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Quotidiano di Sicilia
L'editoriale del Direttore di Carlo Alberto Tregua
 


Tag Sviluppo

Set
15
2012
Giovedì abbiamo pubblicato il forum con Tonio Fenech, ministro di Economia e finanze della Repubblica di Malta. Venerdì, quello con Mario De Marco, ministro di Turismo, cultura, sviluppo e, oggi, quello col presidente della Repubblica George Abela.
Dai resoconti potrete valutare i notevoli progressi che la piccola isola mediterranea ha fatto soprattutto nei terribili quattro anni della crisi 2008/11, nei quali il Pil è cresciuto di oltre il 10 per cento.
In una superficie di appena 300 kmq delle tre isole (La Valletta, Gozo e Comino) i circa 450 mila abitanti tutti risparmiano ove possibile e con le risorse emergenti investono continuamente soprattutto in turismo e logistica.
Il dato dei pernottamenti è veramente notevole, pari a 11,4 milioni, a fronte di 1, 4 milioni di visitatori che approdano nell’isola. Il rapporto di 1 a 10 indica che chi va a Malta ha l’intenzione di restarci per periodi discretamente lunghi. La disoccupazione è intorno al 6 per cento, la crescita del Pil, nel 2012, è prevista intorno all’1,6 per cento.
Malta ha diversi porti ove sono attraccate migliaia di imbarcazioni di cittadini tedeschi, britannici e nord europei.

Il governo maltese ha creato una serie di agenzie-calamita che hanno il compito di attrarre investimenti, flussi turistici, linee di navigazione. La tassazione prevede un’unica aliquota per persone fisiche e giuridiche, ma quando queste ultime distribuiscono i dividendi ai soci le imposte pagate vengono totalmente dedotte da chi li percepisce.
Le aliquote sono del 15, 25 e 35 %, partendo da una fascia esente di 12 mila euro.
Vi è una caratteristica che costituisce una forte attrattiva: la notevole disponibilità dei lavoratori a imparare, a cambiare mestiere e ad svolgere lavori manuali e tecnici. Cosicchè industrie farmaceutiche e aeronautiche (Lufthansa) hanno deciso di impiantare centri di ricerca nella piccola isola.
Il Governo investe nei servizi e nel commercio utilizzando costantemente la leva del credito fiscale che arriva fino a una riduzione delle imposte del 40 per cento quando le piccole aziende (fino a 10 dipendenti) fanno nuovi investimenti.
La logistica è in continuo sviluppo e consente il potenziamento dei trasporti che transitano per Malta in misura sempre maggiore.
 
Con De Marco il colloquio è andato su tutto il versante del turismo. Per esempio, vi sono 560 mila persone in transito, per tutte le navi da crociera che approdano nell’isola. L’aeroporto registra un movimento di 3 milioni di passeggeri ed è in espansione.
Nel 2018, La Valletta sarà la capitale europea della cultura, evento che prevederà un fortissimo afflusso di partecipanti.
Uno dei punti di forza è l’attività congressuale. Vi sono due agenzie governative collegate con i circuiti di tutto il mondo che hanno il compito di attrarre le organizzazioni di convegni nell’Isola, concertando tutte le condizioni con alberghi, ristoratori, produttori di servizi, per cui il turismo è destagionalizzato e gli stranieri sono presenti a Malta dodici mesi l’anno.
Vi sono tre casinò, di cui uno gestito da quello di Venezia, anche se l’afflusso non sembra molto elevato .

Con l’ingresso nell’Unione europea, nel 2008, Malta è stata cancellata dall’elenco dei paradisi fiscali ed è entrata nella White list.
Il governo maltese ha dato incarico a Renzo Piano di costruire il palazzo del Parlamento, che verrà terminato entro il prossimo anno. La politica di costruzione delle infrastrutture è uno dei percorsi più intensi dell’attività governativa.
Certo, vi è molta strada da fare, ma si avverte, frequentando i sobri e scarni palazzi governativi, una voglia di crescere in tutti coloro che operano sia nel pubblico che nel privato.
A proposito di pubblico, in diversi colloqui che ho avuto con burocrati sono emerse procedure snelle ed efficaci, di stampo anglosassone, per cui i provvedimenti amministrativi vedono la luce in tempi rapidi, il che agevola il processo di crescita.
Le prenotazioni dei soggiorni alberghieri sono fortemente aumentate su digitale, tanto che quelle dei tour operator non superano la metà, mentre le altre individuali via Internet raggiungono il 55 per cento.
Dalla breve descrizione che precede, si capisce come alcuni dei meccanismi descritti riportati in Sicilia consentirebbero una crescita che ancora vediamo lontana.
Mar
13
2012
Ha ragione Giuseppe Castiglione, presidente dell’Unione delle Province italiane, a sostenere con fermezza e da lungo tempo che l’Ente intermedio fra Regione e Comuni è indispensabile, come ci ha confermato quando è venuto al nostro Forum pubblicato il 5 novembre 2011. Questa è una tesi che noi sosteniamo da sempre, pur essendo stati interpretati, qualche volta, esattamente al rovescio.
La Provincia ha funzioni fondamentali nel coordinare e programmare servizi sovracomunali, in modo da migliorarne la qualità e ottenere risparmi. Ha anche un importante ruolo nel valorizzare i tesori ambientali, paesaggistici, archeologici e culturali del territorio dei comuni che la costituiscono (è noto, infatti, che essa non ha territorio proprio). Però, si occupa della manutenzione delle strade provinciali e degli immobili delle scuole di secondo grado. Quest’ultima attività potrebbe essere effettuata dai Comuni.

Ciò premesso, anche le Province devono dimagrire, come Comuni e Regioni. L’unico modo per farlo è eliminare le inutili parti elettive con gli orpelli e le spese che ne derivano. Ecco perché abbiamo lanciato e rilanciato più volte l’idea che le Province divengano consortili, ovvero Enti di secondo grado costituiti dai Comuni.
Per conseguenza, l’Assemblea è composta dai sindaci, gli assessori sono scelti fra gli stessi primi cittadini ed eventualmente solo il presidente potrebbe essere un esterno. Tutto il personale potrebbe essere “prestato” dai Comuni cosicché l’Ente sarebbe a costo zero. Gli attuali dipendenti e dirigenti potrebbero tranquillamente transitare nell’organico delle Regioni di competenza e in quello dei Comuni.
Questa operazione darebbe un decisivo taglio ai costi della politica, assolutamente superflui e di cui nessuno sente il bisogno. Sarebbe una dimostrazione che c’è la volontà di avvicinarsi ai cittadini, dimostrando di voler eliminare inutili clientelismi.
Su questa proposta, cioè quella delle Province consortili, vedi caso è intervenuto il Governo Monti, il quale ha inserito nella Legge 214/12 la trasformazione delle Province istituzionali. è in via di emanazione il decreto che regolamenterà nel dettaglio la materia.
 
I deputati regionali siciliani hanno recentemente votato una legge contraria sia a quella nazionale che al Disegno di legge proposto dalla Giunta regionale. Con esso veniva stabilita la trasformazione delle Province regionali (Lr 9/86) in Province consortili, proprio per eliminare il costo della politica di tali istituzioni. Con la votazione del 29 febbraio scorso l’Ars ha determinato che le Province rimangano come sono, lasciando inalterati tutti i relativi costi politici.
Si tratta di un comportamento dissennato perché non tiene conto della situazione finanziaria effettiva in cui si trova l’Ente regionale. Da un canto ha un eccesso di spesa improduttiva di 3,6 miliardi, che non riesce a tagliare, dall’altro, riceve meno trasferimenti dallo Stato.
Quando Lombardo è andato da Monti con la mano tesa, facendo la solita figura dell’elemosinante, è stato gentilmente rimbrottato dal primo ministro, il quale si è sorpreso che gli venisse fatta richiesta di quattrini quando la Regione non riesce a spendere i fondi europei. E con ciò gli ha chiuso la porta in faccia.

Rimane un anno alle elezioni regionali del 2013. Lombardo ha comunicato che non si ricandiderà. Si trova così nelle migliori condizioni per effettuare quelle riforme strutturali urgenti di cui ha bisogno la Sicilia, senza delle quali essa (insieme a tutti noi) si trova sull’orlo del baratro. Baratro dal quale si è allontanato il Paese.
Bisogna dire a chiare lettere che la Regione ha 14 mila dipendenti in esubero e i Comuni della Sicilia hanno oltre 50 mila unità di personale in più. Bisogna dire, con forza, che le Pubbliche amministrazioni, regionale e locali, sono alla canna del gas, con palesi disfunzioni e incapacità dei dirigenti di rimetterle in equilibrio.
Occorre che il ceto politico, ricordandosi che è al servizio dei siciliani e di quel valore primario che è l’interesse generale, la smettano di fare clientelismo e comincino a pensare a un progetto che guardi lontano, per esempio da qui a 10 anni. In base a esso, il Pil della Sicilia su quello nazionale dovrebbe aumentare da quel misero 5,6% per arrivare al più appropriato 9%: in due parole, occorrono crescita e occupazione.
Gen
19
2012
Siamo martellati, ogni giorno, dal famigerato spread, cioè la differenza di rendimento tra i Bund tedeschi e i Btp italiani. Quella maledetta cifra di 500 è un’ossessione, perché indicativa della parziale insolvenza dello Stato italiano e, dunque, della mancanza di fiducia da parte dei mercati.
In effetti, non si tratta di mancanza di fiducia, ma di incapacità delle nostre Istituzioni nazionali di essere valutate positivamente per le prospettive di crescita e sviluppo, atte a generare ricchezza e occupazione.
I sindacati, che ormai rappresentano in modo maggioritario i pensionati, coloro che non sono più interessati al lavoro, continuano a chiedere posti di lavoro. Ma la loro azione è miope, perché non sono capaci di fare un passo avanti. Tale passo dovrebbe essere l’individuazione dei meccanismi per rinforzare il sistema delle imprese e delle società, anche pubbliche, perché solo attraverso di esse ci possono essere nuove attività e, pertanto, nuovo lavoro.

Vi è poi un altro carburante per la crescita: la ricerca e l’innovazione. Potenziare fortemente questi due versanti costituisce la premessa per il trasferimento dei brevetti, la cui industrializzazione ottiene una maggiore competitività di prodotti e servizi.
Destinare solo l’1 per cento del Pil alla ricerca è un comportamento deprecabile, quando poi si destinano maggiori risorse alla spesa pubblica improduttiva e la maggior parte degli stipendi dei dipendenti pubblici è inutile alla necessità dei cittadini: ottenere servizi efficienti e di qualità.
Lo spread finanziario ci martella e ottenebra le menti di molti giornalisti, professori e commentatori. Costoro non si accorgono, invece, che i veri spread dell’Italia sono Sud e infrastrutture. L’enorme divario che c’è fra Meridione e Settentrione è una delle principali cause del complessivo arretramento del Paese. Se il Pil del Sud fosse allo stesso livello del Pil del Nord, il Paese sarebbe molto avanti.
Non dobbiamo dimenticare che quel grande statista di Helmut Kohl andò contro le banche, contro l’establishment, contro il ceto politico della Germania occidentale, quando decise di investire massicciamente nella Germania dell’Est.
 
Non è un caso che l’attuale cancelliere Angela Merkel è cresciuta a Templin, città a 80 km a nord di Berlino, nella Repubblica democratica tedesca socialista.
La questione meridionale si perde nella notte dei tempi, ma una cosa è certa: è cominciata nel 1861, la nefasta data in cui il Sud veniva annesso allo Stato Sabaudo e tutti i suoi tesori depredati dalle bande piemontesi. Da allora, una classe politica meridionale, prona e subordinata, non ha preteso che le Istituzioni nazionali si comportassero con equità, investendo tanto nel Nord e tanto nel Sud.
Se Bossi oggi fa la voce grossa, dicendo che le regioni del Nord mantengono il Paese, per la sua crassa ignoranza (o malafede) non dice che tale ricchezza è prodotta per i massicci investimenti che da Roma sono andati in quelle regioni e non nel Sud.
Ed eccoci al secondo spread che divide l’Italia: quello delle infrastrutture. Il relativo tasso dice con chiarezza che quelle del Sud sono un terzo di quelle del Nord. Se vi fossero stati pari investimenti, al Nord come al Sud, il tasso infrastrutturale sarebbe, invece, uguale.

Sud e infrastrutture sono, quindi, i veri spread d’Italia, differenze abnormi e anomale, che impediscono ai cittadini di essere tutti uguali di fronte alla legge, in violazione dell’art. 3 della Costituzione.
Cittadini di prima serie e di seconda serie non fanno una Nazione, ma fanno un insieme in cui vi è il ceto dominante (feudatari) e un ceto servente (chi subisce). Tutto questo non è più procrastinabile e deve finire.
Ma nell’agenda del professor Monti non ci sono Sud e perequazione delle infrastrutture: un’omissione grave, che dobbiamo segnalare tra le cose buone che l’attuale Governo ha fatto. Non sappiamo, oggi, se il decreto Cresci-Italia, nella parte riguardante le liberalizzazioni, corrisponderà alle premesse e alle notizie.
Ci auguriamo che in sede di conversione esso non venga annacquato, risolvendosi in un fuoco di paglia. Certo, non è bene che sia stata tolta da questo decreto la scorporazione della rete gas. Snam, poste e ferrovie sono tutti controllati dal ministero dell’Economia. Non c’è bisogno di decreti per liberalizzare i settori.
Nov
01
2011
Steve Jobs se n’è andato, ma la sua presenza e il suo esempio rimarranno per lungo tempo. Per fortuna, l’umanità sforna talenti a getto continuo: gente normale che vede scenari che altri non vedono e hanno in loro stessi il fuoco sacro per farli diventare realtà.
Vi sono personaggi che realizzano progetti con facilità, anche se difficilissimi e pieni di ostacoli, eppure hanno dentro la voglia di fare che li spinge, li stimola, non fa sentire loro fatica, presi dall’obiettivo che intendono raggiungere a tutti i costi, non facendosi coinvolgere dalle questioni di minore rilievo.
Sergio Marchionne è uno di questi e sta dimostrando l’inverso di quello che voleva dimostrare l’avvocato Gianni Agnelli quando affermava che ciò che sta bene per la Fiat sta bene per l’Italia, identificando la fabbrica torinese con il Paese. Per Marchionne, l’Italia è un Paese come tanti altri ove fare business. Gli importa poco perderne una parte, tanto gli sviluppi clamorosi che sta ottenendo in Usa, Brasile e Cina porteranno le due aziende operative a far guadagnare al gruppo 2,1 miliardi nel 2011.

Jeff Bezos (47 anni) ha fondato Amazon a Seattle, in Usa, con l’idea di trasformare il tablet in una porta d’ingresso ai servizi a pagamento sulla nuvola del web. Da un’idea è nato un business stimato in circa 13 miliardi di dollari raggiunto in appena 17 anni.
Brett Martin (28 anni) ha inventato Sonar, un’app che ha la missione di trovare le connessioni nascoste fra ciascuno di noi e le persone che ci circondano, per abbattere la solitudine.
Jonathan Ive, 44 anni, è il prosecutore dell’attività di Steve Jobs. Intende continuare la filosofia che consenta di dare forma e sostanza alle idee che il fondatore gli ha lasciato.
Andrew Mason ha 30 anni e ha fondato Groupon con lo scopo di condividere lo shopping fra sconosciuti, per ottenere massimi sconti e prezzi molto bassi. Ha 115 milioni di utenti e per sviluppare l’idea ottenne un milione di dollari dall’imprenditore Eric Lefkofsky. In 10 anni ha raggiunto il successo.
Henri Seydoux ha fondato la Parrot, un’azienda francese che vuole interagire e comandare con la voce gli apparecchi elettronici. Gestisce 250 ingegneri a Parigi ed è il futuro dell’interazione uomo-pc-tablet.
 
Jack Dorsey, 35 anni, ha fondalo la SquareUp (e Twitter) a San Francisco, con lo scopo di abolire il denaro contante utilizzando solo lo smartphone per effettuare pagamenti con la carta di credito. Dorsey ha intuito l’effetto sociale del suo strumento, che vuole eliminare totalmente i contanti.
Riccardo Signorelli, 32 anni, ha fondato a Boston la FastCap, con la quale produce una batteria che si può caricare istantaneamente per alimentare le macchine elettriche o ibride. L’uovo di colombo per la diffusione dell’auto a CO2 zero. Signorelli è un ingegnere di Bergamo, laureato al Politecnico di Milano e andato al Massachusetts institute of technology (Mit) di Boston per un dottorato. Ha inventato la rivoluzionaria batteria che funziona in base a un principio fisico e non elettrochimico. Barack Obama gli ha fatto ricevere un finanziamento di 5,3 milioni di dollari cui si sono accodati altri 2 milioni da investitori privati.
Paul Wicks, 30 anni, ha fondato la PatientsLikeMe - un social network medico, una rete di pazienti con malattie croniche - per facilitare le cure grazie al supporto specifico. L’obiettivo è dare ai pazienti stessi il controllo del loro male, facilitando consulti in rete con gli specialisti.

Andy Rubin, 45 anni, ha fondato Google Android a Mountain View, in Usa. Un software che fa funzionare smartphone e tablet e che deve essere gratuito. Ex ingegnere della Apple, è diventato un pericoloso concorrente avendo inventato Android, una piattaforma molto competitiva contro l’Iphone di Apple. Google fattura oltre 24 miliardi di dollari l’anno.
Infine Jack Ma, 46 anni, ha fondato Alibaba a Hangzhou, in Cina, per rendere l’e-commerce made in Cina semplice e accessibile a livello internazionale. Il suo sito è un gigantesco bazar dove si trova ogni cosa pensabile, fabbricata in Cina, a prezzi concorrenziali e spedita in tutto il mondo: 56 milioni di utenti in 240 Paesi, 14 mila dipendenti e il tentativo di comprarsi Yahoo.
Questi giovani personaggi non hanno bisogno di commenti. Sono talenti, come tanti siciliani costretti a espatriare perché non compresi dalle istituzioni.
Ott
11
2011
Il decreto sullo sviluppo, indispensabile per l’Italia, slitta ancora fino al 20 di ottobre. Un ritardo deplorevole e dannoso, perché c’è bisogno di una svolta immediata nella conduzione economica del Paese. Il gioco delle tre carte che in atto esiste fra Berlusconi e Tremonti è falso. Secondo autorevoli quotidiani, il presidente del Consiglio vuole risorse per finanziare la crescita e Tremonti non vuole aprire i cordoni della borsa per mantenere inalterati i saldi che condurranno al pareggio di bilancio, nel 2013.
Il problema è falso per la semplice ragione che è impossibile, a questo punto, variare il percorso per la golden rule, mentre servono urgentemente risorse per finanziare i piani di sviluppo, sia di opere pubbliche che di sostegno all’imprenditoria, soprattutto quella che esporta.
Dove prendere tali risorse? La risposta è facile: prenderle dai risparmi sulla spesa corrente. Ma per risparmiare occorre tagliare gli stipendi abnormi ai pubblici dipendenti e tagliare il loro numero. Tagliare le pensioni di anzianità e altri privilegi.

Occorre anche eliminare tutte quelle forme assistenziali che il ceto politico si è autovotato e che è inutile elencare perché sono ben note ai lettori. Occorre tagliare la dotazione del Servizio sanitario, che spende oltre 106 miliardi, procedendo alla sua riorganizzazione che dovrebbe dare efficientamento a un sistema che attualmente non lo possiede, con l’adozione dei costi standard.
Vi sono centinaia di capitoli di spesa corrente, nel bilancio pubblico, che possono essere ridimensionati cospicuamente ottenendo altrettanto cospicuo risparmio. Un Governo fatto di statisti procederebbe senza indugio in questa direzione, recuperando immediatamente tutte le risorse necessarie agli investimenti.
Vi è poi l’altra gamba su cui potrebbe camminare lo sviluppo e cioé quella delle liberalizzazioni. Anche in questo caso un Governo di statisti andrebbe diritto allo scopo, senza preoccuparsi delle lamentele di questa o quella categoria. Il primo provvedimento dovrebbe essere quello di eliminare il monopolio dei servizi delle società locali, create appositamente da Regioni e Comuni per metterci dentro tutti i propri raccomandati, alias galoppini elettorali.
 
Anche da questo taglio vi sarebbero cospicui risparmi, che potrebbero essere girati a investimenti, soprattutto in opere pubbliche, delle quali il Paese ha una fame atavica.
Come vedete, la questione è semplice. Fa specie che i grandi quotidiani e tanti giornalisti competenti non facciano trapelare questa fotografia lampante e si trastullino alimentando il diverbio tra il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia, senza individuare la causa di questo scontro. Il primo non vuole scontentare le fameliche corporazioni, il secondo non può aprire i cordoni della borsa, ma potrebbe girare i risparmi della spesa corrente in investimenti, sol che Berlusconi avesse il coraggio di tagliare i privilegi delle diverse Caste.
Non sappiamo cosa il Governo porterà all’attenzione dell’opinione pubblica il 20 ottobre prossimo, ma abbiamo l’impressione che non avrà il coraggio di fare barba e capelli a quelli che stanno bene e che non hanno alcuna intenzione di fare sacrifici come li sta facendo tre quarti della popolazione.

Sembra incredibile che una questione così elementare non venga all’attenzione per quella che è. Così non si informa l’opinione pubblica, così non si procede verso l’essenziale aumento della ricchezza, cioè del Pil. Quest’ultimo rimarrà inchiodato sullo 0,2 o 0,3 per cento nel 2012, a bocce ferme. Mentre un cambio di passo in questi ultimi due mesi potrebbe costituire un’efficace premessa per portarlo sopra l’1 per cento.
Certo, occorrerebbero Governo e maggioranza molto forti per resistere alle reazioni della piazza, ove vanno quelli che stanno bene, non quelli che stanno male, perché purtroppo il ceto medio e quello più debole non riescono ad avere voce. Nelle manifestazioni, infatti, vediamo solamente organizzazioni di questo o di quel colore i cui rappresentanti parlano con la testa degli altri, dopo aver imparato a memoria slogan e argomenti che nulla hanno a che fare con la realtà.
La democrazia è meravigliosa perché consente anche queste inutili manifestazioni, ma la classe dirigente ha il compito di governare nell’interesse di tutti.
Ago
17
2011
Venerdì 29 e sabato 30 luglio i bollettini di guerra dei trasporti ci hanno comunicato che ben 11 milioni di italiani si stavano muovendo per andare nei luoghi prenotati ove trascorrere le ferie. Oltre un sesto della popolazione in movimento crea un danno all’economia indescrivibile, perché concentra in un periodo relativamente breve (un mese) decine di milioni di persone al mare, in montagna o nelle città d’arte, località che poi si svuotano nei sei mesi a cavallo dell’anno.
Tutti i Governi succedutisi nel dopoguerra sono stati impotenti ad affrontare la questione di fondo: destagionalizzare le ferie.
La responsabilità di quanto descritto è in primo luogo dell’industria, a cominciare dalla Fiat, perché chiude nelle rituali quattro settimane di agosto. Con essa, tutte le aziende dell’indotto e quelle altre del settore industriale che seguono questa infausta tradizione. Un malvezzo che nessun Governo e nessun sindacato hanno tentato di contrastare.

Un malvezzo che non c’è in alcun Paese d’Europa, ove si lavora per dodici mesi e ove ogni impresa adotta un’apposita organizzazione per consentire a tutti i propri dipendenti di andare in ferie, ma a rotazione, in modo da mantenere in piedi l’attività senza alcuna interruzione.
In Europa, persino le scuole iniziano anche il primo di agosto. Qualcuno dirà che in Italia e nel Sud non sarebbe possibile per ragioni climatiche. Si risponde che basterebbe climatizzare le scuole perché esse possano risultare idonee già il primo settembre dopo la chiusura del 31 di luglio, facendo anche attività diverse da quelle didattiche, per dare sollievo a tante mamme e a tante famiglie danneggiate dal lungo e ingiustificato periodo di chiusura delle scuole medesime.
Per fortuna, vi è una gran parte di imprese che funziona a ciclo continuo: pensiamo alla grande distribuzione, ai servizi di trasporto, a quelli sanitari e via enumerando. Tutti questi dimostrano che si può lavorare dodici mesi l’anno, h24 per sette giorni.
La chiusura delle imprese per tutto il mese di agosto crea anche un danno al Pil, anche se favorisce il loro conto economico. Ma l’interesse privato non dovrebbe mai superare quello generale.
 
Nel settore pubblico i servizi non si fermano, ad eccezione di quello giudiziario, che ha una sospensione normale di ben 45 giorni e, cioè, dal primo di agosto al 15 settembre. Anche se, durante questo periodo, alcune attività d’urgenza vengono svolte.
Oltre 200 mila avvocati e circa 60 mila dipendenti della branca amministrativa vanno in ferie nel mese di agosto, creando i disagi cui prima si accennava. Non si capisce perché la giustizia, insieme alle scuole e all’industria manifatturiera, non debbano funzionare tutto l’anno senza chiusure.
Si potrebbero prevedere incentivi per i dipendenti che utilizzino le ferie nel semestre a cavallo dell’anno, per esempio quello di dare loro più giorni, togliendoli agli altri che pervicacemente vanno in ferie nel semestre centrale. Insomma, una leva negativa o positiva per indurre a non concentrare le ferie in agosto.
Ma tutto questo sarebbe inutile se le attività di Scuola (e Università), Giustizia e settore manifatturiero chiudessero. Funzionerebbe, invece, se esse funzionassero.

È difficile cambiare ataviche abitudini, che costano al Paese in termini di disservizi e di mancato Pil. Tuttavia un Governo deve riformare tali abitudini e tali meccanismi se vuole migliorare le performances economiche.
Non si capisce perché un servizio pubblico come quello delle farmacie debba avere la strozzatura delle ferie chiudendo gli esercizi. Le farmacie, proprio per la loro importanza fondamentale per la sanità del Paese, non dovrebbero chiudere mai, procedendo come altri servizi prima indicati alla rotazione del personale.
I tassisti non si fermano, i treni non si fermano, gli aerei volano giorno e notte e le navi attraversano il mare senza sosta. Gli alberghi restano sempre aperti, salvo quelli di località stagionali costretti a chiudere per il malvezzo prima indicato.
Chiudere in agosto è un’usanza barbarica, mentre avremmo bisogno di passare ad un’usanza civile. E noi abbiamo bisogno di civiltà, non di barbarie.
Mar
09
2011
Sembra un paradosso, ma a ben guardare non lo è: constatare lo stato di sottosviluppo della nostra Isola e, contestualmente, avere paura dello sviluppo. Ognuno di noi dovrebbe essere nelle condizioni mentali di affrontare le difficoltà anche a prezzo di sacrifici, pur di promuovere se stesso in maniera onesta. Cioè, non dovrebbe avere paura di crescere, per cui occorre essere disponibili a correre rischi ed affrontare salite anche molto ripide.
Sentiamo tanti giovani in giro per la Sicilia che si lamentano della mancanza di lavoro. Affermano quanto precede in buona fede, però affermano una cosa non vera. Infatti, in Sicilia, vi sono migliaia di opportunità di lavoro nel mercato. Per accedervi è indispensabile possedere competenze e quindi formarsi costantemente per acquisirle. La conoscenza non si acquisisce gratis, ma comporta un costo economico e personale. Essa è indispensabile per diventare competitivi, cioè per potere gareggiare con gli altri alla pari, con qualche possibilità di arrivare in cima alla graduatoria.

I giovani che si lamentano di non trovare opportunità di lavoro, ci ricordano la favola di Esopo la Volpe e l’Uva. La volpe voleva staccare un grappolo d’uva e continuava a fare dei balzi, ma non arrivava ad esso. Ripiegando, pensava che l’uva fosse acerba e non valesse la pena raccoglierla. Così fanno tanti giovani che si rifiugiano dietro la facile lamentela non c’è lavoro, perché non sono disposti ad acquisire le qualità per inserirsi nel lavoro, che c’è. La paura del rischio, la paura di fallire, la paura di cadere, rendono deboli e fragili queste persone e non le mettono in condizione di crescere.
Se moltiplichiamo gli esempi per centinaia di migliaia di casi, ci rendiamo conto che il sottosviluppo isolano non può essere combattuto se non si diffonde nella popolazione l’idea che per crescere, socialmente, economicamente e professionalmente, bisogna impegnarsi a fondo. Occorrerebbe un modello, un esempio positivo in questa direzione e purtroppo tale esempio non c’è. Quando il pesce puzza dalla testa è da gettar via. Ma qui non possiamo gettar via tutta la classe dirigente, politica e amministrativa. Dobbiamo cercare all’interno di essa quei soggetti che hanno buone qualità.
 
La Regione e gli Enti locali non hanno come missione primaria quella di erogare servizi ai propri cittadini, ma di promuovere lo sviluppo. Governo regionale e amministrazioni comunali, salvo rare eccezioni, sembrano incartati, immobilizzati, abbagliati. Non possiedono dinamismo, presi da beghe tutte interne, come se fossero chiusi in una torre d’avorio opaca e inespugnabile che impedisce ai cittadini di guardarvi dentro.
Non c’è interazione fra le amministrazioni e le parti economiche della società. Qualunque iniziativa che mostri delle intenzioni costruttive è impaludata in un sistema burocratico vecchio e asfittico, che ha come metodo quello di opporre rifiuto a qualunque richiesta.
Nessuno controlla se dentro gli apparati regionali e comunali vi sia corruzione. Nessuno controlla se via sia un barlume di efficienza. Nessuno controlla i risultati. Ma tutti percepiscono regolarmente stipendi, indennità e prebende diverse, sennò strillano come aquile.

Sembra che tutti costoro siano armati da un ottimo tornaconto, un egoismo sfrenato che li porta a vedere esclusivamente i propri interessi, infischiandosene di quelle dei cittadini che pagano il loro stipendio.
Amministrazioni regionale e comunali hanno le risorse per impostare un piano di sviluppo, sol che taglino la spesa corrente, clientelare, che è una zavorra per fare qualunque cosa. Snellire l’organico, razionalizzare le procedure, spendere quanto serve e non di più, sono modi per attivare la crescita.
Scriviamo queste cose da decenni e  siamo costretti a ripeterle noiosamente. Ma continueremo a farlo, fino a quando non vedremo una svolta radicale nella conduzione della Cosa pubblica, nel senso di servire l’interesse generale. Certo, se il ceto politico e il ceto amministrativo leggessero di più storia, letteratura e filosofia, avremmo qualche speranza che l’attuale stato di cose venisse modificato. Ma non vediamo neanche un barlume. Tuttavia, è lecito sperare.
Gen
07
2011
I 32 milioni per prorogare 600 contratti dei precari della Regione hanno obbligato a tagliare borse di studio e assistenza sociale. Ma ci vorranno altre decine di milioni per prorogare tutti i contratti scaduti o in scadenza, nonché centinaia di milioni per quell’altra dissennata operazione di assunzione dei precari degli Enti locali. E poi l’annuncio di assumere altre 4 mila persone del comparto della sanità e altri 5 mila assumendi alla Regione.
Dalla sequenza indicata si desume che questo Governo non ha nessuna intenzione di sbloccare la macchina economica della Sicilia, perché continua a destinare le proprie magre risorse per supportare un clientelismo sfacciato: assumere, assumere e assumere futuri galoppini elettorali per soddisfare le richieste di una classe politica ormai in necrosi che ha perso completamente il contatto con la realtà, cieca, incapace di guardare al futuro.
Ma il tempo sta per scadere. Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, sta dimostrando, con questi suoi atti, di essere il presidente di una piccola minoranza di privilegiati e raccomandati, gente che non ha mai dimostrato di possedere arte o competenze, entrata di straforo in qualche pubblico ufficio per un calcione politico e adesso speranzosa di restarvi per tutta la vita scroccando alla comunità siciliana uno stipendio.

Dispiace dover certificare la profonda delusione che Lombardo sta provocando in tutti i siciliani non occupandosi e non preoccupandosi di sbloccare l’economia attraverso due principali canali: l’attivazione dei cantieri di opere pubbliche incagliate, nonché la formulazione di 390 parchi progetto (tanti quanti sono i Comuni dell’Isola), di 829 ristrutturazioni di quartieri (tanti sono i borghi esistenti in Sicilia) e di centinaia di altre opere pubbliche che creerebbero oltre 100 mila posti di lavoro e l’aumento di un punto del Pil della Sicilia su quello nazionale.
Questo galleggiamento ricorda la celebre frase del Divino Giulio il quale sosteneva che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. I tempi sono profondamente cambiati, l’Europa obbliga perentoriamente gli Stati ad acquisire efficienza e non c’è più tempo per fare promesse.
 
Il secondo canale è costituito dall’attivazione di un Polo calamita formato dai migliori professionisti di cui dispone l’Isola, che avrebbe il compito di assorbire investimenti produttivi, disponibili nel mondo da parte di gruppi imprenditoriali, che sono attratti dal Brand Sicilia, ma sono respinti dalla nomea di una Regione impaludata, che impiega tempi interminabili per dare le necessarie autorizzazioni.
Non sembri che queste note, ripetute noiosamente, costituiscano un attacco alla persona di Raffaele Lombardo. Si tratta, invece, di fotografie che con grande dolore siamo costretti a scattare su una situazione drammatica, vicina al disastro.
La certificazione di quanto scriviamo è data anche dall’Associazione dei costruttori siciliani, che attraverso il blocco inspiegabile delle opere pubbliche ha dichiarato che si sono persi 30 mila posti di lavoro. Forse Lombardo pensa di assumere alla Regione anche questi novelli disoccupati? Non si capirebbe, infatti, perché da un canto si chiudono i cantieri e dall’altro si assumono inutili dipendenti.

Con l’inizio del 2011 e con l’elaborazione di un bilancio preventivo difficilissimo il Governo Lombardo è arrivato a un bivio: assunzioni o cantieri per lo sviluppo. Non ci sono risorse per fare entrambe le cose. Non solo, ma occorre addirittura che la Regione blocchi qualunque assunzione e, contemporaneamente, metta in cassa integrazione 5 mila dipendenti con il 70 per cento dello stipendio, girandoli a quel contenitore mangiasoldi che è la Resais Spa.
Bisogna pure che i deputati regionali rinsaviscano, che la smettano di pensare in modo clientelare tutelando privilegiati e raccomandati, ma comincino a riflettere su come dare lavoro produttivo ai 236 mila disoccupati che non hanno avuto alcuna possibilità.
La questione più oscura (ma non tanto) è il blocco dei 18 miliardi di risorse europee, statali e regionali, senza che nessun dirigente venga destituito. Ma, anzi, udite udite, il Governo si appresta a stanziare 35 mln per dar loro dei premi. I premi per chi non ha raggiunto alcun risultato. Evviva!
Dic
07
2010
È di questi giorni l’inaugurazione del primo villaggio Outlet della Sicilia, nella Valle del Dittaino, ove un gruppo privato ha investito 120 milioni senza contributi pubblici e ha aperto le porte del lavoro per mille persone fra diretto e indotto. Ecco cosa si deve fare in Sicilia: nuovi investimenti dei privati che usano la finanza di progetto oltre alle risorse europee, statali e regionali.
Dieci, cento, mille di questi investimenti, ricordando che ogni miliardo investito in opere - pubbliche o private - apre le porte a circa diecimila nuovi posti di lavoro. Altro che assumere inutili dipendenti nelle Pubbliche amministrazioni e onerare i relativi bilanci di stipendi non produttivi e dannosi, con l’aggravante di diffondere nell’opinione pubblica il principio che si perpetua il privilegio di chi viene assunto per raccomandazione e senza concorso, lavora poco e male, non ha responsabilità, non può essere licenziato. Insomma, un’operazione solo negativa.

Valmontone è una città a trenta chilometri da Roma. In quell’area si stanno sviluppanto attività notevoli. Esiste già un Outlet tre volte più grande di quello del Dittaino ed è in fase di costruzione Rainbow magicLand, il primo parco dei divertimenti a tema di Roma, che sarà aperto in aprile 2011.
Si tratta di una sorta di EuroDisney parigina all’italiana, che prevede un investimento di trecento milioni di euro, tre milioni di visitatori l’anno a regime e insiste su un’area di seicentomila metri quadrati che, sommata al citato Fashion district Valmontone Outlet, che ha oltre sei milioni di visitatori, insisterà su un’area complessiva di un milione e mezzo di metri quadrati.
Il gruppo che ha in corso questo investimento è quello di Iginio Straffi, cui concorre un contributo europeo e un altro della Regione Lazio. Il Parco occuperà circa duemila addetti e metterà in moto un volano di alberghi, ristoranti, attrazioni turistiche della zona, valorizzazione di siti archeologici e paesaggistici che moltiplicherà l’effetto positivo.
È del tutto evidente come un investimento di questo genere sia un carburante formidabile per un’economia in sviluppo come quella del Lazio.
 
C’è di più. Per servire bene il Polo economico saranno potenziati i caselli dell’autostrada Roma-Napoli di Valmontone e Colleferro e costruita una fermata ferroviaria all’interno del Polo turistico integrato. Ecco come si fa a sviluppare un’economia coniugando le iniziative imprenditoriali con il necessario contributo pubblico, indirizzato verso attività produttive. Nello stesso Polo, il patron della Lazio, Claudio Lotito, sta progettando la costruzione di un complesso articolato di servizi e turismo dentro il quale dovrebbe sorgere lo stadio per la sua squadra. Naturalmente uno stadio non solo adibito agli spettacoli sportivi ma anche a quelli di intrattenimento.
Gli immensi parcheggi anche per gli autobus e le linee ferroviarie dedicate costituiranno un modo per portare la gente in questo grandissimo Polo.

Presidente Lombardo, guarda quello che accade nel mondo, in Europa e ora anche in Italia. Mettere in campo un’iniziativa costituita da un bando di gara per un progetto di idee denominato SiciliaLand e avente per oggetto la costruzione di un parco giochi a tema nello stesso territorio dov’è sorto l’Outlet, in modo da sfruttare le sinergie. Così bisogna pensare, in grande, e studiando modelli che esistono, che funzionano e producono ricchezza, con modesto impiego di risorse pubbliche.
La Regione deve mettere in moto un meccanismo-calamita per cui i gruppi imprenditoriali del settore turistico, dei servizi avanzati e di altri settori ad alto valore aggiunto verrebbero qui. Ma perché ciò avvenga è necessaria una precondizione: alla Regione dev’essere costituito un Ufficio unico con un dirigente di alto valore, in possesso di master internazionale e Ph.D. in condizione di rilasciare tutte le autorizzazioni, nessuna esclusa, in trenta giorni e non in tre anni. Insomma, occorre inserire nel sistema elementi competitivi che facciano funzionare la macchina economica senza intoppi, in modo da assistere chiunque voglia investire con una collaborazione totale. Pensaci, Lombardo, pensaci.
Ago
24
2010
Secondo Tom Barrock, figlio di un ex fruttivendolo, che oggi possiede un patrimonio stimato in 30 miliardi di dollari: “Il debito diventa capitale se si trasformano le inefficienze in opportunità”. Infatti, chi ha capacità e professionalità trasforma le perdite in valore. Chi non ha capacità trasforma il valore in perdite. Tutta questa la differenza fra chi è dotato e ha voglia e passione per quello che fa e chi invece aspetta che qualcun altro gli risolva i problemi.
Parlando con amici (professionisti, imprenditori, professori e altri), ho scoperto che fra essi ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis per la Regione, senza pretendere un euro di compenso. Non si tratta di pensionati o nullafacenti, certamente brava gente, ma di persone di qualità che hanno raggiunto i massimi livelli, ciascuno nella propria attività. Di questi ha bisogno la Regione, non di altri che accedono all’amministrazione per fare i propri interessi. Non si tratta di persone che hanno voglia di mostrarsi o l’ambizione di fare i primi della classe, bensì di gente disponibile a lavorare in silenzio ma concretamente per fare.

Che cosa? Contribuire a stendere il Piano industriale della Regione e a stendere il Piano industriale standard dei Comuni per fasce d’abitanti in modo da determinare con precisione servizi (quantità e qualità) addetti (figure professionali) risorse strutturali, risorse finanziarie. Il tutto secondo lo schema insegnato negli Mba (Master in business administration) per ottenere dai fattori impiegati il massimo risultato con il minimo sforzo.
Qualche ignorante obietterà che questo metodo organizzativo è proprio delle imprese private. Non è vero. Qualunque organismo che deve produrre servizi si deve dotare del Piano industriale. Diversamente non riesce a fissare gli obiettivi e non capisce se poteva fare di più e di meglio.
Il presidente dei siciliani, Raffaele Lombardo, è accusato di abuso di spoil system, quel procedimento anglosassone secondo il quale i vertici delle amministrazioni devono godere della fiducia del loro capo. Lombardo l’ha applicato in Sicilia e dunque non si può criticare per questo indirizzo, che vuole una sintonia fra presidente e chi governa la macchina pubblica regionale.
 
Un appunto, però, per obiettività, bisogna farlo a Lombardo. Non se ne voglia se scriviamo con grande trasparenza. Non sempre, fra i professionisti con cui è in sintonia, ha scelto i migliori per qualità e curricula. Spesso ha fatto prevalere la fedeltà sulla capacità. Questo gli nuoce perché chi è preposto a guidare una branca amministrativa non consegue risultati se non ha la stoffa adatta.
In tempi di tagli i risparmi devono essere oculati, non già operando sui servizi ma ribaltando l’organizzazione inefficiente in organizzazione efficiente, per ottenere migliori e maggiori risultati con minori risorse umane e finanziarie impiegate.
Per ribaltare questa situazione di inefficienza generale, la Regione ha bisogno dei migliori cervelli siciliani e fra questi, come prima scrivevamo, ve n’è qualche decina disposta a lavorare gratis perché ormai ha raggiunto i massimi obiettivi della propria attività professionale. A condizione tassativa che abbiano carta bianca per elaborare e realizzare il Piano industriale della macchina regionale, che si trasformi da un antro oscuro e melmoso in un salotto luminoso e radioso capace di attrarre investimenti e di sostenere le attività produttive.

Quelle che scriviamo non sono riflessioni agostane, né oggetto di un colpo di sole, che peraltro io non prendo, ma la maturazione di una linea editoriale che non si rassegna a vedere la nostra Isola penalizzata per sviluppo, povertà, disoccupazione, tasso infrastrutturale, qualità dei servizi.
Una parte di noi siciliani non si sente seconda a nessuno ed è pronta a misurarsi e a competere con qualunque professionista, italiano o estero, per un fare di qualità, capace di raggiungere risultati concreti.
Siamo stufi di sentire chiacchiere da corridoio, nel teatrino della politica, ove attori e comparse recitano la farsa, mentre i siciliani vivono in una condizione di disagio e di impotenza, constatando un vilipendio dell’onestà: ci sono i soldi ma non vengono spesi. Vergogna.
Mag
14
2010
Dieci ore di riunione notturna hanno portato il Consiglio dei ministri finanziari dell’Ue a stabilire un paracadute contro gli speculatori finanziari, da usarsi continuamente e, fin da ora, per la gravissima situazione della Grecia e le gravi situazioni di Portogallo, Spagna e Irlanda.
Un fondo di enormi dimensioni, quasi come quello approntato da Obama per fronteggiare la crisi degli Usa, che costituisce una barriera fortissima contro gli speculatori. Questi, che pur agiscono legittimamente dal loro punto di vista, guadagnano approfittando della situazione di debolezza della moneta di questo o quel Paese. Si tratta di spuntare le loro armi in modo da far distogliere l’attenzione dall’area Euro.
La protezione che il fondo darà ai 16 membri dell’Euro è composta sia da fondi europei dei singoli Stati che da fondi della Bce e da un altro del Fondo monetario internazionale. L’insieme delle risorse verrà utilizzato di volta in volta non appena si presentino le necessità.

La protezione che vi abbiamo descritto ha un risvolto piuttosto rigoroso e cioè quello di imporre a ciascun Stato membro dell’Uem regole più cogenti per controllare il deficit annuale e conseguentemente l’andamento del debito pubblico.
Ricordiamo che due dei tre parametri di Maastricht prevedono un massimo del 3% di disavanzo annuale e un massimo del 60% del debito sul Pil. L’italia ha chiuso il 2009 con un disavanzo di oltre il 5% e con il debito pubblico di oltre il 116%.
Da tenere presente che tale debito grava sul bilancio annuale con oltre 80 miliardi di interessi. Se fosse dimezzato libererebbe metà di tali interessi, cioè 40 mld, i quali potrebbero essere destinati allo sviluppo mediante infrastrutture e attività produttive.
Si tratta di un cappio vero e proprio, che ogni Stato non in regola con i conti dovrà mettere alla propria spesa, che dovrà essere tagliata nella parte corrente se, contemporaneamente ai sacrifici, si vuole innestare un processo virtuoso di sviluppo. Tale processo si mette in moto con appropriati investimenti e stimoli delle attività produttive.
 
Per venire al Belpaese, radiografando la spesa corrente da Nord a Sud, ci accorgiamo che proprio nel Meridione essa è quasi doppia di quella del Nord. Sarà dunque inevitabile che i tagli colpiranno tale spesa improduttiva e spesso clientelare per riportare i parametri a quelli del Nord. Bisognerà evitare che i tagli siano orizzontali. Per far ciò è necessario modulare l’operazione chirurgica in modo da eliminare le sacche di sprechi, gli inutili costi della politica (tagliando le province e numero di parlamentari, auto blu, consulenti e annessi).
La spesa corrente si è dilatata al Sud soprattutto per effetto di un metodo sbagliato di ricerca del consenso, basato sullo scambio tra voto e bisogno. Un processo a vite senza fine che ha avuto come effetto l’arretramento delle otto regioni meridionali rispetto a quelle settentrionali. Il divario non solo non diminuisce ma aumenta.

Ribadiamo ancora per l’ennesima volta che, per ogni miliardo destinato allo sviluppo, si mettono in moto 10 mila posti di lavoro. È perciò in questa direzione che si deve muovere la spesa pubblica qui in Sicilia. La Regione non deve dare contributi ma prendere a proprio carico interessi di finanziamenti a progetti imprenditoriali, lasciando al sistema bancario la valutazione degli stessi. Due comportamenti che, se attuati immediatamente, possono mettere nelle condizioni di invertire a “U” la linea sciagurata fin qui seguita da tutti i governi regionali del dopoguerra.
Bisogna mettere a reddito subito,  mediante progetti cantierabili, il ricchissimo patrimonio archeologico, ambientale, culturale, paesaggistico. Bisogna intervenire con stimoli e finanziamenti alla ricerca nel settore agricolo, in quello industriale e dei servizi avanzati. Bisogna spendere efficacemente le centinaia di milioni della formazione per insegnare ai partecipanti quelle competenze in modo da renderli idonei al mercato. Ecco alcune indicazioni sulle quali governo e maggioranza regionali dovrebbero prendere subito adeguate iniziative.
Dic
05
2009
Chiuso il capitolo di Termini Imerese e chiuso il più grave capitolo del rigassificatore che volevano installare nel Triangolo della morte Priolo-Augusta-Melilli, vi è quello più importante, cioè che la politica comprenda come sia indispensabile affrontare un programma serio per fermare la discesa economica e cominciare una risalita seppur lenta. Lo sviluppo prossimo venturo della Sicilia deve abbandonare, nei limiti del possibile l’industria pesante e invece stendere tappeti rossi e creare ogni altra forma di attrazione perché gli investitori internazionali portino qui i loro progetti, il loro danaro e le loro competenze.
I filoni su cui si muove lo sviluppo devono marciare sui binari dell’industria verde (Green Economy) e dell’industria blu (turismo, fruizione di beni archeologici e paesaggistici e di tutti gli altri tesori di cui la Sicilia dispone in grande abbondanza). Non basta. Le linee di sviluppo devono comprendere i servizi avanzati, cioè quelli ad alto valore aggiunto. In questo senso bisogna dare il massimo supporto alla St Microelectronics, a tutte le imprese dell’Etna Valley e a chiunque altro investa nel mercato immateriale di Internet.

Vediamo ora le ipotesi di lavoro dell’industria verde. La Regione prepara un progetto per un Piano energetico consistente nella coltivazione di prodotti per la produzione di biocarburanti, in modo da indurre le industrie di raffinazione del Triangolo della morte a trasformare i propri impianti, in modo tale da sostituire il fossile con il vegetale.
Secondo dati raccolti presso l’assessorato all’Agricoltura, in Sicilia vi sono circa 4 mila chilometri quadrati di terreno incolto o non produttivo di reddito. Trasformarlo per la produzione utile al processo cui prima accennavamo, significherebbe mettere in moto decine di migliaia di posti di lavoro e utilizzare molte risorse del P.o.  2007-2013.
Vi è poi l’agricoltura innovativa, che ha però il difetto di non essersi impossessata del sistema di distribuzione diretto, saltando a piè pari commissionari, concessionari e altri intermediari che lucrano fortemente, mantenendo in uno stato deficitario i produttori medesimi.
 
Nella rossa Emilia il sistema cooperativo ha portato i produttori di beni e servizi in uno stato di agiatezza perché ha eliminato i parassiti della filiera e ha consentito di praticare prezzi relativamente bassi, mantenendo una buona qualità di beni e servizi.  Sappiamo che l’individualismo, frutto di incultura, non favorisce la cooperazione. Tuttavia, i nostri produttori agricoli devono capirlo una volta per tutte che la strada è quella di affacciarsi direttamente alla grande distribuzione e al mercato.
L’industria blu è quella del turismo, che significa portare qui milioni di cittadini del mondo, sol che il sistema informativo e quello economico dei tour operators siano opportunamente sensibilizzati e agevolati, dichiarando che gli uffici della Regione e quelli degli Enti locali sono disponibili sul serio a rilasciare ogni autorizzazione o concessione nel tempo reale di non oltre trenta giorni, costi quel che costi.

Naturalmente i turisti verrebbero da noi se trovassero: a) i beni culturali ben ordinati e pronti per essere fruiti (la chiusura della Villa del Casale è un grave colpo per albergatori, guide turistiche e negozianti, mentre la manutenzione si può fare con i cantieri aperti e in sicurezza); b) la ristrutturazione di gran parte degli 829 borghi, catalogati dall’assessorato dei Beni culturali, per cui occorrerebbero decine di migliaia di persone e finanziamenti rilevanti europei, statali e regionali; c) la fruibilità dei quattro Parchi della Sicilia (Madonie, Nebrodi, Etna e Alcantara) nonché le riserve naturali e le riserve marine; d) la possibilità di accedere a tutti i beni archeologici, culturali, museali che spesso sono in condizioni fatiscenti; e) la valorizzazione dei tre centri della ceramica (Caltagirone, Sciacca e Santo Stefano di Camastra); e) l’operatività delle due principali Terme (Acireale e Sciacca) come hanno ben fatto tutte le Regioni del centro-nord fra cui Toscana, Veneto ed Emilia; f) un controllo ferreo e continuo sulla qualità dei servizi alberghieri e di ristorazione.
Basta la politica delle parole. Occorre la politica del fare. Ora.
Ott
14
2009
Ormai risulta in modo chiarissimo che la Sicilia è stata danneggiata, in questi sessant’anni, dall’inefficienza e dalla malavita organizzata. Ma quale dei due fattori è stato preponderante? Dalle inchieste che andiamo facendo tutti i giorni da anni, risulta che fa più danni l’inefficienza che la malavita organizzata. L’elemento principale che supporta questa valutazione è la misura del Pil, cioè la ricchezza prodotta in Sicilia, che è inchiodato a poco più del 5 per cento sulla ricchezza nazionale, da oltre quarant’anni.
È vero che la malavita organizzata con i suoi tentacoli impedisce il libero mercato e la concorrenza, ma è anche vero che le forze dell’ordine e la magistratura hanno inferto colpi pesanti alla stessa, anche se la Piovra ha cambiato vestito e oggi agisce sempre di più in guanti bianchi attraverso il ceto professionale e imprenditoriale.

Mentre nessun colpo efficace è stato inferto all’inefficienza del sistema politico regionale e locale e della burocrazia che ha tentacoli molto più pericolosi di quelli della malavita organizzata. Questi tentacoli sono pericolosi perché non si vedono, anche se siciliani e imprese constatano, dai deludenti risultati, l’incapacità di fare funzionare la macchina pubblica.
È molto più difficile combattere l’inefficienza che la malavita organizzata. Tuttavia si può e si deve fare, anche perché gli sprechi non sono coperti dalle risorse pubbliche, che si riducono ogni giorno sempre di più. La responsabilità dell’inefficienza delle istituzioni, regionale e locali, è sicuramente da addebitarsi al ceto politico che ha il dovere di dare l’indirizzo inequivocabile, cui poi la burocrazia si deve strettamente attenere.
Ma anche una grossa responsabilità è da addebitare ai dirigenti generali della Regione e degli Enti locali, perché essi non possono dare dieci a tutti i dipendenti per assicurare loro i premi di risultato, senza distinguere quelli bravi dai fannulloni.
 
Ribadiamo fino alla nausea che questo accade perché non vi sono i due valori fondamentali di qualunque organizzazione e cioè il merito e la responsabilità. Nell’inchiesta che trovate in questo numero è determinato l’universo dei siciliani che vivono di stipendi pubblici pagati da Stato, Regione ed Enti locali. Una quantità impressionante di dipendenti se paragonata a quella del settore privato, imprenditoriale e professionale. Questa fotografia spiega perché l’economia dell’Isola non cresce, mentre lo sviluppo è conseguente ad attività produttive e non a servizi pubblici inefficienti.
Dunque, il Governo della Regione, ponendosi come obiettivo primario al di sopra di tutti la crescita del Pil, per portarlo entro la fine di questa legislatura alla media nazionale di circa l’8 per cento, per centoventi miliardi, deve favorire l’occupazione del blocco dei disoccupati e lo scarico di dipendenti pubblici per spingerlo.
Tutto questo non può avvenire se continua a spendere 2,5 miliardi per stipendi e pensioni oltre a cifre enormi per mantenere l’esercito di persone che gravita attorno alla Regione (forestali, formatori, dipendenti di partecipate e così via), mentre destina irrisorie risorse per investimenti strutturali, fra cui la sistemazione idrogeologica del territorio e quasi niente per lo sviluppo delle imprese.
 
Il Creatore ha voluto collocare la Sicilia al centro del Mediterraneo. Essa è equidistante dal bacino Est, da quello Ovest e da quello africano del Mare Nostrum. Se i governanti in questi sessant’anni avessero avuto la capacità di Jordi Pujol, il fondatore della Catalogna, la nostra Isola sarebbe oggi la più ricca d’Italia e una delle più ricche d’Europa, altro che produrre il solo misero 5 per cento del Pil nazionale!
Come è possibile che dall’epoca federiciana non hanno capito questa condizione ideale? Ma, per venire ai nostri tempi, come è possibile che un ceto politico imprenditoriale e professionale non si sia reso conto che progettando il futuro sulla posizione centrale della Sicilia, rispetto a oltre dieci nazioni, avrebbe fatto crescere la ricchezza e lo sviluppo di tutti, eliminando il bisogno e quindi lo scambio vile col voto? Risposta e responsabilità sotto sotto gli occhi di tutti.