Per accedere al QdS ed all'archivio utente password registrati e abbonatipassword dimenticata
facebook qdsIl Quotidiano di Sicilia è su Twitterrss qds
Quotidiano di Sicilia
Il QdS sul tuo smartphone
Scegli la tua app
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Sulcis

Set
08
2012
Un chilo di carbone, un chilo di gas e un litro di benzina, bruciati, emettono la stessa quantità di anidride carbonica. La questione della scelta del materiale combustibile riguarda invece il processo di lavorazione. Più è avanzato e innovativo, meno produce inquinamento.
La situazione dell’energia in Italia è disastrosa, perché dal dopoguerra in avanti, ma soprattutto in questi ultimi trent’anni, i vari Governi non hanno fatto mai una vera politica di settore e neanche una politica industriale.
Le conseguenze sono pesanti, perché ci troviamo a pagare l’energia un terzo in più dei partner europei e il nostro sistema industriale, che non è stato innovato, ha perso competitività. Una seconda causa deriva dalla scarsa produttività degli apparati che incidono sul prezzo finale.
I diversi Governi degli ultimi decenni hanno consentito il proseguimento di attività industriali senza obbligare le imprese ad effettuare le bonifiche ambientali delle aree inquinate, anche se sono stati concessi  contributi utilizzati male, cioè non finalizzati allo scopo per cui sono stati erogati.

I casi di Ilva, Carbon Sulcis e del Triangolo della morte (Augusta, Priolo e Melilli) sono eclatanti. Ci voleva una squadra di coraggiosi magistrati per mettere uno stop definitivo all’enorme inquinamento nella città di Taranto, prodotto dall’Ilva. Uno stop vigoroso che ha costretto la proprietà ed il Governo ad intervenire senza ulteriori dilatori ritardi. La fabbrica continua a produrre acciaio in certi segmenti, ma ora è obbligata ad effettuare le innovazioni di processo, per le quali sono necessarie ulteriori centinaia di unità lavorative.
Oltre a ridurre prima, e a eliminare dopo, l’inquinamento, le bonifiche hanno l’ulteriore vantaggio di impiegare nuova manodopera, ovviamente qualificata. Sembra incredibile come si siano ignorate queste necessità per tanti lunghi anni: un disdoro del ceto politico e burocratico che ha fatto come le tre scimmiette.
Il caso della Carbon Sulcis è emblematico e riguarda il continuo rinvio dell’innovazione nel processo di estrazione della materia prima. Se il processo fosse stato innovato, la materia prima sarebbe divenuta poco inquinante, tanto quanto il derivato dal petrolio.
 
Fonti non aggiornate ritengono che una centrale a carbone sia fortemente inquinante. Vogliono ignorare quanto abbiamo affermato all’inizio di questa nota e cioè che l’inquinamento non deriva dal prodotto, bensì dal processo. Una centrale a carbone, insediata laddove esso si estrae, potrebbe utilizzare la materia prima in un processo completo, immettendo nella rete elettrica megawatt aggiuntivi ed evitando l’importazione di petrolio, che crea almeno altrettanto inquinamento ambientale.
Non sappiamo se il Governo intenda affrontare la questione mediante le proprie società controllate, Eni ed Enel. Questa sarebbe la via da percorrere per risolvere capra e cavoli.
Certo, in Sardegna non si può chiudere un’unità produttiva di energia come la Carbon Sulcis. Non solo, perché non si possa tagliare quella manodopera, ma perché operando così si farebbe aumentare il Pil dell’Isola  oggi depresso.
Lo stesso discorso vale per l’Alcoa, che così com’è, non competitiva, va chiusa. Ma con un processo opportunamente innovato si potrebbe farla diventare competitiva: serve  all’uopo una politica industriale.

La vergogna delle mancate bonifiche riguarda anche i poli energetici della Sicilia, e quelli di Ravenna e di Genova. Per quanto riguarda l’Isola, sono da tempo disponibili centinaia di milioni di fondi europei, ma una Regione abulica ed assente non ha attivato gli stessi e neanche i fondi statali, co-finanziati dai propri, preferendo chiedere l’elemosina al Governo centrale per pagare stipendi, consulenti e finanziare una spesa improduttiva e clientelare.
I danni che hanno fatto i Governi regionali negli ultimi vent’anni si possono misurare col continuo arretramento dell’economia e l’aumento della disoccupazione. Da noi c’è stato lo scudo dello statuto autonomista. Ma esso è stato utilizzato per aumentare i privilegi di politici e burocrati e danneggiare i siciliani. Sussidariamente, i vari Governi nazionali non hanno costretto la Regione a fare il proprio dovere.
Eppure, abbiamo avuto per lunghi periodi un ministro dell’Ambiente, altri ministri e sottosegretari siciliani. Tutti hanno dormito.