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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Sindacati

Lug
28
2012
 Chi mi legge da decenni sa che non sono mai stato tenero con il ceto politico perché essendo un attore primario, ha anche la responsabilità primaria di gestire l’intera società. 
Tuttavia, ho sempre sottolineato come una responsabilità non secondaria abbiano la classe dirigente e la borghesia tutta. Sia l’una che l’altra hanno avuto il torto di non indicare al ceto politico l’obbligo di ottenere il consenso su progetti alti che pensassero alle generazioni future piuttosto che sul clientelismo di basso rango, fondato sul favore e sullo scambio tra voto e bisogno. 
La parte peggiore della classe dirigente e della borghesia ha fatto patti scellerati con il ceto politico, per spartirsi le risorse pubbliche tanto faticosamente pagate da noi tutti contribuenti siciliani. Non è un caso che la Regione applichi la massima aliquota dell’Irap (4,82%), la massima aliquota dell’addizionale Irpef (1,73%) mentre i Comuni viziosi applicano anch’essi la massima aliquota dell’addizionale Irpef (0,8%).
Parti importanti della classe dirigente sono imprenditori e sindacalisti. Alcuni fra i primi hanno lucrato su contributi e agevolazioni (anche non meritati). Altri dei secondi (quelli che rappresentano i pubblici dipendenti) non hanno portato avanti un processo di equiparazione fra pubblici e privati, in modo da evitare che i primi fossero privilegiati rispetto ai secondi.  
 
 
La santa crisi, ormai lo scriviamo da molti anni, ha cominciato a costringere i responsabili delle istituzioni nazionali regionali e locali a tagliare gli sprechi, i favoritismi e i clientelismi. Ma il grosso dei tagli deve ancora arrivare. 
In base al patto fiscale, definitivamente approvato dal nostro Parlamento il 19 luglio scorso, molte Regioni ed enti locali sono da considerarsi in stato prefallimentare e quindi dovranno chiedere aiuto allo Stato centrale, il quale imporrà delle ferree regole di bilancio per rimettere in equilibrio i conti e ripianare le perdite con ulteriori sacrifici di bilancio.
Per questa operazione ci vogliono persone di grande capacità e professionalità, ma anche oneste, che taglino il grasso senza tagliare i servizi. Il grasso sarebbe l’apparato inutile che è servito solo per assumere personale, altrettanto inutile. è ora di cambiare radicalmente il modo di amministrare.
 
I sindacalisti regionali e provinciali, fra i quali ne conosciamo tanti molto bravi e onesti, devono guardare avanti e chiedere ai propri iscritti regionali di rinunziare alla quota di maggiore stipendio rispetto a quello degli statali. Devono chiedere ai pensionati iscritti di rinunziare a quella parte di assegno superiore a quello percepito dagli statali. Le imprese, dal loro canto, devono rinunziare a tutta quella massa di contributi che servono solo a mantenere in vita quelle che non hanno futuro, mentre vanno bene gli altri contributi che servono a sviluppare i progetti aziendali.
I politici veri facciano la loro parte rinunziando alla Legge 44/65 che equipara l’Ars al Senato, riportando le indennità dei consiglieri regionali (deputati) e di tutti i dipendenti a quelle dei consiglieri della Toscana o della Lombardia, con un risparmio secco di 100 milioni. 
Questi tagli, ed altri da noi elencati nelle pagine interne, comportano risparmi per 3,6 miliardi rispetto al bilancio preventivo 2012, con i quali si può riequilibrare la cassa e, cosa più importante, cofinanziare i fondi europei e statali, in modo tale da spendere subito tutti i 18 miliardi previsti dal Po 2007/13.
*** 
Nessuna parte economica, sociale e politica deve tirarsi indietro in questa situazione di gravissima crisi in cui verte la Regione. Gli ordini professionali devono dare un valido contributo alla risistemazione dei conti. Le banche che operano in Sicilia debbono fare opportuna e costante informazione, per indurre le imprese ad indirizzarsi verso settori d’avanguardia come la green economy, l’agricoltura innovativa e i servizi avanzati.
Rimettendo in equilibrio i conti della Regione, tocca ai Comuni inserire nei propri bilanci elementi di riqualificazione della spesa, tagliando tutta quella improduttiva, come abbiamo più volte pubblicato, in modo da recuperare risorse da destinare a cantieri, opere pubbliche e attrazione di investimenti nazionali e internazionali. 
Quanto precede non è esaustivo ma sarebbe un buon inizio. Metteteci testa. Ora, non domani. 
 
Apr
24
2012
Sindacati, partiti e associazioni urlano intorno all’articolo 18. C’è chi ne reclama l’integrale applicazione (i sindacati), c’è chi vuole parzialmente abolirlo (le associazioni), c’è chi tace (i partiti). La stranezza di tutto questo è che le tre corporazioni non hanno l’obbligo di osservarlo, con la conseguenza pratica che possono tranquillamente licenziare i propri dipendenti che, appunto, non hanno lo scudo del suddetto articolo 18.
Si tratta del classico esempio di chi predica bene e razzola male, di chi afferma che siano sempre gli altri a dovere osservare i precetti, di chi guarda il moscerino nell’occhio dell’altro senza accorgersi della trave nel proprio.
La questione è controversa e il Ddl presentato dal Governo Monti in materia di lavoro, che comprende la nuova disciplina del discusso articolo, non ha ancora completato il suo iter. Non sappiamo come esso si concluderà, però sappiamo che il vociare è inutile e serve più da cortina fumogena che non da reale volontà di risolvere il problema.

C’è un’altra e ancor più grave responsabilità di sindacati, partiti e associazioni: l’elusione fiscale degli avanzi dei loro bilanci.
È noto a tutti che se un’impresa ha ricavi per 100 e costi per 90 deve pagare tutte le imposte sulla differenza di 10. Non si capisce perché quando i sindacati approvano i loro bilanci, peraltro non controllati da nessuno, l’avanzo che si forma non debba essere sottoposto a tassazione.
Che i sindacati abbiano avuto avanzi di gestione è pacifico. Il grande patrimonio immobiliare, stimato da diverse fonti in 5 miliardi di euro, si è potuto formare impiegando l’avanzo annuale di gestione per decine e decine di anni.
Si dirà che esso deriva dall’insieme delle quote associative che pagano gli aderenti meno le spese sostenute: quindi una buona gestione. è vero! Ma anche le buone gestioni delle imprese che producono avanzo (cioè utile) subiscono la mannaia delle imposte: due pesi e due misure.
Si dirà ancora che le imprese hanno scopo di lucro e i sindacati no. Ma la ricchezza accumulata non può tener conto della distinzione: la ricchezza accumulata dalle imprese al netto delle imposte, quella dei sindacati senza aver pagato le imposte, in una sorta di limbo elusivo.
 
L’elusione, cioè la non soggezione dell’accumulo di ricchezze a imposte c’è anche nelle associazioni imprenditoriali, ambientaliste, dei consumatori e altre. Quando i loro bilanci, non controllati da nessuno, producono avanzi, il Fisco non ci mette il becco.
L’argomentazione sviluppata precedentemente per il sindacato vale anche per le associazioni. Pensare che Confindustria, per esempio, abbia cospicui avanzi di bilancio e non paghi un euro di imposta comporta uno squilibrio generale che colpisce la società. Esempi di questo genere se ne possono fare altri.
La circostanza più scandalosa riguarda i partiti, i quali - secondo i dati emessi dal Parlamento - hanno ricevuto 2,3 miliardi di cosiddetti rimborsi elettorali a fronte di 580 milioni di spese verificate (si fa per dire), risultanti dai bilanci depositati alle Camere. 
Vi è quindi un avanzo di circa 1,7 miliardi, di cui gli stessi partiti hanno fatto scempio, uso privatistico, utilizzazione per fini diversi da quelli previsti nello Statuto. Ma lo scandalo non è solo questo, bensì il fatto che sull’avanzo prima indicato andavano pagate le imposte, il che non è avvenuto.

La legge non lo prevede, obietta qualcuno. Male! Si capisce però benissimo il vuoto legislativo, perché mai e poi mai i deputati approverebbero una norma che prevedesse la tassazione degli avanzi di gestione dei partiti.
In tempi in cui la macchina dello Stato torchia tutti i cittadini e i bracci operativi (Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza) snidano con successo gli evasori totali o parziali, non è ammissibile che vi siano soggetti (sindacati, associazioni e partiti) che eludano legalmente le imposte e, peggio, nessun organo di stampa ne parli. O non ci hanno pensato o sono conniventi. Da qualunque parte la si giri, la questione è eticamente illecita e da ora in avanti nessuno potrà dire che non sia stata portata all’opinione pubblica, almeno da questo foglio.
I vari contenitori radiotelevisivi non se ne sono ancora accorti, ma ora la questione è evidente. Bisognerà discuterne pubblicamente.
Feb
11
2012
Il sindacato italiano rappresenta lavoratori e pensionati, ma non i disoccupati, i giovani e le donne che cercano un lavoro (non un posto di lavoro). Cosicché essi proteggono l’interesse di chi in un modo o nell’altro già lavora o a tempo indeterminato o a tempo determinato.
L’altra parte non è difesa da nessuno. Sono le istituzioni che devono rappresentare l’interesse di tutti i cittadini, sia quelli che lavorano sia quelli che non lavorano. Ecco perché è condivisibile l’impostazione del Governo quando mette in secondo piano il feticcio dell’articolo 18 insieme alle garanzie eccessive che hanno ingessato il mondo del lavoro e che impediscono agevolmente l’entrata e l’uscita dallo stesso.
La riforma in esame dovrà andare nella direzione di consentire a tutti i cittadini italiani di muoversi in uno scenario che consenta parità di doveri e di diritti e, soprattutto, l’emersione di quel valore etico che è il merito.
Il merito consente di retribuire in modo proporzionale chi è più capace e chi rende di più. Senza questo metro avvengono abusi e irregolarità che nessun giudice può sanare.

Le imprese rappresentano interessi di parte e quindi tirano il lenzuolo dal proprio lato. Nel complesso esse sono beneficiate con oltre 45 miliardi di agevolazioni a vario titolo e gravate, dall’altra parte, con oltre 34 miliardi di Irap che versano alle Regioni. Una bonifica delle agevolazioni, che per altro vanno in direzione dei privilegiati, consentirebbe un abbattimento dell’Irap e quindi della relativa pressione fiscale, a condizione che le Regioni diventassero virtuose.
Anche nel caso delle imprese sono le istituzioni che devono intervenire perché il loro interesse sia sempre subordinato a quello generale. è questo il valore etico di primissimo livello: l’interesse generale .
Se in ogni discussione o valutazione, a seguito delle quali si devono prendere decisioni, si mettessero a confronto gli interessi di parte con l’interesse generale, si capirebbe subito in quale direzione debba andare la decisione. Senza questa comparazione continua fra i due interessi si verifica, com’è in atto, una situazione di prevaricazione di alcune parti rispetto ad altre.
 
Ecco la funzione della politica: prendere decisioni in modo tale che nella Comunità vi sia sempre maggiore equità: chi più vale prende di più, chi meno vale prende di meno. Ovvio, e perfino banale, direbbe qualcuno. Ma non è così, tant’è vero che nella società italiana vi sono figli e figliastri.
Abbiamo scritto di politica, quella vera, quella seria, quella etica, non la politica dei politicanti e dei senza mestiere, di coloro che tutelano i loro privilegi, che continuano a imbrogliare la gente dicendo che si tagliano gli stipendi quando in effetti si tagliano gli aumenti, per cui, alla fine del mese, senatori e deputati prenderanno la stessa somma dell’anno precedente.
Come non si vergognano è ancora una cosa misteriosa. Ma la ristrettezza progressiva nella finanza pubblica, che ha costretto ad aumentare le imposte anche se ha omesso di tagliare la spesa pubblica improduttiva, comincia a mordere la carne dei cittadini generando rabbia e indignazione.

Rabbia e indignazione che fanno aumentare l’intervento dei cittadini nella Cosa pubblica. Finalmente i quotidiani nazionali si sono svegliati, le tv pubbliche e private danno spazio alle voci dei cittadini che sempre più si esprimono in maniera forte e precisa.
La campagna di Zapping, Sforbiciamo i costi della politica, ha raccolto, mi diceva l’altro giorno Aldo Forbice, oltre 300 mila adesioni, ma anche mal di pancia di cattivi deputati e senatori che non vogliono rinunziare ai loro enormi privilegi.
Fra essi quello relativo alla possibilità di mantenere il proprio lavoro pur nell’esercizio dell’attività parlamentare. Chi fa il rappresentante dei cittadini non deve esercitare alcun  mestiere o professione.
Anche in questo caso, se l’interesse generale fosse preso come riferimento alto al di sopra delle parti, il Parlamento nel suo insieme dovrebbe immediatamente sforbiciare i costi della politica a livello statale, regionale e comunale. Il riferimento alle Regioni e ai Comuni è adeguato perché, anche lì, i furbi succhiano parassitariamente le risorse pubbliche.
Dic
14
2011
Nel mondo del lavoro e in quello della finanza si sta via via cristallizzando una situazione deprecabile. Nel primo vi sono tutti coloro ipergarantiti dallo Statuto dei lavoratori e, dall’altro, vi sono tutti i precari e i disoccupati che non hanno alcuna garanzia. Ecco perchè tanti giuslavoristi, da Biagi a D’Antona, e ora Ichino, hanno proposto la flex-security, cioè un contratto di lavoro che faciliti l’accesso e, contemporaneamente, faciliti l’uscita: un contratto flessibile.
I sindacati, che sono corporativi e conservatori, si oppongono a qualunque flessibilità contrattuale, ma questo danneggia tutte le persone che nelle attuali condizioni non trovano la possibilità di ottenere un lavoro.
Nello stesso mondo del lavoro vi è il problema delle pensioni. Come il conte Ugolino si mangiava i figli, i padri-pensionati si stanno mangiando i figli-pensionati, cioè a dire oggi mangiano quelle risorse che mancheranno domani. Infatti, milioni di pensionati hanno ricevuto l’assegno calcolato secondo il metodo retributivo (cioè figurativo) e non secondo il metodo contributivo, cioè in base agli effettivi contributi versati.

Inoltre, i padri “conte Ugolino”, egoisticamente, si sono fatti approvare leggi con le quali sono andati in pensione con 11, 16, 25 anni di lavoro. Una miriade di baby-pensionati che continua a succhiare il sangue di lavoratori e imprese, che versano con grande fatica pesanti contributi previdenziali e imposte.
Vi sono poi i pensionati di anzianità, che a 50, 55 o 60 anni sono andati in pensione e succhieranno l’assegno magari per altri 25 o 30 anni. Una vergogna tutta italiana che costituisce un’anomalia sanzionata più volte dall’Unione europea, che ora non la tollera più. Per questo ha dato un ultimatum all’ex governo Berlusconi e, ora, al governo Monti.
Questa sorta di cannibalizzazione dei padri nei confronti dei figli crea tanta apprensione nei giovani, fra i quali si sta diffondendo una sindrome depressiva nel pensare che quando andranno in pensione, fra trenta o quarant’anni, il loro assegno sarà miserrimo, proprio perchè i padri se lo sono mangiato prima. Il governo Monti e il ministro Fornero hanno cambiato direzione.
 
L’altra questione riguarda l’enorme debito pubblico italiano, che i padri, sperperando le risorse pubbliche, hanno accumulato in questi ultimi trent’anni. Precedentemente a tale data, dal 1946 al 1980, i governi che si sono succeduti frequentemente sono stati composti da statisti che erano anche persone disinteressate. Molti di loro sono morti in povertà, come Alcide De Gasperi.
Quei governanti hanno fatto risorgere il Paese nel quale c’è stato il boom economico con la creazione di milioni di posti di lavoro. Nonostante ciò, il debito pubblico nel 1980 era di appena 200 mila miliardi di lire pari a 100 miliardi di euro.
Dal 1980 al 1992 il debito è passato da 100 a 1.000 miliardi di euro (2 milioni di miliardi di lire). In quell’anno vi fu la famosa manovra del governo Amato che, per rimettere in linea la situazione finanziaria italiana, caricò di imposte tutti i cittadini per 92 miliardi di lire.
Dalla cosiddetta Seconda Repubblica in avanti, dal 1994 al 2010, il debito è saltato da 100 a 1.900 miliardi. In 17 anni  l’incremento è stato pari a quello dei precedenti 12.

Dunque, in trent’anni tutti i governi e il ceto politico che li ha espressi si sono comportati come le cicale, per soddisfare la famelicità dei partiti e di tutti i sodali che li attorniavano. Hanno lucrato tutti. Imprenditori, professionisti, alti burocrati, funzionari, dirigenti pubblici e privati. Con la conseguenza che, per pareggiare i disavanzi annuali, lo Stato emetteva Bpt senza freni e senza limiti.
Il magcigno di 1.900 miliardi, con la crisi intervenuta, costa al bilancio dello Stato oltre il 10% della spesa. Infatti, secondo il Documento economico finanziario, la spesa prevista per il 2011 è di 724 miliardi e gli interessi di 76 miliardi, ma essi lieviteranno di almeno 8 miliardi.
Saranno quindi i figli a dover stringere la cinghia per ricomprarsi i Bpt che i padri hanno emesso per coprire i debiti. Nel rapporto fra generazioni, questi padri si sono comportati in modo dissennato mangiandosi le pensioni dei figli e facendo spese che i figli dovranno ripagare. Non possiamo essere orgogliosi di quello che abbiamo fatto fino a oggi.
Nov
23
2011
Non se ne può più di vedere gli allievi delle scuole in vacanza nei giorni in cui insegnanti e personale Ata decidono di fare assemblee. Non se ne può più di vedere fabbriche che si fermano in orario di lavoro perché si svolgono assemblee. Non se ne può più di vedere consiglieri di Comuni che si riuniscono il giorno di Ferragosto per prendersi il gettone o l’indennità. Accomuniamo una serie di parassiti, apparentemente non omogenei, ma che hanno in comune l’attività di succhiare il sangue dei cittadini o sotto forma di denaro o sotto forma di mancato servizio.
L’attività sindacale è assolutamente necessaria, ma riguarda i propri aderenti che hanno un interesse personale e privato. La questione non funziona più quando l’interesse personale esonda in quello generale, andando a utilizzare il tempo del lavoro produttivo per soddisfare proprie esigenze.
Si tratta di cattive abitudini consociative che un ceto politico debole ha concesso, violando il principio di equità.

Non sappiamo se il neo Governo, presieduto da Mario Monti, sarà capace di mettere un poco di ordine in tutta questa materia. A giudicare dal profilo professionale degli 11 ministri con portafoglio, e anche degli altri sei senza portafoglio, nonché dal calibro etico del presidente del Consiglio, non dubitiamo che, se Pdl e Pd lo lasceranno lavorare, possa rimettere in sesto i conti dello Stato e soprattutto faccia imboccare all’Italia la via dello sviluppo, per ottenere l’indispensabile aumento del Pil che crea nuova occupazione.
La presenza del bravo Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, è una garanzia perché venga presa di petto la questione dei monopoli e degli oligopoli, inserendo concorrenza in ogni ganglo dell’economia italiana.
Fra le iniziative legislative, ce ne vogliono due, per tagliare i relativi privilegi: una che obblighi i dipendenti pubblici e privati a riunirsi fuori dall’orario di lavoro, quando ritengono opportuno, in modo che tutte le ore dedicate all’attività siano produttive. La seconda, che le attività nei Consigli e nelle Circoscrizioni comunali siano gratuite.
 
Siamo tutti a conoscenza della vergognosa partecipazione alle elezioni degli Enti locali dei candidati che in effetti cercano un posto di lavoro, non un’attività di servizio per conto dei cittadini. Ebbene, bisogna ribaltare questa situazione, per cui chi voglia misurarsi in politica deve guadagnare di suo, con il proprio lavoro, e poi, ripetiamo, a puro titolo di servizio si riunisce nel Consiglio, comunale o circoscrizionale, per operare nell’interesse esclusivo dei propri mandanti, cioè dei cittadini.
Questo Governo potrà avere la riconoscenza degli italiani se comincerà a tagliare uno dopo l’altro i privilegi delle Caste e delle corporazioni riducendo le spese, a cominciare dal costo della politica. Quindi, niente vitalizio a parlamentari e a consiglieri regionali, niente auto blu, segreterie e indennità a tutti gli ex (dai presidenti della Repubblica a quelli delle Camere, dai presidenti del Consigli ai presidenti delle alte cariche giurisdizionali e via enumerando).

Non solo questi tagli costituirebbero un risparmio, per la verità non molto significativo, ma sarebbero un esempio di moralizzazione della vita pubblica assolutamente necessario se si vuol fare digerire agli italiani l’ulteriore pillola amara della prossima manovra, la quinta del 2011, che il Governo Monti dovrà fare ingoiare ai cittadini, con circa 25 miliardi di euro fra aumento di imposte e tagli di spesa.
Sarebbe, però, opportuno che le due iniziative sopra indicate fossero prese direttamente dagli interessati, il che costituirebbe un vero esempio di civismo e la dimostrazione della responsabilità e consapevolezza della difficile situazione che il Paese sta attraversando.
Ma questo non avverrà, perché da noi si usano il benaltrismo e il Nimby (Not in my backyard). Sono sempre gli altri che devono cominciare a rientrare nei ranghi e mai qualcosa si deve fare nel mio giardino, ma è meglio farla in quello degli altri. Ecco, è il civismo una dote di cui siamo carenti. Dobbiamo sforzarci di conquistarlo.
Dic
31
2010
I contratti tra Fiat e Cisl Uil, relativi agli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano D’Arco, sono stati firmati al di fuori del contratto nazionale ed in piena autonomia anche dal rapporto confindustriale. Le caratteristiche più innovative riguardano il rapporto tra produttività e retribuzioni (chi più rende più guadagna), la rappresentanza sindacale consentita solo alle organizzazioni firmatarie, le quali nominano i propri delegati, non più eletti.
I due contratti hanno il compito di avvicinare le relazioni industriali a quelle di Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, e migliorare la competitività del sistema Paese, per quanto limitatamente al comparto manifatturiero e segnatamente a quello dell’auto. Non è improbabile che queste nuove pattuizioni contrattuali, via via, vengano estese a tutte le imprese del comparto e probabilmente a quelle di tutti gli altri comparti.
Finalmente la parte del sindacato progressista ha condiviso questa svolta lasciando nelle lontane retrovie un sindacato politicizzato quale la Fiom-Cgil, che non cura gli interessi dei lavoratori bensì quelli dei dirigenti sindacali.

Se nel settore privato si è compreso  quanto sia indispensabile passare da contratti ingessati a contratti dinamici, quale leva per innestare il processo di crescita, resta al palo la contrattazione nella pubblica amministrazione. Ciò accade per il semplice motivo che il ceto politico, che fornisce alle istituzioni i propri rappresentanti, dovrebbe usare lo stesso metodo organizzativo di Marchionne. Con la differenza che i benefici di una efficienza non andrebbero agli azionisti, bensì ai cittadini.
Una organizzazione efficiente è indispensabile nel settore privato, ma anche in quello pubblico. Per quanto precede, sarebbe necessario utilizzare il metodo Marchionne nella Pa nazionale, regionale e locale. Ma siamo molto distanti da questo passaggio. In effetti la contrattazione dei rapporti di lavoro, anche sotto l’aspetto economico, non può essere affidata ai dirigenti pubblici, spesso sindacalisti. Che razza di contratto si può fare quando le due parti sostanzialmente non hanno conflitto di interessi? è proprio il conflitto di interessi che fa raggiungere il punto di equilibrio. Il conflitto tra l’interesse generale dei cittadini e quello particolare dei pubblici impiegati, che viene dopo.
 
Ecco, occorrerebbe affidare ad un’autorità tale contrattazione. Un’autorità che avesse come missione aumentare la concorrenza. Tale autorità esiste, è ben guidata dal suo presidente, Antonio Catricalà, e si chiama appunto Autorità garante della concorrenza e del mercato. Se la contrattazione fosse affidata all’Antitrust e ai sindacati dei pubblici dipendenti, siamo certi che verrebbero introdotti elementi di competitività per la produzione dei servizi pubblici oggi del tutto assenti.
È noto ai professionisti dell’organizzazione come l’efficienza dei servizi sia misurabile con precisione attraverso il principale strumento che è il Piano aziendale. Senza di esso nessuna struttura pubblica è in condizione di sapere se il rapporto fra risorse umane e finanziarie impiegate e i servizi prodotti sia il migliore possibile oppure insoddisfacente.
Ma da questo orecchio il ceto politico e i dirigenti pubblici non ci sentono perché sanno, in perfetta malafede, che se ogni struttura pubblica avesse il suo Piano aziendale, nessuno, ma proprio nessuno, potrebbe più chiedere e fare favori, perché esso è una camicia di forza del sistema, quasi un binario su cui il convoglio della struttura pubblica deve camminare per non deragliare.

Un’ultima riflessione riguarda l’assessore alla Sanità della Regione, Massimo Russo. Ne abbiamo stima per le sue doti professionali di magistrato,  utili nella sua attività di assessore. Il comparto che spende all’incirca 8 miliardi l’anno era intasato di porcherie, in parte eliminate. L’apprezzamento per la riduzione delle spese è pacifico, ma vi sono due versanti sui quali bisogna intervenire col massimo rigore: quello farmaceutico, con l’abbattimento di circa 400 mln di costi, da riportare alla media nazionale del 12%. Secondo, l’enorme quantità di personale (circa 4.000 unità) che il settore sanitario intende assorbire come se fosse isolato dall’amministrazione regionale. Metà degli assumendi possono essere, invece, prelevati dal personale interno riservando l’altra metà a medici e infermieri dopo un’adeguata potatura delle piante organiche, in base al Piano aziendale di ogni Asp e Ao.