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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Salvatore Cuffaro

Gen
15
2011
Abbiamo notizie che la Ionio gas, di proprietà del gruppo ligure Erg e dell’anglo-olandese Shell, si stia muovendo in via informale per tentare di far cambiare parere alla Regione in ordine al rigassificatore di Priolo-Melilli.
Riassumiamo brevemente la vicenda. Circa sette anni fa, la compagine citata ha fatto richiesta di installare un impianto per la gassificazione di gas naturale liquefatto, importato con apposite navi gasiere. Naturalmente, ha pensato di realizzare il nuovo impianto in una zona ad altissimo inquinamento quale quello del Triangolo della morte, probabilmente per sfruttare sinergie con gli impianti  esistenti e di proprietà e, quindi, con consistenti benefici economici.
Il gruppo Garrone ha, tra l’altro, anche depositi ed oleodotti in Liguria, ma quando ha chiesto l’autorizzazione per installare un rigassificatore in quella regione, ha ricevuto un rifiuto. Hanno pensato, lor signori, che i siciliani hanno l’anello al naso e che da noi ciò che era stato rifiutato altrove, potesse essere consentito.

Il governo regionale dell’epoca, presieduto da Salvatore Cuffaro, era stato possibilista, trascurando il danno ambientale. Nel 2008, il presidente Lombardo e il suo assessore al ramo capirono subito che l’iniziativa era da bocciare. Non tanto in quanto tale, ma in quanto quel territorio non aveva di per sé le caratteristiche di sicurezza già per gli impianti insediati, che nel corso dei decenni erano diventati colabrodo. La posizione del governo regionale fu diametralmente opposta nell’approvare il rigassificatore Enel di Porto Empedocle, perché colà non vi sono problemi di sicurezza. Questo dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’impianto di per sé ha una sua validità, ma non si può fare dentro il Triangolo della morte.
Nulla contro i Garrone, ma solo una tutela di quei sessantamila siciliani cui si debbono aggiungere tutti gli altri della provincia aretusea, che lì vivono. Ma i liguri, si sa, sono capatosta e buoni amministratori, anche se egoisti, ed hanno adottato una tattica bifronte: da un canto, facendo gridare altri (industriali, sindacalisti, giornalisti, politici) su questa grande opportunità di lavoro (quasi inesistente), mentre il proprio ufficio stampa dichiarava che il gruppo era pronto ad andarsene. Una finzione stomachevole.
 
La Regione ha condotto in modo esemplare l’iter burocratico. Ha raccolto i pareri sulla sicurezza di tutti gli attori ed infine una Conferenza di servizi del 12 aprile 2010 ha emesso una decisione limpida: prima di occuparsi delle autorizzazioni per le installazioni del rigassificatore, occorre mettere inn sicurezza il territorio. Ed ha puntualmente elencato dieci prescrizioni tassative che vanno fatte in ogni caso. Solo dopo potrà prendere in esame la richiesta di Ionio Gas.
Abbiamo ulteriori notizie sulle notevoli pressioni che vengono fatte al presidente della Regione e ai suoi assessori, ancora una volta per ottenere ciò che non si può ottenere, in violazione di norme di legge e saltando a piè pari le prescrizioni della Conferenza di servizi. Questo non è possibile e occorre che la società proponente si metta il cuore in pace una volta per tutte. Guai a pensare che l’intervento politico, foss’anche quello di un ministro, possa danneggiare i siciliani e favorire gli interessi di un gruppo privato.

La questione che ci preoccupa è che ancora la Regione non ha attivato i procedimenti coattivi per fare realizzare le prescrizioni di messa in sicurezza del territorio, riportate nell’inchiesta che trovate nelle pagine interne. L’assessore al ramo e il dirigente generale dell’assessorato rischiano di commettere omissioni di atti d’ufficio, perché non fanno adempiere le imprese del territorio a fare quanto sono obbligate. Ricordiamo che la sentenza della Corte di giustizia europea n. 378/2010 è stata lapidaria al riguardo: “Chi  ha inquinato deve dinsinquinare a proprie spese”. Tocca alla Regione e al ministero dell’Ambiente fare eseguire questa sentenza. Purtroppo, non abbiamo notizie sull’attivazione dei procedimenti relativi.
È importante che anche la testata giornalistica regionale della Rai si occupi della ritardata bonifica nel Triangolo della morte proprio oggi. Occorrerebbe che anche gli altri quotidiani se ne occupassero, in modo da sensibilizzare l’opinione pubblica che spesso appare cloroformizzata. E, invece, deve reagire.
Feb
02
2010
Salvatore Cuffaro, quando fu condannato in primo grado a cinque anni di reclusione, si dimise da presidente della Regione. Ottaviano Del Turco, presidente della Regione Abruzzo, fu dimesso in occasione della sua vicenda giudiziaria. Flavio Delbono, il giorno dopo lo scoppio dello scandalo, si è dimesso da sindaco di Bologna.
L’istituto delle dimissioni è diventato desueto ai giorni nostri, tanto che sorprende quando viene utilizzato. Il sottosegretario Nicola Cosentino, raggiunto dall’inchiesta giudiziaria, non solo non si è dimesso, ma ha avuto la tracotanza di continuare a proporsi come candidato alla presidenza della Regione Campania.
Sembra l’atmosfera precedente quella dello scoppio di Mani pulite, quando Bettino Craxi definì Mario Chiesa un mariuolo, come fosse un appestato isolato. La cancrena della corruzione era invece diffusa in tutto il tessuto partitocratico, contro il quale abbiamo scritto per anni.

Alcuni pubblici ministeri di certe Procure hanno uniformato le loro azioni a una battaglia politica che nulla ha a che fare con l’applicazione delle leggi. Ricordiamo che la Costituzione denomina Ordinamento e non Potere quello giudiziario. Fra Ordinamento e Potere vi è una grande differenza. Ma nella maggior parte dei casi, i pubblici ministeri che non vogliono successivamente fare carriera politica - come Di Pietro e De Magistris, Casson e D’Ambrosio - agiscono con buonsenso e misura.
Nel processo penale vi sono molteplici garanzie per l’imputato: dal Gip al Tribunale del riesame, agli appelli nei vari gradi di giudizio.
È del tutto fuori luogo, quindi, l’affermazione di Silvio Berlusconi che i giudici possono considerarsi un plotone d’esecuzione. è peraltro vero che il Cavaliere è stato oggetto di numerose inchieste da quando è diventato soggetto politico. Tuttavia, nessuno ha ancora spiegato il processo di accumulo di ricchezze di una persona, sicuramente capacissima, che da Pianista sull’oceano è diventato multimiliardario di euro in una quarantina di anni. E probabilmente nessuno riuscirà a spiegarlo neanche in futuro.
 
Le dimissioni, scrivevamo prima, sono un lusso da galantuomini, se presentate immediatamente. Questo perché chi riveste incarichi istituzionali non deve consentire che il minimo sospetto lo sfiori, come per la moglie di Cesare. Nascondersi dietro l’alibi delle inchieste che scattano a orologeria è uscire fuori dal binario dell’onestà, anche se può esser vero che le sveglie vengano puntate.
La regola democratica e costituzionale che bisogna difendersi nei processi, e non dai processi, obbliga tutti i cittadini a essere assoggettati al loro giudice naturale. D’altra parte, però, non è consentito, in una democrazia, che un processo penale duri oltre un ragionevole tempo di cinque o sei anni, come accade in tutta Europa. Denominare corto un tempo certo che arriva fino a dieci anni è  ridicolo. Ma il paletto va fissato, fermo restando che bisogna mettere in atto tutti i rimedi necessari affinché organizzazione, efficienza, informatizzazione ed efficacia siano diffusi in tutta la macchina giudiziaria.
Per esempio, è del tutto logico che le 25 Corti d’appello e centinaia di Tribunali vengano gestiti da direttori generali del ministero della Giustizia e non da magistrati, che hanno normalmente un’eccellente preparazione giuridica ma non le necessarie competenze per fare i manager, cioè per gestire risorse umane, finanziarie, logistiche e strumentali.

L’istituto delle dimissioni dovrebbe diventare cogente, nel senso che la legge ne preveda l’obbligatorietà in particolari circostanze. Di modo che i responsabili delle istituzioni che non fossero sensibili, non potrebbero, con scuse di qualunque genere, restare nell’incarico.
La decadenza degli alti livelli della nostra Repubblica è conseguenza della perdita dei valori morali che devono guidare, come una stella polare, le azioni di coloro che gestiscono il potere-dovere di amministrare la Cosa pubblica. Sanzioni politiche effettive dovrebbero essere messe a carico di chi non ha cultura morale e non possiede neanche i rudimenti di un’etica senza della quale non dovrebbe approdare ai gradini più alti degli incarichi pubblici.