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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Stabilizzazione

Ott
08
2010
Dobbiamo sgombrare il campo da una menzogna chiamata stabilizzazione. Com’è noto agli studenti di primo anno di Giurisprudenza, i contratti di lavoro possono essere a termine o a tempo indeterminato. Nel primo caso, essi cessano a una certa data; nel secondo continuano fino a che le parti non ritengono di farlo cessare.
I circa 5 mila cosiddetti precari dela Regione, dei gruppi A e B (commessi, uscieri, autisti, ecc...) sono stati assunti per chiamata diretta, senza alcun criterio di merito (e quindi si presume per effetto di segnalazioni) fino a una certa data. Dopo, il rapporto cessa ipso iure.
L’operazione discriminatoria che sta facendo il Governo regionale con sua delibera (271/10 del 29 luglio) ha per oggetto l’assunzione ex novo dei 5 mila ex dipendenti. Tali sono, infatti, coloro il cui contratto a tempo indeterminato è scaduto o sta scadendo.
Gabellare per trasformazione di contratti nuove assunzioni è un’offesa all’intelligenza e alla competenza dei siciliani. Questo lo diciamo a chiare lettere.

L’attuale campagna editoriale vuole la difesa dell’interesse generale, che è quello dei 236 mila disoccupati isolani, che hanno gli identici diritti degli ex dipendenti regionali. Una campagna che difende 236 mila siciliani, ma non è contraria ai 5 mila dipendenti in cessazione. Si vuole mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri, per evitare che i primi siano discriminati e i secondi privilegiati.
Non sappiamo se questa campagna farà ripensare al Governo una delibera discriminatoria; non sappiamo se il Tar di Palermo e il Tar di Catania interverranno per far cessare questa azione non commendevole. Sappiamo solo che per difendere gli interessi generali dei siciliani stiamo ricevendo mail di insulti, di gente che non ragiona e che se ne infischia se vengono accolte richieste di pochi in danno dei diritti di tanti.
A ogni buon conto, noi continuiamo la nostra testimonianza (non abbiamo nessun potere) ritenendo così di aver fatto nient’altro che il nostro dovere: un giornalismo che non piega la schiena, che non sente i richiami delle sirene e che tira dritto pensando che solo così si fa il proprio lavoro.
 
Nelle pagine interne vi è il fac-simile di domanda che ogni disoccupato siciliano, in possesso di terza media, deve inviare alla Regione (con raccomandata A/R e copia al nostro indirizzo internet lavoro@quotidianodisicilia.it), per chiedere di essere assunto, previa selezione. Ci sono già pervenute centinaia di mail dei disoccupati-aspiranti, ma ci auguriamo che l’esercito si ingrossi rapidamente.
Viene anche pubblicata la copertina del ricorso al Tar. Sono in preparazione due ricorsi collettivi, preparati da un’associazione di consumatori a favore dei disoccupati-aspiranti, che potranno firmare senza alcuna spesa, inviando richiesta all’indirizzo di posta elettronica già indicato.
Riteniamo che il buon senso del presidente della Regione, dei suoi assessori e dei dirigenti regionali al ramo, comprenda che questa campagna editoriale non è contro qualcuno, ma a favore di chi non ha voce, di chi non è stato raccomandato, di chi non ha santi in paradiso e, in questo caso, dei 236 mila disoccupati siciliani ufficiali. A favore degli stessi, lo ripetiamo, non contro i dipendenti in uscita.

La parte più stonata di questa faccenda è il fatto che l’assessore al ramo, competente e validissimo magistrato, non ha tenuto conto di tutte le norme sovraordinate e ordinate, di una vastissima giurisprudenza della Corte costituzionale, del Consiglio di Stato e del Consiglio di giustizia amministrativa della Sicilia. Non ha tenuto conto della pesante e perentoria requisitoria del procuratore d’appello della Corte dei conti della Sicilia, Giovanni Coppola, riportata integralmente nelle pagine interne. Peggio ancora, non ha tenuto conto della Carta costituzionale, che con ben sei articoli (1, 3, 4, 51, 97, 117) disciplina senza possibilità di equivoci tutta la questione che stiamo trattando.
Si può opinare finché si vuole, ma non si possono violare i principi costituzionali e quelli etici: equità e responsabilità. Chiunque lo facesse dovrà dar conto prima alla propria coscienza e poi al corpo elettorale.