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L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Statuto Siciliano

Mag
22
2010
L’Unità d’Italia è utile all’intera Nazione qualora il rapporto fra le imposte pagate e i servizi ricevuti dai cittadini siano equi e omogenei in tutte le regioni. Quella che precede potrebbe sembrare un’affermazione leghista, ma noi la scriviamo da oltre trent’anni. Prima di noi il principio l’hanno scritto i più grandi meridionalisti (Franchetti 1847-1917, Nitti 1868-1953, Salvemini 1873-1957, Gramsci 1891-1937, Saraceno 1903-1991, Compagna 1921-1982).
Dunque, nulla di nuovo sotto il sole. Dal che si deduce che nel Meridione il rapporto fra il cumulo delle imposte pagate e l’insieme dei servizi ricevuti è sproporzionato, perchè questi ultimi sono scadenti di qualità e ridotti di quantità. Non vi è dubbio che la responsabilità della sproporzione indicata è quasi interamente ricadente sulle spalle del ceto politico meridionale anche quando ha assunto incarichi istituzionali nazionali. Ribadiamo la questione di fondo e cioè che una cattiva politica meridionale ha fondato la sua azione sullo scambio fra voto e favore.

Se da un canto la classe dirigente meridionale deve fare il mea culpa, dall’altro non ha imboccato i presupposti per un processo virtuoso di sviluppo, che si fa con le risorse finanziarie e con la capacità di organizzare bene il sistema della convivenza, l’equilibrio fra le parti sociali, il funzionamento ordinariamente corretto della Pubblica amministrazione.  è un esempio il disastro ecologico di Napoli, ove una banda di incompetenti capitanata dall’ex sindaco di Napoli ed ex presidente della Regione Campania, Bassolino, per ben 18 anni ha mantenuto in una condizione di emergenza la nobile città partenopea.
Lo sfondamento macroscopico dei bilanci della Sanità in Lazio, Campania, Puglia e Calabria è un altro esempio grossolano. Queste due situazioni spiegano in modo emblematico lo stato patologico in cui si trova tutto il Mezzogiorno, salvo macchie di leopardo ove si sono sviluppate attività di qualità. Quando 20 milioni di cittadini (su 60) si trovano nella condizione di arretratezza che tuttora conosciamo, indipendentemente da crisi internazionali cicliche, tutto il Paese ne risente e i cittadini del Nord sono parzialmente giustificati a ritenere il Sud una palla di piombo.
 
Le valutazioni che indichiamo si adattano alla nostra Isola, ma qui c’è un’aggravante e cioè che i patti tra il popolo siciliano e il popolo italiano, condensati nello Statuto del 1946, sono stati e sono ampiamente disonorati. Mentre è a tutti chiaro che pacta  sunt servanda. E tutti coloro che non li onorano sono soggetti inqualificabili. Sembra un gioco di parole, ma è un gioco perverso.
Cominciano a uscire gli studi relativi ai dati macroeconomici come Pil e reddito individuale che dimostrano come la Sicilia stesse meglio prima del 1861. Stava meglio rispetto alle regioni del Nord anche per tasso di infrastrutturazione e per numero e valore di beni che possedeva, via via rapinati dal condottiero Garibaldi e dall’esercito sabaudo comandato dagli emissari del massone Cavour, in combutta con l’altro massone Mazzini.
Ad essere massoni non c’è nulla di male, a condizione che non significhi far prevalere l’interesse corporativo su quello generale.

Lo Statuto va rispettato ed onorato per un principio di equità ed un principio etico: date a Cesare quel che è di Cesare... A Cesare, cioè al popolo siciliano, bisogna dare quanto gli spetta per il patto sottoscritto dai padri che hanno formulato la Costituzione italiana e dai padri che hanno formulato lo Statuto siciliano. Due leggi (Costituzione e Statuto) che hanno l’identico rango e livello e quindi meritano lo stesso rispetto. Chi dovesse mancare al patto, dovrà essere portato davanti alla Corte internazionale di giustizia europea per ricevere le opportune sanzioni.
Non entriamo nel merito delle numerose e macroscopiche inadempienze dello Stato italiano verso la Regione Siciliana perchè le abbiamo elencate numerose volte. Ma, con lo strangolamento finanziario opportuno del nuovo patto di stabilità europeo, conseguente alla crisi greca, non si può più procrastinare il momento del redde rationem. Se ancora si facesse finta di niente, le conseguenze sarebbero gravi e forse non più risolvibili.
Noi siciliani dobbiamo fare il nostro dovere di bene amministrare, ma gli italiani ci debbono dare quanto dovuto. Altro che Bossi!
Apr
23
2010
Abbiamo più volte sollevato la questione della pura e semplice osservanza e attuazione dello Statuto siciliano, ricordando che esso fu frutto di un patto fra questo popolo e quello italiano, e ricordando altresì che la Regione siciliana preesisteva alla Costituzione e non fu da essa istituita, bensì riconosciuta.
Cardine del fatto è l’Alta Corte, prevista dall’articolo 24 della norma statutaria. Essa è “istituita in Roma con sei membri e due supplenti...nominati in pari numero dalle assemblee legislative dello Stato e della Regione...”.
Successivi articoli prevedono che giudichi sulla costituzionalità delle leggi emanate dall’Ars, ma anche di quelle emanate dal Parlamento nazionale rispetto allo Statuto. Prevede, ancora, che il commissario dello Stato promuova i giudizi presso l’Alta Corte e che il Presidente Regionale possa impugnare davanti lo stesso consesso le leggi ed i regolamenti dello Stato in conflitto con lo Statuto.

Dal quadro che precede si evince con chiarezza la natura del patto indicato il cui fulcro è la parità tra il popolo siciliano e il popolo italiano.
Sappiamo della sentenza illegittima della Corte Costituzionale n. 38/57, con la quale quest’ultima ha avocato a sè i poteri dell’Alta Corte. Un atto che non era nelle sue prerogative, perché è noto come due organi costituzionali non possano elidersi a vicenda. Infatti, l’Alta Corte è viva e vegeta, ma non opera perché priva dei suoi componenti.
Ora, che il Parlamento nazionale non li abbia nominati è ben comprensibile, per quanto l’omissione comporti un disonore per quella Istituzione, intendendo con ciò non avere onorato un patto. è, invece, incomprensibile che la nomina dei componenti dell’Alta Corte non sia stata effettuata autonomamente dall’Ars. Un’omissione penosa, perché non ha consentito dal ‘57 in avanti che il nostro organo costituzionale funzionasse a pieno regime. Se così fosse stato, ben altra sorte avrebbero avuto numerose leggi regionali e nazionali e le risorse finanziarie derivanti dalle entrate fiscali che, indebitamente, lo Stato ha incamerato, sottraendole ai siciliani.
 
Un furto vero e proprio, paragonabile a quello del tesoro del Banco di Sicilia che i predoni sabaudi prelevarono e fecero sparire in occasione dello sbarco dei poveri diavoli che Garibaldi imbarcò sui battelli Lombardo e Piemonte.
Continuiamo ad assistere alle inique sentenze della Corte Costituzionale, le cui ultime due hanno privato la Sicilia di entrate per oltre 1 miliardo. O alla severa azione di Tremonti che ha spostato risorse destinate alla Sicilia per finanziarie le quote latte del Nord. Un elenco di comportamenti illegittimi che l’Alta Corte, su ricorso del presidente della Regione, avrebbe sicuramente annullato.
La questione non è formale ma sostanziale, perché qui si mette in evidenza come il diritto, a rispetto del patto Italia-Sicilia, non possa essere messo nell’ombra da nessuno. Se Bossi avesse avuto uno strumento costituzionale come lo Statuto, oggi non farebbe più parte dello Stato italiano.  Con niente in mano è riuscito a conquistare due Regioni e centinaia di amministrazioni locali.

Guardando avanti, è auspicabile che tra i gruppi dell’Ars emerga una maggioranza, anche trasversale, che chieda al presidente, Francesco Cascio, di convocare un’apposita seduta con all’ordine del giorno la nomina dei componenti, effettivi e supplenti, dell’Alta Corte. Intanto, l’Ars proceda alle nomine e poi chieda al Parlamento nazionale di effettuare le proprie; a questo punto si tratta di trovare un modo esecutivo per riattivare l’alto consesso. Qualora il Parlamento nazionale non ottemperasse, Governo e Assemblea regionali potrebbero ricorrere alla Corte di giustizia europea, per vedersi riconosciuto il diritto, giacchè le leggi regionali e statali vengano valutate dall’Alta Corte e non dalla Corte Costituzionale. Si sa che le norme costituzionali possono essere soggette al diritto europeo.
L’iniziativa presenta un difficile percorso che va affrontato con cura e grande professionalità. Ma stare con le mani in mano è gravissimo, di fronte alla prevaricazione dello Stato italiano sulla nostra Regione.