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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Sicilia

Set
15
2012
Giovedì abbiamo pubblicato il forum con Tonio Fenech, ministro di Economia e finanze della Repubblica di Malta. Venerdì, quello con Mario De Marco, ministro di Turismo, cultura, sviluppo e, oggi, quello col presidente della Repubblica George Abela.
Dai resoconti potrete valutare i notevoli progressi che la piccola isola mediterranea ha fatto soprattutto nei terribili quattro anni della crisi 2008/11, nei quali il Pil è cresciuto di oltre il 10 per cento.
In una superficie di appena 300 kmq delle tre isole (La Valletta, Gozo e Comino) i circa 450 mila abitanti tutti risparmiano ove possibile e con le risorse emergenti investono continuamente soprattutto in turismo e logistica.
Il dato dei pernottamenti è veramente notevole, pari a 11,4 milioni, a fronte di 1, 4 milioni di visitatori che approdano nell’isola. Il rapporto di 1 a 10 indica che chi va a Malta ha l’intenzione di restarci per periodi discretamente lunghi. La disoccupazione è intorno al 6 per cento, la crescita del Pil, nel 2012, è prevista intorno all’1,6 per cento.
Malta ha diversi porti ove sono attraccate migliaia di imbarcazioni di cittadini tedeschi, britannici e nord europei.

Il governo maltese ha creato una serie di agenzie-calamita che hanno il compito di attrarre investimenti, flussi turistici, linee di navigazione. La tassazione prevede un’unica aliquota per persone fisiche e giuridiche, ma quando queste ultime distribuiscono i dividendi ai soci le imposte pagate vengono totalmente dedotte da chi li percepisce.
Le aliquote sono del 15, 25 e 35 %, partendo da una fascia esente di 12 mila euro.
Vi è una caratteristica che costituisce una forte attrattiva: la notevole disponibilità dei lavoratori a imparare, a cambiare mestiere e ad svolgere lavori manuali e tecnici. Cosicchè industrie farmaceutiche e aeronautiche (Lufthansa) hanno deciso di impiantare centri di ricerca nella piccola isola.
Il Governo investe nei servizi e nel commercio utilizzando costantemente la leva del credito fiscale che arriva fino a una riduzione delle imposte del 40 per cento quando le piccole aziende (fino a 10 dipendenti) fanno nuovi investimenti.
La logistica è in continuo sviluppo e consente il potenziamento dei trasporti che transitano per Malta in misura sempre maggiore.
 
Con De Marco il colloquio è andato su tutto il versante del turismo. Per esempio, vi sono 560 mila persone in transito, per tutte le navi da crociera che approdano nell’isola. L’aeroporto registra un movimento di 3 milioni di passeggeri ed è in espansione.
Nel 2018, La Valletta sarà la capitale europea della cultura, evento che prevederà un fortissimo afflusso di partecipanti.
Uno dei punti di forza è l’attività congressuale. Vi sono due agenzie governative collegate con i circuiti di tutto il mondo che hanno il compito di attrarre le organizzazioni di convegni nell’Isola, concertando tutte le condizioni con alberghi, ristoratori, produttori di servizi, per cui il turismo è destagionalizzato e gli stranieri sono presenti a Malta dodici mesi l’anno.
Vi sono tre casinò, di cui uno gestito da quello di Venezia, anche se l’afflusso non sembra molto elevato .

Con l’ingresso nell’Unione europea, nel 2008, Malta è stata cancellata dall’elenco dei paradisi fiscali ed è entrata nella White list.
Il governo maltese ha dato incarico a Renzo Piano di costruire il palazzo del Parlamento, che verrà terminato entro il prossimo anno. La politica di costruzione delle infrastrutture è uno dei percorsi più intensi dell’attività governativa.
Certo, vi è molta strada da fare, ma si avverte, frequentando i sobri e scarni palazzi governativi, una voglia di crescere in tutti coloro che operano sia nel pubblico che nel privato.
A proposito di pubblico, in diversi colloqui che ho avuto con burocrati sono emerse procedure snelle ed efficaci, di stampo anglosassone, per cui i provvedimenti amministrativi vedono la luce in tempi rapidi, il che agevola il processo di crescita.
Le prenotazioni dei soggiorni alberghieri sono fortemente aumentate su digitale, tanto che quelle dei tour operator non superano la metà, mentre le altre individuali via Internet raggiungono il 55 per cento.
Dalla breve descrizione che precede, si capisce come alcuni dei meccanismi descritti riportati in Sicilia consentirebbero una crescita che ancora vediamo lontana.
Set
13
2012
Ricordo quando, nel 1986 , il presidente della Regione, Rino Nicolosi, fece un discorso alla Borsa di Milano che lasciò il segno. Disse: “È inutile che continuiate a combattere la mafia in Sicilia se non la combattete qui, a Milano, dove ci sono danaro e ricchezza”.
Fu molto criticato dai poteri forti, dal mondo bancario, finanziario e imprenditoriale del Nord, ma, senza essere un chiaroveggente, Nicolosi anticipò quello che ormai accade nel Nord da 10 anni.
Lo scioglimento per mafia dei Comuni di Bordighera, Desio, Ventimiglia, Leinì, Rivarolo Canavese e altri, indica con chiarezza che le istituzioni locali, la borghesia, la classe dirigente e l’imprenditoria del Nord non sono stati capaci di ergere un muro alle infiltrazioni. E continuano a perdere terreno, tanto che, giorno dopo giorno, i media riportano le operazioni delle Forze dell’ordine in tutte le aree settentrionali, dal Veneto alla Lombardia, dal Piemonte alla Liguria.

Molti stupidi dicono che non bisogna fare le opere pubbliche nel Meridione perché c’è la criminalità organizzata. Sarebbe altrettanto stupido dire, oggi, che non si deve costruire la Pedemontana o la nuova tangenziale di Milano o le altre opere del Nord per evitare le infiltrazioni malavitose in quelle opere.
La costruzione della Salerno-Reggio Calabria, in grandissimo ritardo, ma ora in dirittura d’arrivo perché il ministro Passera si è impegnato a far chiudere i lavori entro dicembre 2013, è stata protetta dall’Esercito e dalle Forze dell’ordine. L’amministratore unico dell’Anas, Pietro Ciucci, ha ottenuto un grande supporto in questo senso e i cantieri stanno procedendo, sembra, in tabella di marcia.
Le opere pubbliche sono indispensabili per ricominciare a crescere, ad aumentare il Pil, l’occupazione, le imposte sui redditi, l’Iva. Il Governo sta preparando un piano che prevede 100 miliardi di investimenti, i quali produrrebbero 1 milione di posti di lavoro. Naturalmente dovrà procedere a tagliare spese per un importo analogo, diversamente, essendo vietati un nuovo indebitamento e un aumento d’emissione di titoli di Stato, non ci sarebbe ove prendere le risorse.
 
Con l’operazione Ulisse, le Forze dell’ordine hanno arrestato 37 malavitosi in provincia di Milano, per associazione di stampo mafioso. Sempre a Milano, sono stati uccisi un imprenditore e la sua compagna. è inutile continuare l’elenco perchè le statistiche riportano come ormai i morti ammazzati sono piu nel Nord Italia che nel Centro-Sud.
Fatto questo quadro, si capisce come non basti la lotta alla criminalità organizzata, fatta da GdF, Carabinieri e Polizia. Dato che l’Esercito lamenta un esubero di 30 mila marescialli rispetto alle proprie esigenze, non si capisce perché essi non vengano trasferiti nelle Forze dell’ordine  dopo un opportuno addestramento. Potrebbero essere estremamente utili.
Come non si capisce perché 100 mila dipendenti in più della Pubblica amministrazione non vengano trasferiti nell’Agenzia delle Entrate per potenziare i settori delle inchieste e degli accertamenti.
La legge sulla mobilità dei pubblici dipendenti esiste (n. 183/2011), ma i dirigenti non sono capaci di utilizzarla per trasferire il personale da una branca amministrativa all’altra, da un dipartimento all’altro.

Questo Governo si chiama tecnico, ma in effetti è formato da Commissari straordinari. Ha quindi poteri straordinari, sostanziali e non formali, perché i suoi provvedimenti devono essere votati dai parlamentari. Ma ha i requisiti e la forza per fare le riforme che colpiscano con efficacia la corruzione e l’attività della criminalità organizzata.
È urgente che nel disegno di legge sulla corruzione, in esame alle Camere, si aggiunga una parte che consenta alle Forze dell’ordine d’intervenire ancor più decisamente nel contrasto ai reati malavitosi.
Va da sé che, contestualmente, vanno regolamentate le intercettazioni perché si usino bene e non se ne faccia un abuso e disciplinate le responsabilità oggettive di chi amministra la giustizia senza mettere i giudici sotto lo spauracchio di ritorsioni. La loro libertà di giudizio deve rimanere inalterata, per consentire di emettere sentenze secondo scienza e coscienza.
Tutto questo per evitare che Scampia si trasferisca stabilmente al Nord.
Ago
10
2012
Abbiamo sentito diversi esponenti politici di primo piano dei diversi schieramenti. Solo da uno di essi abbiamo ricevuto il messaggio che il candidato alla presidenza della Regione debba essere un uomo fuori dall’apparato, così come si è verificato nella scelta del professore Mario Monti.
Un recente sondaggio dimostra come vi sia un enorme frazionamento nell’elettorato siciliano, contestuale all’aumento dell’astensionismo. La gente non ne può più di vane promesse, mentre vede ogni giorno l’economia isolana retrocedere per l’insipienza ed il becerume di un ceto politico e burocratico che hanno fatto solo i propri interessi.
La recente sentenza del Cga che taglia i supercompensi dei dipendenti del Consorzio autostrade siciliane, addirittura superiori ai già alti superstipendi dei regionali, conferma il vergognoso comportamento di chi ha avuto responsabilità istituzionali nella XV legislatura, che ora debbono cessare senza ulteriore proroga.

Sarebbe utile alla Sicilia che si misurassero candidati fuori dagli apparati. Persone di grandi qualità, disposte anche a lavorare gratis, che lo farebbero solo nell’interesse di questa nostra regione, ripetutamente offesa e vigliaccamente tradita da chi la doveva servire.
Le chiacchiere stanno a zero. Non vi è politicante che possa affermare un qualche progresso nelle diverse attività della Regione. Tutto è inchiodato al 2008: 18 miliardi di fondi europei, statali e regionali spesi solo per un decimo, pianta organica della Regione aumentata di un terzo (come dice la Corte dei Conti), disservizi nella burocrazia senza limiti, digitalizzazione ferma nonostante il depauperamento di decine di milioni di euro e così via enumerando.
L’agricoltura è ridotta al lumicino per la responsabilità degli imprenditori, ma anche di una Regione che non è stata capace di elaborare e mettere in campo un piano che puntasse sui prodotti innovativi, sul biocarburante e su altre merci richieste dal mercato.
Ma le merci hanno bisogno di logistica e strade d’asfalto, di ferro e di mare idonee al trasporto. A questo servono le infrastrutture, che non si sono fatte nonostante i fondi disponibili.
  
Non si capisce perché il Governo nazionale non abbia commissariato Assemblea e Presidenza, in base all’art. 8 dello Statuto, in quanto è del tutto evidente la persistente violazione del presente Statuto.
Una delle principali violazioni è la redazione e approvazione di un bilancio tecnicamente falso, come più volte abbiamo scritto e nessuno ci ha smentiti. La principale falsità sta in quell’avanzo di amministrazione di cui l’assessorato al ramo non ha mai voluto comunicare la composizione delle poste. Evidentemente, ha voluto nascondere magagne.
Solo i commissari possono fare un repulisti non solo all’interno del bilancio, ma anche in tutte le altre branche amministrative ove si annidano corruzione, disfunzione e clientelismo.
Solo i tre commissari dello Stato potrebbero valorizzare qualche centinaio di bravissimi dirigenti regionali che proprio per le loro qualità vengono emarginati, mentre sono esaltati quelli fedeli ma incompetenti e, in qualche caso, disonesti.

Ci sono tanti siciliani in gamba pronti al sacrificio di amministrare la Sicilia, ribadiamo ancora una volta, gratuitamente.
I partiti che porteranno la loro deputazione all’Assemblea regionale dovranno avere il buon senso di appoggiare il presidente con una larga maggioranza, come sta avvenendo a livello nazionale, per evitare che questa regione cada nel baratro, come è accaduto per la Grecia. La Sicilia è debole, perché non ha i fondamentali solidi come li ha l’Italia. In queste condizioni, non ha alcuna speranza di imboccare la via dello sviluppo.
Occorre rimettere rapidamente i conti in ordine, tagliare i parassiti, eliminare la spesa corrente clientelare e attivare un processo di sviluppo basato su progetti di alto profilo e di medio periodo, capaci di creare almeno 100 mila posti di lavoro nel quinquennio e di spostare il Pil regionale dall’attuale misero 5,6 per cento all’8 per cento della media nazionale.
Questo è il buon senso che ci vuole. Aspettiamo che chi ha doveri istituzionali lo dimostri.
Ago
02
2012
E così Raffaele Lombardo ha mantenuto il suo impegno. Ieri si è dimesso e il suo gesto ha fatto scattare l’obbligo di convocare le elezioni entro 90 giorni. Ciò non toglie che Lombardo, qualora non si assenti o sia impedito (art. 9 comma 2 dello Statuto) possa continuare a gestire l’ordinaria amministrazione fino alla proclamazione, da parte della Corte di Appello, del nuovo presidente.
Ma tutti i problemi della Sicilia rimangono sul tappeto, irrisolti. In altri termini, il sistema di potere sulla Regione rimane inalterato. Non si tratta del dovere-potere, bensì di potere puro e semplice, che mira ad arricchire i propri componenti, gravando sempre di più sui siciliani. è notizia di questi giorni che l’addizionale Irpef regionale potrà passare dallo 0,8 all’1,1 per cento.
La campagna mediatica lanciata da tutti i quotidiani nazionali contro la Sicilia ha pienamente giustificazione perché questa nostra è una delle peggiori  amministrazioni del Paese. Vittorio Feltri, con la sua solita brutalità, ha detto cose condivisibili e cioè che i nostri problemi li dobbiamo risolvere da soli e con i conti in ordine possiamo chiedere la sussidiarietà dello Stato.

Ma i giornali hanno sbagliato alcuni dati. Per esempio che il totale dei dipendenti del sistema burocratico siciliano ammonta a 28.796, in effetti chi gravita attorno alla Regione è un numero ben più elevato superiore a 60 mila. Il quotidiano “la Repubblica” ha affermato che la Regione è indebitata per oltre 17 miliardi, quando invece il debito è di 5,5 miliardi. “Il Sole 24 Ore” ha parlato di 15,7 miliardi di residui attivi, mentre essi sono riportati nella voce avanzo di amministrazione per circa dieci miliardi. Tuttavia, questi aspetti mediatici interessano poco lo scenario.
All’assessorato regionale Economia vi sono tre funzionari statali, inviati dal ministro Barca, che stanno rivedendo le entrate e le uscite del bilancio, in modo da eliminare, fra le prime, quelle fasulle e, fra le seconde, quelle clientelari e improduttive. Fra le prime vi è la misteriosa posta denominata avanzo di amministrazione, già citata, di cui buona parte non più riscuotibile. Fra le seconde vi sono quelle da noi indicate sin da agosto 2011, per un totale di 3,6 miliardi. Il punto di non ritorno è vicino. Le spese della Regione sono approvate mediante legge, per tagliarle occorrono leggi.
 
Questa deputazione regionale, che è coinvolta pienamente nel disastro economico-sociale, non è nelle condizioni di approvare leggi taglia-leggi, perché rappresenta interessi corporativi fortissimi, il primo fra i quali è l’alta burocrazia della Regione che non vuole assolutamente farla diventare normale. La ragione è deducibile: quando vi è l’ordinaria amministrazione nessun dipendente regionale può chiedere favori o tangenti. Quando i fascicoli restano volutamente incagliati, anche per motivi di inefficienza, ne consegue una pressione per farli camminare che spesso sfocia nella corruzione.
A questo proposito, una Regione ordinaria avrebbe il Nucleo investigativo affari interni, composto da elementi indipendenti, con il compito di indagare, 365 giorni all’anno, tutti i casi di corruzione e di inefficienza che porta la corruzione. Dunque, la questione è riportare legislativo ed esecutivo in una condizione ordinaria.

Questo obiettivo non si può raggiungere con l’attuale personale politico. Nella sedicesima legislatura, la prossima, la società siciliana, anche guidata dalla parte onesta della borghesia, sarà chiamata a eleggere cittadini probi e onesti, come deputati regionali, ed un presidente che non abbia ombre di sorta, né presenti né passate.
Il nuovo presidente, oltre che onesto, dovrà essere capace e competente e dovrà impegnarsi ad osservare almeno i dieci punti del decalogo che pubblichiamo nelle pagine interne, con l’obiettivo sintetico di portare il Pil della Sicilia dal 5,6 per cento (85 mld) all’8 per cento (125 mld) del Pil nazionale.
Il presidente eletto, inoltre, dovrà impegnarsi a lavorare gratis per 5 anni, chiedendo ai suoi assessori di lavorare percependo solo il rimborso delle spese.
Ai deputati regionali proporremo un ulteriore decalogo, in cui al primo punto vi è l’abrogazione della legge 44/65, in modo che i deputati percepiscano quanto i consiglieri della Toscana o della Lombardia e i dipendenti dell’Ars quanto i loro colleghi delle suddette regioni.
Per fare quanto precede occorre un eccezionale sforzo dei tre quotidiani generalisti, oltre che del nostro, e delle tv regionali.
Lug
24
2012
La situazione è insostenibile perché, mentre la Casa brucia, il presidente Lombardo dice cose contrarie a quanto afferma la Corte dei Conti. Gli assessori tacciono, i dirigenti generali restano immobili come i conigli abbagliati dai fari delle auto.
A Radio Anch’io di giovedì 19 luglio, condotta come sempre dall’ottimo Ruggero Po, ho avuto modo di smentire Lombardo quando ha detto che non ha assunto neanche una persona. Infatti, nel gennaio 2011 la Regione ha assunto ex novo circa 5.000 dipendenti che avevano terminato i loro contratti e quindi erano liberi.
Ciò in violazione della Legge 102/09 (Brunetta) la quale disponeva (e dispone) che non si può rinnovare nessun contratto a tempo determinato per chi è già da più di 3 anni nella pubblica amministrazione.
Lombardo ha affermato che ha un credito dallo Stato di un miliardo, ma nulla ha detto sulla gravissima inadempienza della sua amministrazione che non ha speso sei settimi dei 18 miliardi messi a disposizione della Sicilia dal Po Ue 2007/13. Come si può pretendere di avere soldi dallo Stato quando non si è capaci di spendere, per investimenti, quello che è già disponibile?

Lombardo ha affermato che le nomine da lui fatte erano obbligatorie. Per alcune di esse è vero, ma non si capisce l’obbligatorietà di trasformare commissari straordinari di Asp in direttori generali, né l’obbligatorietà in qualche altra decina di nomine tutte facoltative. Poi, non ha spiegato perché in questi anni la Regione ha nominato centinaia di consulenti quando ha alle proprie dipendenze, lautamente pagati, 1.917 dirigenti che possiedono professionalità per le quali sono stati nominati gli stessi consulenti, con aggravio per le casse della Regione.
Lombardo non ha spiegato perché ha fatto emettere una circolare dal suo assessore Chinnici, per impedire che la Legge 42/10 fosse applicata in Sicilia. Tale legge ha riguardato il taglio di oltre 2.000 consiglieri comunali e provinciali divenuta operativa nella sessione delle elezioni amministrative 2012, ma non in Sicilia. Il risultato di questa dissennata circolare è stato quello di far pagare all’erario siciliano 175 milioni in più.
Lombardo non ha spiegato come mai la miracolosa riforma sanitaria non è riuscita a frenare l’aumento della spesa che, nel 2012, secondo la Corte dei Conti, è stata di ben 519 mln in più dell’anno precedente.
 
Lombardo non ha spiegato perché l’assessore al Lavoro non ha emesso il decreto per le 5.500 assunzioni delle imprese private, agevolate dalla Legge 106/2011, che doveva essere emanato entro il 30 di giugno. Il suo assessore al ramo nonché il direttore generale del dipartimento, nonostante le ripetute telefonate per avere spiegazioni, si sono trincerati dietro un colpevole silenzio.
Lombardo non ha saputo spiegare perché nel bilancio varato dalla sua Giunta e approvato improvvidamente dall’Assemblea regionale non è stato dettagliato l’elenco delle voci che compongono quell’inspiegabile elemento di pareggio tra entrate e uscite di circa 10 miliardi, chiamato avanzo di amministrazione.
Lombardo non ha spiegato perché i dipendenti regionali debbano guadagnare un terzo in più di quelli statali e comunali e i pensionati regionali debbano ricevere un assegno maggiorato rispetto ai colleghi statali, con l’aggravio di una gestione diretta del fondo pensioni che costa circa 10 milioni l’anno.
 
Non sappiamo che cosa il presidente della Regione voglia spiegare al presidente del Consiglio nell’odierno colloquio, perché l’insieme di quanto stiamo scrivendo è materia più che sufficiente per fare rimarcare lo stato di decozione della Regione, portato da marasma amministrativo, inefficienza più assoluta e  disordine dei conti.
Pqm, per questi motivi, è indispensabile che il Governo, ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto, degli articoli 81 (pareggio di bilancio), 117 (accordi internazionali), 120 (poteri sostitutivi), e 126 (gravi violazioni di legge) della Costituzione, provveda a commissariare con urgenza sia il governo regionale che l’Assemblea, mandando a casa 90 inutili deputati, anche quelli molto bravi e onesti che sono minoranza. I commissari dovranno  intervenire drasticamente, come un novello Enrico Bondi (mani di forbice), per riportare alla normalità la Regione siciliana, eliminando i tanti privilegi nati e cresciuti all’ombra di un’autonomia utilizzata non per sviluppare la Sicilia, come l’hanno pensata Alessi, La Loggia e Restivo, bensì per affossarla.
Occorre commissariare Governo e Assemblea fino al 2013 quando dovrà essere eletto un presidente al di sopra delle parti, che s’impegni a lavorare gratis per 5 anni.
Lug
14
2012
È stata sbandierata ai quattro venti la formidabile  riforma della sanità in Sicilia, dopo il disastro clientelare dell’ex presidente Salvatore Cuffaro. Uno sforzo per riordinare l’inefficiente organizzazione di Asp e Ao è stato fatto. Altro sforzo per ridurre sprechi di ogni genere è stato compiuto. Ma, com’è noto a chi s’intende di gestione di enti, gli sforzi sono del tutto inutili se non rimettono i conti in ordine in modo da raggiungere quantomeno il pareggio di bilancio.
Tutti i proclami sentiti nel 2011 e in questo scorcio di anno sono miseramente crollati il 29 giugno, quando la Corte dei Conti ha pubblicato i dati. La sanità in Sicilia è costata 9,4 miliardi di euro contro 8,9 dell’anno precedente, con una maggiore spesa di ben 519 milioni di euro.
Altro che messa a posto dei conti. Il banco è saltato. Anche questa maggiore, enorme spesa della sanità ha contribuito a vuotare le casse della Regione. Beffa della beffa, l’assessorato al ramo ha comunicato che vuole assumere altro personale.

È possibile che vi sia qualche casella vuota di figure professionali, però essa non va riempita assumendo altra gente in un organico gonfio e ridondante, bensì riqualificando il personale che già è nell’organico.
Vi è poi un altro modo per risolvere qualche sporadica deficienza di figure professionali ed è quello di porre l’aut aut a tutta la classe medica: lavorare per la sanità regionale oppure per i propri studi privati. La promiscuità dei due interessi non crea la necessaria concorrenza fra pubblico e privato, che sarebbe la fonte di una migliore efficienza generale del comparto.
L’incapacità della supposta riforma sanitaria di chiudere gli ospedalini, di ridurre i costi di degenza per ogni posto letto occupato intorno a 700 euro e di 500 euro per ogni posto letto non occupato, non ha avuto successo. Direttori generali di aziende sanitarie provinciali e aziende ospedaliere non sono riusciti a mantenere la spesa tassativamente dentro le cifre previste nei bilanci preventivi. Non solo restano al loro posto, ma  hanno ricevuto premi. I primari che devono gestire i reparti, molti dei quali bravissimi professionalmente, non hanno capacità organizzative per rendere efficienti le strutture.
 
La Sicilia non può più permettersi di spendere 9,4 miliardi per una sanità inefficiente. Basta interpellare molti pazienti per sentire quali lamentele essi fanno. Basta andare in tanti reparti dove i primari sono assenti. Basta visitare qualche ospedalino per vedere come vige l’irresponsabilità e come il merito non si sa cosa sia. Per cui bravissimi medici, bravissimi infermieri e bravissimi addetti ai servizi sanitari ricevono lo stesso stipendio di inetti, fannulloni, incapaci e raccomandati.
Una situazione insostenibile che va cambiata e sulla quale i prossimi candidati alla presidenza della Regione per la XVI legislatura dovranno tassativamente impegnarsi.
Non è escluso che i tre quotidiani generalisti e il QdS, economico, mettano alle strette i prossimi candidati per farli impegnare pubblicamente sulle questioni che interessano i siciliani e non il ceto politico e burocratico. Vedremo chi assumerà gli impegni e chi li glisserà.

In Sicilia, vi sono centri pubblici di eccellenza sanitaria, anche privati. Ai primari bisognerebbe dare ogni anno premi. Per contro, vi sono centri di eccellenza negativa per incapacità, inefficienza e mancanza di professionalità. Quei primari dovrebbero essere cacciati, eventualità prevista nei loro contratti.
La sanità siciliana assorbe circa la metà dell’intero bilancio regionale. è giusto che sia così perché la salute dei cinque milioni di siciliani dev’essere salvaguardata. Ma è anche vero che, pur perseguendo questo superiore obiettivo, il budget può essere ridotto di circa un miliardo, come abbiamo più volte pubblicato, tagliando i farmaci per 500 milioni e immettendo efficienza con l’eliminazione di favoritismi e clientelismi nell’intera macchina con l’abbattimento dei prezzi di acquisto di beni e servizi esterni, per latri 500 milioni.
La revisione della spesa non deve toccare i servizi ai cittadini. Il costo dei servizi delle cliniche private deve costituire lo standard per Ao e presidi. Il tutto può avvenire se si immette qualità nel sistema.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Gen
03
2012
Sul primo canale della Tv pubblica è andato in onda, la notte di Capodanno, uno spettacolo che è cominciato intorno alle 21 ed è terminato all’una e trenta della notte. Non entriamo nel merito di quanto è stato propinato ai telespettatori con la guida di Carlo Conti, ma dobbiamo sottolineare che, nel corso di tutto lo spettacolo, si è rappresentato un grande spot della Val d’Aosta. Questa piccola regione, già ricchissima, riceve trasferimenti dallo Stato in quantità straordinaria, insieme alla Provincia autonoma di Bolzano.
L’osservazione che facciamo è di apprezzamento verso chi è capace di fare bene e di operare, con la prospettiva di fare crescere ulteriormente il benessere e la ricchezza dei propri cittadini.
Courmayeur è una cittadina affascinante, come lo sono tutti i dintorni. Quello che più colpisce è l’efficienza dei servizi pubblici e dei servizi privati.

Vi è un’altra peculiarità in quella regione, cioè la presenza del Casinò di Saint-Vincent che, insieme a quelli di Campione, Lugano, Sanremo e Venezia, costituisce il poker di privilegi, negati alle altre 17 regioni. Vi è poi una situazione incredibile, costituita dal fatto che il Casinò di Venezia ha aperto il Casinò di Malta associandolo al Mediterraneo. La Sicilia, che dista dall’isola dei Cavalieri appena 40 minuti d’aereo e qualche ora di mare, non ha potuto fare quanto precede perchè le viene vietata l’istituzione del Casinò.
Tutte le remore relative al gioco d’azzardo sono decadute da quando lo Stato è diventato il primo imprenditore della categoria. Tale gioco viene promozionato e pubblicizzato e la gente spende sempre più soldi nella oltre decina di tipologie di giochi. In Italia la cifra record ha superato i quaranta miliardi e in Sicilia i quattro miliardi.
Il Casinò non serve solo per far giocare gli appassionati, ma per attrarre un flusso turistico che mette in moto un indotto notevole per volume d’affari.
 
Quattro ore di spot per la Val d’Aosta, dunque, zero per la Sicilia, ad onta di un Governo regionale incapace di fare alcunchè produca ricchezza e occupazione. Sentiamo voci di chi dice che qui non ci sono attrezzature, ambienti e luoghi per fare quello che ha fatto la Val d’Aosta. Ovviamente, non è vero. Ovviamente, c’è l’incapacità di chi dovrebbe prendere queste iniziative e pensa invece ad assumere, assumere e assumere dipendenti inutili, alimentando quel becero clientelismo che dura da almeno trent’anni.
A monte di questa incapacità ve ne è un’altra: quella di costruire le infrastrutture, turistico-ricettive in questo caso, ed inserirsi nei circuiti di tutto il mondo, dentro i quali si muovono milioni di persone attratte non solo dai siti storico-archeologico-paesaggistici, ma anche da servizi di qualità e da prezzi competitivi. Tutto questo può avvenire solo se a guidare il comparto si trovino professionisti di alto livello, che conoscano i meccanismi e promuovano il desiderio dei turisti di venire in questa meravigliosa Isola.

Il turismo, insieme all’agricoltura innovativa (biologica), alla coltivazione delle piante per i biocarburanti, alle industrie innovative ed ai servizi avanzati ad alto valore aggiunto, dovrebbe costituire il motore dell’intera economia siciliana, che in questi anni è regredita.
Si capisce benissimo il fenomeno: se non si formano progetti competitivi, destinandovi risorse finanziarie sottratte alla spesa improduttiva, non è possibile alcun avanzamento.
Assessori che percepiscono 15 mila euro al mese, deputati regionali e direttori generali che percepiscono 20 mila euro al mese non producono niente di costruttivo. Assorbono risorse in modo parassitario, senza arrecare all’economia regionale quei benefici provenienti da meccanismi moderni di crescita, che i capaci sarebbero in condizione di mettere in moto.
Zero ore di spot per la Sicilia, si diceva, quattro ore per la Val d’Aosta. In questo contrasto fra le due regioni si trovano le cause dell’arretratezza in cui ci troviamo. Imitiamo chi sa fare, non chi sa parlare.
Dic
15
2011
L’ultimo dossier sulla qualità della vita, edito da Il sole 24 ore conferma quello che vediamo ogni giorno: tutte le province siciliane sono in coda, a partire da Siracusa che è all’81^ posizione. Si tratta di un certificato della (s)qualità della vita dei cittadini delle nove province, che costituiscono il cento per cento della popolazione siciliana.Quindi la (s)qualità della vita dell’intera regione.
Chi ha il carbone bagnato critica l’indagine del quotidiano milanese, mentre sarebbe opportuno facesse un esame di coscienza per capire ove sono le cause che mantengono le nostre popolazioni in una condizione da terzo mondo.
Proviamo ad analizzarle: né presidente di Regione, né sindaci dei Comuni capoluogo si sono mai preoccupati di mettere i conti delle loro amministrazioni in equilibrio generale. Né si sono preoccupati di migliorare fortemente la qualità della spesa, in modo da produrre sensibili benefici ai propri cittadini. Combinando i due fattori indicati si deduce facilmente che non solo la situazione è squallida, ma non vi sono i presupposti perché essa migliori.

Un’amministrazione senza i conti in ordine è come una nave senza bussola. Un’amministrazione senza Piano aziendale è come chi naviga alla cieca. Un’amministrazione con procedure senza qualità, non certificate dall’Ue, è di per sé inaccettabile. Un’amministrazione che non ha un controllo di gestione ferreo, capillare e tempestivo, cioè giornaliero, non merita alcuna considerazione. Per conseguenza, nessuna considerazione merita il sindaco, perché non è capace di far funzionare il proprio apparato amministrativo in modo efficiente con risultati adeguati alle spese erogate.
Se tutto l’apparato amministrativo non funziona in modo almeno sufficiente, è del tutto pacifico che i cittadini ne soffrano e vengano trattati ancora da sudditi più che da mandanti.
Per lavoro, la prima provincia è Bolzano (indice 3,6%), mentre il territorio del messinese ha un coefficiente di 74,9, cioè venti volte peggiore. Per servizi, ambiente e salute, la prima provincia è ancora Bolzano con un coefficiente di 0,8, l’ultima è nuovamente Messina con un coefficiente di 29,8%.
 
Per l’ordine pubblico, la prima provincia è Belluno, con un coefficiente di 1%, agli ultimi posti ancora Messina con il 20,6%. Per il tempo libero è prima Trento con il 3,8%, mentre Siracusa è quint’ultima con il 31%.
Sfogliando l’inserto vi sono decine di parametri di cui noi siciliani non possiamo andare fieri: fra essi, spicca quello di acquisto di libri. La prima provincia è Firenze con un coefficiente di 3,28, la quint’ultima è Trapani con un coefficiente di 0,05. I siciliani non leggono i libri, e neanche i quotidiani, per cui restano nella loro soave ignoranza. Tale ignoranza è una delle spiegazioni del grande tasso di sopportazione dei cittadini nei confronti del ceto politico che, anziché essere preso a calci nel sedere, viene spesso salutato con deferenza non si sa su che cosa poggiata.
Vi è un diffuso senso di servilismo, secondo il quale si inverte il principio democratico del rapporto fra mandanti (cittadini) e mandatari (responsabili delle istituzioni). In questa inversione vi è un’altra spiegazione della (s)qualità della vita delle nostre nove province.

Neanche la Regione ride. Si deve fare risalire a essa la massima responsabilità, naturalmente ripartita con i sindaci. La Regione ha il compito di guidare lo sviluppo, ma qui sembra che il suo compito sia solo quello di assumere continuamente personale. Con questo comportamento essa danneggia i siciliani che lavorano, perché sottrae risorse destinate all’apparato produttivo e all’apertura dei cantieri di opere pubbliche, per destinarli a pagare inutili stipendi a un popolo di clienti che poi si trasformeranno in galoppini elettorali. Un comportamento squallido che si mantiene nonostante la situazione sia grave sul piano sociale e politico, nonché su quello finanziario.
Noi ci vergogniamo, leggendo questo stato di cose, perché riteniamo che i siciliani perbene non abbiano niente da invidiare ai loro fratelli delle regioni del Nord. Tuttavia, non possiamo elevare alcuna protesta fino a quando non ci metteremo le carte e i conti in regola, perché le accuse in questo versante che fà la Lega non sono smentibili.
Ott
18
2011
Il primo articolo della Costituzione ci ricorda che L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Il lavoro è qualsiasi esplicazione di energia volta a un determinato fine. Ed anche l’applicazione delle facoltà fisiche e intellettuali dell’uomo, in quanto tende direttamente e coscientemente alla produzione di una ricchezza o di un prodotto di utilità individuale o generale”.
Quanti cialtroni o ignoranti parlano di lavoro senza sapere che cosa esso significhi. Quanta gente urla cercando un lavoro non offrendo le necessarie competenze perché esso sia produttivo di valore. è questo il nocciolo della questione. Ogni persona  che lavora deve produrre valore, cioè ricchezza. Solo la ricchezza, ovviamente prodotta onestamente, potrà essere usata per diffondere equità e benessere fra la popolazione e aiutare i bisognosi e i più deboli.
Com’è noto, il lavoro e la relativa remunerazione che può provenire da un rapporto dipendente o autonomo derivano dalla loro utilità. Solo in questo modo liberano dai bisogni e consentono di acquisire quel minimo di autonomia che ogni uomo deve possedere.

Il vizio diffuso di vedere mezza mela, cioè quella che ognuno faccia una qualsiasi attività purché percepisca un’indennità o uno stipendio, è stato la rovina del Sud ed in particolare della Sicilia. Questo vizio è stato alimentato da un ceto politico che ha speculato sul bisogno della gente promettendo non un lavoro produttivo, bensì un posto che consentisse di percepire un compenso.
Un comportamento altamente diseducativo che ha portato la nostra Isola ad avere un miserrimo Pil del 5,6% circa di quello nazionale, mentre esso si dovrebbe attestare intorno al 9% facendo una proporzione del territorio e della popolazione rispetto ai dati nazionali.
Si può ben capire come un ceto politico non selezionato e non preparato, non possa pensare a come si governi una regione e, per traslato, la nazione. Si occupa delle questioni di piccolo cabotaggio, delle viuzze anziché dell’autostrada, dei rigagnoli anziché del fiume. L’egoismo imperante del ceto politico lo ha indotto a raccogliere il consenso basato sul clientelismo e sul favoritismo e non sui progetti strategici di ampio respiro che devono informare l’azione di chi ha alte responsabilità istituzionali di guida e di governo.
 
Dall’altra parte, vi è la popolazione tenuta in stato di bisogno, sia per incapacità della classe dirigente che per il comportamento speculativo, secondo il quale chi ha bisogno deve chiedere e quindi è disponibile a scambiarlo con il favore. Questo perverso meccanismo viene illustrato da molti decenni in queste pagine. Tuttavia non ha trovato eco nella sensibilità e nella coscienza di chi dovrebbe comportarsi secondo i doveri e non i poteri.
La situazione di tragico stallo economico della Sicilia non può continuare. è arrivato un alt fermo e deciso da parte dell’Unione europea, che ha bloccato la possibilità per le Regioni di fare altro debito necessario a coprire le scellerate uscite dovute alla spesa corrente.
Cosicché l’attuale governo, o quello successivo, non ha più la possibilità di fare politica clientelare perché, continuando a privilegiare dipendenti e pensionati regionali, amici propri e degli amici, consulenti inutili, professionisti e imprenditori di apparato e dirigenti incapaci, porterà a fare sanguinare il tessuto sociale del nostro popolo che, prima o dopo, reagirà con veemenza, cacciando gli incapaci e i disonesti dai luoghi dove risiedono indebitamente.

Il lavoro deve produrre valore. Ma si è mai chiesto un assessore o un dirigente regionale se il lavoro dell’inutile esercito di dipendenti produce valore? E sì, anche il lavoro della Pa deve produrre valore. è un valore sociale che spinge tutti i cittadini verso la crescita. Se non c’è crescita non c’è produzione di valore. Se non c’è produzione di valore non c’è stata la capacità, di chi ha il compito di dirigere strutture pubbliche, di muoversi in questa direzione.
Dal che se ne deduce in modo lampante la responsabilità. Una responsabilità che doveva essere colpita senza tentennamenti ma che, invece, è stata ignorata costantemente. Per esempio, la distribuzione a pioggia del cosiddetto Famp (Fondo amministrazione miglioramento prestazioni) ai dipendenti regionali, che dovrebbe servire per incentivarli a produrre più valore, ma che in effetti serve solo a erogare inutilmente somme sottraendole agli investimenti che creano ricchezza. Ancora uno spreco del quale nessuno risponde. Neanche la coscienza di chi l’ha provocato.
Set
30
2011
È notizia di questi giorni che sono stati effettuati i test definitivi per gli aerei, i cui motori non consumano kerosene, bensì olio di camelina.
La camelina sativa è una pianta a germinazione spontanea con fiori gialli di 5-10 centimetri. Si coltiva in terreni aridi fino a mille metri di quota. Da essa si ottiene olio biocombustibile per l’aviazione, con il taglio dell’emissione di CO2 del 30 per cento rispetto ai carburanti fossili.
Vi è un altro carburante verde, utile per fabbricare il biofuel. Si tratta della jatropha curcas, che vogliono coltivare in Sicilia. Ma la Regione prima ha negato i fondi Ue per la realizzazione di un impianto, con ciò impedendo lo sviluppo di un comparto agricolo del futuro, qual è quello del biocarburante, poi ha promesso di concedere una proroga al decreto autorizzativo per lo stesso impianto, come si evince dalle dichiarazioni pubblicate nelle pagine interne.
Gli aerei verdi sono diventati una realtà. Lufthansa e Klm hanno iniziato i primi collegamenti di linea tra Francoforte e Amburgo, Amsterdam e Parigi, cominciando ad utilizzare una miscela a metà tra kerosene tradizionale e biocarburanti.

Nel giugno scorso, sono stati effettuati i primi voli transatlantici con biokerosene da parte di due aerei americani: Gulfstream 450, con propulsore Rolls Royce, e Jumbo B747-8 cargo della Boeing, con motori General Electric. Entrambi hanno utilizzato carburante verde dalla camelina. Il nuovo combustibile è stato approvato dal Astn, ente americano che sovrintende ai nuovi carburanti. Secondo la Boeing, nel 2015 si potranno effettuare molti voli con utilizzo di green fuel solché l’agricoltura ne produrrà a sufficienza.
Tale carburante si può usare perché ha tre caratteristiche che può garantire: più basso punto di congelamento, più elevata stabilità termica,  maggiore potenziale energetico.
Il biofuel di seconda generazione si produce anche con altri prodotti vegetali: soia, mais, colza, grano, alga, ma può derivare anche riciclando l’olio delle fritture e il grasso del pollo, usando gli scarti e magari sfruttando l’erba.
L’alga offre una biomassa molto speciale e pregiata, perché contiene olio da cui si può ricavare biodiesel ma anche carboidrati da far fermentare per ricavarne etanolo, carburante molto diffuso in Brasile.
 
La questione, che deriva dall’approvvigionamento di materia prima verde, è sulla capacità del mondo agricolo di produrre a sufficienza quantità di piante necessarie per realizzare biocarburanti. Da queste colonne abbiamo più volte sollecitato la Regione a varare un piano di incentivi per coltivare tali piante, nei quattromila chilometri quadrati di terreno incolto.
Siamo certi che le associazioni degli agricoltori e gli stessi coltivatori affronterebbero con entusiasmo questa nuova e incentivante impresa, perché i loro prodotti sarebbero già collocati sul mercato. Infatti, parallelamente, la Regione dovrebbe concedere la proroga alle autorizzazioni per l’impianto di produzione di biodiesel a Priolo, richiesta da Ecoil e non ancora rilasciata dall’ente medesimo. Un ritardo ingiustificato e pernicioso perché di tutto ha bisogno l’economia siciliana tranne che di freni artificiosi che forse nascondono corruzione, politica o materiale.

Uno scienziato giapponese, Akinori Ito, ha inventato un elettrodomestico grande quanto un televisore, che si può usare anche in casa. Il macchinario consente di convertire un chilogrammo di plastica di scarto in circa un litro d’olio, con cui alimentare stufe e generatori o, mediante un processso di raffinazione, anche automobili.
In Malaysia, entro pochi mesi, aprirà il primo impianto al mondo per la produzione di bioetanolo, estratto da gusci di frutta diversa, tra cui la palma. Quaranta milioni di tonnellate di gusci vuoti, scarto della produzione di olio di palma, costituiranno materia prima a costo quasi zero per l’impianto che trasformerà i gusci in bioetanolo. Mentre fino ad oggi tali gusci venivano ammassati nelle discariche, con relativi pesanti costi di smaltimento.
Vi sono tante altre novità in materia, basta guardarsi in giro nel mondo e copiare quello che funziona. Ma la classe dirigente siciliana tutta non sa fare altro che lamentarsi, senza pensare che questo è l’unico sistema per affossare ancora di più la Sicilia. Invece, dovrebbe pensare a innovare e muoversi, senza attendere il Messia che non verrà.
Ago
25
2011
Abbiamo finito di scherzare. Lo tsunami del Patto di stabilità, dei decreti legislativi attuativi del federalismo e le pesantissime manovre, (la prima L . 98 del 6 luglio, la seconda L. 111 del 15 luglio, la terza dl n. 138 del 13 agosto) costringeranno Lombardo, la sua maggioranza e l’opposizione a trovare un accordo immediato per allineare i conti della Regione al nuovo rigore dal quale non si può prescindere.
Il rigore significa tagliare, senza guardare in faccia nessuno, i privilegi, le indennità, le spese parassitarie e quant’altro ma non eliminando le spese per i servizi sociali. Giù gli apparati, su i servizi per i cittadini, questa dev’essere la nuova filosofia di Lombardo e dei 90 deputati.
A proposito dei quali, ribadiamo per l’ennesima volta che essi debbano riunirsi e cominciare a lavorare alacremente da subito. In questo senso rivolgiamo un pressante invito a Francesco Cascio, presidente, e a tutti i capigruppo dell’Ars, perchè capiscano che la situazione è gravissima e occorre somministrare immediatamente le adeguate medicine.

Tagliate le spese inutili, più volte elencate dettagliatamente e puntigliosamente sulle pagine del QdS, per un risparmio complessivo di 3,6 miliardi di euro, il passo successivo è quello di progettare la crescita economica e la creazione di 100 mila posti di lavoro nei 24 mesi residui della presente legislatura.
Perché ciò avvenga, occorre mettere la Sicilia a sistema, vale a dire sfruttarne tutte le potenzialità, che sono enormi, vendere tutte le possibilità di investimento all’estero, magari facendo una rapida presentazione nelle principali Piazze economiche del mondo (con roadshow a Pechino, Tokyo, New York, Berlino, Oslo, Singapore, Hong Kong, Nuova Delhi, Boston e via elencando) con una delegazione pilotata da Lombardo e affiancata da manager nazionali e internazionali di altissimo livello, che debbono realizzare in Sicilia tutte le condizioni di snellezza e rapidità burocratica che si andrebbero a reclamizzare nel corso delle presentazioni nelle Piazze.
Questo è il nodo della questione. Se Lombardo non è in condizione di impegnarsi personalmente affinché la burocrazia regionale evada le richieste degli investitori in 30 giorni e non in 30 mesi, è meglio che se ne stia in vacanza e faccia bruciare la Sicilia.
 
Non è solo l’ente Regione a doversi mettere le carte in regola, ma tutti i 390 Comuni che, secondo l’impegno del Presidente, dovranno riunirsi in pochi mesi in Consorzi di Comuni, trasformando la scellerata legge 9/86 che ha istituito incostituzionalmente le Province regionali come enti politici.
Anche i 390 Comuni debbono sistemare i propri conti, tagliando spesa corrente e indennità e girando le risorse così recuperate ad investimenti, soprattutto in opere pubbliche, in modo da utilizzare subito e in toto i fondi europei.
Perché accada quanto precede sono necessarie tre condizioni strutturali: l’istituzione del Piano aziendale, la certificazione delle procedure da parte dell’Unione europea e il controllo eseguito da società di certificazione, iscritte alla Consob, non più da revisori nominati perché espressione di questo o di quel partito politico quindi, inevitabilmente, non obiettivi e non responsabili. Senza queste tre condizioni, il sistema Sicilia non parte.

Lombardo deve mettere sotto pressione i quattro dirigenti generali che gestiscono i corrispondenti centri di spesa Ue, perché è inaccettabile che dopo quattro anni di Po (2007/10) la spesa che doveva essere effettuata per il 60 per cento è ancora bloccata a un decimo. Un’autentica vergogna per i dirigenti generali che si sono succeduti e per i Governi regionali che hanno dato loro copertura.
In una regione che ha bisogno di liquidità finanziaria come i viventi hanno bisogno dell’ossigeno, è un delitto politico e burocratico non dare questa liquidità (ossigeno) e mantenere in una condizione di semi-asfissia l’economia siciliana e gli oltre 230 mila disoccupati (in parte non veri) che comunque chiedono solo di lavorare.
Su questo punto, tuttavia, confermiamo le nostre perplessità. Infatti, molti di essi cercano uno stipendio e non un lavoro, non fanno nulla per formarsi le necessarie competenze utili al mercato siciliano e, in questo versante, ha ulteriore gravissima colpa ha la formazione regionale, un’autentica macchina che ha dilapidato i nostri soldi.
Ago
24
2011
Ieri vi abbiamo descritto rapidamente gli effetti del Patto di stabilità Europlus sull’Italia. Oggi analizziamo il rimbalzo interno e per la Sicilia. Tremonti ha adottato a valle la stessa sanzione che lo stringe a monte. Ha inserito nella manovra (Dl 138/2011) in via di conversione, che le Regioni, comprese quelle a statuto speciale, non riceveranno i trasferimenti se non mettono in ordine i loro conti.
Principio sacrosanto contro cui sono del tutto inopportune le proteste del Governo siciliano ed in particolare quelle del presidente Lombardo e dell’assessore all’Economia Armao, i quali minacciano ricorsi alla Corte costituzionale del tutto inappropriati, perchè essi non hanno le carte in regola. Una Regione viziosa deve solo tacere e rimettere in ordine, con la massima rapidità possibile, i propri conti.

È del tutto ridicolo il microscopico taglio di spese di appena 85 milioni  quando invece bisogna procedere con l’accetta per tagliare 3,6 miliardi di uscite. Questo foglio ha pubblicato più volte l’elenco dettagliato dei risparmi e l’elenco delle spese per investimenti su fondi Ue per dieci miliardi, con la creazione di circa centomila posti di lavoro.
Questi due provvedimenti potrebbero far crescere il Pil della Sicilia di 15 miliardi in 24 mesi. Questo è il vero e più importante obiettivo di un governo regionale: far aumentare il Pil dell’Isola. Ma esso è stato trascurato e oscurato. Di tutto si sono occupati i governi presieduti da Lombardo tranne che di far crescere il Pil della Sicilia.
Il presidente ha dichiarato che nel 2020 la Regione potrebbe avere solo 2.000 dipendenti, un decimo di quanti ne ha ora ufficialmente. Infatti non tiene conto dei parcheggi in Resais ed in altre società regionali, nonchè in enti economici e non economici, ove se ne trovano, forse, più di 15.000. Ma se Lombardo afferma quanto precede vuol dire che egli è consapevole che la Regione possa funzionare con soli  duemila dipendenti, come peraltro fa all’incirca la Regione Lombardia che ne ha tremila, ma governa il doppio dei cittadini.
Ora, se sono sufficienti 2.000 dipendenti nel 2020, non si capisce perchè gli stessi 2.000 non possono essere sufficienti nel 2012. In altre parole, Lombardo afferma una verità che noi sosteniamo da anni.
 
Nella Regione, nove decimi del personale è esuberante e non avrebbe motivo di esserci. Sorge una domanda a riguardo. Ma se sono bastevoli 2.000 dipendenti, oltre 200 dirigenti, e non 20.000, che si fa di tutti gli altri? La risposta è nel buon senso del pater familias. Certo, non si possono licenziare, ma neanche mantenere senza che facciano nulla. Male ha fatto Lombardo ad assumere, proprio a gennaio di quest’anno, 5.000 nuovi dipendenti, seppur trasformando i contratti a tempo determinato.
Nessuno può dissentire se affermiamo che di fronte alla necessità di portare a 2.000 i dipendenti della Regione, tagliandone tredicimila, invece, se ne sono assunti ben cinquemila. Un unico aggettivo è appropriato a tale comportamento: schizofrenico che per un medico psichiatra, qual è Raffaele Lombardo, non è positivo. Nessuno ce ne vorrà se continuiamo a sottolineare cose ovvie. Fa male la verità in quanto tale, non chi la riferisce.

C’è una soluzione per i 18 mila dipendenti regionali in esubero? Sì. Essa riguarda il pensionamento naturale di circa un decimo del corpo per ogni anno. Nel caso della Sicilia vi è però un grosso macigno: i pensionati restano a carico del bilancio della Regione anzichè passare all’Inpdap come i dipendenti di Stato, di altre Regioni ed Enti locali.
Vi è una seconda soluzione. Aprendo i cantieri delle opere pubbliche per la costruzione delle tantissime infrastrutture di cui la Sicilia ha bisogno, spendendo i 10 miliardi di fondi provenienti dall’Unione Europea, la Regione potrebbe creare un percorso preferenziale per trasferire i propri inutili dipendenti alle imprese che vincono gli appalti, almeno in una certa misura. Questo meccanismo farebbe dimagrire l’organico in tempi rapidi.
Al di là dell’aspetto quantitativo, Lombardo e maggioranza devono inserire all’interno della burocrazia regionale un aspetto qualitativo che consenta di trasformare gli attuali burocrati attendisti e piagnoni in servitori veri dei siciliani e dei gruppi imprenditoriali di qualunque parte del mondo, pronti a investire nell’Isola.
Ago
03
2011
La nostra Isola, si sa, è maestra delle chiacchiere, maestra della politica vuota, maestra delle incompiute, di cui La Padania ha pubblicato un vergognoso elenco, vero purtroppo. Si sommano inconcludenza, vanagloria e incapacità per formare una miscela del non fare. Dall’Ospedale di Lentini, alla statale 640 di Agrigento, dove i lavori procedono con grande lentezza. E nel lungo elenco delle incompiute siciliane figurano anche il Velodromo di Paternò, l’orfanotrofio di Enna e numerose opere nel territorio di Giarre.
Per attivare i cantieri di opere pubbliche indispensabili ci vogliono tempi immemorabili. Le ultime due che vogliamo citare sono l’Aeroporto di Comiso e l’autostrada Ragusa-Catania.
Nel nostro forum del 13 marzo 2010 il presidente dell’Enac, Vito Riggio, ci confermò che per quanto riguardava il suo Ente non vi erano problemi burocratici, tanto che prevedeva l’apertura ai voli sin dal luglio 2011, cioè dopo poco più di un anno. Siamo ad agosto e la Soaco, società che gestirà lo scalo, prevede di poter aprire ai voli entro l’estate del 2012. Staremo a vedere se quest’altra scadenza verrà rispettata.

Sulla Rg-Ct si sono scritti romanzi. Un’opera che costerà intorno a un miliardo e che attiverà circa 10 mila posti di lavoro. Peccato che tutti fanno a gara per ostruirla. Un tiro al piccione, per bassi interessi di bottega, che impedisce l’apertura dei cantieri, urgente come ben tutti capiscono.
Vi è un’altra opera stradale, non secondaria, di cui nessun giornale parla ed è la bretella fra tale autostrada e l’aeroporto. Come ci ha detto il presidente della Provincia di Ragusa, Giovanni Antoci, in occasione del forum del 17 maggio scorso, il suo Ente “ha predisposto la progettazione esecutiva”, ma i cantieri non sono ancora partiti. Certo è che senza bretella, da aprire contestualmente all’aeroporto, ci sarà un appesantimento del traffico anche per chi proviene da Catania.
Vi è poi l’annosa questione del completamento della Siracusa-Gela, arrivata a Rosolini, neanche in buone condizioni. Anche in questo caso, non vediamo la necessaria rapidità per aprire i cantieri in modo che nel giro di qualche anno essa possa essere completata.
 
Mentre da noi si chiacchiera, in Lombardia operano. Il 22 luglio 2009 è stato dato il via alle ruspe per la costruzione della Brebemi, l’autostrada bis che collegherà Brescia, Bergamo e Milano. Un’opera strategica per la mobilità lombarda che ha già raggiunto metà del percorso e fra due anni sarà aperta al traffico. Il termine è certo perché, per quell’autostrada, lo Stato non ha dato finanziamenti, essendo realizzata totalmente in project financing con una spesa di 2,4 miliardi da parte di banche e soci privati.
Tutto ciò assicura puntualità di consegna e attivazione del traffico, in quanto la società di gestione ha interesse a riscuotere il pedaggio il prima possibile. Lunga 62 chilometri, attraversa cinque province e 43 comuni. Attorno a essa verranno realizzati ulteriori 40 chilometri di viabilità di connessione o compensativa, tra cui la completa riqualificazione, a livello di autostrade urbane, delle provinciali Cassanese e Rivoltana, arterie assediate dal traffico caotico.
La Brebemi sarà dotata di barriere antirumore con interventi di fitodepurazione e biomassa, le dune saranno mascherate, si realizzeranno piste ciclabili e interventi di sistemazione vegetale lungo tutto il percorso.

Sul versante degli investimenti produttivi, la Regione Lombardia e la Bei (Banca europea per gli investimenti) hanno stipulato un accordo per mettere a disposizione delle Pmi lombarde una cifra di 500 milioni di euro, con interessi inferiori a quelli di mercato. Questa disponibilità finanziaria attirerà nuovi investimenti produttivi e creerà altri posti di lavoro.
La questione importante, al di là del finanziamento vero e proprio, riguarda la velocità con cui la Regione Lombardia si è impegnata a sostenere le richieste di autorizzazione per innestare i processi di industrializzazione: è proprio questo l’aspetto fondamentale del continuo movimento espansivo di quella regione, già locomotiva del sistema economico italiano.
I due esempi che abbiamo riportato sono lontani anni luce dal modo di agire della Regione siciliana. Riflettiamoci.
 
Lug
02
2011
Il cancro della Sicilia, che con le sue metastasi ha violentato le cellule sane, è la burocrazia. È noto che le cellule cancerogene fanno parte del tessuto del corpo, solo che funzionano in modo egoistico, prelevando risorse vitali, anziché in modo altruistico come fanno tutte le altre cellule, che danno al corpo.
Così la burocrazia siciliana e le sue metastasi, succhiano al corpo dei cittadini energie per alimentare sé stessa, anziché darle al corpo dei cittadini, per rivitalizzarlo e farlo funzionare bene.
La responsabilità di questa diagnosi incontroverbile, a prova di smentita, è lo stato comatoso del sistema amministrativo della Regione, dei suoi 20 mila dipendenti ufficiali, di cui 2.000 dirigenti. Tutti costoro percepiscono stipendi e indennità, generano spese incontrollabili e incontrollate, ma non rendono quei servizi indispensabili al buon funzionamento del sistema-Sicilia. è un’amara valutazione che continuiamo a testimoniare.

La più grande riforma che dovrebbe fare il Governo regionale, presidente e Giunta, deve essere intitolata burocrazia zero, invertendo l’attuale situazione di zero alla burocrazia. Il che significa una serie di provvedimenti fondamentali per una vera e propria rivoluzione.
Il primo fra essi è che i direttori generali vengano licenziati qualora non rilascino i provvedimenti richiesti da imprese, cittadini ed enti locali in trenta giorni. Oppure provvedano a comunicare in modo motivato il loro diniego.
Il secondo provvedimento riguarda i dirigenti di area e di servizio, i quali dovrebbero essere coinvolti nello stesso procedimento disciplinare se non sottopongono al dirigente generale i provvedimenti da rilasciare, sempre nel termine di 30 giorni.
Il terzo provvedimento è quello di trasformare tutte le procedure cartacee in procedure informatiche, totalmente digitalizzate, in modo che restino evidenti i tracciati, controllabili a posteriori da chiunque.
Il quarto riguarda l’istituzione di un’Autorità di controllo, esterna e indipendente dalla Regione, la quale verifichi due questioni: la corruzione e l’efficienza. Detta Autorità dev’essere munita di strumenti validi per colpire i parassiti.
 
Un apparato amministrativo a burocrazia zero è indispensabile per mettere in moto l’asfittica economia della Sicilia, che non deve più contare sulle provvidenze e sull’assistenzialismo, ma sugli incentivi che la rendano autonoma. Perché questo avvenga, bisogna che cessi la logica del favore  e subentri quella del servizio, tagliando senza pietà qualunque forma di privilegio, di spreco, di sperpero, molto diffusi negli apparati centrale e periferici della stessa Regione.
La questione riguarda, ovviamente, anche gli Enti locali. I sindaci, quali autentici interpreti e portatori delle istanze dei propri cittadini, devono diventare gli attori principali della rinascita della Sicilia, attuando la sana e diligente amministrazione del pater familias, secondo i principi di corretto comportamento, di migliore utilizzazione delle entrate e di uscite parsimoniose.
Nelle pagine, più volte pubblicate su questo foglio, sono indicati nel dettaglio tutti i provvedimenti che i sindaci devono prendere in materia di entrate e di uscite.

Le azioni degli Enti locali, però, sarebbero del tutto inefficaci se non venisse digitalizzato tutto il sistema interno e quello per la produzione dei servizi da rendere ai propri cittadini. Un servizio digitalizzato, ovviamente connesso con quello della Regione e degli altri Comuni, in modo da poter realizzare i progetti in tempo reale. Anche in questo caso, il sistema così realizzato consentirebbe di rilevare le tracce di ogni provvedimento e quindi di verificare la loro efficacia.
Anche nei confronti degli Enti locali dovrebbe agire l’Autorità di cui prima si scriveva, in modo da poter controllare il buon funzionamento dell’apparato, facendo emergere i focolai di corruzione che inevitabilmente possono nascere quando si amministra la Cosa pubblica.
Tracciato il metodo, nel merito Regione e Comuni debbono percorrere due grandi autostrade: la prima, fare i progetti e aprire i cantieri; la seconda, attrarre investimenti nazionali e internazionali, mettendo in vetrina i propri gioielli di famiglia e assistendo gli interessati con le proprie competenze.
Mag
20
2011
Il Governo regionale, formato da Giunta e presidente della Regione, ai sensi dell’articolo 2 dello Statuto, ha deliberato di ricorrere alla Corte Costituzionale contro gli articoli 2 e 14 del Decreto legislativo 23/2011 in materia di federalismo fiscale municipale.
Da un canto tale Dlgs disciplina in maniera equa la materia, fissando il principio secondo il quale ogni ente locale non riceve più i trasferimenti in base alla spesa storica bensì in base ai costi standard. Dall’altro, vìola gli articoli 36 e 37 dello Statuto, peraltro rimasti non osservati da oltre sessant’anni. La questione è quale attenzione presterà la Suprema Corte ai ricorsi della Regione Siciliana, atteso che essa ha il dovere di fare gli interessi della Nazione, subordinandovi quelli della Sicilia.
Ma questo comportamento vìola il Patto fra Italia e Sicilia, tutelato dall’istituzione dell’Alta Corte ai sensi dell’art. 24 dello Statuto, che ha una composizione paritetica dei suoi membri eletti dall’Assemblea regionale e dal Parlamento nazionale.

Per conseguenza, risulta del tutto evidente che le sentenze dell’Alta Corte sarebbero molto diverse dalle sentenze della Corte costituzionale. Sembra incredibile come tutti i presidenti della Regione, dal 1957 in avanti, quando la Corte Costituzionale arbitrariamente assorbì le funzioni dell’Alta Corte, non abbiano fatto ricorso alla Corte di giustizia europea, alla stessa Corte Costituzionale, né messo in atto iniziative politiche per annullare quell’arbitrio.
Se, da un canto, l’articolo 36 prevede che le imposte di produzione (accise) siano riservate allo Stato, dall’altro la Regione ha la leva della tutela del territorio per revocare le autorizzazioni alla produzione di carburanti fossili in Sicilia. Usando la quale si poteva arrivare a una soluzione meno dannosa per l’Isola.
Lo stesso dicasi per l’articolo 37 il quale non fissa la quota di reddito da attribuire agli stabilimenti e agli impianti di produzione in Sicilia, di competenza della Regione. In atto sarebbero persi più di dieci miliardi.
Approfittiamo dell’analisi per ricordare che non è stato attuato l’articolo 38 dello Statuto in base al quale lo Stato verserà annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi in base ad un piano economico nell’esecuzione dei lavori pubblici.
 
La somma indicata è stata irrisoria fin’oggi, con l’ulteriore violazione grave del Patto del 1946. Lombardo, quindi, non solo deve attivare una task force di giuristi anche internazionali per contrastare le violazioni dello Stato nei confronti della Sicilia, ma effettuare ulteriori azioni, come prima scrivevamo, sia a livello europeo che di natura politica.
Quanto precede è sacrosanto, ma esso deve essere basato sul principio morale che chi reclama i propri diritti deve prima adempiere ai propri doveri. Il dovere del Governo regionale è quello di far prevalere l’interesse dei siciliani su quello dei pubblici dipendenti, delle corporazioni di sindacati, professionisti e imprenditori e di qualunque altra lobby che succhia il sangue dei contribuenti italiani. In altre parole, il presidente Lombardo e la sua Giunta dovrebbero avere le carte in regola per spingere verso l’alto il benessere dei propri cittadini, eliminando nei limiti del possibile, disparità e iniquità.

Tutto questo Lombardo non lo fa, anzi discrimina i 236 mila disoccupati privilegiando quei raccomandati cui sta facendo i contratti a tempo indeterminato, senza che essi siano stati selezionati in modo pubblico e trasparente e comparati con gli stessi disoccupati.
Cinquemila privilegiati regionali contro 236 mila disoccupati a cui non è stata data l’opportunità di partecipare alle selezioni. Una profonda iniquità, testimoniata da un dissenso popolare che farà sentire la propria voce alle prossime regionali del 2013, qualora l’Assemblea regionale siciliana non si sciolga prima, cosa improbabile.
Supportiamo il presidente della Regione quando contrasta la prepotenza dello Stato, lo incitiamo a che quest’azione divenga una costante e lo stimoliamo ad affrontare con coraggio la questione dell’Alta Corte. Restano intatte le nostre critiche sulla gestione clientelare delle assunzioni e sull’immobilismo dominante, causa della debâcle di Berlusconi alle ultime elezioni amministrative.
Mag
13
2011
Quando sento giovani che vorrebbero trovare occupazione vicino al proprio uscio, mi spiego come la Sicilia possa essere in queste pietose condizioni economiche e sociali. C’è una mentalità diffusa secondo la quale i nostri diritti devono essere soddisfatti a nostro piacimento, ma con il contributo personale limitato al minimo.
Invece, no. Il lavoro c’è, in Sicilia, in Italia e nel mondo. Bisogna afferrarlo dovunque si trovi, bisogna essere disposti a fare qualunque sacrificio per acquisire esperienze. Nel mondo anglosassone e Nord-europeo, ma anche in Germania, c’è l’abitudine di andare fuori di casa, giovani maschi e femmine, a 18 anni, possibilmente senza chiedere il sussidio al papà o alla nonna. I giovani diciottenni sono ansiosi di essere autonomi e perciò disponibili a fare qualunque lavoro, dall’inserviente al puliziere, al pony-express, al giardiniere, al muratore. Tutto purché possa entrare nella logica dell’autonomia e in quella dell’apprendimento continuo e dell’esperienza di vita.

In questi ultimi decenni, non sono più gli Stati Uniti d’America il luogo del desiderio ove andare a lavorare. Sono prepotentemente venute fuori le nazioni il cui acronimo è Bric (Brasile, Russia, India e Cina). In questi Paesi, cosiddetti emergenti, il tasso di sviluppo è impetuoso, la crescita del Pil è a due cifre, il tasso di infrastrutture, materiali e immateriali, cresce velocemente. Le fonti di energia non fossile si moltiplicano senza sosta.
In questi quattro Paesi vi è un’immensa quantità di lavoro ben retribuito, che consente a chi ha capacità di affermarsi anche rapidamente. Fra essi, quello che va più veloce è la Cina, un mercato di un miliardo e trecentomila abitanti, nel quale vi sono oltre cento milioni di nuovi ricchi.
Oltre Pechino, vi sono le due megalopoli di Shanghai e Shenzhen e quella perla del mercato mondiale, soprattutto finanziario, che è Hong Kong ove i cinesi, dopo il ritorno a casa dell’Isola, hanno avuto il buon senso di non toccare il sistema istituzionale ed economico, portandola solamente sotto il cappello politico. Hong Kong ha continuato a prosperare e ad attirare capitali e investimenti senza sosta.
 
Qualche giorno fa ascoltavo alla radio un’intervista fatta a Daniele Morano, un giovane trentenne che risiede a Shanghai. Raccontava che, partito dalla natia città di Cittanova (Rc) e arrivato a Napoli, si è incuriosito presso quella Università ed ha cominciato a frequentare lezioni di cinese, approfittando della capacità di una bravissima insegnante. Da lì si è trasferito appunto a Shanghai ove ha cominciato a consolidare la lingua e a lavorare come interprete.
Dopodiché gli è venuta l’idea di importare alimenti italiani e di iniziare l’attività di ristoratore. Ha chiamato colà suo fratello, altri suoi parenti e ora ha più imprese invidiabili e affermate, che gli danno tante soddisfazioni e che gli fanno dire che almeno per i prossimi vent’anni non tornerà in Italia.
A questo giovane ha arriso la fortuna che premia gli audaci. Egli ha avuto una grande intraprendenza e forte spirito di iniziativa. Non si è preoccupato di affrontare le enormi difficoltà dell’apprendimento della lingua cinese, né di andare a vivere in una città con oltre 18 milioni di abitanti, ove usi e costumi sono lontanissimi dal pensiero occidentale.

Non consigliamo a tutti i giovani siciliani di andare in Cina, questo è certo, anche se là vi sarebbe lavoro a volontà, ma l’esempio di Morano dovrebbe insegnare che bisogna avere ampia disponibilità ad avere per scenario il mondo e a fare tutte le esperienze possibili per incrementare la nostra capacità e la nostra competenza.
Questo può accadere solo se siamo dotati di quel comportamento semplice che è l’iniziativa, cioè la decisione cosciente e responsabile di intraprendere e promuovere un’azione volta a un fine determinato. Quindi, essere decisi, responsabili, intraprendenti e capaci di fissare un obiettivo che si ha l’alta volontà di raggiungere, nonostante le difficoltà e gli ostacoli che si incontrano normalmente sul percorso.
In una parola, essere liberi dal bisogno, dalla dipendenza di altri, in modo da poter utilizzare al meglio le proprie risorse, essendo disposti a lavorare duramente anche per lunghi periodi, posponendo in avanti i nostri desideri.
Mar
22
2011
Il tragico terremoto che ha investito il Giappone è stato accompagnato da un maremoto con onde alte otto metri. L’energia liberata, misurata dalla scala Richter, ha fatto salire l’asticella al punto 9, ben di più dello sconquasso che colpì Messina nel 1908. Anche allora al terremoto seguì il maremoto, che fece più vittime del primo: in totale oltre 100 mila morti.
Se facciamo un paragone con i 5 mila morti più altrettanti dispersi del Paese del Sol Levante, possiamo dire che quel popolo è veramente straordinario perché ha saputo ricostruire, dopo Hiroshima e Nagasaki, tutto il Paese con strutture antisismiche che l’hanno salvato da una catastrofe immane.
A Tokyo, ogni anno, vi sono circa 2 mila scosse, di cui si avverte solo una minima parte. Eppure tutti hanno la sensazione di convivere col sisma, cui si sono abituati. L’ultimo disastro si era verificato il primo settembre del 1923, quando Tokyo fu rasa al suolo e patì 100 mila vittime, seppure l’intensità fu solo di 7,9 gradi della scala Richter.

La politica edilizia nipponica consente di subire tutte quelle scosse senza danni a cose e persone. Gli esperti non sanno se questo terremoto sia il Dai Jishin, cioè il superterremoto, o se in questo secolo se ne possa verificare uno più intenso.
La seconda questione è quella delle centrali atomiche. Quel Paese si è votato all’energia nucleare fin dal dopoguerra. L’impianto di Fukushima è vecchio di quarant’anni e doveva essere chiuso questo mese. Si tratta di un impianto di prima generazione che funziona con la tecnologia dei reattori ad acqua bollente mentre quelli di terza e prossima quarta generazione funzionano ad acqua pressurizzata, che dà una sicurezza sui problemi di raffreddamento del nocciolo.
Il Giappone dovrà lottare ancora una volta con le unghie e con i denti per ricostruire le parti distrutte, ma anche per fronteggiare i conseguenti problemi dovuti alla diminuzione di produzione industriale e di servizi e quindi a uno stallo probabile del Prodotto interno lordo. Ma i nipponici si sapranno risollevare ancora una volta, come fatto dal dopoguerra in avanti. Chapeau.
 
Terremoti ed energia nucleare sono due questioni cardine che i Governi della Repubblica italiana del dopoguerra non hanno affrontato con adeguata attenzione.
Per l’energia nucleare, la costruzione di centrali era iniziata a Caorso e a Montalto di Castro. Ma, poi, la debolezza dei Governi dell’epoca - presieduti da Bettino Craxi (agosto 1986-aprile 1987), Amintore Fanfani (aprile-luglio 1987) e Giovanni Goria (luglio 1987-aprile 1988) - portò a non comunicare bene all’opinione pubblica la necessità di avviare un processo di produzione di energia dall’atomo, come aveva già cominciato a fare Charles de Gaulle in Francia. Lo sciagurato referendum del novembre del 1987 bocciò un’attività che oggi avrebbe consentito al nostro Paese di avere energia con un costo inferiore di un terzo. Mentre qui si discettava del nulla, in Francia si sono costruite 58 centrali nucleari ed è in costruzione la 59^. Il che ha reso indipendente quella nazione dal petrolio.
In Europa vi sono 450 centrali nucleari. L’Italia è l’unica che non ne ha. Nel mondo muoiono 5 mila persone nelle miniere di carbone, mentre per l’energia nucleare ne sono morte qualche centinaio.

L’altra questione riguarda i terremoti. Si attende per questo secolo il Big One, che dovrebbe colpire la fascia tirrenico-ionica del Sud, da Vibo Valentia a Capo Passero. Quando questo evento si verificherà, speriamo in un’epoca lontana, vi saranno almeno due milioni di morti e la ripresa, per chi avrà la fortuna di rimanere vivo, sarà più difficile che se non fosse morto.
Qui, da noi, nessun Governo, nazionale o regionale ha mai pensato di fare una politica edilizia di difesa di fronte a possibili terremoti, anzi la corruzione nella Cosa pubblica ha spesso depotenziato il cemento in ponti, viadotti e immobili con la conseguenza che anche scosse di basso livello hanno fatto morti e danni.
è un altro elemento di una politica dissennata e clientelare che impedisce ai cittadini di difendersi e di proteggersi di fronte alle calamità naturali. Un’imprevidenza non ancora sanzionata da un’opinione pubblica spesso insensibile. Però grida quando capitano i guai. Imprevidente!
Mar
09
2011
Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: constatare lo stato di sottosviluppo della nostra Isola e, contestualmente, avere paura dello sviluppo. Ognuno di noi dovrebbe essere nelle condizioni mentali di affrontare le difficoltà anche a prezzo di sacrifici, pur di promuovere se stesso in maniera onesta. Cioè, non dovrebbe avere paura di crescere, per cui occorre essere disponibili a correre rischi ed affrontare salite anche molto ripide.
Sentiamo tanti giovani in giro per la Sicilia che si lamentano della mancanza di lavoro. Affermano quanto precede in buona fede, però affermano una cosa non vera. Infatti, in Sicilia, vi sono migliaia di opportunità di lavoro nel mercato. Per accedervi è indispensabile possedere competenze e quindi formarsi costantemente per acquisirle. La conoscenza non si acquisisce gratis, ma comporta un costo economico e personale. Essa è indispensabile per diventare competitivi, cioè per potere gareggiare con gli altri alla pari, con qualche possibilità di arrivare in cima alla graduatoria.

I giovani che si lamentano di non trovare opportunità di lavoro, ci ricordano la favola di Esopo la Volpe e l’Uva. La volpe voleva staccare un grappolo d’uva e continuava a fare dei balzi, ma non arrivava ad esso. Ripiegando, pensava che l’uva fosse acerba e non valesse la pena raccoglierla. Così fanno tanti giovani che si rifiugiano dietro la facile lamentela non c’è lavoro, perché non sono disposti ad acquisire le qualità per inserirsi nel lavoro, che c’è. La paura del rischio, la paura di fallire, la paura di cadere, rendono deboli e fragili queste persone e non le mettono in condizione di crescere.
Se moltiplichiamo gli esempi per centinaia di migliaia di casi, ci rendiamo conto che il sottosviluppo isolano non può essere combattuto se non si diffonde nella popolazione l’idea che per crescere, socialmente, economicamente e professionalmente, bisogna impegnarsi a fondo. Occorrerebbe un modello, un esempio positivo in questa direzione e purtroppo tale esempio non c’è. Quando il pesce puzza dalla testa è da gettar via. Ma qui non possiamo gettar via tutta la classe dirigente, politica e amministrativa. Dobbiamo cercare all’interno di essa quei soggetti che hanno buone qualità.
 
La Regione e gli Enti locali non hanno come missione primaria quella di erogare servizi ai propri cittadini, ma di promuovere lo sviluppo. Governo regionale e amministrazioni comunali, salvo rare eccezioni, sembrano incartati, immobilizzati, abbagliati. Non possiedono dinamismo, presi da beghe tutte interne, come se fossero chiusi in una torre d’avorio opaca e inespugnabile che impedisce ai cittadini di guardarvi dentro.
Non c’è interazione fra le amministrazioni e le parti economiche della società. Qualunque iniziativa che mostri delle intenzioni costruttive è impaludata in un sistema burocratico vecchio e asfittico, che ha come metodo quello di opporre rifiuto a qualunque richiesta.
Nessuno controlla se dentro gli apparati regionali e comunali vi sia corruzione. Nessuno controlla se via sia un barlume di efficienza. Nessuno controlla i risultati. Ma tutti percepiscono regolarmente stipendi, indennità e prebende diverse, sennò strillano come aquile.

Sembra che tutti costoro siano armati da un ottimo tornaconto, un egoismo sfrenato che li porta a vedere esclusivamente i propri interessi, infischiandosene di quelle dei cittadini che pagano il loro stipendio.
Amministrazioni regionale e comunali hanno le risorse per impostare un piano di sviluppo, sol che taglino la spesa corrente, clientelare, che è una zavorra per fare qualunque cosa. Snellire l’organico, razionalizzare le procedure, spendere quanto serve e non di più, sono modi per attivare la crescita.
Scriviamo queste cose da decenni e  siamo costretti a ripeterle noiosamente. Ma continueremo a farlo, fino a quando non vedremo una svolta radicale nella conduzione della Cosa pubblica, nel senso di servire l’interesse generale. Certo, se il ceto politico e il ceto amministrativo leggessero di più storia, letteratura e filosofia, avremmo qualche speranza che l’attuale stato di cose venisse modificato. Ma non vediamo neanche un barlume. Tuttavia, è lecito sperare.
Dic
21
2010
La Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (Ruef)  aveva previsto 10 miliardi di disavanzo primario per il 2010 (differenza tra entrate e uscite) e 74,7 miliardi per interessi sul debito sovrano. Già al 31  ottobre, secondo Bankitalia, il complessivo disavanzo è arrivato a 107 miliardi e verosimilmente negli ultimi due mesi aumenterà ancora. Ciò deriva dalla crescita della spesa pubblica e dalla diminuzione delle entrate fiscali stimate in circa 5,2 miliardi, conseguente alla crisi economica.
Per fortuna, l’interesse primario europeo è fermo intorno all’1%, il che consente di mantenere l’interesse sul debito (portato dai titoli di Stato) ad una misura intorno al 3-4%. Quella effettiva, però, deriva dalla risposta del mercato che fa oscillare l’interesse in funzione della domanda. Al riguardo bisogna tener conto che nei prossimi mesi lo Stato italiano deve piazzare sui mercati nazionale e internazionale 150 miliardi di titoli pubblici. Quando il mercato risponde poco l’interesse sale, quando il sistema economico del Paese non funziona, la differenza fra l’interesse pagato sul debito nazionale e l’interesse pagato dallo Stato tedesco per i propri Bund (termine di riferimento) aumenta cospicuamente anche fino a due punti percentuali.

Le cause principali del cattivo andamento dell’economia nazionale sono cinque: 1. Eccesso di spesa pubblica dominata da quella per la politica e l’altra per la pubblica amministrazione. 2. Deficienza endemica della Pa che è infarcita da dipendenti inutili e costosi, non è innovata e digitalizzata, usa procedure arcaiche, lunghe e volutamente farraginose per consentire la sottostante corruzione. 3. Enorme costo di energia, superiore a quello della media europea, stimabile tra il 30 e il 50% che fa aumentare i costi di prodotti e servizi. 4. Modesta diffusione di infrastrutture logistiche, di reti ferroviarie e di autostrade, soprattutto nel Mezzogiorno, che aggrava i costi di filiera della distribuzione. 5. Presenza di forti corporazioni (banche, assicurazioni, energia) che funzionano in regime di oligopolio, contro cui l’ottimo presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, si batte continuamente con le leggi a sua disposizione. Ma queste sono carenti e più volte l’Autorità ha fatto richiesta al Governo e al Parlamento di fornirgli strumenti più efficaci.
 
Il debito pubblico si raffronta col Pil. Se questo aumenta, il rapporto diventa più favorevole, se diminuisce, più sfavorevole. Al 31 di ottobre  tale rapporto era del 120,1% ma è probabile che aumenti ancora raggiungendo il primato negativo del debito più alto del mondo.
Il Governo si è rifugiato dietro la recessione che ha colpito tutti i Paesi progrediti ma non competitivi, mentre quelli emergenti hanno continuato la loro corsa in maniera egregia. Fra essi ricordiamo la crescita a due cifre della Cina e quelle abbastanza vicine di India e Brasile.
Questi Paesi hanno un debito sovrano basso e, per venire all’Europa, i Paesi fondatori dell’Unione insieme all’Italia, sono quasi sempre dentro il parametro previsto dall’accordo di Maastricht (rapporto Pil/debito del 60%).
Voi capite come avere un debito del 60% o del 120% sul Pil faccia un’enorme differenza perché nel nostro caso comporta un maggior esborso d’interessi stimati tra i 40 e i 45 miliardi. Se questa cifra si potesse utilizzare per costruire infrastrutture, fra cui essenziali le centrali atomiche di quarta generazione, sicurissime, il Paese diventerebbe più competitivo e la sua economia comincerebbe a crescere, come sta accadendo in Germania, tre volte di più.

Da qualunque parti si giri, la questione del debito pubblico italiano è centrale. Dal 1994 non si è mai affrontato in maniera costruttiva. Nella migliore delle ipotesi, per qualche anno vi è stato un avanzo primario (più entrate che spese) ma con gli interessi sul debito quest’ultimo è comunque aumentato.
Se si vuole veramente spingere il Paese verso la crescita è indispensabile ridurre il debito pubblico, non con la finzione del rapporto che c’è fra esso e il Pil, ma in valore assoluto, cioè come fare perché l’enorme ammontare di 1867 miliardi al 31 ottobre 2010 possa diminuire al 31 dicembre 2011.
Le soluzioni ai cinque punti prima indicati, messe in rete, costituirebbero la piattaforma per tentare l’inversione di tendenza che abbatta gradualmente, ripetiamo, in valore assoluto, il debito pubblico. Ma non vediamo all’orizzonte chi abbia gli attributi adatti per invertire tale tendenza.
Dic
07
2010
È di questi giorni l’inaugurazione del primo villaggio Outlet della Sicilia, nella Valle del Dittaino, ove un gruppo privato ha investito 120 milioni senza contributi pubblici e ha aperto le porte del lavoro per mille persone fra diretto e indotto. Ecco cosa si deve fare in Sicilia: nuovi investimenti dei privati che usano la finanza di progetto oltre alle risorse europee, statali e regionali.
Dieci, cento, mille di questi investimenti, ricordando che ogni miliardo investito in opere - pubbliche o private - apre le porte a circa diecimila nuovi posti di lavoro. Altro che assumere inutili dipendenti nelle Pubbliche amministrazioni e onerare i relativi bilanci di stipendi non produttivi e dannosi, con l’aggravante di diffondere nell’opinione pubblica il principio che si perpetua il privilegio di chi viene assunto per raccomandazione e senza concorso, lavora poco e male, non ha responsabilità, non può essere licenziato. Insomma, un’operazione solo negativa.

Valmontone è una città a trenta chilometri da Roma. In quell’area si stanno sviluppanto attività notevoli. Esiste già un Outlet tre volte più grande di quello del Dittaino ed è in fase di costruzione Rainbow magicLand, il primo parco dei divertimenti a tema di Roma, che sarà aperto in aprile 2011.
Si tratta di una sorta di EuroDisney parigina all’italiana, che prevede un investimento di trecento milioni di euro, tre milioni di visitatori l’anno a regime e insiste su un’area di seicentomila metri quadrati che, sommata al citato Fashion district Valmontone Outlet, che ha oltre sei milioni di visitatori, insisterà su un’area complessiva di un milione e mezzo di metri quadrati.
Il gruppo che ha in corso questo investimento è quello di Iginio Straffi, cui concorre un contributo europeo e un altro della Regione Lazio. Il Parco occuperà circa duemila addetti e metterà in moto un volano di alberghi, ristoranti, attrazioni turistiche della zona, valorizzazione di siti archeologici e paesaggistici che moltiplicherà l’effetto positivo.
È del tutto evidente come un investimento di questo genere sia un carburante formidabile per un’economia in sviluppo come quella del Lazio.
 
C’è di più. Per servire bene il Polo economico saranno potenziati i caselli dell’autostrada Roma-Napoli di Valmontone e Colleferro e costruita una fermata ferroviaria all’interno del Polo turistico integrato. Ecco come si fa a sviluppare un’economia coniugando le iniziative imprenditoriali con il necessario contributo pubblico, indirizzato verso attività produttive. Nello stesso Polo, il patron della Lazio, Claudio Lotito, sta progettando la costruzione di un complesso articolato di servizi e turismo dentro il quale dovrebbe sorgere lo stadio per la sua squadra. Naturalmente uno stadio non solo adibito agli spettacoli sportivi ma anche a quelli di intrattenimento.
Gli immensi parcheggi anche per gli autobus e le linee ferroviarie dedicate costituiranno un modo per portare la gente in questo grandissimo Polo.

Presidente Lombardo, guarda quello che accade nel mondo, in Europa e ora anche in Italia. Mettere in campo un’iniziativa costituita da un bando di gara per un progetto di idee denominato SiciliaLand e avente per oggetto la costruzione di un parco giochi a tema nello stesso territorio dov’è sorto l’Outlet, in modo da sfruttare le sinergie. Così bisogna pensare, in grande, e studiando modelli che esistono, che funzionano e producono ricchezza, con modesto impiego di risorse pubbliche.
La Regione deve mettere in moto un meccanismo-calamita per cui i gruppi imprenditoriali del settore turistico, dei servizi avanzati e di altri settori ad alto valore aggiunto verrebbero qui. Ma perché ciò avvenga è necessaria una precondizione: alla Regione dev’essere costituito un Ufficio unico con un dirigente di alto valore, in possesso di master internazionale e Ph.D. in condizione di rilasciare tutte le autorizzazioni, nessuna esclusa, in trenta giorni e non in tre anni. Insomma, occorre inserire nel sistema elementi competitivi che facciano funzionare la macchina economica senza intoppi, in modo da assistere chiunque voglia investire con una collaborazione totale. Pensaci, Lombardo, pensaci.
Ott
07
2010
L’economia siciliana è asfissiata dalla mancanza di liquidità, sia perché Regione e Comuni non pagano i fornitori (o li pagano con un ritardo sanzionato dall’Ue) sia perché i lavori pubblici sono precipitati in questi ultimi anni. Eppure, c’è tanta disponibilità di risorse finanziarie che aspettano solo di essere spese. Un vero e proprio delitto compiuto dai responsabili delle istituzioni, i quali si perdono in mezzo a beghe da cortile e non capiscono che la ragione per la quale il popolo li ha eletti è quella di promuovere lo sviluppo della regione (per quanto riguarda il Governo) e dei territori (per quanto riguarda i Sindaci).
La carenza di liquidità, per la mancanza di pagamenti e dell’apertura dei cantieri, sta strangolando l’economia dell’Isola e con essa i consumi, perché viene meno la disponibilità di quattrini nelle tasche dei cittadini.
La gravità della questione non è ben compresa da assessori, direttori generali e sindaci, che restano immobili senza prendere provvedimenti urgenti e tempestivi che rompano l’involucro dell’immobilismo.

Occorre che immediatamente Regione e Comuni aprano i cantieri e contestualmente si accingano a redigere la prima il Piano regionale delle infrastrutture, i secondi il parco-progetti del territorio di propria competenza.
Sentiamo una risibile osservazione: i Comuni non hanno i soldi per pagare i professionisti. Invece hanno i soldi per pagare gli innumerevoli sprechi più volte elencati nelle pagine di questo quotidiano. Anche in questo caso bisogna smentire una clamorosa bugia e, cioè, che i sindaci non abbiano quattrini. è vero con le presenti condizioni. è falso se esse si ribaltano. Come? Andando a caccia degli evasori, che sono tantissimi, mediante un apposito gruppo di Polizia municipale tributaria e colpendo inesorabilmente i morosi dei tributi comunali che sono oltre un terzo.
Aumentando le entrate e incassando le somme dovute dai cittadini, tagliando senza guardare in faccia nessuno le spese, i Comuni potrebbero trovare l’equilibrio di bilancio e con esso le risorse per fare i progetti finanziabili e cantierabili.
 
Lo stesso ragionamento vale per la Regione, anche se su dimensioni diverse. Il suo bilancio è di circa 29,6 miliardi di euro, pressappoco come quello della Lombardia. Ma a differenza del primo, quasi tutte le uscite sono ingessate. Dunque, la Giunta ha scarse possibilità di manovra.
Nell’impostare la Finanziaria 2011, il neo assessore all’Economia, Gaetano Armao, ha l’improbo compito di tagliare fortemente la spesa corrente per rendere disponibili le risorse finanziarie recuperate, da destinare alle opere pubbliche. La Regione non può continuare a fare l’ammortizzatore sociale, cioè a pagare stipendi e indennità improduttivi perché corrisposti a persone che non rendono. Ma, con sapienza, deve creare opportunità di lavoro in modo che chi voglia possa trovare sfogo in attività produttive di ricchezza, qual è appunto la costruzione di opere pubbliche.
Per questa ragione, il presidente  dei siciliani, Raffaele Lombardo, deve insediare presso la direzione generale delle opere pubbliche una task force per fare l’inventario di tutte le opere incompiute e un Piano di opere nuove.

Non scriviamo nulla di nuovo. Ricordiamo il grande economista John Maynard Keynes (1883-1946) il quale consigliava agli Stati in depressione economica anche di indebitarsi per rimettere in moto l’economia attraverso la costruzione di infrastrutture.
Lo ribadiamo per l’ennesima volta. La Sicilia ha bisogno di robuste iniezioni di liquidità e non di chiacchiere a vanvera, come sono quelle di tanti politici e dirigenti regionali che continuano a riferire che cosa loro stiano facendo, non che cosa abbiano già fatto e quanti milioni o miliardi abbiano immesso nell’economia regionale.
Lo stesso presidente Lombardo ha più volte emanato decreti, direttive e circolari ai propri dirigenti, invitandoli perentoriamente a spendere, ma ha trovato un muro di gomma. Avrebbe dovuto trarne le conseguenze e destituire quei dirigenti regionali sordi. Qui, ora, o si fa la Sicilia o si muore. Non c’è più tempo per vuote e inutili parole.
Set
09
2010
Chi sono i traditori della Sicilia? Tutti coloro che in 64 anni hanno anteposto i loro interessi personali a quelli dei siciliani. In altri termini, sono stati dalla propria parte e da quella dei propri accoliti quando hanno acconsentito e favorito attività che avvantaggiavano i pochi e svantaggiavano gli isolani.
Questi traditori hanno nome e cognome, ma non tocca a noi farlo, almeno in questo momento. Possiamo dire, senza ombra di smentita, che sono coloro che hanno contribuito, senza muovere un dito, al vilipendio dello Statuto siciliano, che ha costituito l’unica ragione perché il nostro popolo non si separasse dall’Italia.
Siamo profondamente convinti che se, nel 1946, questa Regione fosse divenuta una Repubblica indipendente, oggi le condizioni economico-sociali sarebbero di gran lunga superiori a quelle nelle quali ci dibattiamo con grande difficoltà. In ogni caso, si sarebbe tolto l’alibi che la condizione di depressione economico-sociale della Sicilia sia colpa dello Stato centrale.

A Roma, i traditori dei siciliani non hanno mai fatto il bene della Sicilia, tanto che a distanza di 64 anni il nostro Pil su quello nazionale è inalterato. Ciò significa che non siamo riusciti a crescere di nulla.
La piccola Malta, invece, dal dopoguerra in avanti, seppure con molta fatica e senza alcun tesoro naturale (si tratta di un’isola spazzata dai venti al centro del Mediterraneo) è riuscita a crescere e da poco è entrata nell’Unione europea con pari dignità degli altri 26 partner. Malta utilizza tutti i finanziamenti dell’Ue, sfrutta i commerci internazionali e fa crescere costantemente il turismo con un numero di pernottamenti che è più della metà di quelli siciliani, pur avendo una popolazione di 400 mila abitanti contro i 5 milioni della nostra Isola.
I traditori dei siciliani sono quelli che non difendono il nostro territorio dalle vessazioni della Corte Costituzionale che, dopo avere illegittimamente fatto cessare l’attività dell’Alta Corte, ha cominciato ad emanare una serie di sentenze, vedi caso tutte contro la Sicilia, con le quali sono stati danneggiati lo sviluppo e l’economia, tarpando le ali a una serie di iniziative che potevano avere successo.
 
È nostra abitudine rassegnare le responsabilità, a cominciare dalle nostre. Quando ci riferiamo ai traditori dei siciliani pensiamo anche a chi abita qui e ha il nostro sangue. Molti di questi, attraverso l’istituzione regionale, hanno fatto più danni di Attila, primo fra i quali avere favorito una elefantiaca pubblica amministrazione che ha bloccato sistematicamente il processo di sviluppo. Se avessimo avuto un presidente come Lee Hsien Loong, la fortuna di Singapore (anch’essa un’isola con 5 milioni di abitanti, ma Repubblica e non regione d’Italia), oggi produrremmo ben più degli 85 miliardi di Pil, ma ragionevolmente saremmo attestati su 120 o 130 miliardi, cifra adeguata ai parametri della nostra economia, ragguagliata ai fattori presenti in quest’Isola.
Non dico che dovremmo fare come il Montenegro o il Kossovo, che dalla loro indipendenza hanno iniziato un incredibile processo di sviluppo, in quanto si sono sottratti alle grinfie del loro Stato centrale (la ex-Jugoslavia di Tito), ma almeno utilizzare tutta l’Autonomia statutaria.

La Sicilia stava meglio prima dell’Unità d’Italia, ormai la revisione storica concorda su questo punto. Palermo era una grande capitale, non certo la miserrima città di oggi, piena di tesori e di ricchezze ove anche i ceti meno abbienti stavano bene, compatibilmente con quell’epoca. Napoli era una delle maggiori città d’Europa, la sua valuta era considerata come l’odierno euro, i commerci erano fiorenti, le arti erano sostenute da tanti filantropi che oggi non ci sono più. Allora non c’era la malavita organizzata, almeno com’è oggi, nè a Palermo nè a Napoli, ma solo una parte modesta che accolse Garibaldi a Marsala con grande favore e lo aiutò ad attraversare tutta l’Isola in modo quasi indenne.
Una responsabilità primaria in questo scenario l’ha avuta il popolo siciliano, che è stato sempre a chiedere e mai a organizzarsi, cercando al proprio interno gli elementi per produrre ricchezza e creare valore.
Un popolo deve avere dignità e orgoglio, due valori senza dei quali è solo una mandria.
Set
07
2010
È noto a molti l’esperimento della rana cinese: dentro una pentola d’acqua fredda si accende un fuoco leggero, che la riscalda lentamente; la rana non si accorge del surriscaldamento e muore bollita. Se, invece, viene gettata nell’acqua calda, si scotta, reagisce e balza fuori dalla pentola salvandosi.
L’economia della Sicilia è già bollita e sta morendo, perchè cotta al fuoco lento dell’incapacità di farla svegliare, reagire e salvarsi. La questione non riguarda solo il dopoguerra, tuttavia ci limitiamo ad osservare quanto è successo in questi 63 anni, in cui il Pil prodotto, su quello nazionale, è rimasto inchiodato a poco più del 5 per cento, mentre dovrebbe essere fra l’8 e il 9 per cento, cioè dagli 85 miliardi attuali a circa 130. 
è mancata la programmazione dello sviluppo, sono mancati investimenti in infrastrutture, che costituiscono il fondamento per il movimento di beni e persone e quindi per l’agilità dell’economia. è mancato soprattutto un quadro di condizioni per attirare investimenti nazionali e internazionali.

I governi regionali che si sono succeduti in questi 63 anni - il primo (1947/1949) presieduto da Giuseppe Alessi (Dc) - si sono preoccupati di creare bacini di voti da alimentare col clientelismo e col favore. Quasi mai hanno realizzato e messo in atto un progetto di sviluppo alto che utilizzasse in pieno tutte le risorse dell’Isola, cospicue e di alto valore. Cosicchè non solo non sono arrivati nuovi investimenti, ma molti di quelli presenti hanno preso la fuga.
Il rischio è permanente perchè ancor oggi altri gruppi stanno decidendo di andarsene dalla Sicilia: dalla Fiat alla Keller, all’Eni di Gela. Mentre il Governo regionale attuale, presieduto da Raffaele Lombardo, dovrebbe smetterla di cincischiare su alleanze e quadri politici, peraltro essenziali per governare, e votarsi a stimolare fortemente le tre attività prima indicate: programmazione dello sviluppo, investimenti in infrastrutture e  attrazione di  capitali.
Il macigno dell’economia siciliana è la perenne questione dei precari, ovverosia impegnare il tempo per trovare risorse a perdere che sono gli ammortizzatori sociali per questi siciliani, privilegiati perché raccomandati, i quali, anziché formarsi le competenze per cercare un lavoro che c’è, aspettano il favore di un’indennità regionale o comunale.
 
Il Governo deve porsi la questione di creare lavoro in attività che producano valore e non in passività a perdere, come gli ammortizzatori sociali, in modo che tutti i siciliani che abbiano competenze e voglia, possano trovare le mansioni che sono capaci di svolgere.
L’attrazione degli investimenti nazionali ed esteri passa attraverso una burocrazia snella ed al servizio del progetto alto, pronta a collaborare con procedure istantanee per chiunque faccia richieste di autorizzazioni, senza ovviamente danneggiare il territorio. Non si capisce perché, per esempio, la burocrazia regionale si sia messa di traverso con comportamenti dilatori per far partire la superstrada Ragusa-Catania o perché non collabori pienamente con l’Eni per attivare investimenti di 500 milioni che il colosso energetico vuole fare a Gela. O perché abbia tardato alcuni anni a rilasciare la concessione al gruppo Forte per il Resort Verdura di Sciacca.

Potremmo fare centinaia di esempi di mala-amministrazione ma non servirebbero ad aumentare l’informazione su un fatto che è già di dominio pubblico. Dirigenti e dipendenti regionali ci costano 18 volte in più di quelli della Lombardia, come abbiamo pubblicato nell’inchiesta di mercoledì scorso, ma rendono forse 18 volte in meno. Il Governo continua ad assumere, non preoccupandosi di tagliare, invece, l’enorme ed ingiustificata spesa per i propri dipendenti.
Purtroppo Lombardo sta seguendo la via della rana cinese e lo invitiamo a comunicarci se intenda fare aumentare il Pil della Sicilia da qui alla fine della legislatura e di quanti punti percentuali. Oppure la rana bollita potrà essere solo sotterrata.
Non vogliamo credere che questo sia l’intendimento dell’attuale Governo, ma aspettiamo atti concreti che abbiano la finalità di immettere liquidità sul mercato siciliano utilizzando tutte le risorse europee e statali su progetti cantierabili ed immediatamente finanziabili. Dal numero dei bandi di gara si potrà misurare l’andamento e la volontà del fare.
Occorre rendersi conto che Autonomia vuol dire qualità oppure è una parola senza senso.
Set
01
2010
Finiamola con questo comportamento disonorevole di chiedere e dipendere dal Governo centrale come se senza di esso noi siciliani dovessimo considerarci pezzenti. Si tratta di uno stato mentale che va ribaltato al più presto, per porre con grande chiarezza un bilanciamento fra doveri e diritti che debbono esservi tra il popolo siciliano e quello italiano. Né più nè meno di quello che Bossi sta facendo, avendo iniziato nel 1989 mentre noi lo indichiamo dal 1979, cioè dieci anni prima.
La popolazione della Padania, un territorio inesistente, non ha niente di più della Sicilia, un territorio ben circoscritto con una storia millenaria cominciata con i Sicani e i Siculi 800 anni prima di Cristo e il cui culmine è stata l’epoca federiciana del XII  secolo.
L’indipendentismo della Sicilia, proclamato alla fine della guerra, fu prontamente neutralizzato dai costituenti nazionali recependo, senza cambiare una virgola, lo Statuto siciliano nella Costituzione e per ciò stesso trasformata in una legge di rango costituzionale.

La classe politica siciliana nel dopoguerra, lo ripetiamo fino alla nausea, non ha preteso legalmente il rispetto integrale della nostra legge costituzionale, subordinando gli interessi dei siciliani a quelli dei notabili romani di tutti i partiti.
Con ciò estendendo un’immagine negativa su tutta la popolazione e sulla sua classe dirigente, come se noi tutti fossimo degli accattoni che hanno vissuto sulle spalle dell’economia del Nord, incapaci di produrre ricchezza e sviluppo.
Ci siamo sempre ribellati, e continueremo a ribellarci contro questa immagine non vera, perché sia all’interno della classe politica, sia nella classe dirigente (istituzionale, imprenditoriale, professionale e sindacale) vi sono numerosissimi bravi professionisti in grado di competere, anche in modo vincente, con professionisti di tutto il mondo. Ma le regole e le condizioni della competizione debbono essere uguali per tutti, perché non è pensabile di vincere una gara se nelle tasche vi sono delle pietre. E le condizioni di mercato, sociali e infrastrutturali, sono ormai molto diverse fra Padania e Sicilia, per effetto di una politica profondamente diversa che ha prodotto sviluppo al Nord e assistenzialismo da noi.
 
I siciliani sono bravi, ma debbono dimostrarlo. Certo, si tratta di avere la volontà di essere bravi, mettendocela tutta e acquisendo know how e competenze più avanzate, anche copiando modelli che funzionano molto bene.
Per le imprese, la questione della competitività è fondamentale, diversamente non stanno sul mercato e falliscono. I prezzi dei loro prodotti o servizi debbono essere concorrenziali, per qualità e quantità, diversamente le imprese chiudono i bilanci in perdita e, come risultato finale, portano i libri in tribunale. Per le istituzioni (centrale e locali) la questione è molto diversa perché i servizi non sono misurati dalla soddisfazione dei cittadini. Per conseguenza, possono raggiungere le peggiori inefficienze, senza che nessuno paghi.
Con la manovra d’estate (legge 122/10) sono stati imposti molti vincoli alla pubblica amministrazione, per cui Ministeri, Regioni e Comuni, devono immediatamente rivedere i loro bilanci che subiscono una cura dimagrante. 

La Sicilia avrà dei forti tagli a livello regionale e altri sui 390 comuni. La sua attuale politica di bilancio non è quella di destinare le risorse ad attività produttive ed infrastrutture, bensì continuare ad assumere inutile personale e pagare inutili stipendi (inutili perché non finalizzati alla produzione di servizi efficienti da rendere ai cittadini).
Occorre che la classe burocratica siciliana imbocchi la strada del merito, unico metro per diventare competitivi e concorrenziali. I soldi sono finiti. Unico mezzo per far bastare le risorse pubbliche, sempre minori, è quello di inserire nell’organizzazione degli enti siciliani forte innovazione e grande efficienza. Di modo che, con minori risorse si ottengano migliori e maggiori servizi. Chi si intende di organizzazione sa che questo è fattibile.
Non vorremmo annoiare gli affezionati lettori, che ringraziamo per i loro apprezzamenti, ma anche per le loro critiche, purché argomentate. Ma è nostro dovere ribadire continuamente le soluzioni indispensabili per fare diventare la Sicilia una regione con una classe dirigente brava e competitiva che punti allo sviluppo, misurato dall’aumento del Pil.
Lug
27
2010
Singapore è uno Stato insulare costituito da 63 isole con una superficie di poco più di 600 km quadrati e una popolazione di circa 5 milioni di abitanti, posto sulla punta meridionale della penisola malese.
La Repubblica di Singapore è diventata indipendente il 9 agosto del 1965 dopo essere stata federata con la Malesia per i due anni precedenti. Autore della rinascita politica ed economica della nuova Singapore è stato Lee Kuan Yew, laureato a Cambridge, che vinse le elezioni del 1959 guidando il Partito d’azione popolare. Diventato primo ministro, ha trasformato uno Stato quasi tribale in uno Stato modernissimo, in soli 45 anni.
Nel 2009 il Pil di quel Paese è stato di 257 miliardi di dollari di Singapore, pari a circa 142 miliardi di euro e nel 2010 è prevista una crescita del 14 per cento.
Il cuore della potente macchina che fa crescere vorticosamente l’economia è la Pubblica amministrazione, nella quale il fondatore ha inserito un metodo di selezione dei talenti a cominciare dai ragazzi di 10 anni.

I giovani talenti vengono selezionati e inseriti in un percorso formativo che si completa con laurea e master in giro in diverse parti del mondo, per cui quando essi ritornano apportano all’organizzazione dello Stato e dell’economia grande innovazione ed efficienza, che consente di migliorare rapidamente le performance.
Lee Kuan Yew è stato al potere per 31 anni. Pur essendo considerato il padre della patria dette spontanee dimissioni e, in base a una riforma costituzionale, il successore Goh Chok Tong, fu eletto nel 1993 con il sistema presidenziale. Oggi è presidente Sellapan Ramanatan, eletto nell’agosto del 1999 e successivamente confermato.
A Singapore l’economia è molto sviluppata nei settori dell’elettronica e della finanza, mentre l’agricoltura ha un’importanza minima. La politica del premier ha fortemente incentivato gli investimenti stranieri, che hanno insediato industrie chimiche, di raffinazione e farmaceutiche. Il Paese, sito nell’Oceano Indiano, è al centro di traffici commerciali intensi per favorire i quali esso è una sorta di grande zona franca: possono entrare semilavorati e uscire prodotti finiti senza imposte.
 
L’inno nazionale di Singapore è Majulah Singapura (Avanti Sigapore). Vorremmo urlare, parimenti: Avanti, Sicilia.
Ci chiediamo, i lettori non ce ne vogliano per la noiosa ripetizione, che cosa abbiamo, noi siciliani, meno di un popolo multietnico come quello di Singapore - composto in maggioranza da cinesi, ma anche da malesi e indiani - per cui non abbiamo avuto nello stesso periodo (45 anni) un pari sviluppo pur essendo partiti da una soglia ben più alta di quella dell’ex colonia inglese.
Fra Singapore e la Sicilia vi sono almeno due dati in comune: ambedue sono isole, ambedue hanno 5 milioni di abitanti. Mentre l’isola orientale viveva in uno stato primordiale fino a 45 anni fa, la Sicilia ha un passato luminoso il cui periodo eccelso fu quello federiciano. Quell’isola non ha beni culturali come la nostra, ma ha un popolo che lavora intensamente con efficienza e professionalità. Potremmo citare molti dati che differenziano le due isole (anche la Sicilia è circondata da 15 di esse).

Il Pil della Sicilia è di poco più della metà, attestandosi sugli 85 miliardi di euro contro i 142 di Singapore. La nostra disoccupazione è oltre il 15 per cento, là inferiore al 3 per cento. La capacità di attrarre investimenti da noi è molto vicina allo zero perché non abbiamo condizioni competitive, dal momento che la macchina pubblica ostruisce anziché agevolare. Qui da noi il ceto politico, anziché occuparsi di realizzare un alto progetto di sviluppo, amplifica con un insano clientelismo gli organici della Pubblica amministrazione.
Se possiamo permetterci un sommesso suggerimento, vorremmo consigliare al presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, di mandare a scuola a Singapore i più alti vertici delle Regione, parecchi suoi assessori e suggerire al presidente dell’Ars, Francesco Cascio, di organizzare una delegazione di parlamentari che risiedano a Singapore per almeno un mese, per capire come si fà.
Non c’è da inventare nulla, basta copiare processi di sviluppo virtuosi che altri hanno realizzato, come regioni europee (Baviera, Catalogna e Lorena) che hanno ribaltato il loro stato sociale ed economico.
Lug
14
2010
È notizia di questi giorni che la Turchia abbia avuto un incremento del Pil di ben 11,7 punti percentuali, secondo solo alla Cina che, come d’abitudine, è prima in classifica con l’11,9 per cento. Questo anche se il Paese turco diminuisce ogni giorno il suo tasso di laicità, perché l’Islamismo aumenta a macchia d’olio. Tutto ciò costituisce un pericolo per l’Europa, tanto che la trattativa della sua associazione all’Ue si è di fatto bloccata.

Tuttavia, dal punto di vista economico, vogliamo sottolineare l’exploit conseguente a una saggia politica di sviluppo che incentra i suoi assets più importanti sul piano delle infrastrutture e sull’attrazione di capitali esteri per impiantare nuove industrie.
La Turchia spinge molto sul versante turistico, con incrementi dei pernottamenti a due zeri, quando la Sicilia retrocede visibilmente. L’India, dal suo canto, incrementa il suo Pil con una cifra vicina al 9 per cento. Gli Stati Uniti, nel primo trimestre 2010, hanno superato l’incremento del Pil del 3 per cento, la Germania del 2,1, l’Italia è inchiodata allo 0,8 per cento.

L’economia della nostra Isola non solo non incrementa il Pil, ma perde posizioni. Consolarsi che anche le altre regioni meridionali stiano male è da stupidi. Non è vero che compagno al duolo fa consolo. Si tratta di un’affermazione fra poveri che vogliono restare poveri.

Molti siciliani non ci stanno a restare poveri e ad essere guardati dalle nazioni di tutto il mondo e dalle regioni europee più avanzate come pellegrini, che non sanno cosa fare per acquisire punti nella graduatoria dello sviluppo economico e sociale.
E non ci stiamo, testimoniando continuamente con la nostra attività editoriale, sulle disfunzioni continue e sul fallimento di un ceto politico immarcescibile, che si rinnova nominalmente, ma mantiene un tasso di scarsa qualità, dimostrata dai fatti e da tutti gli indici.

Qui si continua a cincischiare di precari, quando è urgente creare un Piano regionale di infrastrutture che comprenda anche opere degli enti locali dai cui sindaci sentiamo solo lamentele.
 
è ora di finirla con le lamentele. Bisogna rimboccarsi le maniche, scovare i talenti che in Sicilia ci sono, utilizzare le migliori professionalità, introdurre in tutte le attività politiche e burocratiche i valori di merito e responsabilità. Chi non merita deve andare a casa e chi ha incarichi deve rispondere dei mancati risultati, perdendo stipendio e trattamento di fine rapporto.
Occorrono degli esempi luminosi per far capire al ceto politico e a quello burocratico che il vento è cambiato e che il percorso asfittico e piatto di questi decenni è cessato definitivamente. In queste valutazioni bisogna far intendere anche al ceto imprenditoriale e a quello professionale che non possono più comportarsi in modo parassitario, che devono smetterla di mangiare nella greppia pubblica e si devono dare da fare per diventare competitivi a livello nazionale e internazionale.
Occorre, ora e subito, che tutte le parti migliori della borghesia siciliana, in accordo con le parti progressiste del sindacato, trovino un’intesa per varare un Piano che abbia al centro la creazione di condizioni per attrarre investimenti.

In questo quadro, è indispensabile trasformare tutte le procedure amministrative in procedure informatiche, di modo che si arrivi ai provvedimenti richiesti, o alla loro negazione, in tempi brevi e certi, anche utilizzando in massa il silenzio-assenso.
Con l’occasione, è necessario che un apposito gruppo di lavoro (o diversi gruppi di lavoro), riorganizzi le procedure medesime per tagliare i passaggi e accorciare i tempi che - ripetiamo - devono diventare certi e brevi.
Non bisogna inventare nulla. Bisogna copiare quello che hanno fatto gli amministratori di Lombardia, Baviera, Catalogna e Lorena, tanto per citare alcune Regioni all’avanguardia, e fare altrettanto o meglio.
 
È indispensabile un immediato atto di resipiscenza che faccia uscire l’azione politica e burocratica dalle secche di un blocco inaccettabile, il cui comune denominatore è il blaterare. Occorrono poche parole e molte azioni produttive di risultati.
Nov
25
2009
Parafrasando la celebre frase del cardinale Salvatore Pappalardo, in seno all’omelia, pronunziata in occasione del funerale del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (5 settembre 1982) con riferimento alla situazione politico amministrativa della Regione, possiamo affermare: “A Palermo si litiga mentre Solunto viene espugnata”.
La situazione di stallo delle istituzioni politiche (Governo e Assemblea regionale) è un comportamento criminogeno perché ha di fatto bloccato le attività straordinarie (riforme) e quelle ordinarie indispensabili al buon andamento delle attività. Per conseguenza (ma così non dovrebbe essere) anche l’attività amministrativa ha subito un forte rallentamento, quasi a fermarsi.
Non entriamo nel merito delle fibrillazioni del Pdl e del Pd, non ci interessa. Qui ci interessa invece richiamare i vertici istituzionali al senso di responsabilità che deve indicare l’accantonamento di ogni interesse personale e privato per fare prevalere, ora e subito, quello generale.

L’Accordo di Lisbona (uno dei tanti) del marzo 2000 ha fissato gli obiettivi della competitività del 2010 cui le regioni d’Europa (270) dovrebbero arrivare nel prossimo anno. Ogni regione è partita da lontano con coefficiente 100 e dovrebbe raggiungere il coefficiente zero, indicatore che l’obiettivo è stato raggiunto.
Il Centro studi Sintesi ha pubblicato un rapporto che analizza i quattro macro-indicatori del percorso da 100 a zero. Essi sono: occupazione, innovazione, coesione sociale e sostenibilità ambientale. In base ai dati 2008, risulta che la regione più vicina all’obiettivo zero è l’Emilia Romagna con un indicatore di 29,9. Indovinate qual è l’ultima? Con amarezza scriviamo: ovviamente la Sicilia che ha un indicatore 100, cioè la più lontana di tutte le regioni d’Italia. Ricordiamo che il coefficiente medio nazionale è del 54,4 per cento, quindi lo stato di grave malattia della nostra Isola è doppio di quello medio nazionale.
 
Prendiamo brevemente in esame i quattro macro-indicatori. In Sicilia vi è una forte disoccupazione, soprattutto nella fascia giovanile ed in quella femminile. Ma contrariamente a quello che si pensi, vi è una forte richiesta di manodopera qualificata, dotata di competenze e preparazione professionale. Ieri siamo usciti con un’inchiesta che ha quantificato in ventimila i posti di lavoro disponibili per gente che conosce ciò che deve fare.
Il secondo macro-indicatore, innovazione, denota un forte ritardo della spesa in ricerca e sviluppo rispetto al Pil e indica una percentuale sul totale degli investimenti nel settore privato anch’essa lontana dalla media nazionale. È ovvio che in una regione ove le attività produttive sono contrastate da un ceto politico e da una pubblica amministrazione asfittiche non si può pretendere che l’innovazione primeggi.
Per quanto concerne la coesione sociale, c’è chi abbandona prematuramente la scuola, chi non completa il ciclo delle superiori e una bassa percentuale di laureati nelle materie scientifiche che insegnano il saper fare. Mentre c’è un eccesso di medici, avvocati, commercialisti e altri che non hanno più speranza di collocarsi nel mercato.

E infine l’ultimo parametro riguardante l’ambiente. Questo dato prende in considerazione la sostenibilità in base alla percentuale di elettricità prodotta da fonti rinnovabili. Anche qui la Sicilia è ultima, perchè il Pears (Piano energetico ambientale Regione siciliana) è lacunoso e dà indicazioni di massima non rigorose. Pertanto si può fare tutto e il suo contrario.
In questo quadro risulta dannosa l’iniziativa del rigassificatore di Priolo, volta ad accontentare un gruppo imprenditoriale che cura legittimamente i propri interessi, in pieno conflitto con quelli del territorio. Dai dati che pubblichiamo nell’inchiesta nelle pagine interne risulta evidente come i principali indicatori di inquinamento nel Triangolo della morte siano notevolmente superiori a quelli della media siciliana.
Gli assessori al ramo dovrebbero preoccuparsi di riportare tali dati dentro la media e non di autorizzare impianti pericolosi in quanto inseriti all’interno di industrie pesanti che annoverano centinaia di serbatoi di petrolio e raffinato, una potenziale bomba in caso di terremoto o incidenti.
Nov
07
2009
Sembra monotono ripetere continuamente che è indispensabile, per la pubblica amministrazione regionale e per quella degli enti locali, elencare con precisione quali servizi debbano essere erogati da ogni dipartimento, in che quantità e in quali tempi. In altre parole, è indispensabile che vengano soddisfatte esigenze cognitive, cioè sapere con esattezza che cosa il dipartimento debba fare, quando lo debba fare e con quali risorse professionali e finanziarie. Quanto prima descritto è l’essenziale del Piano industriale o più precisamente Pops (Piano organizzativo per la produzione dei servizi).
Sembra anacronistico e fuori da ogni logica organizzativa la determinazione delle figure professionali (quantità e qualità) senza prima determinare i servizi (qualità e quantità).
È indispensabile che sia la Regione che gli enti locali approvino il Pops e lo pubblichino con immediatezza sui rispettivi siti, in modo che i siciliani possano comprendere se sono amministrati da persone competenti o meno.

I piani così determinati comportano una secca riduzione di risorse necessarie e, quindi, risparmi adeguati sulla spesa corrente e liberalizzazione di risorse finanziarie. Con esse, Regione ed enti locali sono nella condizione di effettuare investimenti in infrastrutture e strutture interne tali da rendere fruibili meglio tutti i servizi. Prima fra queste è la completa informatizzazione di tutti gli uffici, per cui il dialogo fra dirigenti e dipendenti e fra dipendenti e dipendenti, sia a livello centrale che a livello periferico, avvenga esclusivamente per via telematica. Insomma, l’abolizione totale della carta, per la quale gli enti siciliani spendono molti milioni di euro, che si risparmierebbero.
Siccome c’è la caccia al risparmio, non si vede perché non dovrebbero muoversi in questa direzione i dirigenti generali .
 
A proposito dei quali, abbiamo preso atto che i primi 17 sono stati nominati e sono andati a gestire 9 Asp (Aziende sanitarie provinciali) e 8 Ao (Aziende ospedaliere e Policlinici). Il Governo regionale ha tenuto a far sapere che la scelta di questi 17 dg, fra i circa 300 inseriti nell’elenco degli ammessi, è stata effettuata sulla base dei requisiti professionali posseduti da ciascuno e, dunque, essi sono i migliori dell’elenco.
Se è così, lo devono dimostrare a breve, inserendo sui rispettivi siti il Piano industriale di ogni Asp o Ao, suddiviso per servizi, indicando le figure professionali necessarie alla produzione degli stessi. E lo devono dimostrare restando rigorosamente nei binari del loro bilancio preventivo, sforando il quale vanno dichiarati decaduti ipso facto per incompetenza.
La questione che poniamo è di metodo e, dunque, non c’entrano le persone fisiche. Chi sta dentro i binari dell’efficienza e dell’efficacia va premiato, chi sta fuori va cacciato.

Con la legge regionale n. 19 del 16/12/2008, le competenze degli assessorati sono variate, dal 1° gennaio 2010. I dipartimenti scendono a 28 e verranno nominati 28 direttori generali a capo di essi. La ricomposizione dei dipartimenti all’interno dei 12 assessorati per competenza ci sembra abbastanza razionale, anche se si poteva fare qualcosa di meglio. Ma il meglio, come si sa, è nemico del buono.
I ventotto dg avranno il compito di far partire la macchina e farla andare a pieno regime nel corso di qualche mese. Preliminare anche in questo caso è la redazione del Piano industriale, senza del quale non si saprebbe verso quali obiettivi farla muovere. Al riguardo, vi sono alcune importanti direttive del Presidente della Regione (15 settembre 2008, 6 marzo 2009, 7 agosto 2009) e verosimilmente ve ne sarà una quarta prima della fine dell’anno, alle quali i dg devono attenersi, pur disponendo di un’autonomia senza della quale non potrebbero far vedere le loro capacità.
Infine, c’è la questione degli esuberi, cioè di quei dipendenti che all’interno dei singoli Piani industriali dei dipartimenti non servono. Gli esuberi vanno trattati come assistenza sociale e non come servizi pubblici.
Ott
28
2009
Deve esser chiaro che per potere distribuire risorse ai più deboli e bisognosi, bisogna prima produrre ricchezza, diversamente si può solo distribuire povertà. La produzione di ricchezza, inoltre, libera ognuno di noi dai bisogni, almeno da quelli essenziali e quindi consente libertà d’azione e di pensiero. Chi ha bisogno del tozzo di pane è umano che ceda a qualunque ricatto di chi può darglielo. Per questa ragione i padri della Costituzione hanno inserito al primo articolo il diritto al lavoro e l’obbligo dello Stato di rimuovere ogni impedimento.
La ricchezza non si genera da sola, ci vogliono capacità, competenze, professionalità, tenacia e intelligenza. Tutti requisiti che ognuno di noi può acquisire con forte auto-addestramento, sacrifici e olio di gomito. Non c’è bisogno di essere geni per avere successo nella vita come persone, non solo nel proprio lavoro ma anche nella vita sociale.

La Sicilia produce un Pil intorno al 5 per cento di quello nazionale, per un ammontare di circa 80 miliardi (2008). Questo dato è rimasto fermo per gli ultimi quarant’anni, come abbiamo pubblicato il 6 giugno 2009. Si tratta di un dato di sintesi estremamente significativo perché indica la stasi, la decrescita o la crescita in relazione alla disfunzione o al funzionamento del sistema collettivo. Un governo, ci riferiamo a quello regionale, dovrebbe mettere al primo punto del suo programma la crescita del Pil come obiettivo di legislatura e, dal raggiungimento o meno di tale obiettivo, ogni elettore capirebbe se quel governo ha funzionato bene o male.
Il Presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, non ha inserito nelle sue dichiarazioni programmatiche, rese all’Ars il 18 giugno 2008, questo obiettivo, ma è sempre in tempo a farlo e noi glielo chiediamo con forza. Se indicherà ai siciliani la percentuale di Pil che intende raggiungere a fine legislatura (2013) rispetto al punto in cui è partito (2008) e l’obiettivo verrà raggiunto, in tutto o in parte, non vi è dubbio che gli sarà facile avere il consenso della maggioranza dei siciliani.
 
Allinearsi alla media nazionale, significa portare il Pil della Sicilia poco sopra l’otto per cento e cioè passare da 80 a 120 miliardi, con una crescita del 50 per cento in cinque anni, il che significa una crescita di 10 miliardi per anno. Non è un traguardo difficile ma sicuramente impegnativo. Se fosse comunicato a chiare lettere ai siciliani, comporterebbe mettere la camicia di forza a tutte le amministrazioni regionali e locali che sarebbero vincolate ad ottenere solidalmente questo risultato, indipendentemente dal loro colore politico.
Anche l’opposizione non potrebbe che convenire con questo obiettivo e conseguentemente sarebbe facile coinvolgerla, pur nel rispetto dei ruoli, per arrivare insieme al traguardo.
L’enorme gap della Sicilia rispetto alla media nazionale - per il momento omettiamo il raffronto con la Lombardia, con la Catalogna e con la Baviera - obbliga tutta la classe dirigente siciliana a unirsi accantonando le diversità, le beghe da comari, gli interessi personali e quelli delle corporazioni.

Dobbiamo tutti insieme portare il Pil della Sicilia a 120 miliardi nel 2013, ma questo risultato è irraggiungibile se non si batte il chiodo tutti i giorni, per informare e convincere l’opinione pubblica di questa imprescindibile necessità. A questo servono quotidiani e televisioni regionali,Tgr compresa. Tutti insieme i mezzi di comunicazione devono sostenere questo fondamentale obiettivo.
Nell’ambito del dato relativo alla produzione di ricchezza, vi è un secondo e non meno importante obiettivo che riguarda la sua stessa ripartizione: una parte deve essere destinata alla solidarietà nei confronti di deboli e bisognosi, non certo nei confronti di pelandroni che cercano uno stipendio qualunque indipendentemente dal suo collegamento con un lavoro produttivo.
Anche questo obiettivo deve essere indicato dal presidente Lombardo tagliando senza esitazione, invece, quella pioggia di contributi assistenziali della famigerata tabella H, che compare e scompare a ondate come se al posto dell’assessore alle Finanze ci fosse Mandrake.