imprese si sono stratificate norme di ogni genere incatenando le attività economiche in un sistema asfissiante.
L’idea del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione ha una connotazione mediatica ma non sostanziale, perché è priva di logica, di ragionevolezza e di effetti. Che dice l’incriminato articolo? Che l’iniziativa economica privata è libera, che deve essere in sintonia con l’utilità sociale, con la sicurezza, con la libertà e la dignità umana. Conclude che la legge determina i programmi e i controlli perchè l’attività economica pubblica e privata sia indirizzata e coordinata a fini sociali. Non si capisce in qual modo la norma vincoli l’impresa.

Sembra echeggiare la favola di Fedro che rappresenta la volpe e l’uva. Infatti sono le pessime leggi e relative procedure amministrative che hanno incasinato l’attività economica. Nè, d’altra parte, i controlli previsti debbono essere effettuati necessariamente in via preventiva. Essi infatti possono essere successivi.
Sembra che l’iniziativa abbia più un carattere di sondaggio che non di concretezza. Che non vi sia bisogno di modificare la Costituzione con una procedura lentissima di anni è provato dall’esistenza di un apposito ministero per la Semplificazione, che si sta occupando proprio di tagliare le leggi inutili e di sistemare i percorsi di tante altre che complicano la vita non solo alle imprese ma anche ai cittadini. è proprio tale ministero che ha in mano l’accetta e la soluzione per liberare le imprese dai vincoli. Peccato che a distanza di due anni gli effetti della sua azione, al di là dei roghi propagandistici, non si sono ancora visti.
Se il ministro Roberto Calderoli avesse fatto affrontare dai suoi tecnici come togliere dalle spalle dei piccoli e medi imprenditori inutili e pesanti adempimenti, già fin da oggi una parte dei circa 11 miliardi del peso della burocrazia sul sistema imprenditoriale sarebbe tagliata.
 
Già la recente legge  sulla Comunicazione Unica, entrata in vigore il primo aprile, consente di aprire un’attività in un solo giorno. Basterebbe centralizzare qualunque adempimento di ogni iniziativa imprenditoriale presso un unico ufficio, per decimare senza pietà i cavilli e le pretese di una Pubblica amministrazione iniqua e vessatoria cui le norme redatte da personale incompetente e in malafede hanno dato un potere straordinario.
Ingannare l’opinione pubblica spiegando che per liberare le imprese bisogna modificare la Costituzione è un grande reato etico che dovrebbe essere punito dalle imprese e, per esse, dalle organizzazioni imprenditoriali che le rappresentano. Ma di fronte all’inutile proclama non abbiamo sentito né Confindustria né Concommercio né le altre associazioni dire la verità e spiegare come l’ipotesi prospettata dal gatto e la volpe (Berlusconi eTremonti) sia solo fumo negli occhi.

Vi è un altro modo concreto per togliere il peso della Pubblica amministrazione che grava sulle imprese: rendere telematiche tutte le procedure abolendo totalmente carta e raccomandate. A riguardo dobbiamo muovere un rilievo al ministro Brunetta che abbiamo apprezzato nel forum pubblicato il 9 maggio 2009. Il ministro ha reso obbligatoria l’introduzione della Pec per i professionisti entro il 29 novembre 2009, ma non ha ancora fissato una data affinché tutti gli uffici pubblici siano dotati di Pec né la sanzione a carico dei dirigenti che non la attivano entro tale data. La conseguenza è che imprese e cittadini sono ancora obbligati a ricevere e inviare cartaccia e andare alla Posta per fare raccomandate, quando invece il dialogo dovrebbe avvenire in tempo reale.
Non basta tagliare i capitoli di bilancio, bisogna tagliare le procedure, inserire come principio generale il silenzio-assenso, informatizzare ogni canale da e per la Pubblica amministrazione. Ecco alcune cose semplici e dettate da buon senso. Non inutili annunci roboanti di cambiamenti costituzionali lunghi anni. Non c’è più tempo.
Mar
25
2010
E così Barack Obama ce l’ha fatta. La prima vera riforma della sua presidenza è stata varata, nonostante la compatta opposizione dei repubblicani e il contrasto di ben 32 democratici. L’attività alla Camera dei deputati è stata guidata dalla lady di ferro Nancy Pelosi, un’italo-americana, madre di quattro figli, ancora di bell’aspetto, che dietro un’apparente mitezza nasconde una volontà d’acciaio.
Non solo la riforma della sanità introduce il principio avversato dal 60% dell’elettorato americano e cioè che anche la minoranza dei bisognosi ha diritto all’assistenza; ma ha sfondato la corporazione delle assicurazioni americane che del finanziamento al sistema sanitario ne ha fatto un baluardo finora insormontabile.
Il presidente degli Stati Uniti ha messo in gioco il suo prestigio e il suo avvenire, perché ha dichiarato che non aveva interesse al secondo mandato se non fosse stato nelle condizioni di riformare i rapporti tra i diversi strati della popolazione.

Obama ora dovrà affrontare altre due riforme importanti: quella del sistema finanziario e l’altra relativa all’immigrazione. Anche in questi due casi, vi sono in gioco enormi interessi e potentissime lobby, per cui l’Hawaiano dovrà esercitare grosse pressioni per cambiare i rapporti di forza nei due settori prima indicati.
Il sistema bancario americano, privo di sostanziali controlli, ha creato due mostri: i derivati e le stock option degli amministratori. I primi  costituiscono una sorta di finanza fantasma, perché non sono supportati dalla finanza reale. I secondi sono un abuso: l’autoliquidazione di ricchi compensi anche quando le banche amministrate perdevano come colabrodi.
L’altra riforma urgente riguarda l’immigrazione, per regolamentare in maniera rigorosa i flussi e la presenza delle comunità numerosissime che ormai sono stabilizzate all’interno degli Usa. Quella di lingua spagnola è la seconda etnia, ma anche i cinesi stanno diventando una forte aggregazione. La più ricca è sicuramente quella ebrea, capace di ogni sorta di pressione sul presidente per favorire le relazioni con Israele.
 
Mentre Obama riforma, Berlusoni pontifica. Ha sferrato una lotta senza quartiere ai magistrati comunisti, al Csm, alla Corte costituzionale, al Consiglio di Stato, anch’essi comunisti. Manca solo che riesumi un vecchio spauracchio: i comunisti mangiano i bambini.
Berlusconi è una grande delusione per l’elettorato moderato, perché da lui ci si aspettavano alcune riforme fondamentali, da farsi immediatamente, mentre ha bruciato quasi due anni di legislatura, inseguendo leggi utili alla propria protezione.
Tra le riforme urgenti, ne citiamo qualcuna: a) riorganizzazione e informatizzazione della Pubblica amministrazione, con l’inserimento dei valori di merito e responsabilità. Renato Brunetta ha fatto fino ad oggi l’impossibile con i vari decreti legislativi, ma ricevendo freni dalla propria maggiroanza e da altri membri del Governo, non è riuscito a renderli efficaci sul terreno; b) riforma delle leggi e formazione dei testi unici. Il ministro Robero Calderoli ha tentato di far varare una norma taglialeggi, ma via via essa è stata depotenziata, ridotta ad eliminare delle norme in disuso, ma non quelle che con la loro farraginosità danneggiano la vita dei cittadini.

c) Umberto Bossi ha fatto approvare la prima norma sul federalismo, ma essa è un’enunciazione di princìpi, totalmente inefficace sul piano pratico; d) nessuna legge è stata attuata per combattere la corruzione nella Cosa pubblca, anzi sono emersi molteplici casi di vergognose azioni affaristiche; e) nessuna riforma è stata varata per tagliare la spesa pubblica, con in testa quella relativa all’abolizione delle Province, né, per conseguenza, alcuna azione è stata possibile per ridurre la pressione fiscale: la spesa corrente, cattiva, fatta di sprechi, che stringe l’economia e non consente lo sviluppo.
Ultima riforma non fatta è quella relativa al Mezzogiorno verso il quale non sono state destinate le risorse finanziarie necessarie all’inizio di una diminuzione del divario con il Nord.
Ma l’ottimismo è l’ultimo a morire. Il Cavaliere ha ancora tre anni per fare quanto non ha fatto.
Dic
18
2009
Abbiamo atteso qualche giorno prima di commentare lo scontro fra Roberto Calderoli e Dionigi Tettamanzi. Il cardinale di Milano ha difeso a spada tratta, come fa tutto il Vaticano, l’ingresso ad libitum di immigrati da qualunque parte provengano. Essi chiedono, ovviamente, asilo politico. Con ciò creando un’immissione di persone al di fuori dell’ordinamento giuridico e di ogni regola di un’ordinata comunità.
Il ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, ha preso la palla al balzo e ha definito il cardinale “L’imam di Milano”, ovvero colui che si occupa dei poveri che vengono dall’estero, mentre dovrebbe occuparsi dei nostri poveri.
La questione è seria: perché, da un canto, vi è la necessità religiosa di dare ospitalità a tutti, dall’altro c’è un ministro dello Stato che richiama alla realtà, fatta di numeri e di risorse finanziarie.

Tutti leggiamo delle antipatie e delle inimicizie che si sta attirando il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, nel dire no a tanti ministri e ad altri che chiedono risorse finanziarie. D’altra parte, con un buco nel Pil che si può già stimare in 75 miliardi c’è poco da scherzare. Non possiamo certo ridurci come la Grecia, che dopo sessant’anni dalla guerra è sull’orlo del fallimento per i dissennati comportamenti dei governi di centrodestra e centrosinistra, che hanno allargato i cordoni della borsa senza limitazioni.
In Italia, la spesa pubblica è attestata su circa 800 miliardi di euro, oltre la metà del Pil. Solo la Pubblica amministrazione, secondo il ministro Renato Brunetta, costa ben 300 miliardi. Non c’è dubbio che le due cifre possano essere potate e subire un dimagrimento che, anche solo nella misura del 5 per cento, comporterebbe rispettivamente una diminuzione di 40 miliardi della spesa complessiva e di 15 miliardi della spesa della Pa.
I paletti della spesa pubblica non possono essere spostati in avanti, anche per restare all’interno del Patto europeo di stabilità. La capacità del Governo viene dimostrata se, all’interno di esso, saprà razionalizzare l’organizzazione della Pa, risparmiare e girare le risorse agli investimenti.
 
In Italia, l’Istat ha stimato la presenza di circa 6-7 milioni di poveri, che vivono con redditi talmente bassi da richiedere l’intervento pubblico a carico della fiscalità generale. Le famiglie povere sono tante e occorre intervenire in loro soccorso. Il Governo ha distribuito 450 mila social card le quali dovrebbero essere ricaricate con 40 euro al bimestre, cioè poco meno di 250 euro all’anno, ma basterebbe una ricarica per spendere qualche centinaio di milioni di euro. Somme ben spese, ma che vanno reperite nel bilancio dello Stato. Tali spese hanno la precedenza rispetto a quelle necessarie per l’accoglienza di immigrati.
La solidarietà deve essere manifestata concretamente prima in casa nostra e poi, se vi sono ancora risorse, nei confronti dei terzi. Semmai, la solidarietà internazionale deve manifestarsi inviando nei Paesi poveri risorse finanziarie e non già aiutare gli immigrati nel nostro Paese, ove creano disordine in quanto la loro presenza è soprattutto clandestina.

Un Paese non si governa con la carità, ma con un insieme di regole eque che tengano conto di meriti e bisogni. Due valori che non si contrappongono ma si affiancano perché riguardano diverse categorie di persone umane.
I bisogni dei deboli, di tutti i cittadini – italiani e non – iscritti all’anagrafe, debbono essere soddisfatti anche parzialmente. Gli altri bisogni devono essere messi in coda se rimangono residuali possibilità di soddisfarli.
La questione che commentiamo è semplice, non c’è da girarci intorno: si tratta di formare una scala di priorità che chi governa deve soddisfare, in un ordine rigoroso, senza mollezze e considerazioni del tipo: Tutti tengono famiglia.
Il pietismo non porta da nessuna parte, salvo che alla disgregazione della società, la quale deve far fronte alle esigenze dei propri cittadini in proporzione alla loro capacità di reddito: più sono autosufficienti, meno lo Stato deve intervenire; meno sono autosufficienti e più lo Stato deve aiutare.
Regole chiare e trasparenti sulle quali nessuno deve azzardarsi a giocare.