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Quotidiano di Sicilia

L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Statuto Regionale

Apr
02
2010
Ancora due sentenze illegittime della Corte Costituzionale (n. 115 e 116, depositate lo stesso giorno, il 25 marzo 2010) che bastonano lo Statuto siciliano sulla base di argomentazioni giuridiche che avranno pure la loro validità in qualche misura, ma la cui essenza è quella di violentare ulteriormente la Sicilia.
La responsabilità di sentenze come le due citate non è solo della stessa Consulta, ma è soprattutto del ceto politico siciliano che in questi 64 anni di Autonomia si è comportato in modo vile non facendo tutto quello che avrebbe dovuto:  ottenere a tutti i costi e con piena legittimità il rispetto dello Statuto.
In capo a questa violazione dell’Autonomia esiste una violazione della legge di rango costituzionale che è appunto lo Statuto siciliano, il quale, lo vogliamo ricordare per l’ennesima volta, è frutto di un patto fra il popolo siciliano e il popolo italiano antecedente alla Costituzione stessa.

Il patto ha avuto la funzione di riconoscere la piena Autonomia della Sicilia, che pre-esisteva rispetto alla Repubblica italiana: questo è il punto fondamentale. Dunque, la Sicilia, come entità costituzionale, è precedente alla Repubblica italiana.
La patente violazione consiste nel fatto che, con sentenza n. 38 del 1957, la Corte costituzionale ha assorbito in sè la funzione dell’Alta Corte, con ciò sbilanciando il patto fra i due popoli (siciliano ed italiano), in quanto,  da come risulta all’articolo 24, la composizione dell’Alta Corte è paritetica, con componenti nominati dall’Assemblea e dal Parlamento, mentre quella della Corte Costituzionale è formata da componenti di cui, uno solo, vedi caso, è siciliano.
Da allora (1957), in oltre cinquant’anni, la Corte Costituzionale ha continuato a penalizzare con le sue sentenze la Sicilia, salvo qualche caso eccezionale. Si è dunque istituita una sequenza negativa, ormai divenuta insopportabile, con la quale vengono calpestati giorno per giorno i diritti fondamentali del popolo siciliano.
Se Alessi, Guarino Amella, La Loggia e Aldisio, padri dello Statuto, avessero supposto che con quel patto si sarebbero ficcati in un vicolo cieco,  non lo avrebbero scritto nè firmato.
 
A questo punto, con molto realismo, i siciliani devono affrontare la questione di fondo che è la riattivazione dell’Alta Corte, oggi e non domani. Come fare? Si possono formulare tante ipotesi di iniziative: a) il Governo regionale faccia il ricorso dei ricorsi alla Corte Costituzionale, non tanto sulle singole questioni di diritto quanto contro quella sentenza del 1957 che ha violato il patto, affinchè la Corte, con opportuna resipiscenza, in autotutela, ripristini l’Alta Corte in quanto l’avocazione non rientra appunto nei compiti e nella missione della stessa Consulta; b) tutti i parlamentari siciliani presentino un ordine del giorno nella stessa direzione e cioè che il Parlamento nomini i componenti dell’Alta Corte, nonostante la sentenza della Consulta; c) l’Assemblea regionale proceda alla nomina dei tre componenti di propria competenza all’Alta Corte; d) tutti i partiti politici siciliani promuovano un’iniziativa per la raccolta di firme (2 o 3 milioni) sotto la richiesta di riattivazione dell’Alta Corte e del rispetto dell’intero Statuto. Con quest’iniziativa si va non solo a Roma ma anche a Bruxelles.

Vi è poi un’iniziativa ancora più forte, l’abbiamo scritto più volte, e cioè proporre un’azione giudiziaria dinnanzi alla Corte di giustizia europea affinchè intervenga sulla questione, non già negli affari interni di uno Stato partner, bensì come Tribunale supremo che valuti il patto fra due popoli, firmato nel 1947.
Vi sono altre iniziative da prendere, compresa quella di forzare la mano mediante la convocazione della Polizia dello Stato (ai sensi dell’articolo 31 dello Statuto), la quale nella Regione dipende disciplinarmente, per l’impiego e l’utilizzazione, dal governo regionale. Il presidente della Regione può chiedere l’impiego delle Forze armate dello Stato.
È venuto il momento di togliersi i panni dell’agnello e di indossare quelli di cittadini siciliani consapevoli dei propri diritti. Così ha vinto la Lega nel Nord.
Ott
24
2009
In questi sessant’anni, nel trattare la Cosa pubblica c’è stata molta confusione, non casuale. Interferenze ed incroci tra diverse amministrazioni e tra diversi livelli di amministrazione. I conti pubblici sono normalmente inquinati, perché provvedono a sostenere costi non di competenza di ogni amministrazione. Per cui, non si riesce mai a determinare la spesa necessaria per un certo servizio.
Facciamo alcuni esempi. Le spese per la costruzione ed il mantenimento di immobili destinati al ministero della Giustizia sono normalmente pagate dai Comuni, anziché dallo stesso ministero. Le spese per immobili destinati alle scuole sono sostenute ancora dai Comuni. Le spese necessarie per immobili destinati alle Prefetture, anziché gravare sul bilancio del ministero dell’Interno, gravano sulle Province, le quali sostengono le spese della costruzione e manutenzione degli immobili destinati alle scuole di secondo grado.
Le spese per il mantenimento della custodia e la forestazione in Lombardia e in altre Regioni, anziché essere sostenute dalle amministrazioni regionali, sono sostenute dallo Stato. L’elenco è lungo e ci fermiamo.

L’effetto della confusione sulla gestione di settori pubblici è la deresponsabilizzazione. Un secondo effetto è che non si riesce a quantificare esattamente il costo di una branca amministrativa, nel complesso di tutti i segmenti, dalla A alla Z. Viene meno, quindi, la comparazione con i parametri europei e qualcuno specula anche sul fatto che appaiono spese minori di quanto dovrebbero essere se il conto le riguardasse tutte.
La Costituzione prevede alcuni requisiti della spesa pubblica: economicità, trasparenza, effettività, efficacia. Essi trovano un comune denominatore nell’autonomia della spesa. La quale deve circoscrivere l’ambito gestionale per evitare di debordare. Tale criterio viene osservato in alcune branche della Pubblica amministrazione, ma disatteso in altre.
 
Prendiamo i sindaci, in particolare quelli siciliani. Si lamentano perché i trasferimenti dalla Regione diminuiscono, ma poi, come prima indicato, sono costretti a sostenere spese per il ministero della Giustizia, per l’assessorato regionale alla Pubblica istruzione e per altre Istituzioni che non hanno niente a che fare con l’obbligo di produrre servizi comunali ai propri concittadini.
Non abbiamo sentito alcuna voce riguardo all’argomento che analizziamo oggi. Né dal singolo sindaco, né dall’associazione che li rappresenta a livello regionale e nazionale (Anci). Né voce abbiamo ascoltato da alcun presidente delle Province (illegittime nell’attuale forma, anziché in quella prevista dall’articolo 15 dello Statuto), per reclamare l’autonomia del proprio bilancio col quale nulla hanno a che fare, come prima scritto, gli immobili delle scuole di secondo grado. Né protesta è stata elevata dall’associazione che le rappresenta a livello regionale (Urps). Non ne comprendiamo la ragione.

L’ente locale deve produrre al meglio i servizi per i propri cittadini. Quando ne produce di meno o di minore qualità, il vertice dovrebbe essere sanzionato non solo con la perdita di consenso politico, che significa la non rielezione, ma anche dal potere sostitutivo dell’organo di controllo, che è la Regione. Questo secondo controllo non viene, di norma, esercitato o viene esercitato con estremo ritardo, il che comporta che difetti dei procedimenti rimangano nel sistema.
La razionalizzazione della spesa pubblica passa attraverso una serie di risparmi che vanno ottenuti senza indugi o tentennamenti, caricando l’onere di marciare rigorosamente su un binario a chi deve portare il convoglio della corretta gestione alla meta, cioè alla fine di ogni esercizio.
Qui non si tratta di usare palliativi o mettere pezze sulle emergenze, ma di riqualificare il metodo che deve presiedere alla pubblica attività, senza sbandamenti, in modo che tutti gli enti pubblici evitino di sforare i propri bilanci e, contemporaneamente, servano i cittadini che hanno il diritto di ottenere quanto a loro serve.